la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Mese del creato

Oggi 1 settembre è la giornata mondiale di preghiera pr la cura del creato. L’intero mese di settembre è periodo dedicato all’attenzione alla custodia del creato quale urgenza particolare di questo tempo segnato dall’emergenza climatica e ambientale.

A questo link si può scaricare un sussidio a cura della Commissione CEI per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace e la Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo (a cui anch’io ho portato un contributo di collaborazione) (ac)

Fai clic per accedere a Creato2021-libretto-def.pdf

V domenica di Pasqua – anno B – 2021

Marc Chagall – albero della vita

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

L’ulivo con la vite costituisce una delle caratteristiche del panorama mediterraneo e la vigna è riferimento che attraversa il Primo Testamento. Evoca da un lato la cura appassionata e la fedeltà di Dio; conduce anche a considerare le fatiche e infedeltà all’alleanza donata. La vigna è cantata da Isaia con riferimento al popolo d’Israele oggetto della cura di Dio ma che vive la durezza di cuore (Is 5,1-6; cfr. Ger 2,21; Ez 13,1-6). E nei salmi si prega Dio “volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-10.15-16).

Nel contesto dell’ultima cena il IV vangelo riporta i discorsi di Gesù ai capp. 15 e 16 con il riferimento alla vite. Il richiamo riprende le voci dei profeti con l’indicazione della cura ma anche della mancanza di risposta e coinvolgimento. Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare Gesù stesso: nella metafora si possono scorgere aspetti della sua identità in rapporto inscindibile con il popolo d’Israele ed nella relazione con tutti coloro che Gesù ha legato a sé. In lui si rende presente la cura e la fedeltà del Padre cui le pagine profetiche con il rinvio a questa immagine facevano riferimento. E’ ancora lui a portare quei frutti che il Padre si attendeva: sono giunti allora in lui i tempi ultimi.

L’affermazione ‘io sono la vera vite’ indica anche Gesù quale portatore di una comunione di vita: tutti possono rimanere a lui uniti e trarre una linfa di vita. Credere nel suo nome indica perciò vivere un rapporto di vicinanza e sequela: essere tralci vivente della sua stessa vita apre a portare frutto cioè a rendere la vita significativa e piena in relazione con gli altri.

‘Rimanere’ è il verbo che esprime questo rapporto di conoscenza e intimità. ‘Rimanete in me’ è invito ripetuto: rinvia ad una familiarità di vita, alla condivisione di esperienza (Gv 6,56).

Gli stessi tralci non vivono da soli, distaccati gli uni dagli altri, ma insieme: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che implica accogliere e vivere come comunità in rapporti di relazionalità viva, di accoglienza reciproca: motivazione e forza dello stare insieme sta nella corrente di vita che da lui proviene. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

Alessandro Cortesi op

Preghiera per il 1 maggio

Signore ti preghiamo in questo primo maggio, festa dei lavoratori, festa di san Giuseppe lavoratore, che viviamo nel tempo della pandemia.

Tu Gesù nella tua vita terrena hai toccato la concretezza del lavoro umano. Nella casa di Nazareth hai respirato la quotidianità del lavoro, le sue gioie e la sua pesantezza, le sue preoccupazioni e la sua pena. I tuoi occhi hanno visto le mani dure dei pescatori, i volti bruciati dei seminatori, le braccia delle donne impastando il pane. Hai sperimentato il lavoro con le mani dell’artigiano, e hai conosciuto l’oppressione del lavoro sfruttato dai potenti.

Ora in questo tempo vogliamo innanzitutto dirti grazie per tutte le donne e gli uomini che, con il loro lavoro si sono presi cura degli altri. I medici, gli infermieri, addetti alle pulizie, allo smaltimento dei rifiuti negli ospedali e nei territori, gli operatori per la distribuzione dei beni essenziali, i commessi nei supermercati, gli insegnanti di ogni grado che hanno tenuto i contatti con i loro alunni in modi nuovi, i giornalisti, chi ha curato i servizi sociali e chi ha vissuto il proprio lavoro a distanza. Nei loro volti, nelle loro mani abbiamo visto un riflesso di te, Gesù, che ti sei preso cura delle persone che incontravi preoccupato della loro salute e della loro vita innanzitutto.

Ti vogliamo ricordare chi ha dovuto sospendere il proprio lavoro e in questo periodo prova angoscia per il rischio di perderlo. Ti ricordiamo tutti coloro che vivono un lavoro precario, il lavoro in nero. La nostra preghiera sia motivo di attenzione e responsabilità. Ti preghiamo per chi è disoccupato e vive condizioni lavorative in cui è violata la dignità. Ti ricordiamo i tanti stranieri uomini e donne che lavorano nei campi di raccolta della frutta e della verdura o nell’assistenza domestica degli anziani e sono ‘irregolari’. Suscita Signore iniziative di giustizia, di riconoscimento di diritti da parte di chi ha responsabilità politiche.

Ti ricordiamo tutte le persone, le famiglie e le comunità in cui in questo momento di pandemia si diffonde il timore per il futuro, l’ansia per poter portare il pane a casa, per il futuro dei figli, per sostenere gli anziani, i disabili e i più fragili.

In Siracide leggiamo: 31Tutti costoro confidano nelle proprie mani,
e ognuno è abile nel proprio mestiere.
32Senza di loro non si costruisce una città,
nessuno potrebbe soggiornarvi o circolarvi.
Ma essi non sono ricercati per il consiglio del popolo,
33nell’assemblea non hanno un posto speciale

Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto,
non compaiono tra gli autori di proverbi,
34ma essi consolidano la costruzione del mondo,
e il mestiere che fanno è la loro preghiera. (Sir 38)

Ti chiediamo di far tesoro di quanto abbiamo scoperto in questo periodo sul senso e il valore del nostro lavoro, sulla fatica del lavoro degli altri, sulla preziosità di chi fatica incontrando disprezzo e umiliazione, sulla sofferenza di chi è senza lavoro, di chi è lasciato a margini e di chi ha perso ogni speranza. 

