la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_3912Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

“Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere”. Geremia offre uno squarcio sulla sua vicenda personale segnata da una chiamata a farsi profeta uomo della Parola. La pagina è un testo di confessione: la parola uscita dalle labbra di Jahwè si è posata sulle sue labbra inviandolo ad una missione profetica.

L’invio accolto l’ha condotto a vivere situazioni inattese, a subire prove e difficoltà oltre le sue forze. La sua vita è così passata da una condizione di tranquillità al dover affrontare opposizioni e violenza. Annunciare la parola del Signore l’ha condotto a vivere conflitto e crisi. E tutto questo gli ha generato il pensiero di abbandonare tutto, di lasciare ogni impegno. Ciononostante avverte nel cuore un fuoco ardente, quello della Parola. Di fronte a minacce e oppressione matura la consapevolezza che Dio rimane al suo fianco, lo difenderà e i nemici non potranno prevalere.

Geremia sa che il Signore scruta il cuore e la mente: a lui ha affidato la sua vita. Dalla paura e dal senso di impotenza passa alla fiducia e invita anche altri a questa scoperta del volto di Dio che libera: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Le parole sincere rivolte a Dio non nascondono la crisi ed anche il movimento di rivolta, ma si fanno invocazione: la sua vita è legata al filo di questo rapporto, è segno vivente di questo incontro.

“Un uccello non cade a terra senza il volere del cielo, tanto meno l’uomo” (Talmud Shebit 9,38d). Questo diceva la sapienza ebraica. Gesù forse aveva presente tale riferimento. Dio è per lui presenza che si prende cura della sorte dei passeri e conta i capelli del capo. Nel suo vangelo Matteo raccoglie le parole di Gesù nel discorso ‘missionario’ e al centro pone un invito alla fiducia e all’abbandono. I passeri sono tra i più piccoli uccelli ed erano venduti per uno spicciolo. Gesù parla del Padre capace di sguardo alle piccole cose, insignificanti agli occhi dei più, a ciò che non conta. E’ il Dio della cura e dell’attenzione. Il suo sguardo si lascia afferrare dalla vita.

Invita i suoi a non avere paura delle difficoltà, ma mette in guardia difronte a tutto ciò che fa inaridire la vita e le toglie questa fiducia: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo ma non hanno il potere di far perire l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna… voi valete più di molti passeri”

La fiducia profonda e serena in Dio vicino non sottrae i discepoli alla fatica della testimonianza nel quotidiano. Nel momento della prova il discepolo dovrà ricordare la testimonianza stessa di Cristo. Gesù non propone ai suoi una affermazione sul piano umano o un futuro di gratificazioni: il cammino da lui percorso sarà anche quello dei discepoli: quello del servizio, del dono.

L’invito a ‘non temere’ ha unica ragione nella cura del Padre e nella comunione con Cristo nel momento della prova. La vita del cristiano sta ‘davanti al Padre mio che è nei cieli’. L’atteggiamento fondamentale del discepolo per Matteo è la fiducia semplice nel Padre che ha cura e conosce i capelli del nostro capo. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

papa-a-barbiana-2017-2Profeti e fedeltà

Nell’ultimo giorno di primavera di quest’anno Papa Francesco si è recato in visita alle tombe di don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967) due figure di preti che hanno segnato la vicenda della chiesa e della società in Italia. Ricorre infatti in questi giorni il cinquantesimo della morte di don Milani.

Don Mazzolari e don Milani sono due profili molto diversi, per formazione, sensibilità e cultura. Vissero in stagioni diverse, don Mazzolari cappellano militare durante la prima guerra mondiale, matura il senso di opposizione alla guerra, fonda le sue scelte su di una radicale adesione al vangelo, condivide le scelte e gli ideali della Resistenza e per questo deve vivere per un certo tempo come clandestino. Fu parroco di Bozzolo nel mantovano negli anni 30-50 fino alla morte nel 1959. Denunciava una chiesa prona al compromesso con i poteri politici e fu emarginato e contrastato dalle gerarchie per le sue critiche ad una chiesa attratta dalle logiche del potere e dell’affermazione mondana.

Don Milani entrato in seminario dopo un percorso di conversione visse la sua esperienza pastorale negli anni ’40 e 50 come cappellano di San Donato a Calenzano, anni in cui maturò quanto nel 1957 espresse in Esperienze pastorali: questo testo presentava una lucida critica a forme di religiosità superficiali pur portate avanti e favorite dal clero in modo acritico. Le sue posizioni suscitarono la reazione della Curia di Firenze. Fu per questo osteggiato ed esiliato, inviato come priore a Barbiana presso Vicchio, una piccola parrocchia sulle colline del Mugello con poche decine di persone residenti e in condizioni ardue di vita. Lì rimase fino alla morte dando vita ad un’esperienza di scuola intesa come luogo di formazione critica per dare voce ai poveri che rimanevano esclusi. A Barbiana maturò l’esperienza di scrittura collettiva di Lettera ad una professoressa.

Fra Mazzolari e Milani ci fu conoscenza attestata da uno scambio di lettere tra il 1949 e il 1958: “l’assunzione radicale del messaggio evangelico nella propria esperienza personale e pastorale; la forte percezione dell’urgenza dell’azione cristiana, un’azione da incarnare nella storia rifuggendo le visioni astratte e spiritualistiche; la volontà di offrire la parola ai poveri, declinata come giustizia in entrambi, con attenzione speciale alla cultura in Milani; la forte critica ad atteggiamenti e impostazioni ecclesiali e politiche considerate sorde alle esigenze degli ultimi”. Così Mariangela Maraviglia ricorda alcuni aspetti comuni che legano questi due preti (M.Maraviglia, Il messaggio evangelico in tutto e per tutto. Quel sentire comune tra Milani e Mazzolari, “Impegno” 2017, 13-22).

Un anno fa papa Francesco ha citato Mazzolari osservando quale tratto della sua vita la vicinanza ai poveri: “Don Primo Mazzolari … era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». E a Bozzolo nella sua visita del 20 giugno ha detto: ”Don Mazzolari non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente… Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari scriveva: “Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra”.

A Bozzolo nel suo discorso Francesco ha detto: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto”.

Anche in don Milani è chiara una linea di opposizione alla guerra che si espresse nella Lettera ai cappellani militari scritta durante la sua malattia e che gli causò l’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza al servizio militare. Vi esprimeva la convinzione dell’inutilità e dell’ingiustizia delle guerre, cogliendo la differenza con quella che era stata la resistenza.

Don Milani ebbe una particolare attenzione alla parola, all’impegno nel dare voce ai poveri privati della parola. E’ quanto Francesco ha ricordato nel suo discorso dopo aver visitato la stanza della scuola con il grande tavlo al centro dove campeggia la scritta ‘I care’  dove si svolgevano le quotidiane attività della scuola: «Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

E così Francesco ha motivato il suo pellegrinaggio alla tomba di questo prete scomodo: “Vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”.

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L’educazione fu per don Milani come un ottavo sacramento, come ricorda in un bel libro Adele Corradi (Non so se don Lorenzo, ed. Feltrinelli) che collaborò con coinvolgimento profondo all’esperienza della scuola di Barbiana a partire dal 1963. Il suo scritto riporta una serie di impressioni e ricordi che accompagnano a scorgere tratti della personalità di don Lorenzo e la quotidianità dell’atmosfera di Barbiana, segnata dalla passione educativa e dall’attenzione ai bambini protagonisti della scuola che in lei generò apertura e cambiamento: “Prima di conoscere la scuola di Barbiana ero identica alla professoressa contro la quale si è scagliato: un’insegnante vecchio stampo… Ho scoperto che Barbiana era la scuola di cui avevo bisogno, la scuola come avrebbe dovuto essere, la scuola del futuro”.

