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XVII domenica tempo ordinario anno C – 2022

Gen 18,20-21.23-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13

Luca è un vangelo attento alla preghiera: la preghiera di Gesù ritratto mentre si ritira in luoghi solitari, la preghiera dei discepoli, la preghiera di chi si rivolge a Gesù aprendo il suo cuore in atto di affidamento. Ad un certo punto Gesù è spinto dai suoi a dire loro qualcosa sul pregare ‘come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Colpisce che tale richiesta avvenga mentre Gesù ‘si trovava in un luogo a pregare’. La cosa che fa pensare è che Gesù non insegnava con discorsi teorici o elaborando dottrine. La sua pratica pone interrogativo e uscita la domanda. E’ una indicazione preziosa questa. Non solo del fatto che Gesù pone il primato dell’esempio e del suo personale coinvolgimento su ogni forma di trasmissione teorica. Ma anche è significativa del silenzio di Gesù: un silenzio che non chiude in definizioni, in metodi, in formule l’esperienza della preghiera ma la lascia indefinita e aperta. Come la fede anche la preghiera è intrasmissibile e si scontra con l’esigenza di farsi trasmettere o di trasmettere proprio l’intrasmissibile. E questo cozza contro la mentalità di chi pensa che siano i programmi di diffusione, di indottrinamento, di spiegazione a dover assorbire tutte le energie e gli sforzi. Quasi che il grande tema della testimonianza e del coinvolgimento personale possa essere sostituito dalle questioni organizzative o dall’apprendimento di metodi.

Gesù accompagna a scorgere che la preghiera non è una questione di metodi o di scuole di spiritualità, nemmeno qualcosa che si insegna e s’impara. Piuttosto è sinonimo di incontro e di relazione. E per questo libero, originale, imprevedibile e difficilmente sottoponibile a regole come ogni incontro e relazione. Apprendere ad incontrare non è questione di lezioni teoriche o di metodo. Ogni regola è insufficiente, ogni fissazione di modelli rischia sempre di essere un tradimento di quell’incontro sempre nuovo e diverso, per ogni persona, per ogni comunità, per ogni epoca. Sta in questo la fragilità ma nel contempo la bellezza delle poche parole che Gesù lascia ai suoi, dicendo “non sprecate parole…”. La preghiera non è da intendere come un’opera ma come spazio per rendersi disponibili ad un dono, non un fare ma un lasciarsi fare, non un dire ma un lasciar spazio al respiro e al grido. ‘Abba’ Padre. Così le parole del Padre nostro si accentrano tutte su quell’invocazione che apre ad una cosicenza di comunione e di essere immersi nell’amore. E’ balbettio di bambini, apertura ad un Dio che prende in braccio le sue creature, che ha cura e sa ciò di cui abbiamo bisogno, quando e come. E’ l’esperienza insondabile di Gesù, l’esperienza del Padre come Abbà che si comunica a noi e rende partecipi dell’essere in Lui e del suo essere in noi. Paolo dirà: ‘voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà, padre’ (Rom 8,15).

Le prime due richieste del ‘Padre nostro’ riguardano il realizzarsi del progetto di Dio: il suo nome ci è comunicato, il regno viene. Nella lingua di Gesù sono indicazioni di qualcosa già in atto e che chiede di essere colto nella sua fragilità, ma anche nella sua grandezza. Dio rivela il suo nome quando si attua liberazione e salvezza. La preghiera rinvia ad una responsabilità concreta fattiva nella storia. Il regno viene quando gli oppressi sono liberati. Le richieste del pane, del perdono e della fortezza nella prova rinviano al nutrimento quotidiano. Dio è colui ‘che rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, … libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto’ (Sal 146,7-8). Il pane invocato è anche simbolo della comunione, della gioia condivisa e della fraternità con cui si identifica il regno di Dio. Il perdono ha origine solamente dall’alto e passa attraverso il perdono dato e ricevuto laddove rapporti umani sono stati offesi e feriti. Dono da invocare e ricevere, e via per rapporti nuovi con Dio e con gli altri.

L’ultima invocazione è di non soccombere nella prova. Anche Gesù nel momento pregò, facendosi esempio (Lc 22,39-46): la lotta è sostenuta affidandosi al Padre.

Ancora Luca ci ricorda che questo incontro con Dio è fecondo oltre ogni attesa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate vi sarà aperto’.

Alessandro Cortesi op

Pregare…

Cosa vuol dire pregare? Che senso ha pregare? Come pregare in fedeltà al volto di Dio di Gesù? Sono domande che non hanno risposte preconfezionate. Sono esposte alla fragilità dell’esperienza e della ricerca di ognuno e ognuna. Nella fatica, nel dubbio, ma anche nel respiro della vita stessa che è soffio che spinge nelle profondità del cuore e oltre ogni confine. Forse è da seguire l’indicazione di Angelo Casati, raccolta nel discorrere di un incontro: “Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe “vendere” la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà. Il primato va a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio che è in te, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te” (Angelo Casati, Pistoia 12.10.2011)

O forse è da ritrovare l’evocazione di quello che è preghiera in formulazioni che sgorgano dalle esperienze singolari e sentite. Come nelle parole di Adriana Zarri in questa sua ‘Preghiera del mattino’:

