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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5398Is 66,18-21; Eb 12,5-13; Lc 13,22-30

Nella seconda parte del vangelo di Luca Gesù è presentato nel suo cammino verso Gerusalemme. ‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Luca raccoglie in questo cammino vari insegnamenti di Gesù.

Tra altri è affrontata la domanda, dibattuta nei circoli rabbinici: “sono pochi quelli che si salvano?’. Diverse erano le risposte: da posizioni più rigoriste a posizioni più aperte. Gesù non entra nella questione. Ne fa occasione di un richiamo alle esigenze di una salvezza non come privilegio scontato ma cammino di esistenza nell’impegno per la giustizia. L’immagine della porta e il paragone di una festa sono introdotti: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

La porta per entrare nella festa è stretta, entrarvi implica fatica e impegno: il termine utilizzato è ‘lotta’ (agone). L’insegnamento di Gesù suscita una scelta e richiama alla responsabilità.

A chi solleva una sorta di diritto acquisito ad entrare, senza impegno per la giustizia, si oppongono le parole del padrone: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. L’accesso è chiuso a chi compie l’iniquità. Chi accampa in qualche modo diritti per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare: Chi può attraversare la porta stretta non è chi rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma il passaggio è reso possibile solo per chi compie la giustizia.

Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa che non coinvolge l’esistenza. E’ il modo di vivere la religione in modo esteriore, con manifestazione di simboli ed ossequi agli aspetti di manifestazione ma senza attuare la giustizia e senza cambiamento del cuore. Di fronte a tale pretesa di ‘diritti acquisiti’ di uso della religione come bandiera culturale, le parole di Gesù contrappongono parole dure: ‘Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori’. L’immagine della porta stretta richiama all’esigenza di una salvezza a caro prezzo, seguendo la testimonianza di Gesù. Per chi compie l’iniquità la porta è chiusa.

Tuttavia la prospettiva indicata è quella di una apertura senza confini. La porta è aperta infatti per chi opera la giustizia anche senza appartenenze religiose riconosciute, anche da lontano: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi, chi si comporta nella vita in continuità con i gesti di Gesù: nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte di chi è oppresso, nell’impegno per la giustizia e per la pace, nella preghiera di fronte al Padre, nell’intendere la vita come servizio nel quotidiano. Tutti costoro che praticano la giustizia, provenienti da lontano, considerati stranieri ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. Gesù richiama un primato della prassi nell’attenzione all’altro su ogni declamazione di appartenenza e su ogni tipo di devozione. Sono parole per ripensare i cammini personali e lo stile di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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Religione e iniquità

E’ elemento assodato dagli osservatori che una delle strategie poste in atto dalla destra sovranista internazionale, di cui alcuni interpreti sono Bannon neegli USA e Orban in Europa, è quella di cercare connivenze e agganci con il sentimento religioso popolare. Solamente in questo modo i progetti sovranisti e populisti possono pensare di avere una durata nel tempo aggregando a sé aspetti che toccano attitudini esistenziali e profondità di appartenenze. Da qui le strategie per impadronirsi e utilizzare simboli religiosi per rassicurare le fasce di popolazione più sentimentalmente legate a quei simboli unendole alla predicazione populista. E si sta via via facendo chiaro che uno dei principali nemici dei progetti sovranisti a livello internazionale nell’attuale contesto è la visione di papa Francesco, visione che non si pone sul piano della strategia politica, ma proprio per questo, per il richiamo a dimensioni di libertà dall’idolatria, per la sua profondità umanistica e dialogica, per la comprensione di una fede ben distante dall’ipocrisia di una religione ripiegata su di sé e quale strumento di interessi mondani, è vista come il nemico numero uno perché destruttura alla radice orientamenti autoritari e si oppone alla strumentalizzazione del popolo.

L’ipocrisia dell’uso di simboli religiosi e del loro contemporaneo svuotamento di significato staccandoli dal vangelo, o utilizzando in modo strumentale riferimenti a testi religiosi in sedi istituzionali è stata ripetuta in questi giorni in Parlamento. Si può scorgere in questo l’espressione di un analfabetismo della grammatica della laicità, di quella laicità testimoniata nel testo della Costituzione in cui valori profondamente legati anche alla fede cristiana hanno avuto una traduzione in termini condivisibili in un quadro di pluralismo.

C’è un problema di fondo che riguarda il modo di intendere la fede e forse è da riprendere la distinzione tra fede e religione. Papa Francesco ne ha recentemente fatto cenno usando l’evocativa immagine del ‘turista nella chiesa’ collegandola all’ipocrisia religiosa che viene meno alla sincerità ( e alla prassi) dell’amore come cura dell’altro:

“L’ipocrisia è il peggior nemico di questa comunità cristiana, di questo amore cristiano: quel far finta di volersi bene ma cercare soltanto il proprio interesse. Venire meno alla sincerità della condivisione, infatti, o venire meno alla sincerità dell’amore, significa coltivare l’ipocrisia, allontanarsi dalla verità, diventare egoisti, spegnere il fuoco della comunione e destinarsi al gelo della morte interiore. Chi si comporta così transita nella Chiesa come un turista. Ci sono tanti turisti nella Chiesa che sono sempre di passaggio, ma mai entrano nella Chiesa: è il turismo spirituale che fa credere loro di essere cristiani, mentre sono soltanto turisti delle catacombe. No, non dobbiamo essere turisti nella Chiesa, ma fratelli gli uni degli altri. Una vita impostata solo sul trarre profitto e vantaggio dalle situazioni a scapito degli altri, provoca inevitabilmente la morte interiore. E quante persone si dicono vicine alla Chiesa, amici dei preti, dei vescovi mentre cercano soltanto il proprio interesse. Queste sono le ipocrisie che distruggono la Chiesa! (papa Francesco, Udienza generale, 21 agosto 2019)

