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La presenza dei cattolici in politica oggi

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Segnalo un numero monografico della rivista “Oikonomia” in cui viene trattato con diversi contributi il tema della ‘presenza dei cattolici in politica oggi’. Anch’io ho potuto collaborare pur nutrendo seri dubbi su cosa si possa intendere quando si parla di ‘cattolici’ oggi in Italia: sono coloro che agitano vangelo e rosario tra le mani nei comizi e poi danno prova di razzismo e disumanità nel loro agire politico? Sono coloro che a forza di definirsi cattolici si sono dimenticati di essere cristiani? Sono coloro che manifestano una esplicita appartenenza per difendere una identità culturale esclusiva e discriminante nella società plurale? Sono coloro che si limitano ad affermare alcuni principi indiscutibili di una dottrina senza pensare alla complessità della traduzione concreta e possibile propria della politica? Sono coloro danno testimonianza concreta di un agire secondo il vangelo senza preoccupazione di definirsi e magari distanti da appartenenze di chiesa? Con tutti questi dubbi in mente ho cercato anch’io di proporre  alcune riflessioni…  (ac)

Il numero della rivista è consultabile all’indirizzo: https://www.oikonomia.it/index.php/it/

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Giorgio La Pira venerabile

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“Nessuno ha il diritto di ascoltare La Pira ed accontentarsi di applaudirlo. L’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi, nel rischiare, nell’adoperarsi perché la giustizia e l’amore aprano la strada alla pace… Colui che non vuole uscire dall’egoismo, dal perbenismo, dalla viltà non ha diritto di ascoltare La Pira!»

Queste parole di dom Helder Camara possono essere chiave di lettura del riconoscimento avvenuto in questi giorni delle virtù eroiche di Giorgio La Pira (1904-1977) da parte della chiesa in modo ufficiale al termine di una procedimento che ha avuto il suo inizio nel 1986. La Pira è riconosciuto venerabile.

E’ un richiamo a considerare la testimonianza di un uomo, docente di diritto, profondamente credente, sensibile alla vita dei poveri, impegnatosi nella vita politica nell’essere uno dei protagonisti dell’elaborazione della Costituzione italiana e come sindaco della città di Firenze. Ha condotto un impegno e servizio nella vita sociale lungo tutta la sua esistenza con coerenza e umiltà. In particolare è stato tessitore di sentieri di dialogo e di pace con uno sguardo ai Paesi del Mediterraneo – che egli indicava come ‘nuovo lago di Tiberiade’ – terre di incrocio di culture e religioni e alle relazioni internazionali.

Il suo modo di intendere l’impegno politico costituisce un riferimento che oggi risulta per lo meno originale e strano. Siamo orami abituati ad una diffusa riduzione della politica all’inseguimento dei sondaggi elettorali o al perseguimento di interessi particolari e malaffare. Per La Pira “Bisogna entrare in politica con due soldi e uscirne con uno solo”, e, citando Rostand, amava dire: “È durante la notte che è bello credere nella luce: bisogna forzare la nascita dell’aurora”.

maxresdefault_1530791859Guardava alla primavera e alle rondini e così pensava ai giovani trovando in essi i segni una di novità nell’orizzonte della giustizia e della pace. “Le generazioni nuove sono, appunto, come gli uccelli migratori: come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indica loro la rotta e i porti!- verso la terra ove la primavera è in fiore!
” (Conferenza internazionale della gioventù per la pace e il disarmo 26 febbraio 1964).

Fare la giustizia, ossia attuare scelte di rapporti di giustizia tra le persone, offrendo a ciascuno pari opportunità e i diritti fondamentali di pane, casa, lavoro, salute ed anche preghiera, era per lui essenziale attuazione del vangelo e modo di essere cristiano nel tempo. Così rispondeva ai consiglieri che gli avevano tolto la fiducia nel 1954: “Signori consiglieri, ve lo dico con fermezza fraterna, ma dura, voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia, ma non anche il diritto di dirmi – signor sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro, senza casa, senza assistenza – c’è un mio dovere fondamentale che non ammette discriminazioni, che mi deriva dalla mia posizione di responsabile della città e dalla mia coscienza di cristiano; c’è qui in gioco la sostanza stessa della grazia dell’Evangelo” (22 settembre 1954).

“Abbattere i muri e costruire i ponti” era la linea guida della sua visione e della sua azione: “ecco il problema – unico – di oggi: unificarlo facendo ovunque ponti ed abbattendo ovunque muri” (Lettera a Paolo VI 27 febbraio 1970)

E guardava alle città come ambito in cui è presente un seme di resistenza contro la distruzione, una voce di reazione alla possibilità reale di distruzione totale, un grido verso un legame che è nostalgia e che si fa per La Pira realismo dell’utopia della pace in spe contra spem.

“Sono due, in sostanza, queste questioni: la prima concerne la «scoperta», per così dire, del valore e del destino delle città; la seconda concerne le responsabilità nuove, immense, che pesano sugli uomini politici -gli uomini guida- della presente generazione. 
Parlo di «scoperta», perché il valore delle persone e delle cose si scopre sino in fondo proprio quando appare per la prima volta, nella nostra mente, il pensiero della loro possibile scomparsa. 
La minaccia della guerra atomica ha appunto operato questo effetto: fece scoprire -a quanti ne hanno la responsabilità e l’amore- il valore misterioso ed in certo modo infinito della città umana. 
Che cosa essa sia, che cosa valga a quale destino -temporale ed eterno- essa possieda è un problema che ciascuno di voi, signori Sindaci delle capitali, può prontamente risolvere nel suo spirito appena pensa alla storia delle città di cui è capo” (Discorso Le città non possono morire).

Ecco perché oggi non ci si deve accontentare di applaudirlo e l’unico omaggio che gli si può rendere consiste nel non risparmiarsi anche durante la notte per affrettare il venire della luce.

Alessandro Cortesi op

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Qui di seguito una mia scheda su Giorgio La Pira (per la mostra S.Sabina 2016)

“Ho conosciuto bene un professore siciliano che portava gli occhiali e i calzerotti bianchi dei domenicani, e che qualcuno chiamava ‘il bolscevico del vangelo’, e fu spesso oggetto di critiche aspre e di ironia e della scarsa considerazione dei benpensanti: a me sembrava un saggio dall’animo puro (…) Pensava che la cosa più urgente era ridare al popolo la speranza: vedeva nel povero un oppresso e nel ricco uno che non è libero, dentro. Capiva i tempi e intravedeva il futuro” Così descriveva il profilo di La Pira un grande giornalista italiano Enzo Biagi (L’albero dai fiori bianchi, BUR 1996)

Giorgio La Pira nacque il 9 gennaio 1904 a Pozzallo, paese della costa meridionale della Sicilia che si affaccia sul mare Mediterraneo. Di origini modeste si trasferì nel 1913 presso la famiglia di uno zio a Messina per poter continuare gli studi all’Istituto tecnico commerciale; poi, conseguita la maturità classica, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza.

