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I domenica Avvento – anno A – 2016

dscf5642Is 2,1-5; Rom 12,11-14; Mt 24,37-44

‘Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci’: Isaia con lo sguardo lungo di chi sa scorgere lontano, da profeta, si fa voce della promessa di Dio sulla storia. Vede Gerusalemme come città di pace, luogo a cui i popoli convergono e si incontrano: “al monte del tempio del Signore affluiranno tutte le genti”. L’intera storia dell’umanità scorre davanti ai suoi occhi capaci di sognare come un grande pellegrinaggio di popoli che si mettono in cammino attratti dalla presenza di Dio. Per strade diverse giungono fino al monte del tempio del Signore per scoprire che l’orizzonte ultimo della vita è l’incontro e la pace, non l’ostilità, il disprezzo e la guerra: “non impareranno più l’arte della guerra”.

Scoprire il volto di Dio liberatore e vicino apre ad incontrare un nuovo senso della vita, a comprendere che non è la guerra il motore della storia. Il cammino di ogni popolo è mosso invece dalla ricerca della pace, e ciò che costruisce futuro sono tutti quei processi che trasformano gli strumenti di conflitto e di violenza in mezzi per portare vita: le spade e le lance, armi di offesa, trasformate in attrezzi per coltivare i campi, strumenti di lavoro da usare in condizione di pace e per la pace.

Isaia invita così ad iniziare un cammino nella luce di questa visione. E’ un orizzonte che delinea il senso profondo della storia di tutta l’umanità. In questo cammino si attua l’incontro con il Signore: “Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”.

E’ questo il sentimento che veniva coltivato nei pellegrinaggi verso il monte di Gerusalemme, evocato dai salmi da cantare durante la salita: sono sentimenti di gioia: “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!”. Sono sentimenti di pace: “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi”. Sono sentimenti di cura per gli altri e di tenerezza: “Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: Su di te sia pace!. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 121).

La pagina del vangelo di Matteo, tratta dal discorso di Gesù sugli ultimi tempi parla della venuta del figlio dell’uomo. Gesù il risorto viene e non si potrà rimanere indifferenti. Quest’‘ora’ non sta in un futuro lontano, ma è presente.

Matteo richiama a vivere con attenzione e consapevolezza il presente e soprattutto mette in guardia contro l’indifferenza: ai tempi di Noè: ‘mangiavano e bevevano… non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e ingoiò tutti’. Ci può essere un modo di vivere il presente in modo superficiale nella spensieratezza di chi non guarda all’altro, e non si lascia toccare dalla sofferenza vicina o lontana. Noè invece è indicato come uomo capace di fare attenzione ai ‘segni’.

Si tratta allora di tenere gli occhi aperti sulla vita e sulla storia: ci sono segni della presenza di Dio che esigono ascolto: provengono dagli incontri, dalle voci di persone e situazioni che si fanno chiamata. Il tema dell’ora racchiude il riferimento al senso del nostro tempo, al passato, al nostro futuro ed al presente che viviamo.

“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà”. ‘Vegliare’ è  l’attitudine di chi si prende cura, di chi dà attenzione al presente ed assume responsabilità. Vegliare reca in sè anche il movimento di un’attesa: veglia chi attende con amore il venire di qualcuno. Il Signore viene e verrà. Nella storia non sarà la violenza e nemmeno il buio della morte ad avere l’ultima parola, ma l’ultima parola sarà l’amore, sarà la presenza del volto del crocifisso risorto. La vita va verso l’incontro con Gesù che nella sua croce ha vinto la morte ed è invocato come signore: Vieni Signore Gesù, Maranathà. La vita è cammino di popoli chiamati a scoprire la promessa della pace come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op

folon-chapelle-vence(Jean-Michel Folon, Chapelle de Pénitents Blancs – Saint-Paul de Vence)

Forgeranno le spade in vomeri

Fa impressione, soprattutto in tempi di crisi economica che così pesantemente tocca la vita concreta delle famiglie, leggere i resoconti sulla spesa per gli armamenti in Italia: “Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro.” (G.Di Feo, Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei, “La Repubblica”, 22 novembre 2016)

Osservatori attenti a cogliere una delle fonti che alimentano le guerre nel mondo, evidenziano le misure del commercio di armi che interessa il nostro Paese