Mazzolari e Milani, accomunati dalla attenzione ai poveri e dall’opposizione alla guerra. Due figure di profeti che hanno subito ostilità ed emarginazione nella società e nella chiesa, e che nella prova hanno vissuto quella fedeltà basata nel radicamento sul vangelo e sulla fiducia che il Signore rimane fedele.

“La visita del Papa, insieme, a Bozzolo e a Barbiana, in due periferie antiche (di campagna e di montagna) della provincia italiana, assume evidentemente un carattere forte e quasi programmatico: è la sanzione di una linea spirituale e pastorale italiana (che si può far risalire a Rosmini, a Manzoni, a Tommaseo e che giunge a Roncalli e a Montini), minoritaria ma sempre salda nella fede e radicata nella carità, ed è, pure, un’indicazione precisa e vivida, non incerta e non sbiadita, per i vescovi italiani”. (Fulvio De Giorgi, L’impaziente pazienza di don Lorenzo e don Primo)

Il gesto di Francesco di fare memoria della loro esistenza e ricordare oggi la loro eredità nella fedeltà al vangelo, nella vicinanza ai poveri e nella lucida opposizione alla guerra è segno importante che indica una direzione per il futuro, racchiusa nella preghiera di don Mazzolari ripresa al termine della visita:

“Sei venuto per tutti: per coloro che credono e per coloro che dicono di non credere. Gli uni e gli altri, a volte questi più di quelli, lavorano, soffrono, sperano perché il mondo vada un po’ meglio. O Cristo, sei nato ‘fuori della casa’ e sei morto ‘fuori della città’, per essere in modo ancor più visibile il crocevia e il punto d’incontro. Nessuno è fuori della salvezza, o Signore, perché nessuno è fuori del tuo amore, che non si sgomenta né si raccorcia per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti”.

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

V domenica tempo ordinario – anno C – 2016

Pesca+Milagrosa_.jpgIs 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il tema della chiamata è filo rosso delle letture. La narrazione della vocazione, di Isaia avviene nel tempio, luogo sacro, in un’atmosfera solenne, avvolta dal fumo degli incensi e da suoni di voci che inneggiano al ‘Santo’. Isaia avverte la sua piccolezza a contrasto con la magnificenza del luogo e delle sue liturgie. Percepisce le voci di un inno al Dio, unico Santo e alla sua gloria.

Toccato dalla manifestazione della santità di Dio, si sente schiacciato dal suo ‘peso’ (gloria) percepisce la sua fragilità. Si scopre uomo ‘dalle labbra impure’, che non può accostare il Santo. Irrompe un gesto simbolico, quasi un rito, ad opera di uno dei serafini: un carbone ardente preso con le molle dall’altare, gli viene posto sulle labbra. E’ fuoco di una parola che dovrà portare. La Parola del Dio potente e santo discende, si consegna e brucia le labbra impure che ne escono trasformate.

‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ ‘Eccomi manda me’. La risposta esprime una scoperta e consapevolezza nuova: è la risposta del profeta, che interpellato avverte la chiamata come una domanda che lo coinvolge. E’ chiamato a portare una parola non sua che l’ha bruciato dentro. La sua carne recherà quella cicatrice, segno di una ferita indelebile. La presenza di Dio chiede coinvolgimento e testimonianza: le labbra del profeta divengono memoria della Parola altra di Dio santo e della sua vicinanza che prende e trasforma.

Anche Luca narra una chiamata. L’ambiente è diverso: le rive del lago di Genesaret. Si può scorgere in questo racconto la memoria dell’incontro con Gesù dopo la risurrezione, riportato ad un momento della sua vita. Centro della pagina non è un miracolo di una grande pesca atto a suscitare il senso del meraviglioso, ma le parole e i gesti di Gesù che aprono a cogliere il significato del seguirlo.

Nel momento in cui Gesù termina di insegnare invita Simone. ‘Prendi il largo e calate le reti per la pesca’… Il suo insegnare si conclude con la richiesta di un’apertura, di una fiducia nuova: ‘prendere il largo’. Di fronte al fallimento Gesù solamente suggerisce nuovi orizzonti, al largo, e apre fiducia sulla sua parola: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso niente, ma sulla tua parola getterò le reti”. Una notte senza pesca, un fallimento si ribalta in una sorpresa per una pesca senza paragoni: “e avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”.

In un’immagine è presentata l’esperienza della comunità che si avverte svuotata dopo la fatica: il fallimento, la tristezza, la delusione, l’invito a ‘prendere il largo’, la sorpresa per qualcosa di totalmente nuovo. Irrompe un’abbondanza spropositata, inattesa e sconvolgente. Le reti stesse si rompono. L’apertura dell’incontro va oltre i mezzi, le reti utilizzate.

Pietro a questo punto riconosce in tale abbondanza la forza della parola: ha gettato le reti fidandosi di quella parola. La desolazione si trasforma in gioia, ma anche suscita in lui il senso del suo limite, la consapevolezza di indegnità. Si scopre peccatore, capace di indifferenza e di tradimento. ‘Signore, allontanati da me che sono un peccatore’. E’ la reazione dell’uomo religioso, che avverte impotenza e timore e vuol tenersi lontano, nella condizione del terrore davanti al sacro divino.

Come il carbone ardente sulle labbra di Isaia, ora la parola di Gesù rende Pietro un uomo nuovo. Da uomo ‘religioso’ è chiamato a diventare un credente, capace di affidarsi alla sola bontà di Dio. Non per la sua grandezza o purità, ma per puro dono di un amore gratuitamente ricevuto. La parola di Gesù è ‘non temere’. E’ un’eco dell’annuncio alle donne al sepolcro il mattino di Pasqua: ‘non abbiate paura’.

L’incontro con Gesù viene così descritto come superamento di ogni paura, liberazione dal peso di ogni indegnità. Pietro sarà così ‘uno di coloro che erano con Gesù’. Gli verrà ricordato da una delle serve nel cortile del sommo sacerdote (Lc 23,56ss.) proprio nel momento in cui Gesù stava subendo il processo. Pietro scoprirà nella sua vita di essere e rimanere uno dei suoi, e proprio nel momento più drammatico quando, nel medesimo istante, si stava sottraendo al suo maestro e veniva però raggiunto dal suo sguardo di amore. Nel suo essere tra coloro che lo abbandonò rimane ‘uno di quelli che erano con lui’, partecipe del cammino della comunità ‘uno dei loro’. Proprio nel suo peccato e nella sua lontananza è chiamato e salvato per essere ‘pescatore di uomini’ (non uno che porterà morte, ma ‘colui che porterà vita’): il suo prendere il largo avrà i caratteri del rapporto con altri trasmettendo vita, da quella parola accolta.

Chiamata è evento di incontro, di presenza interiore che spinge, apre, trasforma. E’ anche passaggio dalla paura ad una fiducia non basata sulle proprie grandezze, ma sulla scoperta della gratuità del dono di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Per grazia di Dio sono quello che sono

“Mi è chiesto un commento sulla nuova disciplina sulle unioni civili, cd. Cirinnà, come giurista, docente universitaria ma anche donna credente impegnata all’interno della Chiesa locale. Premetto che in queste settimane ho vissuto con fatica e disagio, sul tema, queste mie diverse ‘appartenenze’ nella ricerca di un’analisi fedele al dettato normativo ma anche filtrata dall’universo dei valori della mia formazione cristiana, sui quali cerco di fondare la mia vita. Questo scritto riflette dunque il difficile equilibrio che ho individuato fra queste mie diverse ‘radici’.”

