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Pasqua 2019 – Omelia nella notte

IMG_3906In questa notte in questa liturgia ricca di segni, parole canto e silenzi tanti sono i pensieri le emozioni che si presentano.

E’ momento di sosta per guardare la vita come una cammino, con tutte le sue fatiche, le sue gioie, le sue luci, le sue ombre. Anche le nostre piccole vite sono inserite nei percorsi che abbiamo ricordato nelle letture di questa sera: la vicenda di Israele, il popolo delle promesse di Dio,  e di tutta l’umanità, è una storia visitata, che si è sviluppata nel tempo. E’ una storia di volti, di situazioni, in cui ritorna una costante, e su questo la lettura di fede si sofferma: la presenza vicina, forte amante di Dio fedele, che non viene mai meno e conduce sempre a ricominciare.

Anche la nostra vita, ed anche quella di chi è qui ma è presente nel cuore di Dio, è una vita visitata. Anche nella storia di questo tempo c’è una promessa, c’è una luce. Noi siamo dentro, immersi in una storia di salvezza che è la storia di questa umanità concreta delle nostre strade, delle persone che incontriamo dei popoli di ogni nazione, cultura, religione… e che chiama a lasciar spazio al disgno di Dio. Questa notte è come andare in soffitta e aprire un antica cassa dove sono riposti i ricordi di famiglia: quante storie, quanta speranza e sofferenza, quanti sentimenti sono racchiusi in quei segni, in quei ricordi…

Su due immagini vorrei soffermarmi dalla lettura del vangelo di Luca: la prima è quella della pietra, la seconda è quella della corsa:

“Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro ma, entrate non trovarono il corpo di Gesù”. La pietra che chiudeva il sepolcro è simile a tante altre pietre che chiudono luoghi di morte. Ed anche nella nostra storia vi sono pietre e massi che chiudono e rendono la nostra vita luogo di morte.

Sono i massi pesanti della violenza, dell’ipocrisia di chi parla di pace ma commercia le armi. I mezzi di comunicazione vogliono farci credere che la guerra porta pace, che la sicurezza viene creata dal dispiegamento degli eserciti, dall’esclusione dei più deboli, dalla costruzione di barriere. Ci sono massi e pietre pesanti che sono i muri, quelli fisici e quelli invisibili costruiti per difendersi ma che impediscono l’accoglienza e che divengono prigioni per chi si lascia rinserrare dalla paura. Ci sono massi anche nei nostri cuori: le nostre piccole o grandi storie di chiusure e di divisione, di rivalità e di ostinazione nel non lasciare spazio agli altri.

Ma questa è la notte in cui ‘la pietra è rotolata via’ e questa memoria diviene forza di cambiamento e responsabilità per noi. Far rotolare ogni pietra che chiude luoghi di morte. E’ questo un impegno che la Pasqua inaugura: e far diventare quelle pietre smontate dai muri di odio pezzi per una costruzione nuova, per lanciare ponti di pace, di incontro, per costruire case in cui sia possibile l’ospitalità, allargare gli spazi della tenda. E’ questa la notte in cui ogni chiusura, ogni oppressione può aprirsi ad una luce: non siamo fatti per rimanere schiacciati da quelle pietre ma per essere liberati e divenire protagonisti di liberazione per altri.

Questa è la notte anche delle corse e delle rincorse, di un andare e venire da quel sepolcro, luogo della morte. Luca nel suo vangelo annuncia che non si deve andare a cercare nei luoghi della morte colui che è vivente e rinvia  ai luoghi della vita: ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risuscitato… Ricordatevi…’ Queste parole ci dicono che c’è ricerca e ricerca. Non si deve cercare lo stesso Gesù nei luoghi sbagliati. Bisogna correre, correre verso gli altri, raccontare, scoprire che è presente là dove non ce l’aspettiamo. E sono corse, quelle che ricordiamo questa notte di chi non riesce a credere all’annuncio così sperato e così inatteso: ‘Non è qui, si è rialzato’, si è svegliato… è vivo non è prigioniero della morte del buio, non è nel sepolcro, ma vive…

Sono corse di chi, come Pietro si mette a correre per superare lo scetticismo e l’incredulità, e che torna pieno di stupore. E’ questa la notte in cui sentire un po’ anche noi il fiatone di quelle corse e il battere del cuore pieno di gioia nuova, di una gioia unica. Viviamo spesso corse nella nostra vita per arrivare in tempo a svolgere tante faccende, per andare incontro a tante persone. In questa notte scopriamo che le nostre corse possono essere riempite della gioia e dello sconcerto che fa cambiare il modo di guardare alla vita alla storia, alle persone. Se lui è il vivente, allora non c’è storia di fallimento che non possa avere una speranza. Se lui è vivente allora la morte non è l’ultima parola, non è come i titoli di coda al termine di un film con la parola ‘fine’ che cala inesorabile, ma è sempre nuovo inizio.