Per l’anno 2015 l’analisi rivela come “…l’Italia si conferma il principale esportatore tra i paesi dell’Unione Europea, di fatto mondiale, di ‘armi comuni’ cioè, di tipo non militare… ma tra le ‘armi comuni’ sono comprese anche quelle esportate per l’utilizzo da parte di corpi di polizia e delle forze di sicurezza pubbliche e private. Al riguardo vanno segnalate, anche nel 2014, le consistenti forniture, principalmente dalle province di Brescia e di Urbino, di armi destinate al Messico, Libano, Marocco e Oman: paesi i cui corpi di polizia e di pubblica sicurezza sono stati spesso denunciati dalle organizzazioni internazionali per le reiterate violazioni dei diritti umani.”  (L’analisi di OPAL dei dati Istat sulle esportazioni di armi dall’Italia e da Brescia per l’anno 2015

Giorgio Beretta – responsabile dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia – ha recentemente denunciato l’esportazione di armi da parte dell’Italia verso l’Arabia saudita che sta conducendo una sporca guerra nello Yemen (La guerra sporca dell’Italia in Yemen, “Il Manifesto”, 15 ottobre 2016)

“Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha infatti autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano ‘armi automatiche’ che possono essere utilizzate per la repressione interna, ‘munizioni’, ‘bombe, siluri, razzi e missili’, ‘apparecchiature per la direzione del tiro’, ‘esplosivi’, ‘aeromobili’ tra cui componenti per gli Eurifighter ‘Al Salam’, i Tornado ‘Al Yamamah’ e gli elicotteri EH-101, ‘apparecchiature elettroniche’ e ‘apparecchiature specializzate per l’addestramento militare’. Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro”.

Tra ottobre e dicembre del 2015 inoltre si denuncia come almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna siano decollati dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari diretti alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. La Rete italiana per il disarmo sulla base di questi fatti ha presentato un esposto in varie Procure e a Brescia è stata aperta un’inchiesta dalla Procura. In Yemen l’Arabia saudita sta conducendo infatti un intervento militare a capo di una coalizione che ha provocato un disastro umanitario. Una operazione più volte condannata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon soprattutto considerando che i raid aerei sauditi hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e ospedaliere tra cui le strutture di Medici senza Frontiere. La trasmissione ‘La radio ne parla’ ne ha dedicato attenzione il 11 ottobre 2016: è stato evidenziato che il conto delle vittime è di 10 000 morti in un anno e mezzo, 26000 vittime civili, milioni di persone in fuga. Farian Sabahi, scrittrice e giornalista, la descrive come “guerra per procura” in cui un ruolo predominante è ricoperto dagli interessi miliardari che sottostanno al commercio di armi.

A fronte di questa situazione per la quale si deve ringraziare chi aiuta a offrire elementi di consapevolezza e richiami in una realtà sociale distratta e indifferente, non si può non ricordare le parole accorate di don Tonino Bello che si lasciava prendere dalle parole di Isaia e richiamava ‘In piedi costruttori di pace…’:

“… si realizzerà la splendida intuizione dì Isaia che, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: “In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto. Allora il deserto diventerà un giardino.. e la giustizia regnerà nel giardino.. e frutto della giustizia sarà la pace”. (Is 32,15-17). Il deserto, quindi, diventerà un giardino. Nel giardino crescerà l’albero della giustizia. Frutto di quest’albero sarà la pace!…

… In piedi, allora, costruttori di pace. Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell'”oggi” della storia i primi frutti del regno. Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale.
Fin dai tempi dell’Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le fatiche di liberazione degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni. Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata ‘orizzontalismo’ la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l’amore per lui. Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena… se non abbiamo la forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che essere ceri pasquali. (Tonino Bello, Discorso pronunciato all’Arena di Verona, il 30 aprile 1989, alla Vigilia dell’Assemblea Ecumenica di Basilea)

Alessandro Cortesi op

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Epifania del Signore – 2016

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“Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te… cammineranno i popoli alla tua luce…”.

La pagina di Isaia apre uno squarcio sul nostro presente: movimenti di popoli, gente che cammina portando in braccio i propri figli, fiumane di volti che arrivano da lontano. Ma in questa pagina questo movimento è visto con gioia: è il disegno di Dio nella storia l’incontro di popoli e questo è luce che viene, è segno della gloria di Dio che si chiama pace. Nel nostro presente c’è una chiamata nascosta che invita ad un cambiamento profondo nel concepire la vita e nella scelta di stili diversi. Con occhi nuovi…

Gli occhi dei Magi erano occhi che scrutavano le stelle: occhi aperti all’interrogazione che proviene dal volgere lo sguardo in alto, oltre il proprio orizzonte e al di là dei percorsi soliti e riconosciuti, oltre le inferriate. Occhi curiosi e che danno peso alle cose, ai percorsi dell’interrogarsi umano, alla ricerca in tutti i campi del sapere che è sempre apertura di luce. Occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.

