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Solennità di Cristo re dell’universo – anno B – 2015

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“Dunque tu sei re?”: il procedere del dialogo tra Pilato e Gesù si accentra sull’essere re. In realtà non si tratta di dialogo. Piuttosto un interrogatorio in un processo dove l’imputato sta inerme senza difesa davanti al rappresentante del potere imperiale. E tuttavia proprio il suo stare lì davanti pone la questione inquietante: quale tipo di re? quale potere di fronte alla pretesa di dominio dell’impero?

“Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Essere re per Gesù – evidenzia il IV vangelo – rinvia al suo essere testimone. La sua vita viene raccolta nei termini della testimonianza, l’essere rivolto ad altro e capace di comunicare. La questione si sposta sulla verità, l’orizzonte ultimo del senso dell’esistenza, la dimensione profonda dell’esistere.

I profeti in Israele avevano rivolto la loro protesta contro i re empi, con il richiamo ad un senso dell’esistere fondato sulla promessa di Jahwè e sull’alleanza. Gesù è re in quanto si pone in contrasto con le scelte dei re infedeli che avevano anteposto i loro disegni di dominio alla chiamata ad essere ascoltatori della Parola di Dio, suoi portavoce nel soccorrere l’orfano, la vedova, il forestiero. La verità di cui è testimone non è costruzione intellettuale ma fedeltà all’amore. Nel suo agire rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto. L’essere re assume i tratti paradossali della testimonianza e della fedeltà all’amore: veramente un regno diverso dalla sete di potere e dominio a base degli imperi umani.

Di fronte alla predicazione e all’agire di Gesù che avevano suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione e di riscatto sorge un’inquietudine nel potere religioso e in quello politico. Il suo stile poneva domande e faceva problema. In lui si rende presente una minaccia di sovversione: il suo parlare toccava le attese di vita e delle persone, dei piccoli, di coloro che erano esclusi dai circuiti dei poteri religioso e politico. Il suo annuncio del regno d Dio non rinviava ad una realtà al di là della storia ma ad una forza presente di trasformazione in atto nel presente, già iniziata. Il suo agire e le sue parole ponevano l’esigenza di un nuovo tipo di relazioni: non il dominio ma la fraternità e sororità di uguali in una comunità in cammino. La comunità di discepole e discepoli che Gesù raccoglie diventa un primo segno di tale disegno di raduno che esprime la novità del suo regno. Una forza di trasformazione del convivere secondo logiche nuove non di esclusione ma di ospitalità. Gesù esprimeva tuto ciò parlando del regno di Dio ormai presente, già immesso nella vicenda della storia come seme capace di crescere con forza autonoma. La questione sul regno di Dio nella predicazione di Gesù costituisce una questione centrale.

Gesù risponde fino ad un certo punto a Pilato: si assiste ad un crescendo in cui vengono delineati alcuni caratteri del regno: non proviene di questo mondo “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù si era infatti ritirato da solo in disparte quando volevano farlo re: il suo regno viene da altrove. Non mette in campo la spada per difendersi e per imporre il proprio dominio: Gesù si è liberamente consegnato a chi è venuto ad arrestarlo. Tuttavia il suo essere re si pone in rapporto con la realtà del mondo: si presenta in una scelta fondamentale di rifiuto della violenza. Così davanti a Pilato vive l’inermità e la ‘consegna’ fino alla fine. Si sottrae alle logiche del dominio, della sopraffazione della violenza che genera e combatte la violenza: è possibilità dell’impossibile. La sua vita si offre come testimonianza della presenza di Dio.

Per questo è anche provocazione a ripensare il volto di Dio, a ripensare in modi nuovi rapporto con lui: il Padre incontrato come il Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza. E la sua testimonianza chiede anche di ripensare i rapporti con gli altri: se il volto di Dio fedele viene raccontato nella testimonianza di Gesù, i rapporti tra le persone possono essere diversi: non più di sopraffazione, di disuguaglianza, ma di cura e di pace, rapporti in cui la presenza dell’altro è questione decisiva nella vita e diviene possibile cammino di incontro. Il regno non è percorso di singoli ma ha una valenza che coinvolge la dimensione sociale, i rapporti.

