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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXI domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0778.JPGGs 24,1-18; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

La grande assemblea di Sichem è momento di ritrovarsi di un popolo che ha compiuto il cammino dell’esodo. Entrati nella terra promessa, si presenta una nuova situazione che richiede una scelta. Su quali basi costruire un futuro comune? “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire”. E’ sempre presente la possibilità di seguire idoli vani. La domanda di Giosuè giunge al termine di un discorso in cui sono state ripercorse le tappe di una storia in cui Israele ha incontrato Dio vicino e liberatore. Segue la risposta non di individui isolati ma di un popolo che si ritrova accomunato in una direzione di fondo e assume una attitudine di responsabilità. “Lungi da noi l’abbandonare il Signore per servire altri dèi! Perché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i nostri padri dal paese d’Egitto… Perciò anche noi vogliamo servire il Signore perché egli è il nostro Dio”. Il ‘noi’ di questa risposta indica una identità posta senza relazione, in modo egoistico e sganciato dall’assunzione del farsi carico degli altri. Essa trova le sue radici in una storia di liberazione e si orienta al futuro come fedeltà. Implica la scelta di vivere nella logica della liberazione e di farsi responsabili per gli altri popoli e per le vittime dell’oppressione. A Sichem si attua il passaggio della fede, è rinnovata l’alleanza: è una scelta di libertà per servire il Dio che si è fatto per primo incontro. Ma nel cammino di servire Dio il popolo sarà sempre rinviato allo sguardo del suo cammino di liberazione e ad assumere lo stile di Dio che ha ascoltato il grido delle vittime.

Nel IV vangelo le parole di Gesù provocano difficoltà e scandalo: “Questo linguaggio è duro chi può intenderlo?”. Gesù chiede di passare ad un nuovo registro di intendere nell’affidarsi allo Spirito: “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita”. Le sue parole indicano un cammino di conversione. C’è un modo di intendere le cose e la vita secondo la carne dove tutto è basato sulle risorse e sull’intelligenza umana. Gesù propone un modo nuovo di conoscere che fa scorgere dimensioni nuove, nell’affidamento alla sua parola. Solo la forza dello Spirito rende possibile tutto questo. Lo Spirito insegnerà ogni cosa. Gesù chiede ai suoi di scorgere nel segno del pane la sua vita, la sua carne e il suo sangue versato per la vita del mondo.

Di fronte a queste parole annota Giovanni “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”, ed anche i dodici vivono la difficoltà. ‘Volete andarvene anche voi?’. Simon Pietro risponde: ‘Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio’. Nell’esperienza del rapporto con Gesù, nell’accogliere la sua testimonianza nel suo percorso di vita si fonda la possibilità di affidarsi a lui e di seguirlo. Nelle parole di Pietro è racchiuso il senso di affidamento allo Spirito, quale atteggiamento di ‘credere e conoscere’ in modo nuovo Gesù.

Alessandro Cortesi op

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Carne e sangue

Massimo Kothmeir, comandante della nave Diciotti, ha inserito questo disegno come immagine del suo profilo pochi giorni fa. E’ un’immagine che dice tante cose e che nasconde un dramma.

La vicenda della nave ‘Diciotti’ della Guardia costiera italiana in questi giorni fa indignare e provare vergogna. 177 persone, profughi provenienti da Eritrea Somalia e altri paesi, da giorni sono trattenuti, bloccati nel porto di Catania dopo che la nave era stata fermata al largo di Lampedusa per cinque giorni senza poter ricevere autorizzazione allo sbarco. A bordo migranti segnati da lunghi periodi di abusi e torture, che necessitano assistenza e cura dopo essere stati tratti in salvo nelle acque del Mediterraneo. Tra loro chi ha diritto a richiedere asilo. Ieri sera 27 minori sono stati fatti scendere.

Il trattenimento di persone e la restrizione di libertà personale non è ammessa dalla Costituzione se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria (art. 13) e dalle Convenzioni internazionali. L’art. 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (Cedu) riporta: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” e l’art 5 prevede i casi in cui una persona può essere privata della libertà, affermando il principio che: “Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge: …”.

Si è giunti a privare di fatto persone migranti della libertà, in violazione dei principi costituzionali, secondo il Garante dei detenuti in una lettera al Ministero dell’Interno. Questi ricorda che già nel 2016 l’Italia era stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per la mancanza di una giustificazione legale per il trattenimento di alcuni cittadini tunisini nel centro di Lampedusa e in alcune navi a Palermo.