Ti chiediamo di cambiare le menti e i cuori di coloro che possono orientare il sistema economico. Abbiamo appreso in questa crisi che la solidarietà è essenziale alla vita di tutti, che ogni lavoro è importante e ad ogni lavoratore e lavoratrice dovrebbe essere riconosciuto un reddito stabile che riconosca dignità all’operare insostituibile di ognuno.

Donaci di aprirci ai sentieri nuovi che il tuo Spirto suggerisce in questo tempo di dolore e di fatica, per costruire un mondo di giustizia, fraternità, sostenibilità ambientale, in cui l’operare delle mani, delle menti, dei cuori non sia per il profitto di pochi, ma per la condivisione e per la pace.

V domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Giobbe ricorda il dramma del male e del dolore che contesta ogni facile risposta ed ogni teologia che voglia tutto spiegare e far rientrare ogni radicale contraddizione del vivere in un semplice ragionamento consolatorio. Le sue parole pongono una inquietante domanda sulla condizione umana, la pesantezza della sofferenza e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Gesù non ha fuggito il contatto con le esperienze del male e del dolore. Marco nel suo vangelo insiste molto sulla vicinanza di Gesù a persone segnate da sofferenze di genere diverso: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Nell’arco della giornata di Gesù presentata nel primo capitolo si possono individuare tre scene: una in casa di Simone e di Andrea, la seconda dopo il tramonto davanti alla porta, la terza al mattino presto in un luogo deserto.

La prima scena presenta la guarigione della suocera di Simone presentata a letto con la febbre. Parlano di lei a Gesù. L’incontro con Gesù avviene nel tessuto quotidiano dei rapporti familiari. Marco offre quasi una veloce pennellata sull’agire di Gesù: si accosta e la rialza prendendola per mano e la febbre se ne va. La descrizione in poche parole, indice di un ricordo storico. Gesù non si atteggia a taumaturgo che opera in modo sorprendente. I suoi gesti sono semplici: si fa vicino, prende per mano, porta a rialzare. E d’altra parte questo gesto diventa un paradigma ed assume una valenza più profonda. In esso Marco suggerisce è lo svolgersi dell’incontro di ogni discepolo con Gesù. Ripete l’avverbio ‘subito’ dendo alla narrazione un senso di immediatezza. I verbi utilizzati non sono casuali: Gesù si accosta e la rialzò. Viene usato il verbo della risurrezione (‘rialzarsi’) e in questo gesto è indicato l’evento che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La potenza di vita di Gesù si comunica nel farsi vicino e nel prendere per mano chi è oppresso dal male. La scena si chiude così: ‘la febbre la lasciò ed ella li serviva’. Servire come continuità è indicazione di un nuovo orientamento della vita.  Servire è verbo chiave al cuore del cammino di Gesù: egli ai suoi dirà di essere venuto per servire e dare la sua vita per tutti (cfr. Mc 10,45). E’ il verbo che denota il cammino di discepoli e discepole che lo servivano (Mc 15,41). La suocera di Pietro diviene un esempio, all’inizio del vangelo di Marco, del cammino di ogni uomo e donna che incontra e segue Gesù: scopre di essere liberato dal male per mettersi a servire e continuare in questa via.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. Gesù si immerse nel contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male. E ‘non permetteva ai demoni di parlare’, chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di prodigi ed di risposte immediate ai propri bisogni. In tale silenzio sta l’indicazione dello stile di Gesù e di quanto chiede ai suoi: solamente sotto la croce un pagano, il centurione romano dirà ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e la rende luogo di un amore che solleva e rialza.  

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento di rapporto intimo, unico con il Padre, per accogliere la missione da Lui accolta: ‘per questo sono venuto’. La sua venuta proviene da un invio e ha radice in una relazione di affidamento. Benché tutti lo cerchino Gesù risponde: ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Il suo venire è per un annuncio oltre i confini che anche i suoi discepoli non riescono a comprendere.

Alessandro Cortesi op

Di fronte alla malattia

Le domande che provengono da chi vive in prima persona la malattia nel proprio corpo sono domande spesso inespresse, tante volte dissimulate o mascherate in forme di fuga. Affrontare le fatiche, le incertezze, le oscurità che presenta la malattia esige coraggio, capacità di lottare con le parole per dare un nome alla tempesta, alla confusione che si muove dentro, alla protesta e all’inaccettabile umanamente perché va oltre le proprie forze. Fino ai pensieri inesprimibili. Il libro di Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno (Einaudi 2021) è un’opera di coraggio e franchezza. Dà voce al percorso interiore di una donna che improvvisamente scopre una insidiosa malattia che si annida nel suo corpo e reca in sè consapevolezza di non poter attendere guarigione. E’ espressione di pensieri che accettano la sfida di confrontarsi con l’incertezza di un tempo da vivere in modo nuovo, nella compagnia di una patologia cronica che determina una nuova percezione di tutto dentro e attorno a sé. E’ una confessione condivisa e aperta in un tempo in cui si aprono nuove domande sul senso della cura e di come la medicina risponde alla domanda dei malati. E’ apertura sulle inquietudini che popolano le notti insonni di chi vive l’esperienza della malattia ed è anche un appello a scorgere la profondità degli interrogativi nella sofferenza dei malati, a pensare il senso della vita.

“Il Dottore ha detto la malattia è stata una bufera, in quella stanza, una stanza di isolamento esposta all’aria pungente di montagna, una tormenta che si abbatte di colpo, scoperchia i tetti, spalanca porte e finestre, smucchia tutto. Così ha detto: smucchia. Tra la lingua medica e la mia ha scelto una parola che non esiste. Ha ragione lui, la malattia ha fatto così, ha smucchiato. ora nella stanza tutto è fuori posto, i cassetti sono stati rovesciati: i ricordi, le abitudini, l’ordinario e lo straordinario, il superfluo e l’indispensabile, i progetti, la vita futura e quella passata, tutto è a terra. Non c’è più nessuno, quelli che la abitavano prima sono andati via e, del prima, tutto è diventato proiezione. Anche io sono una proiezione, per loro che mi guardano ormai da lontano. Anche lei, la Francesca di prima, mi guarda da lontano. Ho la sensazione che aspetti qualcosa, forse un invito. Vorrei che in quella stanza si incontrassero la non malata e la compromessa, quella di prima e la danneggiata, e inventassero una lingua nuova per tenere insieme i pezzi. Scrivo per questo, credo. Dottore, scrivo per questo, secondo lei? Per tenere insieme i pezzi? Il Dottore mi ha ricordato che la parola diagnosi in greco significa ‘riconoscere attraverso’. E penso sia questo il patto con la stanza vuota e smucchiata: non posso guarire ma posso ri-conoscermi attraverso l’esperienza della malattia. Non posso abitare quella stanza come prima, ma posso mettere ordine nei pezzi che la bufera ha sbalzato a terra. Non posso spostare l’asse del tempo e riportarlo indietro, ma posso provare a non essere schiacciata dal passato e dal futuro” (pp.90-91).