Il IV vangelo suggerisce come in quel drammatico dialogo tra Pilato e Gesù si stia svolgendo un processo più profondo, un giudizio di fronte a Gesù. I protagonisti prendono posizione davanti a lui. La questione di fondo accettare o meno il suo essere ‘re’, in modo unico e scandaloso. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”.

Gesù è re sulla via del crocifisso: la sua vita donata è consegna fino alla fine. L’accoglienza della testimonianza della, verità si pone come proposta di accoglienza dell’uomo spogliato di ogni potenza. Non tanto un umanesimo come ideologia, ma l’umanità dell’uomo Gesù umiliato e offeso che si identifica con gli umiliati e i marginali della storia. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un luogo di servizio e di condivisione di umanità. ‘Ecco l’uomo’: nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della nostra vita, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re mentre tutti lo giudicavano il miserabile e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti gli oppressi.

Si identifica con le vittime e i condannati della storia: la gloria di Dio – secondo il IV vangelo – si manifesta nel condannato e nel crocifisso che fa propria la vicenda dei condannati e crocifissi della storia. Il regno che Gesù ha iniziato è comunione di poveri che si affidano solamente alla salvezza che viene accolta come dono e non è intesa come conquista e progetto umano.

Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nella concretezza di ogni giorno.

notinmyname18Alcune riflessioni per noi oggi

Le vicende degli ultimi giorni – le violenze e le stragi opera di terroristi e le reazioni a livello dei vertici e a livello diffuso – possono trovare luce nel riferimento alle pagina del IV vangelo. La storia umana è lacerata in una lotta senza quartiere per la conquista di regni umani. E’ conquista sanguinosa, fatta di uso della violenza, di guerra, di terrore. Certamente atti efferati di terrorismo esigono una condanna senza riserve, ma altrettanto dovrebbe addolorare e suscitare reazione e condanna la violenza attuata in tante forme, e portata in particolare nel dominio economico, nella devastazione ambientale, nella guerra. Le vittime sono nella stragrande maggioranza innocenti, persone sconosciute e appartenenti ai miserabili del mondo.

In questo momento sarebbe essenziale rifuggire da attitudini di sospetto e contrasto tra cristiani e musulmani. I musulmani sono le prime – e più numerose – vittime di violenti che pur si richiamano alla religione, tradendo profondamente l’ispirazione di fondo dell’Islam. La reazione di presa di distanza da una violenaza che si richiama alla religione è segnale fondamentale: ‘Not in my name’.

“Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il Corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla «guerra santa». Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (“Il sacro Corano”, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino (…) (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, in “Avvenire” 17 novembre 2015)

In questo momento è anche da coltivare l’attenzione e la reazione alla violenza alimentata con il commercio delle armi, con mentalità di colonialismo e di sfruttamento di terre e popolazioni da parte dei popoli ricchi del pianeta. La situazione di tensione e di violenza che viviamo deve interrogarci sul rischio di coltivare una mentalità violenta, di superiorità, discriminazioni e di esclusione anche all’interno di comunità religiose e sulla base di contrapposizioni culturali e di fede.

“Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte. Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia. Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate… (Igiaba Scego, Non permettiamo ai terroristi di farci vivere a metà, “Internazionale”, 14 novembre 2015).

La via seguita da Gesù si pone come alternativa radicale all’uso della violenza, e rimane ancora per noi scandaloso il suo silenzio, la sua testimonianza, la sua libertà di donare la vita di fronte al potere di Pilato rappresentante del potere che dominava il mondo.

L’uomo Gesù, nel suo stare inerme, senza armi, di fronte al giudice che poteva decretare su di lui la condanna a morte, sta come volto umano che ci interpella. Per restare umani, per divenire umani.

L’attenzione al presente esige anche uno sguardo disincantato sulle cause del disordine e del terrorismo che viviamo. E’ pensiero fortemente avvertito oggi da persone che hanno esperienza diretta di ciò che la guerra produce.

Così osserva Gino Strada in un suo post: “… dopo 15 anni di guerre ci sentiamo più in pericolo, più indifesi e impotenti in questa guerra che non riusciamo a fermare. E abbiamo ragione, perché è così, il pericolo c’è ed è crescente. Ancora una volta, purtroppo si sta scegliendo e praticando la guerra, la mortale altalena delle bombe e delle autobombe, dei droni e dei kamikaze, delle bombe buone e di quelle cattive. Chi vincerà? Io so soltanto che perderanno i cittadini. Quante volte è cambiato “il mostro” negli ultimi 15 anni di guerre? Eppure il mostro è ancora lì. Sono convinto che sia la guerra il vero mostro da eliminare, da bandire dalla storia degli umani in quanto dis-umana, distruttiva dell’umanità”.