Sono domande poste tempo fa da Antonio Spadaro in riferimento alla situazione italiana nella Civiltà cattolica, recentemente fatto oggetto di scomposti attacchi per aver affermato che “Questo è tempo di resistenza umana civile e religiosa”. All’inizio di quest’anno scriveva:

“Dopo anni in cui forse abbiamo dato per scontato il rapporto tra chiesa e popolo, e abbiamo immaginato che il Vangelo fosse penetrato nella gente d’Italia, constatiamo invece che il messaggio di Cristo resta, talvolta almeno, ancora uno scandalo. Sentimenti di paura, diffidenza e persino odio – del tutto alieni dalla coscienza cristiana – hanno preso forma tra la nostra gente” (Antonio Spadaro, in “Civiltà cattolica” 2-16 febbraio 2019).

Così ha osservato recentemente Alex Zanotelli:

“Quando Salvini, il giorno della conversione in legge del decreto Sicurezza bis, ringrazia la Madonna di Medjugorje sa di richiamare un luogo di culto popolarissimo, dove moltissime persone vanno in pellegrinaggio. Soprattutto fedeli delle regioni del Nord est, dove l’elettorato della Lega è più radicato. Perciò quel tipo di appello ha un significato identitario preciso per il popolo del Carroccio. Evidentemente a Salvini non interessa che il richiamo alla Madonna porti con sé un messaggio esattamente opposto a quello dei decreti Sicurezza uno e due, come insegna il culto della Madonna di Porto Salvo, molto cara ai marittimi e ai pescatori in particolare del Mezzogiorno. Salvini capovolge il messaggio per la sua base elettorale. E infatti parlare di Porto salvo a lui non interessa. Quello che è grave è l’appoggio che ha ricevuto da alcuni settori della Chiesa che dovrebbero chiedersi che razza di Vangelo abbiano annunciato. Ma l’Italia è mai stata evangelizzata?” (Alex Zanotelli, L’ipocrisia religiosa del palazzo, “Il manifesto” 22 agosto 2019).

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

Il pastore è figura di relazione: la sua vita è in rapporto al gregge. Non è solo una funzione. L’esistenza dei pastori è di cura, vicinanza agli animali, condivisione di vita per poter vivere, loro stessi e il bestiame, insieme. Gesù aveva esperienza della vita dei pastori nei campi della Palestina. Tra le persone che incontrava alcuni potevano esser pastori. I racconti dell’infanzia parlano di pastori come i primi che accolgono la bella notizia del vangelo.

I pastori nomadi vivevano in un contatto profondo con gli animali e la loro esistenza era ritmata dai cicli della natura e dalle esigenze del gregge. L’origine stessa del popolo d’Israele affondava radici nell’esperienza di tribù che praticavano la pastorizia spostandosi nell’anno a seconda della possibilità di trovare pascoli e acqua: la pasqua stessa per Israele, era festa che inaugurava lo spostamento di pastori e greggi all’inizio della primavera verso nuovi pascoli.

‘Il Signore è il mio pastore… mi rinfranca mi guida per il giusto cammino’ (Sal 23,1.3). La figura del pastore viene usata quale riferimento per scorgere la vicinanza di un Dio premuroso che guida e sta accanto. Con essa i profeti descrissero la cura e lo sguardo di Dio, rimproverando duramente coloro che in mezzo al popolo erano guide preoccupate solo del proprio tornaconto e indifferenti alle fatiche del gregge. Tra essi Ezechiele richiama il disegno di Dio: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11-13).

Il vero ed unico pastore di Israele è Dio stesso: è lui solo che va in cerca della pecora perduta e riconduce quella smarrita, fascia quella ferita e cura la malata (cfr. Ez 34,16). Il Dio pastore con il suo agire genera una ‘alleanza di pace’ (Ez 34,25).

Nel IV vangelo Gesù parla di un ‘pastore bello’. Contrappone chi ha cura del gregge ai pastori mercenari. Sfruttano il gregge e sono ladri e briganti. Il vero pastore è riconosciuto dalla sua voce dalle pecore. Gesù così indica un rapporto speciale tra le pecore e il pastore custode: non è un mercenario, ma vive una relazione unica e profonda. Gesù chiama i suoi ‘piccolo gregge’ (Mt 25,31-32). Il desiderio espresso nella sua preghiera al Padre è che le molte pecore trovino unità: un solo gregge e con un solo pastore.

Gesù nel IV vangelo presenta se stesso come ‘porta’ delle pecore. Porta è soglia di passaggio: lì si entra e si esce. Entrare ed uscire è rinvio alla totalità dell’esperienza della vita, in cui si entra con la nascita e si esce con la morte. Gesù dice “Io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo”. In lui si può passare per la vita.