E’ questa la notte in cui tutti noi che portiamo nel cuore paure, fallimenti, sofferenze, dolori, tutti, proprio tutti, chi si sente inutile e debole, chi avverte di essere escluso e fuori posto, chi sente la vita come un peso insostenibile, chi si sente abbandonato o solo, siamo chiamati a scoprire che non siamo soli, non rimarremo soli. Gesù è il vivente e ha vinto la morte, l’ha presa su di sé attraversandola, per stare con noi, per sempre: ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo…’

E ci manda, di corsa, a raccontare. Sarebbe bello continuare a raccontare la storia della nostra vita sempre da rileggere nella luce della Pasqua… Non lo facciamo solo questa notte… sarà il percorso di ogni domenica, di ogni giorno… nella fede di questo grido che squarcia le pietre, nella luce che vince la notte e ci fa correre a raccontare: ‘Non è qui è risorto, è veramente risorto’.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica – tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0441Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Il motivo della vigna unisce le letture di questa domenica. La parabola dei contadini violenti di Matteo è la terza parabola del cap. 21 che parla dell’atteggiamento del rifiuto dell’annuncio del regno. Benchè vi possano essere riferimenti ad una realtà sociale e al rapporto tra padroni e contadini, questa pagina può essere letta come una allegoria con riferimento alla storia. A differenza della ‘parabola’ che nel linguaggio di Gesù è annuncio del regno in un paragone che parte dalla narrazione con riferimento alle vicende quotidiane della vita, la ‘allegoria’ è una costruzione narrativa in cui ad ogni elemento della vicenda corrisponde il riferimento ad altro. In questo caso il proprietario può essere interpretato in riferimento alla presenza di Dio, gli inviati sono i profeti, i contadini sono i capi del popolo, la vigna è il popolo di Israele, il figlio è riferimento a Gesù quale inviato del Padre.

Matteo riprende con modifiche proprie questa pagina già presente nel testo di Marco. In Marco il proprietario ha diritto solamente su una parte dei frutti e non su tutto come in Matteo. Si parla di tre invii di un servo da parte del proprietario in cui si assiste ad una progressivo accrescersi dell’ostilità e della violenza: il primo infatti è percosso, il secondo è colpito alla testa e il terzo è ucciso. In Matteo invece i servi inviati sono diversi, la seconda volta più numerosi dei primi e ad ogni invio corrisponde una medesima reazione violenta contro di loro: “uno lo percossero, uno lo uccisero, uno lo lapidarono”. In Matteo i diversi invii corrispondono alla presenza di diversi profeti in Israele, e si può individuare in questa scansione il riferimento dapprima ai profeti anteriori, poi ai profeti posteriori in fedeltà alla suddivisione delle parti della Bibbia ebraica.

Il racconto pone in risalto l’attitudine a voler possedere la vigna da parte dei contadini a cui era stata affidata. Nella scena finale, quando il proprietario decide l’invio del proprio figlio compare un riferimento alla vicenda del rapporto tra Dio e Israele. Gesù è indicato come il figlio e l’erede. Si può qui ritrovare un richiamo al salmo 80: “Visita questa vigna, proteggi colui che la tua destra ha piantato il figlio che hai reso forte per te”.

In Matteo l’allusione alla sorte di Gesù si fa più chiara che nella versione di Marco. In rapporto alla morte di Gesù avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme (cfr. Eb 13,12) Matteo modifica il testo di Marco e dice che prima fu gettato fuori della vigna e poi ucciso.

In tal modo la conclusione dell’allegoria si conclude con una domanda di Gesù ai sommi sacerdoti e ai capi: “Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini? (Mt 21,40).