Fulvio Scaglione in un intenso articolo ha cercato di smitizzare alcune parole d’ordine che emergono all’indomani di eventi tragici e dolorosi come quello della strage di Parigi: “Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente” (F.Scaglione, Francia: almeno smettiamola con le chiacchere, “Famiglia cristiana” del 15 novembre 2015).

E ricorda che “Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”(ibid.).

L’importanza di cercare almeno elementi seri di analisi del presente aiuta per pensare al futuro: “In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.” (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, “Avvenire” del 17 novembre 2015)

Può essere importante in questi giorni ritornare a riflettere su quanto scriveva Christian de Chergé monaco di Tibhirine il 1° gennaio 1994 un paio d’anni prima del rapimento e dell’uccisione ad pera del Gruppo Armato Islamico in Algeria nel 1996:

“Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto”.

Reagire alla violenza è sfida per tutti oggi. Ma la reazione anziché essere improntata alla vendetta che si pone nella medesima logicae genera altro male – oggi può vedere una alternativa: la scelta di un ripensamento radicale di modi di vita che escludono e generano violenza e la ricerca, insieme, tra uomini e donne – chi si richiama a visioni religioni e chi no – di vie che non sono già date. E’ questa la sfida e opportunità del tempo presente di fronte all’inefficacia della guerra e della sopraffazione. Oggi più che mai è davanti a noi la sfida a tracciare le vie del dialogo con tutti coloro che resistono alle forme della violenza e ne offrono concretamente una alternativa credibile: o troviamo modi per vivere tutti insieme oppure insieme periamo. Non è via facile né immediata è paziente lavoro fatto di silenzio e di crescita in umanità. Possiamo scoprire che responsabilità comune dell’umanità è scegliere vie di generazione di vita e non di morte per gli altri in un mondo mai come oggi legato insieme e interdipendente.

Alessandro Cortesi op

Epifania

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Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

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I domenica di quaresima – anno A – 2014

Niccolò cattedrale di Piacenza XII sec
Niccolò – Cattedrale di Piacenza architrave del portale
Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Subito dopo il racconto del battesimo di Gesù, Matteo presenta Gesù che viene sospinto dallo Spirito nel deserto. C’è un primato dello Spirito al cuore di questa scena. Gesù vive nella disponibilità ad accogliere la forza e la chiamata dello Spirito: Matteo con tale annotazione indica che nel deserto si svolge un evento che conduce al rapporto fondamentale di Gesù con il Padre, al respiro profondo della sua vita, alle radici della sua identità.

Il deserto è luogo della prova, è rinvio al percorso dell’esodo: il deserto è anzitutto un ambiente fisico, lontano dal tempio e dai luoghi del potere. L’aridità delle rocce del deserto di Giuda ricorda la distanza dallo splendore dei palazzi di re e sacerdoti e ricorda l’esodo, la fatica e la lunghezza del cammino. Deserto è anche un luogo interiore, è dimensione che dice solitudine e si collega all’esperienza di Israele che nel deserto incontrò un Dio vicino, e visse l’esperienza di un legame unico con lui. Deserto è il luogo in cui Dio si è fatto incontrare parlando cuore a cuore, ed è anche luogo a cui ritornare per vivere ancora e per lasciarsi toccare da quella parola di tenerezza e di rinnovamento (Os 2,16).

Deserto è grande immagine non solo di uno spazio, ma del tempo. Si potrebbe leggere allora questa scena quasi come sintesi, presentatata in un momento determinato, dell’intera esistenza di Gesù. La scena delle tentazioni può così essere accostata non come episodio dai tratti suggestivi e immaginifici di un botta e risposta tra Gesù e il diavolo tentatore.