Il trattamento riservato ai migranti non solo ostacola la possibilità di accedere alla procedura della richiesta di asilo, ma si configura come un trattamento disumano, che non si cura della vita delle persone, e rinnega quei principi umanitari di rispetto della dignità di ogni essere umano che hanno costituito la base di una cultura di riconoscimento dei diritti umani in Europa in particolare dopo le tragedie delle guerre mondiali. Il venir meno a principi fondamentali e il fatto che persone, le più deboli, siano utilizzate e rese strumento di ricatti o per risolvere conflitti politici a livello europeo o per aumentare i consensi a scopo elettorale suscita indignazione per la violazione dei diritti umani e per mancanza di umanità.

La stessa Guardia costiera è stata posta in seria difficoltà tra obbedienza alla propria missione di salvare vite umane e obbedienza al governo. A ciò si aggiunge la vergogna per la deriva culturale in atto. Sempre più l’Italia appare un Paese incapace di scorgere le reali dimensioni dei problemi, di affrontarli in modo costruttivo, di porre attenzione alle persone più deboli.

Il vescovo di Bologna Matteo Zuppi intervenendo alla FestAmbiente di Ripescia ha detto “L’emergenza conviene, c’è qualcuno che ci guadagna. Quando non c’è una politica seria non si possono risolvere i problemi. L’emergenza dei profughi conviene soltanto a chi non vuole decidere o a chi fa vedere che decide o che ha la soluzione”. L’Italia senza accoglienza diventa un museo (“La Repubblica” 19 agosto 2018).

Qui di seguito una testimonianza diretta che aiuta a guardare negli occhi la realtà, a scorgere le reali dimensioni di quanto stiamo vivendo al di là delle deformazioni di una comunicazione virtuale che toglie la possibilità dell’incontro umano e con esso della possibilità di sentire ancora la compassione per la carne di uomini e donne che soffrono. Partecipare a mangiare il pane carne e sangue di Cristo per chi è cristiano significa entare nella vita di colui che si è identificato con le vittime e con gli esclusi della storia, lui stesso vittima della violenza e del potere.

Il testo che segue è stato scritto da una operatrice di Terre des hommes presente allo sbarco dei minori ieri sera al porto di Catania e riportato dal sito Terre des hommes. E’ un aiuto a guardare ad una storia possibile, che pure è in atto nei gesti e nelle scelte di chi intende costruire la vita come percorso di un ‘noi’ solidale e non di egoismi in continua lotta, ben lontana e altra rispetto alla storia di vergogna e disumanità che si sta scrivendo in Italia in questi tempi:

“Ho trascorso nei centri di accoglienza per minori stranieri un po’ meno di 1000 giorni della mia vita negli ultimi quattro anni. Amo il mio lavoro e sono felice perché mi permette di avviare uno scambio, di entrare in relazione, di creare uno spazio di cura, di scoprire cose di sé e dell’altro.  Ieri però non sono stata così felice di presenziare a questo sbarco autorizzato su Facebook alle ore 18 circa. Vedendo quel video ho allertato i colleghi e mi sono messa la t-shirt bianca d’ordinanza, quella di Terre des Hommes, ancor prima di essere allertata. Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini, tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle. Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa. Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente. A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi “Ma quindi come va, come ti senti?”. “Ma tu chi sei? Perché mi guardi? Che vorresti dirmi?”. E mentre ci scambiavamo questi sguardi io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli. Mi ripetevo questo, “Che belli che siete”, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro. E in quei frangenti mi sono chiesta perché così tante persone siano arrabbiate e di cosa abbiano paura. Di due occhi che ti sorridono? Di due orecchie a sventola enormi? Di quattro ricci arruffati? Forse, del fatto che loro hanno perso la capacità di fidarsi dell’altro, forse perché non ce l’hanno mai avuta? Sono stati trasferiti tutti nel corso della nottata e mentre ero per strada e me ne tornavo a casa, orecchie a sventola mi ha riconosciuta dal pulmino su cui si trovava e mi ha salutato. L’ho salutato pure io. Penso che i sorrisi degli occhi, i saluti, il riconoscersi, valgano come un’altra bella storia. Come pure il non avere paura. Quella è la storia più bella, è la storia delle possibilità. Dei momenti in cui ciò che sarà non c’è ancora, se non nella tua testa, e sei pronto a lasciarti perturbare. Del tempo in cui tutto può ancora accadere se gli dai il giusto spazio. Dei giorni in cui non ti fai prendere dalla paura e rimani aperto a ciò che arriva. Di piccoli attimi di felicità”.