“Io voglio abbandonarmi a questo giorno che è una strada diritta che porta sempre più vicino alla tua casa. Voglio passare in mezzo a tutte queste ore come un mietitore in mezzo a un campo di grano che si riempie le braccia di covoni. Voglio superare tutti i perigli della vita per giungere, questa sera, coi piedi stanchi ma con gli occhi felici. Ma io sono una bambina che non sa camminare e per questo cerco la tua mano.  Sono una straniera che non conosce la strada e per questo seguo l’orma dei tuoi piedi. In ogni mattino che mi levo prendimi le mani e guidami e metti i tuoi passi davanti ai miei passi affinché possa vedere la mia via. Metti la tua spalla accanto alla mia spalla affinché mi possa appoggiare quando il cammino si fa duro. Liberami dalla stanchezza e difendimi dal male, perché possa giungere a sera ancora dietro alla traccia dei tuoi piedi, con la giovinezza e la freschezza del mio primo mattino. Scuoti via via la polvere dai miei vestiti e la consuetudine dal mio cuore; liberami dal male del tempo. Tu che sei nuovo in eterno. Fammi restare costantemente me stessa e togli dalle mie spalle l’incrostazione delle cose che tentano di sommergere la mia persona vera e di mostrare agli altri una copia di me. Come cancelli la notte e vesti l’aria di luce, così anche con me, Signore, spogliami di tutto per rivestirmi di novità. Non lasciarmi disperdere dalle voci della strada ma tienimi raccolta in me stessa a sentire la voce profonda delle cose e il soffio eterno della tua parola. Non lasciarmi sviare e deviare da ciò che non è e si veste di essere, da ciò che è male e si vernicia di bene, da ciò che è falso e si dipinge di vero. Difendimi dall’illusione e dall’inganno; proteggi la debolezza del mio intelletto con la certezza della tua verità. Stammi vicino se io tento di andare lontano, affinché non mi disperda nel buio. Rincorrimi se io tento di sfuggire affinché non cada nell’abisso. E tienimi ben salda e prigioniera nella libertà del tuo amore perché non abbia a cadere in servitù. Io non voglio andare da me, ma camminare all’ombra della tua presenza. Io voglio essere una piccola cosa nel tuo pugno; e che venga il freddo e la bruma e mi trovino nascosta nel cavo della tua mano.

Jana Predieri (pseudonimo di Adriana Zarri), L’arcobaleno delle ore, Ed. Il giorno Milano 1947, 31-32.

O ancora in questi stralci di preghiere di Franco Barbero tratte dal libro Preghiere d’ogni giorni. Pregare e lottare: una sintesi vitale, preghiere fatte di parole nutrite di quotidiano, di poesia ed anche di un  rinvio a non lasciarsi ingabbiare dagli schemi religiosi per lasciarsi guidare dal soffio dello Spirito.

Possiamo imparare

Possiamo imparare, con il Tuo aiuto, / a vedere, nelle persone che incontriamo ogni giorno, / dei compagni e delle compagne di viaggio. / Possiamo imparare ad  amare e rispettare / Questa terra generosa con noi, / averne cura nei nostri gesti quotidiani. / (…) Tu ci hai detto, o Dio, creatore d’ogni vita, / che la terra è Tua  e noi siamo ospiti e pellegrini. / Vogliamo imparare a non volere / Il sole e la luna solo per noi, / ma a condividere tutti i tuoi doni. (…)

Ci chiami alla semplicità

O Dio, che sovente parli nel sussurro del vento / o nelle vicende piccole e quasi impercettibili / e Ti manifesti  attraverso le persone / che il mondo ritiene insignificanti: / Aiutaci ad aprire i nostri cuori. / O Dio che in Gesù ci hai dato / Il supremo esempio di semplicità e di amore, / accompagna i nostri giorni perché possiamo / viverli in uno stile di vita sobrio e solidale: / O Dio, siamo come cinti d’assedio dalla paura che / Minaccia i nostri cuori e dalla violenza che imperversa / nelle strade, tra le nazioni, nei luoghi di lavoro. /Tieni i nostri cuori ancorati a Te, in quella pace più / profonda di mille tempeste e fà che Ti scopriamo / presente nei piccoli sentieri del nostro quotidiano come / fiduciosi costruttori di pace e di giustizia. (…)

Tu ci precedi

Dio del cielo e di tutte le terre, aiutaci a camminare nel vento della vita / Con la spensieratezza del passero che fa il nido, senza pensare che giungerà l’autunno. / Prima che i nostri occhi Ti cercassero, / Tu sei venuto verso di noi in mille modi. / Prima che le nostre labbra ti invocassero, / Tu hai deposto nei nostri cuori la Tua parola. / Apri ogni giorno il nostro cuore / A questo mistero di amore che ci avvolge. / Tu ci hai amato per primo / E ci doni anche oggi la forza di amare (…) / Nella fatica del viaggio / Davanti a Te, o Dio, stanno le nostre vite / Tu conosci fino in fondo i nostri cuori, / ci sei vicino nella luminosa freschezza dell’aurora, / non ci abbandoni quando sopraggiunge la sera. / Tu porti incisi nel Tuo grande cuore / I nomi e i volti di ciascuno/a di noi. / Tu sussurri all’orecchio parole di vita, / ci indichi i sentieri della vera felicità. / Dio del mattino, Dio del meriggio, Dio della sera: / Dio dei giorni di festa e Dio del quotidiano. / Dio che sembri assente eppure sei vicino, / noi oggi ti cerchiamo sulla strada di Gesù / anche attraverso la testimonianza delle Scritture (….)  

Che resti accesa la lampada

Signore, mantieni accesa la nostra lampada / E rendi vigilanti i nostri cuori. / Mostrati a chi ti cerca, / fatti incontro a chi non sa cercarti. / A chi è assetato dona un bicchier d’acqua, / a chi è sfrattato cerca una casa, / a chi è nelel tenebre / regala la luce del più bel mattino: / ma Tu lo puoi fare solo attraverso le nostre mani. / Non dimenticare coloro che vivono la sera della loro vita, / quelli che sono angosciati dalla solitudine, / quelli che non s’attendono più nulla dalla vita. / Quando verrà per tutti la festa senza fine / che Gesù ci ha promesso?

O Dio, supremo ‘eretico’

O Dio, grazie per aver dato a questa chiesa, assetata di sicurezza e così delirante da credersi infallibile, il dono degli eretici. Che cosa sarebbe mai diventata questa chiesa nei secoli, se tu non l’avessi continuamente risvegliata con il regalo di una continua schiera di eretici? (…) / Grazie, o Padre buono, per questo eretico di Nazareth / senza il quale la nostra vita sarebbe senza guida e, forse, / senza senso. Grazie, perché tu fai brillare / questa eresia vivente che è Gesù di Nazareth davanti agli / occhi e al cuore di milioni di uomini e donne che vogliono / lottare contro l’ingiustizia. (…) Padre, ancora una preghiera: solo tu puoi fare in modo che noi non roviniamo le eresie evangeliche facendole diventare a loro volta nuovi dogmi e nuove ortodossie. (…)

Grazie, o Dio

Grazie, o Dio, perché non Ti stanchi di invitarci a nascere e a rinascere, a risvegliarci dai sonni di irresponsabilità. Quando la nostra fede ritornerà a risuonare nelle vie del mondo come un appello alla libertà e alla giustizia? Quando, come figli e figlie di Te Creatore, lavoreremo per un mondo altro, quello che Tu non hai smesso di sognare?

