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I domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCF6356.JPGDt 26,4-10;Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Queste parole che rinviano ad un storia di maltrattamenti e di dolore racchiudono anche la scoperta di un incontro. Il Dio d’Israele si rende vicino in una storia di liberazione: l’alleanza è incontro di vita in un cammino. La fede, accoglienza ed esperienza di tale incontro è espressa come racconto.

Il volto di Dio assume i tratti di una presenza che agisce, e libera: ascolta il grido dalla sofferenza dell’oppresso, scende a liberarlo. E’ il Dio grande e potente e nello stesso tempo il Dio vicino che si prende cura: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. La terra donata diviene il segno dell’attuarsi della sua promessa nel liberare dall’oppressione e dalla violenza.

Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di persone schiacciate dai regimi autoritari, di popoli come quello siriano, devastati dall’oppressione e dalla violenza.

Questa pagina suggerisce due atteggiamenti. Il primo: il credere è cammino e storia che coinvolge l’esistenza e può essere comunicata come racconto. E’ racconto di vita ma è anche racconto perchè la nostra vita è storia, cammino continuo che va facendosi negli incontri e nel tempo.

Il secondo: la fede che si apre al volto di Dio vicino e liberatore non può non generare scelte di vicinanza e di liberazione verso tutti quelli che soffrono a causa di ingiustizie e oppressioni.

Luca, come Matteo, presenta il momento delle tentazioni di Gesù: la conclusione viene posta non su di un alto monte (come fa Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore della città santa. Gerusalemme ha un’importanza tutta particolare per Luca: da lì tutto prende inizio con l’annuncio a Zaccaria, e a Gerusalemme si conclude il cammino di Gesù nei giorni della passione e della morte.

Luca suggerisce così che la prova non è momento passeggero nella vicenda di Gesù, ma attraversa e copre la totalità della sua vita. A Gerusalemme, centro del tempo della storia di Israele e dello spazio, ha il suo culmine. Sulla croce Gesù vive l’affidamento radicale al Padre solo: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Di fronte alle tre ‘tentazioni’, la risposta di Gesù è una sola, il rivolgersi con fiducia a Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. Gesù non risponde alle richieste di sacro o ad esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane… ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’.

E’ invocato come ‘Figlio di Dio’ titolo del messia, atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Viene posta la questione della sua identità. Gesù risponde con il suo agire: non è un messia di una religione del sacro, non è messia portatore di dominio e di potenza politica o religiosa. Gesù rifiuta così la via dell’affermazione di una religione politica e trionfale.

Rigetta infine un messianismo spettacolare: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Non si getta dal pinnacolo del tempio. Il suo essere messia, mai rivendicato in modo esplicito,  trova espressione nel suo ‘passare facendo il bene’. I suoi gesti di bene sono agire che guarisce, risana, ridona speranza a chi è curvato: saranno compiuti per lo più nella distanza dalla folla alla ricerca di spettacolarità, di prodigi, facile ad entusiasmarsi in un’ottica di guadagno. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero, che risponde alla violenza con la mitezza e il perdono.

Luca situa l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo la genealogia. In essa Gesù era stato ricondotto fino ad Adamo. In lui la storia dell’umanità trova un punto di riferimento centrale. Gesù poi vive le prove indicando la prospettiva della sua vita, l’affidamento a Dio: è il Padre misericordioso al centro della sua vita, colui che desidera abbracciare i suoi figli resi capaci di libertà.

Quaresima può divenire tempo per scoprire la nostra storia come racconto, per continuare un cammino in cui al centro scoprire l’agire di Dio che scende a liberare per rendere capaci di umanità.

Alessandro Cortesi op

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Tempo della prova

Il tempo della prova è il tempo dell’autenticità. Non è un tempo di cui è possibile fissare limiti. La prova si presenta in molti modi ed è la sfida di una vita in tutti i suoi momenti. L’intero cammino di chi nella vita s’interroga, non passa distante e distratto di fronte a ciò che accade fuori e dentro, è luogo di prova.