In questo racconto Matteo intende raccogliere ed esprimere il senso del cammino di tutta la vita di Gesù: lo legge come esposto ad una prova che parla anche alla nostra vita. Per Gesù nel deserto si pone la questione della sua identità, di quel nome ricevuto nel battesimo: Se sei figlio di Dio… Anche noi ci troviamo a vivere non solo le grandi scelte ma le piccole scelte che costruiscono la nostra identità.

Matteo pone alla sua comunità e a noi la grande domanda: Cosa vuol dire per Gesù essere ‘figlio’? E il suo racconto è quasi un accompagnamento a cogliere la scelta progressiva di Gesù di accogliere il dono di essere figlio aprendosi ad un rapporto di amore unico verso il Padre.

La scena nel deserto non mira a proporre una spiritualità di penitenza, di digiuni ripiegata nella paura della tentazione. Parla piuttosto di un’esperienza nello Spirito, di un amore capace di libertà e della gioia della relazione con Dio come Padre che Gesù ha vissuto nella sua vita: un incontro segnato da responsabilità e da libertà e per questo capace di dire ‘no’ perché orientato al grande ‘sì’ della direzione fondamentale della sua vita come dono. E si fa invito anche per noi ad entrare in questa sua vicenda per scoprire cosa significa essere figli nel Figlio.

Gesù si trova di fronte alla prova di realizzare il nome che ha ricevuto nel battesimo, ‘Figlio di Dio’. La logica del ‘tentatore’, personificazione di tutte le realtà che si oppongono alla via scelta da Gesù è diversa, è via che si oppone e presneta strade alternative. Le diverse proposte parlano di un modo d’intendere l’identità stessa di Gesù.

“se sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane”: è la provocazione a pensare la sua missione come un procurare beni materiali e in quella dimensione esaurire tutta l’esistenza. La risposta ai bisogni, il benessere del compimento delle esigenze primarie come fine ultimo della vita umana. Nella sua risposta Gesù cita la Scrittura (Deut 8,3) e rinvia all’esperienza del dono della manna nel deserto indicando la chiave del suo rifiuto: “Jahwè ti ha umiliato, ti ha fatto soffrire la fame e ti ha dato da mangiare la manna che né tu né tuoi padri avevate mai provato, per mostrarti che l’uomo non vive soltanto di pane ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Jahwè” (Dt 8,3). Israele nel deserto aveva preteso una prova della fedeltà di Dio, non si era fidato. Gesù ora, nel deserto, pone al primo posto la Parola di Dio, la fedeltà a Lui, la libertà di intendere la vita in un orizzonte che va oltre il soddisfacimento dei bisogni. C’è un dimensione che supera ogni altro bene che, per quanto importante, come il pane indispensabile alla vita, non può essere considerato assoluto. Ma soprattutto non può esaurire la sete profonda presente nel cuore della vita umana. La vita non si esaurisce unicamente entro le dimensioni del soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza e di benessere. C’è una apertura radicale e più profonda: è un’apertura alla libertà e a tutte le dimensioni dell’umano che vanno oltre. Gesù intende la sua vita come attenzione alle esigenze di vita alla salute, al pane, e tuttavia apre a considerare chela vita non può esaurirsi in quei beni raggiunti, è aperta ad altro: c’è una parola di Dio, un progetto che va oltre una chiusura su esigenze che possono anche pensate solamente nell’ambito individualistico.

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La seconda prova si accentra sul miracoloso e si accompagna alla citazione del salmo 91,11-12: “ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Vi è qui un’espressione della prova che Gesù visse al momento della croce. Sacerdoti, scribi e anziani dicevano “ha salvato gli altri, e non può salvare se stesso! E’ re d’Israele, scenda adesso, dalla croce e crederemo in lui… Ha confidato in Dio, lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene” (Mt 27,42-43). Questo scherno racchiude la richiesta una prova concreta di potenza, una verifica visibile. E’ l’idea di un Dio che toglie ogni responsabilità, che nega la stessa fede come affidamento. E’ pretesa di un messia della potenza che s’impone nell’evidenza, che non passa attraverso il rischio della fede. E per questo anche non si confronta con il rischio dell’amare che esige il coinvolgimento dell’affidarsi ad una presenza e ad una promessa. Gesù risponde richiamando alla prova di Israele quando il popolo si domandò carico di dubbio: “Ma il Signore nostro Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Cita ancora il testo della Scrittura e richiama ancora la logica di un amore che coinvolge tutta la persona ‘amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima’ (Dt 6,16). La sua fiducia nel Padre è abbandono senza riserve. Rifiuta manifestazioni di potenza, rifiuta di compiere il miracolo che susciti stupore ma che toglie la libertà del credere e dell’affidarsi. Rifiuta il miracolo che impedisce la possibilità di scegliere l’amore come esperienza di libertà.