Un momento di svolta decisiva della sua vita fu la Pasqua del 1924: culmine di un percorso di conversione, momento di incontro con Gesù risorto e di unione con lui che segnò tutta la sua esistenza. Egli lo appuntò nel libro del Digesto su cui studiava: fu momento iniziale di una vita vissuta come dedizione totale a Dio nelle varie fasi, nell’insegnamento come giurista e poi nell’impegno politico e per la pace.

Nel 1925 si traferisce a Firenze al seguito del suo professore Emilio Betti e lì giovanissimo si laurea e inizia ad insegnare ottenendo nel 1934 la cattedra di diritto romano.

L’incontro con Firenze è decisivo per La Pira che abita a san Marco presso il convento domenicano. Da lì matura la sua visione di Firenze come città chiamata ad una missione di pace e di umanesimo nel mondo. A Firenze maturerà anche la sua convinzione della vocazione storica delle città che espresse in un famoso discorso alla Croce Rossa a Ginevra nel 1954: ‘Ogni città è una luce e una bellezza destinata a illuminare…le città hanno una loro anima e un loro destino… sono abitazioni di uomini e ancor più misteriosamente abitazioni di Dio’.

Avvertiva nei poveri la presenza che lo aiutava a scoprire il vangelo e inaugura la messa di san Procolo, aperta ai poveri della città per attuare una concreta condivisione dei beni.

Nel 1939 mentre in Italia domina il fascismo, inizia la pubblicazione della rivista ‘Principi’ in chiara opposizione al regime e propone una riflessione sulla centralità della persona umana, sulla pace e sulla libertà. La rivista poté continuare solamente per pochi mesi. Nel 1943 sfugge all’arresto e si rifugia a Roma dove è accolto anche a casa di mons. Montini. Rientra nel 1944 a Firenze liberata e inizia il suo impegno politico.

E’ eletto all’Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana e il suo lavoro delinea gli articoli fondamentali che costituiranno i testi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana . Nel 1945 pubblica La nostra vocazione sociale affermando la tesi che la socialità umana è una vocazione comune. Diviene sottosegretario al lavoro nel governo De Gasperi. Nel 1950 nel suo testo L’attesa della povera gente presenta una visione economica in contrasto con l’idea di stato liberista nel quadro di una ricerca della pace e della giustizia a livello mondiale.

Dal 1951 è eletto sindaco di Firenze e con alterne vicende lo sarà fino al 1965. Fu una seconda conversione nella sua vita, un passaggio alla vita di fede attuata nell’impegno politico. La sua azione fu oggetto di molte critiche anche all’interno della chiesa. Punti fondamentali del suo agire erano l’attenzione alla dignità delle persone, alle necessità della casa, del lavoro, ai luoghi della scuola, dell’ospedale e per pregare. La sua visione della città di Firenze in relazione alle città del mondo lo ispira nell’organizzare prima i Convegni per la pace e la civiltà cristiana (1952-1956), l’incontro dei sindaci delle città nel 1955, poi i Colloqui mediterranei (1958-1964) con attenzione all’incontro dei popoli e delle religioni per la pace. Si oppone alla guerra, favorisce l’obiezione di coscienza, si schiera nel 1976 contro la legge sull’aborto.

Intese l’impegno politico come dedizione quotidiana al prossimo, con uno sguardo rivolto alla costruzione della pace a livello internazionale: si recò a Gerusalemme nel 1956, in Russia al Cremlino nel 1959, in Vietnam ad incontrare Ho Chi Minh nel 1965 suggerendo l’ipotesi di un accordo di pace per porre fine alla guerra in Vietnam, promosse relazioni di incontro e di dialogo.

Intuizione guida del suo pensiero era ciò che egli indicava come ‘il sentiero di Isaia’: la storia del mondo è paragonabile al corso di un fiume che sotto la spinta della grazia va verso la sua foce, la pace e l’unità dei popoli. L’utopia della pace richiede l’impegno storico concreto in questa navigazione.

Morì a Firenze il 5 novembre 1977. E’ in corso la causa di beatificazione, dopo la conclusione della fase diocesana.

Alessandro Cortesi op – direttore Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ – socio fondatore della Fondazione ‘Giorgio La Pira’ di Firenze

Per approfondire ved. il sito della Fondazione Giorgio La Pira – Firenze

 

XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1077Is 45,1.4-6; 1Tess 1,1-5; Mt 22,15-21

Al tempo di Gesù la Palestina era sotto l’occupazione e il controllo politico della potenza dell’impero romano. Tra le molte tasse che la popolazione subiva oltre alla tassa per il tempio e le varie gabelle che rendevano la vita difficile, c’era anche una tassa dovuta all’imperatore. Era l’odiosa tassa che ricordava il peso della potenza occupante romana e andava pagata con monete particolari. Nelle monete era infatti scolpita l’effigie dell’imperatore. Da qui il rinvio alla questione dell’immagine del Cesare, l’imperatore, che al tempo di Gesù era Tiberio Cesare, nella moneta del tributo.

A Gesù viene posta una questione per metterlo alla prova: è una questione sul dovere di pagare le tasse all’imperatore. Una questione delicata perché dietro a questo gesto poteva esserci il riconoscimento del dominio dei pagani. Ma anche era questione delicata perché ogni affermazione che fosse stata diretta a non riconoscere l’autorità romana poteva generare l’accusa di ribellione.

E’ interessante notare che Gesù non possiede con sé la moneta er pagare il tributo, e chiedendola a color che stanno sfidando mostra già la loro ipocrisia. La fa infatti mostrare da loro stessi. “Mostratemi la moneta del tributo! Ed essi gli presentarono un denaro.

Le sue parole poi presentano poi una tensione: “Egli domandò loro: Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Gli risposero: di Cesare! Allora disse loro: rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

In primo luogo queste parole indicano una distinzione tra ciò che appartiene a Cesare, la sfera della politica, e ciò che compete a Dio. A Cesare vanno pagate le tasse perché la moneta reca la sua immagine. Le monete portano l’effigie dell’autorità imperiale e a tale autorità si deve rispondere nel riconoscimento delle competenze proprie. E’ affermazione di una separazione. C’è una sfera del potere distinta e distante da quella specificamente religiosa. Gesù è ben distante dal riconoscere Cesare come un potere a cui inchinarsi, ma rinvia a restituire ciò che compete.

C’è poi nella risposta di Gesù c’è un altro aspetto su cui riflettere: che cosa intendeva dicendo che c’è qualcosa che compete a Dio nel dare a lui ciò che è di Dio? Che cosa è da riferire a Lui?

