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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0286.jpgEz 2,2-5; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“…ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7). Il Signore chiede al profeta di aprire la bocca e di ingoiare un rotolo scritto. La sua missione sarà nel porsi totalmente al servizio di questa comunicazione. Sarà uomo della Parola, chiamato a stare in ascolto e a ridire con la sua vita la parola accolta ad altri. Ma la sua disponibilità si scontra con la chiusura e l’indifferenza, sino al rifiuto. La parola del profeta destabilizza, ha una funzione critica di fronte ad ogni pretesa di rinchiudere la parola di Dio in un sistema di pensiero o di religione. Ingoiare il rotolo scritto è segno che indica la forza critica del suo annuncio e l’appello ad un cambiamento mai concluso della vita: il profeta è l’uomo della fede. Alla testimonianza dei profeti, che richiamano al cuore della fede si contrappone l’atteggiamento della durezza di cuore.

Uno degli aspetti dell’attività di Gesù che colpì i suoi contemporanei fu certamente il suo stile profetico, al punto che nei vangeli troviamo tale titolo di ‘profeta’ come uno dei modi di esprimere la sua identità. Ai suoi compaesani fa problema che Gesù sia uno come loro, del loro paese: ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3). Non possono pensare ad una presenza di Dio che si fa vicina a partire dal lor quotidiano. Gesù, di cui si conoscono i vicini e le sue relazioni familiari è rifiutato perché troppo vicino, troppo umano. Si tratta di un rifiuto ad accogliere nelle parole e nei gesti di Gesù la presenza di Dio che si fa vicino nell’ordinario e nella ferialità, nel cammino di relazioni e vicinanza di ogni giorno, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela.

I suoi compaesani si pongono come difensori della distanza di un Dio che non può contaminarsi con il quotidiano e che per questo rimane relegato nelle sfere del sacro e del potere. In tale orientamento mantengono intatti i rapporti di dominio e il prestigio sacrale e politico con cui la presenza di Dio viene identificata. A questa incredulità di fondo Gesù reagisce con il silenzio e lo stupore: ““Gesù disse loro: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,4-6).

Marco così descrive l’approfondirsi di un rifiuto che coinvolge non solo farisei ed erodiani (Mc 3,6), ma anche i compaesani di Gesù e l’ostilità diviene di tutti. E’ un rifiuto generato dalla chiusura del cuore. La reazione si accentra sulla pretesa di Gesù di comunicare il volto di un Dio che libera. Non si pone nella logica dei ‘nostri’ contro ‘i loro’, ma si fa vicino nelle vicende ordinarie della vita, e sceglie persone che agli occhi umani non hanno prestigio. Capovolge così il modo di pensare dei potenti e dei sapienti. E’ la contestazione radicale di una fede fondata sulla attesa di un Dio della dei prodigi e lontano dalla vita. Per accogliere Gesù, dice Marco, è necessario aprire il cuore, liberarsi dalla pretesa di possedere in qualche modo Dio stesso, lasciarsi cambiare dall’incontro con Gesù, scorgerne i tratti di presenza nella storia.

Alessandro Cortesi op

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Profezia del quotidiano

La voce del profeta richiama ad un percorso di umanità anche e proprio laddove la religione e la legge stessa divengono strumenti di oppressione, funzionali a forme di schiavitù e dominio. Anche questi giorni diverse voci hanno reagito in modo pacato ma lucido e deciso al clima di violenza ed egoismo dilagante in un contesto in cui si costruiscono non solo false notizie che hanno grande seguito e diffusione, ma anche vere e proprie seminagioni di paure e di emergenze costruite per distrarre dagli autentici problemi. Le grandi emergenze dovrebbero essere individuate nello scandalo del commercio delle armi, nelle politiche di controllo delle riserve energetiche e minerarie e in economie che attuano sfruttamento di terre e popolazioni per un guadagno di pochi. Invece si è costruita in Europa una autentica opera di distrazione che individua nei migranti poveri la causa di una crisi economica e sociale che ha ben altre radici. E’ la logica del capro espiatorio e di disprezzo dell’altro che conduce prima alla segregazione e poi all’eliminazione secondo la pretesa di essere padroni della terra che si abita, come la storia del ‘900 testimonia e come il conflitto della ex Iugoslavia negli anni 90 ha ancora manifestato.

Per questo il rosario brandito da un ministro italiano accompagnato da affermazioni d discriminazione e da scelte di rifiuto di persone bisognose di soccorso, di accoglienza e di protezione è utilizzo di simboli religiosi per affermare il contrario di quanto essi significano come preghiera che si fa affidamento della propria e dell’altrui vita ‘nell’ora della nostra morte’. Riferendosi ad un crocifisso tenuto in mano da una partecipante alla manifestazione leghista di Pontida con sottostante la scritta: ‘se non vuoi il crocifisso torna al tuo paese’ la Assemblea generale della Pro Civitate Christiana di Assisi in una lettera aperta scrive: “Quel Crocifisso di cui, cara signora, lei parla, lo guardi bene: non giudica e non ha le braccia conserte, ha le braccia allargate in un grande abbraccio che qualcuno ha voluto inchiodare. E non chiede a nessuno ‘da dove vieni?’, ma propone a tutti ‘seguimi’, anche a noi, anche a lei che sembra disposta a riconoscere quel Crocifisso di duemila anni fa e pare dimenticarsi o – peggio – ‘non volere’, sino al rifiuto, i tanti crocifissi di oggi”.