L’oppositore Satana presenta infine a Gesù la prospettiva di vivere la sua identità nel senso del poere religioso o politico: gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria… Tutte queste cose io ti darò se gettandoti ai miei piedi mi adorerai”. La risposta di Gesù è nella linea di affermare un solo amore e un solo Signore: ‘Sta scritto infatti il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto” (Dt 6,16) Gesù si rifiuta così di entrare nella logica del dominio e del potere che racchiude in se stesso una radicale idolatria. La sua scelta è quella del servizio. Nel battesimo era stato designato come ‘Figlio e servo’. Ora viene tentato sulla modalità in cui vivere il suo essere messia. Matteo presenta Gesù che radica la sua vita sulla Scrittura, ripercorre il cammino d’Israele e pone davanti a sé l’orizzonte di un amore senza riserve con l’unica preoccupazione di compiere la volontà del Padre.

La scena delle tentazioni può così essere letta come espressione del rifiuto che Gesù incontrò nel percorrere la sua via. E’ una pagina che parla anche dell’identità di chi segue Gesù, della sua comunità: essere figlie e figli, divenire figlie e figli deve tenere presente innanzitutto che il padre non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli (Mt 18,14)
In questa serenità di fondo, sta anche il grande messaggio che Gesù ha vissuto la prova e in lui possiamo trovare la via da seguire nella vita.

Le tre provocazioni sono al cuore di tre grandi esperienze che costituiscono oggi per noi motivo di svuotamento del riferimento a Cristo. Provo a riprenderle accostando alcuni brani tratti dalla Leggenda del grande inquisitore di F. Dostojevski, che costituisce una lucida interpretazione della pagina delle tentazioni. E’ presentato Gesù che ritorna sulla terra a Siviglia ai tempi della Santa Inquisizione e viene imprigionato come eretico. Il Grande Inquisitore si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato non possono neppure concepire… Tu promettesti loro il pane celeste, ma può questo pane paragonarsi a quello terreno?…”

La prima provocazione è quella di pensare che tutta la vita si risolva unicamente nel soddisfacimento delle esigenze primarie e dentro l’orizzonte di beni e desideri materiali, pensare che l’orizzonte del desiderio possa essere chiuso solamente nella prospettiva di maggiore benessere, mezzi tecnologici o beni materiali è una attitudine che soffoca l’esistenza, che impedisce la libertà di un cammino che si apre ad altre dimensioni, al rapporto con gli altri, ad un diverso rapporto con le cose, all’ascolto di una parola di Dio per noi nella vita, alla libertà che spinge ad andare oltre.
Così il grande Inquisitore: “Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: ‘Davanti a chi inchinarsi?’. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi”.

La nostra identità più profonda non può essere ridotta ad una ricerca di una efficacia visibile, di avere un riconoscimento di gloria nell’orizzonte del miracolo. E’ realtà che soffoca la vita anche la ricerca di una religione che s’impone e genera cose stupefacenti in modo da poter affermare superiorità sugli altri ed evitare la fatica della fede e del rischio dell’amore in rapporto a Gesù.
Così il grande Inquisitore: “perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: ‘Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu’. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio… E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti”.

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La prova più sottile è quella del potere, del pretendere di essere come dio perché si raggiunge un potere sugli altri di qualsiasi genere. E’ la sottile adorazione di potenze di questo mondo che Matteo vede personificate nel ‘grande oppositore’, ma è anche quel modo di concepire la fede nel legarsi agli interessi e al compromesso con il potere. E’ un modo di vedere la religione come strumento per dominare o come un progetto politico che s’impone con la ricchezza, con l’uso della forza sociale e nel mettersi accanto e abbracciando i poteri e chi esercita il dominio. E’ la linea del fare alleanza con gli imperi della storia per averne ossequio e per ricevere privilegi in cambio di benedizione, privando così del grande dono della libertà del vangelo.

