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VI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_3039Ger 17,5-8; 1Cor 15,12.16-20; Lc 6,17.20-26

Il discorso delle beatitudini si legge in Matteo come discorso sul monte agli inizi del suo vangelo: è il primo dei cinque grandi discorsi del vangelo. Luca riporta le beatitudini in un altro contesto, mentre Gesù è sulla pianura. Dopo aver trascorso la notte da solo in preghiera, Luca lo fissa, nel discendere dalla montagna, nell’atto di chiamare a sé i discepoli e di sceglierne dodici, numero simbolico con riferimento alle tribù di Israele. E diede loro il nome di apostoli (Lc 6,12-16). “erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie…e cercavano di toccarlo…”. Di fronte a questo ascolto e a questa ricerca che esprime il desiderio profondo di bene e felicità presente nel cuore di ogni persona Gesù pronuncia il discorso delle beatitudini.

Luca riporta solo quattro beatitudini e le fa seguire da quattro ‘guai’. E’ un modo letterario per contrapporre alla via della benedizione, la via dell’infedeltà. Le beatitudini di Luca si rivolgono a chi ascolta direttamente: beati voi… ‘voi’ che vivete le situazioni della povertà, della fame, del pianto e della persecuzione. Per contro chi vive nella sicurezza e nella felicità del mondo è sottoposto ai ‘guai’.

Le beatitudini annunciano una felicità paradossale: chi vive situazioni di fallimento di dolore e di sofferenza è detto felice sin da ora. Ma Gesù non ha alcuna intenzione di giustificare una condizione di male e di ingiustizia in cui chi soffre viene lasciato a se stesso o illuso con una promessa di premio in un altro mondo. “Dio in Gesù non si limita a dichiarare ma si impegna personalmente per il mutamento dello status quo degli ultimi, un già aperto ad un futuro che è loro e in cui perfetta sarà la gioia” (Giancarlo Bruni, Beatitudini. La via di Gesù alla felicità, ed. Cittadella 2018, 20).

L’agire di Gesù è sempre stata di denuncia delle situazioni ingiuste e di impegno a liberare chi soffriva a causa di pesi imposti da altri o per sofferenze fisiche e psichiche. I gesti e le parole di Gesù sono sempre espressioni di liberazione, sono tese a restituire le persone a se stesse, a liberare da oppressioni interiori od esteriori. La sua stessa vita è stata poi testimonianza di una gioia che scaturiva non dall’avere, dal potere, dall’affermazione di sé sopra gli altri, ma da uno stare ‘in mezzo a voi come colui che serve’. “…non il pianto della morte ma il risus paschalis ha l’ultima parola anche nei confronti di tutto il creato, l’universo, che con noi geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi (…) Il Dio che in Gesù mescola le sue lacrime con i piangenti a motivo di chi non è più può dire agli afflitti quello che gli angeli hanno detto di Gesù alle donne: ‘perché cercate ta i morti colui che è vivo?’ (Lc 24,5)” (G.Bruni, Beatitudini, 36)

Al cuore dell’annuncio delle beatitudini sta l’affermazione che il regno è arrivato e Dio prende le parti di chi è povero, di chi ha fame, di chi piange di chi è odiato e insultato. Gesù indica anche che solamente chi è povero, ha fame, è sofferente e perseguitato è in grado di sperimentare l’apertura ad accogliere la salvezza come dono. Questa non è esito delle sue forze e prodotto della sua potenza. Chi è invece appesantito dalle cose, chi vive nella spensieratezza, nella sicurezza e nell’abbondanza non ha spazio nel suo cuore per accogliere l’amore di Dio e la possibilità di vivere la vita nella condivisione e nella semplicità. Chi vive sazio e soddisfatto è occupato dagli idoli soprattutto dall’idolo del proprio ‘io’. Ed è per questo invitato ad uscire da queste chiusure pr aprirsi ad una gioia nuova.

I ‘guai’ contrapposti alle beatitudini sono un rimprovero forte rivolto a chi vive tranquillo nel disinteresse verso gli altri e pensa che la fede sia privilegio e un possesso che consente di non farsi carico degli altri, anzi di opprimere e di mantenere e favorire situazioni ingiuste di oppressione e di sfruttamento.

Il linguaggio minaccioso dei guai è quello proprio dei profeti per risvegliare dal torpore (Is 5,8-24; cfr. Am 5,18;6,1): “Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio e così restate soli ad abitare nel paese… Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro…” sono ‘guai’ rivolti a chi specula, a chi è preoccupato solo del suo piacere, a chi è immorale, perverso, a chi è arrogante e prepotente, a chi è un politico corrotto.

Dietro a tale protesta c’è un invito positivo a vivere la ricerca per la giustizia e a seguire Dio che è padre dei poveri e difensore delle vedove: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora” (Sal 68,6).

Gesù propone felicità, nel compimento della fedeltà del Padre. Soprattutto Luca sottolinea l’atteggiamento della povertà quale dimensione fondamentale per poter essere disponibili al regno di Dio. I poveri di Jahwè sono coloro che senza sostegni umani ripongono la loro fiducia nelle promesse di Dio e su di esse fondano la loro intera esistenza. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno … Beato l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia” (Ger 17,5). Luca insiste sulla attitudine della gioia: “beati voi quando gli uomini vi odieranno… Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.” E’ la gioia il messaggio profondo delle beatitudini, proclamazione di una felicità nuova e inaudita perché Dio ha cura del debole e del povero e perché Dio ha scelto la via della povertà e dell’inermità per farsi vicino a noi. Ha capovolto tutti i criteri umani di realizzazione e di affermazione: le beatitudini sono una grande pagina che parla di Gesù, della sua identità in cui trovare speranza e possibilità di gioia, e forza per un nuovo modo di vivere.

Alessandro Cortesi op

pala Bardi san Francesco

Povertà

Nell’omelia alla messa celebrata il 5 febbraio u.s. nello stadio di Abu Dhabi negli Emirati arabi, papa Francesco ha commentato la pagina delle beatitudini ricordando innanzitutto alcuni aspetti fondamentali: “…è il ritornello che Egli ripete oggi, quasi a voler fissare nel nostro cuore, prima di tutto, un messaggio basilare: se stai con Gesù, se come i discepoli di allora ami ascoltare la sua parola, se cerchi di viverla ogni giorno, sei beato. Non sarai beato, ma sei beato: ecco la prima realtà della vita cristiana. Essa non si presenta come un elenco di prescrizioni esteriori da adempiere o come un complesso insieme di dottrine da conoscere. Anzitutto non è questo; è sapersi, in Gesù, figli amati del Padre. È vivere la gioia di questa beatitudine, è intendere la vita come una storia di amore, la storia dell’amore fedele di Dio che non ci abbandona mai e vuole fare comunione con noi sempre”.

Ha poi precisato: “Vivere da beati e seguire la via di Gesù non significa tuttavia stare sempre allegri. Chi è afflitto, chi patisce ingiustizie, chi si prodiga per essere operatore di pace sa che cosa significa soffrire. Per voi non è certo facile vivere lontani da casa e sentire magari, oltre alla mancanza degli affetti più cari, l’incertezza del futuro. Ma il Signore è fedele e non abbandona i suoi”. “vorrei dirvi anche che vivere le Beatitudini non richiede gesti eclatanti. Guardiamo a Gesù: non ha lasciato nulla di scritto, non ha costruito nulla di imponente. E quando ci ha detto come vivere non ha chiesto di innalzare grandi opere o di segnalarci compiendo gesta straordinarie. Ci ha chiesto di realizzare una sola opera d’arte, possibile a tutti: quella della nostra vita. Le Beatitudini sono allora una mappa di vita”.

E infine a proposito delle prime due beatitudini ha ricordato il viaggio di Francesco presso il sultano (cfr. John Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’Islam, ed. Laterza 2009). Nel tempo delle crociate – nel 1217 fu indetta infatti una crociata da Onorio III che condusse all’assedio di Damietta per costringere il sultano a restituire la città santa ai cristiani da lui presa nel 1187 – e dell’opposizione armata Francesco sceglie la via della visita, dell’andare incontro, senza difese e senza pregiudizi, esponendosi con il suo corpo a stare di fronte all’altro.

“vorrei soffermarmi brevemente su due Beatitudini. La prima: «Beati i miti» (Mt 5,5). Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù che ci ha salvato: mite anche di fronte ai suoi accusatori. Mi piace citare san Francesco, quando ai frati diede istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani. Scrisse: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata, XVI). Né liti né dispute – e questo vale anche per i preti – né liti né dispute: in quel tempo, mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, san Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto. È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto”.