Il riferimento probabilmente per chi lo ascoltava andava ad una porta del tempio di Gerusalemme, chiamata appunto ‘porta delle pecore’. Era un passaggio per accedere al Tempio, simbolo della presenza di Dio al cuore di Gerusalemme. Nel IV vangelo Gesù è presentato come porta, luogo di passaggio, soglia di incontro con Dio.  Il suo corpo è indicato come tempio, luogo dell’incontro con il Padre: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere… egli parlava del tempio del suo corpo…” (Gv 2,19-22). E’ un tempio non fatto da mani d’uomo (cfr. Mc 14,58). Gesù si prende cura e dà la sua vita per le pecore e il suo sguardo va oltre i confini di ovili che separano, in vista di un raduno che è chiamata alla vita di tutta l’umanità: “…ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16).

Alessandro Cortesi op

Tenerezza

Viviamo in un’atmosfera segnata da aggressività e violenza. Il respiro non riesce a distinguere le polveri disseminate nell’aria, e non può filtrarle. Di polveri sottili parlano gli esperti, quelle polveri che inquinano i cieli delle nostre città e si diffondono, penetrano ad originare malattie e morte. L’aria inquinata di un ambiente malsano è quella che deriva dalla devastazione naturale, ma ci sono anche le polveri sottili dell’inquinamento dell’aggressività e della violenza disseminata e pervasiva.

Le ultime statistiche sul commercio di armi nel mondo manifestano un processo di armamento in corso che vede un triste record per l’Italia. Il nostro paese ha aumentato in modo spropositato la spesa per le armi commerciandole con paesi che praticano la violazione sistematica dei diritti umani (cfr. N.Scavo, Armi da guerra. Quasi raddoppiato il nostro export. Record di missili, “Avvenire” 27 aprile 2017;  A.Tarquini, Armi, cresce la spesa in tutto il mondo. Italia da record in Europa: +11%, “La Repubblica” 29 aprile 2017).

Quello che queste statistiche non possono rivelare è la connessione tra il commercio di armi fatto di produttori di strumenti di morte e di mercanti di violenza, e l’armamento dei cuori. Viviamo in contesti seganti da aggressività, da nervosismo che si esprime in forme quotidiane di intolleranza, di sopruso, di affermazione della forza quale modello di vita. Siamo anche immersi in un clima di durezza dell’iperattivismo che non pone limite all’impegno ma è succube della esigenza di prestazioni sempre più efficienti ed elevate.

Il modo di vivere il tempo evidenzia tale disagio, quando il tempo non è più scandito nel ritmo del lavoro e del riposo, ma diventa indifferenziato, interamente orientato e consumato per obiettivi di profitto. Viviamo la stanchezza di una ricerca compulsiva di ben-essere che si rivela vuota e fonte di mal-essere profondo. Nella società della prestazione, vengono sempre più a mancare le legature di vicinanza, gli intrecci di parole rivolte e ricevute, ma anche l’incontro di mani capaci di protendersi, di prendersi e accarezzarsi.

C’è un commercio di armi che porta le nazioni ad armarsi all’inverosimile in una pazzia collettiva che ripresenta incubi che si pensava relegati a tempi lontani. E c’è un corazzarsi dei cuori che si fa strada quale processo in cui gli altri – ma anche noi stessi – veniamo trasformati in cose. E’ il movimento che sta alla base di formazione di attitudini di indifferenza e di freddezza fino a perdere la pietas davanti alla sofferenza non più riconosciuta nel volto altrui, fino al venir meno della capacità di piangere. La scuola della durezza e della freddezza conduce al punto di non considerare più l’essere uniti agli altri in una comunità di destino, il destino umano.

Isabella Guanzini nel suo testo Tenerezza svolge, con ricchezza di rinvii al pensiero filosofico e con leggero tratto poetico, la matassa di un’analisi che svela i tratti di una società in cui i rapporti, la vita delle città, sono segnati da indifferenza, stanchezza, narcisismo. Ma viene anche evidenziato il desiderio di vie nuove per un cambiamento possibile, le fessure dell’esperienza umana che ci ricordano – a partire dai bambini nella gratuità del loro giocare – il fallimento di un mondo fondato sull’ipertrofia dell’io e sulla pretesa dell’autosufficienza e del dominio.

“Parlare di tenerezza tocca molte corde sensibili, smuove affetti ancestrali, evoca l’intensità della vita elementare del corpo e anche dell’anima. La tenerezza ha preceduto la nascita e resisterà anche alla morte. I legami più umani che conosciamo anticipano la nostra vita cosciente e durano oltre ogni nostro congedo più o meno forzato. La tenerezza incoraggia il nostro corpo a formarsi, a nutrirsi, a riconoscersi. E poi orienta il nostro sguardo sul mondo, ci spinge a trovare parole per dirci, ci interpella con il nostro nome proprio, forgiando e rivelando la nostra unicità insostituibile. La tenerezza riesce a dare forma a una singolarità ancora priva di forza. Questo è il suo miracolo” (Isabella Guanzini, Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, ed.Ponte alle grazie 2017, 9).

La rivoluzione della tenerezza è via da scorgere come alternativa urgente, possibile e vicina. E’ rivoluzione di un potere gentile, in cui la cortesia è attitudine che esprime quasi una forma laica di preghiera. Sembra di ascoltare gli echi di una promessa di beatitudine che in modo paradossale indica i miti coloro che possederanno la terra. Un possedere che capovolge i significati: il potere può essere gentile, nella misura in cui scava le profondità di un umano in attesa.