Tali domande sono vicine alla protesta di Giobbe quale grido sospeso di fronte alla ‘stanza smucchiata’, dove tutto è fuori posto e dove sono posti in discussione il bene e la speranza, il desiderio di vita e l’apertura al futuro, la tensione alla felicità e il senso delle relazioni.

Nei vangeli l’insistenza sugli incontri di Gesù con i malati non nasconde questo dramma e non è facile soluzione nel meraviglioso del miracolo: la domanda e il grido che sgorga dall’esperienza del male che affligge i corpi e i cuori non trova facili risposte. Chiede solamente affidamento. Prendere per mano, farsi incontro, prendersi cura nello stare accanto, non con la commiserazione paternalistica o delle parole false, ma nel silenzio del soffrire insieme, rialzare come gesto di cingere l’altro per sollevare da ogni peso che trascina nel buio. In quei gesti di Gesù sta la possibilità dell’impossibile. Nei suoi gesti di riconoscimento e accoglienza di chi soffre, nel suo porre ogni energia per lottare e vincere il male che toglie respiro alla vita, apre alla possibilità di un presente non schiacciato dal passato o dal futuro, che trova fessura di luce in una relazione che non viene meno e nella gratuità di chi non abbandona.

Alessandro Cortesi op

In preparazione alla giornata mondiale del migrante e del rifugiato

Domenica 27 settembre è la giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Su proposta della Fondazione Migrantes un gruppo ecumenico ha preparato per questa giornata una serie di sussidi (per adulti, per giovani, per famiglie e bambini) da utilizzare per momenti di riflessione e preghiera nei gruppi e nelle famiglie, in incontri e nelle case.

I sussidi sono scaricabili a questo indirizzo: https://www.migrantes.it/gmmr2020
dove sarà disponibile anche altro materiale di approfondimento.

In questi giorni si sta consumando un altro dramma dei migranti a Lesbo a seguito dell’incendio nel campo di Moria che ha coinvolto tredicimila persone che ora non hanno più né riparo né sostegno.

Si sta diffondendo l’appello ad un’Europa distratta per il trasferimento e la distribuzione in Europa dei rifugiati che non chiedono un altro campo di detenzione ma chiedono libertà.

In Italia giunge notizia che a Trieste 30 cittadini stranieri sono stati costretti a dormire a bordo di un pullmann per la quarantena Covid per una settimana subendo quindi trattamenti degradanti e disumani.

Riflettere e pregare nella Giornata del migrante può essere occasione anche per opporsi a tutti coloro che isitigano alla paura e all’odio verso gli stranieri e fanno della questione delle migrazioni migranti un motivo di campagna elettorale. Alla semina dell’odio è quanto mai urgente reagire con silenzi di accoglienza, azioni di solidarietà e parole di compassione. (ac)

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 22

img_7722Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Giorno 22 – 6 aprile 2020 – preghiera

Un sostare nei giorni dell’epidemia 1-4

In questi giorni in cui siamo invitati a rimanere a casa per evitare il contagio dell’epidemia può essere di aiuto – per chi lo desidera – una traccia per vivere un momento molto semplice di preghiera e riflessione quotidiana proprio nelle case.

E’ forse questo tempo un’occasione per riscoprire la responsabilità di tutto il popolo di Dio a coltivare la vita di fede, a vivere la dimensione domestica della comunità in modo ordinario. Propongo per ogni giorno un breve schema con letture con una parola chiave ogni giorno, una parola che desidera essere invito a leggere quanto stiamo vivendo in questi giorni difficili alla luce del vangelo. (ac)

Cliccando sul giorno si apre un file

Primo giorno – Fragilità 12.03.20

Secondo giorno – Silenzio 13.03.20

Terzo Giorno – Dimenticati 14.03.20

Domenica 15.03.20 – vedi proposta celebrazione domestica III domenica Quaresima

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Quarto giorno – Comunità 16.03.20

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XXX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5938Sir 35,12-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

La preghiera è atteggiamento di chi si scopre povero e si apre a stare sotto lo sguardo di Dio sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. In Dio nutre fiducia e attesa perché Egli ‘ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano’.

“Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. Luca presenta un insegnamento di Gesù che riguarda la contrapposizione di due modi di pregare, una falsa preghiera e per contro lo stare davanti a Dio in autenticità.

La chiave di lettura di questa pagina è la critica a chi ritiene di essere giusto. Il fariseo e il pubblicano, l’esattore delle tasse, sono presentati in un comune movimento che li accomuna: entrambi si recano al tempio, tutti e due sono ritratti in un momento della preghiera, ma vivono la stessa esperienza due atteggiamenti profondamente diversi.

La preghiera del fariseo è espressione di una tensione religiosa preoccupata dell’osservanza della legge – e tutto questo è buono, positivo, importante: per Israele infatti la legge è cammino di vita è via per accogliere l’incontro con Dio. Ma il fariseo vive questo ripiegato su di sé, in una ricerca di perfezione individualistica e senza compassione. La osservanza scrupolosa nell’ambito della vita ordinaria è centrata sul suo io. Così la sua preghiera esprime la vita di quell’uomo religioso attento a compiere le pratiche rituali, scrupoloso nel praticare il digiuno, puntuale nel pagare le tasse. La sua vita è condotta secondo prospettive di rettitudine: è una vita buona e impegnata. La sua preghiera tuttavia rivela un atteggiamento di fondo che lo rende chiuso all’incontro con Dio perché presenta a Lui solo i suoi buoni comportamenti come suo possesso e come sua affermazione: a Dio non chiede nulla, presenta solo la sua giustizia. Parla con Dio ma si presenta come un padrone tutto preoccupato del proprio io. La sua preghiera è quella di un ricco che offre a Dio le sue ricchezze, ciò che ha accumulato per avere ricompensa. E’ in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un ricercare il volto di Dio stesso. Inoltre nella sua vita, pur impegnata, c’è senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’.