Se le monete portano l’effigie di Cesare e al potere statale va riconosciuta autorità per quel che riguarda ambiti particolari della vita umana questo non è tuttavia un riferimento assoluto, non copre né può pretendere di assorbire tutta la vita umana senza riserve e critica.

C’è un luogo in cui è posta l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio? Se nelle monete imperiali appare l’effigie di Cesare vi è un luogo dove è presente l’effigie di Dio?

Nel volto di ogni persona vivente sta il luogo dell’immagine di Dio. A Dio allora compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma è da dare a Dio la totalità dell’esistenza, pur riconoscendo che vi sono dimensioni della vita in cui si attua una responsabilità e competenze proprie. Non è tuttavia un riferimento assoluta che possa escludere il riferimento fondamentale a Dio.

Immagine è la categoria al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. E’ rinvio a Gen 1,26: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliante…’, espressione che indica la creazione stessa dell’uomo come evento di un rapporto unico. ‘Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò’ (Gen 1,27)

Uomo e donna nella loro diversità, e nell’unità che costituisce l’umano, sono costituiti ad immagine del Dio che nella creazione si apre nel dono di sé, comunica vita lasciando spazio all’altro.

I discepoli di Gesù allora sono invitati a due attenzioni: in primo luogo non dovranno mai confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare. La presenza di Dio, sempre più grande non si lascia identificare o rinchiudere in una forza politica o in un dominio umano e culturale. La sua signoria sta oltre ogni realizzazione umana e non viene esaurito da un potere umano.

In secondo luogo discepoli sono chiamati a riconoscere l’immagine di Dio presente in ogni persona. Questo esige un riferimento totale della vita. Ciò apre ad una libertà di coscienza di fronte ad ogni potere politico di cui riconoscere ambiti precisi di competenza ma che non potrà mai porsi come assoluto. Ci sono ambiti della vita che prevedono riferimenti penultimi. L’autorità politica non potrà mai pretendere di esaurire tutta l’intera esistenza delle persone.

Le parole di Gesù sono una sfida a riconoscere che gli ambiti propri della politica, dell’economia, della società non escludono il riferimento a Dio. Ma anche Gesù indica che Dio non può essere ridotto ad un potere che si sostituisce a Cesare o si si pone sul medesimo piano del dominio politico.

Le questioni della politica sono ricondotte ad essere spazio dell’umano, spazio ‘penultimo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1192Catalogna

E’ una giornata di grande incertezza per la Catalogna. Oggi se Carles Puigdemont non proclamerà una dichiarazione di indipendenza potrà evitare che il governo centrale spagnolo intraprenda il procedimento per la sospensione dell’autonomia. Si presentano giorni di grande inquietudine.

Dalla Catalogna giungono in questi ultimi tempi notizie che rendono compartecipi di una grande tensione che attraversa questo paese. La regione è una tra le più vivaci della penisola iberica da tanti punti di vista. Barcellona, la sua capitale, è centro che testimonia una particolare vivacità culturale ed economica, e vive le contraddizioni di ogni grande città affacciata sul Mediterraneo in questo tempo. Città cosmopolita, di arte e cultura, incrocio di commerci, popolata di giovani universitari, snodo di turismo internazionale. E’ città che vede una coloritura multiculturale pur con sacche di povertà, forte immigrazione e situazioni di difficoltà nell’ambito del lavoro. A seguito dell’attentato alle Ramblas a fine agosto vi è stata nella popolazione una risposta di netto rifiuto della violenza e della logica dello scontro tra le religioni e ciò ha costituito un esempio.

In questi ultimi tempi la Catalogna ha vissuto alcuni passaggi che hanno estremizzato una tensione da tempo è maturata con irrigidimenti delle diverse parti e forzature.

Un sentimento forte di identità culturale autonoma legata alla propria tradizione linguistica, il catalano, unito alla consapevolezza di eredità culturali e storiche ha nel tempo condotto ad una richiesta di maggiore autonomia politica rispetto allo Stato centrale che ha anche visto parziali riconoscimenti. Ciononostante è cresciuta non solo una richiesta di ulteriore autonomia ma si è fatta strada la rivendicazione di indipendenza rispetto alla Spagna. Alcune scelte operate dall’attuale governo della regione sono state condotte in violazione dell’ordinamento costituzionale, sulla base del principio di autodeterminazione politica dei popoli.

La popolazione della Catalogna è però profondamente divisa al suo interno e tale frattura attraversa le famiglie, i gruppi sociali e la chiesa. Parte della popolazione pur essendo favorevole all’autonomia non condivide la prospettiva indipendentista: voci di costituzionalisti e intellettuali hanno manifestato preoccupazione a fronte di scelte che si sono poste al di fuori della legalità costituzionale e ordinaria. La richiesta legittima di autonomia ed il suo perseguimento per via democratica ha caratteri diversi dalla rivendicazione di un diritto all’indipendenza ed alla secessione. La convocazione e le modalità di svolgimento del referendum del 1 ottobre sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte.

Le violenze perpetrate dalla Guardia civil per impedirne lo svolgimento sono state d’altra parte una violenza indebita e sproporzionata. Un’espressione di violenza che ha portato una ferita profonda, ha esacerbato gli animi e ha polarizzato le posizioni. Dopo la dichiarazione di indipendenza, poi sospesa, a seguito dei risultati del referendum molte imprese e banche hanno annunciato il loro trasferimento in sedi al di fuori della regione. Madrid, secondo quanto previsto dall’articolo 155 della Costituzione democratica del 1978, potrebbe sospendere l’autonomia regionale.

La situazione è complessa e come in tutte le situazioni complesse la cosa più urgente e necessaria sta nel rifuggire ogni soluzione di tipo semplicistico e che non tiene conto delle gravi questioni in gioco.

Anche le comunità cristiane sono divise a loro interno con una radicalizzazione di scelte. La fede richiede per sua intrinseca dinamica un impegno nella società ed una presa di posizione nelle questioni della vita civile e politica, tuttavia la sfida sempre presente sta nel mantenere uno sguardo capace di distinguere pur nell’impegno ineludibile a prendere posizione. Identificare tout court un orientamento di fede con una precisa opzione politica necessariamente derivante dalla fede sfocia in forme di integrismo: vi sono state nella storia e possono presentarsi anche oggi in modi nuovi.

