la parola cresceva

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XI domenica del tempo ordinario B – 2012

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Le parabole di Gesù: un modo di rivolgere la parola che dovrebbe farci pensare. E dovrebbe aprirci a nuovi modi per accogliere e trasmettere il vangelo. Provo ad indicare alcune piste su cui ripensare il nostro seguire Gesù imparando da lui: la prima riguarda l’arte del raccontare, la seconda è quella della quotidianità, la terza è la logica dei segni piccoli.

L’arte del raccontare…

Gesù parla in parabole per annunciare il ‘regno di Dio’. Tutto il suo insegnamento e il suo agire si svolgono attorno al regno di Dio. Ma non è una rivendicazione di un potere o di un dominio su popoli o sulle coscienze. E’ annuncio che riguarda il volto di Dio stesso, ma anche la relazione tra Dio stesso e noi, ed è parola sulla vita stessa di Gesù: proprio nelle sue scelte, nel suo agire il regno sta iniziando, un mondo nuovo in cui Dio libera e apre alla pace, alla giustizia, al porre al centro i piccoli. E’ sorprendente che laddove ci si dovrebbe aspettare il linguaggio del sacro, una lingua sacra, un agire sacrale, Gesù usa invece il linguaggio del quotidiano, usa una lingua comprensibile a chi semina, a chi vive della pesca, a chi impasta la farina. E vive gesti di ospitalità. Non definisce ma racconta. Le parole descrivono un dinamismo, e accennano ad un paragone: così avviene nel regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno. E così crea una tensione. Gesù non offre una definizione di quello che è il regno di Dio. Non utilizza le immagini per dire un concetto. Ma indica un percorso aperto che opera qualcosa nel cuore di chi ascolta: ‘il regno di Dio è simile a…’ lascia aperta l’immaginazione. Perché il regno di Dio investe l’esistenza e chiede coinvolgimento.

Forse anche noi dovremmo imparare a raccontare il vangelo del regno di Dio. L’insegnamento religioso è spesso vissuto o come offerta di tante nozioni, o come prescrizione di comportamenti. Si associa così il discorso religioso o ad una dottrina dai contorni fumosi e lontani, oppure ad una serie di precetti morali che generano o paura o ripulsa. Di raro si associa il vangelo ad un racconto. Gesù parla del Padre che apre ad un rapporto con Lui, utilizzando racconti che fanno riferimento alla vita quotidiana. Per questo non è facile definire cosa è il regno di Dio: bisognerebbe ripercorrere tutte le parabole e cogliere in ognuna aspetti diversi e complementari e poi tesserli insieme.

Gesù rinvia alla quotidianità

Nelle sue parabole Gesù tocca la quotidianità e indica così che il rapporto con Dio non è da pensare o ricercare in momenti eccezionali o avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. Nel suo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è una cosa ‘sacra’ da attuare in un territorio lontano, o riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia che innerva l’esistenza e ne fa scorgere dimensioni profonde, e la apre a scoprire che in quella terra è deposto un seme. In questa terra, in questo quotidiano è presente un seme: ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. E’ liberante questo annuncio di una realtà già presente nella nostra terra e che porta frutto buono. E’ liberante perché porta  a decentrare la vita personale. E dovrebbe far decentrare anche lo sguardo delle chiese, troppo preoccupate di porsi al centro e di esaurire le aperture del regno. Ma è anche spinta a cercare a scoprire i segni di questo germogliare e fiorire di un seme gettato e presente nella terra di questa esistenza.

Gesù indica la logica dei piccoli segni.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza della conclusione: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. E’ invito a scorgere la presenza del regno come una realtà nascosta, che non è presente laddove c’è affermazione, ricchezza e gloria. Tuttavia sta crescendo in segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché non ha potenza o privilegi. Gesù pronuncia le parabole proprio in momenti di delusione, di scoramento perché il mondo che lui annunciava non si realizzava. Egli stesso si trovava di fronte al fallimento e al rifiuto. Ma proprio in questi momenti Gesù indica come il regno sia piccola cosa che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. Annuncia che il regno cresce nonostante le contraddizioni e la sua piccolezza. Ed è seme che fa crescere e porta frutto perché vi sia condivisione e riparo, come il frutto della spiga, come sui rami del grande albero. Invita così a coltivare la pazienza, a non cedere alle logiche della grandezza e della fretta. Libera dalla preoccupazione della riuscita e del successo. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola è racconto particolare perché coinvolge e fa qualcosa in chi ascolta: è nel senso più profondo ‘poesia’.

