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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Giornata del creato – 1 settembre 2017

IMG_0755.JPGIn occasione della giornata mondiale di preghiera per il creato per la prima volta è stato emanato da papa Francesco e dal patriarca Bartolomeo un importante messaggio congiunto ecumenico che fa appello “a prestare responsabilmente ascolto al grido della terra e ad attendere ai bisogni di chi è marginalizzato, ma soprattutto a rispondere alla supplica di tanti e a sostenere il consenso globale perché venga risanato il creato ferito”.

Di seguito alcuni passaggi del messaggio:

La Scrittura rivela che “in principio” Dio designò l’umanità a collaborare nella custodia e nella protezione dell’ambiente naturale. (…)

La terra ci venne affidata come dono sublime e come eredità della quale tutti condividiamo la responsabilità finché, “alla fine”, tutte le cose in cielo e in terra saranno ricapitolate in Cristo (cfr Ef 1,10). (…)

Tuttavia, “nel frattempo”, la storia del mondo presenta una situazione molto diversa. Ci rivela uno scenario moralmente decadente, dove i nostri atteggiamenti e comportamenti nei confronti del creato offuscano la vocazione ad essere collaboratori di Dio. (…)

Non rispettiamo più la natura come un dono condiviso; la consideriamo invece un possesso privato. (…)

L’ambiente umano e quello naturale si stanno deteriorando insieme, e tale deterioramento del pianeta grava sulle persone più vulnerabili. L’impatto dei cambiamenti climatici si ripercuote, innanzitutto, su quanti vivono poveramente in ogni angolo del globo. (…)

Il fine di quanto ci proponiamo è di essere audaci nell’abbracciare nei nostri stili di vita una semplicità e una solidarietà maggiori. (…)

Siamo convinti che non ci possa essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva, senza una responsabilità condivisa e in grado di render conto di quanto operato, senza dare priorità alla solidarietà e al servizio.

Dal Vaticano e dal Fanar, 1° settembre 2017

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XIV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3761Zc 9,9-10; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Le parole del profeta Zaccaria si situano nel quadro del tempo che segue all’esilio e sono parole che rinviano al futuro. Dopo l’esilio si apre per Israele un tempo di cose nuove. Ma lo sguardo si spinge ancor più lontano verso un futuro indicato dalle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia. Zaccaria annuncia che il tempo in cui si sta vivendo è tempo in cui scorgere la benevolenza del Signore: il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e così le altre città di Giuda: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele.

Zaccaria vede nell’opera di restauro di antiche rovine una indicazione e un’altra urgenza, quella di una ricostruzione interiore, spirituale. Il popolo della promessa deve scoprire il senso profondo della sua identità non come potenza politica ma come testimone della fede nel Dio dell’alleanza. C’è tale rinascita da attuare. Non è una questione di abbellimenti esteriori perché investe i cuori, più importante di ogni ricostruzione materiale. E’ questa un’opera di Dio, di salvezza: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia” (Zac 8,7-8).

In tale quadro compare anche l’invito a gioire perché sta giungendo un re giusto e salvatore. La sua grandezza non risiede nelle sue capacità ma nella fiducia che ripone solo in Dio. E’ un re mite che arriva non brandendo le armi o con dimostrazioni di potenza, ma in modo diverso e alternativo e così costruisce la pace. E’ a capo di una comunità di umili, i poveri di Jahweh, coloro che non hanno altre sicurezze, ma confidano in Dio, in Lui ripongono la loro fiducia. E’ lui che ricostruisce in modo autentico una città fatta di persone.

Un cuore mite, un senso profondo della preghiera. Questi due tratti possono essere colti nel profilo di Gesù. “Ti ringrazio Padre…” Pregare per Gesù è esperienza di ringraziamento innanzitutto, di gratitudine e gioia. E’ un rivolgersi al Padre sicuro di essere nella comunione con lui. Gesù è uomo capace di sorpresa: si lascia meravigliare dal modo in cui Dio si rende vicino, dal suo comunicarsi non secondo le logiche del potere e della grandezza ma ai piccoli. Per questo gioisce: Dio sceglie chi è escluso e non considerato. Per questo Gesù ringrazia il Padre: ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri.

Nel profilo dei piccoli sono da individuare tutti coloro che vivono fiducia e abbandono in lui. Proprio poiché non sono pretenziosi, arroganti, o pieni di sé possono incontrare Dio. Gesù conosceva e pregava i salmi dove si parla di fiducia: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal 131,2). I piccoli sono coloro che vivono l’abbandono fiducioso, e sanno fidarsi che lo sguardo di Dio su di loro non viene meno: ‘se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 18,3).

Gesù invita: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre. Propone una via che non opprime, non schiaccia sotto pesi insopportabili. Indica invece un incontro con il Padre vissuto nella libertà e nell’apertura del cuore. Al centro dev’esserci il rapporto di fiducia con il Padre vissuto come figli.

Alessandro Cortesi op

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Restauro

“Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro” (C.Brandi, Teoria del restauro, Einaudi 2000)

Un grande maestro del restauro Cesare Brandi nel suo testo divenuto un classico Teoria del restauro così definiva l’opera del restaurare che implica sempre un recare insieme una duplice cura: l’attenzione per la dimensione estetica ma contemporaneamente lo sguardo capace di leggere e mantenere una dimensione storica. Ogni opera, ogni manufatto che proviene dal passato reca in sé le tracce, le ferite, le modificazioni che il tempo ha poco alla volta depositato sulla sua materialità segnandola indelebilmente. Un’opera d’arte reca in sé sia il riferimento al momento storico e al contesto in cui è stata concepita ed elaborata ma anche contemporaneamente porta le tracce di tempi successivi e porta il peso di storie diverse.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’ideale di riportare l’opera alla condizione in cui era al momento in cui è uscita dalle mani dell’artista. E’ questo un approccio che cerca l’autenticità delle origini ideali ma dimentica che quell’opera dal momento in cui si è concretizzata vive del limite della sua concretezza, e ha poi vissuto un suo percorso e una sua storia entrata a far parte di lei.

C’è chi si accosta all’opera di restauro con l’idea di correggere, di ripristinare, in qualche modo cancellando il tempo e non considerando il ‘frattempo’ tra la nascita di un’opera, il suo presente e il suo futuro. C’è peraltro chi si accosta al restauro consapevole di essere, pur con tutti i riguardi, una presenza invasiva, che si accosta con strumenti e con uno sguardo che è diverso nel tempo e che comporta di essere riconosciuto da chi nel futuro potrà ancora entrarvi in contatto.

Quale il restauro più riuscito? Difficile dirlo. La nostalgia è nemica dell’opera di chi restaurando la materia deve essere consapevole del suo presente e del futuro a cui consegnarla. Il senso di cura e del rispetto, alla capacità di sorpresa per quanto un’opera nella sua silenziosa presenza reca in sé, sono i sentimenti che si fanno strada nell’animo di un restauratore. Certamente ciò che avviene in chi si avvicina ad un’opera è un processo di incontro, di consapevolezza e di rapporto. Una trasformazione.

Quell’opera realizzata nella materia di cui è stata composta reca in se stessa i disegni e i sogni, l’interiorità dell’artista, la creatività passata per le mani che l’hanno realizzata, riporta ad uno spazio in cui era collocata, richiama tempi lontani. Gli elementi di cui è composta portano in sé la patina delle stagioni, ma anche le letture, gli sguardi, i tocchi di chi è passato, le aggiunte e i rifacimenti. Quell’opera rinvia ad una rete di relazioni e di interazioni. E’ ricca di un lavoro, di genialità, di visione, ed è anche fragile nella sua materialità limitata e vulnerabile, fino ad aver potuto subire danni e distruzione.

Riflettere sulla delicatezza, la bellezza e la fatica del restaurare può essere occasione per pensare a come avvicinarsi a quel restauro di città talvolta fatta di ruderi, di relazioni sociali che oggi così urgentemente hanno bisogno di persone capaci di tessitura mite – l’architetto Renzo Piano parla dell’opera di ‘rammendo delle periferie’ – , di pazienti ricostruzioni, di fissaggi e di articolazione di nuove relazioni, capaci di conservare ma anche di consegnare al futuro eliminando gli strumenti della guerra, leggendo le storie nel tempo, fino a riconoscere l’importanza di un restauro che giunga a rinnovare l’interiorità.

Alessandro Cortesi op

 

XXX domenica tempo ordinario – anno C 2016

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Sir 35,12-14.16-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Preghiera è respiro della vita di chi si apre alla consapevolezza dello sguardo di Dio come sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. La pagina sapienziale del Siracide dercive il movimento della preghiera: “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata”. La preghiera è ponte gettato oltre le nubi, in attesa. Nella fiducia – che la sostiene e la motiva – che Dio “ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano”. Il salmo 33 si fa eco di tale sguardo a Dio che si china sul povero: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia”.

Anche Gesù pone la preghiera al centro di una sua parabola riportata solamente da Luca nel suo vangelo: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. E’ una scena tratteggiata in modo rapido, immediato, quasi un acquerello in cui si distinguono profili e sfumature: una provocazione rivolta a coloro che si ritengono giusti, contro la presunzione. Il modo di vivere la preghiera rivela come s’intende il rapporto con Dio e come s’intende la propria esistenza. Nella parabola sono contrapposti due modi di pregare. C’è una falsa preghiera tutta centrata su di sé. In contrasto c’è lo stare davanti a Dio in autenticità.

