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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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VI domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

“Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

La Samaria era una regione vista con sospetto dai giudei di Gerusalemme. Abitanti erano popolazioni pagane che avevano mantenuto culti idolatrici (cfr. 2 Re 17,24-41): quando Gesù nel dialogo con la donna di Samaria richiama i ‘cinque mariti’ potrebbe sottintendere tale riferimento (Gv 4,18). I giudei guardavano i samaritani come stranieri, aggregazione disordinata di popoli estranei e nutrivano per loro sentimenti di disprezzo: “Sono irritato contro un popolo che non è neppure un popolo, lo stolto popolo che abita a Samaria” (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20).

Proprio la Samaria, territorio di pagani ed eretici è l’ambito della predicazione di Filippo. E in questa regione la Parola è accolta. Così anche altri apostoli sono coinvolti: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. La pagina degli Atti comunica il diffondersi lieve della Parola e il respiro della libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. E’ scoperta nuova di cui Pietro si fa voce nella casa del pagano Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

L’agire di Filippo è delineato in poche parole: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’ (cfr. At 18,5). Al cuore dell’invio degli apostoli sta l’annuncio di Gesù. Tutto si concentra su di lui. La predicazione comunica che Gesù è il messia atteso, colui che libera la vita dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Filippo annuncia e insieme vive concretamente lo stile di Gesù: si fa vicino e accompagna nel cammino, pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a lui (cfr. Lc 24,13-35). Esce fuori per impulso dello Spirito. Discende sulla strada deserta, sale poi sul carro del funzionario etiope, ascolta le sue domande e lo aiuta a comprendere quanto stava leggendo (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo, è dono di un nome, presenza e vicinanza, e comunicandolo si scopre l’azione dello Spirito già presente e operante nei cuori.

La presenza dello Spirito va insieme all’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). Quest’esperienza ‘gioiosa’ non è ingenuo ottimismo di chi non si rende conto dei problemi. Proprio nei momenti dolorosi di prova e fallimento i discepoli vivono l’esperienza della gioia e dello Spirito santo (At 13,52). Qui è possibile allora individuare un tratto fondamentale dell’invio apostolico: essere collaboratori di una gioia che proviene dal dono di Dio. Scriverà Paolo, descrivendo il profilo del credente e dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23). La gioia come serenità di fondo si accompagna alla predicazione del vangelo e al cammino della fede. Predicare Gesù non è esperienza di superiorità o di dominio ma via per porsi a servizio della gioia degli altri.

Il IV vangelo dà spazio alle parole di Gesù che promette lo Spirito: ‘non vi lascerò orfani’. E’ un dono di speranza per chi è chiamato a scoprirsi figlio. Lo Spirito è paraclito, ‘consolatore’, presenza nuova di Gesù nella sua assenza, presenza interiore e che guida la comunità all’incontro con Gesù. Sarà lui a ricordare quanto Gesù ha fatto e detto. Per questo lo Spirito sta in rapporto con la verità: nel IV vangelo verità è sinonimo di presenza personale che si dà ad incontrare: “Io sono la via, la verità e la vita…” dice Gesù. Lo Spirito ‘rimane in voi’: nel IV vangelo rimanere è verbo che suggerisce una comunicazione profonda e una condivisione che tocca il cuore dell’esistenza. Lo spirito che rimane sarà lui a guidare ad entrare in modi sempre nuovi nell’incontro con Gesù e a renderlo ragione di vita: “egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 14,16)

Alessandro Cortesi op

Gioia e leggerezza

“Se è Cristo a suonare il flauto per la danza, lo Spirito è come la melodia, il soffio carezzevole, la nota delicata e incantatrice… questa musica è fatta risunare in noi dallo Spirito, il Consolatore, colui che libera dal peso del passato e dischiude gli ampi spazi della libertà… Vieni a darmi il gusto di una vita più sciolta, più leggera, più aperta alla novità di Dio, una vita che, se mai debba conoscere la sofferenza, senta ancora più forte la dolcezza della speranza” (L.Pozzoli, Quel poco di fede che mi porto dentro, san Paolo 2012, 60-61).

Quale il segreto della gioia? Forse una certa levità, una leggerezza che permette di non pesare troppo, di non occupare troppi spazi, di non pretendere di dire tutto, di lasciare intervalli e interruzioni sospese tra parole e azioni. C’è una pesantezza indubbia e drammatica del male nella vita ma si prova pesantezza a volte anche quando il bene è compiuto in modi impropri. Quando non lascia spazio, quando è invadente, quando si presenta con mire di ostentazione. Leggerezza è un andare lieve che non toglie il respiro, non soffoca, non occupa tutto il posto, ma apre spazi, non si preoccupa di apparire, percorre sentieri non affollati e vocianti, confida nella discrezione dei toni e nella gentilezza dell’agire.