I sommi sacerdoti comprendono che Gesù stava parlando di loro e si riconoscono nella figura dei contadini. Non solo essi non hanno voluto consgenare i frutti della vigna ma sono anche responsabili del fatto che la vigna non ha portato frutti. Per questo ad altri contadini sarà affidata la vigna e gli renderanno frutti a loro tempo. Fuori di metafora si può intendere che è qui denunciata la responsabilità dei capi del popolo innanzitutto nel rifiutare la venuta dei profeti come inviati di Dio e infine anche Gesù, ma connesso a questo non vi sono frutti nella vigna perché non vengono accolti i profeti e Gesù stesso.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” è chiave di lettura dell’intera pagina. Matteo designa questi altri contadini con il termine ‘popolo’ (ethnos), un termine che si espone a diverse interpretazioni. Può essere una ripresa del riferimento a “coloro che vi precedereanno nel regno di Dio”, i pubblicani e le prostitute di cui aveva parlato nella parabola precedente (Mt 21,31-32), tutti coloro che hanno ascoltato l’annuncio di Giovanni il battezzatore, Gesù e i missionari cristiani. Forse il termine può essere riferito ai responsabili della comunità intesa come la casa d’Israele insieme a tutti coloro che aderiscono ai profeti e a Gesù con riferimento al detto sui dodici apostoli che giudicheranno le dodici tribù d’Israele. Il termine ‘popolo’ può riferirsi anche a quel popolo costituito da tutti coloro che sono chiamati a portare frutti e che solamente alla fine si riveleranno come coloro che hanno agito secondo il vangelo (cfr. Mt 25,31-46), non dicendo Signore Signore (cfr. Mt 7,21-23), ma facendo la volontà del Padre nell’attenzione e della cura all’altro. Questo versetto ha potuto dare adito a interpretazioni che vedono una sorta di sostituzione per cui la chiesa verrebbe a sostituire il popolo d’Israele, antico popolo di elezione. Ma in nessun luogo della parabola si parla di un rigetto della vigna. E la chiave di lettura sta nel cantico della vigna di Isaia (Is 5): “la vigna del Signore… è la casa d’Israele”. La vigna è svelata così come potente metafora ad indicare una relazione: tutto viene da una attenzione viva, da una cura fatta di azioni tra Dio e il suo popolo. Il testo non dà nessun motivo per parlare della sostituzione della vigna di Israele con un’altra vigna (che sarebbe la chiesa come vero Israele): piuttosto il vero israele è identificato con Gesù, la pietra scartata che diviene pietra d’angolo.

Questa pagina presenta così alcuni tratti drammatici: il suo nucleo originale risale al momento in cui si fa più forte l’ostilità contro il profeta di Nazaret. E Gesù, davanti alla possibilità di un esito della sua vita che si stava delineando segnato dall’ostilità fino alla violenza, pronuncia queste parole davanti ai suoi avversari e per loro. Evoca la vicenda di sofferenza di una lunga serie di ‘servi’, con allusione ai profeti. Richiama la durezza della violenza nei confronti degli inviati, fino all’invio del ‘figlio’. “Costui è l’erede. Su uccidiamolo e avremo noi la sua eredità. Lo presero lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. “Che cosa farà il padrone della vigna a quei contadini?”
La conclusione, tirata dagli ascoltatori, è: “darà in affitto la vigna ad altri agricoltori”. E’ un monito severo a chi si ostina nel rifiuto, a chi pretende di essere possessore e padrone di un popolo. Un monito verso chiunque pretenda di possedere e di far proprio con la violenza il disegno di salvezza, di gioia, il regno di Dio. Dio continuerà a portare avanti il suo disegno: lo condurrà attraverso la debolezza e fragilità della pietra scartata. Gesù denuncia la violenza di chi giunge a togliere di mezzo anche il figlio. Parla di se stesso come del ‘figlio’ rinviando così allo svelamento della sua identità più profonda. Ma sceglie la via di non reagire alla violenza, di non seguire la medesima logica. Rinvia alla preghiera dei salmi: la pietra scartata diviene preziosa e fondamentale nel disegno di Dio. E’ questa la linea seguita da Dio in tutta la storia della salvezza . Gesù comprende la sua vicenda di passione come quella della pietra scartata. E in questo offre anche spazio alla luce della risurrezione.

