la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “predicazione”

IV domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4106.JPGAt 13,14.43-52; Ap 7,9.14b-17; Gv 10,27-30

“Era necessario che fosse annunziata anche a voi (ebrei) la parola di Dio, …, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani”.

Paolo e Barnaba durante il loro viaggio missionario si rivolgono per la prima volta ai pagani. E’ punto di svolta nella storia del cristianesimo primitivo. Matura una comprensione più profonda di scelte e gesti di Gesù. ‘Ti ho posto come luce delle nazioni, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra’ (Is 49,6). Il servo di Jahwè è presenza di luce, inviato a portare la salvezza sino ai confini della terra, oltre i limiti dell’appartenenza ad un popolo o ad una religione. Ad Antiochia si attua un passaggio che trova il suo fondamento nelle promesse di Dio

Sorge una comprensione del disegno di Dio come dono di salvezza per tutti i popoli. La scelta di Paolo e Barnaba si connota in continuità con la fede ebraica: è ispirata dal coraggio che la Parola di Dio suscita e sorge dalla fedeltà alla stessa Parola.

Le parole di Paolo e Barnaba contengono una critica indirizzata a coloro che non accolgono il loro messaggio, ma anche a tutte le forme di religiosità che si rinchiudono e non si lasciano interrogare da un disegno Dio che va oltre i progetti religiosi umani.

Questa disponibilità ad accogliere il vangelo in modo nuovo, passaggio importante nella prima comunità cristiana, trova le sue radici nelle benedizioni di Dio che sono per Israele ma anche per tutte le nazioni.

La stessa chiamata fondamentale per Israele è di essere il tramite di un dono di salvezza e di vita per tutti i popoli e le genti. L’elezione è uno dei cardini della storia del popolo d’Israele, ma essa è ordinata ad un disegno divino più ampio. In Isaia la benedizione è rivolta al popolo degli egiziani e degli assiri: “Benedetto sia l’Egiziano, mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Il salmo 87 invita a vedere tutti i popoli della terra come iscritti nei registri dei nati a Gerusalemme, quindi cittadini a pieno titolo della città santa: “L’uno e l’altro è nato in essa e l’Altissimo la tiene salda. Il Signore scriverà nel libro dei popoli,: Là costui è nato” (Sal 87,4-6).

Paolo e Barnaba ad Antiochia si lasciano convertire dalla forza della Parola: fanno esperienza di come la parola di Dio sia fonte di gioia e di forza. Il loro discorso è compiuto con il coraggio della fede, con l’attitudine della libertà del credente anche nelle difficoltà: i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio… i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito santo. L’apertura dell’annuncio ai pagani è opera dello Spirito.

La pagina dell’Apocalisse presenta una visione con al centro l’immagine di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare. Il dono di salvezza non è per pochi ma si apre ad abbracciare ogni nazione, razza popolo e lingua. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani”. E’ la moltitudine di coloro che hanno tra le mani il segno della vittoria: hanno vissuto la prova e provengono da ogni direzione.

Viene qui riletto il salmo 23, canto rivolto a Dio come pastore d’Israele. “L’agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita”. La visione termina con una parola di speranza e di consolazione: “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

La presenza di Cristo risorto, è simboleggiata dall’agnello: Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono per tutti, nel segno dell’inermità e della nonviolenza, apre ad una comunione nuova possibile che non pone chiusure e limiti, si estende a comprendere tutta l’umanità. Per la prima comunità cristiana il vangelo è forza che apre speranza di vita per tutti.

“le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Usando la similitudine del pastore Gesù parla del rapporto con pecore di diversi ovili: ‘E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16-17).

Il pastore ha un’unica preoccupazione, poter custodire e comunicare la vita. Nel linguaggio giovanneo ‘vita eterna’ non è realtà vaga e lontana, è piuttosto risposta alla sete più profonda che ogni persona porta nel cuore. Vita eterna significa l’essere accolti e amati, nell’incontro con Dio – fonte della vita. Il Padre si fa a noi incontro nella presenza di Gesù ed apre possibilità di rapporti nuovi con gli altri.

Anche per noi oggi approfondire il nostro incontro con Cristo, agnello e pastore, è motivo per cercare come vivere l’esperienza di chiesa, non nella chiusura e nell’esclusione, ma in aperture nuove Le chiamate del Signore ci raggiungono nell’incontro con chi, apparentemente lontano, ci spinge a convertirci al vangelo come bella notizia di salvezza per tutti.