Prova significa incertezza, crisi, fatica di comprendere, senso di impotenza. E’ anche apertura a contestare le facili offerte, le piacevoli soluzioni, a vivere il coraggio di percorrere sentieri non battuti, difficili, nascosti. E’ tempo di passaggi, tempo di sfide in cui imparare volta a volta a rispondere in modo nuovo, non scontato. Tempo della prova è anche tempo in cui non tutto è previsto e calcolato.

Quando si volge lo sguardo indietro si scopre, come la meta stessa la si incontra nel cammino e come il cammino apre ad orizzonti che non si pensavano lontanamente al momento della partenza.

La nostra epoca ha sete di ripensare e rivivere in modi nuovi una ricerca profonda, di spiritualità, di ricerca di Dio, di possibilità di vivere insieme ad altri. Per vie nuove, per vie in cui ciascuna e ciascuno è interpellato e coinvolto personalmente. Senza reti di protezione, senza appoggi fasulli. Smascherando le vuote devozioni e superstizioni che sviano e inquinano le ricerche profonde, nascoste, fuori dalle mappe con confini ben tracciati.

Le sfide della tecnologia che avvolge tutto, la condizione del mondo segnato dal dominio di chi regge le economie e dei poteri finanziari costituiscono oggi il contesto in cui viviamo la grande prova di una vita in cui non accontentarsi delle facili e consolatorie offerte. Sono anche le costruzioni religiose di chiese, il dominio di gerarchie, i sistemi di pensiero e di vita esclusivi, incapaci di incontro, indifferenti agli oppressi. E’ tempo in cui riprendere in mano profondamente la sfida del credere come ‘prova’ per l’umanità intera.

Mariano Corbì (Valencia 1932), pensatore catalano, direttore del ‘Centro di studio delle tradizioni di sapienza’ a Barcellona, ha affrontato la sfida di coltivare una spiritualità connotata per la creatività, capace di oltrepassare i limiti di credenze e ortodossie che escludono. Cercatore di sapienza, il suo impegno è stato quello di rileggere in profondità le tradizioni spirituali diverse che hanno portato a qualità umana nella vita di chi ci ha preceduto, per orientare in modo nuovo il nostro futuro.

Sintetizza gli elementi fondamentali di una ricerca spirituale nell’interesse per la spiritualità , nel distacco da una preoccupazione per sé e dei propri beni, e nel silenzio per concentrarsi e per de-centrarsi sull’Altro e sugli altri. Nel suo percorso di ricerca spirituale nel tentativo di scorgere le trasformazioni del mondo in cui viviamo ha espresso in un testo nelle sue ‘Lettere a Dio’ le profondità di una prova assunta in tutto il suo cammino.

“(…) Credevo che la religione fosse sottomissione e mi sono impegnato in essa, e ho finito per giungere alla libertà.

Credevo che la vita fosse un cammino tracciato, passo dopo passo, ma non c’è cammino.

Credevo che si dovesse credere, e il cammino libera dalle credenze.

Credevo che la religione fosse inquadramento in un esercito ben organizzato e compatto, in cui sentire il respiro e la vicinanza di coloro che marciano con te, e sono stato costretto a scoprire che devo andare completamente solo.

Credevo di sapere ciò che si doveva pensare e sentire, e sono giunto a comprendere che la vita passa per una luce e un fuoco silenzioso.

Credevo di sapere che cosa bisognava fare, e sono giunto a comprendere che non c’è nulla da fare.

Credevo di camminare verso te, e ho dovuto comprendere che nella misura in cui la via si avvicina a te, ti confonde nella nebbia e mi dissolve come un tenue vapore.

Credevo che il cammino di Gesù fosse il cammino della salvezza e ho dovuto comprendere che non c’è nulla da salvare.

Credevo di dovermi sforzare con il tuo aiuto, e ho dovuto comprendere che il lavoro da fare è più tenue e sottile di sforzarsi, perché è un accorgersi misterioso, che più che ‘fare’ è un ‘non-fare’.

