la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2469.JPG(Kris Martin – Water – 2012 – Installazione artistica – nartece s.Sabina Roma –  gennaio 2017 – una serie di recipienti d’acqua di diverse forme, materiali e dimensioni riempiti ciascuno secondo la propria misura)

“Nel nartece di santa Sabina, ‘Water’ stupisce i visitatori. Questi contenitori sistemati i maniera casuale da Kris Martin racchiudono il loro volume d’acqua. Mentre all’altro lato della piazza l’acqua scorre giorno e notte, ogni giorno dell’anno senza interruzione, dalla fontana pubblica, qui essa è conservata preziosamente in piccole quantità in vasi di ceramica, metallo e vetro. Un tale contrasto tra abbondanza e rarità si può, mutatis mutandis, rapportare alla situazione idrologica del nostro pianeta blu. Mentre certe regioni della terra godono di abbondanza d’acqua altre sofforno di una carenza crudele del liquido prezioso: le conseguenze di questo squilibrio sono enormi  (…)

Il nartece era il luogo del limitare della chiesa dal quale i catecumeni che si preparavano al battesimo, e i penitenti seguivano le funzioni che si svolgevano nella chiesa (…)

Come i catecumeni, i vasi di Kris Martin sono anch’essi nell’attesa. aspettano di poter servire, di placare una sete, d lavare un abito. Essi hanno bisogno, per fare questo, di una mano d’uomo o di donna che li porterà per versare il loro contenuto, come l’uomo ha bisogno di un intervento umano per poter scoprire la fede, che non si trasmette che per testimonianza” (Dal catalogo ‘Auguri’ Mostra d’arte contemporanea Roma s.Sabina 23 nov 2016 – 24 gen 2017 commento di Alain Arnould op) 

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IMG_2466.JPGIs 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

La pioggia che scende dal cielo porta vita e dove giunge arreca ristoro e fa fiorire anche il deserto. Dall’incontro dell’acqua con la terra sorge una realtà nuova. L’acqua è elemento essenziale per la vita. Isaia si riferisce alla pioggia come metafora della parola di Dio: anch’essa viene dall’alto e genera una trasformazione che porta al nutrimento per gli uomini. “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10)

La pioggia è dono di un Dio i cui pensieri sono distanti dai nostri pensieri: i suoi pensieri sono infatti riflessi nella corrente di vita che l’acqua reca con sé. Sono pensieri di dono, di possibilità di vita e felicità per tutti, di gratuità che non fa differenze ed esclusioni. Come lo scendere della pioggia è dono abbondante, diffuso, così la parola irriga ovunque.

L’acqua incontra la terra dove sono presenti semi che attendono di poter germogliare: c’è una realtà in attesa di esser fecondata, ed una promessa di vita. L’acqua che scende non distrugge ma porta forza di fecondità e rimane totalmente dono.

La pioggia fa riferimento alla Parola di Dio come dono di vita. Ogni frutto e germoglio nasce da questo discendere e ogni crescita trova la sua origine in un venire della parola di Dio. Il ‘parlare’ di Dio è efficace. Come all’origine della creazione, movimento che continua. Dio parla e le cose sono fatte: “Dio disse ‘sia la luce’. E la luce fu” (Gen 1,3). Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e dona la forza creatrice di vita: quando la parola di Dio raggiunge la terra Dio è all’opera per noi, in noi. Come la pioggia e la neve non ritornano al cielo senza aver operato una trasformazione “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata” (Is 55,11).

Paolo ai Romani parla dell’attesa della creazione, come in un parto: “tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito”. La vicenda dell’umanità è legata insieme a quella della creazione e ne è parte. C’è un medesimo respiro che tiene insieme la vita di ogni elemento. La creazione, dice Paolo, è permeata dello spirito, presenza di Dio dentro nella creazione che vi reca un sospiro e un’attesa di liberazione. C’è un soffio di vita che unisce creazione e umanità. Gesù ha donato con la sua vita lo spirito e questo spirito genera una consapevolezza nuova della comunione della storia con la vicenda cosmica.