La sua tensione morale risulta vanificata dalla freddezza nel suo cuore, dall’assenza di un umile affidamento, dal mancare nel riconoscere il proprio limite.

La figura del pubblicano, l’esattore delle tasse, è posta a contrasto. La sua non è una vita irreprensibile ma è segnata dal peccato: esercitava un mestiere mal visto, a servizio della potenza occupante romana nella Palestina del tempo, visto come persona da evitare perché sfruttatore dei poveri. Non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto e per questo rimane in fondo. La sua preghiera si risolve in una semplice invocazione: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. E’ una sorta di grido e di supplica in cui si riconosce nella condizione di peccato. Non elenca inutili giustificazioni del suo comportamento. Vive un affidamento in verità. In queste poche parole sta ciò che Gesù chiede ai suoi: mettersi in verità di fronte a Lui non ricchi della propria autosufficienza, ma affidando a Lui la propria povertà. Il pubblicano è sincero nel suo rivolgersi senza difese e ponendosi nelle mani di Dio e a lui affidando tutto.

La sua vita è segnata dalla consapevolezza del peccato, dal senso di non farcela con le sole sue forze. Non parla di sé a Dio, ma riconosce la possibilità che la presenza di Dio nella sua vita lo cambi. Riceve il perdono di Dio, accoglie la sua misericordia perché non è prigioniero del suo io, non è ripiegato su di sé. Non è migliore del fariseo, né più umile, ma affida a Dio la sua scontentezza per la sua situazione, il desiderio di cambiare: riconosce il primato di Dio nella sua vita. Affida a Dio il peso che aveva nel cuore nella consapevolezza del suo essere peccatore.

“Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”. La preghiera è esperienza di gratuità e di salvezza che viene da Dio e per questo anche nella liturgia nel invocazioni all’inizio , dicendo Signore pietà, e alla fine ‘Agnello di Dio… abbi pietà noi’, riprendono questa semplice preghiera e richiamano all’umiltà quale condizione umana davanti a Dio.

Alessandro Cortesi op

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Autenticità

E’ uscito in questi giorni un libro di un noto giornalista italiano, Mario Calabresi, che è stato direttore di grandi testate come La Stampa (dal 2009 al 2015) e La Repubblica dal 2016 a febbraio 2019. Il suo libro ha un tratto particolare: unisce un puntuale riferimento autobiografico, ad un momento particolare della sua vita, con il rinvio all’esperienza di molti, possibile per tutti, quando ci si trova di fronte, in modo inatteso ad un evento che cambia l’esistenza, che può in qualche modo chiuderla, renderla buia, triste, ripiegata, rancorosa, inutile.

Per Calabresi questo momento è stato una mattina di febbraio quando convocato del gruppo proprietario de La Repubblica, gli è stato comunicato che era finito il suo incarico di direttore. La sua agenda era zeppa di appuntamenti e progetti, i suoi pensieri erano tutti proiettati nella progettazione di piani e impegni per la redazione. Uscito dalla riunione, senza concordare un comunicato diplomatico in cui sarebbe risultato che la sua dimissione risultava da un accordo tra le parti, in un breve tweet comunicò la decisione degli editori e la fine del suo incarico di direttore.

“Quando sono uscito da Repubblica la diplomazia avrebbe voluto che concordassi un comunicato congiunto in cui si diceva che eravamo d’accordo su tutto e che passavo a un altro incarico. Ma non sarei stato in grado di mantenere quella versione, e ho detto la verità. Quando prendi questa strada, sei senza ritorno”.

Improvvisamente si trovò davanti una pagina bianca della sua vita con il rischio di rimanere travolto dal senso di delusione, di vuoto e di rassegnazione. Una pagina d ascrivere con caratteri nuovi e con sulle spalle il peso del rifiuto e del giudizio negativo. Come un pugile che inaspettatamente subisce un ko. Ma per lui il mattino dopo ha inaugurato un nuovo tempo: scrivere questo libro, com’egli confessa è stata la terapia per superare un momento di insuccesso, di fallimento, per risalire da una situazione presentatasi come ingiustizia e motivo di abbattimento e delusione.

La mattina dopo è stato inizio di un cammino: “Ho avuto una decina di giorni per prepararmi. Mi sono detto: Mario, stai attento. Senza lavoro, può essere un disastro. Ti alzerai e penserai di dover andare in ufficio, allora ti trascinerai a comprare i giornali. E poi a fare la spesa alle 11 del mattino insieme ai pensionati. Devi trovarti delle cose da fare che abbiano un senso, altrimenti finisci per naufragare (…) la mattina dopo è quando si rompe il tuo equilibrio e ognuno ha la sua. Uno perde il lavoro, uno va in pensione, uno perde una persona cara. La dimensione del dolore può essere differente, ma non ci può essere una scala” (dall’intervista a Elle a cura di Federica Furino).

Si è così messo a camminare non solo in passeggiate quotidiane, ma anche interiormente: “Mi sono messo a camminare. Un’ora e mezza tutti i giorni, senza telefono e senza musica nelle orecchie. Camminando vedo le cose con lentezza e mi rimetto in comunicazione con me stesso”.

‘La mattina dopo’ è un libro che parla di tanti pezzi di vita che possono essere rimessi insieme, come un vaso rotto, che non potrà tornare quello di prima ma da cui può sorgere un nuovo mosaico. Così le tante storie, le tante mattine, le più diverse di chi, trovandosi in una situazione inattesa e dolorosa ha deciso di tenere la schiena diritta e di affrontare ancora la vita dicendo dei sì, non lascianodsi piegare dai no, non lasciandosi vincere dalla pesantezza del dolore e della disperazione. In fondo una scelta di affidamento alla forza della vita, un distacco dal proprio io per aprirsi al rifuggire dal fariseismo di chi tutto nasconde e dissimula per scegliere invece la pericolosa via di una autenticità sofferta, ma che sola può rendere capaci di vivere veramente.

