la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “presepe”

IV domenica di Avvento – anno A – 2019

santa famiglia autore Jean Pierre Augier(Santa famiglia – Jean Pierre Augier)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Isaia, sacerdote appartenente all’aristocrazia di Gerusalemme, narra di un’esperienza profonda avuta nello svolgere il suo servizio nel tempio: una chiamata a divenire profeta. La data era attorno al 740 a.C. a Gerusalemme. Isaia descrive questa chiamata come una visione: il presentarsi di un angelo che accostò alle sue labbra un carbone ardente preso dall’altare dei sacrifici: le sue labbra così purificate sono luogo di un annuncio della parola del Signore. Isaia percepì questa chiamata e rispose: ‘Eccomi manda me’.

Da quel momento visse l’invio ad affrontare con la forza della parola profetica il potere del tempo, in particolare il re Acaz d’Israele. Isaia annuncia la futura nascita di un ‘Emmanuele’ (nome che significa ‘Dio in noi’), un re giusto, erede di Davide, che si comporterà in modo ben diverso dai re infedeli, come Acaz alla ricerca di sicurezze e appoggi umani. La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Il ‘resto d’Israele’, il piccolo gruppo che continuerà la storia del popolo dell’alleanza troverà la sua stabilità non inseguendo progetti di dominio o alleandosi con gli imperi militari, ma scoprirà il senso della sua esistenza nella fede appoggiandosi sul Dio liberatore: “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

La figura di un Emmanuele storicamente è da identificare nel figlio di Acaz, Ezechia, che sarà un re fedele a Dio. Ma Isaia parla dell’ Emmanuele con parole così ricche di speranza (cfr. Is 11,1-16) da far intravedere in questa figura l’intervento di Dio stesso che stabilisce il regno del messia (l’unto, il consacrato da Dio) come situazione nuova di pace, in un tempo ultimo con caratteri di definitività, senza fine: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). L’attesa di un futuro re, che come germoglio spunterà dalla discendenza di Davide e sarà luce delle genti percorre il Primo Testamento (Gen 49,10; Num 24,17). Un altro profeta Michea rileggendo Isaia e vede l’ideale del messia collegato alla figura di un re unico alla fine dei tempi:

“E tu Betlemme di Efrata così piccola … da te mi uscirà colui che deve regnare in Israele; le sue origini sono dall’inizio del tempo, dai giorni più remoti” (Mi 5,1)

Isaia quindi indica in questo bambino un segno, ed in esso il rinvio ad una speranza oltre i confini del tempo: è segno di un disegno di salvezza di Dio nella storia.

Il vangelo di Matteo conosce bene questa tradizione. Presenta Gesù come compimento di quelle promesse descritte da Isaia. Le origini di Gesù sono narrate riprendendo gli schemi degli annunci di nascita nel Primo testamento (ad esempio la nascita di Sansone in Gdc 13,1-24): la presenza di un angelo, la chiamata per nome, l’indicazione di una difficoltà da superare, il rinvio ad un segno e alcuni tratti del bambino che nascerà.

L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato da Matteo per inserire Gesù nella discendenza di Davide: Giuseppe stesso è chiamato ‘figlio di Davide’ e gli è attribuito il compito di dargli un nome, ‘tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’. La storia della salvezza è segnata dalla gratuità degli interventi di Dio, dall’opera dello Spirito Santo sin dal momento del concepimento di Gesù. A Giuseppe, uomo ‘giusto’ è richiesta la disponibilità ad accogliere l’invito a ‘non temere’ e lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. ‘Giusto’ significa ‘fedele’: Giuseppe vive una duplice fedeltà: a Maria a cui è legato, e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede ad un progetto che viene da Dio e che lo coinvolge nella responsabilità.

Maria è presentata da Matteo con il rinvio alla ‘giovane donna’ del testo di Isaia: ella accoglie la chiamata di Dio sulla sua vita. E’ un’indicazione di disponibilità nel rispondere all’azione di Dio. Il suo cuore è spazio aperto e disponibile al progetto di Dio che umanamente appare impossibile.

Giuseppe è presentato come ‘uomo giusto’, cioè fedele. Nel sogno riceve una chiamata di Dio: il sogno è spazio creativo dell’agire di Dio. Così nel sonno di Adamo Dio creatore aveva operato e nel sogno dei magi Dio si manifesta vicino e provvidente. Giuseppe è esempio del credente. Non gli è tolta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. L’invito a ‘non temere’ è motivo per rendersi disponibile di fronte a Dio nel prendersi cura di chi Dio gli affida.

Giuseppe è così chiamato a dare il nome a Gesù, un nome che significa ‘il Signore salva’. La salvezza ha un nome, è dono. La presenza di Gesù nella vita e nella storia ha manifestato questo sogn di Dio nei suoi gesti e nelle sue parole . A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così testimone del disegno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Banksy babbo Natale(Banksy, murale – Birmingham – ved. il video)

Presepe e presepi

Papa Francesco ha compiuto una breve visita a Greccio il 1 dicembre u.s. In quel luogo ha richiamato alla semplicità, al silenzio, alla preghiera e alla presenza nascosta dell’Emmanuele, Dio con noi, nella storia:

“Davanti al presepe scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera. Il silenzio, per contemplare la bellezza del volto di Gesù bambino, il Figlio di Dio nato nella povertà di una stalla. La preghiera, per esprimere il “grazie” stupito dinanzi a questo immenso dono d’amore che ci viene fatto.

