la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3761Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Le parole del profeta Zaccaria si situano nel quadro del tempo che segue all’esilio e sono parole che rinviano al futuro. Dopo l’esilio si apre per Israele un tempo di cose nuove. Ma lo sguardo si spinge ancor più lontano verso un futuro indicato dalle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia. Zaccaria annuncia che il tempo in cui si sta vivendo è tempo in cui scorgere la benevolenza del Signore: il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e così le altre città di Giuda: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele.

Zaccaria vede nell’opera di restauro di antiche rovine una indicazione e un’altra urgenza, quella di una ricostruzione interiore, spirituale. Il popolo della promessa deve scoprire il senso profondo della sua identità non come potenza politica ma come testimone della fede nel Dio dell’alleanza. C’è tale rinascita da attuare. Non è una questione di abbellimenti esteriori perché investe i cuori, più importante di ogni ricostruzione materiale. E’ questa un’opera di Dio, di salvezza: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia” (Zac 8,7-8).

In tale quadro compare anche l’invito a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non risiede nelle sue capacità ma nella fiducia che ripone solo in Dio. E’ un re mite che arriva non brandendo le armi o con dimostrazioni di potenza, ma in modo diverso e alternativo e così costruisce la pace. E’ a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, ma confidano in Dio, in Lui ripongono la loro fiducia. E’ lui che ricostruisce in modo autentico una città fatta di persone.

Un cuore mite, un senso profondo della preghiera. Questi due tratti possono essere colti nel profilo di Gesù. “Ti ringrazio Padre…” Pregare per Gesù è esperienza di ringraziamento innanzitutto, di gratitudine e gioia. E’ un rivolgersi al Padre sicuro di essere nella comunione con lui. Gesù è uomo capace di sorpresa: si lascia meravigliare dal modo in cui Dio si rende vicino, dal suo comunicarsi non secondo le logiche del potere e della grandezza ma ai piccoli. Per questo gioisce: Dio sceglie chi è escluso e non considerato. Per questo Gesù ringrazia il Padre: ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri.

Nel profilo dei piccoli sono da individuare tutti coloro che vivono fiducia e abbandono in lui. Proprio poiché non sono pretenziosi, arroganti, o pieni di sé possono incontrare Dio. Gesù conosceva e pregava i salmi dove si parla di fiducia: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131,2). I piccoli sono coloro che vivono l’abbandono fiducioso, e sanno fidarsi che lo sguardo di Dio su di loro non viene meno: ‘se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 18,3).

Gesù invita: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. Propone una via che non opprime, non schiaccia sotto pesi insopportabili. Indica invece un incontro con il Padre vissuto nella libertà e nell’apertura del cuore. Al centro dev’esserci il rapporto di fiducia con il Padre vissuto come figli.

Alessandro Cortesi op

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Restauro

“Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro” (C.Brandi, Teoria del restauro, Einaudi 2000)

Un grande maestro del restauro Cesare Brandi nel suo testo divenuto un classico Teoria del restauro così definiva l’opera del restaurare che implica sempre un recare insieme una duplice cura: l’attenzione per la dimensione estetica ma contemporaneamente lo sguardo capace di leggere e mantenere una dimensione storica. Ogni opera, ogni manufatto che proviene dal passato reca in sé le tracce, le ferite, le modificazioni che il tempo ha poco alla volta depositato sulla sua materialità segnandola indelebilmente. Un’opera d’arte reca in sé sia il riferimento al momento storico e al contesto in cui è stata concepita ed elaborata ma anche contemporaneamente porta le tracce di tempi successivi e porta il peso di storie diverse.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’ideale di riportare l’opera alla condizione in cui era al momento in cui è uscita dalle mani dell’artista. E’ questo un approccio che cerca l’autenticità delle origini ideali ma dimentica che quell’opera dal momento in cui si è concretizzata vive del limite della sua concretezza, e ha poi vissuto un suo percorso e una sua storia entrata a far parte di lei.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’idea di correggere, di ripristinare, in qualche modo cancellando il tempo e non considerando il ‘frattempo’ tra la nascita di un’opera, il suo presente e il suo futuro. C’è peraltro chi si accosta al restauro consapevole di essere, pur con tutti i riguardi, una presenza invasiva, che si accosta con strumenti e con uno sguardo che è diverso nel tempo e che comporta di essere riconosciuto da chi nel futuro potrà ancora entrarvi in contatto.