In preghiera per la pace

Questa sera 9 marzo 2022 a san Domenico Pistoia incontro di preghiera per la pace in Ucraina e in tutti i Paesi del mondo.

Chi desidera condividere questo momento può collegarsi via Zoom
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Qui sotto si può scaricare lo schema della veglia con i testi che saranno letti e le immagini

VII domenica del tempo ordinario – anno C – 2022

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

I libri di Samuele, parte dei libri storici della Bibbia, ripercorrendo le storie dei re, scorgono la presenza di un disegno divino nella storia e che procede attraverso il coinvolgimento di chi, pur tra limiti e contraddizioni, accoglie la Parola di Dio nella sua vita. La storia di Davide è un esempio di questa vicenda. 

Davide, inseguito da Saul nel deserto, anziché scegliere la via della vendetta decide di non mettere le mani sul re, consacrato del Signore. La situazione gli consentirebbe facilmente di vendicarsi di Saul e di ucciderlo, ma si affaccia al suo cuore una scelta diversa: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?… oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore». Davide diviene così esempio del non cedere alla logica della vendetta e del rispondere al male con il male.

Tale episodio evoca la cosiddetta regola d’oro presente in tante tradizioni religiose sia in formulazione al positivo, ad es in Lao-T’zu “Considera il guadagno del tuo vicino come il tuo e la sua perdita come la tua stessa perdita” (Lao T’zu, T’ai Shang Kan Ying P’ien, 213-218) sia al negativo ad es. nell’insegnamento induista “Questa è la sintesi del dovere: non fare agli altri ciò che sarebbe causa di dolore” (Mahabharata 5: 1517) e islamico “Nessuno di voi è credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso” (13° delle 40 hadith di Nawawi) e presente anche nella tradizione ebraica “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4,15).

Nel vangelo di Luca questa medesima indicazione è posta da Gesù al centro del suo discorso subito dopo le beatitudini in una particolare formulazione al positivo: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro” (Lc 6,31). Il discorso offre anche altri elementi precisando che lo sguardo nei confronti dell’altro va allargato oltre ogni confine. Non solo i vicini o coloro da cui si riceve del bene devono essere destinatari di questo ‘fare’ di attenzione e cura, ma anche chi è oppositore, chi ha offeso, chi è nemico: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”. Fare del bene senza sperarne nulla è umanamente difficile e impossibile, ma sorge dall’accoglienza di un amore che si dà in questi termini. Gesù ha espresso questo insegnamento che corrisponde al suo agire, nel silenzio di resistenza davanti ai suoi persecutori e nella scelta di non usare violenza.

Seguono tre esempi: lo schiaffo, il mantello e il prestito: “A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.” Emerge qui la richiesta di una opzione radicale per un orientamento di non violenza attiva, nella fiducia che solamente il bene offerto è efficace nel disarmare chi fa il male e diviene fecondo di bene.

Il prestito senza esigere interessi era una prescrizione prevista nell’Esodo e nel Deuteronomio, anche se ristretta a colui che apparteneva al popolo d’Israele (Es 22,24; cfr. Deut 15,7-11; 23,20-21). E’ una tra le caratteristiche del comportamento del giusto presentata nei salmi: “presta denaro senza fare usura e non accetta doni contro l’innocente” (Sal 15,5; Sal 112,5). Gesù estende la richiesta a tutti infrangendo confini di esclusione. Apre a orizzonti universali ed approfondisce e interiorizza le indicazioni della legge. Indica uno stile di vita caratterizzato dalla scelta di fondo del dono, senza calcoli, senza riserve. In gioco c’è una ricompensa che non è ‘qualche cosa’ ma è accogliere e generare in sé l’amore di misericordia: è vivere della stessa vita di Dio misericordioso.

“Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. L’insistita ripetizione che delinea un amare rivolto solamente a chi dà gratitudine e  ricambia smaschera la ricerca di interesse e il desiderio nascosto di ricevere. Il richiamo alla gratuità nel dare senza fare conti mette in crisi e l’assimilazione ai peccatori indica che comportarsi così non attua la profonda chiamata al cuore della vita. “Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Gesù non evoca vantaggi per chi si comporta con gratuità, sfida ad amare anche il nemico; richiama alla sorgente generativa di questo tipo di vita che non è nelle forze umane ma nella vicinanza del Dio misericordioso. Luca sottolinea l’attitudine dell’ascolto che sola permette di accogliere l’amore di misericordia di Dio: il Padre non solo è modello, ma è fonte e principio da cui è possibile trarre linfa di vita per agire secondo questo stile.

Nel vangelo di Matteo, nel discorso della montagna compare l’espressione: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Luca, modificando un termine, evidenzia nell’amore di misericordia la caratteristica propria di Dio. Seguire Gesù allora significa lasciarsi coinvolgere in tale dono di amore con i tratti della gratuità, della cura e attenzione.

Alessandro Cortesi op

Preghiera di un povero

Il salmo 102 è una preghiera di lamento, una supplica nella prova e nella sua articolazione presenta insieme riferimenti ad una esperienza personale e ad una realtà vissuta da una comunità. Dal verso 2 al 12 è presentato il quadro di una sofferenza personale che richiama la condizione del giusto che soffre come Giobbe è paradigma nella Bibbia; segue poi una lamentazione per la sofferenza che coinvolge non unicamente un individuo ma racconta la vicenda d’Israele nell’esperienza dell’esilio. Viene così evocata la desolazione e la rovina di Gerusalemme in seguito alla conquista dei babilonesi (vv. 13-23). Si passa ancora alla dimensione personale nei versi 24-28 e il salmo si conclude aprendo la preghiera ad una speranza perché coloro che verranno potranno vivere nella pace alla presenza del Signore (v. 29): “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, / la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza”.