Nell’omelia ad Abu Dhabi Francesco ha ricordato l’invito di Francesco ai suoi frati riguardo allo stile di rapporto nel recarsi presso i non cristiani, nei paesi in cui era presente l’Islam: uno stile di mitezza, di distanza da qualsiasi atteggiamento aggressivo e di ricerca di dispute e scontri, un atteggiamento disarmato e capace di entrare in relazione nel dialogo della vita, all’altezza dello sguardo. Francesco richiama a quello stile di povertà che si connota come assenza di pretese di colonizzare l’altro, e che richiama invece allo stare soggetti, disponibili, capaci di servizio. E’ atteggiamento che ha le sue radici in uno sguardo positivo che riconosce e cerca di intessere relazione. Riconoscendo il valore della vita altrui e aprendosi alla possibilità nuova dell’impossibile che la relazione e la vicinanza può aprire. Nella pazienza del cammino, nella consapevolezza che i tempi della conoscenza e dello scambio delle parole implicano un adattarsi che non è facile e che comporta un lungo viaggio. Francesco si presentò al sultano come uomo di Dio, vestito della veste povera, come un sufi, uomo di preghiera. Questa fu la porta per un dialogo che produsse uno scambio di parole e di doni.

San_Francesco_predica_al_sultano_-_Maestro_della_tavola_Bardi_Firenze_Basilica_di_Santa_Croce_Cappella_BardiA Firenze nella chiesa di santa Croce sono presenti due immagini che rinviano a quell’episodio del 1219 e che possono essere occasione per essere osservate in questo anniversario a distanza di ottocento anni. Il primo è in una pala in cui sono narrati episodi della vita di Francesco a fianco del profilo del santo di Assisi: in uno dei riquadri è riportata la predicazione di Francesco a fronte di un uditorio, tra cui vi è anche il sultano al-Malik al-Kamil. Francesco tiene in mano un libro, riferimento chiaro al libro del vangelo, ma forse interpretabile anche come apertura a riconoscere la dignità del riferimento al Corano per i credenti musulmani: ossia la Parola di Dio che raggiunge in un libro quale guida di vita e l’attitudine di preghiera di fronte a Dio che scaturisce dal senso di affidamento, profonda attitudine dell’Islam stesso. Francesco è ascoltato da un pubblico attento: gli occhi degli uditori sono tutti grandi e sgranati ad indicare il fascino di un presentarsi non con la pesantezza delle armi, ma nella povertà della predicazione.

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Un seconda immagine è invece di mano di Giotto in un affresco sulle pareti della medesima cappella Bardi in santa Croce: Francesco sul lato destro, con a fianco un compagno, si appresta alla prova del fuoco davanti al sultano, raffigurato al centro su di un trono, mentre dall’altra parte i consiglieri e i saggi si volgono altrove. Si tratta di un evento leggendario, senza fondamento storico, costruito da Bonaventura nella Legenda maior per esaltare la carità di Francesco ed il suo desiderio missionario: “Il beato Francesco, per testimoniare la fede di Cristo, volle entrare in un gran fuoco con i sacerdoti del Sultano di Babilonia. Però nessuno di essi volle entrare con lui ma tutti fuggirono subito dalla presenza del Santo e del Sultano” (Legenda Maior IX,8) Ancora è forse da evidenziare la centralità del vangelo per la vita di Francesco. Francesco è disposto ad entrare nel fuoco. Ma quella prova del fuoco costruita dalla leggenda reca in sé un messaggio importante: essa non è sconfessione della religione dell’altro, ma disponibilità ad un coinvolgimento personale, senza tornaconti e senza pretese, affermazione della forza di quel vangelo che ha condotto a visitare e a intraprendere un cammino alternativo alla logica della guerra e dell’esclusione. E’ la forza della parola del vangelo che ha spinto Francesco in un viaggio di pace oltre i confini della separazione giungendo a scoprire di essere lui stesso accolto e a vivere uno scambio di parole e di accoglienza con il sultano.

Così Giorgio La Pira percepì nel XX secolo il segno profetico di quel viaggio: “la storia che Dio vuol scrivere con gli uomini non la realizzano le crociate, ma il pellegrinaggio disarmato del santo di Assisi. Si tratta quindi di “renvérsér les croisades”, di rovesciare le crociate, cioè di rovesciare un  paradigma storico, purificare la memoria, lasciare che i valori trascendenti delle religioni che pur nella loro irriducibilità si riferiscono alla avventura di Abramo, uniscano i popoli cristiani, musulmani e Israele perché siano visibili le tracce della trascendenza e si apra una nuova logica dei rapporti internazionali diversa da quella, vissuta da La Pira, della guerra fredda prodotta da i due opposti materialismi atei. È stato in fondo san Francesco con la sua missione disarmata nella terra dell’Islam a mettere le vicende mediorientali sotto la luce del dialogo (e della ammirazione reciproca) fra appartenenti a religioni diverse” (Marco Giovannoni, Giorgio La Pira: dialogo religioso e pace, in Aa.Vv. Storie di testimoni, sfide di pace, ed. Nerbini 2014).

Sono gesti che nella storia rimangono indicazione di cammini aperti… sono questi gli autentici miracoli dell’accoglienza delle beatitudini nella vita.

Alessandro Cortesi op

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XXVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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 (Francesco Bonsignori, attr. – Verona 1455-1519 – Venezia – Ca’ d’oro)

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Questa domanda è rivolta a Gesù da ‘un tale’. Un volto senza nome che potrebbe forse raffigurare ogni profilo di persona in ricerca, toccata dal desiderio di trovare un senso profondo per la propria vita. Si tratta di ‘un tale’ educato nella tradizione religiosa, osservante della legge. E’ un uomo con apertura sincera e buono. Gesù manifesta sentimenti di accoglienza e benevolenza: “Fissatolo lo amò…”. Nell’incontro si fa strada una proposta: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Gesù propone di compiere un passo che non riguarda una osservanza ma coinvolge tutta la vita: gli chiede di intendere la vita nel seguirlo attuando una libertà nuova. Gli indica la via di una povertà scelta con libertà nel farsi solidale con i poveri. Indica la via per entrare così in rapporto con lui condividendo il suo cammino: è una liberazione da quanto appesantisce per ‘venire e seguirlo’.

Nella tradizione questa pagina è stata letta spesso come esempio di una chiamata rivolta solo a qualcuno. Nel quadro del vangelo risulta invece una proposta di Gesù rivolta a tutti coloro che desiderano seguirlo: dopo aver parlato del progetto di Dio sul rapporto tra uomo e donna nel cap. 10 Marco pone questo episodio che tocca il rapporto con i beni. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Quel tale sperimenta la difficoltà nel seguire Gesù e nell’accogliere la radicalità della sua proposta. Questa scena invita a vivere un rapporto diverso e nuovo con i beni. La salvezza, il senso della vita, non è da riporre nelle ricchezze: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

Questa immagine può trovare varie spiegazioni: forse cammello indica una corda utilizzata dai marinai, così la cruna può esser rinvio ad una porta stretta della città di Gerusalemme detta ‘cruna d’ago’ da cui si passava quando le altre porte erano chiuse forse. Il messaggio al cuore di quest’immagine è il richiamo a seguire di Gesù non affidandosi alle proprie forze. Per questo i discepoli vivono smarrimento e paura: “e chi mai si può salvare?” Gesù indica loro l’affidamento senza riserve a Dio, per trovare solo in lui la forza per vivere rapporti nuovi. Non nasconde loro che la pretesa di considerare la salvezza un progetto umano è fallimentare: affidare la salvezza alle ricchezze è impossibile: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio dell’opera del Dio.

Il senso autentico della vita non si ritrova come esito di conquista o ricompensa di sforzi e meriti, non proviene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che invita ad un cammino a seguire e trasforma la vita suscitando la nostra libertà. Non è solo un bene da attendere nel futuro ma è esperienza possibile sin dal presente nella vita quotidiana. Per tutti coloro che seguono Gesù c’è un lasciare, un uscire, e un ritrovare, uno scoprire relazioni nuove nella condivisione: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

E’ importante sottolineare una variazione in questa frase: manca il riferimento al ‘padre’ nella seconda parte. Nel quadro della società fortemente patriarcale in cui Gesù vive egli indica che la sua comunità, la nuova famiglia che raduna con chi lo segue non dovrà riproporre le forme del dominio e della superiorità, ma porsi in modo alternativo secondo uno stile di fraternità di uguali.

“La Parola di Dio è viva, efficace…” ascoltare la Parola di Dio è fonte di vita per i credenti. Essa è viva e opera nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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(palla d’altare usata nella messa in cui mons.Oscar Romero fu ucciso – ora a Barcellona)

San Romero d’America

Domenica prossima insieme a Paolo VI sarà ufficialmente proclamato santo Oscar Arnulfo Romero, ucciso il 24 marzo 1980. Sono due volti di testimoni del vangelo in questo tempo. In modi diversi, per cammini diversi nella loro esistenza hanno incontrato Gesù Cristo che li ha chiamati ad un servizio ai poveri. E’ bene ricordare alcuni aspetti dell’esperienza e spiritualità di Romero.