Il Centro Astalli chiede in un comunicato stampa di “attivare immediatamente operazioni di soccorso in mare. Salvare vite oltre ad essere una priorità irrinunciabile è prima di tutto un dovere. Pertanto non si può giocare su questo un braccio di ferro tra Stati dell’Unione e altri attori coinvolti. Il salvataggio in mare e lo sbarco in condizioni di sicurezza costituiscono un obbligo previsto dal diritto internazionale e non possono essere subordinati a nessuna altra considerazione politica od organizzativa. Subito canali umanitari per attivare un’alternativa legale al traffico di esseri umani. Chiusure, respingimenti, muri e campi di detenzione, accordi di rimpatrio sono ricette inefficaci, il cui costo umano ed economico non può essere in alcun modo giustificato. Servono ingressi programmati per chi deve chiedere asilo, misure di reinsediamento accessibili e proporzionate alla necessità. Il fenomeno delle migrazioni forzate va gestito, non ignorato. Fare in modo che tutti gli Stati membri accolgano in modo proporzionale i migranti forzati. Applicare il prima possibile all’interno dell’UE il mutuo riconoscimento dello status di rifugiato in modo da facilitare i percorsi individuali di integrazione e i ricongiungimenti familiari. (…) La Libia continua ad essere paese non sicuro per i migranti. Al Centro Astalli ne abbiamo evidenze quotidiane nei racconti dei rifugiati che riescono ad arrivare: torture, abusi e violenze sono purtroppo pratiche comuni. Si continuano a mettere in atto misure inadeguate, deleterie e per di più dispendiose, lasciando che innocenti trovino la morte in mare. Una vergogna inaccettabile”.

Domenico Quirico (Adesso troviamo il coraggio: parliamo di morti, “La Stampa” 30 giugno 2018) richiama al pensiero dei morti: “I morti: per favore, per una volta invece dei vivi, dei migranti vivi, quelli che ci ingombrano, che non sappiamo ripartire come armenti, dei flussi, degli utili e degli inutili, degli aventi diritto e dei clandestini, si abbia il pudore di non parlare. Contiamo gli altri, i morti, i migranti morti. Guardiamo il mare, un chioccolio di acque calme, l’acqua viva, qua e là, di chiazze iridescenti di petrolio. Uomini portano a riva piccoli cadaveri con vestiti colorati. Diciamo la verità: non sapremmo enumerarli tutti questi morti. Sono tanti, sono dappertutto, in ogni lembo del Mediterraneo, ieri davanti alla Libia e a Lampedusa e nelle acque delle isole greche. Se ci provassimo a contarli, i morti, quelli che rientrano nelle statistiche, ebbene ne dimenticheremmo sempre la metà. Forse di più, quelli che non sappiamo, i naufragi senza nome, di cui non abbiamo trovato i segni. Sì. Parliamo dei morti. Se ne abbiamo il coraggio. (…) Dove sono le vie di uscita per aggirarli, per far finta che non esistano? Dove li possiamo nascondere, in preda al comodo oblio, le storie di ciò che sono stati? Non basteranno gli occulti mattatoi degli anni, i ghirigori delle competenze, la carta bollata del tocca a te, la geografia dello scaricabarile diplomatico. I morti sono lì, implacabili, irrimediabili. Ci guardano. La solitudine c’è, forse, solo per i vivi. Rispetto ai morti non c’è solitudine, i morti sono sempre qui.
(…) Non neghiamo nulla, non saltelliamo via. Salveremo ciò che siamo solo se sapremo guardare questi morti, immutabili, ormai lacerati dalla sofferenza, ma non sfigurati, caparbi, immortali”.

E’ notizia quotidiana il moltiplicarsi di episodi di quotidiano razzismo, diffusi effetti capillari di quella banalità del male che sta appestando un vivere quotidiano in cui un cane aizzato contro un ambulante nero sulla spiaggia suscita applausi e incoraggiamenti dei villeggianti e dichiarazioni di un sindaco esprimono l’esigenza di separare i bambini dai migranti durante le vaccinazioni all’Asl. Al sindaco hanno espresso la loro reazione, Paolo Naso Renato Sacco e don Giorgio Borroni di Novara Migranti, le Chiese contro il sindaco di Domo: «basta razzismo in una lettera che motiva i perché della critica: “…lei mette in guardia la popolazione del suo Comune dalla prossimità fisica con gli immigrati perché “i migranti sono spesso portatori di malattie contagiose”. Con questa frase pronunciata con leggerezza e senza citare alcun dato scientifico ed oggettivo, lei fa però  delle affermazioni gravi che dovrebbero essere seriamente documentate,  inoltre procura un allarme sociale e incoraggia comportamenti xenofobici. (…) Per studio ed osservazione sul campo, abbiamo imparato che la politica di oggi si nutre di dichiarazioni ad effetto grazie alle quali un amministratore arriva all’onore delle cronache. E la tecnica è tanto più remunerativa quando non implica dei costi come si renderebbe necessario, ad esempio, per offrire opportunità ai giovani  o migliorare i servizi agli anziani ed ai disabili. Lanciare un allarme sociale nei confronti degli immigrati, invece, non costa niente. (…) questo schema di pensiero – siamo certi al di là delle sue intenzioni –  produce razzismo. Sì, razzismo, che non è solo quello dell’apartheid sudafricano o del segregazionismo degli USA ai tempi di Martin Luther King. E’ anche un atteggiamento sottile, persino nutrito della buona fede di chi finisce per credere che gli immigrati siano “clandestini”, delinquenti ed ora anche pericolosamente infettivi. Con il suo teorema, se applicato, finiremo per discriminare gli immigrati negli ambulatori e poi – perché no? – nelle scuole, sugli automezzi pubblici, magari al supermercato. Ma la nostra Costituzione vieta ogni discriminazione basata su distinzioni  “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E per questo, sicuri che vorrà onorarla, speriamo di potere rubricare la sua esternazione come un malinteso o come un’improvvisazione favorita da un clima politico acceso che dà spazio alla voce del bar. Capita, ma un bravo Sindaco impara a trattenersi e a misurare le parole. Questo, con rispetto, le auguriamo” (Domodossola 28 giugno 2018).