Così inizia una puntuale e chiara riflessione di Monica Cocconi, giurista di Parma (consultabile nella sua versione integrale a questo link): ‘Le unioni civili tra diritto ed etica’. E’ un intervento che si muove a partire da una lucida considerazione delle questioni a partire dal riconoscimento dei diritti fondamentali, collocando la sua analisi in un riferimento attento al dettato della Costituzione nel quadro della giurisprudenza europea. Così infatti afferma: “Non ho condiviso, anzitutto, l’affermazione ricorrente per cui un intervento del legislatore sul tema delle unioni civili non è affatto urgente, data l’emergenza ben più pressante della tutela dei diritti sociali, imposta dalla crisi economica. L’attuazione dei diritti fondamentali, in realtà, è sempre essenzialmente indivisibile; ogni diritto è uno specchio o un Giano Bifronte che impone responsabilità e solidarietà parallele. Così proclama la stessa Costituzione nei Principi fondamentali, dove il riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e sociali, all’art. 2, è associato al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale”.

Chiarisce quindi che la condanna della Corte europea di Strasburgo (sentenza del 21 luglio 2015) all’Italia per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei, diviene a questo punto un obbligo non procrastinabile.

Segue una chiarificazione rispetto al riferimento all’art. 29 della Costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”): “E’ in ogni caso da escludersi, allo stesso modo, un’interpretazione dell’aggettivo ‘naturale’ utilizzato dall’art. 29 in relazione alla famiglia, inteso come riferito al dato biologico della diversità dei sessi che precluda il riconoscimento dei diritti civili ad una coppia omosessuale. Come precisò Aldo Moro all’Assemblea costituente l’intenzione del legislatore costituzionale era piuttosto quella di scongiurare un’ingerenza indebita dei pubblici poteri nelle dinamiche della vita familiare, non di irrigidire il modello familiare in uno specifico dato biologico”.

Oggi l’universo familiare si presenta in forme le più diverse, difficilmente assimilabili al modello ‘mamma, papà, bambino’. Compito del diritto, di fronte al vivere sociale, è regolare le situazioni di vita e non applicare modelli astratti e lontani. Così continua Monica Cocconi delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Infine conclude: “da credente impegnata nella Chiesa locale, aggiungo che proprio il Vangelo della Misericordia imporrebbe la massima delicatezza e rispetto umano nell’affrontare temi così legati alla vita intima e affettiva delle persone e l’astensione da alcun giudizio o condanna che possa ferirne la dignità o produrre inutili sofferenze”.

L’invito ad un atteggiamento che ponga al primo posto la considerazione ed il riconoscimento della dignità di ogni persona, che non sia occasione di condanna o di sofferenza per l’esclusione è quanto mai urgente. Questa riflessione mi sembra una parola saggia, a fronte di un dibattito in cui non si tiene conto della condizione delle persone, dell’autentica funzione della legge, e, per chi è credente, del valore di ogni vita umana immagine di Dio, e della fiducia nella grazia di Dio. Nella consapevolezza dei propri limiti, inadeguatezze ed anche della vicenda di peccato per ogni persona si apre la scoperta che ha dato speranza nella vita di Paolo: “per grazia di Dio sono quello che sono… la sua grazia in me non è stata vana”.

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno C – 2016

DSCF6375.JPGGer 1,4-19; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Ti ho stabilito profeta delle nazioni… cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò”.

Dio stesso si rende presente nella testimonianza del profeta: le sue parole sono rinvio alla volontà di Dio, alle sue promesse. I profeti in Israele operano una critica radicale a pratiche religiose che tuttavia generano ingiustizia, si pongono contro comportamenti che negano la dignità dell’uomo, non hanno paura nel denunciare le istituzioni del regno o del sacerdozio in quanto funzionali a disegni di dominio umano, indifferenti al prendersi cura del forestiero, dell’orfano, della vedova.

Gesù viene indicato da Luca come un profeta. “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi… nessun profeta è bene accetto in patria”. Anche Gesù è profeta e vive la sorte dei profeti: il rifiuto, il sospetto, l’ostilità. Nei primi passi della sua vita pubblica presenta l’annuncio di una bella notizia: Dio è vicino, si prende cura delle sorti di chi è oppresso e imprigionato, di chi fa fatica, dei poveri. I gesti di Gesù indicheranno questo stile di cura e di vicinanza per portare liberazione: il suo annuncio è un tempo nuovo di rinnovamento e liberazione (con rinvio alla memoria del tempo del giubileo che era anno della remissione dei debiti della redistribuzione delle terre e della giustizia sociale).

Luca presenta Gesù come profeta che vive la sua missione in rapporto alle Scritture. Reca l’annuncio che Dio è vicino, per salvare, oltre le barriere che i poteri umani e religiosi tendono a porre. L’accoglienza dello straniero e la fiducia generosa sono luoghi in cui Dio si rende presente: la vedova di Zarepta e il lebbroso, incontrati da due profeti del Primo Testamento Elia e Eliseo sono esempi da ricordare.

Erano persone povere e disponibili, che non appartenevano al popolo d’Israele e per questo né credenti né puri. Elia è accolto da una vedova pagana che divide con lui l’ultimo pane rimasto. Eliseo guarisce un lebbroso di nome Naaman originario della Siria: in lui ritrova disponibilità e umiltà. Elia nella sua visita alla vedova che stava per morire nella carestia, fa sì che il pane e l’olio non vengano meno. Eliseo dona guarigione. Ma entrambi sono aperti proprio da questi poveri a scoprire il volto di Dio.

Gesù viene rifiutato, ed è cacciato dalla città perché il suo discorso non corrisponde alle attese dei suoi compaesani. Non vi è disponibilità ad accettare che una chiamata di Dio possa venire dal ‘figlio di Giuseppe’, così vicino e ordinario. Il suo agire pone in crisi una religiosità fatta di appartenenze, di privilegi, di contrapposizioni con ‘chi non è dei nostri’. Sconvolge anche una religione di un Dio distante e garante di uno stato di separazione. Le sue parole e l’esigenza di passare dalla Scrittura alla sua persona mette in crisi, obbliga a ripensare la fede stessa e la vita in modo nuovo. Dalla sua bocca uscivano ‘parole di grazia’. Dio si fa vicino donando liberazione e vita buona con la vicinanza e la difesa delle vittime e degli oppressi, non solo per alcuni ma per tutti. Dio si fa vicino nei poveri: con la loro vita sono portatori di vangelo. Questo annuncio viene rifiutato perché pone in crisi, spinge ad un cambiamento nel modo di pensare il volto Dio e di intendere il rapporto con lui.

Gesù invita a cogliere come l’azione di Dio si sta già attuando laddove si vive ospitalità, attenzione a chi è dimenticato, cura per gli oppressi: sono i gesti della vedova e la fiducia del lebbroso i segni del vangelo. Gesù presenta così la bella notizia, il vangelo, al centro del suo agire. E’ forse questo il nostro primo compito di credenti oggi: saper riconoscere e dare spazio a questi segni dell’operare di Dio che si lascia incontrare oltre i confini delle religioni, delle chiese, dei gruppi e fa fiorire l’apertura al suo regno nei cuori di chi si apre all’altro.

 

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Maestro e profeta

E’ morto all’ospedale di Nairobi qualche giorno fa, il 19 gennaio. Il suo nome è comparso rapidamente sulle agenzie per scomparire presto coperto dalle risonanze più forti e dai richiami di nomi di chi perpetra violenze e si impone con le armi spianate e con l’uso della religione per avere predominio ricchezze, gloria.