Credevo che percorrere il cammino consistesse nel coltivare lo spirito e allontanarsi dalla carne e sono giunto a comprendere che la via del silenzio è una trasformazione del sentire e della percezione.

Credevo che il cammino allontanasse dal mondo, e sono giunto a comprendere che il mondo è il suo discorso, la sua manifestazione, il suo angelo di luce.

Credevo che tu e io fossimo due e sono giunto a comprendere che ‘non ci sono due’.

Credevo che credere in te fosse credere in ciò che non si vede e sono giunto a comprendere che sei il Chiaro, il Manifesto.

Credevo nella chiesa cattolica, apostolica, romana e sono giunto a credere ai cristiani, e agli indù, ai musulmani, a tutti e a nessuno di essi.

Il tuo cammino è un cammino che va di perplessità in perplessità. Per questo è un cammino nascosto.

Cercavo in te la Verità, e ho dovuto comprendere che la Verità non è alcuna formulazione. La Verità, che è la tua verità, è silenzio, presenza e certezza. Questa è anche la mia verità.

Dio liberami dalla paura nel percorso del cammino che mi rimane e libera dalla paura tutti coloro che ti cercano. La paura sta portando fuori strada i pastori e le greggi”. (Tratto da Marià Corbí, Cincuenta cartas a Dios, Madrid PPC, 2006)

Alessandro Cortesi op

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I domenica di quaresima – anno A – 2014

Niccolò cattedrale di Piacenza XII sec
Niccolò – Cattedrale di Piacenza architrave del portale
Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Subito dopo il racconto del battesimo di Gesù, Matteo presenta Gesù che viene sospinto dallo Spirito nel deserto. C’è un primato dello Spirito al cuore di questa scena. Gesù vive nella disponibilità ad accogliere la forza e la chiamata dello Spirito: Matteo con tale annotazione indica che nel deserto si svolge un evento che conduce al rapporto fondamentale di Gesù con il Padre, al respiro profondo della sua vita, alle radici della sua identità.

Il deserto è luogo della prova, è rinvio al percorso dell’esodo: il deserto è anzitutto un ambiente fisico, lontano dal tempio e dai luoghi del potere. L’aridità delle rocce del deserto di Giuda ricorda la distanza dallo splendore dei palazzi di re e sacerdoti e ricorda l’esodo, la fatica e la lunghezza del cammino. Deserto è anche un luogo interiore, è dimensione che dice solitudine e si collega all’esperienza di Israele che nel deserto incontrò un Dio vicino, e visse l’esperienza di un legame unico con lui. Deserto è il luogo in cui Dio si è fatto incontrare parlando cuore a cuore, ed è anche luogo a cui ritornare per vivere ancora e per lasciarsi toccare da quella parola di tenerezza e di rinnovamento (Os 2,16).

Deserto è grande immagine non solo di uno spazio, ma del tempo. Si potrebbe leggere allora questa scena quasi come sintesi, presentatata in un momento determinato, dell’intera esistenza di Gesù. La scena delle tentazioni può così essere accostata non come episodio dai tratti suggestivi e immaginifici di un botta e risposta tra Gesù e il diavolo tentatore.

In questo racconto Matteo intende raccogliere ed esprimere il senso del cammino di tutta la vita di Gesù: lo legge come esposto ad una prova che parla anche alla nostra vita. Per Gesù nel deserto si pone la questione della sua identità, di quel nome ricevuto nel battesimo: Se sei figlio di Dio… Anche noi ci troviamo a vivere non solo le grandi scelte ma le piccole scelte che costruiscono la nostra identità.

Matteo pone alla sua comunità e a noi la grande domanda: Cosa vuol dire per Gesù essere ‘figlio’? E il suo racconto è quasi un accompagnamento a cogliere la scelta progressiva di Gesù di accogliere il dono di essere figlio aprendosi ad un rapporto di amore unico verso il Padre.