Così ancora il grande Inquisitore: “Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde”. (per una lettura del nostro tempo: cfr. G.Zagrebelski, La leggenda del grande inquisitore, a cura di G.Caramore, Morcelliana 2003)

Il percorso liturgico verso la Pasqua, il tempo dei quaranta giorni è occasione per entrare a partecipare della vita di Gesù, della sua passione morte e risurrezione: è questo il senso profondo di un cammino che è coinvolgimento nella sua vita, immersione, battesimo in cui accogliere una salvezza come dono di ‘molto di più’. Paolo nella lettera ai Romani presenta la salvezza come dono di Cristo caratterizzata da un ‘molto di più’. C’è il molto di più di Cristo che compie l’attesa di Adamo, il molto di più della grazia che non può essere posta a paragone con il peccato, il ‘molto di più’ del battesimo che genera uomini e donne nuovi a confronto con il vecchio e il ‘molto di più’ di una libertà che apre agli altri e all’Altro. Cristo, Adamo nuovo, è primizia per Paolo di una umanità diversa che vive nella logica del dono e impara a condividerlo.

Alessandro Cortesi op

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Contro l’arroganza del potere

La scena del prefetto di Napoli che inveiva con parole umilianti contro don Maurizio Patriciello che senza alcun accento polemico si rivolgeva alla Prefetto di Caserta chiamandola ‘signora’, ha offeso non solo don Maurizio ma tanti che hanno scorto in quell’atteggiamento l’arroganza del potere e l’incapacità di scorgere la passione e la testimonianza di chi lotta per costruire giustizia nel quotidiano.

La lettera di don Maurizio è un testo che fa riflettere sul lavoro e la fatica di tanti e sull’umiliazione a cui sono sottoposti (a.c.)

 

Signor Prefetto di Napoli

e p. c. Signora Prefetto di Caserta

Signora Ministro degli Interni

Signor Prefetto,
sono appena ritornato a casa dopo l’incontro in prefettura di mercoledì 17 ottobre.
Come può facilmente immaginare mi sento tanto mortificato dalle sue parole gridate nei miei confronti e senza motivo davanti a un consesso così qualificato.
Che dirle?
Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave,  non penso assolutamente  che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne.
Alla fine dell’incontro ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora Prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata ” signora”.
Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore.
Mi dispiace.
Tanto.
Avrebbe certamente potuto consigliarmi di rivolgermi al Prefetto di Caserta, chiamandola
” signora Prefetto”. Avrei accolto immediatamente il suo consiglio. Invece, con il tono di voce del maestro che redarguisce lo scolaro, e con parole tanto dure quanto  inopportune,  ha quasi insinuato che il sottoscritto non avesse rispetto per lo Stato.
Scrivo sovente per  Avvenire, il giornale che ha il merito di aver portato il nostro dramma alla ribalta della cronaca nazionale. Se vuole può controllare se tra i miei numerosi editoriali c’è una  –  dico una sola  –  parola dove non risuona un amore sviscerato per la mia terra,  la mia Patria,  la mia gente. E un rispetto sofferto per le Istituzioni.
Al contrario, se una cosa mi addolora ( l’editoriale di ieri, martedì 16 ottobre lo conferma ), se una cosa mi addolora, dicevo, è constatare che tante volte è propria la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico, a incrementare la sfiducia e la rabbia in tanti cittadini.
Personalmente sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai. Lo dico non perché sono un pessimista. Al contrario. Non la sconfiggeremo perché il “pensare camorristico” ha messo radici profondissime in tutti.  Quel modo di pensare e poi di agire che diventa il terreno paludoso  nel quale la malapianta della camorra attecchisce.
Come ho potuto dirle in corridoio, io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del ” Clan dei Casalesi”. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana.
Quante umiliazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti.
Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so,  potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete.
No, non sono loro che rendono insonni le mie notti. Loro non sono lo Stato. Loro sono i nemici del vivere civile. Loro hanno sempre e solamente torto.
Io credo allo Stato.
Alla democrazia.
Io credo alla libertà.
Io credo alla dignità dell’uomo.
Di ogni uomo.
Io spendo i miei giorni insegnando ai bambini, ai ragazzi, ai giovani che non debbono temete niente e nessuno quando la loro coscienza è pulita.  Ma aggiungo che bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli comportamenti.
Perché tutto ciò che uno pretende in più per sé e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogniqualvolta che una persona  si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli è stato dato.
Tutti possiamo cadere in queste sottili forme di antidemocrazia.
Ecco, signor Prefetto  –  glielo dico con le lacrime agli occhi  –  lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo.
Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici?
Ha voluto insegnarmi l’educazione  –  a 57 anni!  –  o mettermi a tacere perché già immaginava ciò avrei denunciato?
Le nostre campagne languono, signor Prefetto.
I giovani sono scoraggiati.
I tumori sono aumentati a dismisura.
La gente muore in questa terra avvelenata e velenosa.
Le amministrazioni locali  –  qualcuno glielo ha ripetuto anche stamattina  –  non riescono a tutelare i loro territori e la salute dei loro cittadini. E  proprio a costoro viene ricordato il dovere farlo.
È una serpe che si morde la coda.
Noi abitanti di questi paesi a Nord di Napoli, ci sentiamo prigionieri in questo ” Triangolo della morte” dal quale desideriamo uscire quanto prima, pur sapendo che per tanti di noi i danni alla salute sono ormai irreparabili.
Lo facciamo per le generazioni future.
Per andare con serenità incontro a sorella morte  quando sarà il momento.
Ci ripensi.
In mezzo a tanti problemi in cui siamo impelagati; mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non ha fiducia più in niente e in  nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente  sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano ad essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor Prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone, perché si è rivolto al Prefetto di Caserta chiamandola  semplicemente ” signora”, anziché ” signora Prefetto”.
Incredibile.
Resto, naturalmente,  coi miei dubbi.
Ai miei diritti non rinuncio facilmente.
Ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno.
Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor  Prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato  i miei.
Le auguro ogni bene.
Il parroco
Sac. Maurizio PATRICIELLO
Frattaminore 17 ottobre 2012

