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V domenica di Quaresima – anno C – 2019

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“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”

La parola del profeta è incoraggiamento e speranza. Invita a non restare chiusi nel passato e a scorgere qualcosa di nuovo che sta nascendo nella storia, nonostante tutte le contraddizioni. E’ difficile scorgere una novità di bene laddove si vive in condizioni di prova e di morte. Il secondo Isaia, profeta di un tempo difficile, dell’esilio, indica un germoglio. E’ una novità che richiede occhi capaci di osservazione alle cose piccole… è sbocciare silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione. Nel deserto indica la gioia della vita nascente al di là di tutto ciò che la contrasta. E’ questione di sguardo.

Il profeta annuncia così che nonostante la fatica del presente la tragica esperienza dell’esilio sta per finire e insieme finisce la paura della schiavitù, l’essere stranieri e oppressi. Invita a non lasciarsi rinchiudere in un ricordo angusto delle cose passate: la sofferenza, la distruzione, tutto ciò che pesa nel cuore.

E’ l’annuncio di un nuovo esodo, di un passaggio nuovo verso un futuro di vita e di speranza, di un nuovo incontro con il Dio liberatore. Dio è fedele alle sue promesse e anche nel deserto apre una strada, porta acqua nella desolazione: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo richiama la comunità di Filippi a distaccarsi da tutto ciò che è costrizione, paura, delusione. E parla di futuro. L’immagine della corsa nello stadio esprime la sua tensione nel correre con il riferimento a Gesù, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo presenta così la vita come una corsa: non si pone come un arrivato, non ha già raggiunto il premio ma legge l’esistenza cristiana come un mettersi in movimento, come tensione verso il futuro di comunione con Cristo: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

La pagina del vangelo è viva testimonianza dell’agire di Gesù. Anche Gesù apre futuro. Il suo sguardo è dono di vita per una donna, ferita dalla sofferenza e dall’essere ridotta ad oggetto, a pretesto per uan disputa di condanna. La sua identità è calpestata dal giudizio implacabile dell’ipocrisia maschile, di quegli uomini che intendono lapidarla. Le parole di Gesù sono una critica senza riserve nei confronti di chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono: ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’.

Gesù risponde al tranello posto dai suoi accusatori non entrando nella discussione ma reagendo con il silenzio. Non c’è parola da dire laddove un volto è ridotto a oggetto per far valere una dottrina. Il suo scrivere con il dito per terra è atteggiamento che rimane enigmatico. Forse un riferimento ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Non guardando più i volti si abbandona il Signore sorgente di vita. ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’. Gesù offre un modo nuovo di guardare la propria e l’altrui vita. Da quel momento si svolge il lento andarsene di tutti ed è posto in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: non è solo un’indicazione spaziale. Nel profondo del suo cuore quella donna si trova ora di fronte a Gesù. E Gesù volge a lei il suo sguardo, non di giudizio e condanna, ma uno sguardo che coglie la ferita e l sua attesa. Nel suo essere sola davanti a lui lo può riconoscere come ‘Signore’, acqua viva della sua esistenza, suo futuro. Da lui accoglie non parole di condanna, ma la parola della misericordia e del perdono che fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’

Dopo che tutti se ne furono andati Gesù apre la possibilità di futuro nuovo; il suo sguardo di fiducia e di bene inaugura una storia nuova. Ogni esperienza di perdono è come il germogliare della Pasqua nelle nostre esistenze personali e nella vita dei popoli.

Alessandro Cortesi op

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Di famiglie e amore

Nei giorni scorsi un congresso internazionale sulla famiglia, tenutosi a Verona segnato da atteggiamenti e voci che si sono poste in termini di condanna e di disprezzo di altre esperienze, ha accentrato l’attenzione dei media. Tra le tante voci spesso scomposte e disordinate ne raccolgo due che mi sono state d’aiuto a scorgere come parlare di famiglia implica uno sguardo non arrogante e pretenzioso ma capace di scorgere come la realtà è più importante dell’idea, e capace di ascoltare i volti e le storie. Non solo, ma come ricorda Massimo Recalcati è al cuore del messaggio evangelico non tanto un modello fisso e illusorio, ma la sfida continua a vivere e attuare l’apertura all’altro come frontiera dell’amore che è sempre da ricercare nella vita con umiltà e scorgendo la propria insufficienza e il proprio limite nel saper fare comunità con altri.

Questa è la lettera inviata a Concita De Gregorio e ripresa nella sua rubrica da uno studente di 18 anni:

«Mi chiamo Paolo, sono uno studente di 18 anni, frequento il V liceo. Sto iniziando a leggere giornali, a seguire i telegiornali non perché abbia aspirazioni politiche ma per curiosità, informazione, per iniziare a conoscere il mondo oltre le frontiere del mio paesino.
Perciò tra i vari argomenti, uno che ho seguito è stato il congresso per la famiglia (o contro) a Verona.
Oggi, camminando in sala noto mio fratello Mattia di sette anni che sta scrivendo su una lavagnina giocattolo. Pensavo stesse disegnando qualcosa. Dieci minuti dopo mi accorgo che era alle prese con il suo “saggio” sulla famiglia, la nostra. Trascrivo qui, errori compresi: “La famiglia è la cosa più importantissima di tutto. Quindi a che serve la famiglia io lo so. Serve la compania. La compania pure voi. I vecchi sono certi da soli quindi avete capito che serve la famiglia, io celò. Vi dico tutti i nomi della mia famiglia: Emanuele, Papà, Mamma e Paolo questa gente fa quello che vuole».
Ciò che un bambino dice nasce dalla sua esperienza di vita quotidiana. Lui è mio fratello, ma i nostri papà sono diversi. Mia mamma ha divorziato anni fa, e poco dopo ha costruito una nuova famiglia, stupenda, unita.
Nonostante ciò, io e l’altro mio fratello, Emanuele, continuiamo a vedere regolarmente nostro padre. Questa è una dimostrazione tangibile, per tutti coloro i quali sostengono le famiglie tradizionali e la loro superiorità morale, che non è così. Mattia ha dimostrato con semplicità e sensibilità ciò che tra noi traspare; lui la chiama “compagnia”. Siamo una famiglia, e lui ci ama incondizionatamente, senza sapere il nostro orientamento politico o sessuale, cosa facciamo quando non siamo con lui; non gli importa che mio padre sia diverso dal suo, lo sa benissimo e non ci vede nulla di male. Poi conclude con: “Ognuno fa quello che vuole”. Questo inciso, abbastanza ambiguo, rimanda al fatto che, nonostante l’educazione rigida e intransigente di nostra madre, lei non ci ha mai negato di scegliere chi essere, cosa voler fare nella nostra vita, di voler bene a qualsiasi persona; ci ha insegnato a fare di noi il soggetto della nostra vita, e non l’oggetto di quella degli altri. Mattia lo ha già capito. Dovremmo imparare a pensare come loro, vivere come loro, fare in modo che la nostra anima infantile, se è ancora in noi, non si allontani e ci guidi verso un futuro migliore, o per lo meno felice» (Dalla rubrica Invece Concita, Mattia 7 anni: la mia famiglia è compagnia’, “La Repubblica”, 2 aprile 2019)

E Massimo Recalcati offre una riflessione sull’amore come derivante non tanto da una legge di natura quanto da una parola di amore: “L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimo della natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola.