Il fariseo si sente giusto; è bravo e religioso ma la sua vita è fondamentalmente ripiegata su se stesso. E’ senz’altro una vita buona e impegnata. E’ anzi una vita in cui l’impegno è sovrabbondante ma l’atteggiamento di fondo che guida tale tensione etica e religiosa è centrato sullo sguardo ai propri meriti, alle proprie realizzazioni. E’ pago di sé e non avverte il bisogno degli altri. Non chiede nulla, non si avverte povero. Vive l’attitudine di chi, ricco, offre qualcosa a Dio stesso per averne riconoscimento e ricompensa. Il suo pregare è in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un chinarsi alla bontà di Dio stesso. La sua è inoltre una religiosità della separazione: è orientato a Dio ma non si cura del vicino, anzi sis ente distante e disprezza chi non vive come lui. Vive un senso di superiorità e di disprezzo verso altri: ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’. La sua coerenza appare impoverita dalla freddezza, dall’assenza di invocazione, dal non comprendersi anche lui bisognoso. Non ha compassione.

L’esattore delle tasse, il pubblicano, è uomo consapevole di non essere a posto: non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto, rimane in fondo, defilato. Si rivolge a Dio e gli chiede solo pietà: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. Non è un pensiero ben formulato, solo poche parole, un sospiro del cuore. La sua voce tuttavia è eco di quanto Gesù chiedeva ai suoi: non sprecare parole, affidarsi al Padre, chiedere la sua grazia, il suo regno. Il pubblicano sta davanti a Dio consapevole di non avere meriti da vantare e invoca uno sguardo di accoglienza. E’ uomo sincero, senza difese: si pone nella verità della sua vita, e si affida. Sa di non farcela con le sole sue forze. “Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”: la sua vita diviene spazio di grazia accolta perché non è occupata da se stesso, non è legato dal senso di autosufficienza che impedisce di guardare oltre. Pregare si connota così come esperienza di relazione, gratuità, salvezza.

Con l’attenzione di cogliere la parabola di Gesù come parola che apre consapevolezza sul fariseo e sul pubblicano presenti contemporaneamente nel profondo del cuore di ciascuno.

Alessandro Cortesi op

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Giustificazione

Il 31 ottobre è data importante per le chiese della Riforma: è ricordo del gesto che diede inizio al movimento riformatore nel XVI secolo. In quella data nel 1517 Lutero affigge le sue tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Quel gesto diviene simbolico di un inizio: una riforma che intende dare nuova forma ad una chiesa che ha perduto la sua forma originaria. Nel quadro di un contesto di crisi e di degradazione morale senza precedenti nella chiesa e mentre si stava attuando uno sfaldamento dell’impero, in un tempo di passaggio dall’economia feudale a quella di tipo borghese s’inserisce il movimento iniziato da Lutero. La sua stessa esperienza si pone nel quadro di un’ampia e diffusa inquietudine che attraversava la chiesa da secoli (nei concili del XIV secolo, nei dibattiti del XV e XVI secolo). Lutero aveva intuito come la chiesa dovesse riformarsi, tornando alle fonti, centrando la sua proposta nella questione teologica di un fondamentale ascolto della Scrittura e nell’accoglienza del messaggio della grazia.

La sua lettura della lettera ai Romani, riguardo alla giustificazione, gli fa scoprire il messaggio della giustizia di Dio come grazia. La reazione alla sua predicazione, le scomuniche, gli scontri, condussero poi ad una vicenda di separazione delle chiese. La diversità è diventata divisione. Da qui l’allontanamento, fino alle lotte in cui interviene prepotentemente il fattore politico, la questione del potere, fino alla violenza e alle guerre di religione. La Riforma ha influito profondamente sulla storia successiva europea e ha aperto nuovi percorsi che hanno influito sulla società e sulla cultura, un fenomeno di civiltà. La Riforma ha al cuore una profonda provocazione sulla fede e si pone come accentuazione sulla centralità di Dio nella vita umana.

Quale il senso della riforma e come vivere questo evento oggi in quanto responsabilità spirituale? Karl Barth nel 1933 conferenza sulla Riforma ‘La Riforma come decisione’ si poneva una domanda: “Con la riforma non si scherza. Si può porre senz’altro la domanda seria se i riformatori con la loro rifondazione della chiesa non hanno osato un’impresa che non avrebbero dovuto osare perché l’umanità europea non era all’altezza di questa impresa ardita e se essi non ci hanno lasciato un’eredità di cui non sappiamo che fare perché essa rappresenta per noi una pretesa che non possiamo sopportare perché esige da noi una fede che non siamo in grado di offrire e non corrisponde a ciò che oggi ci interessa e agli obiettivi che ci proponiamo” (K.Barth, La riforma è una decisione, tr.it. Gino Conte, Claudiana 1967).

Il 31 ottobre 1999 dopo secoli di dispute, dopo un lavoro paziente e rigoroso condotto per lungo tempo, è stato sottoscritto dai rappresentanti ufficiali della chiesa cattolica e dalla federazione luterana mondiale un documento. (Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (n. 18), in A. Maffeis (ed.), Dossier sulla giustificazione. La dichiarazione congiunta cattolico-luterana, commento e dibattito teologico, Queriniana, Brescia 2000). In esso si raccolgono i frutti di un cammino ecumenico sorto nell’ambito delle chiese delle Riforma all’inizio del secolo XX e che ha avuto in ambito della chiesa cattolica un punto di svolta con il Concilio Vaticano II. Esso esprime un consenso su quello che per Lutero era il punto fondamentale della riforma. Questo lavoro ha condotto alla considerazione che le scomuniche reciproche emanate nei secoli sono da superare e non sono motivo per la separazione delle chiese.

Al cuore sta la questione della ‘giustificazione’, cuore della scoperta del vangelo della grazia da parte di Lutero, che si apre al volto di Dio che liberamente offre la sua grazia.

«Insieme crediamo che la giustificazione è opera del Dio uno e trino. Il Padre ha mandato nel mondo il suo Figlio per la salvezza dei peccatori. L’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo sono il fondamento e il presupposto della giustificazione. Perciò la giustificazione significa che Cristo stesso è la nostra giustizia, alla quale partecipiamo, secondo la volontà del Padre, attraverso lo Spirito Santo. Insieme confessiamo che solo per grazia nella fede nell’azione salvi fica di Cristo, e non in base ai nostri meriti, noi veniamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori e ci abilita e chiama a compiere le opere buone» (Dichiarazione congiunta n. 15).

Il testo condiviso nel 1999 costituisce una pietra miliare. La dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione presenta un consenso di base sul significato della giustificazione e conduce ad un riconoscimento decisivo le cui conseguenze ancora devono trovare sviluppo e attuazione: le diverse comprensioni teologiche dei vari temi connessi alla questione della giustificazione non comportano motivo di separazione nella fede ma sono espressione di diverse teologie che fanno riferimento ad una medesima fede condivisa. Si parla per questo di consenso differenziato.

Nel testo si legge: “Alla luce di detto consenso sono accettabili le differenze che sussistono per quanto riguarda il linguaggio, gli sviluppi teologici e le accentuazioni particolari che ha assunto la comprensione della giustificazione, così come esse sono state descritte … Per questo motivo l’elaborazione luterana e l’elaborazione cattolica della fede nella giustificazione sono, nelle loro differenze, aperte l’una all’altra”.

Ci può essere differenza nelle teologie, nei linguaggi e riconoscimento che la medesima fede unisce. Si genera uno sguardo diverso nei confronti dell’altro. Dalla distanza al dialogo, dalla lontananza e disprezzo all’accoglienza del suo apporto per una comprensione ed esperienza più profonda della medesima fede. L’altro non è qualcuno da escludere ma è una tradizione che offre una comprensione differente e arricchente della medesima fede con accenti propri.

E’ affermazione che la fede è più grande delle formulazioni con cui si cerca di comunicarla. E’ anche apertura a considerare che la divisione avvenuta storicamente tra le chiese, benché sia da superare per rispondere alla preghiera di Gesù ‘che siano una cosa sola’, è anche da ricomprendere oggi come occasione per andare oltre, per cogliere che la fede può essere detta e vissuta con modalità diverse. Dove la differenza non è esclusione di altre tradizioni e accentuazioni e dove la comunione è possibile nel riconoscimento delle differenze e della verità dell’altro.

Alessandro Cortesi op

 

Pregare

Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la Tua volontà non significa che lo stia davvero facendo.

Ma sono sinceramente convinto che in realtà ti piaccia il mio desiderio di piacerti
e spero di averlo in tutte le cose, spero di non fare nulla senza tale desiderio.
So che, se agirò così, la tua volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque io possa non capirne nulla.
Avrò sempre fiducia in Te,
anche quando potrà sembrarmi di essere perduto e avvolto nell’ombra della morte.
Non avrò paura,
perché Tu sei con me e so che non mi lasci solo di fronte ai pericoli.

Thomas Merton
Prades, 31 gennaio 1915 – Bangkok 10 dicembre 1968

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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Nicolaes Maes (1634-1693), Old woman praying, 1656 ca. – Rijksmuseum Amsterdam

Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”.

L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente la scoperta che la propria vita è debole, segnata dal vacillare ma avvolta da una presenza. Dio si fa vicino, aiuta e custodisce. Lo sguardo si alza oltre i monti per scorgerlo: la presenza di Dio è percepita nell sua lontananza e alterità, oltre tutto ciò che è raggiungibile. Non è riducibile entro le dimensioni della terra e del cielo. Tuttavia è presenza vicina, capace di custodia.