Quale il restauro più riuscito? Difficile dirlo. La nostalgia è nemica dell’opera di chi restaurando la materia deve essere consapevole del suo presente e del futuro a cui consegnarla. Il senso di cura e del rispetto, alla capacità di sorpresa per quanto un’opera nella sua silenziosa presenza reca in sé, sono i sentimenti che si fanno strada nell’animo di un restauratore. Certamente ciò che avviene in chi si avvicina ad un’opera è un processo di incontro, di consapevolezza e di rapporto. Una trasformazione.

Quell’opera realizzata nella materia di cui è stata composta reca in se stessa i disegni e i sogni, l’interiorità dell’artista, la creatività passata per le mani che l’hanno realizzata, riporta ad uno spazio in cui era collocata, richiama tempi lontani. Gli elementi di cui è composta portano in sé la patina delle stagioni, ma anche le letture, gli sguardi, i tocchi di chi è passato, le aggiunte e i rifacimenti. Quell’opera rinvia ad una rete di relazioni e di interazioni. E’ ricca di un lavoro, di genialità, di visione, ed è anche fragile nella sua materialità limitata e vulnerabile, fino ad aver potuto subire danni e distruzione.

Riflettere sulla delicatezza, la bellezza e la fatica del restaurare può essere occasione per pensare a come avvicinarsi a quel restauro di città talvolta fatta di ruderi, di relazioni sociali che oggi così urgentemente hanno bisogno di persone capaci di tessitura mite – l’architetto Renzo Piano parla dell’opera di ‘rammendo delle periferie’ – , di pazienti ricostruzioni, di fissaggi e di articolazione di nuove relazioni, capaci di conservare ma anche di consegnare al futuro eliminando gli strumenti della guerra, leggendo le storie nel tempo, fino a riconoscere l’importanza di un restauro che giunga a rinnovare l’interiorità.

Alessandro Cortesi op

 

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5302Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Il dialogo tra Gesù e i discepoli sulla sua identità è collocato da Matteo in un territorio al confine estremo nord della terra di Israele. E’ un luogo geografico, ma è anche un confine simbolico. Si tratta del punto più lontano dal tempio di Gerusalemme e dal centro della religiosità ebraica. In questo luogo marginale Gesù introduce la questione sull’identità del ‘Figlio dell’uomo’. Con tale contestualizzazione geografica Matteo intende suggerire qualcosa: proprio nel punto più lontano dai centri della sapienza e del culto è collocato il momento del riconoscimento del volto di Gesù, e contemporaneamente avviene una promessa e un affidamento che rinvia all’identità di una comunità chiamata a seguirlo.

Matteo nel suo vangelo aveva già riportato una voce riguardo all’identità di Gesù: era stata l’affermazione di Erode Antipa che aveva riconosciuto in lui, nel suo modo di agire, la presenza di Giovanni Battista ritornato dai morti (Mt 14,2). Ora è Gesù stesso a porre la questione ai suoi. La pone indicando – nel testo di Matteo – la figura del ‘figlio dell’uomo’. E’ già questa una indicazione sulla sua identità, connessa a quella figura che era attesa con una funzione di giudice alla fine dei tempi.

Le risposte fanno riferimento ad alcuni profeti, come Elia, Geremia o altri. Non sono nomi casuali. Elia e Geremia sono profeti riconosciuti come i più importanti nella vicenda di Israele e le loro storie sono caratterizzate dall’ostilità sperimentata da parte del potere. Furono infatti allontanati e perseguitati per essere stati testimoni di fede e della forza e dolcezza della Parola di Dio.