Gli occhi dei Magi hanno saputo scorgere nella luce della stella un invito, si sono lasciati provocare dall’intraprendere un cammino nuovo, si sono messi in viaggio. L’oriente il luogo in cui si leva il sole non è tanto un luogo geografico, quanto un atteggiamento interiore di chi si leva, si lascia alzare da una luce accolta e inseguita. Sono immagine di tutti coloro che nella storia non hanno accettato le risposte già date, ma hanno preso sul serio l’avventura della responsabilità. Per contrasto il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati: è terribile pensare che sono turbati color che hanno in mano le Scritture, che studiano e possono guidare i popoli. Il cammino dei magi, il loro presentarsi a chiedere senza arroganza è uno stile diverso, fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito, perché la vita di Erode e di tutta la città con lui viene minacciata di cambiamenti senza previsione.

Gli occhi dei Magi vivono la contentezza di ritrovare la luce della stella: sono aperti a cogliere i segni all’interno di una ricerca che li mantiene aperti e in ascolto, non chiusi all’interno di mura ben salde delle loro certezze e del loro potere. Il loro accogliere il cammino è l’atmosfera per poter ritrovare sempre nuova luce. E la luce li guida a chinarsi davanti ad un bambino, in braccio a sua madre. Matteo nel suo vangelo ci dice che questo è il punto di approdo, luogo di una grandissima gioia.

Aprendo i loro scrigni si scoprono essi stessi accolti e guardati. Il dono non è quello che fanno ma quello che ricevono: perché quel bambino dice loro che il volto di Dio si rende vicino nei piccoli, in un’umanità fragile e dimenticata, bisognosa di tutto, come un bambino. E’ il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre il luogo dove la luce si fa volto. Ma quella luce è dentro ogni ricerca e spinge per altre strade a ripartire a tornare al quotidiano.

Vitrail dans l'Église de la Réconciliation, Taizé

Vitrail dans l’Église de la Réconciliation, Taizé

I magi incontrano così il volto di un re, di un messia, del servo che da’ la sua vita: l’oro regale, l’incenso, e la mirra profumo della sepoltura già indicano i tratti del volto di questo bambino, che rimarrà ‘piccolo’, emarginato e trattato senza pietà anche quando sarà grande. Ma anche indicano le caratteristiche di re sacerdoti e sposa (la mirra del Cantico de Cantici profumo della sposa) che non appartengono come esclusiva a nessun popolo e a nessuna chiesa, ma sono doni per i lontani, portati da loro che si scoprono riconosciuti come preziosi.

Il volto del bambino è luce di uno sguardo che riprende ogni luce del cielo, Ma anche forse ogni luce è in qualche modo riflesso di questo suo sguardo. E’ il suo sguardo, luce che fa uno con tutti i piccoli segni di luce che hanno guidato il cammino di questi cercatori di stelle che Matteo ricorda nel suo vangelo, ma che guidano anche i cercatori di stelle che sono le persone in ricerca oggi. Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri.

mantegna-adorazione-dei-magiAndrea Mantegna, adorazione dei magi

Gli occhi dei magi, sono occhi che si sono fatti riflesso di quello sguardo innamorato, che spia attraverso le inferriate, sguardo di pietas: giungono ad un bambino, ma quel bambino è Gesù, come anche la luce che proviene da tutte le luci, da tutti gli sguardi che attendono di essere incrociati con sguardo capace di attenzione, di ascolto di riconoscimento.  La provocazione per noi sta nell’accogliere: accogliere le luci di ogni ricerca, accogliere i volti feriti manifestazione, farsi vicino del Deus humanissimus: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

Presentazione del Signore – anno A – 2014

800px-Bellini_maria1Giovanni Bellini, Presentazione al tempio, 1459, Galleria Querini Stampalia – Venezia
Mal 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

Malachia annuncia la figura di un messaggero angelo dell’alleanza, mandato a preparare la via: ‘e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; l’angelo dell’alleanza che voi sospirate’ (Mal 3,1). Il quadro è grandioso e compito di tale messaggero sarà l’irruzione nel tempio per ristabilire che i sacrifici siano compiuti secondo una logica di fedeltà a Jahwè: ‘perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia’. E’ il quadro di un’irruzione di potenza e di gloria, forse di Dio stesso, o di una figura messianica, e la questione centrale è quella del sacrificio dell’offerta a Dio.

