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XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate… Egli aspettò che producesse uva, essa produsse invece, acini acerbi … che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Ebbene la vigna del Signore…  è la casa di Israele”

In una bellissimo poema Isaia evoca l’immagine della vigna, un’immagine centrale del Primo Testamento che parla di cura, di dedizione e di amore: ‘che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?’. Anche nel Cantico dei cantici la vigna è simbolo utilizzato per parlare dell’amore: la amata infatti è indicata come ‘vigna in fiore’. La vigna diviene così simbolo del popolo d’Israele.

Il poema di Isaia inizia con una descrizione serena della vigna e del lavoro che il ‘diletto’ vi svolge. E’ una descrizione di pace e operosità. Parla della cura amorosa con cui la vigna è coltivata con attenzione a tutti i particolari. Ma nonostante la fatica della coltivazione la vigna produce solo acini acerbi. Sorge allora la delusione e il senso di fallimento: il riferimento è al rapporto tra il popolo di Israele e il suo Dio.

L’autore del poema gioca con le parole per descrivere il capovolgimento delle attese: anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Isaia è un grande poeta: tratteggia una drammatica vicenda di infedeltà da parte del popolo d’Israele. L’attesa paziente di Dio che si è preso cura del suo popolo viene delusa.

Il tema della vigna che rappresenta Israele è presente anche nel libro di Osea (10,1) ed è ripreso da Geremia: “Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?” (Ger 2,21). Geremia presenta la denuncia da parte di Dio dell’infedeltà di Israele. Ma anche presenta ancora il desiderio di Dio di racimolare un resto che sia in grado di ascoltarlo: “’Racimolate, racimolate come una vigna il resto di Israele; stendi ancora la tua mano come un vendemmiatore verso i suoi tralci’. A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino?” (Ger 6,9) La vigna-popolo di Israele è chiamata ad ascoltare la parola di Dio e la cura di Dio è in vista di questo ascolto. Tale vigna è stata devastata da cattivi pastori che hanno reso il campo prediletto un deserto isolato (Ger 12,10).

Anche Ezechiele usa questa immagine in un poema in cui il legno della vite viene messo a bruciare sul fuoco, simbolo dell’inutilità dei comportamenti degli abitanti di Gerusalemme infedeli al Signore (Ez 15,1-8). Viene evocata la vigna rigogliosa sradicata e trapiantata nel deserto, con rinvio all’esperienza dell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e il profeta richiama alla fedeltà a Jahwè. Egli è signore di tutti gli alberi: “Io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò” (Ez 17,24).

Isaia presenta una prospettiva nuova nel rapporto tra la vigna e il suo guardiano: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che la si danneggi, ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. Oppure meglio, si afferri alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

L’immagine della vigna è ripresa da Gesù nella parabola dei vignaioli omicidi che si connota come una allegoria: nel racconto è presentata una vicenda di amore e cura da parte di un uomo che ha piantato e lavorato la vigna prima di darla in affitto a dei contadini andandosene lontano. Ma si attua per contro una vicenda di ingiustizia e di rifiuto. I servi mandati dal padrone per raccogliere i frutti vengono bastonati, uccisi lapidati. Traspare in questi riferimenti la denuncia dei capi del popolo di Israele, i detentori del potere religioso, che pretendono di farsi padroni della vigna e rifiutano gli inviati del padrone – di Dio stesso – cioè i suoi profeti. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini,… dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo”.

E’ una parola chiara di denuncia da parte di Gesù rivolta a coloro che stanno tramando contro di lui. La parabola si chiude con una domanda “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?” La vigna verrà data ad altri. Su tutto prevale una storia di fedeltà, la fedeltà del servo e del figlio. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il centro della parabola sta nell’annuncio della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto ripropone all’umanità il suo dono, la salvezza. E Gesù stesso, la pietra scartata dai costruttori, diverrà pietra fondamentale di una nuova costruzione. Sarà una costruzione in cui al centro dovranno essere gli esclusi perché Dio prende la pietra scartata e la fa pietra d’angolo. Sarà una comunità fatta di esclusi e non di esclusione.

“Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra. La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli… Dio degli eserciti ritorna! guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte” (Sal 80,9-16)

E’ Gesù, dirà il quarto vangelo, la vite fedele che porta frutti: ‘Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in  me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,5).