In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”.

Isabelle de Gaulmyn in un’articolo in “La Croix” del 15 dicembre 2019 (di cui riprendo la traduzione italiana dal sito http://www.finesettimana.org) proprio a proposito del presepe presenta una riflessione in rapporto alla situazione francese. Ricorda il significato profondo della scelta di Francesco, nel lontano 1223, di predisporre un presepe nello sconosciuto paese di Greccio tra le asperità del monte Lacerone. Da qui emerge una sfida a vivere lo sguardo a questo segno del presepe, alla memoria della natività di un bambino, come occasione di rinvio a quel ‘qui e ora’ della nostra vita in cui siamo anche noi chiamati a riconoscere una presenza nascosta del Dio vicino che continua a farsi incontro nei volti di quanti sono tenuti ai margini e dimenticati nelle nostre società:

“In questo periodo d’Avvento, difficile evitare i sinistri villaggi/mercatini di Natale. Non c’è città di Francia che sfugga a questo contagio. A parte, evidentemente, Strasburgo, dove la forza della tradizione conferisce loro una certa dignità, siamo condannati ad errare nei centri storici delle città tra casette di legno che imitano baite montane (ma che rapporto ci può essere con la nascita di un uomo avvenuta in Medio Oriente duemila anni fa?), guardando stancamente la distesa di cianfrusaglie inutili made in China, e mangiando la nostra mela caramellata tutta rossa. Per non parlare della musica, un “Vive le vent” (ndr.: canto sulle note di “Gingle bells”) ripetuto fino allo sfinimento, poiché ci si guarda bene dal mettere qualche cantico della Natività. Ben presto, nella folla compatta, l’odore di vin brulé e di cannella diventa insopportabile, a meno di berne abbastanza per dimenticare: dimenticare il Natale del nostro secolo, con i brillantini, gli abeti addobbati e la musica sdolcinata, ma senza la stella e il presepe. Dimenticare questo Natale senza Natale… Strappandomi a fatica da uno di questi mercatini di una grande città della Francia occidentale, pensavo con un briciolo di nostalgia a Greccio, quel villaggio sulla roccia, in una grotta sulle pendici dei monti Sabini che dominano la pianura di Rieti. Qui, secondo la tradizione, Francesco d’Assisi, nel 1223, ha “inventato” il primo presepe, la prima “stalla di Natale”. L’idea allora era quella di scoraggiare i pellegrini che sfidavano l’inverno per avventurarsi fino a Betlemme. Spiegare loro che potevano celebrare benissimo la venuta di Cristo anche sul monte Lacerone. Come ha fatto notare papa Francesco la settimana scorsa, quel gesto del santo di Assisi in un piccolo e povero villaggio di montagna, isolato e battuto dai venti, aveva qualcosa di terribilmente profetico. Era un modo per far sentire a tutta la popolazione che essa stessa era “coinvolta nella storia della salvezza, contemporanea dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali” (Lettera apostolica Admirabile signum. Il significato e il valore del presepio, 1° dicembre 2019). Non c’è bisogno di andare fino a Betlemme, è qui ed ora che questa cosa avviene! Come ha scritto in un bellissimo testo il filosofo ateo Alain, “davanti al bambino, non ci sono dubbi. Guardate il bambino. Quella debolezza è Dio. Quell’essere, che smetterebbe di esistere senza le nostre cure, è Dio” Les Dieux, di Alain (Emile-Auguste Chartier), Gallimard, 1985). Dove lo troviamo, il bambino, in quei falsi “villaggi di Natale”? Data l’imperversante laicità, si è ben lungi dall’idea di mettere un presepe tra le finte baite. Sicuramente, il bambino e il presepe bisogna andare a cercarli altrove. In quell’ospedale parigino, ad esempio, che la settimana scorsa, per mancanza di spazio, ha dovuto rifiutare una decina di giovani madri senzatetto che erano andate a rifugiarvisi con i loro bambini. E nelle maternità delle nostre grandi città, sopraffatte dalla quantità di donne che hanno partorito e che dormono nei corridoi. Nelle nostre strade, molto semplicemente, dove nascono sempre più  bambini: quest’anno sono già 146, e le associazioni caritative si trovano a dover distribuire culle portatili. Sono presepi poco estetici, bambini con nasi gocciolanti. madri esauste, sporcizia, puzza, freddo. Sono presepi che non fanno venire voglia di fermarsi, di ammirare, e neppure di commuoversi. Si vorrebbe piuttosto guardare da un’altra parte, imbarazzati.

Quei presepi sono scandalosi. Testimoniano con violenza la miseria e l’esclusione. Ci parlano di mancanza, capovolgono le nostre prospettive, ci ricordano i più poveri, i dimenticati. Quei presepi sono terribili, ma veri: a modo loro, anch’essi ci dicono che siamo implicati nella storia della salvezza. Qui ed ora”.

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

DSCN1745

Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

image002

Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

Navigazione articolo