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I domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCF6356.JPGDt 26,4-10;Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Queste parole che rinviano ad un storia di maltrattamenti e di dolore racchiudono anche la scoperta di un incontro. Il Dio d’Israele si rende vicino in una storia di liberazione: l’alleanza è incontro di vita in un cammino. La fede, accoglienza ed esperienza di tale incontro è espressa come racconto.

Il volto di Dio assume i tratti di una presenza che agisce, e libera: ascolta il grido dalla sofferenza dell’oppresso, scende a liberarlo. E’ il Dio grande e potente e nello stesso tempo il Dio vicino che si prende cura: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. La terra donata diviene il segno dell’attuarsi della sua promessa nel liberare dall’oppressione e dalla violenza.

Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di persone schiacciate dai regimi autoritari, di popoli come quello siriano, devastati dall’oppressione e dalla violenza.

Questa pagina suggerisce due atteggiamenti. Il primo: il credere è cammino e storia che coinvolge l’esistenza e può essere comunicata come racconto. E’ racconto di vita ma è anche racconto perchè la nostra vita è storia, cammino continuo che va facendosi negli incontri e nel tempo.

Il secondo: la fede che si apre al volto di Dio vicino e liberatore non può non generare scelte di vicinanza e di liberazione verso tutti quelli che soffrono a causa di ingiustizie e oppressioni.

Luca, come Matteo, presenta il momento delle tentazioni di Gesù: la conclusione viene posta non su di un alto monte (come fa Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore della città santa. Gerusalemme ha un’importanza tutta particolare per Luca: da lì tutto prende inizio con l’annuncio a Zaccaria, e a Gerusalemme si conclude il cammino di Gesù nei giorni della passione e della morte.

Luca suggerisce così che la prova non è momento passeggero nella vicenda di Gesù, ma attraversa e copre la totalità della sua vita. A Gerusalemme, centro del tempo della storia di Israele e dello spazio, ha il suo culmine. Sulla croce Gesù vive l’affidamento radicale al Padre solo: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Di fronte alle tre ‘tentazioni’, la risposta di Gesù è una sola, il rivolgersi con fiducia a Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. Gesù non risponde alle richieste di sacro o ad esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane… ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’.

E’ invocato come ‘Figlio di Dio’ titolo del messia, atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Viene posta la questione della sua identità. Gesù risponde con il suo agire: non è un messia di una religione del sacro, non è messia portatore di dominio e di potenza politica o religiosa. Gesù rifiuta così la via dell’affermazione di una religione politica e trionfale.

Rigetta infine un messianismo spettacolare: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Non si getta dal pinnacolo del tempio. Il suo essere messia, mai rivendicato in modo esplicito,  trova espressione nel suo ‘passare facendo il bene’. I suoi gesti di bene sono agire che guarisce, risana, ridona speranza a chi è curvato: saranno compiuti per lo più nella distanza dalla folla alla ricerca di spettacolarità, di prodigi, facile ad entusiasmarsi in un’ottica di guadagno. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero, che risponde alla violenza con la mitezza e il perdono.

Luca situa l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo la genealogia. In essa Gesù era stato ricondotto fino ad Adamo. In lui la storia dell’umanità trova un punto di riferimento centrale. Gesù poi vive le prove indicando la prospettiva della sua vita, l’affidamento a Dio: è il Padre misericordioso al centro della sua vita, colui che desidera abbracciare i suoi figli resi capaci di libertà.

Quaresima può divenire tempo per scoprire la nostra storia come racconto, per continuare un cammino in cui al centro scoprire l’agire di Dio che scende a liberare per rendere capaci di umanità.

Alessandro Cortesi op

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Tempo della prova

Il tempo della prova è il tempo dell’autenticità. Non è un tempo di cui è possibile fissare limiti. La prova si presenta in molti modi ed è la sfida di una vita in tutti i suoi momenti. L’intero cammino di chi nella vita s’interroga, non passa distante e distratto di fronte a ciò che accade fuori e dentro, è luogo di prova.

Prova significa incertezza, crisi, fatica di comprendere, senso di impotenza. E’ anche apertura a contestare le facili offerte, le piacevoli soluzioni, a vivere il coraggio di percorrere sentieri non battuti, difficili, nascosti. E’ tempo di passaggi, tempo di sfide in cui imparare volta a volta a rispondere in modo nuovo, non scontato. Tempo della prova è anche tempo in cui non tutto è previsto e calcolato.

Quando si volge lo sguardo indietro si scopre, come la meta stessa la si incontra nel cammino e come il cammino apre ad orizzonti che non si pensavano lontanamente al momento della partenza.