“La tenerezza restituisce bellezza proprio all’umano provato dalla fatica di vivere: non la nasconde con imbarazzo, non la muove nello sballo, non la maledice con disprezzo. La tenerezza restituisce bellezza all’umanità della vita reale: la sottrae alla rassegnazione e all’avvilimento, la commuove per la sua semplice grandezza” (ibid. 109)

Con queste parole l’autrice chiude il libro:

“Contro i mostri del mare e le fatiche immani di uomini e donne in cerca di pace, contro la durezza impietosa di dispositivi che svuotano gli animi, la tenerezza, la piccola tenerezza che è come ‘una traccia madreperlacea di lumaca’ su terre battute, esporrà lucidamente la sua lucina ostinata, indicando sempre la via ai naviganti più attenti. Perché non tutto è confuso o perduto, anche sotto un sole che piange.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una be-

stia zoppa e questo mondo come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e di sangue.

Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Siamo ancora capaci di amare qualcosa. Ancora provia-

mo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di più.

C’è splendore. Non avere paura.

(M.Gualtieri, Paesaggio con fratello rotto, in Tutte le poesie, Mondadori 1990)”

Tenerezza può forse essere indicata come uno stile che non può essere delimitato a gesti o parole, ma da’ forma all’esistenza ed alle relazioni. E’ attitudine da cercare e formare con lavoro e pazienza di artigiani. Da qui può prender vita la cura perché tutti abbiamo la vita, quella vita percepita come ambiente comune, casa in cui per tutti sono da ricercare modi di ospitalità e spazio che aprano allo ‘stare accanto’. Sta nel cuore della figura di ogni pastore che si prende cura e vive la mitezza di chi conosce la vita del gregge. E’ uno sguardo di tenerezza alla radice di quella parola: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Alessandro Cortesi op

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0681Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. ‘Passare’ è verbo di movimento, apertura, uscita, nell’attraversare i luoghi della vita, nella compagnia degli umani. I luoghi del suo passare sono lontani dai grandi centri della ricchezza e del potere. Gesù attraversava i villaggi della Galilea i luoghi del vivere di chi conosce la fatica del lavoro e il peso dell’oppressione dei potenti. Gesù è profeta che cammina, in un viaggio tutto orientato verso Gerusalemme.

“sono pochi quelli che sono salvati?” E’ domanda di scuola, dibattuta nei circoli dei maestri religiosi del tempo preoccupati di motivare privilegi, esclusioni, verità inaccessibili. Come oggi nei sistemi religiosi e tra le loro gerarchie, così allora diverse risposte trovavano dovizia di spiegazioni: c’era chi sosteneva che pochi si sarebbero salvati e chi invece affermava che tutti gli israeliti avrebbero partecipato al mondo futuro. Visioni più o meno aperte ma incapaci di respiro e rinchiuse in un orizzonte di privilegio ed esclusione.

Gesù non entra nella questione. Conduce piuttosto ad andare alla radice della domanda. Salvezza si pone nei termini di una relazione, e si può paragonare non ad un obiettivo esigente, ma ad una festa, ad un incontro aperto e accogliente. Il suo linguaggio non è per iniziati di una dottrina, ma suscita coinvolgimento. Parla così di una porta: ‘Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entravi ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, Signore aprici!’.

Le porte strette erano quelle di accesso alla città, anche di notte quando le grandi porte erano chiuse. Chi avanza pretese e diritti si scontra con le dure parole del padrone di casa: ‘Non so di dove siate: andate via da me, voi tutti che operate l’iniquità’. Chi accampa in qualche modo diritti per ‘aver mangiato e bevuto insieme’, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ si deve invece confrontare con altri criteri per poter entrare. Chi può attraversare la porta stretta non rivendica una appartenenza anche di tipo religioso o privilegi particolari, ma è rinviato ad una scelta personale, a compiere la giustizia nella concretezza della vita. Le parole di Gesù rinviano non ad una salvezza in una sfera lontana ma ad un impegno presente, da iniziare ora contro ogni iniquità. Il senso della vita, l’incontro con Dio, il compimento dell’esistenza non si attua altrove se non nella relazione con gli altri.

La porta per entrare è stretta: Gesù non prospetta il disimpegno e l’irrilevanza, ma ai discepoli richiama l’esigenza di una fatica, di prendere posizione, vivere l’urgenza e la responsabilità. E’ una parola che pone in crisi chi avanza pretese senza coinvolgersi in scelte che segnano la prassi. Di fronte a ricerche di rassicuranti certezze o a pretese di ‘diritti acquisiti’ le parole di Gesù suscitano la domanda che investe l’esistenza.

La porta è aperta, ma richiede un atteggiamento lontano da pretese o arroganza. La porta è spalancata per chi proviene da lontano ma troverà accoglienza. La salvezza allora è già una vita vissuta nella giustizia: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto al banchetto nel regno di Dio. E così vi saranno ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi’. Gesù richiama le parole dei profeti: scagliandosi contro un culto separato dalla vita, indicavano che solo scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio.

La porta stretta si apre ad accogliere chi non ha titoli di appartenenza o privilegi da accampare, chi attua scelte nel prendersi cura per l’altro, nello stare dalla parte degli oppressi, nell’impegno per la giustizia e per la pace. Sono persone che provengono da lontano, estranei a Israele, stranieri, ma con la loro vita dicono il vangelo. Gesù nel suo annuncio spalanca porte nuove, conduce a pensare la fede stessa al di fuori degli steccati. Coloro che sono considerati fuori sono accolti nel regno di Dio: ‘siederanno a mensa nel regno di Dio’. Saranno gli invitati nella casa, troveranno la porta aperta e accogliente. E’ un invito a ripensare il nostro cammino personale e i modi di vita delle nostre comunità.