Sono queste voci di quella profezia ordinaria e quotidiana che è possibile a ciascuno pur nella limitatezza delle proprie competenze e energie.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XXVI domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1074Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Durante il cammino dell’Esodo Mosè aveva scelto settanta uomini fra gli anziani di Israele perché lo aiutassero nel guidare il popolo. A questi è donato lo Spirito di Dio, lo spirito di profezia, per questa missione di guida. Ma Eldad e Medad, che non erano nel numero dei settanta anziani, furono anch’essi investiti dallo Spirito e ‘si misero a profetizzare nell’accampamento’. Questo dono di profezia a coloro che non erano nel gruppo dei designati suscitò la reazione e la denuncia allarmata di Giosuè. “Ma Mosè gli rispose: Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Questa pagina apre uno squarcio luminoso sull’agire di Dio che va oltre le appartenenze e la contrapposizione di chi ‘è dei nostri’ e chi sta ‘fuori’. Nelle parole di Mosè emerge la consapevolezza della libertà dello Spirito e di ciò che questo comporta da parte del popolo: l’esigenza di una attitudine a rimanere in ascolto, nella docilità a riconoscere l’operare dello Spirito in modi nuovi. Non si può racchiudere lo Spirito e soffocare la sua iniziativa. L’agire di Dio coinvolge anche altri, liberamente. Mosè indica di accogliere e rimanere disponibili a quanto lo Spirito suscita anche al di fuori delle appartenenze visibili e costituite.

Il dono dello Spirito è dato agli anziani ‘fuori dell’accampamento’. C’è un dono ampio, sono suscitati profeti, chiamati a testimoniare la Parola di Dio che spinge al di fuori dell’accampamento. Tuttavia è sempre presente il pericolo di rinchiudere in un gruppo ristretto ed esclusivo, in un clero, il monopolio della profezia. Eldad e Medad, i due che avevano cominciato a profetizzare, erano nell’accampamento, e proprio la loro profezia viene denunciata da Giosuè. Si crea così una situazione paradossale: essi sono ‘dentro’ in modo autentico perché aperti allo Spirito che spinge ad uscire mentre Giosué e coloro che li rifiutano sono ‘fuori’: infatti non comprendono che lo Spirito è dono di Dio e non soggiace alle regole umane e alle logiche di esclusione. Il profetizzare di Eldad e Medad sconcerta e disorienta: profezia è memoria dell’alleanza, richiamo alla fedeltà al disegno di salvezza di Dio, testimonianza di giustizia e di esigenza di cambiamento. La promessa di essere tutti profeti si allarga e non può essere rinchiusa.

Il racconto suggerisce una promessa e una speranza, che tutti siano profeti, che tutti cioè siano testimoni e portatori della Parola di Dio. Mosè sa scorgere nella profezia di Eldad e Medad la chiamata e l’azione dello Spirito. In queste parole sta l’indicazione di una comunità in cui la responsabilità della profezia, della fedeltà alla Parola sia riconosciuta in ogni suo membro. Nel contempo compare uno stile: essere profeti implica saper riconoscere una azione che proviene dallo Spirito e stare al suo servizio. Lo Spirito è più grande e va oltre. Non si può pretendere di esaurirlo nella propria comprensione e azione. E’ questa la radice di un atteggiamento di ricerca, di accoglienza e di valorizzazione di quanto proviene dalla profezia di altri.

Anche i discepoli di Gesù non riconoscevano come ‘uno dei nostri’ uno che scacciava i demoni, persona che con il suo agire apriva liberazione per chi era oppresso. Ai discepoli che riferiscono a Gesù: ‘maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri’. Gesù dice “Chi non è contro di noi è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Gesù reagisce non secondo la logica dell’esclusione ma invitando a scorgere che lì dove ci sono gesti di liberazione, scelte di umanizzazione è presente lo Spirito, e non c’è contrasto con il suo agire che dà vita. “Non glielo proibite”: è parola che apre ad una attitudine non di divieto, ma di discernimento. Gesù apre a scorgere che vi è una adesione a lui che non si identifica con una appartenenza all’istituzione di una comunità che rischia sempre di intendere se stessa come una setta. Gesù apre alla considerazione della precarietà della comunità in rapporto al centro e fondamento che è la sua persona e il regno di Dio.

I vangeli di Matteo e di Luca riportano un altro detto di Gesù che sembra opporsi a questo atteggiamento: ‘Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde’ (Mt 12,30; Lc 11,30). Gesù propone a chi l’ha incontrato di riconoscere in lui il senso più profondo della propria esistenza. L’incontro con Gesù diviene decisivo e centrale nella vita dei discepoli. E’ anche da pensare che la sua presenza di Figlio accanto al Padre e come risorto, sta dentro alla vicenda del creazione ed è unita in qualche modo ad ogni uomo e donna: è Cristo il senso profondo e nascosto di ogni realizzazione umana autentica. Sta qui la radice di poter guardare agli altri, ai diversi cammini umani non con atteggiamento di esclusione e contrapposizione, ma con sguardo teso a riconoscere e dare spazio, nel dialogo e nella compagnia, ad ogni seme di profezia presente nella storia.