Il cammino della vita umana è aperto ad una relazione che ne sta alla radice e l’avvolge. Non è opera propria, non è conquista o sforzo, anche se così a volte può sembrare nel pensare di essere autonomi e senza limiti. Piuttosto l’esistenza umana è nelle mani di chi sa prendersi cura, il creatore del cielo e della terra che custodisce la storia.

Un profondo senso di custodia sta alla base dell’affidamento del credente, scoperta di stare nelle mani di Dio come un bimbo svezzato che si addormenta in braccio alla mamma (Sal 130,2). Fede ha la sua radice nell’affidarsi, nel lasciarsi rasserenare, nell’abbandono tra le braccia di chi veglia e non vuole il male. Le mani di Dio che cullano i suoi piccoli sono immagine di cura e di vicinanza.

Ad esse corrispondono le mani di Mosè sul monte: quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte nella battaglia. Vita e futuro per Israele dipendono dal riconoscere la presenza di Dio. Le mani alzate sono espressione di apertura e riconoscimento. Dicono l’attitudine a ricevere e lo stare inermi, nell’atto di ricevere un dono di presenza e vicinanza. Le mani alzate di Mosè divengono così metafora del pregare, esperienza di uno stare alla presenza di Dio. Per poter andare avanti nella vita, per poter aver forza di resistere, per aprirsi al futuro. Mani che hanno bisogno di sostegno di altri per rimanere ferme, aperte nell’accoglienza: “Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole”

Timoteo, discepolo di Paolo, è invitato anch’egli a rimanere saldo in ciò che ha appreso, a non venire meno nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura. E’ via per restare saldi e mantenere la nostra vita orientata in Cristo. L’ascolto della Scrittura è luogo in cui scorgere la presenza di un Dio amico nella storia di un popolo, con lo sguardo al cammino di tutti i popoli, verso lo shalom che è il disegno di Dio sull’umanità e il cosmo. Solo dall’ascolto matura il prepararsi per ogni opera buona, per poter annunziare la parola: a questo Timoteo è invitato oltre al di là di ogni opportunità e opportunismo.

Gesù vive nella sua vita l’esperienza della preghiera. Soprattutto Luca nel suo vangelo ne parla. Non tanto una preghiera liturgica ufficiale. Il pregare di Gesù si connota per il suo prendere le distanze dal rumore, dalla folla, da tutto ciò che è apparenza e successo. Si ritira in disparte in luoghi deserti, in un incontro di intimità e silenzio, insondabile. Lì Gesù è colto nel suo vivere l’esperienza di intimità con l’Abba e lì scorge la chiamata a vivere lo stile del regno e ad orientare tutta la sua esistenza in rapporto al Padre. Così quando i suoi discepoli gli chiedono di insegnare loro a pregare, Gesù li invita a non sprecare parole ma a coltivare il senso di una presenza di Dio Abba: lo stare alla sua presenza, in modo semplice senza inutili orpelli, chiedendo il venire del regno. Così in alcuni insegnamenti Gesù parla della preghiera come un dialogare, un rivolgersi a Dio, nonostante il suo silenzio.

“Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi… Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui e li farà a lungo aspettare?”. La parabola del giudice e della vedova presenta una situazione di ingiustizia: un giudice non presta attenzione ad una povera donna sfruttata e rinvia l’appuntamento per ascoltarla. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è debole, senza difese e appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza sono più forti della delusione, e non si stanca di recarsi dal giudice: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. E’ un episodio che rinvia alla quotidianità di tanti sfruttati e inascoltati. Quando il giudice cede alle insistenze dice: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ – che si può anche tradurre: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’ -. Luca accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza dei potenti. Alla fine il giudice iniquo presta ascolto.

Nella parabola si possono cogliere diversi messaggi: è innanzitutto una denuncia dell’indifferenza di chi ha potere verso i deboli. E’ anche attenzione alla grandezza della donna che nonostante l’ingiustizia continua a spendersi e non viene meno alla sua richiesta. Il suo centro tuttavia sta nell’annuncio del regno di Dio come diversità rispetto a quanto tale situazione: se quell’uomo ingiusto si è comportato così, giungendo a dare ascolto, molto di più, Dio, il fedele, ascolta e si china sui poveri che gridano a lui.

Così in un altro detto di Gesù riportato da Luca si legge: “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito santo a chi glielo domanda” (Lc 11,13). Gesù propone una differenza: Dio agisce in modo diverso da come gli uomini si comportano in modo cattivo e ingiusto. Provoca a pensare Dio non a misura dell’agire gretto e ingiusto, degli schemi umani.

Sta qui allora un profondo messaggio sul senso della preghiera. A questo essa deve condurre: ad aprirsi all’alterità di Dio, ad entrare nell’incontro con Lui in un’attesa che va oltre ogni aspettativa e spiazza rispetto alle immagini che abbiamo di Dio stesso: lui è sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Ecco perché la preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma un’esperienza di relazione che investe la vita e la pone in una nuova luce.

E’ questo il primo messaggio, teologico, sul volto di Dio, della parabola: Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che le nostre parole, il grido umano non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25). La preghiera diviene allora lotta. Non è richiesta di prevalere in battaglia – come per Israele contro Amalek – ma una lotta che passa dentro al cuore. La battaglia diviene metafora di un pregare faticoso e duro: Paolo al termine della lettera ai Romani chiede: ’vi esorto fratelli a combattere con me nella preghiera’ (Rom 15,30). E’ questo l’unico genere di combattimento che i cristiani sono chiamati a compiere: lo stare davanti a Dio nella fiducia e nell’insistenza a portare la voce delle vittime di questa storia e vivere, come preghiera davanti a Lui e per il mondo, la responsabilità di mettere le proprie forze a servizio degli altri.

Un altro messaggio della parabola riguarda il volto del discepolo: chi crede è come la donna: è fragile, senza potere, ma non viene meno nell’affidarsi non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). Luca indica che il cammino del credente sta nel divenire povero per poter accogliere e lasciar fruttificare il dono della presenza di Dio nella sua vita.
Alessandro Cortesi op

in-preghiera-48.jpg(Michael Rosenberg, In preghiera, 2009, terracotta bianca refrattaria, legno, ghiaia giapponese, ulivo, http://www.michal.it/portfolio/details/in-preghiera-in-prayer/)

Pregare

L’esperiezna del pregare attraversa culture e religioni: è una delle esperienze che veramente accomunano l’umanità, nei modi più diversi nelle diverse fasi della sua storia. Dalla preghiera dei primitivi, alle più varie forme della preghiera che si esprime nel ringraziamento, nella lode, nella supplica, nel lamento. I luoghi del pregare possono essere i più diversi: sulle montagne, in luoghi solitari, di fronte ad uno spettacolo della natura, del sole e della notte, davanti alle stelle o nelle fasi della luna, nei pressi di alberi secolari, affrontando il vento e nella neve. Sono le più diverse anche le forme di pregare che investono il corpo, nelle diverse posizioni delle mani, con le braccia alzate o raccolte, nell’inchino e nella prosternazione, in piedi o nel raccoglimento composto da seduti, eretti o inclinati.

Uno studio monumentale sulla preghiera nella storia dell’umanità è stato scritto un secolo fa da Friedrich Heiler, Das Gebet, ora tradotto in italiano: La preghiera. Studio di storia e psicologia delle religioni, a cura di Martino Doni, Morcelliana. “Vedendo le cose più da vicino – scrive Heiler – sono tre gli elementi che formano la struttura interna dell’esperienza della preghiera: la fede in un Dio vivente e personale, la fede nella sua presenza reale e immediata, e la relazione drammatica nella quale l’uomo entra con Dio sperimentato come presente” (Heiler, Das Gebet, 1923 5ed., 489)

Ma c’è anche la preghiera di chi non crede, come ebbe a testimoniare Roberta de Monticelli, autrice di Le preghiere di Ariele (Garzanti 1992), testimonianza di un dialogo paradossale eppur bruciante con parole che dal cuore escono rivolte “a Te che non esisti…”.

E’ stato detto che “la preghiera, soprattutto la preghiera che non chiede è un frammento di Dio”: Paolo Ricca riprendendo questo pensiero aggiunge che forse non si può parlare di un frammento di Dio, ma certamente di un frammento che senza Dio non ci sarebbe. (P.Ricca, Prefazione a A.Zarri, Il pozzo di Giacobbe. Preghiere di tutte le fedi, Lindau 2014).

Ci si può chiedere in che misura l’esperienza del pregare che proviene da una radicale precarietà della vita possa essere oggi via per sostenere le mani gli degli altri e lasciar sostenere le nostre mani nel cammino dell’esistenza. L’esperienza del pregare con le parole degli altri (le grandi preghiere di altre tradizioni) e il far propria la preghiera ‘laica’ espressa dalla vedova, oppressa, nella parabola: ‘fammi giustizia…’ possono essere vie per mantenere alzate le mani di una umanità che cerca e spera.

Pregare è sempre esperienza nella concretezza della vita come ricorda Adriana Zarri ed un suo testo può essere bella conclusione di queste tracce di riflessione:

“Tu sai, Signore, che io amo pregarti seguendo i ritmi stagionali, perché la preghiera non è una petizione astratta o un parlare con te che prescinda dal momento di vita, dalle situazioni, dalle emozioni, dai colori che vedono i nostri occhi, dagli odori che vengono su dal suolo: le foglie macerate dalla pioggia, i funghi che nascono dai boschi, la dolce ovatta delle nebbie… Dacci dunque, Signore, di comprendere il messaggio segreto dell’inverno: di attendere la nuova primavera nel pensiero, nella speranza, nell’attesa dei cieli nuovi e delle terre nuove che tu farai risorgere dalle ceneri del mondo.”