Il rinvio ai profeti ha un profondo significato: Gesù è identificato con il figlio dell’uomo, con il profilo del profeta: non può essere compreso se non in riferimento ad una storia cdi salvezza che ha un suo compimento, a tutta la vicenda di Israele e nella memoria delle Scritture. Gesù può essere accolto solamente in relazione ad una storia di fede e ad una vicenda di alleanza, ponendosi in ascolto delle Scritture.

Gesù provoca poi i suoi ad una risposta personale indicata con un coinvolgimento della comunità: ‘ma voi chi dite che io sia?’ La risposta di Pietro costituisce una confessione di fede che esprime il suo riconoscere Gesù come messia. Il figlio dell’uomo è così identificato con il figlio del Dio vivente. Al cuore della vita di Gesù sta una relazione, un provenire da Dio, il vivente, e tutta la sua storia si comprende non solo nella relazione con tutti coloro che hanno vissuto la fede di Israele, ma nel suo essere in una relazione fondamentale con Dio. Gesù è figlio perché in relazione al Tu amante del Padre.

Le parole della risposta di Gesù alla confessione di Pietro possono essere lette in stretto rapporto con l’inno di lode al Padre riportato da Matteo (Mt 11,25-30):

“Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio.

Venite a me voi tutti… e io vi darò riposo…Prendete il mio giogo sopra di voi… e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Matteo riprende in questo brano un testo di Isaia che condannava la pretesa della sapienza da parte di coloro che si ritenevano depositari esclusivi (Is 29,14: “perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti”). Le tre parti di cui è composto il testo corrispondono ai tre momenti della risposta di Gesù a Pietro (Mt 16,17: ‘beato sei tu…’; Mt 16,18: ‘tu sei Pietro e su questa pietra…’; Mt 16,19: ‘A te darò le chiavi…’).

La lode al Padre contiene una beatitudine rivolta ai piccoli e ora questa è rivolta a Pietro. La conoscenza del Padre è riservata ai piccoli e Pietro è qui uno dei piccoli che ha saputo riconoscere non per capacità umane, ma perché affidato a Gesù, il suo volto di messia. Ma ancora non gli è chiaro quale tipo di messia: il suo modo di concepire il messia è ancora legato ai criteri della potenza umana (come si vedrà poco dopo: cfr. Mt 16,22-23). Gesù, subito dopo, lo rimprovera perché il suo cammino di messia è quello del servo sofferente, non quello della gloria e della potenza umana.

Nelle parole rivolte a Pietro Gesù riprende un altro passo di Isaia che è una condanna ai capi dei giudei: “ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo… Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata, chi crede non vacillerà” (Is 28,14-18).

Il versetto 19: “Darò a te le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”, è una ripetizione dell’affidamento a tutti i discepoli in Mt 18,18: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato nei cieli…”.

Al centro sta il nuovo nome di Pietro indicato come Kefa, pietra d’angolo. Sembra che non sia indicazione del momento del cambiamento: Matteo nel vangelo aveva già indicato con questo nome Pietro (e secondo Marco l’aveva ricevuto nel momento della chiamata – Mc 3,16). Si tratta piuttosto della spiegazione di tale mutamento, con la ripresa dell’immagine della pietra d’angolo (cfr. Is 28,14-18). Ancora una volta Matteo utilizza il metodo proprio alla letteratura ebraica del rileggere testi del Primo Testamento con ampliamento e attualizzazione (midrash). Il nome di Pietro/pietra rinvia alla pietra d’angolo del tempio. L’attenzione va allora al tempio di Gerusalemme – e il dialogo si svolge in territorio lontano e di confine – ma qui si rinvia ad un altro tempio, un tempio vivente, costituito da una comunità nella quale a Pietro è riconosciuto un ruolo di sostegno, di appoggio. La sua responsabilità d’ora in poi è legata a riconoscere l’identità di Gesù e a seguirlo sulla sua strada. Ma questo sostegno è da vivere nella fragilità di un affidamento che rinvia sempre oltre: Pietro stesso sperimenta la sua fragilità in questo stare alla sequela.