Alessandro Cortesi op

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Solennità del Ss. Corpo e Sangue del Signore – anno B – 2018

33400750_10214864917432403_5116185504219398144_n(Kim En Yoong – Esposizione – Centro ‘O lumen’ – Madrid)

Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: ‘Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole’”. Il sangue di animali, simbolo della vita è effuso in parte sul popolo in parte sull’altare. Il gesto di Mosè che segue alla lettura del libro dell’alleanza viene spiegato dalle parole: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’.

E’ un rito con profondo significato simbolico: un’unica corrente di vita (simboleggiata dal sangue) lega la vita del popolo d’Israele e quella di Jahwè (sono aspersi il popolo e l’altare). E’ dono di alleanza ed ha suo fondamento nelle dieci parole. La parola ‘Io sono il tuo Dio’ segna il percorso di un popolo che si affida e si lega: il rito esprime così la consapevolezza che Dio dona il suo amore ed il popolo è chiamato a stare nell’attitudine dell’ascolto, lasciandosi trasformare da quella parola. Ne sorge un impegno: quello che abbiamo ascoltato lo eseguiremo. Il dono di vita accolta, la scoperta della presenza di un Dio vicino e liberatore, deve farsi camino storico, responsabilità per altri, davanti a Dio.

L’ultima cena di Gesù con i discepoli avvenne in un contesto pasquale, una festa ricca di significati che legava la vita delle famiglie in Israele al momento dell’uscita dalla schiavitù paese d’Egitto: ogni generazione diviene partecipe di quell’evento.

Il passaggio dell’angelo di Dio che passando sopra alle case contrassegnate dal sangue dell’agnello libera il popolo schiavo è evento di liberazione: l’agnello, che in quella notte è mangiato prima della partenza, diviene così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Con il sangue si era compiuta l’uscita dalla schiavitù. La cena nel plenilunio della primavera è memoriale. Gli eventi dell’esodo sono rivissuti in prima persona e riattualizzati. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù, nel quadro di una cena nei giorni della Pasqua, presenta il pane e il vino e ne fa simboli dell’intera sua esistenza e della sua morte: “mentre mangiavano prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: ‘Prendete, questo è il mio corpo’. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: ‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio” (Mc 14,22-25)

La sua esistenza è detta nel pane spezzato e nel vino versato. Le parole della cena esprimono il suo essere per gli altri, il suo modo di intendere la vita come servizio. Le parole sul calice, rinviano all’alleanza del Sinai, simboleggiata nel ‘versare il sangue’. Gesù parla così di alleanza nella sua vita: la sua morte è rivelazione dell’amore del Padre, di comunicazione di vita, fino alla fine.

Il gesto di Gesù, ripetuto in sua memoria è segno di un dono di amicizia. Ed egli in quel contesto dice la sua fiducia oltre la morte e la promessa di un nuovo incontro: ‘non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio’ (Mc 14,25). Alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno: la sua fiducia è annuncio della risurrezione che rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

Alessandro Cortesi op

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Populismo

“Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!»” (Es 24,3-8)

“…quanto chiamiamo genericamente ‘populismo’ non è un nuovo (o forse anche vecchio) ‘soggetto politico’ in senso proprio. L’equivalente di un partito politico, un movimento, un ‘attore’, con una propria identità strutturata, una propria matrice organizzativa, una propria cultura politica per detestabile e criticabile che essa sia. Non è un ‘ismo’ come gli altri che abbiamo disseminato nel corso storico della modernità: socialismo, comunismo, liberalismo, fascismo… e con cui ci siamo identificati (per appartenenza) o contro cui abbiamo combattuto (per contrapposizione). E’ un’entità molto più impalpabile e meno identificabile entro specifici confini e involucri. E’ uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assume il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale – da ciò che Luciano Gallino ha chiamato il ‘finanzcapitalismo’ – nell’epoca di assenza di voce e di organizzazione” (M.Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, 2017,10)