Nelle sue parole Gesù parla del seminatore. E’ una parabola che indica la fecondità della Parola di Dio: è seminata con abbondanza dal seminatore e non viene meno. La parabola porta a concentrarsi sul seminatore e sul seme stesso. Al cuore della parabola sta la fiducia del seminatore e l’abbondanza della sua semina. Nella prima parabola Gesù non accentua la diversità dei terreni ma l’abbondanza della semina. Il gesto del seminatore è infatti senza calcoli: getta il seme ovunque, senza preoccupazione di spreco. Nel suo agire c’è una gratuità di fiducia. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Il riferimento ad una azione quotidiana, conosciuta da chi ascoltava, è modo con cui Gesù coinvolge chi ascolta. Genera attenzione e coinvolgimento. Di fronte all’azione del seminatore che sparge con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità, lasciarsi coinvolgere: ‘che ne dite?’ E’ provocazione a chi ascolta per scegliere da che parte stare.

La parabola si fa invito alla speranza: alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà che contrastano la crescita, nonostante l’impressione che seminare sia una fatica vana. L’esito finale vedrà un raccolto addirittura spropositato nella misura. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, gli impedimenti, le contraddizioni, ma questa parabola parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore ha una fecondità oltre ogni calcolo. E il seme che sembrava sprecato porta frutto oltre ogni previsione. Gesù invita a far proprio lo sguardo del seminatore che nel suo andare distribuisce in perdita il seme nella fiducia. Gesù provoca ad imparare ad attendere e a lasciarsi coinvolgere con disponibilità. E’ lo stile di Dio. La fecondità della vita sta nell’accoglienza della sua parola. La seconda parabola che concentra attenzione sui terreni presenta poi un invito a riconoscere i terreni, a saper cogliere gli ostacoli che rendono difficile l’accoglienza della Parola. Da questa consapevolezza può sorgere una disponibilità nuova.

Alessandro Cortesi op

IMG_2860.JPGParole e ambiente

Amitav Ghosh, scrittore indiano, nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (Neri Pozza, Vicenza 2017), ricorda un’esperienza da lui vissuta in prima persona. Quando era giovane un ciclone colpì la città di Delhi causando molti morti e feriti ed egli racconta l’esperienza di una inattesa catastrofe giunta sulla città che trovò molti abitanti impreparati ad affrontare l’emergenza ed incapaci di trovare un riparo.

Questa esperienza lo ha condotto a riflettere sull’assenza nella letteratura di una capacità di parlare di fenomeni quali il cambiamento climatico che fa giungere in modo improvviso e inatteso eventi di distruzione e mutamenti profondi della vita della natura e degli uomini.

“Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa” (Huffington Post 11.07.2017; G.Fantasia, Amitav Ghosh: “Non lasciamo i cambiamenti climatici agli scienziati, raccontiamoli” )

“Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh e per questo auspica la ricerca di parole nuove per parlarne. Nel libro La grande cecità egli affronta tale questione e pone l’esigenza di ricerca di termini per poter affrontare ciò che il cambiamento climatico costituisce per l’umanità e la terra. Amitav Ghosh parla del cambiamento del clima che genera lo spostamento di popolazioni e cambia volto ai profili dell’ambiente.

Egli tuttavia osserva che l’attenzione al cambiamento climatico come questione che investe profondamente la vita dell’umanità oggi in relazione al mondo non umano non trova spazio nella letteratura: “Quando il tema del cambiamento climatico fa capolino in queste pubblicazioni, si tratta quasi sempre di saggistica; difficile che in tale orizzonte compaiano romanzi e racconti. Anzi, si potrebbe sostenere che la narrativa che si occupa di cambiamento climatico sia un genere che le riviste letterarie serie non prendono sul serio; la sola menzione dell’argomento basta a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. (La Repubblica, Robinson, 16 aprile 2017).