Alessandro Cortesi op

La pietra scartata

“La pandemia ci ha dimostrato che non possiamo vivere senza l’altro, o peggio ancora, l’uno contro l’altro”. Non hanno avuto un’eco sui media ma le parole che papa Francesco ha espresso nel suo videomessaggio in occasione della 75a sessione dell’Assemblea dell’ONU il 25 settembre us sono state un appello di grande forza che potrebbe costituire una traccia di impegni urgenti da assumere a livello globale.

Ha richiamato innanzitutto la peculiarità di questo tempo di pandemia che provoca ad un cambiamento e ad un ripensamento di tanti aspetti della vita dei popoli, senza facili ottimismi e con un forte richiamo alla responsabilità:

“La pandemia ci chiama, infatti, ‘a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. […]: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è’. Può rappresentare un’opportunità reale per la conversione, la trasformazione, per ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali, che stanno aumentando le distanze tra poveri e ricchi, a seguito di un’ingiusta ripartizione delle risorse. Ma può anche essere una possibilità per una «ritirata difensiva» con caratteristiche individualistiche ed elitarie”.

Ha poi richiamato alcune lezioni della pandemia ponendo in luce come l’ambito della sanità, delle politiche del lavoro e dell’attenzione ai diritti umani siano i luoghi che richiamano ad un cambiamento di fondo: ha proposto di far sì che “tutti abbiano possibilità di accesso a cure e assistenza nella salute pubblica per realizzare il diritto di ogni persona alle cure mediche di base (…) E se bisogna privilegiare qualcuno, che sia il più povero, il più vulnerabile, chi generalmente viene discriminato perché non ha né potere né risorse economiche”.

Ha poi richiamato alla solidarietà non come ‘parola o promessa vana’ focalizzando in particolare l’ambito del lavoro: “È particolarmente necessario trovare nuove forme di lavoro che siano davvero capaci di soddisfare il potenziale umano e che al tempo stesso affermino la nostra dignità. Per garantire un lavoro dignitoso occorre cambiare il paradigma economico dominante che cerca solo di aumentare gli utili delle imprese”.

Un ‘cambio di rotta’ è richiesto da perseguire in netto contrasto con la cultura dello scarto, per cui vengono sistematicamente violati diritti fondamentali delle persone. Nel messaggio si osserva che in questi anni le crisi umanitarie sono divenute stabili e i conflitti nel mondo e l’uso di armi generano conseguenze drammatiche sulle popolazioni.

Una particolare attenzione è per coloro che subiscono le conseguenze di conflitti e con forza è denunciata un’indifferenza intenzionale nei confronti di immani sofferenze: “Spesso, i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni nei paesi di origine, transito e destinazione, soffrono abbandonati, senza opportunità di migliorare la loro situazione nella vita o nella loro famiglia. Fatto ancor più grave, in migliaia vengono intercettati in mare e rispediti con la forza in campi di detenzione dove sopportano torture e abusi. (…) Tutto ciò è intollerabile, ma oggi è una realtà che molti ignorano intenzionalmente!”

Il messaggio indica alcuni orizzonti di cambiamento individuando soprattutto l’urgenza di un nuovo sistema economico: “La comunità internazionale deve sforzarsi di porre fine alle ingiustizie economiche (…) Abbiamo la responsabilità di fornire assistenza per lo sviluppo alle nazioni povere e la riduzione del debito per le nazioni molto indebitate”.

Il messaggio contiene anche una indicazione di orientamento costruttivo per scorgere nel presente una occasione di cambiamento. La crisi attuale può essere anche un’opportunità perché si generi una economia che contrasti il progredire delle diseguaglianze e si generi una società più fraterna. Concretamente ciò può attuarsi nel prospettare  un sistema economico che promuova la sussidiarietà “sostenga lo sviluppo economico a livello locale e investa nell’istruzione e nelle infrastrutture a beneficio delle comunità locali”. Ed è rinnovato l’appello a ridurre, se non a condonare, il debito che grava sui bilanci dei paesi più poveri.