Il teologo Salvador Pié Ninot in un articolo apparso sul quotidiano catalano “La Vanguardia”, facendo riferimento a vari manifesti apparsi in questo tempo, di tenore indipendentista, ha messo in guardia di fronte a tale rischio (S. Pié Ninot, Signos de integralismo catolico en Catalunia, “La Vanguardia” 29 settembre 2017): “Si deve tener presente che l’insegnamento della chiesa ha funzione di affermare i principi etici di riferimento lasciando ad ogni persona le decisioni possibili nelle loro concretizzazioni. Tali concretizzazioni necessariamente plurali sono il frutto ragionato di una opzione prudenziale e politica. (…) Come si è giustamente criticato l’avallo ecclesiastico maggioritario al nazional-cattolicesimo di un momento storico del nostro paese, è importante tener presente che il Vaticano II ha sottolineato ‘la giusta autonomia del mondo’. Per questo appoggiare una o l’altra opzione politica concreta, per quanto uno possa avere simpatie personali per essa, sta fuori da tale novità decisiva della autonomia del mondo”.

L’affermazione che non sta alla chiesa in quanto tale essere protagonista pubblica, attuando in tal modo una confusione con la comunità politica, è indicazione di un difficile cammino. C’è una distinzione da mantenere tra orientamenti di fondo che provengono dalla fede e le opzioni politiche che vanno poste non in modo assoluto e soprattutto non identificate come direttamente e necessariamente derivanti dalla fede stessa. Se una scelta è doverosa come impegno è peraltro importante coglierne i limiti. Di fronte alla complessità del vivere insieme, che è la questione della politica, sempre più è richiesto uno sguardo capace di distinguere e non confondere i piani. Si ripete la questione posta a Gesù sulla moneta da dare a Cesare quale sfida aperta per noi oggi.

Simone Morandini richiama l’istanza di riscoprire proprio in questi passaggi una prospettiva di etica civile: “Una prospettiva che tenacemente ricorda che anche nelle situazioni di tensione c’è un orizzonte di convivenza da salvaguardare. Che richiama all’esigenza di tutelare quel fondo comune che è l’esserci della civitas, anche laddove si fatichi a concordare sulle forme che essa potrà assumere. Che, d’altra parte, invita all’incontro e la valorizzazione delle differenze, come condizione perché la convivenza sia davvero buona”. (S.Morandini, Catalogna, oltre il paradigma gordiano, in Moralia Blog 9.10.2017)

Per il popolo catalano è l’augurio che questo momento estremamente difficile e di profonda divisione possa portare a maturare una chiara scelta nella linea del dialogo, di una trattativa nella giustizia e nell’ascolto di legittime aspirazioni, mantenendo riferimento alla Costituzione ed alle istituzioni democratiche. Carattere delle scelte politiche è individuare e perseguire il bene concreto e possibile, talvolta il male minore, rifuggendo da forzature e logiche di violenza da ogni parte. Forse questo doloroso momento può essere occasione per scorgere l’importanza di scegliere la via della mediazione – affrontando le reali questioni poste sul piano politico – difficile opera dell’agire di costruzione della convivenza. Anche quando tutto sembra essere senza soluzione.

Alessandro Cortesi op

Europa in discussione

 

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E’ appena uscito il volume

Europa in discussione (a cura di A.Cortesi), ed. Nerbini Firenze 2015

– pubblicazione promossa dal Centro Espaces Giorgio La Pira – Pistoia –

“Quando parliamo di Europa infatti non parliamo di qualcosa di altro dalla realtà in cui siamo ormai comunemente immersi, quotidianamente. Noi siamo Europa e non solo per ragioni di tipo storico, culturale o per i vincoli giuridici che abbiamo scelto nel corso dei decenni passati ma perché l’Europa è ormai il terreno coltivato dove crescono le vite di milioni di cittadini, i cui destini sono ormai intrecciati sia nel bene, le prospettive di un futuro migliore, sia nel male, la condivisione delle difficoltà presenti…” (dall’introduzione di Giovanni Paci)

INDICE DEL VOLUME

Giovanni Paci              Introduzione

Parte I – Unione europea: storia e diritti

Pietro Giovannoni      Introduzione storica

Vincenzo Caprara       Europa e diritti: tra diritti dichiarati e diritti negati

Parte II – Politica e quadro internazionale

Renzo Innocenti         Europa in discussione. Punti di crisi dell’Unione Europea e prospettive di uscita

Antonio Miniutti        Europa, quale destino?

Claudio Monge          Mediterraneo-Europa: uno sguardo al futuro nei rivolgimenti del presente dall’osservatorio turco

Parte III – Società, economia e lavoro

Filippo Buccarelli       Diritti, doveri, sfide per la cittadinanza europea

Sebastiano Nerozzi     Squilibri economici e unificazione politica: quale futuro per l’Europa?

Francesco Lauria        L’Europa e la scomparsa del futuro. Ritrovare il tempo nella crisi della rappresentanza sociale e della democrazia

Parte IV – Teologia

Alessandro Cortesi     Un’Europa diversa è possibile

Daniele Aucone            Antropologia del credere. Una sfida per la teologia in Europa

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chi desidera ricevere una o più copie può farne richiesta scrivendo all’indirizzo mail: espacespistoia@gmail.com

XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Aureus_à_l'effigie_de_TibèreIs 45,1.4-6; Sal 95; 1Tess 1,1-5b; Mt 22,15-21
Matteo introduce la questione sulle tasse ai romani, la prima di tre dispute presentate al cap. 22 (il tributo a Cesare nei vv. 15-22; la risurrezione nei vv. 23-33; il grande precetto della Legge nei vv. 34-40) descrivendo l’atteggiamento dei farisei: “i farisei, essendo partiti, tennero consiglio…” Tener consiglio è l’attività del sinedrio presieduto dal sommo sacerdote, quella attività che segna il racconto della passione (Mt 27,1.7; 28,12). Qui è una azione anticipata e attribuita ai farisei che si recano da Gesù per metterlo alla prova, insieme agli erodiani, un partito che attendeva il sorgere di un regno teocratico in Israele, sostenitori del re Erode Antipa, in attitudine di collaborazione con i romani. Il clima dell’incontro è quello di una precomprensione ostile e di falsità, mascherata da parole di adulazione e di riconoscimento del valore dell’insegnamento di Gesù. La domanda posta ha di mira di metterlo in difficoltà. E’ una questione delicata che tocca i rapporti con la politica del tempo. Verte sulla tassa imposta dai romani su ogni persona, dopo che occuparono la Palestina nel 6 d.C.: una tassa odiosa che doveva essere pagata da tutti uomini donne e schiavi, dall’età dell’adolecenza fino a sessantacinque anni. Una tassa diversa da quella, di tipo religioso, richiesta per il tempio. Il tributo del census era equivalente alla paga di un giorno (un denaro di argento) e per pagarlo era utilizzata una moneta speciale che recava l’effigie di Tiberio Cesare (imperatore dal 14 al 37 d.C.) accompagnata da un’iscrizione in latino: Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote). La raffigurazione dell’imperatore come divinità secondo la legge ebraica (cfr. Es 20,4) era una immagine idolatrica e già l’uso di questa moneta di per sé stessa poteva costituire problema.