La scena nel deserto non mira a proporre una spiritualità di penitenza, di digiuni ripiegata nella paura della tentazione. Parla piuttosto di un’esperienza nello Spirito, di un amore capace di libertà e della gioia della relazione con Dio come Padre che Gesù ha vissuto nella sua vita: un incontro segnato da responsabilità e da libertà e per questo capace di dire ‘no’ perché orientato al grande ‘sì’ della direzione fondamentale della sua vita come dono. E si fa invito anche per noi ad entrare in questa sua vicenda per scoprire cosa significa essere figli nel Figlio.

Gesù si trova di fronte alla prova di realizzare il nome che ha ricevuto nel battesimo, ‘Figlio di Dio’. La logica del ‘tentatore’, personificazione di tutte le realtà che si oppongono alla via scelta da Gesù è diversa, è via che si oppone e presneta strade alternative. Le diverse proposte parlano di un modo d’intendere l’identità stessa di Gesù.

“se sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane”: è la provocazione a pensare la sua missione come un procurare beni materiali e in quella dimensione esaurire tutta l’esistenza. La risposta ai bisogni, il benessere del compimento delle esigenze primarie come fine ultimo della vita umana. Nella sua risposta Gesù cita la Scrittura (Deut 8,3) e rinvia all’esperienza del dono della manna nel deserto indicando la chiave del suo rifiuto: “Jahwè ti ha umiliato, ti ha fatto soffrire la fame e ti ha dato da mangiare la manna che né tu né tuoi padri avevate mai provato, per mostrarti che l’uomo non vive soltanto di pane ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Jahwè” (Dt 8,3). Israele nel deserto aveva preteso una prova della fedeltà di Dio, non si era fidato. Gesù ora, nel deserto, pone al primo posto la Parola di Dio, la fedeltà a Lui, la libertà di intendere la vita in un orizzonte che va oltre il soddisfacimento dei bisogni. C’è un dimensione che supera ogni altro bene che, per quanto importante, come il pane indispensabile alla vita, non può essere considerato assoluto. Ma soprattutto non può esaurire la sete profonda presente nel cuore della vita umana. La vita non si esaurisce unicamente entro le dimensioni del soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza e di benessere. C’è una apertura radicale e più profonda: è un’apertura alla libertà e a tutte le dimensioni dell’umano che vanno oltre. Gesù intende la sua vita come attenzione alle esigenze di vita alla salute, al pane, e tuttavia apre a considerare chela vita non può esaurirsi in quei beni raggiunti, è aperta ad altro: c’è una parola di Dio, un progetto che va oltre una chiusura su esigenze che possono anche pensate solamente nell’ambito individualistico.

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La seconda prova si accentra sul miracoloso e si accompagna alla citazione del salmo 91,11-12: “ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Vi è qui un’espressione della prova che Gesù visse al momento della croce. Sacerdoti, scribi e anziani dicevano “ha salvato gli altri, e non può salvare se stesso! E’ re d’Israele, scenda adesso, dalla croce e crederemo in lui… Ha confidato in Dio, lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene” (Mt 27,42-43). Questo scherno racchiude la richiesta una prova concreta di potenza, una verifica visibile. E’ l’idea di un Dio che toglie ogni responsabilità, che nega la stessa fede come affidamento. E’ pretesa di un messia della potenza che s’impone nell’evidenza, che non passa attraverso il rischio della fede. E per questo anche non si confronta con il rischio dell’amare che esige il coinvolgimento dell’affidarsi ad una presenza e ad una promessa. Gesù risponde richiamando alla prova di Israele quando il popolo si domandò carico di dubbio: “Ma il Signore nostro Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Cita ancora il testo della Scrittura e richiama ancora la logica di un amore che coinvolge tutta la persona ‘amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima’ (Dt 6,16). La sua fiducia nel Padre è abbandono senza riserve. Rifiuta manifestazioni di potenza, rifiuta di compiere il miracolo che susciti stupore ma che toglie la libertà del credere e dell’affidarsi. Rifiuta il miracolo che impedisce la possibilità di scegliere l’amore come esperienza di libertà.