Romero visse nella sua vita un progressivo cambiamento che ha i tratti di una conversione: a partire da quando era vescovo a Santiago de Maria e in particolare quando fu ucciso il gesuita Rutilio Grande insieme a due contadini nel 1977. Era un periodo durissimo per il Salvador. L’oligarchia al potere si serviva dell’esercito e degli squadroni della morte per opprimere i contadini e soffocare ogni movimento di reazione nel sangue. La persecuzione si rivolse anche contro la parte della chiesa che stava dalla parte del popolo. La presa di consapevolezza della vita degli oppressi fu per Romero motivo di cambiamento della vita.

La sua vita si mosse nel senso della accoglienza al suo vescovado e all’hospitalito. Si trovò a vivere la compassione di fronte alle vittime di violazioni e della violenza.

Cristo insiste nelle sue apparizioni: Toccatemi, sono io! Sono lo stesso Cristo storico che, attraverso la Pasqua di morte e risurrezione, vivo incarnato sulla terra. Sono il Cristo salvadoregno. Cristo vive nel Salvador. Cristo vive in Guatemala. Cristo vive in Africa. Il Cristo storico. Dio fatto uomo vive in tutti i tempi della storia, in tutti i popoli del mondo. Questa è la caratteristica del Cristo vivo e presente”. (Omelia del 2 aprile 1978)

Le sue omelie divennero momento di denuncia delle ingiustizie nel ricordo dei nomi delle vittime, delle situazioni in cui avvenivano le violazioni, di elencazione dei nomi degli esecutori delle violenze. Intese la sua vita nela solidarietà al popolo degli oppressi: “non abbandonerò questo popolo”.

Quando disprezziamo il povero, coloro che raccolgono caffè, cotone o tagliano la canna da zucchero, il contadino che va in gruppo peregrinando  a lavorare cercando il sostentamento  per tutto l’anno, fratelli pensiamo, non lo dimentichiamo, in loro c’è il volto di Cristo. Volto di Cristo presente nei torturati e maltrattati nelle carceri. Volto di Cristo presente nei bambini che muoiono di fame perché non hanno da mangiare. Volto di Cristo presente nel bisognoso che chiede di aver voce nella chiesa”. (Omelia del 26 novembre 1978)

Fino alla supplica nei giorni precedenti alla sua uccisione: «In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi chiedo, vi supplico, vi ordino, in nome di Dio, cessi la repressione!».

Così Romero parlava di seguire Gesù nella sua incarnazione, proponendo un coinvolgimento radicale della vita:

Questo è l’impegno dell’essere cristiano: seguire Cristo nella sua incarnazione. E se Cristo è il Dio maestoso che si fa uomo umile fino ad accettare la morte degli schiavi e vive con i poveri, così deve essere la nostra fede cristiana. Il cristiano che non vuole vivere questo impegno di solidarietà con il povero, non è degno di chiamarsi cristiano”. (Omelia del 17 febbraio 1979)

“Monsignor Romero aveva chiara coscienza che doveva riconoscere le stimmate sofferenti del Cristo nei volti dei poveri del suo popolo. La sua opzione per loro è l’angolo concreto e storico che ci permette di comprendere il suo impegno e il suo messaggio, il suo appello alla pace basata sulla giustizia, la sua lettura del Vangelo” (G.Gutierrez, L’assassinio di Romero, “Il giorno” 26 aprile 1980).

Così lo ricorda Jon Sobrino: “Noi concludiamo dicendo che mons. Romero è già stato canonizzato. E ricordiamo i principali momenti di questa sua canonizzazione. Mons. Casaldaliga, appresa la notizia del suo martirio, scrisse il poema “San Romero de América, pastor y mártir nuestro”, concludendo con una certezza: «Nessuno farà tacere la tua ultima omelia». (…) Il popolo, su pobrería (celebre espressione di dom Pedro Casaldáliga, ndt), lo amò come raramente si ama un’autorità, un vescovo. Lo piansero come solo si piange un padre. Oggi, 33 anni dopo, molti continuano ad amarlo veramente. In El Salvador, lo amano in maniera diversa da come amano altri santi popolari canonizzati. Lo amano e lo ricordano in modo speciale i sopravvissuti ai massacri, mogli e madri di mariti e figli assassinati e desaparecidos, familiari di vittime di cui nessuno si ricorda. E senza sapere esattamente cosa significhi “canonizzazione”, “culto pubblico”, “intercessione”, si rallegrano che un papa proclami il suo nome solennemente e dica a tutto il mondo che Monsignore è stato una persona buona. Sono contenti. E questa non è piccola come espressione di canonizzazione” (J.Sobrino, San Romero di America, “Adista documenti” 1.06.2013).

Alessandro Cortesi op

La messa incompiuta. Le omelie di un vescovo assassinato EDB, Bologna 2014.

Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Il Margine, Trento 2011

Piergiorgio Cattani (ed.), Romero, santo dei poveri. Il martirio di un vescovo convertito dal popolo, Il Margine, Trento 2015

Antonio Angeli, Il Cristo di Romero. La teologia che ha nutrito il Martire d’America», EMI, Bologna 2010

Jon Sobrino, Romero, martire di Cristo e degli oppressi», EMI, Bologna 2015

Maria Clara Bingemer, Oscar Romero. Martire della liberazione, Messaggero, Padova 2015

XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2017

IMG_1506Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16,28; Mt 25,31-46

La grande scena del re che giudica tutti i popoli conclude il quinto grande discorso del vangelo di Matteo, il capitolo 25 centrato sui temi dell’attesa, della responsabilità nel tempo, del restare svegli. “quando il Figlio dell’uomo verrà…”: il Figlio dell’uomo è tratteggiato nel suo venire.

Figlio dell’uomo è figura evocata dal profeta Daniele (Dan 7). Dopo aver offerto un panorama della storia umana in cui gli imperi che avevano dominato sui popoli crollano uno dopo l’altro, alla fine dei tempi scorge il giungere di una figura proveniente da Dio ‘simile a figlio dell’uomo’. E si apre un giudizio. In Dan 7,13-14 questa figura riunisce i tratti di una figura singolare e collettiva. In altri scritti conosciuti ai tempi di Gesù (le parabole di Enoch 45-57, IV Esdra) questa figura era interpretata in senso singolare. Matteo riprende questo titolo applicandolo a Gesù: è Gesù il ‘figlio dell’uomo’. E’ il medesimo che ha pronunciato il discorso della montagna, ha chiamato a seguirlo annunciando il regno dei cieli, ha raccolto attorno a sé una comunità, ha chiesto di mettere al centro i piccoli e di perdonare. E’ lui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto.

All’inizio del suo vangelo Matteo aveva evocato un ‘nuovo principio’, riprendendo con questo termine la prima parola della Bibbia: una nuova ‘genesi’ è letta con riferimento a Gesù. La nascita di Gesù si situa in una storia orientata ad un incontro. Per questo Matteo legge i gesti di Gesù quale compimento delle promesse di Dio. La sua vita è segno della fedeltà di Dio. L’ultima pagina del vangelo – prima del racconto della passione – conduce a scorgere l’esito di questa storia: quando il figlio dell’uomo verrà…

Nella figura del figlio dell’uomo Matteo quindi delinea il profilo di Gesù mettendo insieme un venire alla fine dei tempi e il suo venire vicino, il suo cammino terreno di giusto che subisce una ingiusta condanna. Nel processo davanti al sommo sacerdote che lo interroga (Mt 26,64) Gesù risponde: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Per Matteo allora figlio dell’uomo non è solo qualcuno che viene alla fine, ma è il veniente è quel Gesù che è venuto e viene. Qui per Matteo sta la ‘nuova creazione’: il venire di Gesù apre un incontro una comunione che investe tutta l’umanità. C’è un riferimento ad un tempo lontano, ad un futuro, ma anche c’è l’evocazione di un venire immediato, sin d’ora. Matteo invita la sua comunità a scorgere sin dal presente un venire vicino di Gesù. Questo presente è legato alla fine della storia. Non ci sarà il buio dell’assenza ma un incontro. Il cammino di tutte le genti è diretto verso quel momento.

Nella grande scena del giudizio il re è presentato come il pastore che raduna le sue pecore. Secondo il modulo letterario del parallelismo e del contrasto tutto il brano è strutturato in una contrapposizione che intende dare risalto al messaggio dell’accoglienza. La seconda parte è tutta orientata ad evidenziare per contrasto quanto è detto nella prima parte: ‘venite benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dall’origine del mondo’. Già nel principio c’è una promessa e un sogno del Padre: il regno è riferimento per dire un progetto di incontro e comunione.