Viene anche indicata la necessità di ripensare la architettura finanziaria a livello globale: “’Una nuova etica presuppone l’essere consapevoli della necessità che tutti s’impegnino a lavorare insieme per chiudere i rifugi fiscali, evitare le evasioni e il riciclaggio di denaro che derubano la società, come anche per dire alle nazioni l’importanza di difendere la giustizia e il bene comune al di sopra degli interessi delle imprese e delle multinazionali più potenti’. Questo è il tempo propizio per rinnovare l’architettura finanziaria internazionale”.

E’ delineata una chiara denuncia della corsa agli armamenti e dell’uso di armi devastanti che alimentano solo l’industria bellica e la sfiducia e paura. 

“Dobbiamo chiederci se le principali minacce alla pace e alla sicurezza, come la povertà, le epidemie e il terrorismo, tra le altre, possono essere affrontate efficacemente quando la corsa agli armamenti, comprese le armi nucleari, continua a sprecare risorse preziose che sarebbe meglio utilizzare a beneficio dello sviluppo integrale dei popoli e per proteggere l’ambiente naturale”.

“Da una crisi non si esce uguali: o ne usciamo migliori o peggiori. Perciò, in questo momento critico, il nostro dovere è di ripensare il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune. È un compito complesso, che richiede onestà e coerenza nel dialogo, al fine di migliorare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati”.

Il messaggio si conclude con un appello: “Le Nazioni Unite sono state create per unire le nazioni, per avvicinarle, come un ponte tra i popoli; usiamolo per trasformare la sfida che stiamo affrontando in una opportunità per costruire insieme, ancora una volta, il futuro che vogliamo”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCN0497At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

“Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata…”. La pietra scartata è immagine biblica che racconta come agisce Dio: Dio va alla ricerca dell’ultimo, guarda il dimenticato, solleva e rovescia la condizione di chi è senza appoggi, si china sulle vittime e su chi non ha altro sostegno. Il suo agire è diverso dall’attitudine diffusa che scarta ed esclude. Lo stile Dio è la tenerezza di chi va alla ricerca del perduto. La sua potenza si rivela nello scendere e risollevare chi è indebolito e vittima senza difese.

Dall’esperienza di Dio che prende la pietra scartata sgorga la lode del salmo: “Ti rendo grazie perché mi hai risposto, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia agli occhi nostri” (Sal 117).

In rapporto a questo agire di Dio la prima comunità cristiana legge la risurrezione di Gesù: essa riconosce in lui il volto dello sconfitto, dell’umiliato sulla croce. Proprio lui è stato costituito ‘signore’ in virtù della potenza di Dio. Ed è lui pietra scartata, a divenire base della costruzione di un edificio nuovo, della vita di una comunità che in lui trova unico fondamento.

In questo orizzonte è colto un senso profondo della vita, la risposta alla attesa di felicità: non c’è altra salvezza da ricercare in altre soluzioni o progetti. In Gesù – è questa l’esperienza della prima comunità cristiana – si incontra l’azione potente del Padre che accoglie chi è scartato ed eliminato. In Gesù trova speranza la vicenda di tanti poveri che non hanno appoggio umano e si affidano al Dio fedele, capace di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili.

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre… noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al cuore della prima lettera di Giovanni sta una parola sull’identità del credente: il suo centro sta al di fuori di sé: è qualcuno che ha accolto un amore quale dono del Padre. La sua identità fa riferimento così ad un amore ricevuto, ad un Altro. Da lì proviene la meraviglia per la gratuità di un incontro. Il credere è esperienza di comunione. Dio ha il volto dell’amore: chi sperimenta l’amore, che raggiunge nei gesti umani della vicinanza, dell’accoglienza, della cura, nella concretezza della sua vita, può comprendere qualcosa del volto di Dio.

Il credente scopre così di essere figlio, meglio, partecipe di una comunità di figlie e figli. “Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente”. ‘Figlio’ è un nome che dice legame: una dipendenza originaria da cui la vita ha tratto il suo inizio. E’ il legame profondo della generazione, un codice scritto nelle profondità dell’essere, nella psiche, nelle cellule del proprio corpo. Ma la condizione di figli non è solo un fatto biologico. Si è figlie e figli in quanto si attuano e si scoprono nell’esistenza legami e relazioni in cui la solitudine è vinta nell’incontro e riempita dalla cura e dalla presenza di qualcuno vicino. Scoprire di essere figli è cammino in un amore ricevuto, è meraviglia per la gratuità che avvolge senza merito, dono che segna la propria esistenza, è l’apertura a trovare radice della propria vita nel dono di altri. Così la vita dei cristiani è esistenza di figli, scoperta di un dono che precede e di uno sguardo appassionato, quello di un padre-madre, Dio come ‘tu amante’, che non dimentica le nostre vite e non è indifferente a nessuno.