L’oppositore Satana presenta infine a Gesù la prospettiva di vivere la sua identità nel senso del poere religioso o politico: gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria… Tutte queste cose io ti darò se gettandoti ai miei piedi mi adorerai”. La risposta di Gesù è nella linea di affermare un solo amore e un solo Signore: ‘Sta scritto infatti il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto” (Dt 6,16) Gesù si rifiuta così di entrare nella logica del dominio e del potere che racchiude in se stesso una radicale idolatria. La sua scelta è quella del servizio. Nel battesimo era stato designato come ‘Figlio e servo’. Ora viene tentato sulla modalità in cui vivere il suo essere messia. Matteo presenta Gesù che radica la sua vita sulla Scrittura, ripercorre il cammino d’Israele e pone davanti a sé l’orizzonte di un amore senza riserve con l’unica preoccupazione di compiere la volontà del Padre.

La scena delle tentazioni può così essere letta come espressione del rifiuto che Gesù incontrò nel percorrere la sua via. E’ una pagina che parla anche dell’identità di chi segue Gesù, della sua comunità: essere figlie e figli, divenire figlie e figli deve tenere presente innanzitutto che il padre non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli (Mt 18,14)
In questa serenità di fondo, sta anche il grande messaggio che Gesù ha vissuto la prova e in lui possiamo trovare la via da seguire nella vita.

Le tre provocazioni sono al cuore di tre grandi esperienze che costituiscono oggi per noi motivo di svuotamento del riferimento a Cristo. Provo a riprenderle accostando alcuni brani tratti dalla Leggenda del grande inquisitore di F. Dostojevski, che costituisce una lucida interpretazione della pagina delle tentazioni. E’ presentato Gesù che ritorna sulla terra a Siviglia ai tempi della Santa Inquisizione e viene imprigionato come eretico. Il Grande Inquisitore si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato non possono neppure concepire… Tu promettesti loro il pane celeste, ma può questo pane paragonarsi a quello terreno?…”

La prima provocazione è quella di pensare che tutta la vita si risolva unicamente nel soddisfacimento delle esigenze primarie e dentro l’orizzonte di beni e desideri materiali, pensare che l’orizzonte del desiderio possa essere chiuso solamente nella prospettiva di maggiore benessere, mezzi tecnologici o beni materiali è una attitudine che soffoca l’esistenza, che impedisce la libertà di un cammino che si apre ad altre dimensioni, al rapporto con gli altri, ad un diverso rapporto con le cose, all’ascolto di una parola di Dio per noi nella vita, alla libertà che spinge ad andare oltre.
Così il grande Inquisitore: “Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: ‘Davanti a chi inchinarsi?’. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi”.

La nostra identità più profonda non può essere ridotta ad una ricerca di una efficacia visibile, di avere un riconoscimento di gloria nell’orizzonte del miracolo. E’ realtà che soffoca la vita anche la ricerca di una religione che s’impone e genera cose stupefacenti in modo da poter affermare superiorità sugli altri ed evitare la fatica della fede e del rischio dell’amore in rapporto a Gesù.
Così il grande Inquisitore: “perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: ‘Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu’. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio… E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti”.

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La prova più sottile è quella del potere, del pretendere di essere come dio perché si raggiunge un potere sugli altri di qualsiasi genere. E’ la sottile adorazione di potenze di questo mondo che Matteo vede personificate nel ‘grande oppositore’, ma è anche quel modo di concepire la fede nel legarsi agli interessi e al compromesso con il potere. E’ un modo di vedere la religione come strumento per dominare o come un progetto politico che s’impone con la ricchezza, con l’uso della forza sociale e nel mettersi accanto e abbracciando i poteri e chi esercita il dominio. E’ la linea del fare alleanza con gli imperi della storia per averne ossequio e per ricevere privilegi in cambio di benedizione, privando così del grande dono della libertà del vangelo.