La preghiera dei salmi è dialogo talvolta teso con Dio e il salmo presenta in termini molto vivi e pregnanti l’invocazione di colui che prega e il suo desiderio di essere guardato e ascoltato da Dio nell’esperienza della prova esprimendo l’urgenza di un soccorso come chi avverte di essere al limite delle forze e della capacità di sopportazione: “Non nascondermi il tuo volto / nel giorno in cui sono nell’angoscia. / Tendi verso di me l’orecchio, / quando t’invoco, presto, rispondimi!” (v. 3). Dall’altra parte la preghiera dà parole alla condizione di aridità del cuore e il senso di fragilità e debolezza con immagini poetiche intense (vv.4-10). E’ così richiamata l’inconsistenza del tempo che passa come fumo e il dolore che brucia le ossa come fuoco. Il riferimento ad un campo falciato è immagine usata ad esprimere la condizione di un cuore inaridito che come erba tagliata dopo la falciatura è seccato dal calore. “Svaniscono in fumo i miei giorni / e come brace ardono le mie ossa. Falciato come erba, inaridisce il mio cuore” (vv.4-5).

Si delinea poi la situazione del sofferente che non prova alcun appetito e si dimentica anche di mangiare il pane mentre si riduce a pelle e ossa gridando il suo lamento: l’accostamento alla civetta nel deserto, che si muove in una condizione di  desolazione e solitudine e al gufo, un altro animale notturno, tra le rovine, contiene l’accenno ad una situazione di rovina non solo individuale ma anche del popolo nell’esilio. Così il passero che veglia nella solitudine presenta anche un’attesa. “A forza di gridare il mio lamento / mi si attacca la pelle alle ossa. / Sono come la civetta del deserto, / sono come il gufo delle rovine. / Resto a vegliare: / sono come un passero / solitario sopra il tetto” (vv. 6-8).

Ad una realtà di sofferenza si aggiunge la presenza di nemici che insultano e aggravano tale condizione: “Tutto il giorno mi insultano i miei nemici,/ furenti imprecano contro di me. / Cenere mangio come fosse pane, / alla mia bevanda mescolo il pianto” (vv. 9-10). Particolare attenzione si può dare al v.11 perché tale implorazione esprime un sentimento diffuso nella preghiera dei salmi, ossia la percezione che la condizione di dolore costituisca una sorta di punizione di Dio. Un commento ed esplicitazione di tale consapevolezza può essere ritrovata anche in altri salmi in particolare ad esempio nel salmo 90: “Sì, siamo distrutti dalla tua ira, / atterriti dal tuo furore! / Davanti a te poni le nostre colpe, / i nostri segreti alla luce del tuo volto. / Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua collera, / consumiamo i nostri anni come un soffio” (vv. 7-9). E’ la percezione che l’esperienza dell’esilio per Israele contenga un richiamo da prte di Dio a causa dell’infedeltà del popolo.

L’immagine dell’ira di Dio costituisce un riferimento al modo di comportarsi umano, in cui collera  e ira sono sentimenti della distanza, della violenza e della rottura ed è un modo per esprimere da un lato tutto il carico di sofferenza che implica un senso di lontananza da Dio. Peraltro anche con Dio nel suo furore l’orante si pone in termini di stare davanti a Lui, di mantenere una interlocuzione aperta. Il suo parlare è quasi una provocazione e richiamo ad essere ascoltati nella prova da Dio perché il suo sguardo possa rinnovare e cambiare la situazione. E’ questo il significato racchiuso nelle espressioni confidenti dei versi successivi, soprattutto nell’affermazione che il Signore rimane saldo, non viene meno alle sue promesse e non è preda di cambiamenti come gli uomini. Sulla sua collera prevale la fedeltà nell’amore e il non venir meno alle sue promesse.

La sua fedeltà è fedeltà nell’amore: “Ma tu, Signore, rimani in eterno, / il tuo ricordo di generazione in generazione. / Ti alzerai e avrai compassione di Sion: / è tempo di averne pietà, l’ora è venuta!” (vv. 13-14). C’è in queste parole una invocazione alla compassione, che richiama il movimento da cui parte tutta la storia d’Israele: Dio ha ascoltato il grido dell’oppresso e si è preso carico della sofferenza del popolo oppresso per liberarlo: “Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero” (Es 2,25). Il lamento riguardante la collera di Dio si apre a parole di confidenza e di richiamo basate sulla consapevolezza che l’amore di Dio è per sempre e  non viene meno – come il salmo 136 ricorda in un martellante ritornello “perché il suo amore è per sempre” -.

Si tratta di una fedeltà che offre ascolto alla sofferenza personale ma guarda anche a quella di tutto un popolo, di una comunità che si allarga a comprendere anche le generazioni che verranno a cui si dovrà comunicare l’esperienza di incontro e di salvezza: “Egli si volge alla preghiera dei derelitti, / non disprezza la loro preghiera. / Questo si scriva per la generazione futura / e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore” (vv. 18-19).

Con un’altra immagine di sapore poetico, in cui si raffigura l’affacciarsi dall’alto di chi vede una situazione di bisogno e se ne prende cura il salmo esprime il volgersi e chinarsi di Dio per attuare una liberazione ed una apertura ad un futuro nuovo. Ed è movimento che si allarga a coinvolgere non solo Israele ma tutti i popoli chiamati a servire il Signore, compresi in questo disegno di pace: “Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario,/ dal cielo ha guardato la terra,  / per ascoltare il sospiro del prigioniero, / per liberare i condannati a morte, / perché si proclami in Sion il nome del Signore / e la sua lode in Gerusalemme, / quando si raduneranno insieme i popoli / e i regni per servire il Signore” (vv. 20-23).

Il salmo continua accompagnando a posare lo sguardo alla differenza tra la condizione precaria della vita umana con i suoi giorni limitati e della stessa creazione che ha avuto inizio e si consuma come il tessuto di una veste che si sfilaccia e il permanere di Dio che non viene meno al suo amore. Si proclama l’opera della creazione come uscita dalle mani di Dio e che Dio non può dimenticare e nel contempo la preghiera si apre alla proclamazione ‘tu rimani’ che dice la saldezza e il non venir meno nel dono di comunione con l’evocazione di anni senza limite: “In principio tu hai fondato la terra, / i cieli sono opera delle tue mani. / Essi periranno, tu rimani; / si logorano tutti come un vestito, / come un abito tu li muterai ed essi svaniranno. / Ma tu sei sempre lo stesso / e i tuoi anni non hanno fine”. (vv. 26-28).