La prima lettera di Giovanni ricorda anche che il nostro essere figli si colloca all’interno di una tensione tra il momento presente, con tutte le sue contraddizioni, ed un futuro di compimento. ‘Noi saremo simili a lui’: è una promessa ed anche un invito a scorgere le profondità dell’esistenza. C’è un dono di somiglianza sin d’ora in atto che apre a responsabilità e a scelte libere. Dentro ad esistenze che vivono la fatica e la precarietà c’è una chiamata ad una esperienza dell’amore più profonda e piena: ‘lo vedremo così come egli è’: è la grande promessa e attesa della fede. E’ la promessa di una vita aperta all’esperienza dell’amore che non siamo in grado di esprimere.

“Io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. Gesù è la pietra scartata che è divenuta testata d’angolo: la sua vita è stata in tutti i suoi momenti testimonianza di amore gratuito e liberante del Padre. Per il modo in cui ha vissuto è stato scartato. La sua vita è stata una discesa nella debolezza dell’amore, fino a perdere la vita stessa per i suoi, le sue pecore.

L’immagine del pastore è cara alla Bibbia: Dio stesso è presentato come pastore e il suo agire contrapposto ai pastori, i capi del popolo, preoccupati dei propri interessi e non della cura delle pecore. Pastore è infatti chi nutre, che alimenta la vita, che avverte la propria esistenza legata e dipendente da quella delle pecore. Tutt’altro dall’idea del pastore come capo e dominatore che vive la superiorità del comandare.

Gesù è indicato come ‘pastore bello’. Nel suo agire nel suo volto si rende visibile il volto di Dio. Nel suo essere pastore si compie secondo il IV vangelo un farsi vedere del volto di Dio come colui che procura vita, che ha cura della vita di tutti.

Per i pastori del tempo di Gesù alcune poche pecore costituivano una piccola proprietà che consentiva loro la sussistenza: erano care come la propria vita. Il pastore conosce le sue pecore e le pecore ‘conoscono me’: conoscere nel IV vangelo verbo con una particolare importanza: esprime una relazione di vita, un’esperienza e parla di reciprocità: c’è un rapporto unico e personale. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono.

Gesù dà la sua vita per i suoi, diviene uno scarto secondo le logiche del potere umano. Ma proprio in questo offrire la vita manifesta il volto di Dio. La debolezza della libertà è il massimo potere sulla vita, nel suo darsi si manifesta l’amore del Padre che dà salvezza, senso e compimento alla vita. Il volto di Dio è lì in una vita donata fino alla fine, nel chinarsi di chi serve, nell’amore che si dona per gli altri.

La pagina apre un’ulteriore approfondimento: ‘ho altre pecore che non provengono da questo recinto; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù come ‘pastore’ compie un raduno nel suo donare la sua vita: sta qui il senso più profondo della sua testimonianza, il dono di sé è forza che raccoglie e genera la possibilità di incontro, di superamento della dispersione Lo sguardo di Gesù va oltre ogni recinto che racchiude.

Earth_Day_FestivalAlcune osservazioni per noi oggi

Pietro parla di Gesù come pietra scartata per rispondere alla domanda suscitata dall’aver portato beneficio ad un uomo infermo. Nel nome di Gesù si pone l’azione dei discepoli. Nel nome di Gesù, pietra scartata, Pietro ritrova il criterio di fondo di un agire che guarda a chi è infermo.