Così scrive Paul Ricoeur, un filosofo che ha scrutato con attenzione il modo di raccontare di Gesù: “Temo che un tentativo eccessivamente zelante di trarre dalle parabole un’applicazione immediata per l’etica privata o per la morale politica sia destinato a naufragare. Possiamo subito supporre che uno zelo del genere, senza adeguate riserve, finirebbe per tradurre le parabole in consigli insipidi, in banalità moraleggianti. E i moralismi banali sono forse il mezzo più sicuro per ucciderle, più dei concetti teologici trascendenti. (…) A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli pratici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi. (…) La forza poetica della parabola è la forza stessa dell’evento, dove per ‘poetico’ qui si intende qualcosa di più che la poesia come genere letterario poetico, qui significa creativo. Ed è al cuore della nostra immaginazione che lasciamo che l’evento avvenga prima che possiamo convertire il nostro cuore e rafforzare la nostra volontà” (P.Ricoeur, La logica di Gesù, testi scelti a cura di E.Bianchi, ed. Qiqajon 2009, 48-52).

Alessandro Cortesi op

(nell’immagine bassorilievi della Fontana Maggiore in piazza IV novembre a Perugia – Nicola e Giovanni Pisano  1275-78)

Una vita nascosta, un grande uomo

In questi giorni ci ha lasciato padre Marco Giammarino, un domenicano della nostra comunità dei domenicani di Pistoia. Lo descriverei come un ‘piccolo grande uomo’ e queste righe intendono esprimere la mia stima e l’apprezzamento per la testimonianza che ci ha lasciato nella sua vita.

‘Piccolo’ perché basso di statura, ma anche perché dietro al suo volto rotondo (almeno fino all’ultimo periodo della malattia) nascondeva alcuni tratti, per certi aspetti, propri di bambino. Aveva espressioni di sorriso o di meraviglia che manifestavano una inermità ed una mitezza infantile. Quando nelle fredde serate di inverno scendeva in chiesa per aiutare a sistemare al termine della messa, con sul capo un pesante berretto di lana, gli amici sorridendo gli dicevano che assomigliava a Cucciolo, uno dei sette nani. Così nel suo modo di scrivere e di esprimersi manteneva uno stile piano, elementare. Il suo riflettere progrediva sempre passo passo senza salti, senza citazioni dotte, e quando doveva riferirsi ad un libro letto, lo faceva quasi con timidezza o lo suggeriva tra le righe. Una grande semplicità che non faceva trasparire la ricchezza di preparazione, di cultura, di interessi.

E tuttavia un ‘grande’ uomo. Un gigante che nascondeva nei suoi modi semplici, riservati e dimessi una cultura maturata giorno dopo giorno, un vivacità intellettuale che raramente si trova ed una esperienza di fede lontana dalle forme del devozionalismo e nutrita di senso dell’umano. Nato a Torino il 27.11.1933 ma subito trasferitosi a Roma con la famiglia era entrato nell’Ordine giovanissimo. Dopo gli anni del collegio aveva vissuto il suo noviziato a san Domenico di Fiesole nel 1950/51 ed era stato ordinato nel 1958. Ricordava i primi anni della formazione come un tempo assai difficile per la chiusura culturale e per questo visse gli anni del Concilio Vaticano II come momento di liberazione e di apertura.