La nostra epoca ha sete di ripensare e rivivere in modi nuovi una ricerca profonda, di spiritualità, di ricerca di Dio, di possibilità di vivere insieme ad altri. Per vie nuove, per vie in cui ciascuna e ciascuno è interpellato e coinvolto personalmente. Senza reti di protezione, senza appoggi fasulli. Smascherando le vuote devozioni e superstizioni che sviano e inquinano le ricerche profonde, nascoste, fuori dalle mappe con confini ben tracciati.

Le sfide della tecnologia che avvolge tutto, la condizione del mondo segnato dal dominio di chi regge le economie e dei poteri finanziari costituiscono oggi il contesto in cui viviamo la grande prova di una vita in cui non accontentarsi delle facili e consolatorie offerte. Sono anche le costruzioni religiose di chiese, il dominio di gerarchie, i sistemi di pensiero e di vita esclusivi, incapaci di incontro, indifferenti agli oppressi. E’ tempo in cui riprendere in mano profondamente la sfida del credere come ‘prova’ per l’umanità intera.

Mariano Corbì (Valencia 1932), pensatore catalano, direttore del ‘Centro di studio delle tradizioni di sapienza’ a Barcellona, ha affrontato la sfida di coltivare una spiritualità connotata per la creatività, capace di oltrepassare i limiti di credenze e ortodossie che escludono. Cercatore di sapienza, il suo impegno è stato quello di rileggere in profondità le tradizioni spirituali diverse che hanno portato a qualità umana nella vita di chi ci ha preceduto, per orientare in modo nuovo il nostro futuro.

Sintetizza gli elementi fondamentali di una ricerca spirituale nell’interesse per la spiritualità , nel distacco da una preoccupazione per sé e dei propri beni, e nel silenzio per concentrarsi e per de-centrarsi sull’Altro e sugli altri. Nel suo percorso di ricerca spirituale nel tentativo di scorgere le trasformazioni del mondo in cui viviamo ha espresso in un testo nelle sue ‘Lettere a Dio’ le profondità di una prova assunta in tutto il suo cammino.

“(…) Credevo che la religione fosse sottomissione e mi sono impegnato in essa, e ho finito per giungere alla libertà.

Credevo che la vita fosse un cammino tracciato, passo dopo passo, ma non c’è cammino.

Credevo che si dovesse credere, e il cammino libera dalle credenze.

Credevo che la religione fosse inquadramento in un esercito ben organizzato e compatto, in cui sentire il respiro e la vicinanza di coloro che marciano con te, e sono stato costretto a scoprire che devo andare completamente solo.

Credevo di sapere ciò che si doveva pensare e sentire, e sono giunto a comprendere che la vita passa per una luce e un fuoco silenzioso.

Credevo di sapere che cosa bisognava fare, e sono giunto a comprendere che non c’è nulla da fare.

Credevo di camminare verso te, e ho dovuto comprendere che nella misura in cui la via si avvicina a te, ti confonde nella nebbia e mi dissolve come un tenue vapore.

Credevo che il cammino di Gesù fosse il cammino della salvezza e ho dovuto comprendere che non c’è nulla da salvare.

Credevo di dovermi sforzare con il tuo aiuto, e ho dovuto comprendere che il lavoro da fare è più tenue e sottile di sforzarsi, perché è un accorgersi misterioso, che più che ‘fare’ è un ‘non-fare’.

Credevo che percorrere il cammino consistesse nel coltivare lo spirito e allontanarsi dalla carne e sono giunto a comprendere che la via del silenzio è una trasformazione del sentire e della percezione.

Credevo che il cammino allontanasse dal mondo, e sono giunto a comprendere che il mondo è il suo discorso, la sua manifestazione, il suo angelo di luce.

Credevo che tu e io fossimo due e sono giunto a comprendere che ‘non ci sono due’.

Credevo che credere in te fosse credere in ciò che non si vede e sono giunto a comprendere che sei il Chiaro, il Manifesto.

Credevo nella chiesa cattolica, apostolica, romana e sono giunto a credere ai cristiani, e agli indù, ai musulmani, a tutti e a nessuno di essi.

Il tuo cammino è un cammino che va di perplessità in perplessità. Per questo è un cammino nascosto.

Cercavo in te la Verità, e ho dovuto comprendere che la Verità non è alcuna formulazione. La Verità, che è la tua verità, è silenzio, presenza e certezza. Questa è anche la mia verità.