Revelli indica alcune caratteristiche del ‘populismo’, che è fenomeno riscontrabile nella storia del sec XIX e XX in forme diverse e categoria difficile oggi da definire: ne individua i tratti propri nella centralità di riferimento al popolo quale entità pura, compatta e originaria contrapposta a tutto ciò che sta sopra di esso (élites, poteri, caste…) oppure che lo minaccia dall’esterno e sotto di esso (stranieri, immigrati, nomadi…). Un secondo tratto sta nell’idea di un tradimento subito da parte di una oligarchia che ha usurpato il potere e di sfiducia radicale verso una classe dirigente additata come universalmente corrotta, identificata in modo indifferenziato come responsabile del disagio e del malessere sociale. La visione è quella di una lotta del bene contro il male, dove l’ identificazione dei soggetti di male sono facili: gli usurpatori, gli stranieri etc…. Un terzo fattore è indicato nel rovesciamento, con l’utilizzo del linguaggio del cambiamento radicale del cambiare verso, dello scardinare, in breve della rivoluzione per fare il bene del popolo indicato in modo generico e indistinto, oltre le regole e saltando il riferimento a principi fondamentali del convivere (costituzionali), nela rivendicazione di una sorvanità del popolo senza vincoli e delimitazioni.

Molteplici sono le espressioni del populismo che sta dilagando a livello mondiale: dalle elezioni di Trump negli USA a fine 2016 alla campagna per la Brexit nel 2017, all’avanzata delle formazioni xenofobe alle elezioni in Francia e Germania, all’affermazione del nazionalpopulismo di Orban nell’ Ungheria che ha innalzato fili spinati ai confini. Le forme assunte dai vari populismi sono estremamente diverse, tuttavia denominatore comune può essere individuato in un venir meno della democrazia e della rappresentanza. Il populismo attuale appare come una malattia senile della democrazia. E’ segno di un impoverimento che ha toccato soprattutto le classi medie e delle trasformazioni che hanno svuotato il senso del lavoro.

Nel libro di Revelli viene delineato il caso italiano come un caso particolare, segnato dall’affermarsi di varie figure di neo-populismo: Sono esperienze in cui prevale il ruolo del leader che si connota come attore protagonista in un scena teatrale attorniato da claque e fans. Esse vivono di rottura delle mediazioni, con una comunicazione che fa prevalere il rapporto diretto con un pubblico non delimitato come in forme tradizionali di appartenenza e militanza. Enfasi particolare è posta poi sul presentare se stessi come inizio di un cambiamento che ha i tratti del rinnovamento radicale e con promesse iperboliche e non realizzabili. Forme accomunate da rivendicazioni rispetto ad un disagio diffuso, che vivono di seminagione della paura e in cui sono identificati capri espiatori del malessere sociale. Populismo televisivo, populismo del web e dei social, populismo dall’alto e altre varianti analoghe possono essere le forme di una tale situazione in cui si rivendica una sovranità del popolo che peraltro non viene servito ma viene subdolamente utilizzato e viene così asservito, rendendolo massa indistinta, acclamante, tenuta a debita distanza da nuove stanze del potere.

Revelli a conclusione suggerisce brevi osservazioni per contrastare tali fenomeni in diffusione: “Eppure basterebbero forse dei segnali chiari … per disinnescare almeno in parte quelle mine vaganti nella post-democrazia incombente: politiche tendenzialmente redistributive, servizi sociali accessibili, un sistema sanitario non massacrato, una dinamica salariale meno punitiva, politiche meno chiuse al dogma dell’austerità… quello che un tempo si chiamava ‘riformismo’ e che oggi appare ‘rivoluzionario’ “ (ibid. 155)

La sfida che sta davanti a noi oggi è più in profondità nell’orizzonte di far crescere una sensibilità di popolo non come massa indifferenziata utilizzabile secondo slogan di nuove gerarchie dominanti ma come cittadinanza di persone responsabili, capaci di riconoscimento degli altri e del comune impegno a costruire un convivere sociale tenendo conto della complessità delle questioni e di principi di riferimento che orientano le scelte. E’ una prospettiva di alleanza cioè di incontro e di relazione che sta al cuore dell’immagine di un popolo consapevole di responsabilità, proteso alla solidarietà con i più fragili e alla liberazione di chi è vittima d’ingiustizia.

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2430(Adam Rokosz, Incarnazione, Mostra ‘Auguri’ – S.Sabina Roma 2017)

Sof 2,3;3,12-13; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12

Matteo presenta Gesù che parla sul monte: è riferimento al Sinai ma anche rinvio a quel ‘monte’ dove Gesù dà appuntamento ai suoi discepoli alla fine. Ecco sono con voi fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,16): le parole di Gesù sono richiamo a quelle di Mosè che indicava la via per l’incontro con Dio, la legge. Gesù si rivolge ai discepoli ma parla per tutti.