(…) Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore della predicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionare al contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?” (Massimo Recalcati, La vera legge dell’amore, “La Repubblica” 31 marzo 2019)

Infine un richiamo alla concretezza di misure che possano veramente aiutare chi si trova a vivere nelle forme diverse l’avventura di fare famiglia. Alla domanda su quali siano le urgenze presenti di una situazione di grande sofferenza delle famiglie oggi a cui la politica non sta offrendo risposte così ha risposto – in un’intervista  a cura di Domenico Agasso jr. su Vatican Insider – Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni familiari, che ha deciso di non prendere parte al Congresso mondiale di Verona: «Ci stiamo pericolosamente assuefacendo al fatto che mettere al mondo un figlio sia la seconda causa di povertà nel Paese, che le donne siano costrette a scegliere tra il lavoro e la famiglia, che i nostri figli dovremo guardarli su Skype quando, in cerca di futuro, saranno costretti ad andare all’estero, che la discriminazione fiscale sia una triste costante. Credo che il vero problema di queste manifestazioni sia che, in conclusione, offrano alibi a tutti i politici che non hanno intenzione di fare nulla per la famiglia. Se ne parla, ma non si fa nulla, si riempiono le pagine di giornali di polemiche e non di proposte concrete per porre rimedio alle lacune decennali che vengono perpetrate di governo in governo. L’analisi la conosciamo bene: la famiglia è una risorsa e non un problema, ma dev’essere messa nelle condizioni di rendere per ciò che è»

Alessandro Cortesi op

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XXIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

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Il Siracide (II secolo a.C.) è un libro che raccoglie una eredità sapienziale, espressa in forma di brevi sentenze, proverbi, massime. Le affermazioni sono spesso raggruppate attorno a temi comuni. Preoccupazione che guida il testo è accompagnare a cogliere che l’autentica sapienza si sintetizza nella Legge e nel culto che ha il suo centro nel tempio.Una parola importante riguarda il perdono. “Perdona l’offesa al tuo prossimo ed allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati… non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita”

Il Levitico richiamava a rifuggire la vendetta: ‘non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore’ (Lev 19,17.18). Il prossimo è colui che appartiene al popolo, chi condivide la medesima fede, il vicino. Il rifiuto della violenza è superamento della logica della vendetta, della rappresaglia e del taglione. Anche Giuseppe perdona i fratelli e così nelle storie di Davide e Saul è presente questo motivo. Il testo del Levitico presenta l’invito al perdono del fratello ed è tappa di un percorso che attraversa la Bibbia.

Ben Sira nel II secolo rilegge il testo del Levitico e ne offre una interpretazione nel quadro del suo tempo: ne scorge infatti una nuova prospettiva. Il perdono si radica nel rapporto stesso con Dio. La scelta dell’uomo verso il suo simile è un atto che affonda le radici in una relazione di dono: diviene riflesso e continuazione dell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: ‘Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se non hai misericordia per il tuo simile, come osi pregare per il tuoi peccati? Ricordati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricordati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subita’. Siracide quindi collega il perdono al rapporto con Dio. Il giusto deve agire tenendo come riferimento l’agire di Dio, che è agire di misericordia, come dirà il libro della Sapienza.

Anche al tempo di Gesù la questione del perdono era viva: qualche maestro indicava un limite al perdono da dare al fratello. Per questo Pietro interroga Gesù per verificare cosa pensa e porre la sua parola a confronto con quella di altri maestri: si deve perdonare fino a sette volte? “Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette…” Gesù rinvia ad una misura della misericordia che non ha limite, che non può essere posta entro angusti orizzonti.

A questo punto Matteo riporta una parabola. Il punto focale di questa sta nella comprensione senza limiti del padrone. E’ un messaggio sul volto di Dio stesso e sull’agire di Gesù che lo rende vicino. Sta qui la sua preoccupazione fondamentale, aprire a cogliere il modo di agire di Dio, che non è secondo i modelli dell’egoismo e della violenza.

Il servo che ha un debito va dal padrone e gli chiede semplicemente un rinvio per avere più tempo per sanare il debito. Il padrone non solo accetta la richiesta di pazientare ma di sua iniziativa e in modo gratuito gli ‘condona’ tutto il debito. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola: Gesù presenta il perdono come movimento che ha la sua origine da Dio capace di condonare perché ama oltre ogni limite. In una seconda scena il servo è tratteggiato con il volto duro e irreprensibile, senza pietà di chi esige invece un pagamento dovutogli da un altro servo. E’ incapace di fare altrettanto con un suo debitore, non prolunga il dono ricevuto senza meriti. Il dono ricevuto poteva essere motivo di cambiamento. Poteva portarlo a superare la logica del dovuto.

La parabola originaria di Gesù viene riletta nella comunità di Matteo e presentata con accentuazioni della dimensione ecclesiale ed in riferimento agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – una cifra incommensurabile rispetto ai diecimila talenti – è destinato a subire un supplizio drammatico.

Matteo ha a cuore un messaggio sul dono di Dio e sulla responsabilità della comunità di Gesù. Il tempo della chiesa è un frattempo, un tempo che sta in mezzo, tra un perdono ricevuto da Dio, da accogliere con gratitudine, e un cammino per imparare a perdonare agli altri. Matteo ci dice innanzitutto che il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa è occasione di percorsi di riconciliazione.

La comunità trova qui uno dei suoi tratti peculiari: è chiamata ad essere spazio di riconciliazione, in cui porre al centro l’agire di Dio. E’ chiamata ad essere responsabile di perdono. E’ una scelta che supera la giustizia e che tuttavia non calpesta la giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).

Alessandro Cortesi op

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Giustizia che ristora

Alcuni libri parlano in modo particolare: sono quelli che nascono da parole che recano dentro di sé il peso dell’esistenza, che conducono ad avvicinarsi alle ferite profonde della vita. Uno di questi è Il libro dell’incontro. Vitime e resposnbili dlela lotta armata a confronto, Il Saggiatore 2015) curato da Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato: un gesuita che ha lavorato a Milano nel carcere di san Vittore, un docente di criminologia, una docente di diritto penale.

Il libro è resoconto di una serie di incontri condotti a partire dal 2009. I curatori, in qualità di mediatori, hanno creato l’opportunità di incontro tra alcune vittime o loro familiari e alcuni responsabili della lotta armata in Italia negli anni ’70 e ’80. Circa sessanta sono le persone che vi hanno in qualche modo partecipato. Ad ogni incontro si dava spazio per un ritrovarsi difficile, doloroso in cui vittime e responsabili stavano gli uni di fronte agli altri. Potevano scambiare parole, sguardi oppure rimanere in silenzio. Queste parole, questi silenzi sono stati consegnati ad un libro.

Accanto alla testimonianza di questo itinerario in cui le voci raccolte rimangono racchiuse nell’anonimato, e solo in alcuni casi è indicato chi le ha pronunciate, il volume raccoglie una serie di approfondimenti e riflessioni.

Sullo sfondo sta il riferimento ad una intuizione che considera l’esigenza umana di giustizia non come vendetta ma come riparazione e cammino di verità: un cammino doloroso e faticoso di incontro e apertura al futuro.

“la locuzione restorative justice non era ancora in uso in quel lontano 1993… e ancora oggi in tantissimi ignorano che esiste qualcosa che prende il nome di ‘giustizia riparativa’.” (Claudia Mazzucato, 252). Il modello nella giustizia riparativa, in tempi recenti ha visto un complesso percorso di concretizzazione in Sudafrica nell’esperienza della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione, esperienza che rimane sullo sfondo quale via ispiratrice dell’impegno.