Pregare non è dire preghiere:

pregare è rotolare

nel buio della tua luce,

e lasciarci raccogliere,

e lasciarci parlare

e lasciarci tacere

da te.

 

Pregare sei tu che preghi,

tu che respiri,

tu che mi ami;

e io mi lascio amare

da te.

 

Pregare è un prato d’erba,

e tu ci passi sopra.

 

Dacci preghiere folli 

che non sappiano 

la logica ferma del contabile 

 

Dacci preghiere inutili 

che non sappiano 

la ragionevolezza del mercato 

 

Dacci preghiere mute, 

irragionevoli, 

indicibili: 

bianche macerie rotolanti, 

assi schiodate, 

assurdità: preghiere 

di parole sconnesse e di silenzio; 

ceste vuote 

e ricolme di Te.

(Adriana Zarri)

Alessando Cortesi op

 

 

 

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0440Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

“Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Abramo è il padre dei credenti, nel suo cammino si può ritrovare il percorso di ogni credente. Ha vissuto l’accoglienza di una speranza inattesa, ha ricevuto la promessa di futuro e discendenza nel segno delle nelle luci di un cielo stelato, ha scoperto la presenza di un Dio vicino e fedele nell’alleanza. Nei volti degli stranieri giunti alla sua tenda ha accolto la visita di Dio nella sua vita. Di Abramo si ricorda anche il suo atteggiamento verso la città, il suo intercedere per un mondo vasto in cui forse vi è la presenza di alcuni giusti. La sua preghiera si fa speranza di cambiamento per la città inospitale, fondata sul seme dei giusti. La sua preghiera è espressione della sua fede in Jahwè. Abramo è il credente che sta davanti a Dio e intercede per altri. Non difende la città empia dall’ira di un Dio assetato di vendetta; piuttosto diviene nella sua preghiera specchio della speranza di Dio che non vuole la morte del peccatore. La sua preghiera svela il volto di un Dio che non vuole il male, ma desidera che ogni male sia vinto e superato nella scelta del bene. Svela anche il volto di un Dio che desidera che la sua cura divenga quella del suo fedele. Abramo assume il profilo di colui che in se stesso reca l’immagine stessa di Dio, specchio della ricerca di Dio di un solo giusto che possa essere segno di salvezza per tutta la città.

La preghiera di Abramo sembra trovare eco e interpretazione nelle parole di Etty Hillesum riportate nel suo Diario in data 11 di luglio del 1942 (uno Shabbat). Così scriveva nel tempo della violenza e dello sterminio: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita? E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Per Abramo la preghiera si fa eco della speranza di Dio, che nella grande città si attui un cambiamento. Abramo diviene uomo capace di non rimanere ripiegato su di sé. E’ aperto a de-centrarsi: la sua fede lo spinge a farsi carico di una storia segnata dal peccato, scorge come la sua esperienza può divenire vita per altri. La sua preghiera è anche sguardo all’invisibile, tensione a scorgere che vi è nella storia la presenza di alcuni giusti, una presenza spesso nascosta. Ma proprio tale presenza è preziosa: un solo giusto può essere seme di cambiamento per tutti. La preghiera diviene luogo non tanto per cambiare Dio ma per cambiare l’idea di Dio che abbiamo, convertendoci al Dio dell’alleanza e della promessa di vita.

Nel vangelo di Luca Gesù ad un certo punto viene sollecitato dai suoi ad insegnare a pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’: quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui. Gesù viveva la sua preghiera nel prendere le distanze dalle folle, nella solitudine, non si appoggia su altri elementi, è indicazione della suo spazio dato all’incontro con il Padre nella sua vita.

Ai suoi indica che la preghiera non è una pratica da eseguire. Piuttosto è imparare a stare davanti al Padre riconoscendolo come Presenza non per qualcuno solamente ma ‘nostro’. Le poche parole che Gesù lascia ai suoi indicano la debolezza del pregare. Pregare non è riducibile a fare qualcosa, ma si racchiude nel riconoscersi accoglienti: è vivere nella confidenza e affidamento, invocando il regno, rivolgere a Dio un balbettio di bambini, scorgere che ha cura di noi.

Le parole sono poche indicazioni, rinvio a scoprire che Dio è vicino nella nostra storia. Il suo nome, la sua santità si sta manifestando, il regno sta venendo. Accogliere il suo nome coinvolge. La parola chiave è allora ‘Padre’, indicato come ‘nostro’, che contrasta ogni logica di ridurre a Dio e la vita stessa ad una questione di proprietà e di vantaggi in senso individualista.

Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Le altre richieste, sono il pane, il perdono e la fortezza nella prova. Il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo, che reca con sé il simbolo della condivisione. Il perdono è dono senza confini che ha origine da Dio, e passa attraverso i percorsi umani di riconciliazione. E’ dono da invocare e ricevere, ed è anche via sulla quale scoprire la possibilità di rapporti nuovi. L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Nel momento della sua prova Gesù vive un affidamento radicale al Padre (Lc 22,39-46).

In queste parole confluiscono come due corsi d’acqua lo sguardo al regno e l’impegno per rapporti nuovi in una storia di riconciliazione. Il Padre dona lo Spirito santo, la sua stessa vita. Luca ricorda che la preghiera reca in sé fecondità non secondo calcoli umani, ma oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Intercedere

E’ sempre difficile passare in mezzo e attraversare. E’ passaggio irto di pericoli ogni attraversamento sul confine tra terre lontane e situazioni diverse. Inter-cedere è attitudine di chi sceglie di porsi nel mezzo, di non farsi da parte con indifferenza, di non assumere una visione semplicistica, soprattutto di fronte a chi è responsabile di male. Intercedere è movimento di chi vive la consapevolezza di essere inserito in una rete di relazioni, in cui scoprire la propria responsabilità. Chi intercede sa cogliere le differenze, e sa distinguere: anche di fronte all’ingiustizia, alla cattiveria all’egoismo intercedere è attitudine che mantiene lucidità, che non confonde il male con il bene, ma sa cogliere l’importanza di distinguere lo sguardo alla persona, nel suo presente e nel suo possibile futuro, e il giudizio sulle sue scelte e azioni.

Intercedere è attitudine di chi non semplifica la realtà, di chi non rivolge uno sguardo a situazioni e persone in termini riduttivi. Intercedere è capacità di schierarsi dalla parte delle vittime per difendere i più deboli ed evitare nuove ingiustizie e malvagità. Intercedere implica camminare scorgendo che dietro ad ogni gesto c’è una persona che può distaccarsi dal male, dalle azioni compiute ed aprirsi ad una novità esigente.

Intercedere è anche un camminare in mezzo scorgendo nelle zone di conflitto i punti di passaggio, i varchi e le fessure per una riconciliazione possibile, per una giustizia più grande che implica superamento della logica della vendetta, rifiuto della violenza quale metodo di soluzione. Usando fermezza e forza per fermare ogni operatore di malvagità e con il coraggio di denunciare e opporsi all’ingiustizia.

Intercedere è scelta faticosa perché facilmente si può essere giudicati come conniventi con l’oppressione o con il male o, per contro partigiani di una sola parte. Così il card. Martini parlava dell’intercedere di Gesù sulla croce: “Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti”. (Omelia veglia per la pace, 29 gennaio 1991).

Intercedere implica un atteggiamento di chi cammina, di chi rimane in ricerca, e continua a inquietare e inquietarsi e non viene meno nel dare spazio a tutto ciò che implica un prendersi carico della vita altrui e attui riconciliazione possibile.

Nei terribili conflitti del nostro tempo è sempre più urgente la presenza di chi si faccia carico nello stare in mezzo ai luoghi di frattura e conflitto, camminando tra le frontiere, inter-cedendo nel tentativo paziente, spesso fallimentare, di costruire ponti di dialogo, parole di comunicazione, nella fatica di scorgere i volti di quei giusti che sono seme di cambiamento per tutti.

Così scriveva Fedör Dostojevskij ne I fratelli Karamazov presentando il senso della preghiera di intercessione, nel discorso dello staretz Zosima a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: “Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te”. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

Alessandro Cortesi op

 

Commemorazione di tutti i defunti – anno A – 2014

DSCF3147Sap 3,1-9; Sal 41-42; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12a

Nel libro della Sapienza lo sguardo all’umanità è guidato dalla prospettiva di Gen 1,26: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. L’uomo e la donna recano in se stessi e nella loro relazione l’immagine di Dio, partecipano di una vita che proviene da un rapporto. La vita umana sorge nella relazione, è radicata in un incontro e va verso una comunione. Essa è vista come luogo in cui rispondere ad una chiamata a rapporti giusti, alla fedeltà a Dio che si esprime in rapporti di giustizia Tuttavia si pone un interrogativo bruciante di fronte all’esperienza dei tanti giusti che subiscono nella vita oppressione e ingiustizia da parte di chi attua logiche di dominio e sopraffazione: è la domanda sulla vita del giusto a confronto con quella dell’empio. I giusti che nella loro vita hanno risposto alla chiamata fondamentale di attuare l’immagine del Dio datore di vita, non vengono dimenticati dal Dio fedele. Dio non può abbandonare il giusto e lasciarlo preda del male e dell’ingiustizia.

