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XXXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Prov 31,10-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

La parabola dei talenti è una tra le parabole del capitolo 25 del vangelo di Matteo situata nel contesto dell’ultimo dei cinque grandi discorsi che compongono il vangelo. E’ il discorso cosiddetto escatologico sulle realtà ultime della venuta del Signore Gesù alla fine dei tempi come sposo – la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13) – e del giudizio sulla storia – il quadro del Figlio dell’uomo/re che separa, come fa il pastore, le pecore dai capri (Mt 25,31-46)-.

Messaggio centrale di questa parte del vangelo è l’invito a vigilare: la storia è orientata verso un incontro, il Signore viene come sposo e sarà il giudice della storia. E’ urgente rispondere all’invito di accogliere il suo regno. Già nel presente lo si accoglie nelle scelte della vita nel rapporto con gli altri: ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me’ (Mt 25,40). 

L’intero capitolo è attraversato da uno sguardo al punto finale della storia: sarà un incontro di comunione e di amore. Per preparare la venuta del Signore è necessario coltivare l’attesa e  ‘vegliare’: “Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,12).

Il discorso è anche segnato da un esigente richiamo: non ci si deve lasciar prendere dalla distrazione e dall’indifferenza perché sin d’ora è da rimanere svegli e operare. 

La parabola dei talenti si situa in questo contesto. Potrebbe essere indicata come la parabola dei tre servi: il racconto vede tre momenti. Un padrone affida i suoi beni a tre suoi servi prima di partire per un viaggio. I tre si comportano in modo diverso durante l’assenza del padrone, infine – ed è la parte più estesa – i tre rendono conto di quanto hanno fatto quando il padrone ritorna. 

Alla sua partenza Il padrone distribuisce i suoi beni ‘secondo le capacità di ciascuno’, non quindi operando discriminazioni e a tutti dà un numero diverso di talenti. E’ da tener presente che i talento al tempo di Gesù era un lingotto d’oro o d’argento di 36 chili: una ricchezza spropositata che era più abbondante del guadagno di un’intera vita. Il racconto converge verso la parte finale e si concentra sul contrasto tra la lode dei servi, che sono detti ‘buoni e fedeli’ perché hanno fatto fruttare il dono ricevuto e il rimprovero verso il terzo che è stato inoperoso e per paura ha nascosto sotto terra il talento a lui affidato.

Come tutte le parabole anche questa è da leggere non a partire dai singoli elementi ma nel quadro dell’intera struttura della narrazione con attenzione al punto focale dell’intero racconto. Il vertice va colto nel dialogo tra il padrone e il terzo servo: infatti i primi due sono elogiati ma il terzo viene rigettato non perché abbia compiuto qualcosa di sbagliato ma proprio perché non ha fatto nulla e non è stato creativo nel far sì che il dono ricevuto potesse moltiplicarsi in qualche modo. Soprattutto è rimasto chiuso in una condizione di paura  e di sospetto verso il padrone. Agli altri servi è detto di ‘entrare nella gioia’. Ad essi il padrone si rivolge con l’espressione: ‘servo buono e fedele’. Gesù accompagna a scorgere che qui sta parlando del rapporto non con un padrone umano ma con Dio. 

I talenti non sono le doti personali di ciascuno ma un dono dal valore quasi incalcolabile. Accogliere l’affidamento di un dono richiama a responsabilità. Ciò che il terzo servo non ha compreso è che l’autentica ricchezza è costituita dal rapporto con il padrone nel quale Gesù tratteggia il volto di Dio Padre. Egli rimane bloccato dalla paura, rinchiuso in un’idea preconcetta che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento non come dono ma sis sente sotto il controllo di un padrone cattivo. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con il coinvolgimento di tutta la sua vita e che il desiderio di Dio è far entrare nella sua gioia. Non ha compreso che al cuore di quell’affidamento stava la chiamata a vivere un’esistenza nel servizio e nella creatività.