“Una giustizia che non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità né all’arido conteggio delle sanzioni e dei risarcimenti, e nemmeno all’esteriorità di proclamati pentimenti pentimenti e perdoni (o non perdoni) ma riesca in qualche modo a ‘riparare’ il tessuto personale e sociale lacerato, e a migliorare il futuro di tutti, è un ideale tanto impegnativo quanto ambizioso, a cui però non possiamo rinunciare se della ‘giustizia’ vogliamo continuare ad avere, a coltivare e a promuovere un’idea degna del senso ultimo dell’essere umano” (Valerio Onida, 133)

Questo itinerario di incontri non si prefiggeva un esito già stabilito, non cercava un perdono difficile da definire nei suoi contorni. Piuttosto la fatica da cui l’iniziativa prese origine stava nella ricerca di un ascolto reciproco, di un ricomporre la memoria, di uno scorgere la possibilità di stare davanti all’altro in attitudine di riconoscimento, nel superare l’attitudine a rendere l’altro una cosa, un simbolo, ad andare oltre l’opposizione amico-nemico. Con la pesante domanda nel cuore: “Quanta verità siamo disposti ad ascoltare?” (185).

“Le aule giudiziarie in certi casi hanno già dato tutto quello che potevano dare. E allora noi abbiamo una missione. La società non sa, forse non vuole sapere. Ma noi abbiamo bisogno della parola di tutti. Abbiamo bisogno di una storia che smetta di scriversi con le stesse parole. E’ difficile ma dobbiamo dimostrare di essere stati in grado di dialogare con l’altro. Dobbiamo custodire una memoria viva per andare oltre l’incubo dei mostri e ritrovare le persone.” (58)

E la tensione drammatica di questo stare davanti all’altro, tra vittime e responsabili emerge da alcune voci:

“Occorre essere consapevoli che un male di ieri non diventa un bene oggi. Non si può pretendere di appartenere alle categorie di ex assassini o ex vittime. Si rimane per sempre tali, e radicalmente diversi, e questo pur rispettando a dignità umana di chi ha commesso il crimine.” (88)

“Ogni volta che vi ascolto parlare penso a un dramma nel dramma, questo terribile e drammatico spreco di risorse umane che questa stagione ha portato. Non soltanto lo spreco di risorse umane di coloro che sono stati uccisi e non ci sono più, ma anche le vostre, voi. Sprecare intelligenze come le vostre rimane una delle ferite più grandi di questa storia.” (152)

“Se devo spiegare perché ho ucciso, è come se uccidessi per la seconda volta. E’ un dramma: non c’è un perché.” (80)

“Se mio papà fosse ancora qui, sono sicuro che sarebbe qui con noi.” (159)

“La memoria di quegli anni è di incubi notturni, e io non volevo andare a dormire.” (59)

E’ un testo che conduce a riflettere su passaggi da compiere nella vita di ognuno e nella vicenda di una comunità politica:

“Il ‘ricercatore della memoria’ è chi volge lo sguardo indietro, per ricostruire un sé lontano, qualche volta una giustificazione, per scoprire cos’è stato, come s’è evoluto. L’ ‘indagatore di connessioni’, invece, ha lo sguardo in avanti, si fa carico del proprio vissuto per cercare di capire cosa è oggi la sua identità. Indagare connessioni produce l’effetto dell’ascolto plurale di una polifonia di voci. La memoria da condividere è una memoria irriducibilmente diversa, la quale chiede, – per essere riconosciuta – uno sguardo ‘strabico’: mettiamo a fuoco il passato per guardarlo con lo sguardo di oggi. Camminiamo in una tensione continua. Stiamo all’incroci dei venti, dove le correnti si prendono tutte.” (184)

Il libro dell’incontro mostra che è possibile intraprendere percorsi nuovi, che una giustizia, diversa da come è intesa spesso nel senso di vendetta, ma anche oltre le vie ordinarie, apre nuovi orizzonti. Sono orizzonti di riconciliazione, di possibilità di liberare dal reato anche le vittime, di scoperta di possibilità di dare senso al dolore, di ripartire nel generare nuovi tipi di relazione.

“E se si potesse fare di una ferita così profonda la ragione non di una vendetta (pubblica o privata) ma di una nuova possibilità di convivenza?” (Luigi Manconi, Postfazione, 405)

“Ecco. Noi testimoniamo che un’altra strada è possibile, ma adesso non tocca più a noi, tocca a voi che incontrate e ascoltate.” (204)

Alessandro Cortesi op

 

XXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

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La vita credente – come la vita umana stessa – sorge dall’ascolto. La vita di ognuno nasce da una parola accolta e che precede. Il profeta come sentinella è chiamato a vivere un ascolto della Parola di Dio e ne è poi reso responsabile. Non deve lasciare che il suo cuore divenga di pietra, sia ‘indurito’. L’ascolto è disponibilità a scorgere quanto Dio sta compiendo, il suo agire nella storia. Il suo opposto è l’atteggiamento di sfida, il voler mettere alla prova Dio, senza fidarsi di lui: “mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere’ (salmo 94). Il profeta invece è sentinella: sta in ascolto nei confronti della Parola e vive una responsabilità nei confronti degli altri. L’ascolto conduce a farsi carico della vita degli altri: è atteggiamento del cuore che genera attenzione e solidarietà. “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”.

La pagina del vangelo – tratta dalla sezione del vangelo di Matteo che raccoglie insegnamenti di Gesù sulla comunità – parla dell’ascolto della parola del Signore per vivere uno stile di vita fraterna anche nella difficoltà. “Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello. Matteo prende le mosse da un detto di Gesù (della fonte Q; cfr. Lc 17,3), l’invito a perdonare l’offesa di un fratello. Passa poi alla situazione di un fratello che ha peccato. Pone il problema del farsi responsabili di accompagnare un fratello che ha sbagliato. L’accento allora non cade sul giudizio di chi ha sbagliato o sulla condanna dell’errore. E’ invece posta la questione su come si possa costruire una comunità di persone che pure sbagliano.

La correzione fraterna è percorso che guarda in faccia ciò che è male e ciò che è bene, che non confonde, eppure pone lo sguardo alla possibilità delle persone di cambiare e ravvedersi. E’ un percorso lento e difficile che può vedere diversi momenti e non è immediato. Parlare con il fratello è primo passo, poi insieme ad altri, poi davanti alla comunità. Se non c’è ascolto ‘consideralo come un pagano e un pubblicano’. E’ un invito a non stancarsi nel tentare di percorrere diverse strade, per guadagnare il fratello e costruire rapporti nuovi, a farsi carico di chi sbaglia perché nessuno vada perduto (cfr. Mt 18,12-14).

Il fratello non deve essere umiliato quando il suo errore è reso manifesto. La presenza di due testimoni può essere motivo di consapevolezza del peccato. Se anche davanti alla comunità non c’è riconoscimento l’ultima parola non è l’esclusione. Il riconoscimento di una situazione momentaneamente di estraneità può aprire a nuove possibilità perché la volontà del Padre è che nessuno vada perduto. L’ascolto è la via nella quale costruire la comunità. Alla sua comunità Matteo indica che il rifiuto ad ascoltare la Parola di Dio e la parola degli altri non costruisce.

Seguono poi tre detti di Gesù: il primo indica la comunità come responsabile di ‘legare e sciogliere’, di interpretare la parola del Signore e di leggerne le esigenze momento per momento. Tale compito non è esclusivo ma affidato all’intera comunità. Il secondo detto riguarda la preghiera: il Padre senza dubbio ascolta e risponde alla preghiera compiuta insieme. Qui Matteo vede probabilmente la situazione della comunità che insieme prega e supplica per chi ha sbagliato. Il terzo detto è una parola di fiducia. Gesù promette di essere presente laddove la comunità si riunisce nel suo nome, unita nell’affidamento a lui. Gesù riprende qui un insegnamento dei rabbini che dicevano che Dio si fa vicino dove due o tre si riuniscono per leggere insieme la legge, per ascoltare la Parola di Dio. Al centro della comunità che Gesù voleva sta l’ascolto e l’incontro con la Parola di Dio che nella sua persona si è resa vicina.
Alessandro Cortesi op

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Anche se non è ancora suonata la campanella del primo giorno di scuola, che fra poco ritornerà a scandire orari e insieme attese, gioie, ansie e fatica di insegnanti e alunni, l’organizzazione scolastica è in pieno movimento in vista dell’anno che inizia. Sono giorni, questi delle prime settimane di settembre, in cui la scuola è di fatto ricominciata.