Alessandro Cortesi op

 

XXIX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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L’esperienza dell’uomo biblico è fondamentalmente quella di essere custodito dalla presenza di Dio: è scoperta che il cammino della vita non è conquista e opera delle forze umane, anche se così a volte può sembrare. Piuttosto la nostra esistenza è sospesa nella cura di Colui che è creatore del cielo e della terra e custode della nostra storia.

Le mani aperte di Mosè sul monte esprimono questa apertura di accoglienza: pur in un quadro di battaglia che riporta ad un contesto di violenza diviene tuttavia simbolo della dipendenza totale dalla custodia di YHWH. Quando Mosè alzava le mani in segno di preghiera Israele era più forte. La vita e il futuro di Israele dipende dal riconoscimento della presenza di Dio. La preghiera viene così presentata come uno stare alla presenza di Dio per poter avere vita e futuro.

Pregare inoltre non è esperienza solitaria, ma è esperienza di solidarietà con altri, è portare avanti la vita di un popolo.

“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra. Non lascerà vacillare il tuo piede… il Signore è il tuo custode”

Nella seconda lettura l’invito rivolto a Timoteo specifica il contenuto del pregare. Timoteo è esortato a rimanere saldo in ciò che ha appreso cioè nella lettura e ascolto della Scrittura. In essa soffia lo Spirito di Dio. La preghiera si nutre dell’ascolto della Scrittura, ed è via per mantenere la vita orientata in Cristo e illuminata dalla sua Parola. In tale ascolto si matura quella preparazione per ogni opera buona, per poter annunziare la parola in modo significativo nella situazione in cui siamo inseriti.

La parabola del giudice e della vedova del vangelo di Luca esigono di essere lette come denuncia di una profonda esperienza di ingiustizia: Non vano lette come metafora in cui il giudice rappresenterebbe Dio e la vedova colei che prega rivolgendosi a Lui.

Nella parabola il racconto delinea un giudice che rinvia continuamente il momento in cui prendere in considerazione la causa di una vedova. E’ un comportamento iniquo, e la vedova è la figura del debole, senza difese e senza appoggi umani. Il suo coraggio e la sua insistenza superano il senso di impotenza e la delusione che interviene in queste vicende. Luca descrive la vedova come una donna che non smette di andare dal giudice dicendo ‘Rendimi giustizia contro il mio avversario’. E’ condizione del tempo di Gesù contro cui Gesù prova un moto di ripulsa e denuncia e la condizione del nostro tempo.

L’insistenza della vedova non viene meno di fronte all’ingiusta attesa a cui è sottoposta che ha i tratti di un’angheria. Non viene fiaccata nemmeno dalla delusione per non essere ascoltata. E’ questo un episodio di vita. E’ sintesi di tante esperienze quotidiane vissute o in riferimento a situazioni lontane segnate dall’indifferenza e dall’ingiustizia. Situazioni che possono condurre alla delusione, al senso di impotenza fino ad incattivirsi. Ad un certo punto però nella parabola il giudice cede alle insistenze: ‘le renderò giustizia, perché non venga a seccarmi’ espressione che si potrebbe anche leggere così: ‘le farò giustizia perché alla fine non mi colpisca in faccia’. Luca qui accenna alla giusta rabbia degli oppressi di fronte alla prepotenza a cui sono sottoposti. E’ la descrizione di un ascolto, alfine, da parte di un giudice iniquo solamente perché teme che la vedova lo danneggi.

La domanda che sorge è allora: ci sarà un fine a questa situazione di ingiustizia? O è tutto inutile? Il rischio vicino è quello della rassegnazione e del lasciare tutto andare senza alcuna attesa. Sarà stabilita la giustizia (parola che ritorna a più riprese nella parabola)?

Il centro della parabola sta nell’annuncio che ‘il Signore’ – ed il riferimento va al Risorto – opererà e farà giustizia. E’ annuncio del regno di Dio come diversità rispetto alla situazione di oppressione: Dio è fedele alle sue promesse e ascolta il grido dei poveri che gridano a lui.

Alla sua comunità che viveva ormai a distanza di tempo dalla vicenda storica di Gesù Luca dice che vale la pena continuare ad impegnarsi sapendo che il signore farà giustizia. Gesù chiede di ‘pregare sempre senza incattivirsi’.

A questo deve condurre la preghiera: aprirsi all’alterità di Dio, entrare nell’incontro con Lui. La preghiera non è esperienza che si vive per cambiare Dio, piuttosto è ascolto prolungato della Parola per cambiare il nostro cuore. La preghiera conduce all’attesa che disarma le nostre aspettative e proiezioni: Dio è fedele alle sue promesse che non corrispondono alle nostre richieste. E’ sempre più grande dei nostri pensieri e del nostro cuore. Entrare nella preghiera non è questione di metodi o di pratiche magiche ma significa camminare in una relazione che coinvolge l’intera esistenza.

Dio rimane fedele, anche se l’attesa è faticosa, anche se sembra che la preghiera non trovi ascolto, anche se la domanda che attraversa i cuori dei giusti oppressi è ‘fino a quando Signore?’: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svegliati perché dormi Signore? Destati non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?” (Sal 44,23-25).

Pregare è momento per scoprire la nostra responsabilità per operare in vista dellla giustizia per un mondo nuovo. Dietrich Bonhoeffer così esprime questa attesa:

“Le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani
 consisterà oggi solo in due cose: pregare e praticare ciò che è giusto tra gli uomini. Non è nostro compito predire il giorno ma quel giorno verrà in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la parola “Dio” in modo tale che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato”. Pregare e operare la giustizia sono i due movimenti del credente.

La parabola ofre anche un messaggio sul volto del discepolo: chi crede è colui che non viene meno alla fede, non smette di invocare, di sperare: sempre, senza stancarsi. La vedova è esempio del credente che non ha altri sostegni, che ha fiducia in ‘Colui che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito’ (Dt 10,17-18). E’ lo stare di queste persone, come la vedova, che non è riconosciuta ed è calpestata nei suoi diritti, a mantenere la preghiera che porta avanti il mondo.