‘il regno dei cieli è vicino’. Gesù annuncia che Dio non è lontano ma vicin, già presente melle pieghe della vita dalla parte dei poveri e degli oppressi. Le nove beatitudini sono l’annuncio che Dio si prende cura della felicità di uomini e donne. Annuncia anche un mondo possibile ma alternativo al mondo dominato dallo strapotere di alcuni sugli altri, dalla violenza e dall’esclusione. E’ un programma di un modo di vivere in cui divenire umani non con la violenza e schiacciando gli altri, ma prendendosi cura, preoccupandosi della felicità degli altri. Questa parole rivelano un desiderio profondo nascosto nei cuori, una nostalgia di un mondo basato non sull’aggressività ma sulla mitezza, non sul dominio di chi ha di più, ma sulla libertà di vivere con poco, non sull’arroganza di chi inganna ma sulla forza di chi lottag per la giustizia. Chi vive in questo modo scopre che Dio è dalla sua parte e che Dio procura felicità. Questa è la bella notizia.

Il primo messaggio delle beatitudini riguarda Dio stesso: la sua presenza è presente vicina, non abbandona i piccoli, coloro che soffrono, asciuga le lacrime di chi piange, piange insieme di fronte al male che sembra prevalere. Ma annuncia anche che l’ultima parola sarà felicità. Ed è una possibilità già presente, non riguarda solo un futuro lontano, ma è un ‘esprienza possibile nel lasciarsi tracciare il cammino da Dio stesso.

A questo messaggio le beatitudini affiancano una parola sulla vita umana messaggio riguardante l’atteggiamento umano: La prima beatitudine è rivolta ai ‘poveri in spirito’: a costoro la promessa non è quella di diventare ricchi, ma è annuncio di felicità per scorgere che solo lasciando spazio a Dio, in un uso non idolatrico delle cose, il poco diviene possibilità di libertà. Non è parola che giustifica le iniquità e la miseria dei molti davanti alla ricchezza di pochi, ma annuncio di un mondo diverso in cui vi possa essere condivisione.

La seconda è rivolta ai miti: i miti sono i poveri di Jahwè, ‘anawim’, coloro che hanno riposto le loro sicurezze nella promessa di Dio, capaci di rapporti nuovi nonviolenti con gli altri. Gesù nel vangelo di Matteo è indicato come ‘mite e umile di cuore’ (Mt 11,29) e quando entrata a Gerusalemme è presentato come un messia pacifico e mite (Mt 21,5).

Ai poveri e miti è destinato il regno dei cieli e l’eredità della terra. Chi cammina nella via della libertà dal proprio egoismo, dal dominio delle cose si fa custode della speranza per tutti: Gesù dice che sin d’ora persone nascoste e dalla vita semplice stanno costruendo un mondo nuovo.

La terza beatitudine riprende le parole di Is 61,2: ‘Mi ha mandato a portare una buona notizia ai poveri, a consolare tutti gli afflitti’. Chi soffre attende consolazione: Gesù annuncia che sin da ora Dio è lì accanto a chi soffre. Vive la vulnerabilità di chi soffre. Nella quarta beatitudine compare un termine caro a Matteo: ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia’. Gesù inviterà i suoi discepoli a compiere una giustizia ‘più grande’ di quella di scribi e farisei. Giustizia indica rispondere alla fedeltà di Dio che non viene meno alle sue promesse, al suo prendersi cura della nostra felicità.

Con la quinta inizia la serie di beatitudini proprie di Matteo: i misericordiosi con il loro agire sono riflesso dell’amore di Dio un amore semplice e gratuito, che perdona e fa nuovi.

I puri di cuore sono coloro che nel cuore centro delle scelte e degli orientamenti della vita, vivono la semplicità, non servono a due padroni. Coloro che operano la pace sono beati perché stanno vivendo secondo il disegno di Dio che è ‘shalom’, giustizia e liberazione di chi è oppresso. Agli operatori di pace è promessa la comunione con Dio, l’essere figli che inizia già in ogni percorso umano di riconciliazione in cui si aprono vie per essere fratelli e sorelle.

L’ultima beatitudine è ai perseguitati e si collega alla prima: ‘ad essi appartiene il regno dei cieli’: chi trova opposizione ed è trattato male per la fedeltà al vangelo è invitato a scorgere la gioia perché si compie il mistero della Pasqua, il paradosso di una morte che si apre alla vita nella resurrezione. Gesù indica una vita capace di libertà ed un incontro con Dio che si prende cura della nostra felicità. E’ una bella notizia: apre le porte per un mondo diverso da quello dei violenti e che pure sta crescendo, come seme nel seguire Lui, il vero ‘beato’ che ha concepito la sua vita come dono.