E l’ultima parola del salmo è una affermazione di speranza nel dimorare in una presenza che coinvolge i figli di oggi e quelli che verranno: “I figli dei tuoi servi avranno una dimora, / la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza” (v. 29).

Alessandro Cortesi op

Mese del creato

Oggi 1 settembre è la giornata mondiale di preghiera pr la cura del creato. L’intero mese di settembre è periodo dedicato all’attenzione alla custodia del creato quale urgenza particolare di questo tempo segnato dall’emergenza climatica e ambientale.

A questo link si può scaricare un sussidio a cura della Commissione CEI per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace e la Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo (a cui anch’io ho portato un contributo di collaborazione) (ac)

Fai clic per accedere a Creato2021-libretto-def.pdf

V domenica di Pasqua – anno B – 2021

Marc Chagall – albero della vita

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

L’ulivo con la vite costituisce una delle caratteristiche del panorama mediterraneo e la vigna è riferimento che attraversa il Primo Testamento. Evoca da un lato la cura appassionata e la fedeltà di Dio; conduce anche a considerare le fatiche e infedeltà all’alleanza donata. La vigna è cantata da Isaia con riferimento al popolo d’Israele oggetto della cura di Dio ma che vive la durezza di cuore (Is 5,1-6; cfr. Ger 2,21; Ez 13,1-6). E nei salmi si prega Dio “volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-10.15-16).

Nel contesto dell’ultima cena il IV vangelo riporta i discorsi di Gesù ai capp. 15 e 16 con il riferimento alla vite. Il richiamo riprende le voci dei profeti con l’indicazione della cura ma anche della mancanza di risposta e coinvolgimento. Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare Gesù stesso: nella metafora si possono scorgere aspetti della sua identità in rapporto inscindibile con il popolo d’Israele ed nella relazione con tutti coloro che Gesù ha legato a sé. In lui si rende presente la cura e la fedeltà del Padre cui le pagine profetiche con il rinvio a questa immagine facevano riferimento. E’ ancora lui a portare quei frutti che il Padre si attendeva: sono giunti allora in lui i tempi ultimi.

L’affermazione ‘io sono la vera vite’ indica anche Gesù quale portatore di una comunione di vita: tutti possono rimanere a lui uniti e trarre una linfa di vita. Credere nel suo nome indica perciò vivere un rapporto di vicinanza e sequela: essere tralci vivente della sua stessa vita apre a portare frutto cioè a rendere la vita significativa e piena in relazione con gli altri.

‘Rimanere’ è il verbo che esprime questo rapporto di conoscenza e intimità. ‘Rimanete in me’ è invito ripetuto: rinvia ad una familiarità di vita, alla condivisione di esperienza (Gv 6,56).

Gli stessi tralci non vivono da soli, distaccati gli uni dagli altri, ma insieme: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che implica accogliere e vivere come comunità in rapporti di relazionalità viva, di accoglienza reciproca: motivazione e forza dello stare insieme sta nella corrente di vita che da lui proviene. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

Alessandro Cortesi op

Preghiera per il 1 maggio

Signore ti preghiamo in questo primo maggio, festa dei lavoratori, festa di san Giuseppe lavoratore, che viviamo nel tempo della pandemia.

Tu Gesù nella tua vita terrena hai toccato la concretezza del lavoro umano. Nella casa di Nazareth hai respirato la quotidianità del lavoro, le sue gioie e la sua pesantezza, le sue preoccupazioni e la sua pena. I tuoi occhi hanno visto le mani dure dei pescatori, i volti bruciati dei seminatori, le braccia delle donne impastando il pane. Hai sperimentato il lavoro con le mani dell’artigiano, e hai conosciuto l’oppressione del lavoro sfruttato dai potenti.

Ora in questo tempo vogliamo innanzitutto dirti grazie per tutte le donne e gli uomini che, con il loro lavoro si sono presi cura degli altri. I medici, gli infermieri, addetti alle pulizie, allo smaltimento dei rifiuti negli ospedali e nei territori, gli operatori per la distribuzione dei beni essenziali, i commessi nei supermercati, gli insegnanti di ogni grado che hanno tenuto i contatti con i loro alunni in modi nuovi, i giornalisti, chi ha curato i servizi sociali e chi ha vissuto il proprio lavoro a distanza. Nei loro volti, nelle loro mani abbiamo visto un riflesso di te, Gesù, che ti sei preso cura delle persone che incontravi preoccupato della loro salute e della loro vita innanzitutto.

Ti vogliamo ricordare chi ha dovuto sospendere il proprio lavoro e in questo periodo prova angoscia per il rischio di perderlo. Ti ricordiamo tutti coloro che vivono un lavoro precario, il lavoro in nero. La nostra preghiera sia motivo di attenzione e responsabilità. Ti preghiamo per chi è disoccupato e vive condizioni lavorative in cui è violata la dignità. Ti ricordiamo i tanti stranieri uomini e donne che lavorano nei campi di raccolta della frutta e della verdura o nell’assistenza domestica degli anziani e sono ‘irregolari’. Suscita Signore iniziative di giustizia, di riconoscimento di diritti da parte di chi ha responsabilità politiche.

Ti ricordiamo tutte le persone, le famiglie e le comunità in cui in questo momento di pandemia si diffonde il timore per il futuro, l’ansia per poter portare il pane a casa, per il futuro dei figli, per sostenere gli anziani, i disabili e i più fragili.

In Siracide leggiamo: 31Tutti costoro confidano nelle proprie mani,
e ognuno è abile nel proprio mestiere.
32Senza di loro non si costruisce una città,
nessuno potrebbe soggiornarvi o circolarvi.
Ma essi non sono ricercati per il consiglio del popolo,
33nell’assemblea non hanno un posto speciale

Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto,
non compaiono tra gli autori di proverbi,
34ma essi consolidano la costruzione del mondo,
e il mestiere che fanno è la loro preghiera. (Sir 38)

Ti chiediamo di far tesoro di quanto abbiamo scoperto in questo periodo sul senso e il valore del nostro lavoro, sulla fatica del lavoro degli altri, sulla preziosità di chi fatica incontrando disprezzo e umiliazione, sulla sofferenza di chi è senza lavoro, di chi è lasciato a margini e di chi ha perso ogni speranza. 