La lettera è tratta da http://napoli.repubblica.it/cronaca/2012/10/22/news/la_lettera_di_don_patriciello-45103789/

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Ancora una parola sulla via percorsa da Gesù. E’ una ripetizione insistente che attraversa il vangelo di Marco. Per tre volte Gesù ripete ai suoi, proprio sulla strada, nel cammino insieme, che la sua via comporta la sofferenza, affrontare l’ostilità del potere religioso e politico, subire una condanna ingiusta. Tre volte, il numero della pienezza. Gesù annuncia la sua via in modo completo. E’ delineato così l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua morte: non la ricerca della sofferenza ma la fedeltà nel vivere fino in fondo la vita come servizio per tutti, consapevole del possibile rifiuto e delle conseguenze. Ma mentre le sue parole cercano di orientare a cogliere il senso profondo della sua via, i suoi discepoli manifestano arroganza e pretese. Sono Giacomo e Giovanni a  farsi avanti: “Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E’ la pretesa del ‘volere’ che si pone con arroganza. L’esatto contrario della disponibilità al compiere la volontà e la chiamata del Padre. Il desiderio riguarda il potere, l’avere un primato ed una precedenza, un privilegio che ponga al di sopra degli altri e conduca a dominare, ad assoggettare. Seduti alla destra e alla sinistra ‘nella tua gloria’. Dietro a queste parole sta un’incomprensione radicale e ostinata della via di Gesù.  Mentre infatti Gesù parla del servo che soffre e subisce il rifiuto senza farsi coinvolgere nella spirale della violenza, Giacomo e Giovanni hanno la pretesa di percorrere quella stessa via. Non comprendono nemmeno il tentativo di Gesù di dir loro che la sua via è cammino di dono (il calice) e di morte (immersione/battesimo) fino alla fine. Proprio non comprendono; sono accecati. Non a caso al termine di questa sezione (come anche all’inizio) Marco pone un gesto di Gesù che apre gli occhi ad un cieco. Ciechi che non sanno accogliere e aprirsi ad accogliere quanto Gesù sta comunicando riguardo alla sua identità, della sua via. Ed è un’incomprensione che si prolunga nella storia.