A più riprese in tempi recenti è stata sollevata la questione della scarsa preparazione in ambito linguistico degli studenti che escono dalla scuola (cfr. la lettera di seicento docenti universitari) e, come accade in questi casi, facilmente le colpe vengono riversate su alcuni settori dell’itinerario scolastico.

Oltre a ciò nel periodo estivo in cui si delinea la composizione delle classi per il nuovo anno, si è aperto un altro motivo di discussione, la questione delle cosiddette ‘classi ghetto’ con la concentrazione, soprattutto nella scuola primaria, di alunni stranieri o di chi presenta particolari difficoltà in alcune classi rispondendo spesso a pressioni di genitori desiderosi di avere i propri bambini in sezioni privilegiate e mettendo in seria difficoltà alcuni insegnanti tra altri.

Il problema ha visto un dialogo a distanza tra un maestro Franco Lorenzoni autore del bel libro I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica, (ed. Sellerio 2014) e l’attuale ministra all’Istruzione Valeria Fedeli.

Osserva Lorenzoni: “Tra le informazioni che l’Invalsi restituisce alle scuole c’è un dato relativo alla composizione delle classi. Normalmente le classi di una stessa scuola dovrebbero essere simili, cioè avere al proprio interno alunni più ricchi e più poveri, alunni più preparati e altri meno. In molte scuole, soprattutto al sud, non avviene. I dati Invalsi dicono che la variabilità tra le classi, che dovrebbe aggirarsi intorno al 5-6 %, in Italia è intorno al 14% e al Sud tocca il 27%, più del quadruplo del valore fisiologico. In più di un terzo delle scuole, dunque, si realizza una vera e propria segregazione per cui molti alunni sono raggruppati per condizioni socio-economiche simili. (…) Da anni viene rilevato quanto in Italia, a differenza di altri paesi europei, sia bloccato l’ascensore sociale a partire dall’accesso ad una istruzione di qualità. Qui accade qualcosa di peggio. I più poveri, deprivati ed emarginati per diverse ragioni, sono invitati a scendere direttamente in cantina e a non muoversi da lì (…) Moltissime sono le insegnanti e gli insegnanti e non pochi i dirigenti che ogni giorno si spendono con dedizione per dare le migliori opportunità a tutti. Proprio per dare spazio e respiro a chi nella scuola ci crede la invito a interrompere con provvedimenti drastici e controlli questa odiosa discriminazione, spesso assecondata e taciuta”. (Ministra, basta classi ghetto, ‘Invece Concita’ rubrica La Repubblica, 5 luglio 2017 – il giorno dopo la ministra Fedeli ha risposto a Repubblica (Basta con le classi ghetto) scrivendo: “La variabilità fra classi è un dato che ha a che fare con la ‘democrazia’ di una scuola. Classi troppo omogenee, con alunne e alunni ‘raggruppati’ per ‘bravura’, rappresentano un fenomeno contrario ai principi della nostra Costituzione, che va arginato… Lavorare in classi disomogenee, come dice lei, è più difficile. Ma la missione della scuola è quella di fare di ogni differenza una ricchezza… Perché la povertà educativa è la madre di tutte le povertà. La scuola è l’unico agente possibile del cambiamento e saremo al suo fianco. Cominciando dalle periferie, dove le scuole possono diventare avanguardie di sperimentazione educativa. Partendo da esempi che già esistono e facendone un modello. Per non lasciare davvero indietro nessuna e nessuno.”)

Lorenzoni ha scritto al riguardo parole che offrono chiarezza per affrontare tali questioni con riflessione ed equilibrio in un articolo dal titolo ‘Per una scuola dell’ascolto’. A proposito delle difficoltà di apprendimento della lingua osserva: “Insegno nella scuola elementare da 38 anni e mi domando ogni giorno come aiutare bambine e bambini ad arricchire il loro pensiero e il loro linguaggio. Noi maestre e maestri ci accorgiamo subito, in prima elementare, quanto il numero di parole a disposizione di ciascun bambino sia profondamente e ingiustamente diverso. Pare che dalla nascita ai 7 anni si impari una nuova parola ogni ora, ma questo non è vero per tutti. La ricchezza del lessico dipende da molti fattori: da quanto è pescoso il mare linguistico familiare, da quanto ascolto ricevono in casa i più piccoli e da quanto tempo è stato dedicato loro da genitori, fratelli o amici nell’intessere domande, dialoghi e conversazioni ricche di vocaboli e argomentazioni. Dispiace allora constatare che, mentre alcune famiglie straniere prestano grande attenzione e pretendano dai loro figli costanza e impegno nello studio, un numero sempre maggiore di famiglie italiane non credono più alla scuola come luogo di crescita culturale. Trent’anni di continuo dileggio e insulto pubblico verso la cultura ‘che non dà da mangiare’ da tempo stanno regalandoci i loro frutti avvelenati”

E ancora, riconoscendo come la scuola sperimenti la fatica di affrontare i compiti enormi dell’integrazione e dell’accompagnamento di tanti disagi culturali e sociali, afferma:

“La scuola primaria fatica tanto, è vero. Da anni noi maestre e maestri affrontiamo ad esempio l’enorme compito di accogliere, integrare e cercare di includere una grande quantità di bambini che provengono da famiglie straniere. Sono circa il 20% a livello nazionale, ma in molte classi sono più della metà. Accanto a loro ci sono una quantità sempre crescente di bambini e ragazzi che portano dentro la scuola disagi dovuti alle più diverse ragioni, accentuati dalla crisi e dalle tante difficoltà di ogni genere che investono molte famiglie”.

La costruzione di parole quali tasselli di una lingua come luogo di comunicazione e di riconoscimento di dignità sarebbe il compito primario e ineludibile della scuola che da anni subisce un continuo attacco quale istituzione inutile che non procura vantaggi nell’ottica di un mondo appiattito sulla dimensione del mercato, nell’inseguimento di un successo presentato nelle forme della visibilità mediatica o nel fare soldi facili con furbizia, nella linea del prevalere dei dotati e dell’esclusione di chi è fragile o povero. Dove la capacità di pensare e di attitudine critica è considerata uno svantaggio.

“Costruire una lingua comune, articolata, ricca e capace di dare dignità alla voce di tutti è un compito enorme che ci sforziamo di adempiere e per il quale – certo! – molte volte le nostre competenze ci paiono insufficienti. Lo sforzo è titanico, perché si tratta di andare controcorrente rispetto a ciò che accade nella società, trasformando le nostre classi assai disomogenee in piccole comunità dove cerchiamo di valorizzare tutti. Tutti, perché questo è ciò che prescrive la Costituzione nel suo articolo 3, che invita con forza a superare gli ostacoli che trasformano le disuguaglianze in discriminazione. Ora una comunità si costruisce, a mio avviso, quando si rompono gli stereotipi, cresce la curiosità reciproca e riusciamo a non lasciare indietro nessuno. Ed è su questo terreno, nel grande sforzo di includere tutti, che cresce e si affina l’uso della lingua, che è prima di tutto relazione. Non mi convince la contrapposizione tra la scuola seria dei contenuti e la scuola buona della cura e delle relazioni. La lingua, proprio la lingua, è il territorio in cui queste due esigenze si intrecciano, perché non c’è arricchimento di linguaggio senza fiducia reciproca e buona considerazione di sé. Un bambino continuamente giudicato come inadeguato smetterà presto di esprimere il suo pensiero faticando con le parole”.