Il suo nome è Salah Farah, era un maestro. Anch’egli era in viaggio, nel pullmann che il 21 dicembre 2015 stava percorrendo la strada in direzione Mandera in Kenya insieme a tanti altri passeggeri, di diversa religione e provenienza. Quando improvvisamente si scatenò l’attacco di un gruppo di miliziani del gruppo terroristico fondamentalista di al Shabaab si trovò in mezzo all’inaspettato: dividevano cristiani e musulmani per abbattere i cristiani, secondo la modalità già attuata nella strage di Garissa. Salah era musulmano.

«Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che lo non erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente».

Le sue parole davanti ai colpi delle armi non riuscirono ad opporre resistenza, nemmeno scalfirono il pensiero di chi, accecato da un modo di concepire la religione come strumento di negazione degli altri, scaricò anche su di lui il suo odio. Due uomini rimasero uccisi, tre feriti. Colpito e ferito, Salah da allora non è riuscito a superare le complicazioni insorte.

Nei giorni in cui fu ricoverato al Kenyatta National Hospital a Nairobi era in grado di ricordare quei momenti e ne parlò in alcune interviste: «La gente dovrebbe vivere in pace. Solo la religione ci distingue dai cristiani ma siamo fratelli, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani e viceversa, così da vivere insieme in pace».

Salah rimane maestro e profeta, nella sua morte. Maestro di un modo di intendere la fede oltre le barriere di sistemi religiosi, per farne motivo di incontro. Profeta di un modo di incontrare Dio riconoscendolo nel volto degli altri.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

XIX domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

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1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

Nella vicenda di Elia c’è un momento drammatico, di fuga, delusione, fino al desiderio di morte. Dopo uno scontro con i sacerdoti di Baal, il profeta che richiama la fedeltà a Jahwè contro ogni idolatria, è costretto a fuggire. La sua è fuga di un uomo solo. Prende su di sè le conseguenze del suo aver risposto alla chiamata di Dio. Nella fatica della prova, ormai sfinito interiormente giunge ad invocare un termine: “Ora basta Signore”. La sua è la preghiera di ogni sofferente, e di chi si trova a sperimentare le difficoltà di condurre a termine una chiamata accolta di cui non si coglie conferma. Il tempo nella prova diviene un peso impossibile da sostenere. Elia giunge al punto di desiderare la morte e si abbandona nel deserto al sonno.

Ma proprio durante questo momento che per certi aspetti è confine con la morte, Dio gli si manifesta vicino, eppur sempre nascosto. Una focaccia, cotta su pietre roventi ed un orcio d’acqua gli è portata in modo inatteso da una mano anonima, misterioso messaggero di Dio. E’ cibo donato, inatteso, e scoperto con stupore. Elia trova nel cibo la forza per non fermarsi in una situazione di morte, ma per andare avanti nella vita, pe continuare nel cammino. Quel cibo lo fa rialzare e gli fa così vincere la morte. Con la forza di quel cibo potrà camminare ancora sino al monte di Dio l’Oreb. E lì l’esperienza di incontro con Dio il cui volto si cela non nella potenza ma nella fragilità di un lieve silenzio. Dietro quel cibo sta anche una presenza di chi l’ha preparato, cuocendo raccogliendo l’acqua e facendosi vicino: è volto umano di nomade che ha scorto Elia esanime nel deserto? Nel gesto silenzioso e umano del dare pane, dell’offrire forza possibile di vita dove non c’è più speranza, del farsi pane per gli altri si rende attuale il volto di Dio.

Anche nella pagina del vangelo compare una contrapposizione tra cibo e morte, attorno al segno del pane: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti: questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”

Dopo il segno dei pani Gesù si ritira per fuggire al desiderio della folla di farlo re (cf. Gv 6,11-15) e tuttavia continuano a cercarlo. Reagisce di fronte a questo tipo di ricerca in vista della sazietà, indisponibile ad aprirsi al significato dei segni. Invita a scoprire la sua presenza come nutrimento, ‘pane disceso dal cielo’. La reazione è di sconcerto di fronte alla ‘normalità’ del suo essere uomo: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire ‘sono disceso dal cielo’?’. Compare ancora il verbo ‘mormorare’, proprio di Israele nel deserto, stanco del cammino e colmo di nostalgia delle sicurezze d’Egitto (cf. Es 16,1-10; 17,1-7).

Di Gesù si sa da dove viene, chi sono i genitori, e non c’è fiducia. La sua umanità è troppo normale e non può corrispondere ad un idea di Dio della grandezza e della potenza. E’ l’incredulità di chi non si lascia mettere in discussione. Gesù presenta il primato dell’agire del Padre. Il suo essere inviato proviene dal Padre. Ancora dal Padre viene anche l’attrazione di chi crede verso Gesù.

La sua identità è racchiusa in due verbi: discendere e dare. Discendere dice la sua provenienza: Gesù proviene da altro, tutta la sua vita si radica in una relazione: il suo venire dal Padre. Dare è poi l’orientamento fondamentale della sua esistenza. Nel suo agire manifesta il volto di Dio di pura positività che dona e vuole vita per tutti i suoi figli. Il suo venire dal Padre ed il movimento del credere in lui si connotano come evento di gratuità. Riconoscere Gesù è aprirsi a un Dio che non vuole il male ma ha un disegno di vita e di compimento per ogni uomo e donna, capace di un amore che si mette in balia dell’umanità.

Il suo darsi non è stato solo nella croce, ma questo momento si colloca all’interno di tutta la vita di Gesù: il suo darsi è infatti scelta quotidiana, stile che innerva i suoi incontri, orientamento del cuore fondamentale.

Nello stesso tempo questo dono chiama all’ascolto e all’adesione: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. Gesù provoca ad entrare in un rapporto profondo con lui, il conoscere lui, e l’affidarsi al Padre. Chi entra in questo rapporto di fiducia – è questo il senso del credere – entra già da ora in una dimensione della vita in cui c’è comunione e speranza. La vita eterna non è un orizzonte futuro ma è realtà nel presente che si può sperimentare in rapporti nuovi e in una vita segnata dalla dimensione dell’amore che non viene meno.

Al popolo che mormorava nel deserto Dio aveva dato la manna; ora di fronte al mormorare della folla, Gesù dice: ‘Io sono il pane della vita’: al rifiuto oppone il dono di sé fino alla fine, il farsi pane per la vita del mondo. E conduce ad un approfondimento del segno dei pani. Parla di un pane che egli stesso dona: ‘Il pane che io darò è la mia carne’. Viene qui introdotto il termine ‘carne’ presente anche nel prologo del IV vangelo. E’ riferimento alla condizione di precarietà e debolezza umana. Gesù parla della sua carne “per la vita del mondo”. Da un lato il farsi vicino della Parola di Dio dall’altro la presenza di Dio vicina in modo paradossale nella debolezza della condizione umana.

Il capitolo 4 della lettera agli Efesini inizia la parte esortativa dello scritto in cui sono presentate una serie di indicazioni concrete di vita. La nuova vita dei cristiani è nel segno della chiamata di Dio: essi partecipano ad una sola fede e ad un solo Signore nel battesimo.

Vengono così indicati alcuni comportamenti di una esistenza ‘nuova’: la rinuncia alla menzogna motivata dalla consapevolezza che siamo membri gli uni degli altri, il non farsi prendere dall’ira, un atteggiamento nei confronti dei beni centrato sul lavoro e la condivisione: ‘chi era abituato a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno’. Il lavoro vissuto con onestà trova la propria finalità nell’aiuto per gli altri. Il parlare poi deve essere sempre luogo di costruzione di rapporti.