La vita al seguito di Cristo si riconosce nella concretezza di gesti e scelte di cura e accoglienza: “chiunque vi avrà dato da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”. Ogni bicchiere d’acqua offerto ad un uomo o donna, che è immagine di Dio e appartiene a Cristo – perché ‘voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,21) – non andrà perduto e ogni gesto di gratuità e dono reca in se stesso la traccia di Dio.

C’è poi forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) a chi è più debole nella fede. Rompere con ogni occasione di male e di peccato è cammino di responsabilità. Il perdere se stessi è cammino per intendere la propria vita in rapporto agli altri, non isolata e disinteressata: la salvezza è movimento di comunione.

DSCN1230Alcune riflessioni per noi oggi

La tentazione dell’esclusione è un tratto del nostro tempo a diversi livelli. La contrapposizione contro chi ‘non è dei nostri’ sorge da un sentimento di difesa e timore dell’altro, di chi proviene dall’esterno. I muri, le recinzioni di filo spinato, le barriere sono l’espressione tangibile di una difesa che intende tener lontano al di là della cerchia rassicurante e riconoscibile di una comune appartenenza. Chi proviene dal di fuori è visto come il nemico, pericolo da allontanare e da eliminare. La radice di ogni fondamentalismo di tipo sociale e religioso si alimenta nel non voler fare i conti con le provocazioni che provengono dalla vita dell’altro, dalla sua condizione di bisogno che ci rivela la nostra condizione umana. Si lascia così spazio alla paura contrapponendo chi è dei nostri e chi non lo è. Tanto più nelle tradizioni religiose che vivono il rischio di assolutizzare la propria struttura religiosa e di coltivare un esclusivismo centrato su di sè.

C’è una voce della profezia che giunge da chi nella storia non ha voce e che dovrebbe invece suscitare l’interesse e la ricerca da parte dei discepoli di Gesù, per scorgere le testimonianze che suscitano un cambiamento in fedeltà al vangelo. Queste pongono in discussione la nostra vita spesso chiusa in una situazione di assestamento e di comodità giustificata religiosamente, indifferente alle sollecitazioni che ci porterebbero ad uscire. Le chiamate dello Spirito giungono oggi dall’esperienza di tutti coloro che cercano una vita dignitosa fuggendo dalla violenza e dalla miseria. L’agire dello Spirito è presente nei gesti di chi non si riconosce esplicitamente come cristiano e pur nella sua vita dà testimonianza di opere secondo il vangelo. Proprio queste chiamate ci invitano a rimanere in ascolto, docili a seguire le chiamate di Dio nella storia, umile aperti a quei passaggi di novità evangelica.

La provocazione a sorgere l’agire dello Spirito in voci che stanno al di fuori dei quadri riconosciuti e istituiti può essere motivo per crescere in una spiritualità dell’apertura e della scoperta. Anche nella chiesa ci sono voci da ascoltare: sono le voci di chi spesso è tenuto ai margini, le voci delle donne ad esempio, ricordate in una lettera aperta indirizzata a Francesco nel suo viaggio in USA: “Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. (…) c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. (…) E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra”. (Joan Chittister, Caro Francesco, non puoi parlare dei poveri senza parlare delle donne “www.adista.it” 22 settembre 2015)

Essere tutti profeti: è promessa che provoca ad ascoltare le voci profetiche nascoste e lasciate ai margini. E’ compito aperto a riconoscere, fare attenzione e lasciarsi provocare dalla profezia diffusa e quotidiana.

Ci sono profeti in ricerca voci che si aprono all’ascolto: tra di esse ricordo la voce di Thomas Merton (1915 – 1968) recentemente ricordato a ‘Torino spiritualità’ da don Mario Zaninelli.E’ stato uno tra i principali autori di spiritualità del ventesimo secolo. Nacque il 31 gennaio 1915 in Francia, a Prades, da padre neozelandese e madre americana. La sua vita può essere suddivisa in tre fasi: quella della formazione culturale, prima in Francia poi in USA e il battesimo a ventitré anni a cui seguì l’ingresso nei Trappisti all’Abbazia del Gethsemani, Kentucky, dove nel 1941 ricevette il battesimo e venne ordinato presbitero nel 1949. Una seconda fase è la sua esperienza monastica di cui egli parla nella sua autobiografia ‘La montagna dalle sette balze’ (1948), e in scritti di spiritualità. Infine l’ultima parte della sua vita, a partire dal 1965, vissuta nell’apertura all’operare per la pace e nella ricerca del dialogo interreligioso. Nel suo Diario di un testimone colpevole scrisse: «Purtroppo molti credono che la vita contemplativa sia pura e semplice ‘clausura’ e immaginano i monaci come piante di serra coltivate in una vita di preghiera gelosamente protetta e surriscaldata spiritualmente. Bisogna invece ricordare che la vita contemplativa è prima di tutto vita, e che la vita implica apertura, crescita, sviluppo”.

E così motivava nel medesimo scritto la sua apertura ad orizzonti di rapporto con diverse tradizioni religiose: «Se la Chiesa cattolica rivolge lo sguardo al mondo moderno e alle altre Chiese cristiane, e se forse per la prima volta prende seriamente in considerazione le religioni non cristiane così come sono, è necessario che almeno qualche teologo contemplativo e monastico porti un proprio contributo alla discussione. È appunto ciò che voglio tentare… presentando i problemi contemporanei nella visione personale di un monaco. La singolarità, l’esistenzialità e la poeticità della loro impostazione s’inquadrano perfettamente nella visione monastica della vita». Questo impegno condusse fino alla sua morte nel 1968 a Bangkok. Stava scrivendo il suo scritto ‘Diario asiatico’, il diario del suo viaggio in Oriente vissuto come pellegrinaggio di vita e in ricerca di dialogo, pubblicato dalla casa editrice Gabrielli di recente: una parola di profezia e di rinnovamento.