Mi ha colpito, in questa riflessione di un maestro capace di ascolto dei bambini, soprattutto l’accento sull’importanza della scuola come luogo in cui confrontarsi con i grandi testi difficili della letterature, del sapere, in cui sperimentare la curiosità della ricerca che conduce a vivere in prima persona l’indagine sulle cose. In tale orizzonte la scuola è occasione di incontro e confronto unico dove proprio la possibilità di ascolto dell’altro non ha limiti ed esclusioni ed è lì in quei momenti in cui viene data parola e si ascolta la parola dell’altro che solo può nascere un tipo di società ben diversa dall’aggregato dei sordi e dei muti piegati sul proprio cellulare e incapaci di raccontare di esprimere un sentimento, di riproporre il percorso di una scoperta. Ma soprattutto incapaci di scoprire che costruire una lingua comune è itinerario mai concluso che vive dell’attitudine di apertura a scorgere la ricchezza di nuovi linguaggi, lo stimolo che giunge dall’intendersi nelle differenze. impegno per la dignità di ognuno.

“Nella mia esperienza con i bambini so che il linguaggio si arricchisce leggendo insieme ad alta voce un bel testo, anche difficile, scrivendo lettere ad amici lontani a cui dobbiamo fare immaginare il mondo in cui viviamo e, soprattutto, ascoltando le parole che affiorano, a volte a fatica, in un cerchio di ascolto e narrazione in cui si parla liberamente di sé o si confrontano ipotesi, si abbozzano teorie, ci si contraddice e si argomenta intorno alle più diverse esperienze vissute possibilmente con tutto il corpo. Ma perché ciò accada dobbiamo essere capaci di far sentire a tutti che la voce di ogni bambina e bambino è importante, necessaria. Solo così è possibile dare dignità al pensiero di ciascuno, nessuno escluso”. (tratto da F.Lorenzoni, Per una scuola dell’ascolto, 17 febbraio 2017)

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(acquerello di Silvia Gastaldi)

2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16-19.21; Lc 7,36-8,3

Dalla pagina del vangelo proviamo a raccogliere alcuni elementi che ci aiutano ad una riflessione per accogliere il vangelo nella vita.

Il quadro che fa da cornice alla scena narrata da Luca è la casa del fariseo Simone. Lo stare a tavola di commensali per un invito in cui anche Gesù è invitato a mangiare insieme.

Inattesa e improvvisa si presenta l’irruzione di una donna, subito presentata al lettore senza indicazione del nome ma nella sua condizione ‘una peccatrice di quella città’: “Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; [38] stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo”. I suoi gesti sono gesti di gratuità, di accoglienza e di amore, propri di chi non considera convenienze sociali da rispettare o pudore da osservare. Sono gesti dello spreco senza calcolo e dell’amore appassionato, fatto di lacrime, carezze, contatto dei corpi.

La narrazione a questo punto fa entrare nel pensiero di Simone: “Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!'”. Si tratta di un giudizio che mira a collocar le persone secondo categorie stabilite, applicando rigide regole di appartenenza: la donna è giudicata come peccatrice, e Gesù, invitato forse per metterlo alla prova e per verificare che tipo fosse, viene rapidamente escluso dall’essere considerato profeta.

A questo punto entra in gioco nel movimento dei personaggi la parola e il gesto di Gesù. Il gesto prima della parola. In quell’invito ‘Simone ho una cosa da dirti…’ si può scorgere una sorta di accompagnamento in disparte dalla tavola, per una comunicazione a tu per tu. Gesù non addita Simone in mezzo agli altri invitati e davanti alla donna stessa accusandolo di essere un giudice chiuso nei suoi pregiudizi, incapace di scorgere i cuori, meschino nella sua mentalità piccolo borghese. Gli indica solamente: ‘ho una cosa da dirti..’. Lo introduce nella delicatezza ad un dialogo che si svolge come pedagogia e accompagnamento a scorgere dimensioni inaudite dell’esistenza: “Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». [41] «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. [42] Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». [43] Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”. Gesù ha fiducia che Simone possa ascoltare, lo prende da dove si trova per condurlo un po’ più su…

A Simone Gesù racconta una parabola. Gli parla di cose familiari: una situazione di un creditore e due debitori. Gli fa ricordare forse situazioni vissute direttamente o a lui vicine data la realtà di crisi economica che segnava l’alta Palestina del I secolo e di cui molta gente soffriva le conseguenze. Chi amerà di più di fronte ad un debito condonato? E Simone risponde bene: chi aveva con quel creditore un debito più grande. E’ la legge dei rapporti economici, ed è anche per certi verso la legge della religione dive ci si rapporta a Dio come un grande creditore, con senso di un debito da estinguere. Dietro alla risposta di Simone sta la considerazione che un condono genera riconoscenza, fa passare dalla paura alla serenità, anzi genera sentimenti di benevolenza verso chi ha tolto un peso così pesante. Il debitore di tanti soldi vorrà bene a chi non lo ha costretto ad un pagamento impossibile, anzi lo ha lasciato andare libero. In questa parabola Gesù lascia aperta la domanda, e Simone risponde, ben conoscendo questa logica di economia e di soldi: lui, uomo della legge, sa risponde secondo la logica del dare/avere: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’.

A questo punto il racconto porta a spostare lo sguardo su di un altro lato: sulla donna rimasta dietro, così come quando si era avvicinata da dietro, sulla donna che aveva il viso rigato di lacrime. E’ Gesù che richiama l’attenzione di Simone e l’attenzione di chi legge su di lei, che ora prende il centro della scena. Ma proprio in questo volgersi è da scorgere un cambiamento di punto di fuga dell’intera prospettiva. E’ uno spostamento richiesto anche a chi ascolta. C’è un ‘volgersi’ da attuare, un convertirsi da una logica religiosa in cui si proiettano le dinamiche umane del dare avere, ad un’altra logica, ad un altro punto prospettico. Ma questo movimento è aperto poco alla volta da Gesù e si dipana attraverso lo sguardo ai gesti della donna. Nel suo silenzio, nelle sue lacrime lei si muove secondo un’altra dimensione.

“E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. [46] Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo”.

Vedi…tu e lei: Gesù introduce ad un confronto e costringe Simone ad entrare in crisi, ad interrogarsi, lui l’uomo delle definizioni, l’uomo della rigidità della dottrina e della collocazione delle persone tra onesti e peccatori. Una serie di constatazioni smascherano la sua . I gesti della donna, l’acqua offerta, le lacrime versate sui piedi, i baci, l’unzione con il profumo, sono elencati uno ad uno. In ciascuno di essi risuona la delicatezza, il coraggio, la sincerità, la gratuità, proprie di chi in quei gesti si manifesta con un profilo che non è quello della peccatrice, ma è quello di una donna che ama e non ha paura di dire il suo amore, esponendosi nella sua fragilità. E’ paradossalmente libera, lei che era additata e costretta a starsene al riparo da sguardi inquisitori e da parole velenose. Simone è lasciato a rispondere della sua inadempienza: aveva invitato Gesù nella sua casa, ma lo aveva invitato con la distanza di chi vuol mettere alla prova, di chi pensa di essere un giusto ma deve imparare ad amare.

“Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco»”. Queste parole conducono a scostarsi dalla parabola raccontata a Simone: nella storia del creditore e dei due debitori l’amare dipende dall’aver ricevuto un dono. Ora Gesù dice a Simone: questa donna ha amato tanto e per questo le sono perdonati i peccati.

E’ il condono che genera l’amore o l’amore che è forza di ogni dono e contiene già in se stesso il manifestarsi di un volto di Dio che non è prigioniero dei calcoli, dei meriti e dell’efficienza? Gesù, guardando la donna, presenta un percorso che rivoluziona ogni pensiero religioso. “Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». [49] Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!»”.