Alessandro Cortesi op

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La soglia

C’è una ricchezza di pensieri che si affollano alla mente se si riflette sulla soglia, quel luogo domestico, quotidiano, che è limite, spazio di apertura, di attraversamento. La soglia di una casa è pietra che segna il limite tra il dentro e il fuori, delimita l’area di un vuoto e di una apertura dove rendere possibile il passaggio. La soglia è fatta per transitarvi, o per sostarvi sul limite. E’ infatti luogo del passaggio, dove si sta nel momento del saluto e dell’accoglienza, da dove si invita ad entrare e dove si rimane quando si getta lo sguardo al di fuori delle mura domestiche per affacciarsi fuori sul mondo circostante. Attraversare una soglia è movimento che dice incontro e apertura all’altro, è passaggio quotidiano inavvertito come il respiro.

La soglia è anche un confine, un limite che separa e che nello stesso tempo unisce e fa toccare due mondi diversi. Non ci sono solamente soglie fisiche, ci sono soglie interiori da riconoscere e varcare. Chi si ferma al di qua o al di là della soglia costruendo barriere e segnando confini come steccati si rende incapace di gustare la vita nel suo essere passaggio, cammino di soglie oltrepassate, coinvolgimento in quel viaggio in cui dal momento della nascita siamo stati gettati. In un momento storico in cui ritornano le barriere innalzate dentro e fuori, in una stagione in cui la paura sembra prevalere, coloro da cui imparare a vivere sono gli attraversatori di soglie, coloro che vivono il faticoso apprendimento nel far convivere confini dentro se stessi e sanno renderli luogo non di chiusura ma di attraversamento nell’incontro. Come la battigia sulla riva che tiene insieme e fa unire e mescolare mare e terra e nello stesso tempo li distingue, sulla spiaggia impregnata di salsedine. Per riflettere due brani che evocano i significati della soglia:

“Il «limine» può essere identificato con una soglia o come un lungo corridoio o un tunnel che rappresenta il necessario passaggio della nostra soggettività verso un nuovo orizzonte. La soglia implica un dinamismo, un attraversamento: quando ci dirigiamo da un luogo ad un altro, per un tratto ci si allontana, poi ci si avvicina, ma è decisivo il punto e il momento dell’attraversamento. E’ questo stare nel mezzo, questo luogo «terzo» (diverso dall’origine e dalla meta, diverso dalla partenza e dall’arrivo) quello che ci fa mancare il fiato, quello che ci fa tremare nella nostra interiorità, nel nostro tempo interiore. La riva abbandonata è alle spalle e quella verso cui siamo diretti ancora non si vede: la riva da raggiungere è nell’ombra. Questo crinale decisivo, e talvolta terribile, è quello che chiamiamo «essere sulla soglia»: è il luogo della paura e del naufragio, ma anche della sorpresa, della vita autentica, è il luogo dove la nostra soggettività arriva al suo «punto-limite» ed è chiamata a fare delle scelte per dare un senso alla nostra vita e alla nostra esistenza. Nella sua natura originaria e irripetibile, nel suo «punto-limite», la soglia è la «terra di nessuno»: è la terra selvaggia, autentica e originaria dove poter ritornare ad «essere se stessi». La soglia è l’orizzonte della speranza”(Andrea Gentile, Sulla soglia. Tra la linea limite e la linea d’ombra, IfPress 2012).

” I confini sono un catalogo di ipotesi, un’enciclopedia del possibile e del praticabile. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi creste frastagli onde. Sono percorsi, tracce e sentieri: idee e impressioni che diventano disegni sul territorio. Addirittura colori, che sfumano. Tratti, ritratti di paesaggi, cose, persone. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini insieme. Quasi sempre inducono un andare più che un fermarsi. Segnalano, al di là di un limite, una messa in comunicazione, una ineludibile cerimonia di condivisione e comunione. Sono costruzioni che spesso dicono un dentro e un fuori, facendoli coesistere, essendo evidente che senza fuori non può esserci alcun dentro. E ancora, sono pensieri, mappe mentali che si semplificano e fissano, pur rimanendo fluidi, in una traduzione fisica. E viceversa — con i confini c’entra sempre il viceversa. Sono un dato fisico e di percezione che produce mappe mentali e pensieri (…)“Siamo fatti di confini, bisogna solo farli stare bene dentro di noi. I confini non sono che il bacio di due terre, di due cose” (Gianluca Favetto, Se il confine è un sentiero della mente, La Repubblica 5 agosto 2016).

Alessandro Cortesi op

 

 

Memoria del Concilio Vaticano II 8 dicembre 1965 – 2015

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“Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo.

Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo.

Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario.

Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio.

Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio.

Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”

(Francesco, Omelia 8 dicembre 2015)

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 (Giacomo Manzù, porta della morte. san Pietro)

IV domenica di Pasqua – anno A – 2014

buon-pastore_big(catacombe di Priscilla – buon pastore)

At 2,14-41; Sal 22; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10
L’immagine del pastore sta al centro del cap. 10 del IV vangelo. Il ‘non detto’ di questa pagina è il rinvio alla voce dei profeti. Essi avevano parole durissime e chiare contro lo scandalo dei pastori preoccupati solo di se stessi e incuranti dei loro compiti. Così ad esempio Ezechiele con un linguaggio che potrebbe essere applicato a situazioni attuali denuncia la sopraffazione, la ricerca del privilegio a scapito dei poveri, l’irresponsabilità e la superficialità da parte delle guide del popolo che sfruttano gli indifesi fino a soffocare la vita dei piccoli. I pastori sono i capi del popolo: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori. Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte , vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite ma le avete guidate con crudeltà e violenza” (Ez 34,1-4) E ancora in Geremia “Guai ai pastri che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo. Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; … radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e e le farò tornare ai lor opascoli; saranno fecond ee si moltiplicheranno”.