C’è un perdere che è cammino di realizzazione della vita. Non si tratta di aumentare e di arricchire, ma di lasciare spazio, di accontentarsi di meno, di togliere ciò che è superfluo e inutile, di limitare non solo la necessità di tante cose, spesso inutili, che appesantiscono, ma anche di divenire semplici nel cuore, capaci di accogliere. La scoperta di autenticità di vita passa attraverso un cammino di essenzialità, di recupero di ciò che conta veramente, e questo va di pari passo con l’attenzione agli altri, con l’incontro con i poveri, con chi è più piccolo. Le dure parole della lettera di Giacomo rivolte ai ricchi che opprimono il giusto richiamano ad uno stile di vita in cui la relazione con gli altri è decisiva: non si può vivere nel disinteresse nell’indifferenza e agendo con sfruttamento e oppressione. Ogni tesoro diverrà ruggine se non si vive nell’orizzonte della responsabilità e della condivisione.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno B – 2014

DSCF5399Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…”. E’ una parola di consolazione quella che caratterizza la prima lettura: il profeta è uomo di Dio, inviato a consolare chi è afflitto, ‘unto’ per portare una bella notizia a coloro che in tanti modi sono prigionieri, spinto ad annunciare che città desolate e in rovina saranno ricostruite. Il vangelo è così bella notizia di liberazione e di consolazione di chi è oppresso.

I capitoli 60-62 di Isaia sono una pagina paradossale: respirano di consolazione e di speranza fino alla gioia di fronte ad una terra desolata. Nello smarrimento che succede all’esilio il profeta allarga lo sguardo, spinge lontano i suoi occhi a scorgere oltre le macerie del presente. Non per una vaga illusione ma per richiamare ad una fede che ritrovi il suo putno di appoggio in Dio. La capacità creativa di Dio apre una novità di vita, una bella notizia impossibile all’uomo, che Dio solo può donare. E’ la visione della storia come cammino in cui è possibile un rapporto nuovo di popoli, in cui l’ingiustizia avrà fine, e vi sarà un rovesciamento dalla desolazione alla gioia. La terra potrà produrre germogli nuovi perché Dio ha il potere di far germogliare cose nuove nella storia. Potrà esserci un cammino condiviso di popoli che riconosceranno l’agire di Dio. Ma questo germoglio è già la parola e l’azione che opera liberazione e cura.

“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. L’invito di Paolo alla comunità di Tessalonica fa riferimento all’immagine dello spegnimento di un lume. Basta un soffio per fare buio, per non lasciare che una luce, benché fioca, illumini la notte. La presenza dello Spirito nella nostra vita è come debole fiamma da custodire. Paolo indica una serie di atteggiamenti che segnano la vita dei credenti: l’attenzione e la responsabilità. E’ cura nel non soffocare l’agire dello Spirito. In tanti modi lo Spirito soffia, con chiamate diverse, nelle situazioni e negli incontri. C’è anche l’invito a lasciare spazio alla profezia, alle parole e testimonianze che riconducono al vangelo.

“Non lo sono… e io ho visto e ho testimoniato…” Giovanni Battista si presenta dicendo chi ‘non è…’: non è preoccupato di se stesso, non afferma una sua identità, appare totalmente disinteressato ad uno sguardo centrato su di sé. E’ invece teso al futuro, pronto a riconoscere la presenza di Gesù come messia. Il suo volto nel IV vangelo ha i tratti del testimone. E’ orientato ad altro, a dare e ad essere testimonianza. La sua vita sta in riferimento a Gesù indicato come ‘uno che non conoscete’ e che pure ‘sta in mezzo a voi’. La sua testimonianza apre cammini per riferirsi a Gesù come colui che non si conosce. E’ una voce che disorienta. Di se stesso Giovanni dice solamente di essere ‘voce’ e richiama l’invito del profeta Isaia: ‘rendete diritta la via del Signore’.

DSCF5387Alcune riflessioni per noi oggi

Restaurare le cità desolate

C’è un filo che lega la missione del profeta e la responsabilità di ognuno che cerca di imparare a credere e vivere fedeltà al vangelo. Missione del profeta non è avere gratificazioni, non è godere di costruzioni già fatte. Piuttosto è quella di annunciare che in una condizione di rovina, lì sta una chiamata ad essere riparatori di brecce, costruttori di case per abitarvi. Viviamo un tempo in cui forte è la percezione di macerie attorno a noi. Macerie di distruzioni causate dalle guerre, dalla violenza e dal disprezzo nei confronti del creato, dall’uso scriteriato delle risorse e dei beni comuni. Ma anche macerie morali e frantumazione sociale che generano senso di delusione e profonda desolazione interiore. C’è un appello alla fede anche nel nostro presente per offrire la nostra disponibilità a Colui che fa nuove tutte le cose. Il senso della gioia – tratto di questa liturgia di metà avvento – sorge dall’essere protesi a scorgere i germogli, a custodire tutto ciò che dice vita anche in situazioni di morte. E tutto ciò senza coltivare la pretesa di vedere i risultati di un lavoro e di un impegno che si basa solo sulla forza dello Spirito.

Dare spazio alla profezia

E’ questo l’invito della pagina di Paolo ai tessalonicesi. Coglierei da un’intervista a don Angelo Casati (‘Avvenire’ del 9 dicembre 2014) il suggerimento ad ascoltare oggi i profeti che sono sia persone di riferimento e guide capaci di indicare futuro di suscitare stupore nuovo, ma sono anche i piccoli ordinari maestri e maestre che possiamo incontrare nella vita quotidiana e che indicano il senso di un cammino.