I gesti della gratuità della donna sono segni della sua fede e sorgente del perdono, cioè del compimento della sua vita nel senso del dono e dell’incontro. Nei suoi gesti diceva la scoperta di un dono che la precedeva, da cui si era sentita accolta. Lei si manifesta capace di profezia, nello scorgere in Gesù il volto del profeta. Sapeva di essere accolta con la sua storia, con le sue ferite e questo le ha suggerito i gesti dell’amore senza riserve. Sa accogliere teneramente Gesù. In quella casa in cui il fariseo Simone aveva invitato Gesù ma non l’aveva ospitato nel cuore quella donna testimonia la consapevolezza che Gesù la poteva ospitare, lui che non aveva casa dove stare. Lei esprime tutto questo con gesti così umani da farsi espressione dello stile di Dio. Questa sua fiducia è sorgente della vita che lei recava in se stessa nascosta, la vita stessa di Dio. Gesù lo riconosce: la tua fede ti ha salvata. Il perdono di Dio ha i tratti dell’amore che genera ospitalità.

Alessandro Cortesi op

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(Pietro Bugiani 1905-1992)

Gesti quotidiani

Ci sono gesti, gesti quotidiani, che tessono senza far rumore le ore e i minuti nello scorrere dei giorni. Sono i gesti spesso nascosti, silenziosi, invisibili agli occhi di chi non si sofferma a scorgere le pieghe della vita ma è così preso da quanto abbaglia da non saper fermarsi.

Ci sono gesti che profumano di sapienze antiche, conservate nei palmi di mani consumate dal lavoro, che recano i segni e la lenta erosione del tempo. Gesti che sanno delicatamente trattenere in sè l’attenzione a ciò che fa cambiare la vita dal basso, non nella retorica o nella pretesa di apparire di un potere cercato in tanti modi, ma nella cura, nel custodire, nel saper inchinarsi a quanto piccolo racchiude in sè una traccia di oltre e di Altro, nelle nostre fragili esistenze.

Il gesto del custodire il basilico sacro è gesto ricordato da Vandana Shiva in un suo libro in cui parla dei gesti quotidiani delle donne indiane che tengono davanti alla porta di casa un vaso di basilico. E’ questa una pianta di porfumi e aromi, utile per cucinare, ma è anche ricordo, davanti alla soglia, calpestata dall’entrare  e uscire quotidiano, di qualcosa di più grande. Prendendosi cura del basilico quei gesti dell’innaffiare e del rispettarlo  recano in se stessi la cura e la custodia della terra. Sono gesti di riconoscimento della preziosità e del dono della terra. Vi è così  racchiusa una sproporzione: l’attenzione alla terra passa attraverso i gesti quotidiani di rispetto e cura per una piccola pianta.

“noi potremmo trasformare questa immagine in vari modi: ci prendiamo cura della terra andando a piedi invece di utilizzare l’automobile, abbassando la temperatura del riscaldamento in casa e così molti altri piccoli gesti avrebbero una valenza piccola e quotidiana, gesti che devono essere ripetuti giorno dopo giorno per portare frutto. Così è sempre stato nella vita delle donne…. Ma la cosa interesante del basilico sacro delle donne indiane è la sua sacralità: il collegamento del gesto quotidiano con quella dimensione che noi occidentali potremmo chiamare Dio” (A.Gaino, S.De Guidi, Prendersi cura. Di sè, degli altri, di Dio, ed. Gabrielli 2004)

Alessandro Cortesi op

XXIII Domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0262Ez 33,1.7-9; Rom 13,8-10; Mt 18,15-20

La comunità di Matteo è vicina per tanti aspetti al mondo ebraico e nel porsi la questione di come comportarsi di fronte a chi nella comunità vive in contraddizione con le esigenze del vangelo e come attuare una correzione poteva riferirsi ad una ampia riflessione sviluppata e già presente nella tradizione ebraica. Era infatti considerata una ampia casistica di fronte alle situazioni dei peccatori. Ad esempio la legislazione di Levitico raccomandava: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). In Deuteronomio si suggeriva il passaggio davanti ai testimoni: “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15). Così pure Ezechiele richiamava alla responsabilità di fronte all’altro: “Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta io domanderò conto a te” (Ez 33,8). Alla base di tale invito sta la consapevolezza he Dio non vuole la morte del peccatore ma mira alla sua salvezza, a guadagnarlo, non a perderlo: il progetto di Dio non è per la condanna e la morte, ma per la vita (Ez 33,11).

La comunità di Gesù si connota per essere un discepolato di uguali, di fratelli e sorelle senza distinzioni gerarchiche ma chiamati a stare nella sequela di Gesù: un cammino di fraternità in cui nessuno è il più grande, ma tutti sono raggiunti dall’appello ad accogliere la volontà del Padre che nessuno si perda dei suoi piccoli.

Matteo raccoglie al cap. 18 alcune indicazioni fondamentali sulla vita della comunità in cui al centro stanno i piccoli. E’ richiamata la logica del perdono come attitudine fondamentale: un perdono che viene da Dio innanzitutto e che va accolto e condiviso in un cammino di cambiamento. Il brano inizia con le parole “se tuo fratello commetterà una colpa contro di te”. L’espressione ‘contro di te’ appare una aggiunta che richiama il versetto in cui Pietro domanda a Gesù: “Signore se il mio fratello pecca contro di me quante volto dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). La questione non è sta tanto nei termini di un’offesa personale ma concerne uno stile di comportamento in opposizione all’orizzonte di fondo della comunità. Tuttavia è accentuato il termine fratello: anche chi sbaglia rimane fratello di cui farsi carico.

La pagina sul rapporto con chi viene meno alle esigenze del vangelo è una parola innanzitutto contro l’indifferenza nei confronti dell’altro. E’ indicazione di uno stile di attenzione, che non ignora né sorvola con superficialità quanto ferisce il legame e tutto ciò che mina l’esistenza stessa della vita di una comunità. Il problema di fondo è quello di non rimanere indifferenti di fronte al male, e poter correggere senza assumere l’attitudine di superiorità, mantenendo la consapevolezza del limite e della condizione di peccato che tutti accomuna. Correggere è percorso complesso, che non può essere attuato senza profonda compassione e senza percepire l’importanza dell’altro nella propria esistenza. Il volere del Padre e è che nessuno vada perduto (Mt 18,14).

L’indicazione di fondo del brano sta nel mantenere il riconoscimento dell’altro anche quando la sua prassi è inconciliabile con il vangelo: concretamente ciò si traduce in una attitudine di responsabilità attiva nel superamento di una situazione di fatica, di dissidio, di incomprensione.

Porsi davanti all’altro nei termini del dialogo implica una scelta di tenere a cuore la vita dell’altro. I tre passaggi indicati – il dialogo da solo a solo con il fratello, il colloquio con più testimoni, la presentazione della questione davanti alla comunità – non sono da considerare una sorta di normativa definita. Piuttosto sono suggerimenti che indicano l’urgenza di trovare occasioni in modo creativo per ricercare una via di colloquio in rapporto alle circostanze concrete. Sono invito a cogliere le opportunità concrete possibili per esprimere la cura per l’altro, per accostarsi a lui, e non cadere nell’atteggiamento del disinteresse, dell’ indifferenza, o della rassegnazione. L’esito eventualmente positivo di questi avvicinamenti è espresso nei termini dell’aver guadagnato il fratello: è così indicata una ‘abbondanza’ che non si identifica con dei beni, ma è fecondità di relazione e di vita.