Ti chiediamo di cambiare le menti e i cuori di coloro che possono orientare il sistema economico. Abbiamo appreso in questa crisi che la solidarietà è essenziale alla vita di tutti, che ogni lavoro è importante e ad ogni lavoratore e lavoratrice dovrebbe essere riconosciuto un reddito stabile che riconosca dignità all’operare insostituibile di ognuno.

Donaci di aprirci ai sentieri nuovi che il tuo Spirto suggerisce in questo tempo di dolore e di fatica, per costruire un mondo di giustizia, fraternità, sostenibilità ambientale, in cui l’operare delle mani, delle menti, dei cuori non sia per il profitto di pochi, ma per la condivisione e per la pace.

V domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Giobbe ricorda il dramma del male e del dolore che contesta ogni facile risposta ed ogni teologia che voglia tutto spiegare e far rientrare ogni radicale contraddizione del vivere in un semplice ragionamento consolatorio. Le sue parole pongono una inquietante domanda sulla condizione umana, la pesantezza della sofferenza e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Gesù non ha fuggito il contatto con le esperienze del male e del dolore. Marco nel suo vangelo insiste molto sulla vicinanza di Gesù a persone segnate da sofferenze di genere diverso: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Nell’arco della giornata di Gesù presentata nel primo capitolo si possono individuare tre scene: una in casa di Simone e di Andrea, la seconda dopo il tramonto davanti alla porta, la terza al mattino presto in un luogo deserto.

La prima scena presenta la guarigione della suocera di Simone presentata a letto con la febbre. Parlano di lei a Gesù. L’incontro con Gesù avviene nel tessuto quotidiano dei rapporti familiari. Marco offre quasi una veloce pennellata sull’agire di Gesù: si accosta e la rialza prendendola per mano e la febbre se ne va. La descrizione in poche parole, indice di un ricordo storico. Gesù non si atteggia a taumaturgo che opera in modo sorprendente. I suoi gesti sono semplici: si fa vicino, prende per mano, porta a rialzare. E d’altra parte questo gesto diventa un paradigma ed assume una valenza più profonda. In esso Marco suggerisce è lo svolgersi dell’incontro di ogni discepolo con Gesù. Ripete l’avverbio ‘subito’ dendo alla narrazione un senso di immediatezza. I verbi utilizzati non sono casuali: Gesù si accosta e la rialzò. Viene usato il verbo della risurrezione (‘rialzarsi’) e in questo gesto è indicato l’evento che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La potenza di vita di Gesù si comunica nel farsi vicino e nel prendere per mano chi è oppresso dal male. La scena si chiude così: ‘la febbre la lasciò ed ella li serviva’. Servire come continuità è indicazione di un nuovo orientamento della vita.  Servire è verbo chiave al cuore del cammino di Gesù: egli ai suoi dirà di essere venuto per servire e dare la sua vita per tutti (cfr. Mc 10,45). E’ il verbo che denota il cammino di discepoli e discepole che lo servivano (Mc 15,41). La suocera di Pietro diviene un esempio, all’inizio del vangelo di Marco, del cammino di ogni uomo e donna che incontra e segue Gesù: scopre di essere liberato dal male per mettersi a servire e continuare in questa via.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. Gesù si immerse nel contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male. E ‘non permetteva ai demoni di parlare’, chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di prodigi ed di risposte immediate ai propri bisogni. In tale silenzio sta l’indicazione dello stile di Gesù e di quanto chiede ai suoi: solamente sotto la croce un pagano, il centurione romano dirà ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e la rende luogo di un amore che solleva e rialza.  

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento di rapporto intimo, unico con il Padre, per accogliere la missione da Lui accolta: ‘per questo sono venuto’. La sua venuta proviene da un invio e ha radice in una relazione di affidamento. Benché tutti lo cerchino Gesù risponde: ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Il suo venire è per un annuncio oltre i confini che anche i suoi discepoli non riescono a comprendere.

Alessandro Cortesi op

Di fronte alla malattia

Le domande che provengono da chi vive in prima persona la malattia nel proprio corpo sono domande spesso inespresse, tante volte dissimulate o mascherate in forme di fuga. Affrontare le fatiche, le incertezze, le oscurità che presenta la malattia esige coraggio, capacità di lottare con le parole per dare un nome alla tempesta, alla confusione che si muove dentro, alla protesta e all’inaccettabile umanamente perché va oltre le proprie forze. Fino ai pensieri inesprimibili. Il libro di Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno (Einaudi 2021) è un’opera di coraggio e franchezza. Dà voce al percorso interiore di una donna che improvvisamente scopre una insidiosa malattia che si annida nel suo corpo e reca in sè consapevolezza di non poter attendere guarigione. E’ espressione di pensieri che accettano la sfida di confrontarsi con l’incertezza di un tempo da vivere in modo nuovo, nella compagnia di una patologia cronica che determina una nuova percezione di tutto dentro e attorno a sé. E’ una confessione condivisa e aperta in un tempo in cui si aprono nuove domande sul senso della cura e di come la medicina risponde alla domanda dei malati. E’ apertura sulle inquietudini che popolano le notti insonni di chi vive l’esperienza della malattia ed è anche un appello a scorgere la profondità degli interrogativi nella sofferenza dei malati, a pensare il senso della vita.

“Il Dottore ha detto la malattia è stata una bufera, in quella stanza, una stanza di isolamento esposta all’aria pungente di montagna, una tormenta che si abbatte di colpo, scoperchia i tetti, spalanca porte e finestre, smucchia tutto. Così ha detto: smucchia. Tra la lingua medica e la mia ha scelto una parola che non esiste. Ha ragione lui, la malattia ha fatto così, ha smucchiato. ora nella stanza tutto è fuori posto, i cassetti sono stati rovesciati: i ricordi, le abitudini, l’ordinario e lo straordinario, il superfluo e l’indispensabile, i progetti, la vita futura e quella passata, tutto è a terra. Non c’è più nessuno, quelli che la abitavano prima sono andati via e, del prima, tutto è diventato proiezione. Anche io sono una proiezione, per loro che mi guardano ormai da lontano. Anche lei, la Francesca di prima, mi guarda da lontano. Ho la sensazione che aspetti qualcosa, forse un invito. Vorrei che in quella stanza si incontrassero la non malata e la compromessa, quella di prima e la danneggiata, e inventassero una lingua nuova per tenere insieme i pezzi. Scrivo per questo, credo. Dottore, scrivo per questo, secondo lei? Per tenere insieme i pezzi? Il Dottore mi ha ricordato che la parola diagnosi in greco significa ‘riconoscere attraverso’. E penso sia questo il patto con la stanza vuota e smucchiata: non posso guarire ma posso ri-conoscermi attraverso l’esperienza della malattia. Non posso abitare quella stanza come prima, ma posso mettere ordine nei pezzi che la bufera ha sbalzato a terra. Non posso spostare l’asse del tempo e riportarlo indietro, ma posso provare a non essere schiacciata dal passato e dal futuro” (pp.90-91).