Tutte queste indicazioni trovano sintesi nell’esortazione a ‘non rattristare lo Spirito santo. La vita del cristiano è una vita nello Spirito: è una condizione di cammino, in cui è possibile crescere, progredire, cambiare scoprendo orizzonti nuovi. La pagina si chiude con un invito a camminare nella carità. Chiamata della vita nello Spirito è vivere ogni ‘come Cristo ci ha amati’. “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

11050317_10207028863947707_5784040003828360689_nAlcune riflessioni per noi oggi

Morte e vita: il pane è elemento di vita, per la vita del mondo. Questo pane fa vivere e vincere la morte. Sono giorni in cui ricordiamo eventi di morte: la morte procurata dalla bomba atomica e dalle sue conseguenze su Hiroshima il 6 agosto 1945 e la morte come divisione che ha segnato la storia del XX secolo, in particolare nella costruzione del muro di Berlino nei primi giorni di agosto del 1961. Sono due eventi lontani eppure la loro memoria ci riporta al presente. Il commercio delle armi continua ad alimentare la fabbrica di morte, e nuovi muri vengono eretti per dividere popoli. Nuove forze di disgregazione e di esclusione stanno attraversando l’Europa al suo interno e la realtà mondiale.

Contro queste esperienze di morte – la morte delle armi sofisticate e la morte dei muri di divisione – oggi siamo invitati a accogliere il ‘pane che discende dal cielo che dà la vita al mondo’. Condividere il pane è il gesto che fa vincere la morte. Attuare sceltei in cui si porta silenziosamente speranza laddove ce’è stanchezza e desiderio di morte è esperienza che porta a continuare il cammino. Assumere lo stile di vita di Gesù, che si è fatto pane spezzato, è via per superare la condizione che ci rende morti e per portare vita al mondo.

Vincere il male con il bene è l’invito che sgorga dalla seconda lettura. Era questo uno dei temi cari a fr.Dalmazio Mongillo (1.09.1928-13.07.2005) nel suo approfondimento della vita morale da intendersi come vita nello Spirito e per questo capace di umanità ricca e profonda. A dieci anni dalla sua morte lo ricordiamo con una sua riflessione che richiama alla responsabilità profetica oggi: “Si può pensare che la Chiesa tutta intera è, nei confronti dell’umanità in cui e con cui vive, nella posizione in cui era il profeta nel popolo eletto. La profezia, nella nuova alleanza, è vocazione e carisma del popolo che deve vivere il rischio della anticipazione provocatrice di assetti umani più ricchi di umanità. Il limite degli interventi non ispirati da codesta condizione è percepito non da coloro che chiedono rassicurazione e conferma al possesso, al già, ma da quelli che nei presente concepiscono il fascino delle dimensioni nuove della libertà e della comunione. Codesta attesa è illusione presto delusa, in coloro che non lottano per pensare e realizzare con tutti il maturare delle possibilità concrete di fruirne. Coloro che hanno la nostalgia del nuovo sono sacrificati non privilegiati; sono chiamati, scelti, per cooperare al bene “concreto dell’umanità”. Soggetto della storia e della liberazione umana sono donne e uomini che vivono in sintonia con quel popolo che non oppone resistenza a lasciarsi condurre al bene di tutti, che persistono nell’aggredire le attese ispirate dall’istinto di morte quale che sia la forma sotto la quale si manifesta. Il potere della morte evidenzia i suoi limiti in coloro che, quando hanno individuato le vie della vita, avanzano in esse nonostante la lotta e le difficoltà”. (Allargare i confini della speranza, in “Tempi di fraternità”, 1976).

Alessandro Cortesi op

IV domenica tempo ordinario – anno B – 2015

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(Marc Chagall, Profeta Isaia)

Dt 18,15-20; Sal 94; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

 “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole”. La promessa al cuore della pagina del Deuteronomio riguarda l’azione di Dio che farà sorgere un profeta. Profeta nella Bibbia non è una sorta di mago ‘lettore del futuro’ piuttosto è uomo della Parola. La sua vita è segnata da una chiamata proveniente da un intervento di Dio, dal suo comunicarsi: il profeta non si fa da solo, viene suscitato, scopre una parola altra e da altrove che lo chiama e lo invia. La sua vita è trasformata per essere a servizio di altri in un rapporto che si allarga, in una corrente di comunicazione.

I profeti saranno la risposta, in ogni circostanza, soprattutto nei momenti più difficili alla richiesta – presentata da Israele sul monte Oreb (Dt 5,23-28) – di potersi accostare senza timore a Dio: una risposta ad una richiesta di vicinanza di Dio. Dio si fa vicino attraverso la voce e la vita di qualcuno, fratello tra gli altri, a cui egli pone sulla bocca le sue parole. Così il profeta, uomo della parola, è ‘colui che parla davanti’: la sua parola non proviene da lui, ma dipende da un ascolto che coinvolge in primo luogo sua esistenza e si prolunga nell’ascolto richiesto a tutto il popolo.

La sua parola è eco, rinvio, memoria, ma anche interpretazione del presente. Per questo il profeta è figura scomoda per ogni tipo di potere e trova opposizione e sospetto di essere voce di illuso o di sognatore. Ma il futuro diviene possibile solamente come risposta alla Parola di Dio annunciata dal profeta. La sua è azione in favore di tutto un popolo e in mezzo al popolo: un profeta in mezzo ai fratelli, quasi una apertura alla promessa che tutti nel popolo di Dio sono chiamati ad essere profeti, a vivere un ascolto vivo della Parola di Dio.

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù stesso come ‘uomo della parola’. Il verbo ‘insegnare’ ritorna con insistenza in questo brano. Gesù insegna e lo fa come uno che ha autorità, non come gli scribi. Si tratta di un insegnamento – parole – che sgorgano dalla sua vita. Un insegnare con autorevolezza allora più che autorità: continuità e coerenza tra interno ed esterno, tra parole e vita. Gesù rifugge le forme del potere autoritario, ma la sua parola suscita stupore perché espressione della sua vita, dell’orientamento di fondo di tutto il suo agire.

La scena è presentata nel giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge, all’interno della sinagoga, a Cafarnao. Proprio lì, nel luogo religioso della sinagoga c’è un uomo ‘posseduto’, oppresso, in una condizione di sottomissione a forze che lo dominano: una malattia, una condizione di impurità che lo tiene sofferente ed emarginato, incapace di essere se stesso. C’è un contasto sottolineato da Marco tra l’insegnare di Gesù, profeta e maestro e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo. “‘che c’entri con noi Gesù nazareno? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù lo sgridò: ‘Taci, esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Gesù impone di tacere ad una voce che grida la sua identità. E’ riconosciuto come il santo, ‘unto’: è il riconoscimento della sua esperienza nel battesimo. La forza dello Spirito ricevuta lo ha inviato e lo fa entrare a contatto con tutto ciò che è impuro. Gesù invita al silenzio: ‘Ammutolisci ed esci da lui’. Al centro del luogo religioso – ci dice questo passo – è presente la forza del male in contrasto con la parola di insegnamento di Gesù. Gesù si manifesta come colui che libera l’uomo da ciò che lo sottomette, lo strazia e non gli permette di maturare una capacità di ascolto. Il suo insegnare si fa gesto di liberazione. La sua parola diviene azione e apre il passaggio dal grido all’ascolto. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. Non una parola che fa morire, ma un parola che apre la possibilità di vivere.

Quell’uomo gridava, dominato dal male, contro la ‘forza debole’ della parola di Gesù: la sua era purtuttavia un riconoscimento della sua identità, una professione di fede anche, gridata, che copriva il suo insegnamento. Gesù si contrappone ad una fede ‘gridata’, si oppone sorattutto a tutto ciò che divide la persona dentro di sè e la tiene oppressa.

Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso. Il suo gesto libera e permette che quell’uomo sia restituito alla sua libertà, a se stesso, non più dominato e sottomesso. Marco delinea in Gesù il modello di un profeta che insegna lasciando spazio alla crescita, alla vita di ognuno. Ciò suscita meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’ e si poneva come parola significativa, capace di comunicare, di restituire alla vita. Non si tratta di una ‘dottrina’, è piuttosto insegnamento vivo, capace di coinvolgere la vita, capace di aprire un rapporto di libertà.

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Alcune osservazioni per noi oggi.

Parola e profezia. La parola di un profeta non è parola senza tempo, ma richiamo che pone insieme fedeltà a Dio e interpretazione del presente. Cosa il Signore ci chiama a vivere in questo tempo, in questa storia? Come comunciare la vicinanza di un Dio che non è lontano e inarrivabile, o peggio Dio del giudizi e della condanna, ma Dio dell’ospitalità e della vicinanza che si fa incontro nei gesti e nelle parole umane? Abbiamo bisogno di profeti, di coloro che si sono lasciati coinvolgere nel cammino della fede. Ma abbiamo anche bisogno di non cadere in una mentalità della delega: fossero tutti profeti nel popolo di Dio…

C’è una presenza di profeti nascosti, quelli del quotidiano, tutti coloro che si chiedono in modo ordinario e quotidiano come tradurre il vangelo nell’esistenza e cercano di farlo, senza alcuna pretesa di riconoscimento. Questi sono i profeti, uomini e donne della Parola, capaci di portare visioni di creatività e di porre segni di un mondo nuovo diverso in mezzo ai loro fratelli. Forse il desiderio di protagonisti e di figure eccezionali ci distoglie dall’attenzione all’ascolto dei profeti del quotidiano, ed anche di scoprire la chiamata ad essere profeti che sta al cuore dell’esistenza di ogni persona. E questo non nella linea di una esaltazione del singolo, ma proprio nel cercare di essere profeti insieme.

Come favorire percorsi in cui accogliere la chiamata ad aiutarci ad essere profeti insieme? Nell’ascolto di ciò che la Parola del Signore – che si fa viva nelle parole della vita – ci chiede oggi. La parola del profeta è rinvio alla parola di Dio che destabilizza e fa cambiare, che apre alla speranza e suscita liberazione. Quale impegno per una prassi di umanizzazione oggi?

Insegnare e agire: Gesù presenta un insegnamento con autorevolezza. C’è una linea di coerenza che suscita interrogativo e stupore nel parlare di Gesù. La sua parola fa riferimento al suo agire e diviene luce dei suoi gesti. Non dottrina ma vicinanza e cura. Sta qui una grande provocazione a noi oggi per scoprire come la dimensione dell’agire, non solo nei termini di buone azioni episodiche, ma di un agire quale stile di attenzione ospitale, che innervi tutte le dimensioni del vivere, cha sia attitudine di fondo sempre da ricercare e in cui camminare.

Viviamo il senso di delusione e stanchezza di fronte a tante parole che nascondono dietro a sé un vuoto. E’ lo sfiancamento delle parole: ma le parole riprendono vita quando sgorgano da un agire che ‘parla’ e si fa forza interiore e rinvio ad una parola che innerva la vita. Forse a questo siamo chiamati oggi: potremmo chiederci quali sono le scelte e le modalità di vita ordinaria che rendono leggibile il vangelo anche senza tante parole. Per ridare spazi di libertà a chi in tanti modi è posseduto e spossessato di se stesso, nelle diverse forme di dipendenza e schiavitù che la vita oggi propone: ci sono le dipendenze dai miti del denaro, della superficialità e della faciloneria e di una logica di vita nel consumo e nello sfruttamento di beni. Ci sono dipendenze drammatiche nel gioco, nel divertimento vacuo, nell’inseguire tutto ciò che fa apparire e rende protagonisti o ‘più scaltri’ o ‘primi’. Ci sono dipendenze dai mezzi tecnologici che non aiutano ad alzare sguardi e mente sulla realtà… Assumere lo stile di insegnamento di Gesù, il suo accostarsi per liberare apre a gesti concreti per restituire alla vita perché ognuno possa realizzarsi non nella chiusura ma nell’ascolto e nell’incontro.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno A 2013

DSCF4066Is 35, 1-10; 
Sal 145;
 Gc 5,7-10; 
Mt 11, 2-11

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete… allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada…”


Smarrimento: è la condizione dell’Israele nell’esilio, ma è anche condizione del nostro presente. Chi si è smarrito percepisce l’incertezza e il panico dell’aver perso il cammino. Scopre quanto sia difficile orientarsi. La nebbia di questi giorni sta lì a ricordarcelo. Nonostante le certezze sbandierate da chi vanta pretese di soluzione il nostro è tempo di smarrimento. Nonostante l’aria fresca della nuova stagione di Francesco, vescovo di Roma, è smarrimento nella chiesa incapace di offrire nelle sue espressioni istituzionali parole e gesti che aprono, che appassionano e spingono a camminare i giovani in particolare. E senso di smarrimento pervade la società per una crisi dai molti volti ma che soprattutto è crisi del vivere insieme, per i fallimenti di un modello di economia e di vita che prometteva certezze e conquiste, per quell’invecchiamento del cuore che è ripiegamento su diritti acquisiti senza scorgere la fatica di chi non ha diritti riconosciuti. Ed è anche smarrimento per l’incapacità di intraprendere vie nuove con creatività, con libertà e gioia.

La promessa di Isaia è un’apertura, indica un sentiero, ma tiene conto dello smarrimento. Anzi fa dello smarrimento la condizione per intraprendere una via non carichi di sicurezze ma spogli: l’annuncio è proprio per gli smarriti. Solo chi si è smarrito può comprendere una parola di coraggio che viene da fuori di lui. Impara a procedere non deciso ma chiedendo e riconoscendosi bisognoso degli altri. Solo chi non ritrova la strada va avanti non a falcate decise ma a tentoni, consapevole della sua fragilità. Isaia invita al coraggio, parla di una strada possibile, di un futuro, spinge a non lasciarsi incatenare dalla tirannia più pericolosa, quella della paura che blocca ed impedisce di camminare, la chiusura e l’isolamento in se stessi. Coraggio, non temete! E’ un coraggio che trova punto di appoggio non su illusioni di una propria potenza ma su Dio che si fa incontro, e va in cerca di chi è smarrito, e prende su di sé, come pastore, le pecore appesantite e gravide, e si fa compagnia dell’umanità fragile e spossata. Le ginocchia vacillanti possono trovare possibilità di sostegno; le mani indebolite possono riacquisire forza da mani tese ad afferrrare e ad accompagnare: è forza che viene da altro e da altrove e conduce a scoprire nello smarrimento la possibilità di affidarsi. E’ un affidarsi a Dio ma è anche affidarsi a chi vicino tende una mano e fa comprendere la vita in modo nuovo.

Anche Giovanni, profeta dell’imminente ira di Dio, che aveva predicato il giudizio ormai prossimo rivela un aspetto inedito del suo profilo. L’asceta del deserto e della parola tagliente si manifesta come uomo attraversato dal dubbio e dagli interrogativi. Si trova smarrito in carcere, si lascia mettere in discussione, è sovrastato da eventi che cerca di leggere con fatica. Davanti a Gesù, al suo comportamento, al suo agire, è scosso da un dubbio: ‘Sei tu colui che deve venire? Sei tu ‘il veniente’?’. Le sue idee sul messia che giudica e separa non corrispondono al rabbi di Nazaret amico dei pubblicani e dei peccatori.