Gesù viene posto davanti alla domanda se sia lecito o no pagare questa tassa all’imperatore. Se risponde sì viene meno alle attese della folla che riponeva in lui l’attesa di un messia liberatore anche politico dall’oppressione dei romani. Se dice no la sua risposta può costituire accusa di opposizione al potere romano e lesa maestà nei confronti dell’imperatore. A chi si deve dare la moneta? Qualsiasi risposta lo avrebbe posto in difficoltà.

La reazione di Gesù esprime la sua libertà. Non si lascia prendere nel tranello: non risponde ma spiazza i suoi interlocutori con la sua libertà. “Ipocriti perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo… Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”. Nel farsi mostrare una moneta dai farisei svela la loro ipocrisia: benché religiosi osservanti e preoccupati di rimanere puri, essi hanno questo tipo di denaro che reca l’immagine dell’imperatore, incisa sulla moneta benché la legge lo vietasse (Dt 4,16). Potrebbero essere allora accusati di accogliere la pretesa dell’imperatore di essere venerato come divinità e quindi di essere idolatri. Nonostante il loro presentarsi come religiosi riconoscono di fatto l’imperatore come signore, e sono così sottomessi al potere politico come a un ‘dio’ (cfr. Gv 19,12-15).

Tuttavia Gesù non si ferma a questo punto. Poiché questo era il mezzo ordinario per pagare le tasse all’imperatore romano, mostra che per lui l’uso di tale moneta non è cosa da cui stare lontani per non sporcarsi le mani. Per questo dice: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare…’ Usatela per l’uso a cui questa moneta è destinata… Ammette in tal modo che sia lecito pagare le tasse senza affrontare la questione se questa imposizione sia o meno giusta o se il potere dell’imperatore sia legittimo o meno. E’ il riconoscimento realistico della presenza dell’autorità nella vita umana, di un ambito, quello politico, che attiene alla responsabilità della vita sociale e dei popoli.

Ma la sua affermazione continua. Gesù pone un deciso limite a questo ‘rendere a Cesare’: se a Cesare, il potere politico, va riconosciuto il pagamento delle tasse con quella moneta, non si deve fare di esso come assoluto. Sta qui un’importante soglia a cui Gesù richiama, c’è un limite da porre. Tra la sfera di Cesare e ciò che compete a Dio c’è una differenza. Sono piani diversi. A Cesare vanno rese le monete perché la sfera economica è di sua competenza: le monete portano infatti la sua effigie. Certamente a Cesare, il potere umano, va riconosciuta autorità per quel che riguarda alcuni ambiti della vita. Ma questo non può essere un riferimento assoluto.

Gesù porta ad interrogarsi su che cosa compete a Dio. Da un lato afferma che c’è un ambito di competenza proprio delle realtà umane. Sta qui implicito un richiamo al racconto della creazione: ad Adamo è affidata la creazione; all’umanità è data la responsabilità del mondo nella sua autonomia e nella ricerca delle leggi, e nella costruzione di istituzioni umanizzanti. Quello che tuttavia sta a cuore a Gesù è che a nessun Cesare si deve rendere il cuore, la vita nella sua totalità. Se nelle monete è presente l’effigie di Cesare, su ogni volto di uomo e di donna è presente un’altra immagine da riconoscere: nei volti umani è presente l’immagine di Dio stesso, il Dio della creazione che ha detto: “Facciamo l’umano a nostra immagine e somiglianza”. Sono i volti dei viventi il luogo in cui si riflette e traluce l’immagine di Dio (Gen 1,26-27).

Gesù mette in guardia e propone di guardare alla dignità unica di ogni persona che non può piegarsi di fronte a nessun imperatore o potere umano sia politico sia religioso. Conduce a considerare dov’è l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio. A Dio compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma a Lui solo è da ricondurre la totalità dell’esistenza, la sua dimensione più profonda, riconoscendo nei volti umani e non più su monete senza vita l’immagine di Dio stesso. Pur riconoscendo la competenza di Cesare su varie dimensioni, mai la sfera di competenza di Cesare potrà coprire tutta la vita. E così Dio mai potrà e dovrà essere confuso con un potere umano o con una forma religiosa di potere.

Immagine è la parola al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. Gesù a partire da tale spunto rinvia ad un significato più profondo dell’immagine. Uomo e donna sono creati ad immagine di Dio secondo Genesi (1,26-27): lo sono nella loro diversità e nell’unità che costituisce l’umano. I discepoli di Gesù sono chiamati innanzitutto a non confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare, a non identificare in una forza politica o in un governo umano la presenza di Dio, l’unico signore che sta oltre ogni progetto umano. Sono chiamati a restituire a Dio ciò che gli compete cioè la sua creatura. A Dio non è da restituire qualche cosa, o un settore parziale e delimitato della vita, ma l’intera esistenza. Al centro di queste parole c’è il rinvio allo stile di libertà di Gesù. A tale libertà anche i suoi discepoli sono chiamati: chiamati a riconoscere le esigenze che derivano dalle realtà dello stato. E tuttavia riconoscere ciò che è di Dio e scoprire che l’immagine di Dio è la vita umana. Ogni autorità, ogni istituzione potrà essere riconosciuta ma non senza limiti e riserve, considerando che c’è un’immagine più importante da riconoscere sempre, l’immagine di Dio impressa nel volto umano e nessuna istituzione umana può deturpare tale immagine.

Queste parole indicano il superamento di una concezione teocratica del potere così presente nel mondo in cui Gesù viveva, ma anche sono cariche di potenzialità per concepire una attitudine laica di fronte alle istituzioni umane. Nessuna istituzione umana può prendere il posto di Dio e d’altra parte va riconosciuta nell’ambito delle proprie competenze. Riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo è rimanere nella capacità critica e nella tensione a rifuggire ogni compromesso comodo con il potere e con ogni forma di idolatria. A Dio non è da restituire qualche cosa, ma l’intera esistenza. Non è la soluzione delle questioni relative al rapporto tra religione e politica, tra Stato e Chiesa ma rinvio allo stile di libertà dei discepoli di Gesù, chiamati ad essere responsabili nella storia, a non essere rinchiusi nella soggezione ad un potere che si pone come assoluto, attenti a scorgere nel volto dell’altro l’immagine di Dio. E soprattutto persone che rifuggono l’ipocrisia.