“Sorriso, stupore: sono questi, oggi, i segni dei tempi? «Mi torna in mente il modo in cui il cardinale Carlo Maria Martini si riferiva al Concilio – risponde Casati –. Eravamo entusiasti, diceva, guardavamo al futuro, parlavamo al mondo. Ecco, è quello che sta accadendo adesso. C’è un’attesa di notizie buone che porta a riconoscere nel Vangelo la vera buona notizia per l’uomo. Questo passa per la figura di Papa Francesco, non c’è dubbio, ma poi travalica, va oltre. Si avverte nella Chiesa, nella società».

Quali sono stati per lei gli incontri più importanti? «Ho avuto molti compagni di strada e ho imparato a capire che ogni persona che mi si accosta può diventare per me pane per il cammino. Perché il cum-panis è colui che divide il pane con noi e che per noi si fa pane, appunto. (…) Il complimento più bello me lo fatto una bambina di neppure dodici anni. Si era sparsa la voce che stavo per lasciare la parrocchia di Lecco e lei mi ha fermato in una delle stradine che guardano sul lago. “Chi mi parlerà sottovoce di Dio?”, mi ha domandato. Ha espresso bene quello che ho sempre tentato di fare: cercare Dio non nella declamazione di una fede recitata, ma in una voce sottile, che sapesse farsi compagna di ciascuno »

Costruire la propria identità…

La costruzione dell’identità è oggi un tema che segna la vita personale e quella sociale. Nei giovani in ricerca di una identità da costruire, negli adulti in cerca di una identità smarrita, in uomini e donne spesso disorientati e senza identità perché senza riconoscimento da parte di alcuno. La domanda sul divenire se stessi, e l’interrogativo su cosa significa una identità collettiva stanno al cuore di percorsi diversi. C’è chi pensa l’identità come un dato stabilito e fissato, immutevole. C’è per contro chi percepisce la propria identità come una storia in cammino, dinamismo e relazione in cui il divenire se stessi è sempre in rapporto all’altro. Sono due grandi orientamenti che conducono a percorsi diversi e opposti nel modo di intendere la vita. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé all’altro – a colui che viene -, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo. Il problema del costruire la propria identità è suggerito come percorso di incontro con il ‘non conosciuto’. Troppo spesso pretendiamo di conoscere e sapere chi siamo, chi è l’altro, chi è Gesù, il messia, chi è Dio, magari solamente per definizioni teoriche o apprese senza un passaggio di esperienza e di coinvolgimento personale. Viviamo anche la pretesa di una chiesa che ama presentarsi come maestra, esperta in umanità, e non sa riconoscersi e scoprirsi povera anche di certezze, capace come Giovanni di dire ‘non sono il Cristo’ e di rinviare a lui come ‘non conosciuto’ che viene. Eugenio Montale nella sua poesia ‘Non chiederci la parola’ indicava un orizzonte profondamente umano: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Riconoscere ciò che non siamo è opera di verità, di decentramento. Aprirsi alla presenza di Gesù Cristo come il ‘non conosciuto’ che pure è ‘in mezzo a voi’, come cuore dell’esperienza umana, diviene possibilità di percorrere sentieri nuovi, di scorgere come lui ci raggiunge in un continuo venire nella storia, negli incontri. Come dice uno dei prefazi dell’avvento: “Ora Tu vieni incontro a noi in ogni uomo, donna e in ogni tempo…”

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2013

DSCF2226At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8-17; Gv 14,15-26

“E tutti furono colmati di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Prima di parlare dello Spirito santo la comunità dei credenti in Gesù vive l’esperienza dello Spirito. Prima di esserci una parola c’è una vita. E’ un’esperienza interiore, che trasforma e cambia. Così dello Spirito è difficile dare definizioni: si possono piuttosto indicare le tracce del suo agire. Lo Spirito è indicato con immagini che rinviano oltre e fanno simbolo: come il soffio, il fuoco, la forza. Negli Atti è evidenziato un effetto del sua presenza silenziosa e nascosta nei cuori degli apostoli dopo la Pasqua: ‘cominciarono a parlare’. E il parlare è ‘in altre lingue’, ma è precisato che ognuno comprendeva nella propria lingua ciò che veniva detto: si tratta non tanto di una manifestazione stupefacente e miracolosa, quanto di un parlare capace di comunicare con altri lontani e diversi.

L’esperienza dello Spirito è accostata all’evento della parola, una parola coraggiosa, che sfida le chiusure e le paure e rende possibile la comunicazione nella diversità. Parlare in modo che ciascuno possa comprendere nella propria lingua è quel miracolo umano dell’intendersi superando le distanze, facendo incontrare le differenze, abbattendo i muri dell’incomprensione. E’ l’esperienza che genera sempre meraviglia e stupore quando accade – anche tra chi parla la medesima lingua e vive la fatica di comunicarsi parole autentiche. Il cuore umano vive la nostalgia di trovare intesa, armonia e unità e sa anche tutta la difficoltà di realizzare questo. Il comunicare in lingue diverse dice che questa unità non è imposizione, non dominio di qualcuno sugli altri, non è parola urlata che s’impone e fa tacere le parole diverse. Ma è possibilità di passaggio di parola che viene accolta e in tale ospitalità apre spazi al coabitare insieme di volti diversi. Non più stranieri e divisi ma interrelati insieme da una parola significativa. L’esperienza dello Spirito della prima comunità è avvertita come forza che viene dall’alto, vento forte e fuoco, che apre a comunicare e a fare comunità.

“Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura ma avete uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abba Padre”

L’esperienza dello Spirito è accostata da Paolo ad un’esperienza di libertà: è un modo di intendere il rapporto con Dio non secondo le modalità di una religione dell’autorità e del sacrificio che lega e rende schiavi, ma secondo un affidamento nella relazione in cui scoprirsi innestati in un incontro di accoglienza e cura. ‘Abba Padre’ è grido di una presenza interiore, accolta e che apre a orizzonti nuovi di relazione, apre ad una comunione che ci riconduce all’origine e al senso dell’esistenza. L’esperienza del credere è allora incontro: non un percorso di ascesa di conoscenze, non un programma di ascesi, e nemmeno un metodo di preghiera o di pratica per raggiungere la divinità. Il credere è lasciare spazio ad un dono di presenza, ad un respiro che penetra e reca vita in ogni ambito: si può solo ricevere, come aria, soffio, ed apre alla libertà. Non schiavi ma liberi: dove ci sono percorsi di liberazione da ogni forma di schiavitù lì c’è lo spirito di Dio che mette in relazione, che fa entrare nel credere come esperienza di gratuità e gratitudine, come incontro con l’Abba, il Tu amante che ha cura dei suoi figli.

“Lo Spirito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”

Due grandi azioni dello Spirito sono ricordate in queste parole di Gesù poste dall’autore del IV vangelo nei discorsi dell’ultima cena: insegnare e ricordare. Lo Spirito genera un duplice ricordo, uno rivolto al passato e uno rivolto al futuro. E’ ricordo di Gesù, di quello che ha fatto e ha detto. Ad una cosa sola i cristiani sono chiamati: essere testimoni dello stile di Gesù, in particolare di essersi svuotato nella sua vita per vivere fino in fondo un’esistenza rivolta verso… nell’ essere uomo per gli altri. L’annuncio dello spirito è collegato al richiamo sull’unico comandamento dell’amore. Ed è anche un ricordo rivolto al futuro: è profezia, ricorda che  la presenza di Gesù, il Risorto, non viene meno, ma rimane e accompagna verso un fine che non sarà di solitudine e abbandono, ma di incontro e di comunione. C’è una seconda azione dello Spirito: è quella di insegnare. E’ quanto viene espresso anche con le parole: “lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Il IV vangelo la verità non è una conoscenza intellettuale da comprendere con la mente, è piuttosto accoglienza della persona di Gesù, del vangelo, nella propria vita e comunione con lui.

Vorrei collegare questi spunti di lettura ad alcune situazioni che viviamo:

Siamo oggi attoniti spettatori di una violenza generalizzata e diffusa nei diversi livelli della nostra vita, nelle guerre e nell’uso delle armi a livello dei rapporti tra popoli, e nel livello interpersonale nella violenza contro i più deboli, contro le donne, contro chi è percepito come diverso: gli stranieri, gli omosessuali, i disabili. La violenza è negazione della parola che conduce a rispettare, comprendere, riconoscere l’altro e a cercare vie di comunicazione. La violenza è alimentata laddove la parola diviene strumento di offesa e svuotata del suo significato. Lo Spirito è presenza che spinge a creare ponti là dove c’è incomunicabilità e sospetto. E’ presente lo spirito laddove la parola fa comunicare le persone, e le parole non sono usate in modo ipocrita e nascondono ingiustizie e sfruttamento dei poveri. E’ presente lo Spirito in tutti i percorsi umani in cui con fatica si cerca di mettere in comunicazione le diversità, laddove si opera per accogliere le differenze. Nella sfida rappresentata oggi dall’incontro tra popoli, persone diverse con culture e religioni differenti si parla spesso di integrazione da attuare, ma forse ancor più è da cercare l’interazione che porta a riconoscere, accogliere, scambiare doni e camminare insieme con l’altro.

Lo Spirito è presente nei cammini di liberazione, nelle attese di una vita che non sia schiacciata delle diverse forme di schiavitù. Nell’epoca della ingiustizia globale tante sono le attese di liberazione. Spesso siamo incapaci di volgere lo sguardo alle attese di liberazione di popoli che stanno soffrendo: penso ai milioni di rifugiati e profughi della Siria, ai palestinesi che vivono nei territori occupati  la fatica quotdiana di vivere una vita dignitosa e reagiscono con la nonviolenza alle violazioni dei diritti, alle attese di liberazione di giovani e donne nei paesi arabi, a chi subisce situazioni di guerra in Nigeria, in Congo e altre zone dell’Africa. Ma anche più vicino a noi, nella crisi economica tanti si sentono schiacciati da una condizione di schiavitù che stritola le vite dei singoli delle famiglie. Lo Spirito è presente in ogni attesa di libertà e genera cammini di libertà. Vivere nello Spirito non dev’esser emotivo di fuga dalla solidarietà con chi soffre, ma è oggi provocazione a rendersi vicini, a ‘stare presso’ dicendo la presenza del Consolatore nelle situazioni di oppressione, per aprire speranze di libertà, per gridare insieme Abba e per accompagnare in cammini di giustizia.

Lo Spirito è forza interiore per cammini comuni, condivisi, di una chiesa che sia capace di memoria e capace anche di profezia. Memoria: per non inseguire altri richiami ma rimanere fedele al centro della sua vita e della sua missione la presenza di Gesù, la sua vita, il suo stile. Profezia per non rinunciare mai ad indicare un orizzonte più grande della vita, un ultimo a cui ogni momento della nostra vita è diretto e sarà comunione e pienezza che raccoglie i frammenti delle nostre esistenze e raccoglierà anche ogni attesa ogni sogno, così come ogni piccolo gesto che ha costruito percorsi di incontro, di dono, di comunione.