Alessandro Cortesi op

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Un popolo umile e povero…

In questi giorni uno dei primi atti del neopresidente eletto negli Stati Uniti è stata l’emanazione di un decreto che attua quanto Donald Trump con aggressività e cinismo ha insistentemente annunciato in campagna elettorale: il completamento di un muro di separazione tra USA e Messico che impedisca il passaggio dei migranti e di quanto cercano di oltrepassare la frontiera.

Ma al confine tra Messico e Stati Uniti, a Guadalupe nel municipio di Amatlán de los Reyes, Veracruz, altri gesti, nascosti e sconosciuti ai grandi mezzi di informazione vanno in direzione diversa e pongono ostinatamente una quotidiana contestazione alla logica di chi vuole costruire muri e generare rifiuto ed esclusione.

Amatlan de los Reyes nello stato di Veracruz è infatti un luogo di passaggio e di viaggi. E’ luogo di attraversamento dei grandi treni merci diretti verso la frontiera con gli Stati Uniti. Su di essi salgono in modo clandestino i migranti in cerca di passare il confine. ‘La bestia’ infatti è un nome singolare che indica non solo uno ma moltissimi treni merci che attraversano uno dei percorsi di migrazione dal sud del Messico al confine col Guatemala, sino alla frontiera con gli USA. La marea di migranti che sale su questi treni è immagine drammatica del sistema di iniquità e disuguaglianza generato che corrisponde ad un mondo di muri.

A Guadalupe le donne del luogo, las patronas, che da tempo assistono a questi passaggi, hanno deciso di fare il possibile per alleviare la fatica del viaggio di chi sale su quei treni coltivando la speranza di un futuro migliore. In quei lunghi treni i passeggeri sono infatti migranti che spesso devono affidarsi ai trafficanti di esseri umani, i coyotes o polleros e moltissimi nel viaggio trovano la morte o rimangono feriti nel cadere dai vagoni in corsa, ma devono innanzitutto sopportare le insidie del viaggiare in bilico sui tetti dei vagoni o arrampicati su scalette metalliche e predellini.

Le donne di Guadalupe hanno compreso che nella vita si può dividere ciò che si è ricevuto, e si sono date da fare in modo molto concreto. Hanno messo a disposizione le loro capacità: cucinare, preparare fagioli e tortillas come conforto e sostegno. Predispongono in sacchetti porzioni di cibo – più di 200 pasti al giorno – insieme a pagnotte di pane e bottiglie d’acqua, legati in modo da poter essere presi a treno in corsa. Le offrono durante il passaggio dei treni, ponendosi a fianco dei binari per farle velocemente afferrare da coloro che si sporgono dai vagoni.

Llevate mis amores è il titolo di un film di Arturo González Villaseñor che ha documentato tale esperienza e presentato al Festival di cinema, cibo e biodiversità ‘Tutti nello stesso piatto’ a Trento e Rovereto (nov 2016) facendo risuonare le voci di queste donne che parlano della loro scelta. E’ stato una tra le pellicole con maggior successo nel 2016 in Messico.

Il film riporta le testimonianze di quelle donne, fa sentire il timbro della loro lingua, fotografa il loro agire fatto di gesti semplici, che sono resistenza ed opposizione ad un mondo in cui si costruiscono muri. Gesti di profezia nel quadro di un sistema di ingiustizia e di sofferenza. In quei sacchetti riempiti di fagioli bolliti sta la scelta di aiutare e di manifestare una scelta di buona volontà e di amore rivolta a sconosciuti. Le loro mani impegnate a cucinare e a preparare le porzioni ricordano la fondamentale attitudine degli esseri umani di fronte alla fragilità: essere presenza che sfama e si prende cura.

Nell’agosto 2016 a Los Angeles hanno ricevuto un riconoscimento e un premio per la loro attività che negli anni ha dato possibilità di cibo a due milioni di migranti. Offrono di che nutrirsi, poco, ma un sollievo nel viaggio, ed insieme anche offrono riparo a chi cerca di attraversare la frontiera, come anche alle donne, a quelle madri che si pongono a rintracciare notizie dei figli scomparsi durante il viaggio e dai quali non hanno più ricevuto notizie, che formano la Caravana de madres Centroamericanas.