DSCN0474Alcune osservazioni per noi oggi

Due modi si contrappongono: da un lato i farisei che usano malizia e ambiguità, sottomessi alla paura dell’autorità politica, nel tentativo di cogliere in fallo Gesù. Dall’altro Gesù, presentato come ‘veritiero’, ‘che insegna secondo verità’, che ‘non ha soggezione’, che ‘non guarda in faccia nessuno’. E’ il ritratto di un uomo libero, ‘diritto’, che non finge e non trae in inganno, l’esatto opposto dell’ipocrisia. Il suo tratto è decisamente diverso dal profilo di una vita in cui tutto è apparenza, recita esteriore di un copione che non corrisponde alle vere scelte, scissione tra ciò che appare all’esterno e l’interiorità: è questa la ‘malizia’ che Gesù denuncia, cercando di smascherare il cuore dei suoi interlocutori. ‘Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?’ Possiamo chiederci come vivere oggi tale dirittura nella libertà, una sfida per noi…

L’ambito del politico è penultimo – così come ogni ambito della attività umana – ma non significa che sia senza importanza e senza esigenza di impegno: va riconosciuto in quello spessore proprio da mantenere in continua tensione, in una ricerca mai conclusa con le esigenza di ciò che ultimo. Ciò che è ultimo non annulla né conduce a fuggire o disprezzare il penultimo, ma lo orienta, lo espone a critica, lo aiuta ad indirizzarsi verso ciò che è più importante. Tendere a ciò che è ultimo mantiene aperta la questione di non sacralizzare il penultimo. Ma in questo modo è anche la più grande valorizzazione dell’impegno nella ricerca delle vie penutlime nei vari ambiti della vita umana.

Trasferendo la questione della moneta di Cesare in tutt’altro contesto sociale e situazione storica si potrebbe aprire considerazione di come è vissuto il rapporto con le tasse oggi. Su questo proprongo alcune riflessioni di Giannino Piana (da “Cristianosociali news” n.12 del 12 settembre 2007) che offrono alcuni criteri di riferimento rispetto ad una modalità oggi diffusa di pensare le tasse solamente come un attentato all proprietà personale. Ripercorrendo gli sviluppi della concezione dello Stato nel corso dei secoli Piana osserva come nell’età moderna progressivamente “La dimensione sociale non è più concepita quale fattore costitutivo della soggettività umana – come dato “naturale” secondo l’accezione della filosofia classica e medioevale – ma è ridotta a realtà del tutto accessoria che va forzatamente accettata per non mettere a repentaglio l’ordine della convivenza. Da questa concezione ha preso avvio, da un lato, l’economia capitalista, la cui molla essenziale è l’interesse individuale, e, dall’altro, una interpretazione della politica come espressione di un ‘contratto’ sociale esclusivamente finalizzato alla tutela delle libertà individuali. Lo Stato è, di conseguenza, considerato come una realtà che si impone dall’esterno e che ha un compito prevalentemente negativo, quello di far rispettare le “regole” del contratto assicurando la pace sociale; si tratta dello Stato ‘carabiniere’, dotato di un potere essenzialmente coercitivo, e non interessato invece alla promozione positiva del ‘bene comune’.” Un passaggio nel quale anche la chiesa cattolica ha precise e profonde responsabilità. Nell’attuale condizione – continua Piana – “In regimi democratici come quello in cui viviamo, in cui lo Stato è espressione diretta dei cittadini, il dovere di pagare le tasse è dunque un dovere di stretta giustizia. L’evasione costituisce una grave violazione del patto che sta alla base della vita della comunità cui si appartiene, e va pertanto condannata tanto sul piano morale che civile”. Maturare tale visione “…implica il superamento da parte dei cittadini della tentazione di indulgere in posizioni qualunquiste e il riconoscimento del ruolo decisivo della politica; e da parte dei governanti la promozione di una rigorosa conduzione della ‘cosa pubblica’ tale da renderne credibile il valore. L’evasione fiscale è la ‘cifra’ dello scarso ‘senso civico’ esistente nel nostro Paese: la lotta nei suoi confronti esige pertanto l’adozione di misure severe, fondate su criteri di giustizia ed equità. Ma è bene ricordare che questa lotta, per quanto necessaria, non basterà da sola a sconfiggere un costume profondamente radicato, se non si accompagnerà a un’opera di grande risanamento morale”.

Alessandro Cortesi op

Politica e spiritualità: un rapporto possibile?

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E’ appena uscita la nuova pubblicazione promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia:

Politica e spiritualità. Riflessioni ed esperienze per una convivenza da costruire, ed. Nerbini Firenze 2013, pp. 224. ISBN 9788.8643.40791

Il volume raccoglie i contributi di un congresso svoltosi nel luglio 2012 a Pistoia, che ha posto a tema la riflessione sulla politica in questo tempo di crisi. Interventi di diversi ambiti disciplinari s’interrogano sui rapporti possibili tra politica e spiritualità, in un approfondimento del significato dei due distinti ambiti e dei loro nessi in un tempo che richiede una ridefinizione e una rinnovata responsabilità sia della politica sia della spiritualità. Il volume raccoglie riflessioni e insieme si sofferma su testimonianze ed esperienze di costruzione della convivenza oggi.

Chi fosse interessato ad averne copia può rivolgersi alla segreteria del Centro: tel 0573.307769; info@domenicanipistoia.it

 

 

 

Rischiare per ciò che ancora non c’è…

Certe voci provenienti dal mondo di chi vive con fatica situazioni di impegno e di lotta quotidiana per attuare onestà e servizio dicono tante cose che rendono più forte il contrasto con la situazione di corruzione diffusa e pervasiva che emerge e sommerge. E genera rabbia, indignazione, ma anche delusione e rassegnazione. Certe voci aiutano a scoprire le ragioni per continuare ad impegnarsi nonostante tutto… Ho trovato questa testimonianza tra le lettere al direttore pubblicate il 28.09.2012 su La Stampa. L’autrice ha 29 anni, si chiama Annalisa Lenti. E’ la voce di una persona sconosciuta, eppure racchiude una forza incredibile per questi giorni così bui. Fa pensare…  (a.c.)

“Sono una cittadina italiana di 29 anni volontariamente residente all’estero da 5 anni. Dico volontariamente perché non sono un cervello che ha dovuto cercare rifugio all’estero. Vivo all’estero perché ho scelto di impegnarmi nella cooperazione internazionale attraverso il difficile lavoro che quotidianamente svolgono le ong. Seguo quello che sta succedendo in Europa e in Italia attraverso i siti internet e la tv via cavo che mi permette di vedere un unico telegiornale italiano e alcuni talk show di approfondimento.

Nel pieno della bufera della politica italiana esplosa con il «Caso Lazio», io mi trovo ad affrontare un audit di un progetto finanziato da un donor istituzionale che vuole sapere per filo e per segno come si stanno spendendo le risorse economiche che, con fatica, ci sono state concesse per contribuire al miglioramento della situazione dell’infanzia locale.