Il testo della Sapienza manifesta il farsi strada dell’idea che la sorte dei giusti, benché messa alla prova dalla prevaricazione e dall’arroganza degli empi, è una sorte carica di eternità perché non viene meno su di loro lo sguardo di Dio. La morte rimane scandalo per la vita umana, ma è attraversata da una luce di speranza per i giusti: dopo la morte la loro anima “resta piena di immortalità”. Il libro, scritto nel I scolo a.C. risente in questi passaggi dell’influsso della mentalità greca e introduce l’idea di separazione di anima e corpo estranea alla mentalità semitica. Tuttavia il grande messaggio contenuto in queste pagine è l’affermazione che l’essere umano nella sua interezza è chiamato a compiere l’immagine secondo cui è stato costituito, dono di relazione con Dio.

Ma c’è anche un altro grande messaggio: se i giusti nella morte sperimentano la vita che non viene meno è perché già nella loro vita hanno vissuto nell’orizzonte della vita e non della morte. E’ infatti possibile vivere sin dall’esistenza presente una ‘vita da morti’: è questa la situazione degli empi, dei persecutori, dei violenti. La loro è una vita che apparentemente si manifesta piena di tanti successi, ma in profondità è solo buio, distruzione degli altri e di se stessi. E’ già morte. La vita dei giusti, di coloro che rispondono con fedeltà a Dio, anche se appare una vita denigrata, perdente ed è esposta all’ironia dagli empi che dicono ‘mettiamo alla prova il giusto, condanniamolo ad una morte infame’ (Sap 2,19-20), questa vita è nelle mani di Dio e vive nella certezza che Dio fedele non viene meno alle sue promesse. Essa è già vita feconda in Dio, nel perseguire rapporti di giustizia. Oltre la morte c’è una promessa di vita e di speranza che già ora innerva le scelte di chi accolgie la chiamata fondamentale della sua esistenza.DSCF4745

L’Apocalisse di Giovanni si chiude con una grandiosa visione di profezia sulla definitiva sconfitta del male: l’ultima parola della storia non è una parola di violenza e di ingiustizia ma una parola di bene di vita e di luce: il ‘mare’, simbolo delle forze oscure del male che si scatenano contro la vita umana, viene eliminato. Permane lo spettacolo di una città avvolta di luce. La nuova Gerusalemme è città della pace: è una città, un luogo plurale che pone insieme tante presenze, che raccoglie le diversità, ed è luogo di un dimorare nella pace. Al centro sta la tenda di Dio in mezzo a popoli, finalmente liberati: “egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro”. Gerusalemme è citta non caratterizzata dal ‘senza’ città dell’esclusione e del privilegio, ma una città caratterizzat da ‘con’: è luog di convivenza insieme, compimento di un disegno di Dio che fonda ogni relazione. E’ una città senza tempio perché la luce proviene dalla presenza di Dio e di Cristo che è luce e salvezza per tutti perché ha inteso la sua vita nel dare se stesso, nella condivisione. La visione della città si allarga ad indicare alla fine un incontro di popoli. La morte non ci sarà più. Ciò che rimane è la luce di una vita donata in abbondanza, come è data gratuitamente acqua per chi ha sete, dalla fonte della vita. La visione di Apocalisse è presentata non come motivo di fuga dal reale e come illusione ma è proposta ad una comunità che sta vivendo la prova e la fatica. E’ questo un punto di arrivo da guardare mentre si è ancora nella lotta e nelle difficoltà del presente: “chi sarà vincitore erediterà questi beni: io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio”.

Il testo delle beatitudini letto nel contesto della memoria di tutti i defunti e le defunte ci rinvia al senso della vita di Gesù come speranza di vita per tutti: di lui questa pagina ci parla, è lui innanzitutto che ha vissuto una vita nella linea delle beatitudini. Ed insieme a lui ci aiuta a riandare a tutti coloro che in questo spirito hanno inteso la loro vita, chi nella povertà, chi nel pianto, chi nella mitezza, chi nella lotta per la giustizia, chi nell’essere misericordioso, chi nel costruire la pace. Soprattutto di chi si è reso responsabile degli altri per far uscire dalla povertà, dalla sofferenza, dalla persecuzione, per aprire cammini di condivisione e liberazione. Dire ‘beati i poveri’ infatti è un forte invito a scoprire che Dio si fa vicino ai dimenticati e agli esclusi per inaugurare una nuova situazione di giustizia e fraternità. Questa pagina non è allora esortazione ad una rassegnazione passiva di fronte al dolore e condizioni di sofferenza, ma è parola di speranza e di cambiamento del presente, annuncia di Dio che si fa vicino a chi soffre a chi è dimenticato per aprire vie di liberazione e di vita.

Il ricordo dei defunti per il credente è innanzitutto una memoria. Un pensare al proprio legame con chi ci ha preceduto, un riandare alle proprie radici, riconoscendo un legame con ‘chi è andato avanti’. Ed è memoria gioiosa che legge nelle vite delle persone incontrate sul cammino la presenza di una benedizione di Dio. Egli raggiunge tutti in modi che solo Lui sa. La memoria dei defunti è maturare uno sguardo che che si affida alla misericordia di Dio. E’ la sua fedeltà e la sua misericordia la ragione e la forza che apre a sperare una salvezza per tutti e a vivere sin d’ora seminando nella vita ciò che rimane.

La memoria dei defunti è unita al giorno della memoria di tutti i santi e le sante, di tutti coloro che sono i santi senza nome della nostra vita e che hanno fatto crescere la storia nell’orizzonte della fraternità e dell’amicizia. Letta in questo momento la pagina delle beatitudini assume i tratti di promessa e appello per una storia segnata dalla vicinanza di Dio che prende le parti dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi tesse la pace e apre alla speranza la vita di chi si affida e scopre di non essere solo.

A conclusione alcuni testi per la riflessione:

“Ci comportiamo come i discepoli fra il venerdì santo e la Pasqua: ‘Noi speravamo’. Noi speriamo ancora, mentre ciò che attendiamo è già accaduto. Noi aspettiamo ancora l’esito del duello, mentre in realtà – se avessimo gli occhi della fede – si va già formando visibilmente davanti a questi occhi il corteo trionfale che farà entrare la natura e la storia, vittoriose in Cristo, nel regno eterno del Padre. Noi ci lamentiamo quando la sua forte mano ci afferra e ci spinge attraverso la porta stretta e buia della sua sofferenza, portandoci verso il regno luminoso ed infinito del Padre suo. Ci lamentiamo ed il nostro lamento attesta a noi stessi che ci fidiamo maggiormente del grigio crepuscolo della nostra terra che della luce del Risorto. Egli però, non vuole il nostro misero gemito, ma ci prende con sé; quando sarà avvenuto ciò che già avvenne, anche voi lo comprenderete” (K.Rahner, Unser Osterglaube, in Das grosse Kirchenjahr, Herder 1992, 264-265)

DSCN0561“Per tutti questi santi, conosciuti solo da te, ti ringraziamo, Signore; chiedendo la loro intercessione. Ci son passati accanto e non li abbiamo conosciuti; ma una pace ci è scesa nel cuore. Non sapevamo da chi provenisse: ci veniva da loro che camminavano, per le vie del mondo, senza miracoli, senza gesti eccezionali, ma con l’eccezionalità di una misura traboccante di amore. Li abbiamo incontrati senza saperlo, li abbiamo conosciuti senza riconoscerli. Adesso li veneriamo, nello stesso anonimato col quale ci son passati accanto in vita, ma ricordandoli, tutti insieme, in Dio. C’è anche il defunto ignoto; quel morto abbandonato nei cimiteri, con una tomba senza fiori. Nessuno va a visitarlo, nessuno porta una margherita, nessuno fa celebrare una messa di suffragio né dice una piccola preghiera. Quel morto non ha vivi che lo ricordino. Forse morì vecchissimo, sopravvissuto a tutti i suoi congiunti, forse fu il superstite di una strage in cui tutti perirono e restò solo lui a condurre una vita solitaria e a finire da solo, in un ospizio, dove l’umana carità giunse fino ad accompagnarlo al passo estremo ma non oltre. Anche per questi morti solitari, non lacrimati da nessuno, per questi morti per cui nessuno prega noi preghiamo in quel secondo giorno di novembre che – come il primo – è dedicato a chi non ha nome o ha un nome del tutto sconosciuto: all’anonimato del defunto e del santo per cui nessuno pregherebbe, se la liturgia della chiesa non ci invitasse a farlo; se al santo ignoto ed al defunto ignoto non avesse serbato una memoria solenne. Naturalmente anche dei santi celebri, che godono di una venerazione universale e dei defunti cui i parenti dedicano suffragi, ci ricordiamo, in questi giorni. Ma soprattutto di quelli che non hanno altri giorni scritti sul calendario della chiesa o su quello privato di ciascuno: di quelli che sarebbero dimenticati se la liturgia non avesse pensato a questa pubblica riparazione” (Adriana Zarri, La festa del santo ignoto, in Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 174-176).DSCN0585

“Questa memoria dei morti è per i cristiani una grande celebrazione della resurrezione: quello che è stato confessato, creduto e cantato nella celebrazione delle singole esequie, viene riproposto qui, in un unico giorno, per tutti i morti. La morte non è più l’ultima realtà per gli uomini, e quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da lui respinti ma vengono risuscitati per la vita eterna, la vita per sempre con lui, il Risorto-Vivente. Sì, c’è questa parola di Gesù, questa sua promessa nel Vangelo di Giovanni che oggi dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e ogni timore: “Chi viene a me, io non lo respingerò!” (cf. Gv 6,37ss.). Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se la sua vita è contraddetta dal peccato e dalle cadute, è colui che si allontana e ritorna, che cade e si rialza, che riprende con fiducia il cammino di sequela. E Gesù non lo respinge, anzi, abbracciandolo nel suo amore gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna” (Enzo Bianchi, I morti, le nostre radici, in Dare senso al tempo. Le feste cristiane, Qiqajon 2003, 149-151).