La fine della storia sarà una grande accoglienza, e la parola definitiva sarà di comunione ‘Venite’. E’ un incontro non fatto di parole ma vissuto concretamente negli incontri con chi ha avuto bisogno. Il giudizio si compie nel rapporto con gli altri. Gesù s’identifica con l’assetato, il senza dimora, il rifugiato senza mezzi di sostentamento, il malato, il carcerato. Ci sono tutti coloro che hanno vissuto la vita con attenzione all’altro, anche senza sapere che nei loro gesti e nelle loro scelte incontravano Gesù. La domanda stupita che essi rivolgono al re suona infatti: “Quando ti vedemmo affamato e ti demmo da mangiare o assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti ospitammo, nudo e ti coprimmo? Quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a trovarti?”

Il regno non è conseguenza di una appartenenza religiosa, ma ‘viene’ laddove si risponde alla chiamata del povero. Dare da mangiare, dare da bere, offrire un tetto e assistenza, accogliere chi sta ai margini, sono i gesti della cura e della vicinanza al povero. Sono gesti in cui scoprire la propria nudità di poveri accanto ad altri.

Il re invita a venire nel suo regno. E’ questa una provocazione alla comunità di coloro che desiderano seguire Gesù. Questa è formata da tutti coloro che vivono rapporti nuovi di riconoscimento dell’altro e di fraternità e sororità: è il ‘regno’ già iniziato.

E’ Gesù il veniente, che continua a venire nei più piccoli dei fratelli (e sorelle): “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli e sorelle l’avete fatto a me”.

Alessandro Cortesi op

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Poveri

L’11 settembre 1962 in uno dei discorsi preparatori del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXIII pronunziò queste parole “la chiesa vuole essere la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri”. L’accento di questa espressione cadeva non sull’impegno a prendersi cura dei poveri, ma ad essere la chiesa ‘dei poveri’. Il fatto stesso di essere chiesa, raduno e assemblea, è a partire dalla scelta di Dio di farsi povero nella storia umana nel cammino di Gesù.

Il card. Giacomo Lercaro di Bologna, durante la prima fase dei lavori del Concilio, presentò la proposta di impostare i lavori attorno al mistero del Cristo povero, ma tale idea non ebbe seguito. Da allora questo accento non è stato più ripreso forse anche le radicali esigenze di revisione che poneva ad una chiesa che si doveva scoprire chiamata non ad inseguire mire terrene ma a testimoniare lo stile del vangelo.

E’ stato Francesco, vescovo di Roma proveniente dall’America latina segnata dall’opzione preferenziale per i poveri, a riportare al primo posto l’attenzione a tale questione come sfida fondamentale per vivere il vangelo oggi: una delle sue affermazioni forti è stata: “i poveri sono la carne di Cristo.” La povertà non è questione astratta ma si rende presente in volti concreti:

“Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata”. (Messaggio di indizione della I giornata mondiale dei poveri)

“La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo” (ibid.)

La mano tesa dei poveri è appello ad uscire da sicurezze e comodità che rendono la vita ripiegata in un egoismo senza gli altri, in una indifferenza senza cura, in una religiosità del culto separato dalla vita.

In un recente libro Giovanni Ferretti, professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Macerata (Il criterio misericordia – Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, ed. Queriniana 2017) sottolinea come la dimensione del fenomeno della povertà nel mondo globalizzato con il dominio dell’economia finanziaria esiga oggi una consapevolezza particolare e divenga sfida centrale per la fede cristiana. Esige infatti di “riflettere in forma nuova sulla natura dell’apporto del Vangelo alla salvezza integrale dell’uomo – di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – fin da questa vita terrena e ad operare di conseguenza” (ibid. p.143). Per questo la proposta di papa Francesco “sta operando un importante spostamento nella considerazione delle sfide del mondo moderno contemporaneo: dal primato della sfida della ragione illuministica moderna e post-moderna, che ha impegnato la Chiesa per più di due secoli, al primato della sfida della povertà e della disumanità dilagante nel mondo” (ibid. p. 142).

E’ quanto viene affermato in Evangelii Gaudium dove è delineato un magistero proprio dei poveri a cui prestare ascolto proprio per vivere la fede: “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” (Evangelii Gaudium, 198).

Francesco sottolinea innanzitutto che la povertà è una chiamata anzitutto a seguire Cristo: è un cammino che apre a riconoscere il limite e a non cadere nelle diverse forme dell’idolatria.

“Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli. Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. […] Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri” (Messaggio per la I giornata dei poveri).

“Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita”. (Messaggio per la I giornata dei poveri)

La condizione di povertà è da combattere per eliminare situazioni che sono degradanti per le persone. Tuttavia proprio nell’incontro con chi è più segnato dalla fatica, dalle difficoltà e dalla fatica del vivere si dà un incontro che porta a cambiare la vita. E’ ciò che viene testimoniato da tanti che si sono lasciati coinvolgere nella vita dei poveri, ascoltando voci e incontrando sguardi (cfr. Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze ed. Emi 2016). L’incontro con i poveri è esperienza che cambia non solo il modo di intendere la vita, ma conduce a scorgere il mistero di Cristo che da ricco si fece povero…

“Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo. Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: «Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore.”[…] Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali.” (omelia nella Giornata mondiale dei poveri 19 novembre 2017)

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2430(Adam Rokosz, Incarnazione, Mostra ‘Auguri’ – S.Sabina Roma 2017)

Sof 2,3;3,12-13; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12

Matteo presenta Gesù che parla sul monte: è riferimento al Sinai ma anche rinvio a quel ‘monte’ dove Gesù dà appuntamento ai suoi discepoli alla fine. Ecco sono con voi fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,16): le parole di Gesù sono richiamo a quelle di Mosè che indicava la via per l’incontro con Dio, la legge. Gesù si rivolge ai discepoli ma parla per tutti.

‘il regno dei cieli è vicino’. Gesù annuncia che Dio non è lontano ma vicin, già presente melle pieghe della vita dalla parte dei poveri e degli oppressi. Le nove beatitudini sono l’annuncio che Dio si prende cura della felicità di uomini e donne. Annuncia anche un mondo possibile ma alternativo al mondo dominato dallo strapotere di alcuni sugli altri, dalla violenza e dall’esclusione. E’ un programma di un modo di vivere in cui divenire umani non con la violenza e schiacciando gli altri, ma prendendosi cura, preoccupandosi della felicità degli altri. Questa parole rivelano un desiderio profondo nascosto nei cuori, una nostalgia di un mondo basato non sull’aggressività ma sulla mitezza, non sul dominio di chi ha di più, ma sulla libertà di vivere con poco, non sull’arroganza di chi inganna ma sulla forza di chi lottag per la giustizia. Chi vive in questo modo scopre che Dio è dalla sua parte e che Dio procura felicità. Questa è la bella notizia.

Il primo messaggio delle beatitudini riguarda Dio stesso: la sua presenza è presente vicina, non abbandona i piccoli, coloro che soffrono, asciuga le lacrime di chi piange, piange insieme di fronte al male che sembra prevalere. Ma annuncia anche che l’ultima parola sarà felicità. Ed è una possibilità già presente, non riguarda solo un futuro lontano, ma è un ‘esprienza possibile nel lasciarsi tracciare il cammino da Dio stesso.

A questo messaggio le beatitudini affiancano una parola sulla vita umana messaggio riguardante l’atteggiamento umano: La prima beatitudine è rivolta ai ‘poveri in spirito’: a costoro la promessa non è quella di diventare ricchi, ma è annuncio di felicità per scorgere che solo lasciando spazio a Dio, in un uso non idolatrico delle cose, il poco diviene possibilità di libertà. Non è parola che giustifica le iniquità e la miseria dei molti davanti alla ricchezza di pochi, ma annuncio di un mondo diverso in cui vi possa essere condivisione.

La seconda è rivolta ai miti: i miti sono i poveri di Jahwè, ‘anawim’, coloro che hanno riposto le loro sicurezze nella promessa di Dio, capaci di rapporti nuovi nonviolenti con gli altri. Gesù nel vangelo di Matteo è indicato come ‘mite e umile di cuore’ (Mt 11,29) e quando entrata a Gerusalemme è presentato come un messia pacifico e mite (Mt 21,5).

Ai poveri e miti è destinato il regno dei cieli e l’eredità della terra. Chi cammina nella via della libertà dal proprio egoismo, dal dominio delle cose si fa custode della speranza per tutti: Gesù dice che sin d’ora persone nascoste e dalla vita semplice stanno costruendo un mondo nuovo.

La terza beatitudine riprende le parole di Is 61,2: ‘Mi ha mandato a portare una buona notizia ai poveri, a consolare tutti gli afflitti’. Chi soffre attende consolazione: Gesù annuncia che sin da ora Dio è lì accanto a chi soffre. Vive la vulnerabilità di chi soffre. Nella quarta beatitudine compare un termine caro a Matteo: ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia’. Gesù inviterà i suoi discepoli a compiere una giustizia ‘più grande’ di quella di scribi e farisei. Giustizia indica rispondere alla fedeltà di Dio che non viene meno alle sue promesse, al suo prendersi cura della nostra felicità.