Tali domande sono vicine alla protesta di Giobbe quale grido sospeso di fronte alla ‘stanza smucchiata’, dove tutto è fuori posto e dove sono posti in discussione il bene e la speranza, il desiderio di vita e l’apertura al futuro, la tensione alla felicità e il senso delle relazioni.

Nei vangeli l’insistenza sugli incontri di Gesù con i malati non nasconde questo dramma e non è facile soluzione nel meraviglioso del miracolo: la domanda e il grido che sgorga dall’esperienza del male che affligge i corpi e i cuori non trova facili risposte. Chiede solamente affidamento. Prendere per mano, farsi incontro, prendersi cura nello stare accanto, non con la commiserazione paternalistica o delle parole false, ma nel silenzio del soffrire insieme, rialzare come gesto di cingere l’altro per sollevare da ogni peso che trascina nel buio. In quei gesti di Gesù sta la possibilità dell’impossibile. Nei suoi gesti di riconoscimento e accoglienza di chi soffre, nel suo porre ogni energia per lottare e vincere il male che toglie respiro alla vita, apre alla possibilità di un presente non schiacciato dal passato o dal futuro, che trova fessura di luce in una relazione che non viene meno e nella gratuità di chi non abbandona.

Alessandro Cortesi op

In preparazione alla giornata mondiale del migrante e del rifugiato

Domenica 27 settembre è la giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Su proposta della Fondazione Migrantes un gruppo ecumenico ha preparato per questa giornata una serie di sussidi (per adulti, per giovani, per famiglie e bambini) da utilizzare per momenti di riflessione e preghiera nei gruppi e nelle famiglie, in incontri e nelle case.

I sussidi sono scaricabili a questo indirizzo: https://www.migrantes.it/gmmr2020
dove sarà disponibile anche altro materiale di approfondimento.

In questi giorni si sta consumando un altro dramma dei migranti a Lesbo a seguito dell’incendio nel campo di Moria che ha coinvolto tredicimila persone che ora non hanno più né riparo né sostegno.

Si sta diffondendo l’appello ad un’Europa distratta per il trasferimento e la distribuzione in Europa dei rifugiati che non chiedono un altro campo di detenzione ma chiedono libertà.

In Italia giunge notizia che a Trieste 30 cittadini stranieri sono stati costretti a dormire a bordo di un pullmann per la quarantena Covid per una settimana subendo quindi trattamenti degradanti e disumani.

Riflettere e pregare nella Giornata del migrante può essere occasione anche per opporsi a tutti coloro che isitigano alla paura e all’odio verso gli stranieri e fanno della questione delle migrazioni migranti un motivo di campagna elettorale. Alla semina dell’odio è quanto mai urgente reagire con silenzi di accoglienza, azioni di solidarietà e parole di compassione. (ac)

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 22

img_7722Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Giorno 22 – 6 aprile 2020 – preghiera

Un sostare nei giorni dell’epidemia 1-4

In questi giorni in cui siamo invitati a rimanere a casa per evitare il contagio dell’epidemia può essere di aiuto – per chi lo desidera – una traccia per vivere un momento molto semplice di preghiera e riflessione quotidiana proprio nelle case.

E’ forse questo tempo un’occasione per riscoprire la responsabilità di tutto il popolo di Dio a coltivare la vita di fede, a vivere la dimensione domestica della comunità in modo ordinario. Propongo per ogni giorno un breve schema con letture con una parola chiave ogni giorno, una parola che desidera essere invito a leggere quanto stiamo vivendo in questi giorni difficili alla luce del vangelo. (ac)

Cliccando sul giorno si apre un file

Primo giorno – Fragilità 12.03.20

Secondo giorno – Silenzio 13.03.20

Terzo Giorno – Dimenticati 14.03.20

Domenica 15.03.20 – vedi proposta celebrazione domestica III domenica Quaresima

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Quarto giorno – Comunità 16.03.20

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XXX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5938Sir 35,12-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

La preghiera è atteggiamento di chi si scopre povero e si apre a stare sotto lo sguardo di Dio sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. In Dio nutre fiducia e attesa perché Egli ‘ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano’.

“Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. Luca presenta un insegnamento di Gesù che riguarda la contrapposizione di due modi di pregare, una falsa preghiera e per contro lo stare davanti a Dio in autenticità.

La chiave di lettura di questa pagina è la critica a chi ritiene di essere giusto. Il fariseo e il pubblicano, l’esattore delle tasse, sono presentati in un comune movimento che li accomuna: entrambi si recano al tempio, tutti e due sono ritratti in un momento della preghiera, ma vivono la stessa esperienza due atteggiamenti profondamente diversi.

La preghiera del fariseo è espressione di una tensione religiosa preoccupata dell’osservanza della legge – e tutto questo è buono, positivo, importante: per Israele infatti la legge è cammino di vita è via per accogliere l’incontro con Dio. Ma il fariseo vive questo ripiegato su di sé, in una ricerca di perfezione individualistica e senza compassione. La osservanza scrupolosa nell’ambito della vita ordinaria è centrata sul suo io. Così la sua preghiera esprime la vita di quell’uomo religioso attento a compiere le pratiche rituali, scrupoloso nel praticare il digiuno, puntuale nel pagare le tasse. La sua vita è condotta secondo prospettive di rettitudine: è una vita buona e impegnata. La sua preghiera tuttavia rivela un atteggiamento di fondo che lo rende chiuso all’incontro con Dio perché presenta a Lui solo i suoi buoni comportamenti come suo possesso e come sua affermazione: a Dio non chiede nulla, presenta solo la sua giustizia. Parla con Dio ma si presenta come un padrone tutto preoccupato del proprio io. La sua preghiera è quella di un ricco che offre a Dio le sue ricchezze, ciò che ha accumulato per avere ricompensa. E’ in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un ricercare il volto di Dio stesso. Inoltre nella sua vita, pur impegnata, c’è senso di superiorità e disprezzo nei confronti degli altri ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’.