In questi giorni ancora abbiamo ancora assistito ad eventi tragici in cui centinaia di uomini donne bambini sono morti nel mare Mediterraneo per il capovolgimento di barconi su cui erano stati caricati come sfruttati e schiavi, quasi al termine del lungo viaggio che li ha condotti dalle regioni interne dell’Africa, la Somalia l’Eritrea, il Mali, il Gambia, sino alle coste della Libia. Cercavano salvezza e hanno trovato la morte. Sono loro oggi le pietre scartate di un mondo in cui l’indifferenza e la preoccupazione per difendere la propria ricchezza impedisce di perseguire scelte di cura e solidarietà tra i popoli. I loro volti sono un appello a pensare il nostro agire nel nome di Gesù pietra scartata, a ritrovare in lui il criterio di scelte che sappiano prolungare il suo ‘passare facendo del bene’. La salvezza passa attraverso un salvare vite umane, le vite da trarre in salvo dai flutti del mare, ma anche le vite da trarre in salvo dall’indifferenza e dall’egoismo…

Tommaso di Francesco, evidenziando le radici della questione di un Occidente responsabile delle guerre e miserie dei Sud del mondo, s’interroga su modi nuovi di fare memoria del 25 aprile come festa di liberazione che investa il presente : “E invece, se di fronte a questo vuoto e disastro politico, facessimo del 25 aprile — attanagliato quest’anno del 70esimo da ritualità e conflitti — anche il 25 aprile della liberazione dei migranti dai muri della Fortezza Europa, dalle nuove guerre e miserie, dalla condizione «clandestina» e dalle stragi amare alle quali sono condannati? Se per ricordare e rivitalizzare la memoria della Resistenza dessimo la parola — e i contenuti sulle nuove oppressioni — ai sopravvissuti dei naufragi e ai tanti immigrati che fanno crescere il nostro Pil e la nostra demografia?” (Il 25 aprile dei migranti, “Il manifesto” 22 aprile 2015)

Toccante la preghiera laica di Erri De Luca pronunciata in riferimento a quanto avvenuto nel canale di Sicilia:

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo

sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale


accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde

i pescatori usciti nella notte le loro reti

tra le tue creature che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati


Mare nostro che non sei nei cieli

all’alba sei colore del frumento

al tramonto dell’uva di vendemmia

che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste


Mare nostro che non sei nei cieli

tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia

poi le riabbassi a tappeto

custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale

fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio

da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

(Erri De Luca a LA7 Piazza pulita 20 aprile 2015)

Il riferimento al pastore andrebbe spogliato dei riferimenti metaforici e riportato ad una dura concretezza: l’esperienza dei pastori è comunanza di vita con le pecore, fatta di fatica, di tempo, di silenzio, di mani indurite. Il tempo dei pastori è speso totalmente nella cura: il chiamare per nome le singole pecore, il saperle riconoscere una ad una è capacità propria di chi vive la fatica di una vita spesso ingrata. La vita dei pastori è dura. Nel passaggio ad intendere il pastore in senso metaforico come ‘guida’ si è perso il senso profondo della concretezza di un’esperienza che è in primo luogo di condivisione totale di vita e di incontro e si è ingenerata anche l’idea di una comunità-gregge.

Nella vicenda di Israele pastore è Abramo, pastore è Mosè, come Davide era bambino pastore quando fu chiamato dal pascolo. I profeti hanno pagine durissime (Ezechiele in particolare) contro i pastori preoccupati solo di se stessi, dei propri interessi. E’ l’idea ripresa nelle parole di Gesù: ci sono pastori che sono mercenari e non si curano delle pecore.

Forse dovremmo pensare ai pastori come persone preoccupate per alimentare vita, per aprire percorsi di vita per gli altri… capaci di custodia di persone, ma anche capaci di custodia della vita nelle sue espressioni diverse, in un rapporto nuovo con la terra. Ci si aprirebbe a scoprire come pastori non sono una categoria di guide avvolte da un’aurea sacrale. Piuttosto profilo del pastore è nascosto in tutte e tutti coloro che custodiscono la vita di altri, la fanno maturare, non chiudono recinti, ma seguono con pazienza per aprire cammini nuovi, dove ci sia vita, dove ci sia cura, dove ognuna e ognuno si senta riconosciuto come unico. Profeti di una cura della terra in attenzione ai semi di vita, preoccupati di non disprezzare e calpestare il respiro della vita nelel sue diverse forme e di aprire vie di maturazione e condivisione. Pastori capaci di custodia oltre i recinti culturali e religiosi.

Alessandro Cortesi op

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