La pagina di Giovanni va quindi letta tenendo presente un rimprovero di fronte ai pastori, immagine riferita ai capi politici e religiosi del popolo che hanno tradito venendo meno al loro compito di guida e responsabilità, e hanno sfruttato e oppresso persone che dovevano invece aiutare e sostenere.

Gesù parla così del pastore che entra dalla porta del recinto delle pecore. Il ‘guardiano del recinto’, il Padre, lo lascia entrare. Gli altri, che entrano da altre parti sono ladri e briganti. Il rapporto di chi è autentico pastore con le pecore è fatto di conoscenza e di ascolto: ascoltando la sua voce egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E le fa uscire e dopo averle portate fuori cammina davanti. Indicazioni che esprimono uno stile di relazioni ben diverso da quelle instaurate da capi preoccupati di sfruttare e approfittarsi delle persone. Chiamare per nome, conoscere le persone come uniche e non come massa indistinta, offrire attenzione che genera ascolto, portare fuori da tutto ciò che imprigiona e chiude, camminare davanti per aprire percorsi di libertà dopo averle condotte tutte fuori, senza esclusioni …

Questa prima parte del discroso si conclude con una incomprensione che nasconde un rifiuto: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro”. Coloro che ascoltavano avevano compreso troppo bene che quel discorso era una accusa radicale e diretta contro il loro modo di intendere i rapporti e la vitacontrola loro estraneità e indifferenza rispetto alle sofferenze. Non capirono forse perché si resero conto troppo bene di essere destinatari di un’accusa che poneva in discussione un mondo di privilegi e di potere. Gesù li accusa di essere ladri e briganti: ladri perché sottraggono in modo indebito ciò che appartiene ad altri e briganti perché usano violenza. I capi farisei che ascoltavano comprendevano bene che questo discorso era rivolto loro e accoglierlo comportava un cambiamento di mentalità su cui fondavano la loro vita.

‘Io sono la porta delle pecore’. Nel IV vangelo ricorrono espressioni introdotte dalla formula ‘io sono’ e in tutti questi momenti Gesù esprime un tratto della sua identità e attua una rivelazione progressiva della sua persona e del Padre stesso. Il vocabolo usato per indicare la porta fa riferimento non alle porte di ingresso delle città, ma ad una porta stretta, una porta che poteva esssere attraversata quando tutte le altre erano chiuse, dopo il tramonto, e che costituiva un’apertura di uscita o di accoglienza nei casi di emergenza. La porta stretta diviene così riferimento alla morte e risurrezione di Gesù, quella porta che ha reso Gesù unico pastore: nel suo dare la vita per gli altri è divenuto autentico pastore che compie pienamente il compito che realizza la vita e la rende bella, cioè riuscita: ‘il bel pastore dà la vita per le sue pecore’. Il pastore che intende la sua vita non per sé ma per gli altri attua i tratti di una vita bella: compie la sua vita nel segno del dono. Se non c’è questo passaggio ad una vita nuova uscendo dalla rincorsa all’accaparramento con tutti i mezzi, dalla paura di perdere sicurezze e ricchezze, dall’ansia di accumulo di privilegi e dalla ricerca inesausta di affermazioni, non c’è pascolo e non c’è nemmeno vita.

Gesù si identifica con la porta che non rinchiude e opprime, ma apre ad un respiro di vita nella libertà: ‘se uno entra attraverso di me , sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo’. ‘Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. E’ una parola che rinvia non solo alla vita eterna, ma fa riferimento ad una pienezza di vita che inizia qui e respira di tutte le dimensioni della vita. La salvezza che Gesù è venuto a portare è cura per l’esistenza, per custodire il nome di ciascuno.

Il discorso si chiude con l’io sono legato al bel pastore. Il pastore che guida e si prende cura attua una vita bella. Opposto è il mercenario che ‘quando vede venire il lupo abbandona le pecore e fugge’. Gesù ha inteso la sua vita nella linea della solidarietà fino alla fine, per radunare e per far uscire.

DSCF9551Potremmo cogliere alcune sollecitazioni per la nostra vita.

Gesù critica i pastori che soffocano la vita del gregge. Pensiamo ai popoli soffocati dall’ingordigia di un benessere di alcune aree del mondo che genera oppressione e impoverimento per molti; pensiamo a popoli soffocati da politiche che hanno imposto un’austerità senza considerazione della vita reale delle persone, dei loro nomi, delle loro storie. Ma anche a livello ecclesiale sperimentiamo ilpermanere di un modello dominante di clericalismo per cui il ruolo di guida diviene un ruolo di potere, e molto spesso la preoccupazione di chi ha compiti di guida non è il servizio e l’ascolto dei piccoli, ma l’accordo con chi è più potente. La vita stessa delle comunità è talvolta più simile ad una società strutturata in gerarchie con membri di serie A e di serie B, ed esclusi piuttosto che un gregge chiamato a camminare, ad uscire seguendo l’unico pastore Gesù.
Pastore delle pecore è Gesù: unico pastore bello che ha compiuto la sua vita e la offre ‘perché abbiano la vita’. Ciascuna pecora è chiamata per nome, conosciuta in modo originale. Ogni persona ai suoi occhi è unica. Per ciascuna e ciascuno c’è una parola da ascoltare, diversa, unica, irripetibile per altri. Pastore e pecore allora non sono immagini del comando, ma immagini dell’incontro, della relazione dei volti, dei nomi. Scoprire Gesù pastore può significare l’uscita da ogni prospettiva di tipo clericale e del potere, in cui una casta di chierici si pone alla guida con atteggiamenti paternalistici e di superiorità.