Dopo gli studi all’interno dell’Ordine si era così laureato in filosofia a Perugia nel 1968, e si era impegnato  in attività apostoliche a contatto con i giovani nel collegio di Arezzo e poi con gli scout e nella parrocchia a Perugia. Successivamente, dopo essere stato superiore a Lucca, nel 1970  fu trasferito a Pistoia e qui è rimasto fino alla morte.  Entrò a far parte della redazione di ‘Vita sociale’. Fu priore della comunità e più volte sottopriore.  Dal 1970 intraprese l’insegnamento prima nella scuola privata poi dal 1976 nella scuola statale. Fu così professore per molti anni di italiano e storia all’Istituto Tecnico Commerciale di Agliana. Coltivava nel frattempo la sua passione per la letteratura, per la poesia e con il suo fare mite era un punto di riferimento per tanti giovani.

Vorrei ricordarlo con tre testi che rinviano a tre grandi attenzioni della sua vita. Il primo testo riguarda la vicenda del dibattito all’interno dei domenicani al momento della conquista dell’America Latina.

Per tanti anni padre Marco curò per la rivista ‘Vita sociale’, promossa dai domenicani pistoiesi, una rubrica di notizie e di informazioni sull’America latina nel tempo delle dittature e delle lotte per i diritti. Era attento ai movimenti e alla teologia della liberazione. Assistetti personalmente ad un incontro tra un domenicano brasiliano che subì la prigionia negli anni della dittatura dei militari in Brasile e padre Marco a Pistoia pochi anni fa. Fu un incontro molto bello in cui ci rendemmo conto dell’importanza del suo silenzioso lavoro di informazione e di pubblicazione di documenti riguardo a ciò che stava avvenendo in America Latina negli anni ’70 . La sua era anche una attenzione all’America Latina a partire dall’approfondimento sulla vicenda della conquista del XVI secolo. In particolare aveva studiato la riflessione dei domenicani contro le ingiustizie e l’elaborazione di una teologia dei diritti umani, condotta in particolare da Bartolomé de Las Casas e da Francisco de Vitoria.

Ecco il testo della predica di Antonio Montesinos, tenuta a nome dell’intera comunità dei domenicani in cui era priore Pedro de Cordoba, di fronte ai coloni la prima domenica di avvento del 1511 nell’isola di Hispaniola, un documento di condanna dell’oppressione che veniva condotta dagli spagnoli nei confronti degli indios:

«Vox clamantis in deserto. Siete tutti in peccato mortale, e in esso vivete e morirete, per la crudeltà e tirannia che usate verso queste genti innocenti. Con che diritto e con che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Con quale autorità avete condotto sì detestabili guerre contro queste genti che vivevano mansuete e pacifiche nelle loro terre, in queste terre dove in numero infinito li avete annientati con morti e scempi di cui mai s’era udito prima? Come potete tenerli così oppressi e fiaccati, senza nutrirli né curarli nelle loro malattie, sì che per le eccessive fatiche vi muoiono tra le mani, o per meglio dire li uccidete, onde cavarne oro da accumulare un giorno dopo l’altro? Non sono essi uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?»

Un secondo testo è una poesia. Marco nutriva una attenzione particolare e una  passione per i libri e la lettura. Sapeva scegliere i libri più significativi e li affrontava con un impegno paziente e sistematico di lettura e schedatura. La sua biblioteca, di cui era geloso custode, conserva una sezione ordinata in cui sono presenti i testi non solo della poesia classica, ma di tutti i principali poeti contemporanei di cui seguiva puntualmente le edizioni di raccolte. Padre Marco aveva sul comodino nei suoi ultimi giorni tra altri libri una raccolta di poesie di Maria Luisa Spaziani (1924-)

Di lei traggo questa poesia dal titolo ‘Testamento’ dalla raccolta ‘La luna è già alta’:

Lasciatemi sola con la mia morte.
Deve dirmi parole in re minore
che non conoscono i vostri dizionari.
Parole d’amore ignote anche a Petrarca,
dove l’amore è un oro sopraffino
inadatto a bracciali per polsi umani.

Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche
perchè dalla nascita l’ho avuta vicina.
Siamo state compagne di giochi e di letture
e abbiamo accarezzato gli stessi uomini.
Come un’aquila ebbra dall’alto dei cieli,
solo lei mi svelava misure umane.