La sua tensione morale risulta vanificata dalla freddezza nel suo cuore, dall’assenza di un umile affidamento, dal mancare nel riconoscere il proprio limite.

La figura del pubblicano, l’esattore delle tasse, è posta a contrasto. La sua non è una vita irreprensibile ma è segnata dal peccato: esercitava un mestiere mal visto, a servizio della potenza occupante romana nella Palestina del tempo, visto come persona da evitare perché sfruttatore dei poveri. Non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto e per questo rimane in fondo. La sua preghiera si risolve in una semplice invocazione: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. E’ una sorta di grido e di supplica in cui si riconosce nella condizione di peccato. Non elenca inutili giustificazioni del suo comportamento. Vive un affidamento in verità. In queste poche parole sta ciò che Gesù chiede ai suoi: mettersi in verità di fronte a Lui non ricchi della propria autosufficienza, ma affidando a Lui la propria povertà. Il pubblicano è sincero nel suo rivolgersi senza difese e ponendosi nelle mani di Dio e a lui affidando tutto.

La sua vita è segnata dalla consapevolezza del peccato, dal senso di non farcela con le sole sue forze. Non parla di sé a Dio, ma riconosce la possibilità che la presenza di Dio nella sua vita lo cambi. Riceve il perdono di Dio, accoglie la sua misericordia perché non è prigioniero del suo io, non è ripiegato su di sé. Non è migliore del fariseo, né più umile, ma affida a Dio la sua scontentezza per la sua situazione, il desiderio di cambiare: riconosce il primato di Dio nella sua vita. Affida a Dio il peso che aveva nel cuore nella consapevolezza del suo essere peccatore.

“Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”. La preghiera è esperienza di gratuità e di salvezza che viene da Dio e per questo anche nella liturgia nel invocazioni all’inizio , dicendo Signore pietà, e alla fine ‘Agnello di Dio… abbi pietà noi’, riprendono questa semplice preghiera e richiamano all’umiltà quale condizione umana davanti a Dio.

Alessandro Cortesi op

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Autenticità

E’ uscito in questi giorni un libro di un noto giornalista italiano, Mario Calabresi, che è stato direttore di grandi testate come La Stampa (dal 2009 al 2015) e La Repubblica dal 2016 a febbraio 2019. Il suo libro ha un tratto particolare: unisce un puntuale riferimento autobiografico, ad un momento particolare della sua vita, con il rinvio all’esperienza di molti, possibile per tutti, quando ci si trova di fronte, in modo inatteso ad un evento che cambia l’esistenza, che può in qualche modo chiuderla, renderla buia, triste, ripiegata, rancorosa, inutile.

Per Calabresi questo momento è stato una mattina di febbraio quando convocato del gruppo proprietario de La Repubblica, gli è stato comunicato che era finito il suo incarico di direttore. La sua agenda era zeppa di appuntamenti e progetti, i suoi pensieri erano tutti proiettati nella progettazione di piani e impegni per la redazione. Uscito dalla riunione, senza concordare un comunicato diplomatico in cui sarebbe risultato che la sua dimissione risultava da un accordo tra le parti, in un breve tweet comunicò la decisione degli editori e la fine del suo incarico di direttore.

“Quando sono uscito da Repubblica la diplomazia avrebbe voluto che concordassi un comunicato congiunto in cui si diceva che eravamo d’accordo su tutto e che passavo a un altro incarico. Ma non sarei stato in grado di mantenere quella versione, e ho detto la verità. Quando prendi questa strada, sei senza ritorno”.

Improvvisamente si trovò davanti una pagina bianca della sua vita con il rischio di rimanere travolto dal senso di delusione, di vuoto e di rassegnazione. Una pagina d ascrivere con caratteri nuovi e con sulle spalle il peso del rifiuto e del giudizio negativo. Come un pugile che inaspettatamente subisce un ko. Ma per lui il mattino dopo ha inaugurato un nuovo tempo: scrivere questo libro, com’egli confessa è stata la terapia per superare un momento di insuccesso, di fallimento, per risalire da una situazione presentatasi come ingiustizia e motivo di abbattimento e delusione.

La mattina dopo è stato inizio di un cammino: “Ho avuto una decina di giorni per prepararmi. Mi sono detto: Mario, stai attento. Senza lavoro, può essere un disastro. Ti alzerai e penserai di dover andare in ufficio, allora ti trascinerai a comprare i giornali. E poi a fare la spesa alle 11 del mattino insieme ai pensionati. Devi trovarti delle cose da fare che abbiano un senso, altrimenti finisci per naufragare (…) la mattina dopo è quando si rompe il tuo equilibrio e ognuno ha la sua. Uno perde il lavoro, uno va in pensione, uno perde una persona cara. La dimensione del dolore può essere differente, ma non ci può essere una scala” (dall’intervista a Elle a cura di Federica Furino).

Si è così messo a camminare non solo in passeggiate quotidiane, ma anche interiormente: “Mi sono messo a camminare. Un’ora e mezza tutti i giorni, senza telefono e senza musica nelle orecchie. Camminando vedo le cose con lentezza e mi rimetto in comunicazione con me stesso”.

‘La mattina dopo’ è un libro che parla di tanti pezzi di vita che possono essere rimessi insieme, come un vaso rotto, che non potrà tornare quello di prima ma da cui può sorgere un nuovo mosaico. Così le tante storie, le tante mattine, le più diverse di chi, trovandosi in una situazione inattesa e dolorosa ha deciso di tenere la schiena diritta e di affrontare ancora la vita dicendo dei sì, non lascianodsi piegare dai no, non lasciandosi vincere dalla pesantezza del dolore e della disperazione. In fondo una scelta di affidamento alla forza della vita, un distacco dal proprio io per aprirsi al rifuggire dal fariseismo di chi tutto nasconde e dissimula per scegliere invece la pericolosa via di una autenticità sofferta, ma che sola può rendere capaci di vivere veramente.

Alessandro Cortesi op

 

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