In queste parole è da ritrovare un appello ad essere tutti pastori degli altri: non qualcuno posto in un gradino diverso e superiore ma situati in un comune cammino nel passare attraverso l’unica porta, la via seguita da Gesù, in lui, e in questo modo scoprire che siamo chiamati a prenderci cura degli altri.

“Egli chiama le sue pecore”. Egli le chiama ciascuna per nome: apre anche noi a scoprire l’importanza dei nomi, il cammino di fede non come appartenenza culturale o irregimentazione, ma come un incontro personale. Nessuno può sostituirsi al passaggio della conoscenza esistenziale interiroe personale entrando nel rapporto con Gesù. Comunicare vita agli altri è lasciare spazio a questo incontro che è cammino personale e interiore. Gesù è pastore che non rinchiude ma apre: “e le conduce fuori…” anche noi nel prenderci cura degli altri dovremmo tener presente questo movimento a condurre fuori, ad aprire spazi di ricerca , di libertà, non di oppressione e di dipendenza.
“Cammina davanti ad esse”. Gesù cammina sempre davanti. La sua presenza non può essere bloccata: sta oltre e ci chiede di stare nel cammino, di andare avanti, di andare oltre. Di scoprirlo in modi nuovi lasciando di essere ‘condotti fuori’ proprio da lui. Fuori, dove c’è aria aperta. Fuori da tutte le gabbie religiose o ideologiche, fuori da una vita comunitaria intesa come burocrazia o come organizzazione tesa ad una affermazione visibile e di potere. Perché c’è un unico pastore, verso lui siamo chiamati, e attraverso di lui siamo chiamati a passare. Passare continuamente. “Entrerà e uscirà e troverà pascolo…” E sarà un passare aprendosi alla scoperta che la sua presenza di pastore non è per rinchiudere, ma per aprire alla vita in tutte le sue dimensioni, oltre ogni misura: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza…”

Alessandro Cortesi op

XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2013

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Is 66,18-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

“Passava insegnando per città e villaggi mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: ‘Signore, sono pochi quelli che si salvano?’.

La prima impressione che offre questo dialogo è l’attitudine di Gesù di sfuggire questioni che sono curiosità senza rapporto alla propria esistenza e al coinvolgimento della vita. La domanda che gli è posta ha importanza decisiva nella vita delle persone. Come salvarsi? Come trovare un senso alla propria esistenza? Tuttavia nel modo in cui gli è presentata può essere occasione di dibattiti teorici senza coinvolgimento: pochi o molti? Si affrontano questioni di vita rendendole dibattiti astrusi, si tratta degli altri senza riflessione sulla propria responsabilità. E Gesù si ritrae. Non sfugge alla questione ma la libera dall’essere una dissertazione di scuola. Il suo rispondere reca i tratti di un superamento di una curiosità vana che conduce anche ad una concezione del tutto sbagliata di Dio. La sua risposta si fa subito invito diretto, porta un riferimento alla vita di chi lo sta interrogando. Ma anche è parola che in primo luogo proviene dal percorso della sua vita, da quanto per primo egli sta vivendo. Dice Luca infatti che ‘era in cammino verso Gerusalemme’. La salvezza non è una questione di idee ma è cammino, rapporto con Gesù stesso e il regno di Dio.

‘Sforzatevi… Lottate…’ è il primo invito che Gesù rivolge al suo interlocutore. Ed è lui per primo che sta lottando, nel suo cammino verso Gerusalemme, contro tutto ciò che lo distoglie da una fedeltà al Padre. E sta affrontando quello che verrà indicato come ‘lotta’, ‘agone’, per affrontare la condanna e la croce. I vangeli concentrano in un episodio di prova e di scontro quello che costituisce una dimensione che accompagna il percorso di Gesù: le ‘tentazioni’ sono espressione di una tensione a mantenere la sua attenzione al regno, la direzione, sulla base della Parola di Dio e nella preghiera senza lasciarsi distogliere da tutto ciò che è ricerca di grandezza umana (Lc 4,1-13). La parola di Gesù pone in risalto una dimensione fondamentale della vita: la fatica necessaria per affrontare una lotta (Paolo parla della ‘bella lotta’ della fede: 1Tim 6,12). Si tratta di una lotta ben diversa da battaglie di chi intende la religione come motivo di scontro con altri, di imposizione delle proprie posizioni e di giustificazione alla violenza.

Gesù richiede quindi un’altra fatica: la fatica di uscire da mentalità religiose anguste e di entrare per quella porta che rimaneva sempre aperta. E’ questa la porticina che sulle mura delle città o anche nei palazzi poteva essere aperta anche dopo il tramonto del sole quando tutte le altre erano chiuse. La possibilità disponibile quando tutte le altre venivano meno e le porte erano sbarrate. Sembra che Gesù si riferisse a quella porta come immagine per parlare di se stesso e dell’incontro con lui. Il suo annuncio del regno rivolto a chi era lasciato fuori ed escluso.