La sua riflessione diviene così denuncia di un grande occultamento posto in atto nella cultura che non si pone la domanda sugli stili di vita e le scelte di sistemi di sviluppo di una parte dell’umanità che sono cause delle modifiche del clima e stanno alla radice di conseguenze disastrose in cui sono coinvolte insieme la questione della sopravvivenza delle future generazioni e la vita della terra, delle sue specie animali e vegetali.

“… le questioni che oggi gli scrittori e gli artisti dovrebbero affrontare non riguardano solo gli aspetti politici dell’economia dei combustibili fossili, ma anche i nostri stili di vita e il modo in cui essi ci rendono complici degli occultamenti messi in atto dalla cultura in cui siamo immersi”.

Con questa domanda, con sensibilità di letterato e di artista egli parla dell’attuale contesto culturale come quello segnato dalla grande cecità: “che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? In un mondo sostanzialmente alterato, un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito le Sundarban e reso inabitabili città come Kolkata, New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

C’è una pioggia che devasta, esito di scelte umane che conducono al cambiamento climatico e devastano l’ambiente; e c’è una pioggia che reca acqua alla terra e seme al seminatore e pane da mangiare…

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

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(fioritura di crochi al disgelo presso rif. Lagonero – Pt – inizio giugno 2014)

Is 55,10-11; Sal 64; Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

Come la pioggia e la neve… C’è una fecondità silenziosa e lieve della Parola che scende e penetra, impregna, si mescola facendo tutt’uno con la pasta della vita. E’ la fecondità di un dono come l’agire dell’acqua. Così la parola umana, soffio che passa e penetra e suscita cambimenti. Così la parola che è agire silenzioso di Dio. La parola coma acqua: forza di vita, dono che proviene dall’alto o che gorgoglia fuori dal profondo. Dono diffuso e per tutti, da non rinchiudere e privatizzare nell’egoismo del possesso. Acqua è simbolo in tute le culture della forza misteriosa della vita che si espande e dilaga ed è feconda. E’ la fecondità di parola come pioggia, neve che suscita frutto solo se scende ed entra nel profondo della terra.

La forza della Parola è espressa con uno sguardo alla natura, alle sue manifestazioni primordiali di vita. La pioggia, l’acqua è così vista nel suo ciclo di venire e ritornare, un ciclo che unisce terra e cielo, che copre distanze considerate impercorribili. Ma questo sguardo si fa anche meraviglia di fornte al miracolo quotidiano della vita che trae possibilità da un incontro sempre nuovo, che sgorga da un venire e da altrove. Così la parola scende e non rimane inefficace. L’agire di Dio, il suo comunicarsi vicino, il suo farsi appresso è evocato dalla metafora della parola come pioggia. La nostra esperienza è quella della parola umana che reca in sé la capacità di cambiare, di operare: c’è infatti una potenzialità nascosta, racchiusa nelle parole che recano nuova vita, fanno risuscitare e operano fecondità. Ma anche le parole possono recare in se stesse la violenza per distruggere e annientare la dignità o il futuro di una persona.

Il riferimento all’acqua e alla neve è colta dalla pagina di Isaia in termini positivi, come è possibile laddove l’acqua è bendeizione di vita e fonte di sopravvivenza, per uomini animali e vegetazione: in una terra che conosce il deserto – in Israele la neve è visibile sule pendici del monte Ermon, o sui valichi a Nord – la poggia e la neve sono perceite con una intensità particoalre. In questa pagina la parola di Dio è accostata con lo stupore dei doni preziosi e delle parole rare, quelle che scendono a portare futuro, a dare vita, a fecondare aprendo una novità. Fecondare è azione di incontro, di reciprocità. Se c’è un primato al dono della Parola, c’è anche considerazione dell’incontro con la terra e di un germogliare prodotto prorpio nell’incontro. E’ il mistero dell’incarnazione, la scelta di Dio che prende con sé e si unisce a questa terra. La parola è dono di Dio che non distrugge ma s’incontra e feconda la realtà della terra e genera qualcosa di nuovo.