Le difficoltà sono tante. E’ difficile poter ottenere una fattura fiscale eleggibile dalla contabilità locale e, quindi, dal donor, in una piccola comunità dove difficilmente si trova una strada asfaltata. E’ difficile poter rendicontare una corsa in taxi per arrivare all’istituto non raggiungibile con i mezzi pubblici quando i taxisti non rilasciano fattura.

E’ difficile, ma questa è la legge. Se non presento al donor la fattura, i soldi non me li rimborsa. Non è un discorso difficile da capire, semplicemente è un dato di fatto: a rimborso corrisponde fattura. Allo stesso modo, a un ladro corrisponde la galera. E’ troppo poco dire che ad un ladro corrisponde la non rappresentanza del cittadino. Se io non riesco a giustificare le spese che sostengo, molto semplicemente vengo licenziata. Perché questa conseguenza non vale anche per la classe dirigente del mio Paese?

Il sistema è marcio, è sbagliato. E’ tutto da rifare, non c’è più niente che funziona. Classe politica, come pensi di essere credibile quando il popolo che più o meno ti ha votato non riesce a mangiarsi una pizza mentre tu, senza dire niente a nessuno, sponsorizzi una cena da 30.000 euro? Classe politica, come pensi di essere un esempio quando i giovani italiani hanno smesso di perdere tempo a sognare il futuro che vogliono e tu, nel frattempo, te ne vai in vacanza e spendi 40.000 euro?

Ma poi, cos’è questa politica? Chi è che vuole questa politica? Politica, tu sei al mio servizio, tu sei una mia dipendente e io ti licenzio. E con me, tutta la parte onesta dell’Italia che c’è, che è forte, che resiste e che non ne può più di sentire tutte le schifezze che stai combinando.

Alla soglia dei trent’anni, avrei tanta voglia di tornare in Italia perché il mio Paese mi piace ed è dove vorrei vivere il mio futuro. Ma ho paura. Ho paura che tutte le esperienze e le competenze che ho acquisito in questi anni all’estero, in Italia non trovino sfogo. Non è giusto perché in un momento di vecchiaia mentale come quella che stanno vivendo i dirigenti italiani in questo momento, probabilmente la freschezza e l’entusiasmo che ho potuto conservare potrebbero essere utili. Il problema è che freschezza e entusiasmo non sono indicatori che vengono valorizzati. E allora che fare? Rimanere all’estero e vedere affondare da lontano e senza troppe ripercussioni personali l’Italia che fu? L’Italia della musica, dell’arte, della scienza, della poesia, del cinema? O rischiare insieme all’Italia che ancora è, che ancora c’è, che ancora resiste?

Sapete che vi dico? Io rischio.

Ci vediamo in Italia!”

Annalisa Lenti

Annuncio Convegno Espaces – 6 e 7 luglio 2012



Si terrà presso il Convento di san Domenico a Pistoia nei giorni venerdì 6 e sabato 7 luglio 2012 un convegno promosso dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ – Pistoia in collaborazione con la Rete Espaces Europa sul tema ‘Politica e spiritualità oggi’.

Politica e spiritualità in un tempo di crisi.

Riflessioni ed esperienze per una convivenza da costruire

di seguito una riflessione introduttiva e il programma del convegno

Una riflessione introduttiva

Nel tempo caratterizzato dal venir meno delle ideologie e dal nuovo dominio del mercato come regola dei rapporti sociali, i progetti che fanno riferimento ad un ideale, ispirati a speranze di giustizia e solidarietà oggi vengono sommersi o emarginati da una politica intesa come gestione del potere sotto il controllo di un’economia neoliberista e del dominio della finanza.

Nuove separazioni si fanno strada, evidenziate dalla crisi che attraversa la vita politica e le forme della democrazia oggi. Si allarga infatti la separazione tra la politica intesa come campo di gestione di interessi particolari, terreno di malaffare e corruzione, e l’impegno sociale ispirato da una forte carica etica. Così pure si avverte una separazione tra ambito dello spirituale e dimensione civile. La città può essere solamente luogo di gestione di interessi e di scontro di poteri forti oppure è possibile un incontro tra politica come costruzione del bene comune e dimensione spirituale intesa come apertura alle dimensioni che vanno oltre la produttività, l’efficienza, l’abbondanza materiale e la capacità di consumo?

La politica è tale in quanto è costruzione di città, compaginazione di comunità in cui i rapporti sociali sono valorizzati non nel senso della competizione e dell’ostilità ma divengono rete di relazioni e legami che lasciano spazio per l’espressione delle persone nella loro libertà e responsabilità. E tale impegno per la costruzione della città, che sempre più oggi ha i connotati della città plurale e della città multiforme, non è solamente ambito d’impegno del singolo ma implica una responsabilità collettiva.

“E se la vita spirituale fosse una delle condizioni fondamentali di un’intensa vita sociale e politica?” si chiede Paul Valadier nel suo libro “Lo spirituale e la politica”, ed. Lindau.

 Ma lo spirituale non è l’ambito del consolatorio e del privato. E tuttavia come osservava Giuseppe Dossetti, anni fa, in una intervista  a proposito del rapporto tra fede cristiana e impegno politico: “Io non dico che ci sia una incompatibilità assoluta tra la fede cristiana vissuta con impegno e con lealtà e l’impegno politico. Non c’è una contraddizione a priori. Sono convinto di questo. Ma sono anche convinto che ci sono mille e una ragione  di cautela e di condizioni difficilissime” (Intervista a G.Dossetti, “Bailamme” 18/19, 1993). E Dossetti aggiungeva: “Una prima condizione sarebbe proprio questa: che non ci sia un proposito  di impegno politico e questo non sia in conse­guenza di un progetto o nella convinzione di una missione a fare. Nego la missione a fare. Nella politica non c’è. Mentre abitualmente, e soprattutto nella esperienza concreta, la politica è stata pensata come una missione a fare. Secondo me questo avvelena tutto. La seconda condizione è la gratuità, la  non professionalità dell’impegno. Dove incomincia una professionalità dell’impegno cessa anche la parvenza di una missione e la possibilità stessa di avere realmente qualcosa da fare. Sono allora  possibili tutte le degenerazioni.”

La spiritualità per non rimanere sogno distaccato dal reale implica una immersione ed un prendere forma in percorsi storici nella sfera pubblica. E per converso l’impegno politico vissuto come passione di costruire la polis, impegno per ritrovare il senso profondo delle attività umane  nell’orizzonte dell’umanizzazione e della costruzione  della pace è già esperienza spirituale.