Così ancora il grande Inquisitore: “Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde”. (per una lettura del nostro tempo: cfr. G.Zagrebelski, La leggenda del grande inquisitore, a cura di G.Caramore, Morcelliana 2003)

Il percorso liturgico verso la Pasqua, il tempo dei quaranta giorni è occasione per entrare a partecipare della vita di Gesù, della sua passione morte e risurrezione: è questo il senso profondo di un cammino che è coinvolgimento nella sua vita, immersione, battesimo in cui accogliere una salvezza come dono di ‘molto di più’. Paolo nella lettera ai Romani presenta la salvezza come dono di Cristo caratterizzata da un ‘molto di più’. C’è il molto di più di Cristo che compie l’attesa di Adamo, il molto di più della grazia che non può essere posta a paragone con il peccato, il ‘molto di più’ del battesimo che genera uomini e donne nuovi a confronto con il vecchio e il ‘molto di più’ di una libertà che apre agli altri e all’Altro. Cristo, Adamo nuovo, è primizia per Paolo di una umanità diversa che vive nella logica del dono e impara a condividerlo.

Alessandro Cortesi op

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XXXIII domenica – tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4523XXXIII domenica tempo ordinario anno C – 2013
Ml 3,19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Lo sguardo di Gesù, di fronte alla maestosità del Tempio abbellito nella politica delle ‘grandi opere’ di Erode è uno sguardo diverso da chi si lasciava affascinare dalla grandiosità di quella costruzione che dominava la città di Gerusalemme.

Il suo sguardo è ancor più profondo se si considera il tempio come una grande metafora di un sistema religioso che assorbe l’esistenza e si centra sulla capacità umana di costruire qualcosa per Dio e di un potere che finisce per prendere il posto di Dio stesso.

Gesù ha uno sguardo disincantato e libero. Sa che le grandi costruzioni sono espressioni di sistemi religiosi economici e politici, poteri che assoggettano e mantengono le persone schiave. Le sue parole sono presentate da Luca – che scrive dopo che la caduta del tempio è già avvenuta nel 70 d.C. – non tanto e non solo come previsione di una grande distruzione e di una fine, ma sono da leggere come forte richiamo per maturare uno sguardo critico sulle costruzioni del potere umano e andare oltre a tutte le logiche del potere per un cammino di liberazione.

“Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: ‘Sono io’, e: ‘Il tempo è vicino’. Non andate dietro a loro!” Gesù mette anche in guardia dall’andar dietro a falsi messia e falsi profeti, a chi si pone come guida che svia dal riferimento a lui stesso e al vangelo. Falsi profeti sono coloro che cercano il potere. E il potere ha bisogno di grandi costruzioni esteriori e di grandi minacce per poter affermarsi in un clima di paura. Come aveva chiesto ai suoi ‘seguitemi’, così ora mette in guardia: ‘non andate dietro a loro’. C’è una sequela da rifiutare, per andare in senso contrario. E’ un richiamo ad una attitudine che non si lasci prendere da vane curiosità, la domanda sui tempi della fine, ma su ciò che conta veramente, e sappia distinguere la via da seguire e chi seguire. Gesù così invita fissare lo sguardo non sul tempio, non sui falsi profeti, ma su Dio stesso.

“Quando sentirete parlare di guerre e rivoluzioni non terrorizzatevi… non sarà subito la fine”. Non lascairsi vincere dalla paura di fronte a tuttio ciò che può turbare, ma vivere sin d’ora ciò che è essenziale e davvero ‘finale’ nella vita: questo chiede Gesù ai suoi e questo è possibile non in un futuro da temere, ma nella normalità dell’oggi, con la fiducia che Dio ha cura anche dei capelli del nostro capo. Il regno di Dio si realizzerà alla fine ma sin d’ora cresce in ogni scelta e in ogni atteggiamento di affidamento all’opera dello Spirito e di testimonianza di Gesù. Sta qui la fiducia del credente che fonda il suo impegno quotidiano sulle parole: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la perseveranza salverete le vostre anime”.