Tra la casa e il mare Gesù pronuncia una parabola, anzi la ‘parola del regno’ (Mt 13,19). Il regno, questa realtà al cuore della vita di Gesù e al centro della sua predicazione, non torva una definizione, non può essere racchiusa in una nozione, in un dogma fissato, ma troav espressione solamente nello stile del raccontare di Gesù. Gesù racconta parabole che richiamano vicende dlela vita: accosta la quotidianità ad una storia più grande profonda che è la vicinanza inaudita di Dio che sta dalla parte dei poveri. Il regno non è teoria ma esperienza di vita. Può solo essere evocato da parole di racconto, capaci di indicare ma senza trattenere, ricche di invito, ma senza imposizione o codificazioni. Il regno si connota così annuncio, bella notizia, da indagare attraversando le parole di Gesù, mettendole insieme, ma soprattutto lasciandosi coinvolgere nella dinamica di un racconto che parla di cose quotidiane, rivelando, togliendo il velo, sulle profondità della vita in cui è presente una parola nascosta, l’agire amante di Dio, il Padre, che chiama, fa scoprire, invita. Ed è parola che rinvia ai suoi gesti, ai segni della sua ospitalità, al suo stile. La parabola in tale senso non è narrazione allegorica (dove ogni elemento e dettaglio fa riferimento ad altro), è piuttosto racconto che si colloca nel contesto di un coinvolgimento con chi si sente pro-vocato perché è la sua vita: così per i contadini della Galilea ascoltare il racconto di una semina è cosa familiare e apre il cuore. Le parabole spesso vennero trasformate in allegorie. Così la parabola del seminatore, pronunciata per raccontare l’attività del seminatore, diviene poi la parabola dei diversi terreni (che costituisce un’altra narrazione). La parabola del seminatore trova il suo fuoco nella attività di colui che getta i grani ovunque. Nel momento in cui la sua missione trovava opposizione e incomprensione, Gesù pronunciò questa parabola per esprimere la sua lettura di ciò che stava accadendo. Gran parte del racconto descrive la vanità dello sforzo del seminatore. I grani caduti sul sentiero vengono beccati dagli uccelli, quelli caduti sul terreno di pietre germogliano subito ma appena giunge il sole appassiscono, quelli caduti sulle spine vengono soffocati appena cresciuti. Ma al cuore sta una lettura di fiducia e di speranza: nonostante l’insuccesso che sembra prevalere nel fallimento della semina su vari terreni, ci sono grani che producono un raccolto abbondante: sulla terra buona fruttificano dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento. E’ una parabola sul regno, la vicinanza salvifica del Padre ai piccoli, che Gesù ha inaugurato, è una parabola che parla di quella parabola di Dio che è la vita di Gesù: il seme è gettato, la parola è scesa come pioggia e neve. La missione di Gesù ha dato inizio ad un processo che non si arresta anche se deve confrontarsi con il rifiuto e il fallimento. Ma è semina senza riserve e senza rimpianti, dono abbondante che è anche annuncio di una fecondità paradossale.

“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio.. e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”. Paolo invita a guardare come le sofferenza del presente sono poca cosa rispetto alla salvezza futura: è una salvezza che va attesa come nella vigilia di un parto. I segni del travaglio che accompagna questo parto sono il gemere dell’umanità ed insieme ad essa il gemere di tutto il creato. Quando nella risurrezione l’uomo sarà rivelato nella sua più profonda identità di figlio di Dio, figlio per adozione, guardato con amore senza limiti, anche la creazione parteciperà a questa trasformazione e a questa liberazione. Ma già nel presente ci sono tre gemiti che segnano la vita. Il gemito della creazione tutta, che attende e vive le doglie di un parto; il gemito dello Spirito presente nei cuori di uomini e donne di ogni provenienza e popolo che attendono liberazione; il gemito dello Spirito che intercede per noi. E’ un respiro, di apertura, di attesa, di sofferenza che coinvolge tutta la realtà.