Nel contesto italiano ed europeo ci sono stati grandi testimoni che hanno interpretato questa sensibilità di una profonda vita spirituale, in rapporto alla propria fede, unita a passione civile in un’ottica non individualistica ma comunitaria. Si può pensare anche al percorso di costruzione dell’Europa – che pure sta oggi vivendo forse la più profonda crisi dal suo inizio – come ‘avventura spirituale’. Così Jacques Delors ne parla  ripercorrendone le tappe  richiamando il discorso di Robert Schumann del 9 maggio 1950 e il contributo di Hannah Arendt come grandi indirizzi di progettualità politica che affondavano radici proprio in una dimensione spirituale “… perché lo spirituale abita nelle istituzioni, nelle regole del gioco, nelle politiche e soprattutto nelle pratiche” (J.Delors, Europa: un’avventura spirituale nella nostra storia, “Il Regno attualità, 2,2012, 57-63). In quali modi la loro testimonianza può essere riferimento oggi, nel tempo della crisi della politica che si accompagna peraltro ad una esigenza di sguardo e di capacità che sia in grado di costruire una convivenza comune?

Parlare di spiritualità non indica solamente rinvio ad un’esperienza di fede religiosa, ma dice riferimento ad un orizzonte etico, di ricerca di umanizzazione della vita e dei rapporti nel campo sociale e ambientale. Nell’attuale contesto dell’incontro di diverse tradizioni religiose si richiede una attenzione nuova alla rilevanza di queste tradizioni e questo pone anche la domanda su come costruire convivenza civile attuando un dialogo nello spazio pubblico, spazio di riconoscimento della cittadinanza e della laicità.

Il Convegno desidera essere un’occasione di approfondimento di queste tematiche intrecciando riflessioni di carattere generale sulle sfide della politica e della spiritualità oggi in un tempo segnato dalla crisi e esperienze che ci conducono a cogliere percorsi di spiritualità capace di farsi carne, e di buone politiche che contrastando le logiche delle violenza e dell’esclusione recano in sé il respiro di progetti di incontro tra persone e popoli. (a.c.)

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PROGRAMMA

VENERDI’ 6 LUGLIO

ore 9.00

Modera: Daniele Aucone, Espaces Pistoia

Impegno politico e ricerca di beni comuni. Tra macerie e germogli quale futuro?

Interventi di:

Lino Prenna, docente di pedagogia generale e etica sociale, Università di Perugia 

Pietro Giovannoni, docente di storia della Chiesa, Istituto Superiore di Scienze Religiose, Firenze

Giovanni Capecchidocente di Letteratura italianaUniversità per stranieri di Perugia 

ore 15.00

Modera: Vincenzo Caprara, Espaces Fiesole

Spiritualità e politica tra fratture e ambiguità. Quale possibile incontro?

Felicisimo Martinez Diez, docente di teologia Madrid/Caracas

Stefano Grossi, docente di  filosofia, Facoltà Teologica Italia centrale Firenze 

ore 21.00

Modera: Aldo Tarquini, Espaces, Fiesole

Pierre Claverie, testimone di riconciliazione sulle ‘linee di frattura’ della storia

Jean-Jacques Pérennès, Institut Dominicain d’Etudes Orientales (IDEO), Il Cairo 

SABATO 7 LUGLIO

ore 9.00

Tavola rotonda: Costruire cittadinanza e rapporti nella giustizia

Modera: Giovanni Paci, Espaces Pistoia

Interventi di:

Mickaël Vérité, consulente del sindaco di Parigi Bertrand Delanoë

Cristina Giachi, assessore Università ricerca, politiche giovanili Firenze

Luigi Marini, magistrato, Corte di cassazione

ore 15.00

La sfida delle relazioni nella città plurale

Modera: Alessandro Cortesi, Espaces Pistoia

Interventi di:

Tonio Dell’Olio, responsabile di ‘Libera internazionale’

Annachiara Valle, giornalista ‘Famiglia cristiana’ e ‘Jesus’

Paolo Santachiara, assessore alla cultura comune di Novellara (RE), responsabile del progetto ‘Nessuno escluso’

ore 18.30 Conclusioni

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Si prevede la possibilità di vitto e alloggio presso il convento san Domenico previa iscrizione e prenotazione.

Per l’iscrizione si prega di inviare comunicazione ai seguenti recapiti:

e-mail: info@domenicanipistoia.it

tel. 0573.50.93.82

Memoria e impegno

A Genova sabato 17 marzo si è tenuta la 17a giornata delle memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa da Libera associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti. Una manifestazione per esprimere la ricerca di verità e  giustizia e per dire no alla corruzione e alle mafie. Vi hanno partecipato oltre 100.000 persone provenienti da tutta Italia. Nel discorso conclusivo della manifestazione don Ciotti ha parlato del pericolo delle mafie nei suoi aspetti eclatanti ma ha anche sottolineato la presenza di quelle zone grigie che consentono alle diverse mafie di prosperare. L’agenzia Adnkronos riporta alcune espressioni:  «Le zone grigie ci sono anche nella Chiesa». Dopo aver ricordato che nella Chiesa esistono «persone e forze meravigliose» don Ciotti ha sottolineato che «ci vuole più radicalità, più fermezza, i mafiosi sono fuori dalla comunione con la Chiesa ma lo sono anche le facce d’angelo, la zona grigia». La «zona grigia è il vero problema. La forza della mafia non sta nella mafia, è fuori è in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, del mondo delle professioni e dell’imprenditoria». (Sca/Ct/Adnkronos) «Il concorso esterno in associazione mafiosa esiste ed è stato utile alla magistratura per incidere nella zona grigia». A proposito delle polemiche sul reato di concorso esterno, don Ciotti ha detto: «ho il dubbio che tutto questa faccia parte di una strategia» (Adnkronos). Ha anche espresso il suo giudizio sul momento politico che stiamo vivendo in Italia: «la politica sta cambiando passo e sta recuperando credibilità». «Ma la verità vera – ha aggiunto – è che c’è bisogno che torni una politica seria e al servizio della gente comune». Egli ha richiamato anche come «la vecchia politica non demorde» ed ha osservato che il Governo Monti «sta facendo buone cose e questo lo vogliamo affermare, ma noi con le nostre azioni vogliamo aiutarlo nelle cose che non vanno».

In un momento di profonda crisi della politica la manifestazione di Libera contro le mafie è un segnale importante. Tuttavia l’attenzione dei media sembra sia stata assai scarsa come anche la presenza di rappresentanti politici. Segno di una indifferenza e di una mancanza di ascolto diffusi. Mentre proprio le voci delle vittime dovrebbero aver risonanza ed essere ascoltate nella loro espressione di ricerca di giustizia e di impegno per costruire possibilità di vivere insieme in cui sia eliminata la logica del sopruso e dello sfruttamento. (a.c.)

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