Alessandro Cortesi op

Buon anno

DSCF4743La conclusione di un anno è momento per riflettere sul tempo, sul nostro passaggio in una vita che a volte si manifesta per qualcuno passaggio repentino, per altri lungo cammino. Per tutti tempo di prove e di sofferenze, e tempo di gioia, di amore, di benevolenza. Nel nostro tempo si impastano ingiustizie ed errori ed insieme generosità e realizzazioni grandi. La fine di un anno è occasione per pensare alla fragilità del nostro esistere, come erba del campo…
Più che momento per soffocare nel rumore i pensieri profondi può essere occasione per restare in silenzio, per vivere lo spessore di un grazie di fronte alle ore e ai giorni di un tempo trascorso che si scopre come donato, e di fronte agli attimi che saranno ancora dono e che attendono di essere vissuti con consapevolezza e gratitudine, con impegno e dedizione, agli altri, alla bellezza, a tutto ciò che va oltre noi stessi, perché il tempo vissuto possa essere lasciato alle spalle come ricco di gesti di cura, come eredità di bene, di segni di pace e giustizia, come tempo speso per ciò che rimane. La fine di un anno può essere momento di affidamento alla misericordia di Dio e degli altri…

Suggerisco questa preghiera di Hans Küng, scritta nel momento in cui sta vivendo la malattia dopo tanti anni della sua lunga vita nel libro ‘Memorie’, presentato nell’ottobre scorso a Monaco e Tübingen:

«La nostra vita è breve, la nostra vita è lunga
e con grande meraviglia sto davanti ad una vita
che ha avuto le sue inattese svolte, e tuttavia la linearità di un percorso:
una vita di oltre 31.000 giorni, belli e oscuri,
cangiante, che mi ha portato molto in esperienze,
nel bene come nel male,
una vita, davanti alla quale io posso dire: è stato bene così.

Io ho incommensurabilmente ricevuto più di quanto ho potuto dare,
tutte le mie buone intuizioni e le mie buone idee,
le mie buone decisioni e azioni
mi sono donate, rese possibili dalla grazia.
E anche dove mi sono deciso erroneamente e ho agito male,
Tu mi hai guidato in modo invisibile.
Ti domando perdono per tutto, dove ho sbagliato.

Io ti ringrazio, imprendibile, onniabbracciante e tutto dominante,
principio originario, sostegno originario e senso originario del nostro essere,
che noi chiamiamo Dio,
Tu, il grande mistero indicibile della nostra vita,
Tu, l’infinito in ogni finitezza,
Tu, l’inesprimibile in ogni nostro discorso.

Io ti ringrazio per questa vita con tutte le sue oscurità e stranezze.
Io ti ringrazio per tutte le esperienze, quelle chiare e quelle oscure.
Io ti ringrazio per tutto ciò che è riuscito, e per tutto
ciò che alla fine hai volto in bene.
Io ti ringrazio che la mia vita ha potuto divenire una vita riuscita,
non per me solo, ma anche per coloro
che hanno potuto partecipare a questa vita.

Il piano secondo il quale scorre la nostra vita
con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo.
Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi.
Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti,
il tuo volto in questo mondo.
Ma come Mosè nella cavità della roccia
ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava,
così anche noi retrospettivamente
possiamo riconoscere e sperimentare
la tua mano, o Signore, nella nostra vita;
riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato
e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto
sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene.

Pongo il mio futuro, con abbandono e fiducia, nelle tue mani.
Potrebbe essere di molti anni o di poche settimane.
Mi rallegro di ogni nuovo giorno che ricevo come dono
e affido a te pieno di fiducia, senza preoccupazione e angoscia,
tutto ciò che mi attende.
Tu sei l’inizio dell’inizio, e il centro del centro
come anche la fine della fine, e il fine dei fini.
Ti ringrazio, mio Dio,
perché sei misericordioso
e la tua bontà dura per sempre.
Amen. Così sia»
(H.Küng, Memorie, pp. 702-703, trad.it. Forum teologico diretto da Rosino Gibellini, Editrice Queriniana, Brescia).

XXX domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4374Sir 35,15-22; Sal 33; 2Tim 4,6-18; Lc 18,9-14

Due uomini salirono al tempio a pregare… Gesù fissa in un’istantanea, in un momento nel tempio, nello spazio della preghiera, due volti, due atteggiamenti di fondo. Il fariseo e l’esattore delle imposte. Da un lato una persona giusta, corretta, anzi di più, impegnata oltre il dovuto e tesa a condurre una vita segnata da opere buone e da un’attitudine di giustizia, dall’altro un uomo che svolgeva un lavoro disprezzato per conto della potenza occupante romana e che attuava pratiche disoneste ed esose nei confronti dei suoi connazionali.

Entrambi si rivolgono a Dio, ma la loro preghiera respira di modi diversi di intendere tutta la vita. Il loro modo di pregare è specchio del modo di intendere la vita e di concepire il rapporto con Dio stesso. Due atteggiamenti sono evidenziati così in modo contrapposto: il fariseo sta in piedi, ritto davanti a Dio e nelle sue parole non è espressa invocazione né richiesta ma solo vanto di quanto riesce a fare e ringraziamento per essere migliore degli altri e diverso da loro. L’esattore invece si tiene a distanza, si batteva il petto e non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo.

Gesù sottolinea questo diverso atteggiamento che si riversa nel modo di pregare ma che in sé reca un modo di intendere tutta la vita. Il fariseo parla di se stesso: il suo sguardo è concentrato su di sé, pieno di presunzione per quanto riesce a fare anche oltre il dovuto. Non si rivolge a Dio chiedendo qualcosa, ma esige un riconoscimento della sua situazione di uomo giusto. E il suo sguardo verso l’altro è uno sguardo duro, che tiene a distanza ed esclude. Il disprezzo appunto.

L’esattore non è un uomo da indicare come esempio, e la sua preghiera è riconoscimento di
inadeguatezza e di peccato e richiesta di pietà: ‘abbi pietà di me peccatore’. Non chiede a Dio di approvare il suo modo di vivere ma invoca un’accoglienza, chiede solo di essere accolto non perché lo merita ma per pura generosità. E’ la gratuità che non ha mai sperimentato e che non può sperimentare da coloro che gli stanno vicino. La distanza stessa che mantiene dice il senso di indegnità che avverte in sé, il suo non presumere nulla di se stesso.

Sono due attitudini di stare davanti a Dio e di intendere il rapporto con gli altri: il fariseo è gonfio di se stesso. Pur giusto e impegnato si appoggia sul suo agire, sulle sue forze, sui suoi risultati. E’ così schiavo – ed anche espressione consapevole o inconsapevole – di un sistema religioso che lo tiene ripiegato su di sé. L’esattore manifesta invece una consapevolezza profonda, che tutto può venire solo da Dio, che la sua vita dipende dalla gratuità di uno sguardo che solo può salvarlo e liberarlo. La salvezza non è un premio che certifica un cammino, ma è radicalmente dono. Questo il fariseo non lo comprende, mentre l’esattore si affida riconoscendo la sua condizione. Si batte il petto, riconosce di dover cambiare, e soprattutto attende tutto da Dio, non presenta pretese di fronte a Lui. Non è umile perché si abbassa, ma si pone in verità davanti a Dio.

Luca dice – offrendo così una chiave di lettura di queste righe – che Gesù pronunciò questa parabola “per alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri”. E’ una parabola che conduce a riflettere su come la preghiera sia esperienza che rivela l’attitudine che sta al cuore dell’esistenza. Smaschera la grande tentazione sempre presente in chi cerca di vivere nella linea dell’impegno, della giustizia. Il rischio sottile sempre presente in chi vive un percorso religioso sta nel perdere di vista che la salvezza è dono. E l’errore di fondo di intendere il rapporto con Dio si rende evidente nel modo in cui si guarda agli altri: il rischio è quello di maturare uno sguardo di distanza e di durezza, di disprezzo verso gli altri. La vita del fariseo è piena di cose buone, ma c’è un elemento che trasforma tutto e lo rende luogo di incomprensione totale del rapporto con Dio: è l’attitudine centrata su di sé, la presunzione intima e il ripiegamento. La fiducia non rivolta al di fuori di sé, nella relazione, ma ripiegata su se stesso, sulla bontà delle sue opere. Per questo non riconosce il primato di Dio e della sua grazia. Il suo sguardo di disprezzo lo tiene a distanza dall’altro, gli impedisce di incontrarlo e di sentirsi solidale con la vita degli altri.