Alessandro Cortesi op

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Il grido dei traditi

“Uno sguardo puro, una stretta di mano sicura, la determinazione delle sue idee politiche. Questa era Hevrin Khalaf. Che indossasse abiti civili, o da ragazza la divisa militare — come fanno tante donne curde che hanno scelto sì la politica attiva, provenendo però dalla battaglia sul campo — aveva uno stile che non passava inosservato.” (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019)

Hevrin Khalaf aveva 35 anni. Si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. Apparteneva a quel popolo di donne curde che si sono proposte al mondo come esempio di lotta per una convivenza sociale e politica nel riconoscimento dei diritti. E’ stata uccisa in questi giorni da milizie della Free Syrian Army assoldate dall’esercito turco, in una strada controllata dai turchi che hanno iniziato la conquista del territorio del Kurdistan siriano. Un’esecuzione sommaria mentre questa attivista, tra i fodnatori del Partito del Futuro siriano, che difendeva i diritti umani stava cercando di raggiungere la città di Qamishli. Per il dittatore turco Tayyp Erdogan questa donna era una terrorista come il popolo curdo ritenuto una minaccia alla sicurezza dello stato turco.

Le donne curde hanno lanciato un messaggio che ha il tenore di un grido lanciato nell’abbandono e nel tradimento subito in un contesto internazionale distratto e a Stati preoccupati solo di interessi  e vantaggi interni mentre è in atto il massacro del popolo curdo. Hanno presentato una serie di richieste: dalla fine dell’invasione della Turchia al prevenire la pulizia etnica, al fermare la vendita delle armi alla Turchia:

“Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi. Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni”.

“Hevrin era, piuttosto, una delle figure più rappresentative di quello che oggi sono i nuovi curdi. Attenta ai diritti delle donne, inclusiva, favorevole a uno Stato laico e rispettoso del cittadino, multietnico, liberale. Si batteva per la coesistenza pacifica di tutti: curdi, turchi, cristiano-siriaci e arabi. Aveva una laurea in ingegneria. Aveva 35 anni”. (Marco Ansaldo, Hevrin, nemica di Erdogan La paladina dei diritti uccisa in un’imboscata, “la Repubblica” 14 ottobre 2019).

Così si legge nel Rapporto che Amnesty International ha pubblicato nel febbraio 2019 con il titolo “Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile

“Oggi le organizzazioni della società civile e i difensori dei diritti umani che hanno il coraggio di contestare apertamente leggi ingiuste e pratiche di governo inique, che sfidano il sentire diffuso nell’opinione pubblica o di chi occupa posizioni di potere e reclama giustizia, uguaglianza, dignità e libertà sono sempre di più sotto attacco.

(…) negli ultimi dieci anni sia emersa a livello mondiale una tendenza preoccupante che vede l’introduzione e l’uso da parte degli stati di leggi mirate a interferire con il diritto alla libertà di associazione e a ostacolare il lavoro delle organizzazioni delle società civile e dei suoi membri.

(…) Chiunque critica le autorità in questi paesi, chi esprime pubblicamente opinioni non allineate con le idee politiche, sociali o culturali prevalenti è a rischio. Troppo spesso queste persone sono costrette ad abbassare i toni, ad autocensurarsi, a ridimensionare le proprie iniziative, a dedicare le scarse risorse disponibili a inutili formalità burocratiche, venendo altresì escluse da finanziamenti. Nei casi peggiori, le organizzazioni della società civile vengono chiuse e i suoi esponenti trattati come criminali e incarcerati per il solo fatto di difendere i diritti umani. Queste norme restrittive sono in realtà il riflesso di tendenze politico-culturali più ampie, diffuse attraverso una narrazione tossica che demonizza “l’altro”, alimentando sentimenti come la colpa, l’odio e la paura,e creando un terreno fertile per la loro attuazione, che viene giustificata nell’interesse della sicurezza nazionale, dell’identità e dei valori tradizionali”.

Il medesimo documento di Amnesty ricorda anche: “La Dichiarazione sui difensori dei diritti umani riconosce in particolare l’importanza delle persone che si adoperano, individualmente e in associazione ad altri, per attuare i diritti umani e il diritto di tutti a costituire, aderire e partecipare ad organizzazioni, associazioni o gruppi della società civile e promuovere o difendere i diritti umani come pilastro fondamentale di un sistema di diritti umani internazionale. Quando fu adottata, nel 1998, la Dichiarazione spostò la “percezione del progetto sui diritti umani: da compito affidato principalmente agli stati e alla comunità internazionale a compito che riguarda tutti noi, singoli individui e gruppi collettivi, che formiamo la società. La Dichiarazione riconosce che la giustizia sociale, le pari opportunità e la pari dignità senza forme di discriminazione, così lungamente attese e meritate da ciascuno di noi, possono essere attuate mettendo gli individui e i gruppi nelle condizioni di difendere, impegnarsi e mobilitarsi per i diritti umani”.

Alessandro Cortesi op

 

 

XVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_4928Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Luca presenta Gesù che viene spinto dai suoi ad insegnare a pregare come ha fatto Giovanni. Ciò avviene mentre ‘si trovava in un luogo a pregare’ e solo quando ebbe finito i suoi discepoli si rivolgono a lui chiedendo di insegnare loro a pregare.

Gesù non insegnava ai suoi a pregare, ma pregava. Luca presenta questo insegnamento quasi come una forzatura da parte dei discepoli preoccupati di non essere al pari di altri. La preghiera di Gesù si connota nel vangelo di Luca per essere un’esperienza di allontanamento e di tranquillità. In luoghi deserti Gesù rimane solo, per dare spazio ad una presenza e all’incontro che è cuore della sua esistenza.