Tuttavia viene anche considerata la possibilità di una durezza e di un rifiuto mantenuto ad oltranza. Se qualcuno rifiuta qualsiasi correzione “sia per te come il pagano o l’esattore”. Essere come un pagano significa la presa d’atto di una condizione di lontananza dalla comunità. Ma questo non implica una lontananza rispetto all’attitudine di cura e custodia che mai deve venire meno. Questa dovrà trovare modo di esprimersi in forme diverse. Queste parole tagliano alla radice l’attitudine settaria presente laddove la scomunica è inflitta come condanna alla persona e motivo di disprezzo ed esclusione. E pongono accento sull’unico grande potere dato alla comunità che è quello di percorrere le vie del perdono e dell’apertura alla possibilità di cambiamento in ordine al vangelo. La comunità che Matteo desidera è una comunità in cui al centro vi sia il perdono e un amore fatto di concretezza; non indifferente rispetto al male e pronto ad accettare anche il rifiuto di dialogo, ma sempre aperto a considerare l’altro come qualcuno da non perdere. La ragione sta nello stile di Dio testimoniato da Gesù: che nessuno vada perduto.

Si instaura così un rapporto nuovo ma che implica ancora una custodia, di tipo diverso, di vicinanza e di attesa. Matteo attribuisce a tutta la comunità il potere di legare e di sciogliere. Legare è sinonimo di proibire, sciogliere sta per permettere. Questi due verbi indicano così l’azione di escludere dalla comunità o di aprire la possibilità ad un condivisione. Legare e sciogliere hanno a che fare ancora con una attitudine che non coltivi indifferenza rispetto al male, ma si ponga in una attenzione alla persona. Sciogliere come offrire possibilità di una porta sempre aperta è la grande chiamata a testimoniare un perdono che non viene da capacità umane ma è lo stile di Dio, senza limite ‘fino a settanta volte sette’ (Mt 18,22).

Anche chi non ascolta e non rivede il suo comportamento va considerato come qualcuno per cui pregare, qualcuno da amare perché Gesù era amico dei pubblicano e dei peccatori (Mt 11,19) e il suo comando è quello di amare anche coloro che si pongono come nemici (Mt 5,44). “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19-20). Questa espressione che segue immediatamente il passo sulla correzione fraterna può essere letta come riferita all’accordarsi per chiedere a Dio nella preghiera la possibilità di non perdere chi si ostina in un percorso di incoerenza rispetto al vangelo e rifiuta di cambiare.

L’autentico potere affidato alla comunità sta proprio nella capacità di custodire, nella vita, nella preghiera: una custodia senza limiti che deve cercare con creatività e fedeltà al presente le modalità possibili e concrete per attuarsi. Una custodia da attuare fino alla fine e che non viene mai meno, anche di fronte al rifiuto.

DSCN0285Alcuni pensieri per noi oggi

E’ questa una pagina che parla della difficoltà della vita comune. Soprattutto evidenzia le difficoltà del prendersi cura dell’altro in un contesto in cui spesso prevale il ripiegamento su di sé e la disattenzione per chi vive accanto. Porta a riflettere sulla responsabilità, sulla scelta di evitare compromessi, o l’incoerenza sottile e permanente. Ci fa scoprire quanto ciascuno debba ancora camminare per accogliere l’esigenza del vangelo di ritenere l’altro un fratello, una sorella da custodire.

La comunità di fronte al male e alle deviazioni non può porsi in atteggiamento indifferente. Deve avere il coraggio della non assuefazione, di saper chiamare per nome e denunciare il male. Nello stesso tempo può offrire fiducia e spazio che consenta opportunità per un effettivo cambiamento ed per orientarsi in modo diverso. La correzione fraterna non è un atto che si risolve in un momento puntuale: si connota piuttosto come un percorso fatto di pazienza, di gradualità, ed anche di accompagnamento e di cura. Non si identifica con forme di esclusione che non eliminano il male e per di più tolgono la speranza, ma può essere cammino per aprire alla opportunità di cambiare.

Le indicazioni sulla correzione fraterna talvolta sono state visto come una sorta di codificazione da eseguire, quasi un manuale di risoluzione dei problemi di convivenza pronto all’uso. Ma il vivere la fatica delle relazioni non può essere ridotto a facili procedimenti. Ogni rapporto esige delicatezza, attenzione alle situazioni e alle persone, nella loro reale condizione e originalità. Soprattutto le esperienze di vita comune sono esposte alla difficoltà, alla fatica e anche al fallimento di sogni e tentativi concreti di dialogo. La sollecitazione al cuore di questa pagina sta nel prendersi carico dell’altro e nell’invito ad una custodia nonostante il rifiuto, accettando la fatica dell’incontro.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”: questa parola può essere importante per cogliere l’importanza oggi di creare momenti e occasioni di un ritrovarsi attorno al nome di Gesù. Il ritrovarsi non necessita di ufficialità o di riti particolari, può essere attuato nel quotidiano. Passare dalla dispersione alla riunione, passare dall’inimicizia allo stare insieme in ascolto delle sue parole e della sua chiamata. Non è importante essere tanti o pochi, né il numero né l’efficacia o la visibilità del gruppo che si ritrova. E’ la presenza di Gesù ad essere guida e riferimento del ritrovarci e dell’azione. L’importante è mettere al centro la presenza di Gesù nel riunirsi ‘nel suo nome’.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

Le+Roi+David2Sam 12,7-13; Sal 31; Gal 2,16-21; Lc 7,36-8,3

‘Sei tu quell’uomo…’. La parola del profeta smaschera l’incapacità di riconoscere il male che sta dentro al proprio cuore e l’ipocrisia nel nasconderlo. Davide si adira di fronte alla vicenda che il profeta Natan gli riporta come avvenuta nel suo regno: il gesto di un ricco che ha privato un povero pastore dell’unica sua pecora. Davide si ritiene re giusto e saggio, ed in effetti lo è, ma non sa guardare dentro se stesso con verità. Prevale la durezza del suo cuore, l’incapacità di rispettare il debole e l’indifeso che gli sta accanto. Ha usato inganno e sotterfugio per inseguire i propri desideri, per togliere ogni ostacolo alla propria brama di possesso. SI è voluto impadronire non di una pecora, ma di una persona, una donna. E per questo è giunto a far uccidere un suo generale fedele e valoroso, che viveva dedizione e coraggio. Il peccato di Davide è una vicenda di accecamento: non vede davanti a sé l’altro, ma considera solamente la sua volontà di dominio. In tale senso viene meno alla giustizia come fedeltà nella relazione. Il suo peccato è la durezza del cuore nel non sentire più compassione e per questo non si rende conto dell’ingiustizia da lui stesso generata. Ma è il medesimo cuore che di fronte ad un fatto di sopraffazione sobbalza e richiede giustizia. La parola del profeta lo conduce a riconoscere se stesso in quell’uomo che aveva rubato l’unica pecora al povero: ‘tu sei quell’uomo’. E’ parola di rivelazione, di svelamento, di presa di coscienza. E’ anche inizio di trasformazione.

“Hai disprezzato la Parola del Signore facendo ciò che è male ai suoi occhi”. Il profeta conduce Davide a considerare la radice del suo peccato. La sua durezza di cuore esprime un disprezzo verso la parola del Signore: Natan è guida per distogliere da un modo di guardare al peccato come ad una serie di comportamenti, e apre a riconoscerne la radice profonda. Il disprezzo è ascolto negato, non riconoscimento, rifiuto di una parola che coinvolga l’esistenza, incapacità di guardare all’altro come volto degno di attenzione. Il disprezzo della parola del Signore si identifica con la non considerazione dell’importanza di ogni altro nella propria vita.

Tuttavia di fronte al riconoscimento del peccato ancora la parola del profeta conduce ad un passaggio inatteso. La risposta del Signore non è la spietata esecuzione di una condanna senza appello, ma è un dono ed una promessa di vita che rivolge al futuro: “Il Signore ha rimosso il tuo peccato, tu non morirai”. L’annuncio profetico apre a considerare lo stile di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,23). Il cambiamento dello sguardo, la possibilità di osservare la vita secondo un’altra prospettiva, l’apertura al riconoscimento del proprio limite e del proprio egoismo: in questo passaggio di fragilità si apre spazio alla scoperta dell’opera di Dio, che dona la sua parola perché sia feconda di vita. E il suo operare è azione di misericordia.