Con la quinta inizia la serie di beatitudini proprie di Matteo: i misericordiosi con il loro agire sono riflesso dell’amore di Dio un amore semplice e gratuito, che perdona e fa nuovi.

I puri di cuore sono coloro che nel cuore centro delle scelte e degli orientamenti della vita, vivono la semplicità, non servono a due padroni. Coloro che operano la pace sono beati perché stanno vivendo secondo il disegno di Dio che è ‘shalom’, giustizia e liberazione di chi è oppresso. Agli operatori di pace è promessa la comunione con Dio, l’essere figli che inizia già in ogni percorso umano di riconciliazione in cui si aprono vie per essere fratelli e sorelle.

L’ultima beatitudine è ai perseguitati e si collega alla prima: ‘ad essi appartiene il regno dei cieli’: chi trova opposizione ed è trattato male per la fedeltà al vangelo è invitato a scorgere la gioia perché si compie il mistero della Pasqua, il paradosso di una morte che si apre alla vita nella resurrezione. Gesù indica una vita capace di libertà ed un incontro con Dio che si prende cura della nostra felicità. E’ una bella notizia: apre le porte per un mondo diverso da quello dei violenti e che pure sta crescendo, come seme nel seguire Lui, il vero ‘beato’ che ha concepito la sua vita come dono.

Alessandro Cortesi op

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Un popolo umile e povero…

In questi giorni uno dei primi atti del neopresidente eletto negli Stati Uniti è stata l’emanazione di un decreto che attua quanto Donald Trump con aggressività e cinismo ha insistentemente annunciato in campagna elettorale: il completamento di un muro di separazione tra USA e Messico che impedisca il passaggio dei migranti e di quanto cercano di oltrepassare la frontiera.

Ma al confine tra Messico e Stati Uniti, a Guadalupe nel municipio di Amatlán de los Reyes, Veracruz, altri gesti, nascosti e sconosciuti ai grandi mezzi di informazione vanno in direzione diversa e pongono ostinatamente una quotidiana contestazione alla logica di chi vuole costruire muri e generare rifiuto ed esclusione.

Amatlan de los Reyes nello stato di Veracruz è infatti un luogo di passaggio e di viaggi. E’ luogo di attraversamento dei grandi treni merci diretti verso la frontiera con gli Stati Uniti. Su di essi salgono in modo clandestino i migranti in cerca di passare il confine. ‘La bestia’ infatti è un nome singolare che indica non solo uno ma moltissimi treni merci che attraversano uno dei percorsi di migrazione dal sud del Messico al confine col Guatemala, sino alla frontiera con gli USA. La marea di migranti che sale su questi treni è immagine drammatica del sistema di iniquità e disuguaglianza generato che corrisponde ad un mondo di muri.

A Guadalupe le donne del luogo, las patronas, che da tempo assistono a questi passaggi, hanno deciso di fare il possibile per alleviare la fatica del viaggio di chi sale su quei treni coltivando la speranza di un futuro migliore. In quei lunghi treni i passeggeri sono infatti migranti che spesso devono affidarsi ai trafficanti di esseri umani, i coyotes o polleros e moltissimi nel viaggio trovano la morte o rimangono feriti nel cadere dai vagoni in corsa, ma devono innanzitutto sopportare le insidie del viaggiare in bilico sui tetti dei vagoni o arrampicati su scalette metalliche e predellini.

Le donne di Guadalupe hanno compreso che nella vita si può dividere ciò che si è ricevuto, e si sono date da fare in modo molto concreto. Hanno messo a disposizione le loro capacità: cucinare, preparare fagioli e tortillas come conforto e sostegno. Predispongono in sacchetti porzioni di cibo – più di 200 pasti al giorno – insieme a pagnotte di pane e bottiglie d’acqua, legati in modo da poter essere presi a treno in corsa. Le offrono durante il passaggio dei treni, ponendosi a fianco dei binari per farle velocemente afferrare da coloro che si sporgono dai vagoni.

Llevate mis amores è il titolo di un film di Arturo González Villaseñor che ha documentato tale esperienza e presentato al Festival di cinema, cibo e biodiversità ‘Tutti nello stesso piatto’ a Trento e Rovereto (nov 2016) facendo risuonare le voci di queste donne che parlano della loro scelta. E’ stato una tra le pellicole con maggior successo nel 2016 in Messico.

Il film riporta le testimonianze di quelle donne, fa sentire il timbro della loro lingua, fotografa il loro agire fatto di gesti semplici, che sono resistenza ed opposizione ad un mondo in cui si costruiscono muri. Gesti di profezia nel quadro di un sistema di ingiustizia e di sofferenza. In quei sacchetti riempiti di fagioli bolliti sta la scelta di aiutare e di manifestare una scelta di buona volontà e di amore rivolta a sconosciuti. Le loro mani impegnate a cucinare e a preparare le porzioni ricordano la fondamentale attitudine degli esseri umani di fronte alla fragilità: essere presenza che sfama e si prende cura.

Nell’agosto 2016 a Los Angeles hanno ricevuto un riconoscimento e un premio per la loro attività che negli anni ha dato possibilità di cibo a due milioni di migranti. Offrono di che nutrirsi, poco, ma un sollievo nel viaggio, ed insieme anche offrono riparo a chi cerca di attraversare la frontiera, come anche alle donne, a quelle madri che si pongono a rintracciare notizie dei figli scomparsi durante il viaggio e dai quali non hanno più ricevuto notizie, che formano la Caravana de madres Centroamericanas.

Il film s’intitola Llevate mis amores ed è dedicato a tutte le donne, las patronas “Para las patronas, que nos dejaran llevarnos sus amores”. E’ un ricordo di un popolo umile e povero… segno di ciò che rende questa terra vivibile e umana e di ciò che solo rimane nella vita. Nel loro agire sta un richiamo a coloro che intendono accogliere il messaggio delle beatitudini: cercare di scorgere nelle pieghe dell’umanità oggi i segni del vangelo già presenti e vissuti oltre i confini di appartenenze culturali e di religione e cercare di porre segni di testimonianza di un regno di Dio che sarà dono di comunione e di incontro.

Alessandro Cortesi op

Cfr. il bell’articolo di Anna Molinari, Vai e portati il mio amore

 

 

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0518_2Sap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

Gesù nel suo cammino ha chiamato altri a seguirlo e ha loro proposto un rapporto particolare con lui e alcune condizioni fondamentali per stare con lui. Luca raccoglie in una pagina una serie di insegnamenti di Gesù sulla sequela.

Richiama a questo dato essenziale: Gesù chiama a seguirlo. Non presenta come maestro una dottrina da imparare, non offre una proposta di carriera e di affermazione o di guadagno, non si pone nemmeno come fondatore di un nuovo gruppo. La sua proposta è un invito a condividere un cammino, ponendo i propri piedi sulle sue tracce. Invita ad essere coinvolti nella sua strada. Seguirlo è chiamata ad una condivisione e ad una relazione particolare con lui. Chiede di vivere la docilità ad ascoltare la parola di Dio con fedeltà, nel percorso intero della vita.

Un secondo aspetto da cogliere: Gesù si presenta con autorità in questa richiesta. Si tratta dell’autorevolezza di chi vive una testimonianza in mood radicale, per questo la sua pretesa suscita stupore. Le esigenze presentate a chi desidera seguirlo richiedono una decisione chiara e definitiva. Essere discepoli si attua nel seguire. La strada che Gesù apre è cammino per ognuno e nelle diverse fasi della vita. Seguirlo implica ogni giorno rimanere in ascolto della parola di Dio.

Luca raccoglie alcune condizioni per chi segue Gesù: la prima riguarda il mettere lui al primo posto. “se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre…” Il termine ‘odiare’ richiede una lettura attenta ed un’interpretazione. L’uso di questo termine proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’. Le parole di Gesù non sono per l’odio ma per amare: chiede di amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre Gesù richiama anche la cura dei rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): la sua critica è dura contro coloro che facevano un’offerta al tempio e con questo si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù chiede a chi lo segue di porre la relazione con lui e di riferire tutta la vita a lui. Il seguire lui viene prima di ogni altra cosa: non contrasta gli affetti più cari, ma vivere lo stile da lui testimoniato conduce a vivere in profondità tutti i rapporti e apre la vita nella logica del dono e del servizio.