Pregare per Gesù non è esercizio interiore né questione di metodo, non è nemmeno qualcosa che si insegna e s’impara. Ha piuttosto a che fare con la relazione, è imparare a stare con Dio stesso, a dargli spazio nella vita, uno spazio che non è fuori della vita ma nella vita stessa. La preghiera per Gesù è lasciarsi coinvolgere in un incontro. Ogni regola, ogni formula è insufficiente e addirittura sviante. Ogni modello nasconde il tradimento del cuore dell’incontro. Sta qui la debolezza e la forza delle poche parole che Gesù lascia ai suoi, il Padre nostro. Una preghiera tutta centrata nel dire a Dio ‘abbà’, balbettio di bambini, apertura ad un Dio che prende in braccio le sue creature, che ha cura e sa ciò di cui abbiamo bisogno.

Al centro della preghiera sta questa confidenza unica e forse solo questo è l’essenziale. E’ l’esperienza insondabile del Padre come Abbà che si comunica. La preghiera è stare nella fragilità di fronte a Dio che vuole bene. La scoperta di Dio che si china sui suoi figli, il Dio vicinissimo e che soffre accanto e con noi.

Le affermazioni presenti nel Padre nostro ed espresse come richieste, di fatto costituiscono affermazioni di fede; Gesù sa bene e lo dice che il Padre conosce ciò di cui abbiamo bisogno’.

Le richieste del Padre nostro divengono allora scoperta di una presenza di Dio vicino. Il nome, la sua santità si sta manifestando. Dio rivela il suo nome quando libera e salva, ed attua il regno quando prende la parte degli oppressi liberandoli. Il suo sta regno sta venendo, nonostante ogni contraddizione. Le prime due richieste riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Queste formule provengono dalla preghiera ebraica del Qaddish pronunciata a conclusione delle letture nella sinagoga: ‘Esaltato e santificato sia il suo grande nome nel mondo che egli creò secondo la sua volontà; domini il suo regno nel tempo della vostra vita e nei vostri giorni e durante la vita di tutta la casa d’Israele presto e in un tempo vicino’. Così nel Capodanno si dice: ‘Padre nostro e nostro re, perdona e rimetti tutte le nostre colpe…; cancella secondo la tua grande misericordia tutti i nostri delitti’ (Shemoneh Esreh VII). Le altre tre richieste, sono quelle del pane, del perdono e della fortezza nella prova: il pane è necessità quotidiana e semplice dell’uomo. è anche simbolo della comunione, della gioia condivisa e della fraternità con cui si identifica il regno di Dio. Il perdono è movimento che ha origine solamente dall’alto, da Dio, eppure passa attraverso il perdono dato e ricevuto. Anche il perdono è dono da invocare e ricevere, e via per scoprire la possibilità di rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

L’ultima invocazione è a non lasciarci soccombere nella prova. Gesù proprio nel momento della prova vivrà un pregare più intenso e diviene esempio per noi (Lc 22,39-46): la lotta è sostenuta nel rapporto profondo con il Padre.

Gesù indica ai suoi uno sguardo al regno dono del Padre e l’impegno per rapporti nuovi. La parabola del giudice iniquo che si lascia smuovere solo dall’insistenza della vedova indica la preghiera può essere respiro che segna tutta la vita. L’incontro con Dio è fecondo oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

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Pregare nella vita

Troppo spesso la preghiera è relegata ad un fatto religioso staccato dalla vita di tutti, dal quotidiano. Troppo spesso è per questo interpretata in modi che la privano della sua apertura ad essere esperienza possibile, umana, ordinaria. Spesso è soffocata in forme che non hanno nulla da dire e che non incidono in un cambiamento della vita, e non danno gioia. Pensare alla preghiera è lasciarsi riportare al cuore del vangelo oltre i possibili fraintendimenti, perchè prima di tutto è esperienza di incontro e scoperta di presenze.

Parlare della preghiera esige innanzitutto di fare un’operazione di chiarificazione e di semplicità. Una certa educazione ha troppo spesso sottolineato dimensioni non centrali, accessorie: si è finito per confondere la preghiera con le tante parole o con certe forme di ritualità. Il dire le preghiere è divenuto il criterio per assimilare la preghiera ad una serie di parole dette. Trascurando peraltro l’ascolto, la disponibilità ad accogliere senza avere obiettivi di efficienza e di produzione.

La preghiera è spazio regalato all’incontro, le sue radici stanno nell’ascolto, come la vita è nei suoi inizi innanzitutto ascoltare, imparare a vedere, crescere accogliendo una relazione. Stare davanti a… lasciarsi accogliere nel calore di una relazione, nell’avventura di ricercare un volto…

C’è una ritrosia di Gesù nel comunicare ai suoi un metodo, una modalità, una ricetta per pregare. Sta forse in questa distanza un segreto da imparare. La preghiera non è entrare in una dimensione che separa dalla vita ma è forse affinare i sensi per scorgere nella vita il dono di una presenza, vicina, il Dio delle cose e dei volti. Se il primo passo della preghiera è non dire molte parole, ma imparare ad ascoltare, la prima scoperta possibile è che il Dio di Gesù è Dio dell’ascolto, che sa udire il respiro e il grido che proviene dalla vita. E’ questione di presenza, non di parole o di riti particolari.

Abbiamo tutto incasellato in forme liturgiche articolate, raffinate, con la minaccia di non mutare nessun aspetto… ma spesso in questa ritualità non si dà spazio alla vita. La vita che è fatta del rumore e della fatica, della passione e della delusione, del progettare e della cura…

Si impara a pregare ma non perché si ripetono incessantemente esercizi che riportano una mentalità da palestra e generano il sentimento di una capacità e di efficienza di chi è superiore e allenato.

Pregare forse va pensato come respiro: respiro che mette a contatto con un respiro più grande, la brezza di un vento dello Spirito che corre dove vuole, che spalanca finestre chiuse, che guida verso cammini dove scorgere una presenza di Dio lontana dai luoghi deputati. Ma anche respiro per imparare a accogliere le voci delle persone e delle cose: preghiera è poter guardare le cose, le ‘cose’ della creazione e le ‘cose’ di tutti i giorni come via di incontro. Stare nelle cose di ogni giorno apprendendo che in quel tessuto di vita è all’opera Colui che si fa incontro a noi non lontano ma vicino… la sua parola è nel tuo cuore perché tu la compia. E la preghiera può essere respiro non solo che riceve ma che si dà. La vita quotidiana può essere animata da un’aria nuova: l’incontro con Dio della tenerezza e della cura offre un senso, una luce nuova ai piccoli gesti, alle ore di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

Alessandro Cortesi op

Riflessione e preghiera per l’Europa in vista delle prossime elezioni europee

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A questo link una lettera del Maestro dell’Ordine fr. Bruno Cadoré e una iniziativa di preghiera per l’Europa con santa Caterina in vista delle elezioni europee del prossimo 26 maggio p.v.