Don Luigi Pozzoli, prete milanese, colto, lettore di romanzi e amico di poeti, schivo e profondo cesellatore della parola in alcune sue note di diario scrive: “Amo tutto ciò che è lieve, discreto, segreto. Amo sempre più le esistenze lievi di tante persone che passano senza occupare spazio alcuno, raccolte nei loro pensieri segreti, nelle loro gelose speranze, nella loro naturale, inconsapevole gentilezza. Lievi sono i loro gesti, le loro parole, i loro sorrisi, i loro passi. Lievi anche le loro lacrime. Non è forse la levità la nota più preziosa dell’infanzia spirituale? E non è forse l’infanzia spirituale il fiorire dell’esistenza cristiana nella sua più suggestiva bellezza? Vorrei essere anch’io un’esistenza lieve portata da una grande speranza…” (L.Pozzoli, Quel poco di fede, cit., 162).

Il gusto per tutto quanto è lieve si scontra con le voci gridate che occupano la scena pubblica in una tensione ossessiva ad apparire, ad occupare il proscenio, in continua campagna elettorale, là dove illusioni vengono contrabbandate come promesse e non si odono inviti a pensare, a fermarsi e sostare per comprendere, per cercare orientamento. Ogni questione e problema è presentato come nodo da sciogliere con tagli perentori, nella velocità del tempo, senza riflessione, con gesto pesante e senza scrupolo, volgare, senza cura per volti e vite. La levità si oppone anche alla brutale violenza che dilaga e pervade in tanti modi il vivere quotidiano.

Ciò che è discreto e custodito in parole e gesti che si intervallano a silenzi per poter dare il tempo per comunicare, è forse il cuore di un’esperienza dove ci sia spazio per una gioia, lieve anch’essa, assaporata come soffio dello spirito che passa e conduce oltre, che fa respirare e invita a scorgere le lezioni della natura e delle parole aperte, alla vita, all’incontro e non la chiusura in teorie e codici freddi e opprimenti.

Una foto in questi giorni ha avuto grande diffusione sui social media: è stata scattata nella metropolitana di New York il 16 aprile scorso nel giorno della festa di Pasqua. Chi ha fissato questo momento sullo schermo del suo telefonino è un giovane, Jackie Summers, che ha lasciato il suo posto permettendo ad un coppia di ebrei osservanti di sedersi. Ed essi si sono un po’ scostati lasciando spazio ad una donna musulmana che stava dando il biberon al suo bambino che teneva in braccio. Nella scena presentatasi davanti ai suoi occhi il giovane passeggero ha colto una coincidenza: nel casuale incrociarsi avvenuto durante il veloce sfrecciare della metropolitana di un mattino di primavera ha letto un’espressione – per lui che si definisce taoista – di quell’energia nascosta e segreta che connette insieme e genera armonia tra ogni realtà e persone. E’ anche questo levità che genera gioia. La leggerezza dello Spirito che soffia dove vuole e suscita l’alzarsi lieve nel gesto semplice e gentile di chi sa lasciare posto all’altro generando incontri inediti e possibili.

Alessandro Cortesi op

VI domenica di Pasqua – anno A – 2014

Spirito SantoAt 8,5-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

La prima lettura presenta la figura di Filippo: “Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo… Frattanto gli apostoli seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni… imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.

Tre elementi possono essere notati. Il primo è costituito dal luogo. La Samaria era una regione considerata eretica, abitata da un popolo che si era separato dalla tradizione religiosa giudaica con il suo centro a Gerusalemme. Gli ebrei della Giudea verso i samaritani nutrivano senso di lontananza e disprezzo (Sir 50,25-26; cfr. Gv 4,9.20). Lì si ricordava lo spostamento di cinque popoli pagani che avevano mantenuto forme di culto idolatriche (cfr. 2 Re 17,24-41): l’allusione ai cinque mariti della donna di Samaria, nel dialogo con Gesù del cap. 4 di Giovanni, rinvia a questo (Gv 4,18). Proprio Samaria, il territorio pagano ed eretico è l’ambito della predicazione di Filippo. In quella regione, ritenuta inospitale e sospetta dal punto di vista religioso, la Parola è accolta. Segue il coinvolgimento di altri apostoli nell’incontro con chi era stato battezzato: ‘imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo’. Un primo messaggio di questa pagina riguarda la libertà dello Spirito, l’abbattimento di ogni barriera di tipo culturale e religioso. Dirà Pietro nella casa di Cornelio: ‘Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto’ (At 10,34).