La parabola racchiude un messaggio che invita a considerare innanzitutto come Dio a tutti affidi un dono grande. Da qui sorge la responsabilità di essere fecondi nell’amore. L’attesa del ritorno del Signore non è motivo di paura ma di fiducia e di apertura.  Quel che abbiamo ricevuto dev’essere portato ad altri, in atteggiamento di servizio. Nel tempo della storia i discepoli sono chiamati a vivere la fedeltà non secondo una religione della paura che porta all’immobilismo e al rifiuto di ogni cambiamento, ma ad entrare in una relazione di gioia che apre l’esistenza alla novità all’inedito e alla fecondità nell’amore. 

Alessandro Cortesi op

Talenti: dono fecondo

Pier Giorgio Cattani era consapevole di cosa significassero i talenti della parabola di Gesù. Ha vissuto la sua disabilità con la forza e il coraggio di chi accoglie l’esistenza come dono e ha saputo rendere la sua fragilità feconda di vita per gli altri. Nell’impegno, nella fatica del pensare, nel condurre una sofferta e profonda ricerca spirituale, nell’apertura a creare legami e generare amicizie, nell’intendere la vita come viaggio.

Costretto sin da bambino in carrozzina da un patologia invalidante, la distrofia muscolare di Duchenne, non si è lasciato impedire nei movimenti interiori dell’intelligenza e del sentimento, della creatività, del pensiero, delle relazioni: “una delle sue tante qualità era la capacità di creare legami, tessere relazioni, avviare un dialogo sollevando in un certo senso i suoi genitori comprensibilmente in ansia per le sue condizioni di salute che avrebbero potuto isolarlo, ma non è mai stato così” (M.T.Pontara Pederiva, Piergiorgio Cattani: le fragilità e le risorse, “Settimananews” 11 novembre 2020)

La scrittura e l’attività editoriale unite all’impegno a livello sociale e politico sono stati gli ambiti della sua azione, che si nutriva di una profonda fede e di una continua riflessione sul senso di essere cristiani in questo tempo. E’ stato presidente dell’associazione ‘Oscar Romero’ (2007-2015) e tra i fondatori della casa editrice “Il Margine” per cui ha scritto alcuni libri. Tra di essi una intensa meditazione sulla fede in “Cara Valeria, lettere sulla fede” – ventiquattro lettere a un’amica alla viglia del matrimonio nell’intento di rintracciare le radici della fede – e l’ultimo libro “Il pane di Farina: conversazioni al tramonto di un mondo”, un dialogo con don Marcello Farina uscito nel 2016. 

Era direttore del quotidiano online unimondo.org, e collaboratore del quotidiano “Trentino”, e di “QT – Questo Trentino”, il giornale delle Acli Trentine.

Così l’hanno ricordato i responsabili de “Il margine”: “Chiunque abbia avuto la grazia di conoscere Piergiorgio ha ricavato senz’altro l’impressione di trovarsi di fronte un resistente. Un uomo che non conosceva la parola «rassegnazione». Il suo modo di resistere era quello di elaborare progetti sempre nuovi. Di uno degli ultimi abbiamo avuto la fortuna di essere messi a parte. Per la rivista «Il Margine», espressione della Associazione Oscar O. Romero, aveva ideato un ciclo di otto articoli ispirati da una rilettura dei Sepolcri di Foscolo. Essi avrebbero dovuto trattare i seguenti argomenti: la condizione umana e la morte; il legame tra gli uomini e con la natura oltre la fine; la necessità di lasciare, per laici o credenti, una «eredità di affetti»; la morte e i cimiteri dimenticati dalla città; la sepoltura come inizio della civiltà e il cimitero/giardino; la morte e la politica; oltre l’oblio: l’arte e la memoria. Il titolo che aveva scelto ci sembra la migliore eredità che possiamo (dobbiamo) raccogliere da lui: «Con soavi cure. Riflessioni sulla morte e la vita, sulla memoria e il tempo, sull’arte e la natura».” (Andrea Schir e Francesco Ghia, Caro Piergiorgio: la cura della vita e della morte, “Trentino” 9 novembre 2020). 