DSCF5202Alcune brevi riflessioni per noi oggi

La metafora della pioggia e della neve legate alla parola di Dio ci possono condurre a valutare l’importanza della parola. Per accostare la Parola di Dio è necessario conoscere le parole umane, sostare sulla rofondità della parola umana. Le parole umane recano una forza di vita e di relazione. Nella parola si può trovare la dimora di una vita che si consegna e si comunica. Conosciamo oggi la vacuità della parola, ridotta a chiacchera o a vocio disperso e senza interlocutore. Sperimentiamo le parole vuote e la retorica di parole che nascondono l’ ipocrisia e gli infingimenti del potere. Molte parole del nostro discorrere sono cariche di violenza che generano aggressività e conflitto. Ma ci sono anche le parole della mitezza e della cura. Ci sono le parole feconde di futuro, tutte quelle parole che incontrandosi con cuori accolgienti aprono al mistero della gravidanza della comunicazione e dell’amicizia. C’è una terra gravida che attende e la testimonianza oggi di un servizio alla Parola di Dio potrebbe proprio essere nel dare spazio alle parole buone nel valorizzare tutte le parole umane di ogni provenienza, le parole dell’arte, della bellezza, della poesia, delle fedi, dell’amore, ma anche le parole familiari, del quotidiano che recano in sé acqua dche dà vita, come una fontana nell’arsura di un terra deserta, o un bicchiere di acqua fresca nella penombra del pomeriggio di una calda estate.

Gesù ha parlato in parabole, è stato capce di racconti che dicevano riferimento alla vita. E nel suo parlare raccontava qualcosa del regno, e non solo raccontava ma lo rendeva presente. In tale senso la parabola è poesia. Nel momento del rifiuto quella parabola traduce la sua vita ma fa aprire lo sguardo all’oltre di una presenza altra eppure nascosta e vicina. Ci sono gesti nella vita che sono parabole. Un amico mi ha riferito in questi giorni il gesto di chi, da quarant’anni, quando un condannato a morte viene ucciso nelle prigioni degli USA, si reca davanti all’ambasciata a depositare silenziosamente una rosa con su scritto il nome del condannato. Una parola silenziosa, racchiusa in un nome. Un gesto inutile si direbbe, perduto nell’oceano dell’indifferenza, ma, come questo, i gesti di chi con la fedeltà e la continuità non viene meno all’attenzione all’altro, alla tessitura di solidarietà, all’aprire sentieri di pace, sono i gesti fecondi di futuro, parole significative. Sono quella autentica liturgia che non è il rito avulso dalla storia, ma quella che si esplica nei gesti semplici della vita, del servizio, della parola condivisa, della fedeltà quotidiana a ciò che è apparentemete inutile. Come una goccia d’acqua o un fiocco di neve, inutili. Si può passare indifferenti accanto ad essi ma in essi sta racchiusa quella grande bellezza che, come la gratuità dell’amore e del servizio concreto all’altro, quando è ascoltata e accolta da cuori che si lasciano toccare, può far sgorgare la fecondità della meraviglia che sola trasforma e genera nuova vita.

“E un giorno… un giorno ecco che la neve ha cominciato a cadere e dopo tutte quelle ricerche (…) ecco che un giorno, raccogliendo un fiocco di neve, vedendo la sua perfezione, la sua bellezza, la differenza con tutti gli altri ho avuto (oh, non è un ragionamento) ma ho avuto come un’intuizione che c’era qualcuno dietro il più piccolo fiocco di neve. (…) C’era tanta bellezza, grandezza e tanta diversità nello stesso tempo per una cosa così effimera che bisognava bene che ci fosse una intelligenza, un pensiero, un amore anche dietro quel piccolo fiocco di neve, che si era fuso appena lo avevo preso in mano” (J.Loeuw, Se conosceste il dono di Dio, Città nuova 1975,11).

Alessandro Cortesi op

Wherecoolthingshappen_christals8(tratto da: http://www.linkiesta.it/fiocchi-neve)

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