C’è anche un’altra sottolineatura della parabola: è un invito rivolto a tutti coloro che vivono una storia ferita a riconoscere che lo sguardo di Dio verso ciascuno è di pietà e di accoglienza. Gesù critica una religione che diventa luogo di sicurezza e che genera senso di superiorità nei rapporti con gli altri. Solo chi accetta di stare davanti a Dio riconoscendo la propria inadeguatezza, il proprio peccato ed il bisogno di essere salvato e liberato scopre la grandezza di un dono. E’ una parola di speranza per tutti: anche quando tutte le porte umane siano chiuse non è chiusa la porta della misericordia di Dio. Gesù chiede di non perdere il senso della propria povertà e della salvezza come dono che viene solamente da Dio.

Il fariseo è l’uomo tronfio della sua autosufficienza, della sua religiosità costruita attorno ad un agire buono che è senza respiro perché tutto centrato su di sé. E’ la religiosità esclusiva di chi non sa guardare all’altro e di chi non si pone la domanda di verità: ‘qual è il mio peccato?’ e ‘potrei anch’io sbagliare come e ancor di più di chi ha sbagliato vicino o lontano da me’. Il fariseo è ‘ipocrita’ nel senso etimologico del termine perché vive all’interno di una parte teatrale fatta di apparenza – così facile nel contesto religioso e clericale – di esteriorità di attività buone che non sono coerenti con un’interiorità nutrita di autosufficienza e di disprezzo, di egoismo e narcisismo.

Ascoltiamo questa parabola mentre è vivo il dibattito sulla situazione delle carceri. Di fronte a situazioni disumane a cui si costringe a vivere chi è trattenuto nelle carceri italiane è sorprendente avvertire l’indifferenza e addirittura le voci ipocrite di coloro che richiamano ad una punizione senza pietà. Verso chi ha sbagliato e a chi ha vissuto l’ingiustizia o il male è spesso presente un’attitudine di tipo giustizialista e punitivo. Il modo di valutare queste situazioni è spesso segnato dalla mentalità del fariseo che si ritiene giusto e tende solo a distinguersi e tenersi a distanza da chi ha sbagliato. Ci possiamo chiedere in quali modi maturare una solidarietà con chi, pur avendo sbagliato e avendo compiuto il male, può aprirsi a percorsi di cambiamento. Come testimoniare, pur nel riconoscimento dei legittimi percorsi della giustizia umana, uno sguardo che testimoni la speranza offerta per tutti, la possibilità di una logica di perdono che va oltre la rigida giustizia? Come non scambiare lo sguardo di attenzione e di misericordia con il non riconoscimento del male, con l’assuefazione a condizioni di diseguaglianza, ai privilegi dei grandi e di chi detiene il potere, alla giustificazione dell’illegalità di chi ha i mezzi per sfuggire sempre alle esigenze dell’equità e della giustizia?

La parabola di Gesù conduce a scoprire la salvezza come dono, non come opera nostra. Ascoltiamo questa parabola nel contesto di un mondo in cui prevale la logica del dominio del denaro e del prezzo di ogni cosa, per cui si conosce il prezzo di tutto ma si perde il senso del valore delle cose, delle persone, delle relazioni. Come uscire da una mentalità religiosa modellata sul modello del dare-avere, sulla pretesa, e sulle opere attuate spesso secondo la logica che il fine giustifica i mezzi? E come introdurre nelle dinamiche della vita, del lavoro, delle relazioni quel respiro di dono e gratuità che deriva dal sapersi guardati con benevolenza da Dio che ha pietà di noi e che ascolta la preghiera del povero?

Alessandro Cortesi op

Pregare nella comunione

Mentre riflettevo sulle letture di domenica prossima, centrate sull’invito a pregare sempre senza stancarsi mi ha colpito la lettura di questo articolo, di Giovanni Bianchi: sono parole intrise di dolore e di domanda scritte in occasione della morte della figlia Sara Bianchi, ma sono parole che comunicano il senso di una preghiera come vita davanti a Dio, al suo silenzio e alla sua presenza.
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Da “Il sole 24 ore” 16 ottobre 2013
Una folla commossa si è raccolta ieri a Sesto San Giovanni per l’ultimo saluto a Sara Bianchi, la giornalista del Sole 24 Ore deceduta sabato. Il Gruppo 24 Ore ha deciso di intestare a Sara la “Sala Collina” nella sede di Milano. Pubblichiamo il ricordo che il padre Giovanni, ex presidente nazionale delle Acli e parlamentare del Ppi, le ha dedicato al termine della cerimonia.

Giovanni Bianchi
Una sera d’estate di qualche decennio fa, là fuori, sul sagrato di questa chiesa don Aldo Farina, allora parroco alla Resurrezione, mi vide crucciato e me ne chiese la ragione. Sara è troppo inquieta. Non ti preoccupare. Lasciale tempo e vedrai. Ho seguito il consiglio di don Aldo. È destino di noi genitori moderni e postmoderni aspettare i nostri figli, anche di notte, e lasciarci in buona misura educare da loro.
La malattia, velocissima e vorace, è piombata tra noi il Natale scorso.

In quest’ultimo mese la risonanza magnetica per stabilire l’entità delle metastasi al cervello è stata una delle tappe più temute. Sara desiderava che l’accompagnassi durante l’esame, ma mi fu impedito dai sanitari. Quando riemerse si concesse una delle sue uscite ironiche ed autoironiche: «Questi dottori della risonanza hanno l’aria di chi pensa “poveretta cos’hai dentro”, e per giunta non sempre hanno la faccia intelligente». Poi un’informazione inattesa: «La macchina è soffocante ma non è durato molto, neanche il tempo del rosario».
Era abituata a pregare. Con una scelta delle chiese e delle liturgie secondo un criterio drastico: dovevano essere vitali, positive, mentre rifiutava esplicitamente i luoghi che le suggerivano a qualche titolo atmosfere di morte.

Quindi subito una botta di vita. Superata la risonanza si doveva andare in centro Milano – sempre in macchina, mai il metrò – per acquistare il regalo di compleanno: due paia di jeans, ovviamente i più costosi. E poi un panzerotto, negatoci dalla chiusura settimanale del negozio.

Questo stavamo imparando insieme in questi mesi precipitosi eppure senza tempo: che la vita deve essere gustata fino in fondo. Questa è l’unica scelta sensata, ci dicevamo, vivere al massimo. Perché della vita sappiamo almeno in parte cosa sia, sulla morte quasi nulla. Ma ci muove la fondata speranza indicata dal cardinale Martini: che allora, all’ultimo passo terreno, sia il Signore a venirci incontro. Su questo l’accordo fra noi è stato totale. Aggiungevi con un velo di malinconia: «Mi piacerebbe invecchiare con voi, facendo cose assolutamente normali».

Adesso sei nella visione beatifica, anche se non sappiamo cosa sia. Su di essa ci dice più cose Dante nella Commedia che La Scrittura, così avara di metafore. Dicevi: «Dio non c’entra con la mia malattia. Lui cioè non ha colpe». Forse volendolo mettere al riparo dall’assedio che sapevi io avevo cominciato. Non ero d’accordo. E qui iniziano il mio rompicapo e il mio risentimento. Portavo a supporto della mia tesi e del mio atteggiamento Deuteronomio 15, il brano nel quale l’Altissimo detta a Israele le regole del giubileo, intromettendosi nella vita quotidiana del popolo senza lasciar perdere i particolari minuti e le condizioni concrete dell’esistenza.
Sempre Martini, il grande cardinale, ci ha insegnato come in noi coesistano fino alla fine il credente e il noncredente. Comincio dal noncredente. Tutti hanno fatto la loro parte, tranne Dio che non s’è fatto vedere. Lo chiedo da padre a padre: «Dov’eri quando le dicevo “ce la faremo Sara, ce la faremo”?». E lei, strizzando l’occhio e alzando il pollice, rispondeva «Certo che ce la faremo papà, ce la faremo». Il credente che è in me parte dalle medesime circostanze. Ragazza mia, ci siamo affidati insieme alla scienza dei medici e allo sguardo di Dio. I medici si sono impegnati con grandissima professionalità, creando relazioni profondamente umane e sicuramente comunitarie.

E il Buondio? Certamente non vorrà farsi battere dai suoi figli nella cura delle sue creature. Noi continuiamo a crederlo. Sul senso dell’esistere, visto dal punto di vista della malattia, l’accordo tra noi era totale. Non un mondo governato da un grande disegno, magari divino, tutto giustificato nelle sue ragioni ed esatto nei suoi ritmi. Se lo tengano gli svizzeri. A noi importa un mondo anche disordinato dove però ti senti accolto ed amato. Un Dio attento e appassionato: solo questo funziona. Mai solo pura intelligenza sovrana.

La nostra quotidianità doveva essere in linea con tutto questo: ci si vuole bene e non si ha il falso pudore di dirlo. Anche nella notte più faticosa, quando perse le parole normali ti esprimevi in un grammelot disperante, ripetevi: «Sono contenta perché siete tutti qui, compreso mio fratello, e ci vogliamo bene». Ma ci sarà tempo per ripensare tutto insieme, dire le tue lodi e farne memoria. L’ultima parola è quella della nostra preghiera comune, ovviamente a modo nostro. Inutile girare intorno al problema. Lo strappo è tragicamente violento. Appare perfino contro natura che la figlia vada via prima del padre. Anche se conosco l’obiezione: Maria sul Calvario stava ai piedi della croce. E quasi una geniale ossessione del cristianesimo fare a pezzi tutti gli schemi.