Alessandro Cortesi op

XV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

C’è un irriducibile scontro  presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. Chi detiene il potere o è ad esso legato non può sopportare la voce del profeta che ne svela le incoerenze e denuncia l’ingiustizia. Amos è profeta suo malgrado e nella sua risposta al sacerdote che gli impone di allontanarsi richiama ciò che sta al cuore della sua esistenza: la sua non è parola propria, egli non persegue interessi personali, ma gli è stata consegnata una chiamata e una parola che viene dal Signore.

In questo drammatico dialogo è evocato un capovolgimento: Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio quando pensava che Dio fosse lontano da lui. E aveva chiamato quel luogo, in quella notte di solitudine e di povertà, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio gli era vicino in modo inatteso, proprio quando era privato di tutto e aveva dietro di sè una terra da lasciare e davanti a sè un futuro incerto: povero e indifeso scopre il Dio vicino e fedele che non lo abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. Ora quella pietra era divenuta un tempio, quel tempio un santuario alle dipendenze dal potere del re. Il sacerdote è ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è trasformata in casa di un potere che non sopporta la parola del profeta… Una forte provocazione connessa a tutta la profezia di Amos: Amos richiama ad un culto che non si colloca nel santuario, nell’ambito dei sacrifici, ma che si concretizza nel fare giustizia al povero, nel distribuire equamente le ricchezze, nel capovolgere logiche di sfruttamento. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e per questo Amos viene allontanato, ma la sua missione viene solo da Dio ed in questo egli manifesta la libertà del profeta.

Anche Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. In questo gesto indica già uno stile: andare è un fatto importante. Chi va non rimane fermo, non si pone in una situazione stabilizzata; chi va è inviato ad incontrare, a stare dove ci si espone al rischio della relazione. Anzi la relazione sta come caratteristica di questo andare perché Gesù invia a due a due. Insieme. Come a dire che l’essere inviati da lui non è una questione di affermazione personale, ma è un andare nella relazione aperta e vive di uno scambio in un cammino compiuto al plurale, in un ‘noi’ che è luogo della comunicazione della presenza stessa di Gesù.

E nell’inviare Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sul tipo di insegnamento, o su questioni dottrinali. Ciò che richiede è centrato soprattutto sul loro modo di essere, sullo stile del loro andare: solo un bastone e i calzari, né pane, né sacca, né denaro, non due tuniche. Uno stile di sobrietà e di povertà: il messaggio che recano si comunica già e in primo luogo nel modo in cui vivono. Lo stile del loro andare è già vangelo, è già riferimento a Gesù, che ha vissuto da povero. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Non si distingueranno per abilità di parola, ma per il potere sugli spiriti impuri, cioè per la capacità di liberare, per essere presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma tesi solo a dire con la voce della vita uno stile che è già vangelo.

Potremmo cogliere da queste pagine due forti indicazioni per noi nel nostro tempo.

La prima indicazione proviene dallo stile del profeta e dal compito del profeta. Viviamo un tempo di crisi economica e sociale in cui si ripropone, per uscire da essa, la stessa via di competizione, di esaltazione del mercato, di svalutazione dei diritti umani che sta all’origine della crisi. In questo tempo il compito dei profeti è quello di denunciare questa logica e la devastazione che sta producendo nelle società. Compito del profeta è affermare che la parola di Dio che riconosce dignità ai suoi figli è fonte di critica alle logiche del profitto e del mercato. La testimonianza del profeta è anche quella che di non aver paura di fronte alla reazione del sacerdote e del re, infastiditi dal suo disturbo. In questi giorni sono morti nel canale di Sicilia 54 migranti su un gommone alla deriva, provenienti da paesi dove c’è la guerra, morti per sete senza essere segnalati da alcuna imbarcazione e nell’indifferenza. Non si può rimanere indifferenti. Anche queste morti sono generate da una iniquità e dall’ingiustizia a livello globale. Testimonianza di profezia implica una critica ad un mondo fondato sul denaro e sulla ricerca di accumulo nell’indifferenza alla dignità degli esseri umani.

Una seconda indicazione per noi può venire dallo stile che Gesù chiede ai suoi, e che è stato lo stile stesso di Gesù. L’essenziale, l’andare sulla via senza appesantimenti di tutto ciò che impedisce l’incontro e non lascia spazio al vangelo. La bella notizia è per i poveri e può giungere solamente se c’è uno stile di condivisione e di povertà. Questo tratto di sobrietà del vivere, la ricerca dell’essenziale, la consapevolezza che ciò che conta non è la proclamazione teorica di valori generici ma l’effettiva coerenza nella vita di uno stile improntato alla semplicità, al distacco dalle ricchezze, è merce rara oggi, anche all’interno delle chiese. Gesù non dà indicazioni né di strategie di annuncio, né di strumenti da utilizzare per poter contare e neppure indica che la finalità dell’invio sta nell’accrescere il gruppo o in qualche altro genere di affermazione. E’ richiesta solo la testimonianza.

E’ questa una provocazione per  noi a vivere una testimonianza impostata alla scelta di nonviolenza che non usa mezzi forti, né ricerca la visibilità per imporsi, ma che segue la via di Gesù. Lo stile del nostro vivere, che attraversa le pieghe del quotidiano, il modo di usare i beni, il tratto nel rivolgersi all’altro è già parola eloquente: afferma, con il coinvolgimento della vita, che la nostra forza è la parola di Dio, e dice anche la fiducia non nei mezzi potenti del denaro, dei beni e del potere umani, ma nell’affidamento a Gesù e alla sua promessa. Ma c’è oggi attenzione a questo stile nei cammini di chiesa?

Alessandro Cortesi op

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