Ma dietro a queste parole sta anche una polemica rispetto ad una fede che si appoggia sui poteri terreni, così come Isaia metteva in guardia dall’alleanza con l’Egitto per combattere la potenza imperiale dell’Assiria che minacciava Israele. Al tempo in cui veniva redatto il vangelo di Matteo altre alleanze si stavano svolgendo tra il giudaismo rabbinico – dopo la distruzione del tempio – e i romani e forse Matteo intende porre in guardia da tale modo di intendere il cammino di sequela di Gesù. Non è un cammino che può essere condotto secondo le forze umane, con alleanze di potere e di guerra, ma seguendo la via da lui percorsa.

DSCN0107Le chiavi sono un simbolo per indicare una apertura: la comunità di Matteo si aprì alla partecipazione non solo di provenienti dal popolo d’Israele ma vide anche la partecipazione di nuove persone provenienti dal mondo dei pagani. In questo simbolo delle chiavi sta un annuncio di apertura e di scoperta di una rivelazione di Dio ai piccoli e ai lontani, oltre le barriere e le separazioni frutto di una visione di esclusione e di privilegio. E Pietro scioglie la possibilità per tutti, non solo per gli ebrei, di seguire Gesù e di vivere come sua comunità (come attesterà il dibattito di Antiochia e a Gerusalemme riportato negli atti degli apostoli – At 15,6-12).

Già Isaia aveva parlato di una fondazione di una casa nuova: “Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” (Is 28,16). Su questa costruzione nessun flagello potrà portare distruzione e angoscia. Isaia usa questa metafora per parlare di un nuovo popolo che trae il suo inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo di israeliti che sono rimasti fedeli: al centro della loro vita sta la fede che è come roccia e che dà stabilità. Le chiavi quindi sono mezzo per aprire evitando l’atteggiamento dell’ipocrisia e della chiusura che Gesù rimprovera a chi vive nella presunzione della propria sapienza religiosa: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete le porte del regno dei cieli davanti alla gente: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13). Simone divenuto ‘pietra’ è segno di una comunità aperta in cui è possibile scoprire l’essenziale solo nel riferimento a Gesù e in lui la propria profonda identità. Questa proviene da una relazione, ed è beatitudine dei piccoli.

Si tratta così di scoprire così i piccoli a cui il Padre dona di conoscere il regno dei cieli e di ascoltarli. Questo passo troppo spesso è stato letto come giustificazione di una chiesa costruita su di una gerarchia in cui l’autorità è intesa come potere, impaurito e geloso delle sue prerogative e della sua sapienza. Esso invece suggerisce di accogliere come l’autorità da ascoltare è quella che Gesù indica, l’autorità di chi non ha voce, dei piccoli con cui Pietro è identificato. Ci indica anche che l’essenziale è riconoscere nel modo di vivere di Gesù il suo essere messia, dono di vita e speranza per ogni persona e non altre strutture religiose. E ci invita anche a scoprire che solo nella fragilità e nel lasciarsi interrogare e porre in crisi dal suo cammino si può entrare nel suo progetto che è un mondo di relazioni nuove sin da ora, il regno di Dio.

Alessandro Cortesi op

 

IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3316Ger 1,4-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. Questa parola di Gesù, il suo prendere la parola in mezzo all’assemblea radunata attorno alla Scrittura è letta da Luca come il momento in cui Gesù si presenta, all’inizio della sua vita pubblica, come profeta di un tempo ultimo e di un tempo ‘visitato’. E veramente Gesù è profeta: si pone infatti in ascolto, come i profeti, legge la Parola, e non solo.

Ne dà infatti la sua interpretazione, tutta orientata verso un annuncio bello, di gioia, di liberazione. Riprendendo le parole di Isaia (Is 61,1-2) aggiunge alcune parole: dice che il compito dell’inviato è quello di rimettere in libertà gli oppressi. E ne lascia cadere altre: tutte le espressioni relative ad un giorno di vendetta e di ira. Gesù, in ascolto del Padre, ne racconta il volto, un volto amante, di cura, di accoglienza, di perdono, che apre le braccia in modo diverso a figli che non comprendono. Questo ha colpito Luca e la sua comunità che ne farà il centro del vangelo riprendendo la parabola del ‘padre misericordioso’.