Il film s’intitola Llevate mis amores ed è dedicato a tutte le donne, las patronas “Para las patronas, que nos dejaran llevarnos sus amores”. E’ un ricordo di un popolo umile e povero… segno di ciò che rende questa terra vivibile e umana e di ciò che solo rimane nella vita. Nel loro agire sta un richiamo a coloro che intendono accogliere il messaggio delle beatitudini: cercare di scorgere nelle pieghe dell’umanità oggi i segni del vangelo già presenti e vissuti oltre i confini di appartenenze culturali e di religione e cercare di porre segni di testimonianza di un regno di Dio che sarà dono di comunione e di incontro.

Alessandro Cortesi op

Cfr. il bell’articolo di Anna Molinari, Vai e portati il mio amore

 

 

XVIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

DSCF6026Es 16,2-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Man hu: che cos’è?” è la domanda rivolta a Mosè di fronte allo strano fenomeno della manna, – una forma di essudazione di un arbusto del deserto – nutrimento che permise al popolo d’Israele di proseguire il cammino. “Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce in questo segno un intervento del Signore e se ne fa interprete. E’ la risposta da parte di Dio alla ribellione del popolo, stanco e logorato del cammino nel deserto.. “In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!’…” (Es 16,2-3).

Il bisogno di cibo e di sicurezze immediate rende impazienti e sospettosi e fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, là dove il cibo era assicurato. Il verbo ‘mormorare’ indica un atteggiamento profondo di ribellione e di sospetto che dubita della presenza vicina di Dio. Il dono della manna è anche una sfida che apre ad un incontro: ‘io sono il Signore vostro Dio’. La mormorazione degli israeliti è primo passo dell’idolatria che conduce a sostituire nella vita la signoria di Dio con qualcos’altro: nella Bibbia è questo il grande peccato. E’ l’atteggiamento contrario alla fiducia nell’alleanza; anziché riconoscere il Dio vicino e affidarsi alla sua promessa si ricercano sicurezze immediate. La nostalgia di cibo sicuro anche perdendo la condizione di libertà è nutrita dal dubbio che Dio sia vicino.

La manna e le quaglie sono segni offerti di fronte alla ribellione ed al sospetto.: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4). Ma la manna potrà essere raccolta solamente per quanto è sufficiente per una giornata, è rinvio a mantenersi nell’attesa: quello che è sufficiente senza accumulo per il domani. Per comprendere che la vita del popolo in cammino trova la sua stabilità ed il suo futuro unicamente nell’affidamento a Jahwè, oltre ogni altra sicurezza. E’ proposta di un percorso di apertura alla provvidenza di Dio.

Il segno dei pani narrato dal IV vangelo al cap. 6 ha come sfondo il dono della manna nel deserto. Ad esso seguono le parole di Gesù alla folla che lo seguiva, in un discorso nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Emerge evidente una incomprensione di fondo tra le parole e l’agire di Gesù e le attese della folla: la folla cerca Gesù perché ha trovato sazietà, ma il pane stesso è segno di un vita condivisa. “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27).

Gesù critica una ricerca che si pone secondo la logica dell’idolatria, per assecondare i propri bisogni dove anche il suo agire è strumentalizzato. La ricerca della folla non è nella disponibilità all’annuncio ma è ripiegata nella propria attesa di sicurezza. Gesù conduce gli interlocutori a compiere una traversata, da un livello di attese immediate ad un altro livello più profondo: il pane che Gesù dà, presente nel segno dei pani distribuiti, è la sua stessa vita, è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia per poter intendere in modo nuovo il senso della propria esistenza.

Compiere tale traversata è passaggio arduo, implica l’affidamento a lui, l’aprirsi al credere, che per il IV vangelo è lasciarsi coinvolgere in un incontro personale. I segni costituiscono occasione iniziale di un cammino a lasciarsi cambiare, fino a quell’unico segno che è la sua morte dove si manifesta la gloria/presenza di Dio. Incontrare Gesù è cammino che conduce a riconoscere che la sua presenza è al centro delle attese più radicali del cuore umano.

La questione fondamentale infatti verte sul credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29). Il segno che Gesù dà per credere è il segno del pane, rinviando coloro che lo ascoltavano al segno della manna nel deserto. “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

Ricorre con insistenza il verbo ‘dare’ Gesù intende la sua vita nel ‘darsi’. L’itinerario del credere viene suggerito come accoglienza di colui che Dio ha mandato, nel riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna costituiva un invito a concepire il cammino nel deserto come percorso di fede. Ora Gesù presenta se stesso: “Io sono il pane della vita”. La sua vita è nutrimento per far camminare nel percorso della vita. E’ pane che può dare senso alla nostra vita e che la apre ad un orizzonte nuovo di rapporto con il Padre.