Un secondo elemento sta nello stile proprio di Filippo: ‘cominciò a predicare loro il Cristo’. In At 18,5 si trova un’espressione analoga: “Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo”. Filippo comunica una parola e vive un agire centrato su Gesù: presenta la sua identità e missione. La sua predicazione è attestazione che Gesù è il messia atteso, presenza che libera dalla paura, dal peccato, da ogni prigionia. Il dedicarsi alla predicazione come parola capace di mettere in relazione con Gesù è l’impegno dei primi apostoli. Ma anche nel suo agire Filippo riprende lo stile di Gesù (cfr. Lc 24,13-35): non opera grandi cose, ma segue la spinta dello Spirito, le chiamate che derivano dalle situazioni, scende sulla strada, si fa vicino e accompagna nel cammino. Il suo agire è così divesro dalle grandi opere di potenza di Simone mago a cui è subito accostato. Filippo pone al centro la Parola di Dio e la legge in riferimento a Gesù: salirà poi sul carro del funzionario etiope, ascolterà le sue domande e lo aiuterà a comprendere quello che leggeva (cfr. At 8,26-40). In Samaria Filippo ‘recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo’. La bella notizia, il vangelo è dono che fa scoprire l’azione dello Spirito già presente nei cuori nell’atto della predicazione degli apostoli. Viene così indicato uno stile di annuncio del vangelo, come cammino di compagnia, testimonianza dell’incontro con Cristo che apre alla gioia (At 8,39).

Un terzo elemento: la presenza dello Spirito e l’esperienza della gioia. ‘E vi fu grande gioia in quella città’ (At 8,8). La predicazione di Filippo e degli altri apostoli apre i cuori, accompagna ad uno sguardo nuovo sulla vita: apre ad una esperienza ‘gioiosa’. Gioia non è emozione entusiastica, momentanea. Nel libro degli Atti si rende chiaro che proprio nei momenti delle prove e delle delusioni della predicazione i discepoli erano riempiti di gioia e di Spirito santo (At 13,52). Paolo sintetizza cosìla chiamata dell’apostolo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi” (1Cor 1,23).

Nella pagina del vangelo Gesù invita a custodire i suoi comandamenti. Amare Gesù trova la sua verifica nel custodire e quindi attuare i suoi comandamenti che si sintetizzano nell’amare come lui ha amato: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva questi mi ama (Gv 14,21). Custodire i comandamenti rinvia infatti al gesto del lavare i piedi e alle parole della cena: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (Gv 13,34-35). Amare come Gesù, custodire il comandamento è vita che si radica nel dono della sua vita, nello stare in lui: ‘come io vi ho amato’ indica’ la sorgente generativa di una novità di vita che si esprime nei gesti della gratuità e della fraternità aperta. Custodire il comandamento dell’amore sarà possibile solamente nel rimanere in lui. Gesù ai suoi promette lo Spirito indicandolo con due nomi: sarà un altro ‘paraclito’, il consolatore, e sarà lo Spirito di verità.

Lo Spirito promesso sarà un ‘altro’ che sta accanto, presenza di vicinanza (‘Paraclito’): continuerà l’opera di Gesù che è ‘stare accanto’ e prendersi cura. Lo Spirito quindi trasforma l’assenza di Gesù in una esperienza di vicinanza che continua. Ai discepoli non verrà a mancare la compagnia di Gesù: in qualche modo lo Spirito rende presente e continua la presenza di Gesù: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete , perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (Gv 14,19-20).

Lo Spirito è così indicato come presenza che sta accanto e prende le difese, colui che nel tempo della storia guida la comunità all’incontro con Gesù, il grande suggeritore che ricorda quanto Gesù ci ha comunicato: Spirito di verità perché guida ad un incontro con lui nuovo e più profondo: è lui verità personale che si fa vicino aprendo alla relazione con tutti i cammini di ricerca e con tutti i volti. L’incontro con Cristo non è chiuso, ma aperto, c’è un’esperienza di incontro con la sua persona, che è verità vivente lasciata al cammino storico della comunità nella storia. E’ una prospettiva che apre a gioia nuova, a cammini indeiti, a lasciarsi sorprendere dallo Spirito che va sempre oltre ogni nostra chiusura.

Alessandro Cortesi op

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