Molto diversa la scena che Luca propone nella presentazione di Gesù, il suo ingresso nel tempio. Ma non si tratta di tornare ai sacrifici antichi. La sua entrata apre una interruzione e una novità. Il contesto spaziale e simbolico è Gerusalemme e l’ambiente del tempio. Il tempio, luogo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, spazio dell’incontro con il Dio dell’alleanza. Luca fa iniziare l’intera vicenda di Gesù a Gerusalemme, nel tempio, con l’annuncio a Zaccaria prima e nella presentazione di Gesù. A Gerusalemme il cammino di Gesù è diretto, e proprio a Gerusalemme si concluderà drammaticamente, fuori dalle mura, sulla croce. A Gerusalemme Luca situa gli incontri con il risorto e la ascensione di Gesù al cielo, inzio di una assenza che diviene presenza nuova nello Spirito. Da lì invia gli apostoli nella forza dello Spirito ad essere testimoni della risurrezione.

Gesù è condotto al tempio per adempiere la legge di Mosè che prevedeva la purificazione della madre dopo il parto e l’offerta a Dio del figlio primogenito, una offerta di poveri. Il riscatto costituiva il rito di un’offerta a Dio: a lui appartenevano tutti i bambini in riferimento alla liberazione dall’Egitto. Ma mentre Gesù viene accompagnato per questo rito l’avvicinarsi di Simeone interrompe il rito. Simeone è presentato come uomo giusto, rivolto a Dio, e spinto dallo Spirito. Il suo gesto di prendere tra le braccia il bambino apre una manifestazione: la presenza di questo bambino è riconosciuta come luce di liberazione.

L’inno posto da Luca sulla bocca di Simeone è l’inno carico di stupore di un credente e rinvia ad alcuni passi del Primo Testamento, ad esempio al canto del servo di Jahwè di Is 49,6: ‘E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza sino agli estermi confini della terra’ (cfr. Is 40,15; 62,6). Ma questo testo viene ripreso con una piccola ma importante modifica: i verbi non sono più coniugati al futuro, ma al passato. Simeone vede nel bambino che tiene tra le braccia già attuata quella promessa che aveva tenuto sveglia la sua attesa e che aveva guidato la sua speranza: ‘i miei occhi han visto la tua salvezza’. Non solo una presenza di salvezza per il popolo d’Israele ma per tutti i popoli. C’è un rapporto nuovo che inizia: i pagani , gli altri diversi, sono soggetti di una benedizione di Dio.

Il suo gesto, il prendere tra le braccia che è il gesto dell’accoglienza, è così visto da Luca come l’aprirsi di una nuova storia, un nuovo inizio: accogliere Dio è aprirsi all’accoglienza della sua tenerezza d’amore per ogni uomo e donna. La presenza di Gesù è per tutti i popoli. E’ questo il fine della lunga attesa. I due anziani Simeone e Anna scoprono che la loro attesa era tutta orientata ad una conversione di amore, di sguardo diverso all’altro. Due persone nel cuore del tempio aprono lo sguardo ad un disegno di Dio il cui tempio è l’umanità. La salvezza che Gesù testimonia è per gli estremi confini della terra.

Simeone indica in quel bambino un segno di contraddizione, pietra di inciampo: qualcuno lo accoglierà, altri lo rifiuteranno. E’ l’annuncio dello scontro che si apre di fronte al volto di un Dio che sceglie la via della debolezza e dell’inermità per comunicarsi a noi. E’ una accoglienza e rifiuto che si gioca in ogni tempo e in ogni tradizione religiosa nel contrasto tra l’apertura all’amore che si fa vicino e apre vie di pace e la chiusura dell’esclusivismo e della violenza contro l’altro.

Aprirsi a questo bambino come ‘luce per tutti i popoli’, è entrare nella logica della fede e guardare il suo volto e tutta la vita con la luce che viene da lui stesso: ogni rifiuto ha alla sua radice un modo diverso di pensare a Dio. Il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei padri è il Dio che si comunica nella storia e si fa incontrare nel piccolo segno del bambino così come alla nascita e nei segni apparentemente insignificanti di volti indifesi. Il volto del bambino Gesù indica già la povertà della sua vita e il suo cammino fino alla croce. E’ il Figlio che condivide le debolezze e i fallimenti del nostro vivere e presenta un volto di Dio difficile da accettare, perché si fa piccolo e povero.