E’ una fatica propria del divenire piccoli, dell’assumere non la misura dei grandi e dei potenti che passano per le grandi porte, ma di coloro che vivono la misura dell’amore di Gesù: la sua capacità di attenzione, il suo condividere la condizione di chi era tenuto ai margini, il suo annuncio per gli esclusi. In questa misura può essere colto il senso profondo dell’indicazione dell’invito a passare per la porta stretta: c’è una ‘strettezza’ che consiste nella misura di Gesù che apre ad un orizzonte che supera le nostre chiusure.

La porta è luogo di ingresso, apertura ad una relazione. Il riferimento alla vicenda del padrone di casa che, aprendo a chi bussa, non riconosce chi accampa diritti di conoscenza e appartenenza, accompagna a pensare la salvezza nei termini di una relazione maturata e vissuta. La salvezza viene riportata ad un incontro, ad un vivere nella misura di Gesù, cioè nell’incontro con lui.

L’immagine della porta stretta si apre nella risposta di Gesù ad un progressivo allargamento. Gesù evoca un venire di popoli da oriente e occidente da settentrione e da mezzogiorno, ‘e sederanno alla tavola del regno’. La visione di flussi di popoli che arrivano sfida il pensiero. Quella porta stretta è passaggio angusto ma presenta la via di un raduno senza confini. E’ porta così aperta da radunare da ogni angolo e da accogliere da ogni direzione, in una prospettiva che è apertura per tutti, in un orizzonte universale.

Gesù vuol capovolgere le sicurezze di chi si sente a posto, di chi pretende una superiorità rispetto agli altri, l’esclusivismo di chi desidera vantarsi di un privilegio religioso.

Apre ad un cammino in cui trovare la forza per sapersi coinvolti in un incontro. Chi viene da lontano si trova ad entrare nel banchetto del regno. Non ci sono garanzie per chi pretende di godere di appartenenze sicure, o di poter dire ‘ho mangiato e bevuto con lui’. L’invito è piuttosto nel vivere il cammino che Gesù compie, nell’operare la giustizia come fedeltà di fronte all’altro. Questa prospettiva che rompe con l’idea di una salvezza pretesa e difesa come privilegio genera reazione e scandalo.

La salvezza assume i contorni concreti di un mangiare insieme nella accoglienza di una tavola aperta, nel concepire la propria vita aperta gli altri e data per gli altri. Gesù viveva questo condividendo la tavola senza escludere coloro che erano tenuti lontani e considerati fuori dalla salvezza. Con il suo agire che destava critiche aspre – ‘ecco un mangione e un beone amico di pubblicani e peccatori’ – egli annunciava che il disegno di Dio è accogliere tutti come figli ad una mensa in cui tutti possano sperimentare la gioia di essere riconosciuti come fratelli.

Il IV vangelo riprenderà l’immagine della porta come grande metafora a sottolineare un senso comunitario aperto e per una riflessione sui tanti ovili e sulle tante pecore da radunare: ‘Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9). E’ una porta piccola, ma è porta che attende innumerevoli presenze, da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno.

Il pellegrinaggio dei popoli oggi assume i contorni degli spostamenti e degli incontri nuovi che si generano. Le reazioni di paura, di aggressività e violenza sono forme di incomprensione del cammino di una umanità che sta andando verso orizzonti di incontro sempre più allargato, ma che richiedono anche modi nuovi di intendere la vita.

Di fronte all’ingiustizia siamo chiamati riconoscere chi opera la giustizia come riconoscimento dell’altro e ad operare la giustizia nel tessere percorsi di accoglienza attorno a tavola in cui riconoscersi fratelli. Anche nel dramma della violenza come in questi giorni in Egitto, in cui le varie forme di dominio e violenza rendono vani e distruggono tanti sforzi di giusti che cercano di far crescere il dialogo e la convivenza nel rispetto tra uomini e donne, culture e religioni.

Simone Weil in una poesia in cui evocava la sua ricerca interiore, il senso di inadeguatezza e di chiusura ma anche la apertura come dono gratuito che colma il cuore, per esprimere il suo itinerario evocava appunto l’immagine della porta. E forse richiamava all’invito di Gesù ‘Sforzatevi’, come attenzione radicale e attesa di tutta l’esistenza al suo senso più profondo:

Apritela porta, dunque, e vedremo i verzieri,
Berremo la loro acqua fredda che la luna ha traversato.
Il lungo cammino arde ostile agli stranieri.
Erriamo senza sapere e non troviamo luogo.

Vogliamo vedere i fiori. Qui la sete ci sovrasta.
Sofferenti, in attesa, eccoci davanti alla porta.
Se occorre l’abbatteremo coi nostri colpi.
Incalziamo e spingiamo, ma la barriera è troppo forte.

Bisogna attendere, sfiniti, guardare invano.
Guardiamo la porta; è chiusa, intransitabile.
Vi fissiamo lo sguardo; nel tormento piangiamo;
Noi la vediamo sempre, gravati dal peso del tempo.

La porta è davanti a noi; a che serve desiderare?
Meglio sarebbe andare senza più speranza.
Non entreremmo mai. Siamo stanchi di vederla.
La porta aprendosi liberò tanto silenzio.

Che nessun fiore apparve, né i verzieri;
Solo lo spazio immenso nel vuoto e nella luce
Apparve d’improvviso da parte a parte, colmò il cuore,
Lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere.
(Simone Weil, La porta)

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