DSCN0397Alcune riflessioni per noi oggi

I contadini della vigna sono presi solamente dalla preoccupazione di impadronirsi della vigna in considerazione del loro interesse. E’ questo un atteggiamento di chi avendo un compito di presidenza e di guida pretende di occupare il potere e di asservirsi degli altri, anziché vivere la propria responsabilità come attenzione, ascolto delle voci dei piccoli e cura per la crescita di tutti. E’ rischio sempre presente nella chiesa e nelle comunità dove chi sta a capo può pretendere di prendersi tutto lo spazio, non accetta il confronto, impone la propria visuale in modo ideologico come normativa, non vivendo l’autorità come ascolto condiviso della Parola, come un far crescere, come un lavorare per un cammino comune. In questi giorni è uscito un libro di Vinicio Albanesi presidente della comunità di Capodarco (prete di strada e studioso di diritto canonico) dal titolo ‘Il sogno di una chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al papa” (ed. Ancora). In una presentazione del libro il 30 settembre a Tv2000 ha detto: “Il Signore predicava, guariva, ammoniva, ma si commuoveva, viveva. Chiesa da campo è l’umanità che a volte ti chiede aiuto, consiglio, conforto, perdono. Se tu ti arrocchi nel rito, nelle cose stantie… L’organizzazione della Chiesa è troppo clericale, verticistica e fatta di persone celibi. Questa cupola va distrutta, perché la Chiesa è il popolo di Dio, che certo ha bisogno di una guida. Ma se ce l’hai tetragona e distante… Quindi auspico un cambiamento delle strutture, dalla Curia romana fino alle parrocchie. Se io ti offro uno schema in cui il mio essere prete dipende ed è in continuo contatto con il popolo del Signore, ho individuato nel sinodo permanente – un insieme di persone coniugate e no – quello che gestisce la vita della Chiesa. Nel Codice di diritto canonico abbiamo ridotto i battezzati a sudditi. Deve essere l’alto che cede, altrimenti il suddito non è degno di parola. La prima cosa che ti dicono è che non sei ortodosso (…) La gerarchia è principio di unità, ma accanto alla gente, al popolo di Dio. Io sono guida, parroco, ma in alcuni momenti vado supportato e anche ripreso, perché non sono infallibile”.

Gesù fa riferimento al salmo 118,22-23: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. C’è un operare di Dio che lavora nei cuori e lo stile di Dio è quello di scegliere chi dal punto di vista umano ha meno doti e capacità perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio di una propria grandezza. Accogliere il suo operare genera così la meraviglia di un mondo nuovo possibile in cui nessuno venga scartato o emarginato. Proprio la pietra scartata che è Gesù è divenuta la pietra su cui fondare la costruzione di una comunità nuova, in cui al centro non sta l’efficienza ma l’accoglienza. Oggi viviamo il dramma di una logica che pervade l’economia ma penetra anche nei rapporti sociali: qualcuno è visto come da scartare. Non vi è spazio per la compassione nel guardare ogni volto, ogni pietra possibile di una costruzione del vivere comune come importante. In contrasto con la logica dello scarto, questa parola provoca a pensare come dare spazio ad ogni scartato dalla società del benessere per mettere al primo posto la relazione, l’importanza del riconoscere in ogni volto l’immagine di Dio. Contro ogni discriminazione e esclusione. E’ questo anche uno stimolo alla creatività nello scoprire come da ciascuno e insieme si potrebbero trovare modi e risorse per uscire insieme dalla crisi, per percorrere vie di condivisione. Mettendo insieme i pezzi scartati e creando mosaici nuovi di convivenza.

In questi giorni (2 ottobre) in cui ricorre la giornta mondiale per la nonviolenza che coincide con il compleanno di Gandhi, ascoltare questa parola ripropone la grande questione della scelta nonviolenta al cuore dell’esperienza di Gesù, rivelazione del volto di Dio come amore che si comunica nella debolezza dell’offrirsi, dell’affidarsi. Le situazioni di violenza che in vari modi occupano i nostri giorni sono appello a chi si lascia interrogare d Gesù a chiedersi quale testimonianza di nonviolenza, a partire dagli stili quotidiani di rapporto con gli altri siamo chiamati a testimoniare. Forse nel tempo della violenza essere segno e presagio di un mondo nonviolento è l’appello di Dio nel presente.

Alessandro Cortesi op

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