Ora m’insegnerà altre misure
che stretta nella gabbia dei sei sensi
invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre.
E’ triste lasciare mia figlia e il libro da finire,
ma lei mi consola e ridendo mi giura
che quanto è da salvare si salverà.

Un terzo testo è un suo scritto, redatto in occasione di un incontro di formazione tenutosi a Pistoia nel dicembre 2007, per l’introduzione dei lavori: dagli anni del suo impegno in ‘Vita sociale’ seguiva soprattutto le linee della teologia post-conciliare con attenzione alle voci della teologia francese, dei teologi della liberazione e negli ultimi anni aveva maturato una attenzione ai temi del dialogo interreligioso, e proprio in tale ambito ho avuto occasione anch’io di collaborare con lui. In questo testo parla di quale fosse secondo lui il compito dei domenicani, del fare teologia e degli orizzonti del dialogo interreligioso:

“Si discute ancora, quando si parla del tipo di vocazione domenicana, se si debbono privilegiare le caratteristiche dei monaci o quelle dei predicatori e, a seconda  delle tendenze di ciascuno si cerca di fare le proprie scelte, trascurando magari quello che ci dicono gli storici al riguardo. un aspetto della nostra vocazione, del nostro carisma però è sicuro: siamo un ordine di teologi; non solo nel senso che abbiamo avuto grandi teologi sia nel passato lontano come s. Tommaso e s. Alberto sia in quello più recente come p.Chenu, p.Congar, p.Lagrange, p.Lebret, ecc., ma anche nel senso che ognuno di noi, sacerdote o monaca o suora o laico deve sentirsi, deve essere, è un teologo. Non ci sono scappatoie, non ci sono alternative se ci si vuole definire ed essere domenicani. Questo è il nostro carisma: siamo teologi, siamo tutti teologi. Ma fare teologa oggi  vuol dire confrontarsi con gli altri, con le altre religioni, affrontare il dialogo interreligioso. (…) Un grosso pericolo: Péguy diceva ‘c’è qualcosa di più grave di un uomo perverso, l’uomo abituato’. E’ importante accogliere la novità dell’altro, lasciarci guidare dallo Spirito, che ci porta non sappiamo dove, né fin dove, sicuramente però ci porta ad accogliere Dio in un modo che supererà tutte le nostre immagini e rappresentazioni e concetti teologici o filosofici. (…) Avremo quindi giorni intensi di ricerca e di studio che mi auguro, vivremo insieme con grande partecipazione e con grande fraternità ricordando il nostro programma di fondo: in dulcedine societatis quaerere veritatem” (tratto da Cristiani e buddisti: tra Oriente e Occidente, Quaderni di formazione permanente, Convento san Domenico Pistoia 2007, stampa fuori commercio)

Non era un uomo che si metteva in mostra. Preferiva il dialogo riservato e i rapporti a tu per tu. Era grande suggeritore di libri da leggere e accoglieva con curiosità suggerimenti di letture su cui poi condividere giudizi e scoperte. Sfuggiva gli eventi culturali di apparenza ma era aggiornatissimo sulla base di letture condotte nella sua piccola camera stipata di libri.

Aveva maturato, non senza sofferenze e distacchi, un approccio alla vita lontano da una mentalità clericale e chiusa. Ricordo quando proponeva, incompreso e talvolta osteggiato, per momenti di formazione dei frati, letture come l’opera di Thomas Mann, oppure la conoscenza di testi buddisti e l’analisi del Corano. Ricordo l’interesse con cui ha seguito fino alla fine le attività promosse nell’impegno di una riflessione sui segni dei tempi dal gruppo Espaces di cui faceva parte.

Tra le sue carte due oggetti gli erano cari e li teneva vicini a sé: gli orari settimanali di tutti gli anni scolastici, che teneva affissi con nastro adesivo sulla porta della stanza uno sopra l’altro, quasi per non staccarsi dalla scuola anche dopo che era andato in pensione. E un libro di fotografie con le foto di tutte le classi di cui era stato professore.

Il suo cammino rimane per noi una eredità da custodire e di cui ringraziare.

Alessandro Cortesi op

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