Dio liberami dalla paura nel percorso del cammino che mi rimane e libera dalla paura tutti coloro che ti cercano. La paura sta portando fuori strada i pastori e le greggi”. (Tratto da Marià Corbí, Cincuenta cartas a Dios, Madrid PPC, 2006)

Alessandro Cortesi op

II domenica di Natale – anno A – 2014


2013-12-14 09.46.53Sir 24,1-4.8-12; Efes 1,3-18; Gv 1,1-18

Si può leggere il IV vangelo a partire dall’inizio o a partire dalla fine. Leggerlo a partire dalla fine significa accostarlo dopo aver percorso la vicenda di Gesù, il suo cammino umano presentata nel vangelo. E’ forse quello che ha fatto il redattore del Prologo (Gv 1,1-18): dopo aver ripercorso l’incontro con Gesù, ha posto come grande ingresso del vangelo questo inno per indicare le profondità del suo essere. Penso così che il prologo debba essere letto come pagina che sintetizza in un grande inno la meditazione sulla vicenda di Gesù, sul suo percorso umano. E’ uno sguardo profondo che a partire dalla vicenda di Gesù di Nazaret e legge il manifestarsi, in quella vicenda di carne, della sapienza di Dio, del suo disegno sulla storia.

Il prologo esprime così una intuizione decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, solamente il Figlio, lui ce lo ha raccontato, se ne è fatto l’esegeta. Gesù è così presentato come il figlio. La sua identià, come quella di ogni figlio, sta nella relazione, nel legame. Tutta la sua vita è stata vissuta nell’orizzonte di un legame fondante con il Padre, nell’intendere il suo cammino come invio a compiere la volontà del Padre e ad essere manifestazione nei suoi gesti dello stile stesso di Dio. Gesù nella sua vicenda umana è stato interprete ed ha manifestato il volto di Dio come amore che si dà fino alla fine. Nella sua vita, nei suoi gesti, parole, nel suo modo di formarsi una comunità di discepoli, nella sua morte possiamo cogliere il volto di Dio che nessuno ha mai visto. In Gesù Dio si è reso vicino. Così vicino da entrare nella carne, da far sua la storia e di farsi incontrare nella vicenda di un uomo.

L’autore del IV vangelo esprime questo dapprima raccontando la vicenda di Gesù e leggendola come grande segno: non solo i vari momenti del suo agire sono letti come ‘segni’, rinvio a qualcos’altro, al volto stesso di Dio di cui quei segni sono rivelatori. Gesù è grande rivelatore del Padre. Ma la sua stessa morte è alla fine il grande segno, l’unico segno che rimane, da leggere come punto di riferimento in cui scorgere il volto di Dio come Amore nel volto del crocifisso.

Nel grande inno iniziale Gesù è così presentato come il figlio che ha raccontato nella sua vita umana il volto di Dio. Non solo, in Gesù si manifesta una sapienza, un disegno che da sempre è presente in Dio stesso. Quella sapienza è una parola che sta al cuore dell’esistenza stessa di tutte le cose, è una presenza che sta dentro il dinamismo della vita: “tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini”. C’è in queste parole una provocazione ad ascoltare la vita e a cogliere nelle sue dimensioni profonde questa presenza ed il riferimento al disegno di Dio, che è sogno di Dio sulla storia. Un sogno e progetto che sta al principio e sta a fondamento di ogni esistenza. Una presenza non riservata ad alcuni ma a tutti coloro che cercano di andare al fondo della vita.

Quella parola è non solo all’inizio, ma è posta nelle profondità del cuore di ogni donna e uomo. E’ qusto un annuncio che amplia gli orizzonti e fa cogliere come l’incontro con la sapienza di Dio, con il suo progetto non è cosa riservata ad alcuni, non è dominio di chiese, ma sta nelle profondità dei cuori. E’ luce che brilla e nel profondo rimane e può essere indicata come la luce della coscienza, che nel profondo offre possibilità di aprire cammini, di inseguire il senso più autentico della vita umana : ‘Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo’. E’ luce nelle profondità delle esistenze ma anche luce che guida uomini e donne nei loro cammini di ricerca del vero del bene e del giusto, luce che illumina ogni percorso relgiioso dell’umanità ed ogni apertura a ciò che è autenticamente umano.