Qui di seguito la lettera dei promotori di Giustizia, pace e salvaguardia del creato in vista delle elezioni europee.

Lettera alla Famiglia Domenicana in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019

In una recente riunione dei Promotori europei di ‘giustizia, pace e salvaguardia del creato’, abbiamo discusso insieme – come altre commissioni di Giustizia e Pace di Europa – sull’importanza delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Abbiamo deciso di condividere la nostra preoccupazione con tutti i promotori di Giustizia Pace e Salvaguardia del Creato della nostra regione. Per questo abbiamo scritto un testo che è stato inviato a tutti per raccogliere opinioni: il risultato finale è questa lettera che raccoglie le sfide indicate dalla maggioranza dei promotori.

Le circostanze del tempo presente richiamano la nostra Famiglia Domenicana alla responsabilità di leggere i segni dei tempi in vista della costruzione del bene comune. Desideriamo indicare alcuni temi fondamentali, sui quali avviare una ricerca e un confronto nelle nostre comunità e nel nostro apostolato. Li presentiamo brevemente secondo la metodologia “vedere – giudicare – agire” e suggerendo infine il riferimento ad alcuni testimoni della Famiglia Domenicana.

Migrazioni, xenofobia e razzismo

Le migrazioni costituiscono un fenomeno epocale complesso. Esso ci invita innanzitutto ad una presa di coscienza riguardo alle cause profonde che ne stanno alla radice: le ingiustizie, la violenza e lo sfruttamento economico dei paesi di provenienza. La migrazione volontaria, sicura, regolare e ben gestita contribuisce allo sviluppo e all’arricchimento culturale.

Il fenomeno delle migrazioni richiama ad accogliere il messaggio evangelico di ospitalità, responsabilità verso i più vulnerabili e di apertura all’incontro.

La fedeltà al Vangelo esige un cambiamento di mentalità e stili di vita rifuggendo xenofobia, ostilità e varie forme di razzismo che individuano nei migranti il capro espiatorio dei malesseri delle società europee.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza di Dominique Pire.

Diseguaglianze socio-economiche e giusta distribuzione dei beni

Anche nelle società europee sta crescendo la disuguaglianza a livello sociale ed economico e l’esclusione. Il dominio del capitalismo finanziario neoliberista fondato sull’idolatria del denaro (cfr. Evangelii Gaudium 55) favorisce la cultura dello scarto e genera condizioni precarie di vita e mancanza di lavoro dignitoso. La condizione delle donne è segnata da sfruttamento, discriminazioni e violenza.

Tale situazione ci richiama ad accogliere la predicazione dei profeti raccolta nell’insegnamento sociale della chiesa riguardo a rapporti giusti e a condizioni di lavoro dignitose per ogni persona.

Siamo perciò invitati ad essere solidali con chi soffre, a proporre modelli alternativi di economia e lavoro che salvaguardino i diritti sociali, e a promuovere riconoscimenti legislativi di tali diritti.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza di Giorgio La Pira.

Politiche familiari e cura della vita

Riscontriamo una generale insufficienza nelle politiche familiari riguardo alla promozione della natalità, all’educazione dei bambini, all’assistenza dei malati e degli anziani, alla possibilità di conciliare lavoro e famiglia.

Tale situazione ci richiama allo stile di Gesù che ha guardato ogni persona non come “oggetto” ma come “soggetto” e ha saputo accogliere e donarsi.

Invita a promuovere politiche orientate alla cura, al dono, alla solidarietà e alla promozione della vita in tutte le sue fasi.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza di tante comunità di suore domenicane nel mondo impegnate nella cura dei più deboli.

Crisi della democrazia e populismi

Constatiamo una crisi generale della democrazia costituzionale. I populismi promuovono forme di nazionalismo escludenti, talvolta strumentalizzando la fede cristiana o i diritti umani, e propongono soluzioni semplicistiche per problemi complessi.

Tale situazione ci richiama a porre in atto l’appello di Gesù alla fraternità universale.

Invita ad affrontare i conflitti in verità nella ricerca di vie di riconciliazione, a vivere la misericordia, a scoprire l’identità non contrapposta all’altro.

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza del beato Pierre Claverie.

Emergenza ecologica

Siamo consapevoli di vivere una emergenza ecologica che minaccia il futuro del pianeta e delle prossime generazioni. L’inquinamento ambientale, i cambiamenti climatici, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali hanno conseguenze profonde sulla salute delle popolazioni e l’integrità del creato.

Tale situazione ci richiama ad accogliere il messaggio biblico sulla creazione e ad approfondire le sollecitazioni dell’enciclica Laudato si’, in particolare la chiamata ad una conversione ecologica ed alla cura della casa comune.

Essa ci invita a rivedere modalità di consumo e ad attuare pratiche concrete in relazione ai temi dell’Agenda 2030 dell’ONU (17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile).

Suggeriamo di lasciarci ispirare dalla testimonianza della delegazione dalla Famiglia domenicana presso l’ONU a Ginevra e New York e dal lavoro dei nostri fratelli e sorelle in Amazzonia e in altre regioni del mondo.

Invitiamo ad approfondire le riflessioni su questi punti, per il rinnovamento di “un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare” (Papa Francesco, Discorso al conferimento del premio Carlomagno, 6 maggio 2016).

Fr. Xabier Gómez op, Promotore Regionale di Giustizia Pace Salvaguardia del Creato-Europa

Fr. Alessandro Cortesi op, Promotore di Giustizia Pace Salvaguardia del Creato, Provincia Romana di S. Caterina da Siena (Italia)

Fr. Ivan Attard op, Promotore di Giustizia Pace Salvaguardia del Creato, Provincia di Malta

Madrid, 1 febbraio 2019

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