Aveva vissuto un intenso impegno politico prima della ‘Margherita’ – raccontato nel libro “Ho un sogno popolare” (2001) – poi del ‘Partito democratico’ in Trentino, da cui poi aveva preso le distanze – esponendo la sua lettura critica nel libro “Solo al comando: Dellai, i gregari, il Trentino” (2013) -. Recentemente aveva collaborato alla fondazione dell’associazione “Futura” di cui era  presidente. Nel 2015 aveva riportato la sua esperienza di malattia e ricovero in ospedale in un libro: Guarigione: un disabile in codice rosso

Don Marcello Farina amico di Piergiorgio e a lui legato dalla comune ricerca su temi filosofici ed esistenziali testimonia la profondità e libertà del suo pensiero: “Piergiorgio ha avuto un coraggio inimmaginabile e immenso. La sua forza arrivava da un insieme di cose, dall’idea di poter essere presente tra le persone portando un contributo di profondità: uno degli aspetti più veri della vita di Piergiorgio è stato quello di riempire i contatti con la serietà, con la bellezza dell’esperienza umana e della ricerca. Questa curiosità profonda, questa stima per l’umano, Piergiorgio l’aveva in una condizione che si potrebbe dire paradossalmente così poco ricca di umanità per lui dal punto di vista fisico, ma con una sovrabbondanza di spirito che gli veniva dal senso della dignità di ogni persona, oltre che da una profonda ricerca spirituale. Perché Piergiorgio è stato un uomo di grande spiritualità…” (Ci ha insegnato la libertà di pensiero e di coscienza. Intervista a Marcello Farina a cura di Marica Viganò, “L’Adige” 9 novembre 2020)

In particolare ha sottolineato che motivo ispiratore della vita di Piergiorgio è stato “la libertà che il Vangelo porta con sé, l’idea che la religione poteva essere uno degli stimoli a coltivare la libertà di pensiero, la libertà di coscienza. Questa apertura che egli vedeva soprattutto nel Vangelo, nel rispetto delle coscienze” (ibid.).

Il suo ultimo articolo pubblicato in Trentino l’8 novembre testimonia tale profondità critica nell’affrontare le questioni dell’oggi. Confrontandosi con il tema della legge naturale e giungendo ad affrontare la questione dell’omosessualità alla luce della Bibbia così scriveva: “C’è un concetto molto scivoloso e che si usa troppo spesso a sproposito: quello di ‘legge naturale’. … La confusione regna però sovrana e la parola natura si usa disinvoltamente indicando sia l’ambiente esterno sia le caratteristiche intrinseche a un fenomeno. In ambiti religiosi – confondendo naturale con ‘essenziale’ – ci si riferisce alla ‘legge naturale’ come il disegno che Dio ha voluto per la creazione: se si segue quel disegno si asseconderà una “legge morale” oggettiva e universale, inscritta nelle cose: altrimenti si trasgredisce. Ovviamente sono alcuni specialisti del sacro che interpretano, sanciscono e descrivono questo disegno di Dio” (Il concetto di legge naturale, “Trentino”, 8 novembre 2020). 

L’interrogarsi sulle domande del tempo si accompagnava in lui al riflettere sull’esistenza, segnata dal dolore, dal limite, dalla fragilità trovando motivo di speranza nell’affidamento a Dio amante della vita e che si prende cura di ogni volto. Nel suo libro “Cara Valeria” così scriveva: “La nostra insignificante vita costruisce una parte di storia, forse poco appariscente, lontana dalle decisioni che contano, ma proprio per questo fondamentale agli occhi di Dio […] E la fede significa sentirsi parte di questa storia … scaturisce da una convinzione personale che trova il suo senso in una storia comune, la storia di Dio”.

E la sera prima di morire così scriveva ad un amico, Paolo Ghezzi (già direttore dell’Adige) che ha condiviso su facebook questo suo appunto: “Coloro i cui desideri hanno la forma delle nuvole sono mutevoli, fuggitivi, leggeri. Il viaggio per loro è necessità: non conoscenza, ma impulso, non esperienza, ma attesa costante dell’impossibile. … Sul loro desiderio – che è il desiderio di chi culla il proprio “infinito sul finito dei mari” – si commisura lo scarto che ogni viaggio rivela tra l’attesa e l’evento, tra il sogno senza confine e il limite, tra la rappresentazione del mondo e l’esperienza del mondo” (Antonio Prete, I fiori di Baudelaire, Donzelli 2007, p. 42). Mi piacerebbe essere così”.

Alessandro Cortesi op

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