Quand’ero ragazzo era abituale nella comunità cristiana il riferimento alla comunione dei santi. Un sentire che teneva insieme il faticoso cammino dei pellegrini con quello dei trapassati. Con gli amici andati via continuavi a ragionare, a porre interrogativi, qualche volta a litigare. Un vissuto ben più solido del legame tra le generazioni. Proverò a recuperare.

E adesso arrivederci Sara. Te lo dicono anzitutto Francesco, la mamma, Davide e papà. Arrivederci.

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4461Es 17,8-13; 2Tim 3,14-4,2; Lc 18,1-8

Le mani levate in alto di Mosè sono un simbolo della preghiera. Levate verso l’alto perché l’alto, il cielo è luogo diverso dalla terra, è luogo del Dio altro, che non si confonde con gli idoli di terra, costruiti da mani o da intelligenze di uomini. Il suo è nome impronunciabile e presenza nascosta che può essere accolto solamente nel lasciare lo spazio di mani aperte e del silenzio. Nel rimanere. Le mani levate parlano di riconoscimento di presenza di un Dio vivente e rinviano all’esperienza della preghiera come incontro, vissuto e presente ma anche sempre da cercare, invocare, sperare.

Le mani levate esprimono anche l’esperienza profonda che il Dio dei cieli è anche e nel medesimo tempo il Dio appassionato e umanissimo che ascolta e condivide il dolore di chi sulla terra fatica e lotta. Nella pagina di Esodo si parla di battaglia, ma il messaggio profondo di questo testo va colto non nel pensare ad una assistenza di Dio che fa vincere gli eserciti, quanto piuttosto alla sua vicinanza in quell’unica lotta che sta al cuore della fede. Paolo dirà ai Romani: ‘vi esorto fratelli a combattere con me nella preghiera’ (Rom 15,30). E la lettera agli Efesini parla del vangelo della pace al cuore dell’unica battaglia che il credente è chiamato a combattere: “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace” (Ef 6,11-15).

Le mani di Mosè sono levate in alto, quasi a salire nel riconoscere una presenza: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto. Il mio aiuto viene dal Signore egli ha fatto cielo e terra.” (Sal 121,1). Le mani levate riconoscono il volto di Dio custode di Israele. E’ il volto del Dio dell’esodo che ha ascoltato il grido del suo popolo, ed è sceso a liberarlo, e continua ad ascoltare il grido delle vittime, degli oppressi e scende. Preghiera è risposta a questo movimento di discesa, e le mani levate sono fiducia che Dio non dimentica il suo popolo.

Le mani levate dicono anche che la preghiera investe tutta la vita, nelle dimensioni di interiorità e corporeità. Con le mani entriamo a contatto con le cose, lavoriamo, modelliamo la realtà, ma con le mani anche entriamo in rapporto con gli altri, salutiamo, accarezziamo, stringiamo altre mani, le rendiamo simbolo di accoglienza o di rifiuto. Con le mani ci si può aggrappare a qualcuno e con le mani si può sollevare qualcuno e salvarlo. Le mani levate sono le mani che si fanno segno di una apertura radicale: con le sue mani Mosè porta il suo sguardo interiore e tutto il suo corpo a riconoscere Dio presente nella sua vita e a tendersi nell’attesa. Sono mani senza parole: puro affidamento e segno di una disponibilità aperta a ricevere ciò che non è, e non può essere, opera propria, ma unicamente dono che stravolge ogni pretesa ed ogni strategia umana. Quasi a dire che la preghiera non è metodo, non un fare che si appoggia su pratiche, devozioni, inventive umane, ma una accoglienza radicale, spazio lasciato all’agire dello Spirito. E il suo luogo è il silenzio e un corpo che accoglie.

Sono mani aperte e silenziose, quelle di Mosè, tenute aperte per la vita del suo popolo. Le sue mani sono intercessione, un passare attraverso, uno stare in mezzo facendosi carico della fatica del popolo. Pregare è farsi carico di una vicenda di popolo, sguardo aperto oltre se stessi. Le sue mani sono quasi il simbolo dell’accoglienza e della risposta alle mani di Dio: nel passaggio del Mar Rosso era stato la ‘mano alzata’ di Dio a permettere che gli israeliti passassero all’asciutto e i carri del faraone fossero travolti dalle acque del mare. La liberazione dell’esodo è quasi evento di una nuova creazione, che si ripete come in quello spazio sospeso tra la mano e il dito di Dio e Adamo che verso di lui sta in attesa e protende la sua mano nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Le mani di Mosè sono apertura della terra al cielo, ma sono mani che avvertono il peso e la stanchezza. Mosè non riesce a mantenerle alzate da solo. C’è la stanchezza di Mosè e c’è lo sfinimento di chi continua ad invocare giustizia e si trova di fronte all’esperienza dolorosa e drammatica del silenzio di Dio. E’ la stanchezza la grande sfida al rimanere davanti a Dio. Solo il sostegno di altri, solo il sedere sulla pietra fa sì che le mani di Mosè vincano la debolezza. La preghiera stessa di Mosè non può continuare senza aiuto, ha bisogno di altri che si affianchino, che mantengano le sua mani alzate per vincere la stanchezza. La preghiera è certo esperienza che segna la persona, ma non può essere mai cosa privata, percorso di individui isolati, è sempre cammino vissuto con altri, per altri, e che chiede condivisione, sostegno, aiuto reciproco.

Nella parabola del giudice iniquo e della vedova ancora l’insistenza è sulla preghiera: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. L’insistenza è sul non stancarsi perché c’è una fatica propria della preghiera, ed è la fatica drammatica e insopportabile del rimanere di fronte a Dio nel non percepire il suo ascolto e nel mantenersi in attesa di fronte al suo silenzio.

La preghiera è accostata al grido di una vedova ‘fammi giustizia’. Ancora una volta Gesù per parlare di Dio si riferisce ad un volto di donna e di una donna povera. La vedova non solo è una donna rimasta senza uomo, ma è senza altre sicurezze che possano essere difesa per la sua vita. Il suo è il grido del povero che non ha altri sostegni e appoggi umani e chiede di essere riconosciuto nella sua dignità di vita.

La figura del giudice insensibile e ingiusto che trascura di prendere in considerazione la causa di una vedova, ma che alla fine è quasi costretto ad ascoltare per la sua insistenza può essere letta in primo luogo come immagine di contrasto con il volto di Dio. Dio non è come il giudice iniquo, Dio è colui che ascolta il grido del povero, il suo volto è quello di chi si prende cura di coloro che non hanno sostegno e diritti. Al cuore della parabola sta un motivo di fiducia. Dio non rimane inerte di fronte al loro grido. Il grido che Dio certamente ascolta è quello dei poveri e degli oppressi che richiedono giustizia.

Ma in secondo luogo questo giudice iniquo che alla fine ascolta è anche un termine di paragone per indicare la fatica della preghiera, l’importanza del non stancarsi mai. L’invocazione ‘Fammi giustizia…’ è il grido che esprime il dramma della preghiera, che è grido del povero che cerca salvezza. La vedova non si stanca di continuare a invocare. Il cuore della parabola è ancora una volta narrazione dei tratti del regno di Dio: se quell’uomo ingiusto e insensibile è giunto alla fine a dare ascolto, quasi costretto dall’insistenza, Dio, che è fedele, ascolterà i suoi figli che lo invocano e si chinerà sui poveri che gridano a lui. “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito santo a chi glielo domanda” (Lc 11,13). C’è una differenza di Dio rispetto ai nostri comportamenti cattivi e ingiusti: Dio non segue la povera misura del nostro agire, la ristrettezza dei nostri schemi.

La preghiera è esperienza che apre all’alterità di Dio, che accompagna ad entrare nell’incontro con Lui in una faticosa attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. L’insistenza sul pregare ‘senza stancarsi’ è invito a cogliere che la preghiera è luogo di un’esperienza di affidamento; non è questione di metodi o di pratiche più o meno complicate ma esperienza di fede, incontro che investe la vita e la cambia. C’è una dimensione ardua e faticosa del pregare: affrontare il ritardo, il silenzio di Dio che sembra non ascoltare e non rispondere. Preghiera è stare davanti a Dio nella fiducia e nell’insistenza a portare la voce delle vittime di questa storia e vivere, la responsabilità di mettere le proprie forze a servizio degli altri.

Due sono le provocazioni di questa pagina per noi. La prima proviene dalla domanda che la conclude: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il miracolo della preghiera sta proprio nella fede come rapporto personale, come affidamento che rimane anche nel silenzio, anche nella fatica. La domanda di Gesù non va intesa come minaccia ma può essere compresa come provocazione. Pregare rinvia a camminare nella fede. Come coltivare al cuore del nostro rapporto con Dio una attitudine di una fede che non si lascia stancare, non per forza nostra ma perché fondata sull’invocazione e sull’attesa?

La seconda provocazione è l’invito a vivere un ascolto che proviene dalla stessa preghiera: è l’ascolto del grido dei poveri ed è l’ascolto che conduce a farsi carico. ‘Fammi giustizia’ è invocazione che implora un rapporto, chiede riconoscimento e richiama ad una fedeltà (perché ‘giustizia’ in senso biblico è ‘fedeltà’ assumendo lo stile del Dio che non viene meno alle sue promesse di salvezza e vicinanza): fedeltà all’altro scoprendo che la nostra vita nell’ascolto di Dio è cammino di farci carico dell’altro. C’è una dimensione importante del pregare senza stancarsi e sta nel vivere l’affidamento a Dio nell’accogliere le grida di chi soffre.

Alessandro Cortesi op

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