La seconda condizione è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi dell’intero progetto di vita di Gesù, la sua scelta di essere uomo per gli altri fino alla fine. La croce è strumento di tortura e di violenza e di dolore, segno della violenza umana. Gesù è rimasto fedele ad una vita intesa come servizio anche sulla croce. Ha testimoniato che anche lì, nel luogo della morte, è possibile rimanere fedeli all’amore. Per lui la croce è luogo in cui ha attuato il dono di sé e la solidarietà fino in fondo con tutti, con gli umiliati e i sofferenti. La croce diviene quindi indicazione di un cammino che non viene meno all’affidamento di sé a Dio e all’amore per gli altri, anche laddove sembra impossibile, nella sofferenza e del dolore. Scrivendo il vangelo Luca, con riferimento ad una comunità che vive la fatica di continuare una fedeltà nel tempo, aggiunge una precisazione importante: seguire Gesù non è questione di momenti eccezionali ma di quotidianità. Le scelte di ogni giorno, i gesti quotidiani sono luogo in cui attuare la sequela di Gesù: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38).

La torre da costruire e la guerra da preparare, sono due immagini che indicano innanzitutto la libertà e la consapevolezza che Gesù chiede ai suoi discepoli. Contro ogni tipo di superficialità e di avventatezza chiede un coinvolgimento dell’esistenza in tanti aspetti. Rinunciare ai beni indica una attitudine di libertà. Non è richiesta di non usare i beni necessari alla vita, ma è indicazione di uno stile di non appropriamento della vita e di tutti i beni nell’indifferenza verso gli altri. E’ lo stile dei miti e dei poveri. Farsi borse che non invecchiano è l’immagine che invita a scoprire come l’unica vera ricchezza è la condivisione.

Alessandro Cortesi op

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Borse che non invecchiano

Il 27 agosto 1999, quindici anni fa, moriva Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife uno dei vescovi latinoamericani che partecipò al Vaticano II e visse la scelta di una chiesa povera per i poveri nel contesto latinoamericano. Nato nel 1909 in una famiglia numerosa entrò in seminario e fu ordinato sacerdote nel 1931. Cresciuto in ambiente piuttosto conservatore visse una conversione nella sua vita a partire dal 1952, anno in cui fu nominato vescovo ausiliare di Rio de Janeiro. Diviene noto a quel tempo come il ‘vescovo delle favelas’ e la sua testimonianza si diffuse. Promosse poi la nascita della Conferenza episcopale brasiliana quale organo di servizio e coordinamento.

Partecipò al Vaticano II. Al Concilio ispirò il ‘Patto delle catacombe’ di cui fu redattore, un invito ai fratelli nell’episcopato a condurre una vita di povertà e ad essere una Chiesa serva e povera. Un testo di presa di impegno in cui i vescovi firmatari affermano la loro decisione a vivere essi stessi la povertà reale delle maggioranze e a soffrire il disprezzo generato da questa povertà reale. Una assunzione di impegno da parte di chi, proprio per la sua responsabilità, dovrebbe vivere per primo e esigenze del vangelo e attuare una cambiamento radicale rispetto ad un modo di intendere la chiesa come una società di potere e di suddivisioni gerarchiche. Le sue note nel tempo del Concilio sono state pubblicate nel libro “Roma, due del mattino” (San Paolo 2011).

Nel 1964, anno del golpe che diede inizio al regime militare in Brasile, viene nominato arcivescovo di Recife, nel Pernambuco, una tra le regioni più povere del Brasile. Dom Hélder, così volle sempre essere chiamato aveva un particolare stile di sobrietà e di attenzione alle persone, con tutti coloro che incontrava: il tratto tipico del suo farsi incontro stava nell’ascolto.

Tale sua impostazione si ritrova nella conferenza di Medellin nei cui documenti si legge: «Vogliamo che la nostra Chiesa latino-americana sia libera da legacci temporali, da connivenze e ambiguo prestigio; che, “libera in spirito rispetto ai vincoli della ricchezza”, sia più trasparente e forte nella sua missione di servizio» (n. 18). Molti suoi scritti e discorsi furono raccolti da amici e pubblicati nel libro Rivoluzione nella pace (ed. Jaca Book 2013)

Il suo stile si pone come radicalmente distante dalle forme dell’uso del potere del denaro, di ricerca di visibilità, di affermazioni di superiorità e di privilegio, di clericalismo ancor così presenti e diffuse nella chiesa soprattutto nelle sue strutture di vertice. Diceva: “Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista”. Quest’espressione è stata ripresa da Francesco, vescovo di Roma, pochi mesi fa nel dialogo con alcuni giovani belgi: “Ho sentito che una persona ha detto: con tutto questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia; i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù”.

Così dom Helder parlava del suo sogno: “Ho molta fiducia nei piccoli, nei deboli che si uniscono in movimenti nonviolenti, senza aver bisogno di prestigio, sia nei nostri che nei vostri paesi, piccoli gruppi senza potere che si mettono d’accordo per affermare senza odio, senza violenza alcuna, ma anche senza codardia, per affermare che bisogna arrivare a condizioni giuste e umane nelle relazioni tra pesi ricchi e paesi poveri, tra le grandi compagnie ed i nostri paesi… E Dio che ama gli umili, i deboli, i piccoli; non abbandonerà questo mondo. E’ lui la forza della nostra debolezza!. Partire è anzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro io. Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire. Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche. Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

DSCF6375.JPGGer 1,4-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Ti ho stabilito profeta delle nazioni… cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò”.

Dio stesso si rende presente nella testimonianza del profeta: le sue parole sono rinvio alla volontà di Dio, alle sue promesse. I profeti in Israele operano una critica radicale a pratiche religiose che tuttavia generano ingiustizia, si pongono contro comportamenti che negano la dignità dell’uomo, non hanno paura nel denunciare le istituzioni del regno o del sacerdozio in quanto funzionali a disegni di dominio umano, indifferenti al prendersi cura del forestiero, dell’orfano, della vedova.

Gesù viene indicato da Luca come un profeta. “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi… nessun profeta è bene accetto in patria”. Anche Gesù è profeta e vive la sorte dei profeti: il rifiuto, il sospetto, l’ostilità. Nei primi passi della sua vita pubblica presenta l’annuncio di una bella notizia: Dio è vicino, si prende cura delle sorti di chi è oppresso e imprigionato, di chi fa fatica, dei poveri. I gesti di Gesù indicheranno questo stile di cura e di vicinanza per portare liberazione: il suo annuncio è un tempo nuovo di rinnovamento e liberazione (con rinvio alla memoria del tempo del giubileo che era anno della remissione dei debiti della redistribuzione delle terre e della giustizia sociale).

Luca presenta Gesù come profeta che vive la sua missione in rapporto alle Scritture. Reca l’annuncio che Dio è vicino, per salvare, oltre le barriere che i poteri umani e religiosi tendono a porre. L’accoglienza dello straniero e la fiducia generosa sono luoghi in cui Dio si rende presente: la vedova di Zarepta e il lebbroso, incontrati da due profeti del Primo Testamento Elia e Eliseo sono esempi da ricordare.

Erano persone povere e disponibili, che non appartenevano al popolo d’Israele e per questo né credenti né puri. Elia è accolto da una vedova pagana che divide con lui l’ultimo pane rimasto. Eliseo guarisce un lebbroso di nome Naaman originario della Siria: in lui ritrova disponibilità e umiltà. Elia nella sua visita alla vedova che stava per morire nella carestia, fa sì che il pane e l’olio non vengano meno. Eliseo dona guarigione. Ma entrambi sono aperti proprio da questi poveri a scoprire il volto di Dio.

Gesù viene rifiutato, ed è cacciato dalla città perché il suo discorso non corrisponde alle attese dei suoi compaesani. Non vi è disponibilità ad accettare che una chiamata di Dio possa venire dal ‘figlio di Giuseppe’, così vicino e ordinario. Il suo agire pone in crisi una religiosità fatta di appartenenze, di privilegi, di contrapposizioni con ‘chi non è dei nostri’. Sconvolge anche una religione di un Dio distante e garante di uno stato di separazione. Le sue parole e l’esigenza di passare dalla Scrittura alla sua persona mette in crisi, obbliga a ripensare la fede stessa e la vita in modo nuovo. Dalla sua bocca uscivano ‘parole di grazia’. Dio si fa vicino donando liberazione e vita buona con la vicinanza e la difesa delle vittime e degli oppressi, non solo per alcuni ma per tutti. Dio si fa vicino nei poveri: con la loro vita sono portatori di vangelo. Questo annuncio viene rifiutato perché pone in crisi, spinge ad un cambiamento nel modo di pensare il volto Dio e di intendere il rapporto con lui.

Gesù invita a cogliere come l’azione di Dio si sta già attuando laddove si vive ospitalità, attenzione a chi è dimenticato, cura per gli oppressi: sono i gesti della vedova e la fiducia del lebbroso i segni del vangelo. Gesù presenta così la bella notizia, il vangelo, al centro del suo agire. E’ forse questo il nostro primo compito di credenti oggi: saper riconoscere e dare spazio a questi segni dell’operare di Dio che si lascia incontrare oltre i confini delle religioni, delle chiese, dei gruppi e fa fiorire l’apertura al suo regno nei cuori di chi si apre all’altro.