Agli inviati di Giovanni Gesù non offre facili risposte ma invita a scrutare i segni. Li rinvia ai gesti che compie: sono segni di apertura e liberazione. Non sono azioni eclatanti, non si impongono con potenza; suscitano meraviglia e domanda, ma anche opposizione e sospetto. Il suo passare non è quello di chi ha successo e si impone, ma è passare sommesso ‘facendo del bene’, è quello di un messia che rifugge dalle vie del successo e dell’imposizione. I suoi sono gesti di vicinanza ai poveri, non hanno nulla del dominio e per questo regalano speranza. In essi è racchiusa quella luce nascosta nelle promesse dei profeti in cui il regnare di Dio era descritto come umanizzazione della vita e della storia. Perché la causa di Dio è la causa dell’uomo. I suoi gesti raccontano il volto di un messia che è attento agli smarriti e il segno più grande, verso cui tutto converge, sta nell’annuncio ai poveri di una bella notizia. Il suo essere messia trova espressione nella vicinanza ai poveri. Anche lui, come Giovanni, fino ad essere preso, consegnato e poi ucciso. E’ il destino dei profeti. E Giovanni è stato un grande profeta. Ma Gesù dice che il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui: perché quel piccolo può aprirsi al ‘regno’, che ha fatto irruzione, ed è già presente, non è solo promessa di futuro. Giovanni gli fa chiedere ‘sei tu il veniente’, colui che viene e si fa vicino? Gesù chiede di non lasciarsi scandalizzare da questo suo agire che manifesta il volto di un messia debole che rimane con i poveri fino alla croce.

Dovremmo imparare a tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia – il sogno di un mondo in cui gli ultimi ritrovano speranza, lo zoppo saltella e il muto recupera parola – e la domanda e l’inquietudine di Giovanni. Vivere l’attesa propria degli smarriti conduce ad imparare a leggere i segni di un messia che si fa vicino e viene e verrà ancora chinandosi sulle nostre fragilità, stando vicino ai poveri e facendosi trovare là dove vi sono segni di liberazione.

Alessandro Cortesi op

IV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3316Ger 1,4-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

“Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. Questa parola di Gesù, il suo prendere la parola in mezzo all’assemblea radunata attorno alla Scrittura è letta da Luca come il momento in cui Gesù si presenta, all’inizio della sua vita pubblica, come profeta di un tempo ultimo e di un tempo ‘visitato’. E veramente Gesù è profeta: si pone infatti in ascolto, come i profeti, legge la Parola, e non solo.

Ne dà infatti la sua interpretazione, tutta orientata verso un annuncio bello, di gioia, di liberazione. Riprendendo le parole di Isaia (Is 61,1-2) aggiunge alcune parole: dice che il compito dell’inviato è quello di rimettere in libertà gli oppressi. E ne lascia cadere altre: tutte le espressioni relative ad un giorno di vendetta e di ira. Gesù, in ascolto del Padre, ne racconta il volto, un volto amante, di cura, di accoglienza, di perdono, che apre le braccia in modo diverso a figli che non comprendono. Questo ha colpito Luca e la sua comunità che ne farà il centro del vangelo riprendendo la parabola del ‘padre misericordioso’.

E’ una lettura compiuta con autorità. E’ profetica perché si pone in ascolto di quella parola che non viene meno, rivolta dall’antico profeta del tempo del ritorno dall’esilio, ma è anche profetica in modo nuovo, perché Gesù propone un tempo nuovo, un ‘oggi’ di liberazione. Se da un lato c’è un libro, la Scrittura, quel libro, dice Gesù con il suo agire, diviene vita. Non è libro chiuso, luogo di una comunicazione intellettualistica senza rapporto con l’esistenza, ma è libro vivente, anzi parola che si fa volto, incontro, e trasforma il senso del tempo e della vita di chi ascolta. Libro aperto e leggibile a tutti, anche a chi nons al leggere, come il libro che è una vita.

Di fronte alla sua parola la reazione dei suoi, i suoi compaesani, è di meraviglia e di sconcerto. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” Luca pone in bocca a Gesù una parola da cui traspare come egli intendesse la sua missione come quella di un profeta. E come tutti i profeti anche lui non può che trovare ostilità e sospetto in chi è chiuso, pretende di sapere tutto, si ritiene padrone della verità e non è disposto ad accogliere una testimonianza che rinvia alla Parola di Dio. Come i profeti di Israele e di ogni tempo anche Gesù vive l’incomprensione e il rifiuto.

Si potrebbe sostare su questo aspetto della vicenda dei profeti e di Gesù: Gesù è accolto dai lontani, da persone impensabili, fuori dagli schemi. Luca nel suo vengelo dirà che sono i pubblicani e le prostitute che lo ascoltano mentre i sapienti, i più vicini, i capi e le guide religiose mormorano e guardano con sospetto la sua accoglienza, il suo condividere mensa e tempo con gli irregolari. Così dopo il rifiuto di Nazareth Gesù indica due casi di stranieri che accolgono i profeti mentre questi ultimi non sono compresi e incontrano rifiuto e allontanamento da parte dei più vicini. E’ una vedova povera a dividere l’ultima farina e l’olio con Elia in tempo di carestia: in questo gesto Gesù scorge l’apertura all’ospitalità da parte di una donna straniera e pagana che fa spazio al profeta di Dio mentre egli è rifiutato dal popolo. Così pure Eliseo trova disponibilità e accoglienza in un comandante del re di Aram pagano, Naaman, lebbroso, proveniente dalla Siria, al di fuori di Israele, e opera così guarigione. Due gesti di salvezza, di liberazione e di vita nuova che si rendono possibili in un contesto di ospitalità, di apertura della propria casa e del proprio cuore, da parte di persone che si lasciano cambiare nell’incontro con l’altro, scorgendo nello sconosciuto un ‘uomo di Dio’ (2Re 5,15). E ci sarebbe da chiederci allora. Chi e dove sono oggi gli stranieri, gli irregolari, coloro che sono tenuti a distanza per motivi sociali, culturali o religiosi e che vivono invece una profonda disponibilità del cuore e attendono testimonianze di vangelo?

Potremmo anche cogliere, in questa vicenda, di Gesù, Elia e Eliseo e dei profeti quella costante che ritorna nella vita di tanti allontanati, emarginati e denigrati in vita e che poi sono santificati dopo la morte, magari dagli stessi che li hanno zittiti ed eliminati. Penso a tante figure di uomini e donne credenti, appassionati, a tanti teologi che hanno testimoniato – proprio per amore della chiesa – la necessità per la chiesa di riformarsi , di vivere una povertà evangelica, di attuare un ascolto della Parola e un dialogo con il proprio tempo, di non scambiare interessi e privilegi di potere con il vangelo, di ricordare e condividere l’impegno per la pace e le esigenze di umanizzazione. Sono stati e continuano ad essere ridotti al silenzio o messi ai margini per poi essere rivalutati in una retorica di circostanza dopo la loro morte o quando non sono più pericolosi. E’ la logica denunciata da Gesù che accusava Gerusalemme di uccidere i profeti e poi di costruire a loro monumenti dopo la loro morte: “Gerusalemme tu che uccidi  i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto” (Lc 13,34). Di taluni di essi è importante anche ricordare il nome: penso a Giuseppe Dossetti, nel centenario della sua nascita (1913) all’opposizione che riemerge nei suoi confronti, una delle figure che hanno vissuto con dedizione radicale la vita a servizio della chiesa e di una convivenza civile nella democrazia e nella pace. Penso a figure come Hans Küng di cui alcuni libri anche recentemente pubblicati (Salviamo la chiesa, Ciò in cui credo, ed. Rizzoli) sono limpida testimonianza di rigore di pensiero e di passione per la chiesa. Ma anche tante altre figure di testimoni e maestri, teologi e teologhe, uomini e donne.