Simeone e Anna sono persone anziane, segnate dagli anni, ma la loro vita è percorsa dall’attesa. Si sono affidati alla promessa del Signore durante la loro esistenza: sono tra i ‘poveri’ che si affidano solo a Jahwè. Simeone è giusto perché fedele nel tempo. La sua attesa di incontro con Dio lo ha fatto rimanere aperto. Attendeva la liberazione di Israele: al centro della sua attesa sta la memoria dell’esodo, l’incontro con il Dio dell’alleanza. E quella liberazione lo apre ora ad orizzonti più ampi di quelli che aveva sperimentato.

Dietro al riferimento all’attesa della liberazione d’Israele soggiace un riferimento alla legge del riscatto di Es 13,13 34,20 e Num 18,15. Con l’offerta rituale nel tempio Gesù sta già attuando il riscatto e la liberazione per tutto Israele e si vede già in tale gesto il senso profondo della croce quale evento di solidarietà e di amore: una esistenza offerta in fedeltà a Dio e in soldarietà ai poveri. Gesù compie l’offerta totale di sè al Padre a Dio per tutto Israele e per tutti i popoli: è lui il primogenito di una moltitudine di fratelli.

C’è una vicenda nuova che si sta facendo strada attorno a Gesù: Simeone è presentato come un uomo che si lascia condurre nella creatività e nella gioia dello Spirito. Anna serve Dio notte e giorno nella preghiera ed è presentata come profetessa, donna che vive la parola di Dio nella sua vita e sa leggere i segni del presente come luogo della presenza di Dio che chiama. In lei Luca vede realizzarsi l’attitudine di ogni credente che si lascia illuminare da Gesù: ‘si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme’. Il credente per Luca è capace di lode e di un parlare che si apre oltre ogni confine come parola che libera ed accoglie attese di liberazione.

La narrazione delle due infanzie, del Battista e di Gesù, presentate da Luca come un dittico nei primi capitoli del suo vangelo, è popolata di anziani: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna… In questo mondo, carico di anni, c’è la vita che nasce. Ma questi anziani sono anche il simbolo di una storia che attende. Simeone è un anziano con un cuore aperto e attento: come Abramo si lascia muovere dallo Spirito e accoglie la novità della benedizione di Dio che lo raggiunge non nella grandiosità del tempio, ma nella debolezza di un bambino. Recandosi nel cuore del tempio riconosce nel bambino, che accoglie tra le sue braccia, la luce delle genti.

Da questa pagina potremmo accogliere alcuni percorsi per noi:
Simeone è spinto dallo Spirito: lo Spirito si rende presente nella nostra vita in molti modi soprattutto nelle intuizioni che ci fanno uscire, andare verso, per accogliere. Dovremmo scoprire la fedeltà allo Spirito che apre cammini nuovi.

Simeone prende tra le braccia il bambino: prendere in braccio è gesto di accoglienza e gesto di chi sa scorgere la presenza di Dio nei piccoli segni. E’ gesto di custodia, di attenzione e di coinvolgimento. Il volto di quel bambino rinvia al volto di tutti gli indifesi in cui si rende vicino il volto di Dio per chiamarci a riconoscerlo e a scoprire in loro luce nuova nella nostra vita.

Luce per illuminare le genti: il passaggio ai pagani è il grande passaggio che la comunità di Luca vive e che Luca presenta in questa scena posta nell’infanzia di Gesù. Oggi ci sono passaggi nuovi che siamo chiamati a compiere: il passaggio a leggere e accogliere il vangelo in situazioni nuove dal punto di vista umano e storico, con linguaggi nuovi, in un mondo non più dominato dalla cultura greca e latina. Un mondo sempre più interrelato e in cui l’incontro tra i popoli è luogo di una chiamata di Dio. C’è una promessa per tutti i popoli e le genti da saper ascoltare, da accogliere come benedizione e su cui rispondere con la nostra benedizione. Le parole ‘Ora lascia Signore che il tuo servo vada…’ indicano la scoperta che apre un nuovo cammino. Luca dice che questo si realizza in chi come Simeone e Anna è vecchio, carico di anni. C’è una freschezza del vangelo da accogliere non solo ad ogni età, ma da chi nel tempo ha saputo coltivare e continua a rimanere nell’attesa.

Alessandro Cortesi op

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