E ciechi non solo Giacomo e Giovanni, i più vicini, i discepoli chiamati sulla riva del lago, che avevano lasciato tutto per seguirlo, ma anche gli altri dieci, che ‘cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni’. Indignati perché esclusi da onori, indignati perché desiderosi come i primi due di avere il riconoscimento ed i privilegi connessi ai primi posti, indignati perché si sentivano preceduti ed esclusi…

Gesù è presentato da Marco come chi ancora una volta cerca di spiegare, forse con rassegnazione, certamente con tristezza per questa incomprensione così radicale da parte dei suoi. Su questa incomprensione si deve sostare perché Marco nel suo vangelo insiste particolarmente. “Tra voi però non è così: ma chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. “Tra voi non è e non dovrà mai essere così”: è una parola alla comunità chiamata ad una testimonianza alternativa e diversa rispetto a logiche del dominio. Gesù propone una via in cui la grandezza della vita si attua non nel primeggiare ma nel mettersi a servizio, nell’intendere tutto ciò che si fa come relazione a qualcun altro da accostare come più importante di se stessi, a cui guardare con cura e attenzione, a cui dedicare il meglio di sé. Gesù chiede ai suoi questo non come un maestro di morale; indica questa via perché questa è la sua via. Qui sta la sua identità. Il servire non è una derivazione opzionale ma il cuore del vangelo che è Gesù stesso. Qui sta anche la presentazione di un volto di Dio inaudito: un Dio non della potenza ma del chinarsi e del servizio. I suoi dovranno essere ‘immersi’ nella sua vita e nel suo percorso. “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”. Gesù parla di se stesso con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. Parla così di se stesso, di ciò che più gli sta a cuore: offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere in questo orizzonte.

Posso indicare alcune riflessioni per accostare questa parola al nostro vivere:

Viviamo un periodo in cui in modo eclatante emerge lo spettacolo miserevole della corruzione diffusa ai diversi livelli della società e della politica. E’ un quadro desolante dell’uso del potere inteso come accesso a privilegi senza scrupoli per gli altri. Uno spettacolo del potere teorizzato e attuato come ambito in cui i grandi dominano e i capi opprimono. Gesù dice ‘quelli che sono considerati i governanti delle nazioni’: è una presa di posizione netta contro un potere che si ritiene al di sopra del bene e del male. Nel periodo in cui viviamo, fare memoria delle parole di Gesù può essere motivo per smascherare tutte le forme del potere che sono dominio e oppressione, per trovare forza dal vangelo per opporsi ad ogni uso del potere che schiaccia e umilia, per stare accanto a chi non ha potere ed è umiliato.

Gesù dice ai suoi ’tra voi però non è così’: parla loro della comunità, dello stile che deve regolare i rapporti nella comunità. Ci possiamo domandare: che ne abbiamo fatto di queste parole così forti di Gesù? Il carrierismo, il desiderio di primeggiare, l’invidia per chi ha raggiunto privilegi, le diverse forme del clericalismo sono tanti modi per tradire la parola di Gesù, anche da parte di chi si fa paladino di valori cristiani e attua una politica di uso spregiudicato del potere. In che misura la ricerca del potere e il dominio sulle persone, sono presenti nelle comunità, nelle chiese? Come poter contribuire per rimettere al centro il vangelo con la propria testimonianza e parola?

Gesù parlando della sua via capovolge il volto di Dio in cui credere. Non un Dio del potere e dell’onnipotenza secondo i criteri umani, ma un Dio che rinuncia al potere e scende a servire. Un Dio dell’incarnazione. La logica dell’incarnazione scardina ogni prospettiva di imperialismo. Lo stare dietro a Gesù non può stare insieme con la ricerca di potere e il cristianesimo non può divenire religione in concorrenza con altre religioni. Possiamo pensare alla proposta di Gesù come la ‘religione dell’uscita dalla religione’: egli propone l’essenziale del vangelo come servizio nel dare la vita per, in solidarietà con tutta l’umanità. Forse dovremmo riflettere sul cristianesimo come ‘religione del vangelo’. Dove vangelo è capovolgimento del modo di usare del potere e farlo diventare servizio, rinuncia all’arroganza, rinuncia alla violenza e alle dimostrazioni di forza, e vita nel seguire Gesù. Da qui sorge anche la prospettiva di vivere la fede oggi nel senso del dialogo, di chi ponendosi al servizio, scardina tutte le forme del dominio, dell’esclusivismo e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

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