E’ una lettura compiuta con autorità. E’ profetica perché si pone in ascolto di quella parola che non viene meno, rivolta dall’antico profeta del tempo del ritorno dall’esilio, ma è anche profetica in modo nuovo, perché Gesù propone un tempo nuovo, un ‘oggi’ di liberazione. Se da un lato c’è un libro, la Scrittura, quel libro, dice Gesù con il suo agire, diviene vita. Non è libro chiuso, luogo di una comunicazione intellettualistica senza rapporto con l’esistenza, ma è libro vivente, anzi parola che si fa volto, incontro, e trasforma il senso del tempo e della vita di chi ascolta. Libro aperto e leggibile a tutti, anche a chi nons al leggere, come il libro che è una vita.

Di fronte alla sua parola la reazione dei suoi, i suoi compaesani, è di meraviglia e di sconcerto. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” Luca pone in bocca a Gesù una parola da cui traspare come egli intendesse la sua missione come quella di un profeta. E come tutti i profeti anche lui non può che trovare ostilità e sospetto in chi è chiuso, pretende di sapere tutto, si ritiene padrone della verità e non è disposto ad accogliere una testimonianza che rinvia alla Parola di Dio. Come i profeti di Israele e di ogni tempo anche Gesù vive l’incomprensione e il rifiuto.

Si potrebbe sostare su questo aspetto della vicenda dei profeti e di Gesù: Gesù è accolto dai lontani, da persone impensabili, fuori dagli schemi. Luca nel suo vengelo dirà che sono i pubblicani e le prostitute che lo ascoltano mentre i sapienti, i più vicini, i capi e le guide religiose mormorano e guardano con sospetto la sua accoglienza, il suo condividere mensa e tempo con gli irregolari. Così dopo il rifiuto di Nazareth Gesù indica due casi di stranieri che accolgono i profeti mentre questi ultimi non sono compresi e incontrano rifiuto e allontanamento da parte dei più vicini. E’ una vedova povera a dividere l’ultima farina e l’olio con Elia in tempo di carestia: in questo gesto Gesù scorge l’apertura all’ospitalità da parte di una donna straniera e pagana che fa spazio al profeta di Dio mentre egli è rifiutato dal popolo. Così pure Eliseo trova disponibilità e accoglienza in un comandante del re di Aram pagano, Naaman, lebbroso, proveniente dalla Siria, al di fuori di Israele, e opera così guarigione. Due gesti di salvezza, di liberazione e di vita nuova che si rendono possibili in un contesto di ospitalità, di apertura della propria casa e del proprio cuore, da parte di persone che si lasciano cambiare nell’incontro con l’altro, scorgendo nello sconosciuto un ‘uomo di Dio’ (2Re 5,15). E ci sarebbe da chiederci allora. Chi e dove sono oggi gli stranieri, gli irregolari, coloro che sono tenuti a distanza per motivi sociali, culturali o religiosi e che vivono invece una profonda disponibilità del cuore e attendono testimonianze di vangelo?