Questa parola e questa luce hanno a che fare con il ‘principio’. Non si tratta di un principio cronologico, ma di una dimensione che supera la storia. In Gesù si è manifestato il senso a cui tutta la storia umana tende. Dio in lui ha donato la sua parola. Nella vicenda di Gesù, nella debolezza della sua fragilità umana, nel suo essere uomo, Dio si è fatto conoscere a noi. In Gesù si fa visibile in gesti e scelte di vicinanza, cura e servizio quella sapienza che da sempre era presso Dio: nel suo accogliere le persone, nella sua condivisione, nel suo opprosi con la nonviolenza e il perdono a chi lo rifiutava e condannava. In lui si fa vicino quel sogno di Dio sulla storia, quella luce che è presente in ogni coscienza. Nel suo modo di vivere di Gesù c’è manifestazione di questa sapienza ed è una luce che nessuna tenebra può trattenere e nemmeno può vincere: “la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta”.

Gesù ha raccontato nella sua vita il volto di un Dio che non sta lontano e indifferente rispetto alla storia e ai percorsi umani ma fa sua la causa dell’uomo, e per essere incontrato chiede che lo si guardi nella fragilità della carne: la sua ‘gloria’ – lo ‘spessore’ del suo essere Dio – può essere incontrata e vista nella debolezza di una vita che si dona e si fa servizio. “E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità”.

In questa espressione ‘la Parola si è fatta carne’, non c’è solo il riconoscimento che nella vita di Gesù sta il rivelarsi di quella sapienza che è il senso della storia umana, ma c’è anche l’appello a riconoscere nella realtà umana, nella sua debolezza il luogo del farsi vicino di Dio. Il luogo del dimorare di Dio è la vita umana e nel volto dell’uomo vivente è da rintracciare la gloria di Dio. Qui sta un grande messaggio riguardo al rapporto tra Dio e l’umanità. Dio abbraccia e prende con sé l’umanità nel suo limite, nella sua fragilità. Si rende presente nei volti dell’umanità fragile e dimenticata, come si è reso visibile nel volto di un bambino.

A chi accoglie questo si apre l’esperienza della gratuità e di un modo nuovo di guardare la vita, perché ci si lascia illuminare da questa luce che è il senso profondo non solo dell’esistenza personale, ma di tutta la vicenda storica e cosmica. “Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia”. “A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio”.

Divenire figli è la possibilità aperta: è scoperta possibile nel riconoscimento di una fraternità che lega al di là di confini e seaprazioni. E’ mettersi in attenzione ad accogliere quella luce che è nel cuore di ognuno e cercare di camminare sui percorsi che essa suggerisce. E’ disponibità ad aprirsi così ad una inquietudine e ad una ricerca di Dio sempre al di là dei nostri piccoli schemi e delle nostre teologie e di un Dio da incontrare nella vita dei poveri: ‘la gloria di Dio è la vita del povero’ (Oscar Romero).

Viviamo oggi una duplice sfida: quella a vivere una attitudine di apertura e di ricerca e quella di scoprire come l’incontro con Dio passi attraverso la vita dei poveri.

Per la prima sfida penso sia da riflettere sulle parole di Papa Francesco che in questi giorni (3 gennaio 2014) parlando di Pietro Favre, gesuita ha avuto alcune espressioni riguardo all’esigenza di una inquietudine davanti a Dio sempre più grande dei nostri pensieri e l’importanza di avere un atteggiamento di inquietudine, di ricerca e di desiderio: “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta. Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!
Ma, perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio. E’ l’inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili. E’ questa l’inquietudine che aveva Pietro Favre, uomo di grandi desideri”.

La sfida di vivere un rapporto con Dio che passi attraverso l’attenzione alla vita del povero è spesso ostacolato dal pensare che l’orizzonte della vita è quello del cielo non quello della terra: ma la Parola si è fatta carne, si è fatta schiavitù, povertà, e da qui sgorga l’indicazione che l’incontro con Dio si attua nel farsi carico della carne del povero. La cura del povero non è mezzo per giungere a parlargli di Dio ma è quanto richiede la scelta di Dio stesso di farsi incontrare nella debolezza e nella povertà della carne umana. Come nella parabola del giudizio finale di Matteo la domanda non è se si è parlato di Dio, ma se si è dato pane acqua, soccorso… Questo approccio de-centralizza la stessa chiesa da se stessa. Se la Parola si è fatta carne, allora tutto quello che è esperienza di chiesa dovrebe essere al servizio di questo movimento di farsi povero. Come Cristo da ricco che era si è fatto povero, così questo è il percorso per ogni credente e per ogni comunità. In ogni gesto di promozione umana sta un annuncio profondo del vangelo che è il vangelo dell’incarnazione, di un Dio solidale con l’umanità povera e fragile. Siamo posti di fronte ad un cambiamento di stile perché lo stile e la prassi di dono e di incontro esprimono in se stessi la fonte da cui provengono scelte e orientamenti e lasciano trasparire il senso profondo della vita umana, quel sogno di Dio di fraternità.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

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