Ma Gesù è anche rifiutato perché in lui vedono solamente ‘il figlio di Giuseppe’. Si aspettavano profeti come autori di azioni eccezionali ed eclatanti. I profeti del miracolo, della potenza, del clamore, uomini del soprannaturale o superuomini. Anche oggi la dimensione religiosa è scambiata per fenomeni di tipo miracolistico o eccezionale, per una ricerca di sacro come qualcosa di totalmente separato dalla vita. Gesù delude queste attese, non compie prodigi, offre solo gesti come segni: quando accoglie i malati lo fa in un contesto di fiducia e di quotidianità, i suoi gesti più belli sono la condivisione, fino a quel pane spezzato che dice tutta la sua vita. Gesù è veramente il figlio di Giuseppe, la sua vita ha percorso i medesimi sentieri nascosti delle nostre esistenze. E facendo questo ci ricorda che i profeti non devono essere cercati laddove c’è qualcuno che si proclama tale, o vive il vittimismo perché non è riconosciuto o si pone come trascinatore di folle o leader di comunità uniformi con la pretesa di essere la vera chiesa. Ci ricorda che la via per riconoscere i profeti è saper lasciarsi spiazzare dal ‘figlio di Giuseppe’, è avere occhi per scorgere la profezia che giunge da persone semplici, dai piccoli. Gesù stesso nella sua vita di Nazareth e nel suo silenzio, si identifica con i piccoli. Chi è povero, il mite, il nonviolento, chi si spende per gli altri, chi compie con fedeltà il suo lavoro non suscita interesse, non scuote, anzi spesso è guardato con l’aria di superiorità di chi pretende di sapere. Sono loro invece – ci dice Gesù – che trasmettono nella loro vita qualcosa di Dio stesso. Il profeta autentico sa ascoltare la parola di Dio nelle parole umane. Gesù apre così a scorgere gli autentici profeti nei piccoli, in tutti i ‘figli di Giuseppe’, uomini e donne della quotidianità, che non compiono cose eccezionali ma che nella loro vita, in gesti spesso nascosti e sofferti annunciano belle notizie di cura, di ospitalità, di liberazione, di vicinanza. Lì sta una profezia che esce dalle pretese di appartenenza, esce dai confini di tipo clericale e sacrale, deborda dalle divisioni tra ‘i nostri’ e ‘gli altri’. E’ la profezia del quotidiano, è una profezia suscitata dallo Spirito creativo che passa in mezzo a chi nutre violenza nel cuore, continuando il cammino. E’ la profezia dal respiro ampio che non s’impone ma si lascia scorgere in percorsi umani tra i più diversi. La reazione di Gesù di fronte all’incapacità degli abitanti di Nazareth è apertura a quella parola ‘Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito’ (Num 11,29): è espressione del suo desiderio di aprire occhi e cuore a scorgere che Dio agisce nei cuori in modi inafferrabili, che egli solo sa, e fa sorgere i suoi profeti là dove non ci aspettiamo, per cambiare le vite, per scuoterle da ogni ricchezza e pretesa e aprirle ad una disponibilità mite.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Ez 2,2-5; Sal 122; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“Mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava”. La vita del profeta è situata tra un ascolto e un invio: sta nella disponibilità ad ascoltare Dio che parla innanzitutto e risponde all’invio di Dio che fa alzare per mettersi in cammino, per comunicare ad altri la parola accolta.

E’ un tratto della storia di Israele, ma si potrebbe dire che è tratto della storia di ogni tempo, la difficoltà a lasciare spazio ai profeti. Il profeta reca una parola scomoda. Non si presta a giustificare l’esistente. Non si fa strumentalizzare da chi detiene il potere. La parola profetica, se per un verso suscita meraviglia e attenzione, dall’altro è percepita come disturbo, perché ha una carica di critica e sollecita al cambiamento, invita a volgere lo sguardo oltre, smaschera le pretese di chi è chiuso nel proprio egoismo (il cuore indurito).

Marco presenta il momento in cui Gesù, proprio nella sua patria, sperimenta lo stupore da parte di molti per le sue parole e per il suo agire, ma anche la distanza ed il rifiuto. Marco presenta così Gesù come profeta disprezzato nella sua stessa patria. Ciò che costituisce difficoltà e ostacolo all’accoglienza della sua persona, è il mettere insieme le sue parole e le sue azioni. Queste sono segni che rinviano a Dio stesso, ed aprono la domanda sulla sua stessa persona. ‘Da dove gli vengono queste cose?’. L’insegnamento e i gesti di liberazione di Gesù parlano del Dio vicino e liberatore e indicano la sua missione come opera di liberazione per restituire l’uomo al suo volto umano.

Eppure ciò che gli abitanti di Nazareth non riescono ad accogliere è il fatto che un profeta, un uomo che viene da Dio, si presenti nella realtà dimessa e familiare così troppo vicina e umana di Gesù: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo e di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E’ questo volto così vicino, senza contorni sacrali, che condivide l’esistenza di famiglia e di legami e rapporti quotidiani, ad essere rifiutato. Marco suggerisce un passaggio fondamentale del suo vangelo: una grande difficoltà in rapporto a Gesù sta nel riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo, in una umanità che appare troppo vicina e familiare.

In questo è delineata la caratteristica del profeta: Gesù è profeta, inviato a rendere vicino il volto di Dio che soffre insieme, che condivide i percorsi degli uomini. Ma proprio per questo è rifiutato. Gesù si meravigliava della loro incredulità. L’incredulità si connota non tanto come non credere in Dio, ma come atteggiamento di chiusura ad accogliere il volto di Dio che si fa vicino in un modo umano. Chi si ritiene credente, dice Marco deve operare di fronte a Gesù un cambiamento importante.

Oggi viviamo un tempo in cui è sempre più presente una ricerca del religioso nelle forme dell’eccezionale, del magico. Non ci si apre all’incontro con Dio, ma si piega Dio alle proprie attese di benessere psicologico, o di attesa del prodigioso, nella ricerca di una spiritualità molto spesso scissa dall’attenzione all’altro e alla sofferenza dei poveri. E’ l’incredulità che non accetta il volto di Dio di Gesù, che si fa vicino a noi non nel prodigio ma nella compassione e nei gesti della condivisione.

Oggi viviamo forme di utilizzo del discorso religioso come motivo per affermare progetti di tipo politico: si rivendicano valori religiosi come appoggio e giustificazione di disegni di egemonia politica sulla società, senza preoccupazione per una coerenza ed una testimonianza in rapporto alla fede. La profezia di Gesù scardina la pretesa di rinchiuderlo in una appartenenza: Marco lo presenta rifiutato nella sua patria laddove i suoi non si lasciavano mettere in discussione ma pensavano di poterlo utilizzare nei loro schemi e progetti.

Oggi assistiamo al successo di chi ha parole che giustificano lo status quo, di chi non disturba il sistema economico e finanziario dominante. Anche nella chiesa c’è poco spazio per le voci che presentano la provocazione ad una fedeltà più profonda al vangelo, e si assiste all’emarginazione di tanti che vivono il coraggio della testimonianza e non si piegano a compromessi con i poteri di questo mondo. Gesù presenta la testimonianza di parola libera, di profezia, di fedeltà al Padre.

Alessandro Cortesi op

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