Potremmo anche cogliere, in questa vicenda, di Gesù, Elia e Eliseo e dei profeti quella costante che ritorna nella vita di tanti allontanati, emarginati e denigrati in vita e che poi sono santificati dopo la morte, magari dagli stessi che li hanno zittiti ed eliminati. Penso a tante figure di uomini e donne credenti, appassionati, a tanti teologi che hanno testimoniato – proprio per amore della chiesa – la necessità per la chiesa di riformarsi , di vivere una povertà evangelica, di attuare un ascolto della Parola e un dialogo con il proprio tempo, di non scambiare interessi e privilegi di potere con il vangelo, di ricordare e condividere l’impegno per la pace e le esigenze di umanizzazione. Sono stati e continuano ad essere ridotti al silenzio o messi ai margini per poi essere rivalutati in una retorica di circostanza dopo la loro morte o quando non sono più pericolosi. E’ la logica denunciata da Gesù che accusava Gerusalemme di uccidere i profeti e poi di costruire a loro monumenti dopo la loro morte: “Gerusalemme tu che uccidi  i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto” (Lc 13,34). Di taluni di essi è importante anche ricordare il nome: penso a Giuseppe Dossetti, nel centenario della sua nascita (1913) all’opposizione che riemerge nei suoi confronti, una delle figure che hanno vissuto con dedizione radicale la vita a servizio della chiesa e di una convivenza civile nella democrazia e nella pace. Penso a figure come Hans Küng di cui alcuni libri anche recentemente pubblicati (Salviamo la chiesa, Ciò in cui credo, ed. Rizzoli) sono limpida testimonianza di rigore di pensiero e di passione per la chiesa. Ma anche tante altre figure di testimoni e maestri, teologi e teologhe, uomini e donne.

Ma Gesù è anche rifiutato perché in lui vedono solamente ‘il figlio di Giuseppe’. Si aspettavano profeti come autori di azioni eccezionali ed eclatanti. I profeti del miracolo, della potenza, del clamore, uomini del soprannaturale o superuomini. Anche oggi la dimensione religiosa è scambiata per fenomeni di tipo miracolistico o eccezionale, per una ricerca di sacro come qualcosa di totalmente separato dalla vita. Gesù delude queste attese, non compie prodigi, offre solo gesti come segni: quando accoglie i malati lo fa in un contesto di fiducia e di quotidianità, i suoi gesti più belli sono la condivisione, fino a quel pane spezzato che dice tutta la sua vita. Gesù è veramente il figlio di Giuseppe, la sua vita ha percorso i medesimi sentieri nascosti delle nostre esistenze. E facendo questo ci ricorda che i profeti non devono essere cercati laddove c’è qualcuno che si proclama tale, o vive il vittimismo perché non è riconosciuto o si pone come trascinatore di folle o leader di comunità uniformi con la pretesa di essere la vera chiesa. Ci ricorda che la via per riconoscere i profeti è saper lasciarsi spiazzare dal ‘figlio di Giuseppe’, è avere occhi per scorgere la profezia che giunge da persone semplici, dai piccoli. Gesù stesso nella sua vita di Nazareth e nel suo silenzio, si identifica con i piccoli. Chi è povero, il mite, il nonviolento, chi si spende per gli altri, chi compie con fedeltà il suo lavoro non suscita interesse, non scuote, anzi spesso è guardato con l’aria di superiorità di chi pretende di sapere. Sono loro invece – ci dice Gesù – che trasmettono nella loro vita qualcosa di Dio stesso. Il profeta autentico sa ascoltare la parola di Dio nelle parole umane. Gesù apre così a scorgere gli autentici profeti nei piccoli, in tutti i ‘figli di Giuseppe’, uomini e donne della quotidianità, che non compiono cose eccezionali ma che nella loro vita, in gesti spesso nascosti e sofferti annunciano belle notizie di cura, di ospitalità, di liberazione, di vicinanza. Lì sta una profezia che esce dalle pretese di appartenenza, esce dai confini di tipo clericale e sacrale, deborda dalle divisioni tra ‘i nostri’ e ‘gli altri’. E’ la profezia del quotidiano, è una profezia suscitata dallo Spirito creativo che passa in mezzo a chi nutre violenza nel cuore, continuando il cammino. E’ la profezia dal respiro ampio che non s’impone ma si lascia scorgere in percorsi umani tra i più diversi. La reazione di Gesù di fronte all’incapacità degli abitanti di Nazareth è apertura a quella parola ‘Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito’ (Num 11,29): è espressione del suo desiderio di aprire occhi e cuore a scorgere che Dio agisce nei cuori in modi inafferrabili, che egli solo sa, e fa sorgere i suoi profeti là dove non ci aspettiamo, per cambiare le vite, per scuoterle da ogni ricchezza e pretesa e aprirle ad una disponibilità mite.

Alessandro Cortesi op

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