Alessandro Cortesi op

122893070_oDebolezza e comunità

E’ morto in questi giorni Jean Vanier. Aveva 91 anni. Nato nel 1928 in Svizzera a Ginevra fu attratto dalla vita militare. Entrò così molto giovane nel 1942 al collegio della Royal Navy (Inghilterra) e proseguì la carriera nella marina britannica e canadese.
Nel 1950 impressionato dagli effetti della guerra si dimette dalla marina e si dedica agli studi di filosofia iniziando una ricerca esistenziale. Visita in quel periodo una casa per persone disabili mentali a Trosly-Breuil, vicino a Parigi, animata da p.Thomas Philippe. Così egli ricorda quel momento: «Rimasi profondamente colpito dalle persone che erano diventate amici di p. Thomas. Ciascuna di esse era piena di vita, aveva sofferto molto e era grandemente assetata di amicizia. Con ogni loro gesto e ogni parola mi chiesero: “tornerai?” “mi vuoi bene?”»

Nel
 1964 decide così di stabilirsi a Trosly-Breuil (Oise) con due handicappati mentali. Inizia con questa piccola convivenza l’avventura delle comunità dell’Arche. Lì ha accolto, per più di 40 anni, un grande numero persone handicappate, condividendo il loro quotidiano e da lì le comunità de l’Arche si diffonderanno a partire dagli anni ’70 in tutti i continenti.

La sua esperienza ha posto al centro la dimensione della vulnerabilità e quella della comunità. In una intervista del 21 dicembre 2012 (nel sito http://www.lavie.fr) così parlava della sua scoperta del farsi debole come via di relazione e di incontro:

“Nella vita quotidiana, ho capito che per accogliere e amare una persona ferita, la mia motivazione non era sufficiente. Ho dovuto prendere coscienza della mia debolezza. Innanzitutto, ho capito che non potevo agire da solo, che avevo bisogno degli altri. Quando Pauline è arrivata all’Arche nel 1973, aveva 40 anni, ed era stata umiliata, rifiutata per anni. Per accogliere Pauline, bisognava che io fossi circondato da una comunità e da collaboratori che mi sostenessero. E, soprattutto, bisognava che io diventassi piccolo e umile, che rinunciassi ad essere dominatore, cioè ad essere quello che sa tutto e che dice a tutti quello che bisogna fare. Perché a Pauline non serviva un professionista che le “facesse” del bene. Aveva bisogno di una persona che le dicesse: “Sono contento di vivere con te.” Le persone con un handicap mi hanno quindi insegnato che, se mi credo forte, devo diventare debole”.

Richiamando l’insegnamento di Etty Hillesum ricorda l’importanza di scorgere nel pozzo del proprio essere una presenza nascosta di Dio stesso:

“Etty Hillesum si paragona ad un pozzo, in fondo al quale Dio esiste, ma che è ostruito da detriti. Quei detriti rappresentano la mia tendenza compulsiva a provarmi che sono migliore degli altri. Voglio essere riconosciuto, con dei titoli, delle etichette. È un modo di pormi in una gerarchia, spesso culturale, che mi rassicura. Ma Gesù mi dice: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi ricchi vicini, ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Allora sarai benedetto.” E aggiunge: sarò veramente felice quando le mie barriere, quelle del potere e del conformismo, cominceranno a cadere. È una lotta, perché la promozione e il successo sono al centro di tutto. Anche nelle scuole cattoliche, si mette al primo posto il 100% di successo all’esame di maturità… Il mio scopo è aiutare le persone a scoprire di essere un pozzo e che possono donare la vita nel loro incontro con l’altro. È una vera lotta in una cultura della normalità, in cui l’ossessione è mendicare l’approvazione dei capi, invece di aiutare le persone ad essere vere”.

All’inizio, l’Arca era una comunità formata soltanto da cattolici. Ma, quando giunsero come collaboratori anche persone di confessione protestante e anglicana Vanier allargò la sua visuale: la fraternità si estese anche chi apparteneva ad altre confessioni per un cammino comune. In India l’Arca si aprì a nuove presenze ancora: cattolici, musulmani e induisti. Fu un’ulteriore occasione per scoprire tutto ciò che vi era di comune, per pregare e celebrare insieme le feste di tutte le religioni.

Al cuore della sua vita e del suo riflettere sta anche l’esperienza della comunità:

“La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona. Si scopre la propria povertà e le proprie debolezze, l’incapacità ad intendersi con alcuni, i propri blocchi, la propria affettività turbata, i desideri che sembrano insaziabili, le frustrazioni e le gelosie, gli odi e la voglia di distruggere. Finché si era soli si poteva credere di amare tutti e di andare d’accordo con tutti.

Quando i rapporti sono ravvicinati, quando si trascorrono alcuni giorni insieme a tempo pieno, quando i rapporti diventano stabili, forse addirittura quotidiani, allora ci si rende conto di quanto si è incapaci di amare, di quanto si rifiutino gli altri, di quanto si è chiusi su di sé. E se si è incapaci di amare, che resta di buono? Non c’è più che disperazione, angoscia e bisogno di distruggere. Allora l’amore sembra un’illusione.