In questi passaggi è sintetizzato un grande affresco di ciò che significa peccato, del suo riconoscimento nell’esistenza umana e dell’attitudine di Dio che si riassume nella misericordia.

Nel narrare l’incontro di Gesù con la donna peccatrice nella casa di Simone Luca compone quasi una tessitura legando i fili del dono e dell’amore. Lo sguardo di Simone e dei farisei è quello della legge. La sua accoglienza è impeccabile, calcolata, senza ombra di difetto. Ma il suo il suo modo di guardare gli altri e la donna che si avvicina a Gesù è sguardo che si ferma all’esteriorità e ad un giudizio senza appello e di disprezzo: lei è la peccatrice. Non sa vedere ciò che si cela dietro quei gesti. E’ sguardo duro, impietoso e calcolante. Lo sguardo di Gesù è diverso, per lui la donna che lo avvicina e lo tocca è anzitutto una donna, ed è la donna del profumo, coraggiosa nell’entrare in quella casa, capace di gratuità nel versare olio prezioso. Si lascia toccare da questa donna, bagnare dalle lacrime e non ha paura di rendersi in tal modo impuro.

Gesù a Simone parla in parabole. A lui, l’uomo della legge, che tutto aveva predisposto per il banchetto, fa presente la parabola del sovrappiù, del non calcolabile. E’ parabola del dono che fa quasi da eco al gesto della donna: “Un uomo aveva due debitori…” E’ la parabola del ‘condono’ di un creditore che di fronte a due debitori, uno di cinquecento e uno di cinquanta denari, condona un debito che non può essere ripagato. La parabola apre alla domanda e alla provocazione: ‘Chi lo amerà di più?’ Gesù pensa alla condizione di chi è guardato come peccatore: non ha paura di stare a tavola con loro. E per questo di lui dicono che è un “mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori”. Il suo è ben diverso dallo sguardo del ricco. Sa provare compassione. Sa che anche nel cuore di chi è guardato con disprezzo, magaria  causa di discriminazioni dovute a c’è attesa di essere accolto e desiderio di misericordia. Sa anche quanto difficile è vincere la pretesa di essere senza peccato di coloro che si ritengono giusti, i cui peccati rimangono nascosti. Anche verso Simone non ha un atteggiamento di condanna, ma cerca di aprirlo ad una logica diversa: “Simone ho da dirti una cosa…”. Simone gli risponde: ‘amerà di più colui a cui ha condonato di più’. Gesù nel volgere il suo sguardo verso la donna e nel ripercorrere i suoi gesti, le restituisce la dignità di considerarla una persona e riconosce la sua capacità di amare, riconosce nei suoi gesti il sovrappiù della gratuità del dono che supera ogni dovuto. Le lacrime, l’olio versato sono questo sovrappiù, sono cose sprecate e dicono la profondità di un amore che non calcola e non ha paura: ‘le sono perdonati i peccati perché ha molto amato’. Tra la parabola dei due creditori e il perdono non c’è una applicazione diretta, ma un capovolgimento, un disordine che rompe la precisione del calcolo e della deduzione. C’è un sovrappiù e un ‘oltre’ dove si parla di amore. E’ la presentazione del circuito tra condono, e amore, tra perdono e amore. E’ ancora un affresco sincero della condizione umana, quel ‘tu’ che reca dentro sé un po’ Simone il fariseo, un po’ il desiderio e la fiducia della donna. Gesù riconosce in quei gesti una fede che salva: ‘la tua fede ti ha salvato’. Ed in questo affresco la traccia del dono, e del perdono, parola iniziale che coinvolge in una corrente di misericordia da accogliere e da ridonare. E’ lo stile di Dio che Gesù rende vicino nel suo agire.

Alcune rapide annotazioni per il nostro oggi.

Mi sembra che queste pagine provochino ad un modo di parlare di Dio nel racconto: la parabola di Natan e quella di Gesù sono esempio di un approccio non deduttivo, argomentato e logico, ma narrativo, evocativo dell’esistenza, ricco di richiami ad una risposta personale e ‘poetico’ nel senso più profondo del termine. La parabola infatti è racconto che genera cambiamento, spinge ad una risposta che trasforma, ben diversa da un discorso di tipo moralistico teso ad indicare comportamenti da seguire. In questo senso è poesia: nell’essere detta e ascoltata genera e fa qualcosa di nuovo, realizza quel fare (poiein) che è trasformazione dell’esistenza e scopert di nuove dimensioni. Una parola significativa e coinvolgente. Gesù accosta le parabole ai suoi gesti. Forse oggi dovremmo scoprire in modi nuovi la pedagogia dei gesti, accompagnata da linguaggi nuovi, aderenti alla vita, che rievocano esperienze e suscitano decisione.

Gesù legge nel gesto della donna del profumo un gesto di vangelo: così facendo suggerisce un modo di stare nella vita ben diverso da chi vive – spesso orgoglioso e sicuro della propria religiosità – in una condizione di superiorità e di sicurezza, nell’attitudine di chi ha solo qualcosa da dare. Gesù si presenta nella disponibilità ad accogliere, a lasciarsi sorprendere da insegnamenti che provengono da gesti inattesi e negli incontri imprevisti. Si rivela così come un povero, capace di lasciarsi colpire dai volti e dai gesti quotidiani, che parlano di Dio, e invita anche noi a capovolgere modalità di intendere la missione stessa nella linea dell’ascolto, della attenzione, della docilità, dell’essere presenti alla vita.

Le letture ci parlano di peccato, perdono, misericordia. Il peccato nella sua radice è venir meno all’accoglienza di un incontro, è non ascoltare la Parola di Dio e non permetterle di  fecondare l’esistenza nella relazione. Così il peccato non può essere ridotto esclusivamente ad alcune sfere personali della vita. La sua portata è sociale, investe le relazioni. Quali sono le durezze più grandi di fronte alla sofferenza dei piccoli che viviamo oggi? Quali sono le incapacità di guardare agli altri scorgendo la fede nascosta? Forse dovremmo maturare una sensibilità capace di comprendere che peccato è presente nell’indifferenza, in attitudini culturali di superiorità che investono i rapporti di popoli e si esplicano nella violenza, nella sopraffazione, nell’emarginazione di tanti. Ancora dovremmo ascoltare rivolta a noi quella parola profetica: ‘Tu sei quell’uomo’. E forse la dovremmo accogliere tuttavia pronunciata con la pazienza di Gesù che, chiamando per nome l’autentico peccatore nella casa dove entra la donna giudicata come peccatrice, si rivolge a lui dicendo: ‘Simone ho una cosa da dirti…’. Perché la poesia di Dio raccontato dal maestro che parlava in parabole possa essere poesia che trasforma anche la nostra vita.

Infine l’incontro della donna con Gesù è una pagina che apre a considerare aspetti spesso trascurati nelle letture religiose: la corporeità, il tatto, il contatto fisico, le lacrime, il profumo. Tutti aspetti propri in particolare dell’universo e della sensibilità femminile. Gesù non chiede alle donne di uniformarsi alle esigenze di un mondo culturale di stampo maschilista. Questa pagina apre ad una attenzione ai testi leggendoli con un sguardo diverso, quello proprio delle donne, recuperando elementi di libertà dell’esperienza della fede originaria. E ciò implica superare anche tante forme di negazione e dell’apporto femminile  e della sensibilità propria delle donne nella vita della chiesa.

Alessandro Cortesi op

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