 

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Maestro e profeta

E’ morto all’ospedale di Nairobi qualche giorno fa, il 19 gennaio. Il suo nome è comparso rapidamente sulle agenzie per scomparire presto coperto dalle risonanze più forti e dai richiami di nomi di chi perpetra violenze e si impone con le armi spianate e con l’uso della religione per avere predominio ricchezze, gloria.

Il suo nome è Salah Farah, era un maestro. Anch’egli era in viaggio, nel pullmann che il 21 dicembre 2015 stava percorrendo la strada in direzione Mandera in Kenya insieme a tanti altri passeggeri, di diversa religione e provenienza. Quando improvvisamente si scatenò l’attacco di un gruppo di miliziani del gruppo terroristico fondamentalista di al Shabaab si trovò in mezzo all’inaspettato: dividevano cristiani e musulmani per abbattere i cristiani, secondo la modalità già attuata nella strage di Garissa. Salah era musulmano.

«Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che lo non erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente».

Le sue parole davanti ai colpi delle armi non riuscirono ad opporre resistenza, nemmeno scalfirono il pensiero di chi, accecato da un modo di concepire la religione come strumento di negazione degli altri, scaricò anche su di lui il suo odio. Due uomini rimasero uccisi, tre feriti. Colpito e ferito, Salah da allora non è riuscito a superare le complicazioni insorte.

Nei giorni in cui fu ricoverato al Kenyatta National Hospital a Nairobi era in grado di ricordare quei momenti e ne parlò in alcune interviste: «La gente dovrebbe vivere in pace. Solo la religione ci distingue dai cristiani ma siamo fratelli, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani e viceversa, così da vivere insieme in pace».

Salah rimane maestro e profeta, nella sua morte. Maestro di un modo di intendere la fede oltre le barriere di sistemi religiosi, per farne motivo di incontro. Profeta di un modo di incontrare Dio riconoscendolo nel volto degli altri.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno B – 2015

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(Pentecoste – William Congdon)

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Ci sono alcuni verbi che segnano le letture di questa festa: parlare (in altre lingue), camminare (secondo lo Spirito) e dare testimonianza. Sono tre verbi che riguardano la vita dei credenti. C’è poi un verbo che sintetizza la missione dello Spirito: vi guiderà… alla verità tutta intera.

Parlare in altre lingue. La narrazione della discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, mentre il giorno stava per finire, nel momento inatteso e come dono, è espressa da Luca in una serie di immagini. E’ narrazione che reca in sé il tentativo di rendere tangibile un’esperienza interiore e profonda: la prima comunità dopo la morte di Gesù si trova investita di una forza nuova e vive un’esperienza di trasformazione e di apertura inattesa.

Per dire la discesa dello Spirito si fa così riferimento ai prodigi dell’esodo, al momento dell’alleanza e del dono della legge ad Israele (cfr. Es 19,3-20): ol vento, imprendibile e imprevedibile, il fuoco che investe e trasforma mutando la paura in coraggio, un parlare nuovo, capace di comunicare nelle lingue diverse. Lo Spirito inaugura un percorso diverso da quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua sotto un dominio che impone il silenzio, qui la possibilità di comunicare che rende ciascuno in grado di intendere nella propria lingua. Lì la pretesa di un potere unico, qui la presenza della diversità dei popoli. Lì un disegno di egemonia, qui il compimento delle promesse dei profeti (Gioele 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. Dio rimane fedele ed è la sua fedeltà l’origine del dono dello Spirito per tutti i popoli della terra. La presenza dello Spirito è dono che rende presente la promessa di Dio a Babele, quando portò scompiglio nella costruzione della torre. Vento, fuoco e parola in lingue diverse rinviano ad una novità possibile, ad una apertura che rompe le chiusure, ad una diversità riconciliata di razze popoli e lingue: è un dono nuovo da accogliere di riconoscersi figli legati insieme, chiamati a costruire una storia di riconciliazione.

Camminare (secondo lo spirito). Il dono dello Spirito genera una vita nuova: ma è una vita in cui c’è da camminare con tutta la precarietà e i rischi del cammino. Camminare è accogliere la legge dello Spirito, legge di libertà e di dono di sé. Perché nella vita c’è la possibilità di un ripiegamento radicale: il vivere secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: tutto ciò Paolo lo sintetizza nell’espressione ‘legge della carne’. ‘Carne’ è qui sinonimo di ‘egoismo’, di una vita preoccupata di interessi, comodità e indifferente alla sofferenza dell’altro. Non è discorso dualista che disprezza la sessualità e la corporeità (come spesso si intende ‘la carne’), piuttosto Paolo indica come l’egoismo può segnare ogni aspetto dell’esistenza. A questo modo di intendere la vita si oppone radicalmente la ‘legge dello Spirito’. Una vita nell’apertura e che si comprende come cammino aperto a crescere a nuove comprensioni e maturazioni sempre nuove è una vita che porta frutto. I frutti sono “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni che indicano i tratti di una vita – in tutte le sue componenti – nella quale si apre la disponibilità a farsi orientare dalla forza dello Spirito.

Dare testimonianza “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

Il Paraclito ‘consolatore’ è colui che sta accanto e sostiene: è questo ciò che ha vissuto Gesù, e lo Spirito è presentato come presenza vicina di chi sarà il grande suggeritore – vi suggerirà ciò che dovrete dire -, e la grande guida – vi guiderà alla verità tutta intera-. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, che starà così accanto nel momento della prova, nella faticosa testimonianza quotidiana. E’ lo Spirito di Cristo risorto vivente e da incontrare pur nelle contraddizioni della storia. La presenza dello Spirito è soffio silenzioso che guida all’esperienza dell’incontro con Gesù. E’ lui la verità tutta intera, una verità che non è dottrina da conoscere e di cui pensarsi padroni, ma persona vivente: ‘Io sono la via la verità e la vita’.

Lo Spirito guida e accompagna a lui perché totalmente rivolto a quanto Gesù ha compiuto: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Lo Spirito è presenza dono, capace di ospitalità. Il Iv vangelo parla dello Spirito come  presenza di accoglienza senza limiti nei confronti del Padre, presenza dono che introduce nella relazione tra Padre e Figlio, nella comunione dell’amore che è il volto di Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

minoromero2006cast_499x785Alcune riflessioni per noi oggi

Parlare lingue nuove. 23 maggio 1915: con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria l’Italia inaugurava il tempo tragico della ‘grande guerra’. Grande perché è stata diversa da tutte le guerre precedenti, grande perché è entrata in ogni famiglia e nelle piccole storie delle persone in una Europa che ha sperimentato come mai prima le sofferenze che la guerra reca con sè e l’assurdità di tanta violenza che ha prodotto dolore e morte. A distanza di tempo da quel giorno le domande sono molte. Ad un secolo di guerre devastanti è seguito un tempo di una guerra diffusa, costituita di tanti conflitti regionali, ma anche da una grande atmosfera di armamento globale, armamento delle coscienze, imbarbarimento delle attitudini verso l’altro, fondamentalismi religiosi e intolleranze razziste. E’ una atmosfera ammorbata quella che respiriamo nel quotidiano, dove la violenza diffusa è generatrice di guerra. In questo tempo in cui ritornano gli appelli alla violenza per scacciare violenze e orrori è da coltivare una memoria sulla assurdità della guerra, è da maturare attenzione alle cause dei conflitti in corso che generano vittime e devastazioni, è importante non lasciarsi vincere dall’indifferenza, lasciar spazio all’ascolto delle voci dei piccoli, di chi è colpito dalla violenza, e porre gesti di vicinanza. Parlare lingue nuove è oggi lasciare spazio al soffio dello Spirito che spinge a comunicare, a tracciare percorsi di pace e giustizia.