DSCF6012Alcune riflessioni per noi oggi

Una prima riflessione può riferirsi al passaggio, alla traversata a cui Gesù conduce, dalle opere all’opera del credere: l’opera di Dio è entrare nell’incontro con Gesù che si presenta pane vero, disceso dal cielo. Il cuore del credere sta in un incontro difficile a cui lasciarsi spingere e verso cui orientare il cammino. Riconoscere Gesù nel segno dei pani è entrare nel significato della sua vita come presenza che dà da vivere, e offre nutrimento. L’incontro con Gesù è scoperta che la sua vita data, condivisa è luogo di incontro con Dio e scoperta del senso più profondo della stessa vita umana.

Sono trascorsi due anni dal rapimento di Paolo Dall’Oglio gesuita fondatore del monastero di Deir Mar Musa al-Habashio in Siria avvenuto tra il 28 e 29 luglio 2013. Il suo impegno contro il regime di Assad sin dall’inizio del conflitto siriano, fu interrotto dal rapimento nei dintorni di Raqqa. Il monastero di San Mosè l’Abissino, situato nel deserto a nord di Damasco, era un segno di come diversi percorsi fede, nelle diversità, potessero incontrarsi e condividere ciò che sta al fondo dell’esperienza del credere piuttosto che dividere. Così ne ha parlato Domenico Quirico che ha sperimentato rapimento e prigionia nella sua esperienza di giornalista: “Mi interessano questi uomini come me, con la morte sotto i piedi, e la paura che, inevitabilmente, sale nel petto. Il momento in cui una vita con Gesù sembra non servire a niente, parabole, vangeli, preghiere… e ora tocca a ciascuno farsi strozzare dalla propria morte. Il silenzio apparente di dio, un dio addormentato, indifferente che assomiglia troppo a un dio morto, a un dio che forse non c’è. Non vogliono morire questi uomini. Forse anche loro chiedono il miracolo: la porta della prigione che si apre, gli aguzzini che scompaiono… Anche a loro per un attimo quella sembra la condizione necessaria per credere. Uomini, solo uomini… Due anni… La lezione più importante e inascoltata di tutto il Libro: la religione senza miracoli” (Il Papa: liberate Dall’Oglio ostaggio dove Dio non c’è, in “La Stampa”, 27 luglio 2015). Il dramma di Paolo Dall’Oglio è un frammento del dramma più vasto della Siria e del suo popolo che sta vivendo da anni la sofferenza della guerra, della migrazione, della vita da profughi.

‘Idoli della Chiesa’ è il titolo di uno dei volumetti della collana “Lampi”, scritto da Severino Dianich. La tentazione dell’idolatria non è lontana ma fa parte del quotidiano della chiesa: C’è un mormorare che implica incomprensione del cammino a cui Dio ha condotto, e sospetto sulla sua presenza: «sono i nostri idoli. Dovremmo andare a scovarli nel cuore, negli atteggiamenti e nelle azioni del singolo cristiano, delle famiglie, di ogni aggregazione sedicente cristiana» nella tensione a riscoprire il senso del «comandamento dell’unico Dio, dell’unico Signore».

C’è una ricerca di sicurezze, un rifiuto a vivere del nutrimento donato e nella fiducia, che impedisce di scorgere il pane offerto e da non trattenere, perché sia condiviso. La chiesa deve ricordare che essa non è il regno di Dio, ma a servizio del regno per cui Gesù è venuto, perché uomini e donne abbiano la vita in abbondanza. C’è da chiedersi se non stia qui la testimonianza attesa oggi dai cristiani, quale eco del vangelo: essere capaci di nutrire le attese di vita, di condividere il pane e l’esistenza, di scegliere uno stile di semplicità, non preoccupato dell’accumulo, ma attento al presente e capace di ascolto dell’altro. La testimonianza cristiana attorno al segno del pane è chiamata a guardarsi dai sottili richiami delle varie idolatrie che si nascondono anche in una vita fatta di tanti bisogni, di tanti mezzi e così occupata al punto da dimenticare il senso stesso del cammino dell’umanità.

Alessandro Cortesi op

Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

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