La vita comunitaria è la rivelazione penosa dei limiti, delle debolezze, delle tenebre di ogni essere; è la rivelazione, spesso inattesa, dei mostri nascosti dentro di noi. È difficile accettare questa rivelazione. Si cerca di allontanare rapidamente questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di illudersi che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si pretende che quei mostri siano negli altri e non in noi. I colpevoli sono sempre e solo gli altri …

Ma la ferita che tutti portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire, può diventare il luogo dell’incontro con Dio e con i nostri fratelli e sorelle; può diventare il luogo in cui impariamo ad amare, ad avere compassione degli altri”. (Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, 44-45.47)

“All’inizio la «comunità» può essere una madre che nutre. Ma col tempo, ognuno deve scoprire il suo proprio nutrimento attraverso le mille attività della comunità. Può essere una forza data da Dio, che viene in aiuto alla sua debolezza e alla sua insicurezza per aiutarlo ad accettare la ferita della sua solitudine, del suo grido di sconforto” (ibid. 221).

“La comunità deve essere segno di risurrezione. Ma una comuni- tà divisa nella quale ognuno va per la sua strada, unicamente preoccupato della propria soddisfazione e del proprio progetto perso- nale, senza tenerezza per l’altro, è una contro-testimonianza. Tutti i rancori, le amarezze, le tristezze, le rivalità, le divisioni, tutti i rifiu- ti di tendere la mano al «nemico., tutte le critiche fatte dietro le spalle, tutto questo mondo di zizzania e d’infedeltà al dono della comu- nuoce profondamente alla sua vera crescita nell’amore. E rive- la anche tutti questi tizzoni di peccato, tutte queste forze del male che sono sempre nel suo cuore, pronte ad infiammarsi”. (ibid. 222)

La sua testimonianza di solidarietà nella debolezza con chi è più vulnerabile e di impegno nel costruire comunità è il dono della sua vita.

E così tornano alla memoria le ultime pagine de ‘Il Regno’ del romanziere francese Emmanuel Carrère che riporta l’esperienza strana e pur coinvolgente, per lui, raffinato intellettuale, laico, allonatanatosi dalla fede eppure appassionato ricercatore dei rincipi dell’esperienza cristiana, di trovarsi in una comunità de l’Arche in una liturgia in cui tutti erano invitati a lavarsi i piedi, come Gesù aveva fatto con i suoi discepoli:

“Ci togliamo le scarpe e i calzini, arrotoliamo l’orlo dei pantaloni. Comincia il direttore delle risorse umane, si inginocchia davanti al preside, versa con la brocca acqua tiepida sui suoi piedi, li strofina un po’– una decina di secondi, una ventina, piuttosto a lungo, mi sembra che lotti contro la tentazione di fare svelto e ridurre il rituale a un gesto puramente simbolico. Prima un piede, poi l’altro, li asciuga con l’asciugamano. Dopo tocca al preside inginocchiarsi davanti a me e lavarmi i piedi prima che io lavi quelli della funzionaria della Caritas. Guardo i suoi piedi, non so a che cosa sto pensando. È veramente molto strano lavare i piedi di uno sconosciuto. Mi torna in mente una bella frase di Emmanuel Levinas sul volto umano, che mi ha citato Bérengère in una mail: appena lo si vede, non si può più uccidere. Bérengère diceva: sì, è vero, ma è ancor più vero per i piedi: i piedi sono ancora più poveri, più vulnerabili, sono proprio la cosa più vulnerabile: il bambino in ognuno di noi. E anche se lo trovo un po’ imbarazzante, mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo.

Il giorno seguente, domenica dopo pranzo, il ritiro finisce. Prima di separarci e tornare a casa, cantiamo tutti un canto religioso del tipo Gesù che sta passando. La deliziosa signora che si occupa di Élodie, la ragazza down, ci accompagna alla chitarra, e siccome è un canto allegro tutti cominciano a battere le mani e i piedi a tempo, a dimenarsi come in discoteca. (….) Improvvisamente sbuca accanto a me Élodie, che si è lanciata in una specie di farandola. Mi si pianta davanti, sorride, getta le braccia in aria, ride di cuore, e soprattutto mi guarda, mi incoraggia con lo sguardo, e nel suo sguardo c’è una tale gioia, una gioia così pura, così fiduciosa, così abbandonata, che comincio a ballare come gli altri, a cantare che Gesù mi sta passando accanto, e mi salgono le lacrime agli occhi mentre canto, ballo e guardo Élodie che intanto si è scelta un altro partner, e devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno. (Emmanuel Carrère, Il Regno (Fabula), Adelphi)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

Navigazione articolo