Camminare secondo lo Spirito. Lo spirito soffia in chi dà testimonianza al vangelo, e la testimonianza al vangelo è stare dalla parte dei poveri e vivere in solidarietà con loro. Romero è uno dei testimoni delle esigenze del vangelo che ha pagato con la vita la sua scelta per la giustizia, la scelta di alzare la voce contro le sopraffazioni e si è scontrato con chi nella chiesa cercava il compromesso con il potere. Mons. Oscar Arnulfo Romero ucciso il 24 marzo 1990 sarà riconosciuto beato ufficialmente dalla chiesa sabato 23 maggio. In questa occasione è opportuno riflettere sulle parole di Jon Sobrino, uno dei gesuiti sopravvissuti al massacro del 16 novembre 1989 alla Università Centro Americana di El Salvador perché si trovava in Thailandia in quel momento (“La Stampa-Vatican Insider”, 21 maggio 2015): «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero (…) Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: ‘È santo!’. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: ‘¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!’. Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: ‘Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador'”. “Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa”. La beatificazione di Romero, ‘martire degli incontri’ dovrebbe porre interrogativi sul cambiamento dello stile di chiesa in una chiara determinazione a vivere il vangelo in modo incarnato nella storia, realizzando percorsi di chiesa come popolo di Dio, stando dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Dare testimonianza. Una parola di frère Roger di Taizé a dice anni dalla sua morte: “Non arrestarti mai, cammina con i tuoi fratelli, corri verso la meta, seguendo le tracce di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

‘… perché per loro non c’era posto nell’alloggio…’

In questo giorno di Natale vorrei commentare alcune immagini che ci possono aiutare ad entrare nel significato di questa festa e accogliere la chiamata che essa racchiude per ognuno.
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La prima immagine è un quadro del 1600, di Georges de la Tour. mi pongo di fronte ad essa non con la competenza di uno storico dell’arte, ma cercando di coglierne alcuni elementi di interpretazione della fede, teologici. De la Tour è un pittore del ‘600 influenzato da Caravaggio, particolarmente attento alla contrapposizione di luci e ombre. E’ una adorazione dei pastori in cui i personaggi sono disposti in una scena che compone quasi un arco, divisi in due gruppi, sulla destra e sulla sinistra rispetto al centro costituito dal bambino sulla mangiatoia. A sinistra Maria, seduta, con un atteggiamento pensoso e attonito, in un vestito rosso, a destra Giuseppe con una candela tenuta con la mano destra mentre con l’altra protegge la fiamma. Al centro tre altri personaggi: sono i pastori che per primi sono giunti ad guardare il bambino, a rimanere stupiti e silenziosi davanti al sonno di questo neonato. Sono tre figure che si distanziano dalla iconografia tradizionale. Non ci sono aureole, né angeli, non ci sono elementi che fanno pensare ad una dimensione trascendente, ma c’è invece una rappresentazione di una quotidianità vicina. I loro volti sono ritratti di persone che potevano essere i contadini del tempo, e di un ambiente contemporaneo al pittore. Tutto è immerso in una luce che avvolge e genera contrasti. De la Tour rappresenta i pastori nelle fogge dei contadini della sua epoca ed evoca così la vita degli umili del suo tempo. A sinistra di Maria un pastore giovane, con pizzetto e baffi, con un tocco di raffinatezza nel vestito, il collare della camicia ricamato: lo sguardo è tutto preso verso il bambino, raffigurato al centro, disteso, addormentato, avvolto in fasce e adagiato sulla mangiatoia. Al centro un altro pastore, ripreso in un veloce movimento in cui sta portando la mano al cappello per toglierselo dinanzi al bambino, in un gesto antico di rispetto e gentilezza. E con l’altra mano regge un flauto. Il suo volto è attraversato da un sorriso lieve.
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L’atmosfera del dipinto è segnata da una dimensione intima, e conduce a percorrere il semicerchio di sguardi e volti segnati dalla luce e la linea delle mani dei personaggi. Una donna, una tra i pastori reca in mano un coccio coperto da un piatto; le sue mani reggono questo dono che sta portando forse al bambino, un po’ di latte o forse del cibo per i genitori. E alla sinistra Giuseppe: i suoi occhi sono scintillanti come piccole luci e sono tutti presi da uno stupore e da una gioia sobria che si esprime nel silenzio che avvolge la scena.
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Un momento di silenzio attorno al bambino. Non sono presenti gli elementi classici del presepe, non ci sono l’asino e il bue, ma solo un agnello. Un’indicazione che rinvia alla Pasqua di Gesù, agnello ferito e inerme di fronte ai suoi uccisori. E Gesù è presentato come deposto, in fasce, nel sonno di una morte che non rimane l’ultima parola della sua vita. Nel volto del neonato c’è già l’indicazione del crocifisso, di colui che ha vissuto la sua esistenza come dono per gli altri sino alla fine. Il suo volto è fonte di luce che non trova ostacolo in nessun elemento di ombra. ‘Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo’ (Gv 1,9). Il dipinto sembra accennare a questa luce che è presente in ogni uomo e donna, una luce da lasciar emergere nella vita, la luce della coscienza, la luce che guida a divenire umani e a seguire le ispirazioni più profonde della vita, in tutti: per i pastori questa luce è vivere l’accogliere e l’essere accolti. E Giuseppe trattenendo la candela tra le mani sembra rinviare al volto luminoso del bambino per cogliere una sorgente di luce. E’ luce che non è trattenuta: quasi allusione all’altra espressione del prologo di Giovanni “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno potuta trattenere” (Gv 1,5).

E’ questa un’immagine che ci riporta al senso del silenzio di fronte al Dio umanissimo che Gesù nella sua vita ha raccontato. Ci parla di luce che vince le tenebre, di uno sguardo al natale come rinvio all’intera vita umana di Gesù, alla sua croce e al suo essere agnello, testimone di nonviolenza di fronte alla vioenza del potere. Ci parla anche del dono: i primi a portare un dono sono i pastori. I tre pastori raffigurati portano tre doni. La donna reca del cibo, il pastore di sinistra porta un agnello, e quello al centro porta la musica del suo flauto. Sono tre doni che ricordano alcune dimensioni essenziali della vita umana. Ogni uomo e donna ha bisogno di cibo e nutrimento condiviso, ha bisogno di lavoro vissuto non nella concorrenza ma nella mitezza, e ha bisogno anche di bellezza, di gratuità, quella bellezza e gratuità espresse dala gioia e dalla musica. Abbiamo bisogno di nutrimento, di bellezza, di mitezza. Il dono che offrono a Gesù sono il sorriso e gli sguardi. Gesù è accolto dai poveri e si fa ritrovare da chi ha lo sguardo capace dello stupore dei poveri. C’è un messaggio allora da cogliere: questa luce che sgorga dal volto del bambino, il segno inerme di un volto di Dio che si fa incontrare dai piccoli e dai poveri, è luce che rende la vita umana e viene accolta da chi sa scoprire le dimensioni più quotidiane e profonde. Uomini e donne di ogni tempo, le persone normali, coloro che non contano nulla sono accolte in questa vivenda di luce che illumina i volti e vince le tenebre.

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI
Ma c’è una seconda serie di immagini che vorrei unire a queste: sono immagini questa volta contemporanee, dei nostri giorni. Sono le immagini dei naufraghi del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Il 3 ottobre è stata la tragedia che ha portato all’attenzione un dramma che si va compiendo da anni e anni. Il Mediteraneo, il mare nostrum, è diventato il mare del rifiuto e della non accoglienza. A Lampedusa c’è un monumento, la porta dell’Europa, una porta aperta sul mare. Quella che dovrebbe essere una porta aperta è diventata una barriera. Lampedusa è diventato il simbolo di un mondo diviso in cui per qualcuno non c’è posto dove alloggiare e viene lasciato fuori. A Lampedusa la disponibilità e l’accoglienza degli abitanti di questa isola ha reso ancor più stridente il contrasto con politiche di respingimento e rifiuto.
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La luce che pervade il quadro di la Tour ci ricorda questa sfida per vivere con autenticità il Natale. Gesù nasce in una famiglia che cerca alloggio e si fa solidale con chi non ha luogo dove nascere ed essere accolto. Natale ci ricorda che Gesù è nato come profugo, in una situazione di chi non trovava alloggio e rifiutato nel momento di essere accolto. Nel naufragio di Lampedusa c’erano anche bambini appena nati e da poco una donna aveva partorito proprio in quella notte.
Lampedusa, le bare nell'hangar
Gesù è stato migrante ed è nato in una condizione di rifiuto. La sua vicenda ci dice che la luce della salvezza sta lì, in chi è rifiutato, non nei palazzi dei re. Questo ci ricorda il Natale. Il volto di Dio umanissimo si identifica con la vita di coloro che non hanno posto perché esclusi e tenuti ai margini. Eppure solo i poveri sono coloro che lo sanno accogliere. Natale ci dice che incontrare Gesù implica un divenire più umani, capaci di accoglienza e responsabilità capaci di divenire capaci di condivisione, poveri perché solidali con chi è tenuto fuori.
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E’ questa una tra le frontiere del nostro tempo: la frontiera non solo tra popoli dei Sud del mondo e quelli del Nord, ma tra l’accoglienza e il rifiuto, tra l’ospitalità e la chiusura egoista, tra la tranquillità dell’indifferenza e la ricerca di vie di convivenza solidale. E’ una frontiera che corre non solo nei confini geografici, ma attraversa le nostre città, i nostri incontri, l’interiorità. Celebrare il Natale è vivere il silenzio dinanzi alla domanda che proviene da chi lascia la propria terra, dai poveri in cerca di pane con cui Gesù si è identificato. Celebrare il Natale è aprire lo sguardo ad incontrare i volti di chi soffre, è entrare nella logica del dono e scoprire il dono dell’incontro come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op
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