Gesù annuncia così un tempo di prova e di persecuzione dei suoi discepoli, un’esperienza che collega il cammino dei suoi a quello da lui stesso percorso. Come il maestro così i discepoli. Ma questo tempo di prova e di crisi viene letto come occasione per la testimonianza: “metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza”.

La prova diviene occasione di testimonianza e il richiamo finale di questo discorso è a perseverare. Non è una parola dettata dalle curiosità sulla fine del mondo, ma è una parola sul tempo del presente da intendere come tempo decisivo. Nel presente i discepoli vivono la prova, nel presente sono chiamati ad un discernimento su chi seguire, nel presente sono invitati alla perseveranza. La fine è già qui nel quotidiano in cui i discepoli sono chiamati a dare senso al proprio presente, anche nella difficoltà e nella crisi. E’ quindi un discorso sulla storia da vivere tenendo fermo ciò che è essenziale. Non una parola sulla fine del mondo, ma un invito a vivere nella attitudine critica capace di giudizio e nella resistenza il presente come tempo donato.

Anche a Tessalonica, di fronte ad una attesa di un ritorno di Cristo imminente, c’era chi viveva con ansia e agitazione. Paolo richiama ad uno sguardo alla quotidianità, a tener duro. Paolo indica la sua esperienza di lavoro come esempio, modello per la comunità di Tessalonica e richiama a superare l’agitazione lavorando in pace. Il suo è richiamo ad una attesa del ritorno del Signore da coltivare non nell’agitazione e nel disinteresse per il presente, ma in fedeltà al compito quotidiano. Sottolinea il lavoro come la grande esperienza umana che implica fatica orientata a guadagnarsi il pane. Nel lavoro quotidiano, nella cura in fedeltà alla terra sta già racchiuso il segreto di una attesa del ritorno del Signore e una tensione di tutta l’esistenza all’incontro con il Signore che viene.

Alcune osservazioni per noi oggi.
Molti sono coloro che nel tempo della crisi si pongono come profeti e messia di un sistema economico e di potere che è grande struttura di schiavitù e di oppressione, un sistema che schiaccia i più deboli e in cui ciò che conta è il profitto o gli interessi dei grandi centri bancari e finanziari. ‘Non seguiteli’ è l’invito di Gesù…

C’è un modo di vivere la religiosità che diviene costruzione umana, sistema che distoglie dallo sguardo a Dio. Quante volte la struttura delle chiese è stata ed è motivo di ricerca di potere umano, costruzione di successi e di esteriorità. Tutto questo è destinato a cadere, e l’invito anche oggi è a fissare lo sguardo sul volto di Dio che si fa vicino in Gesù, profeta rifiutato.

Paolo invita contro l’evasione e i diversi tipi di fuga a guadagnarsi il proprio pane lavorando in pace. Contro ogni tipo di fuga e agitazione il recupero del lavoro per mangiare il proprio pane è la via per una fedeltà al presente e per prepararsi all’incontro con il Risorto. Oggi il lavoro è stato svuotato del suo significato, è stato ridotto ad una merce e soprattutto è stato staccato dalla sua funzione di mezzo per guadagnare il pane. Quanti guadagni senza lavoro solo con rendite finanziarie che arricchiscono i più ricchi e impoveriscono i poveri. Le parole di Paolo hanno una grande carica di provocazione per porre attenzione al lavoro, il lavoro quotidiano, il lavoro vissuto con fatica e impegno, nelle nostre società divenute luoghi in cui soprattutto i giovani sono esclusi dal mondo del lavoro.

La prova e la crisi è occasione di testimonianza. In questi giorni un terribile tifone, il tifone Hayian, ha causato danni e migliaia di vittime in alcune isole, le più povere, delle Filippine. Il card. Tagle di Manila ha espresso con queste parole il senso di una testimonianza che sorge proprio nella prova. “La nostra riflessione continua su questa linea: vediamo distruzione, rovine ovunque, ma vediamo anche fede e amore sorgere da quelle rovine e questo ci fa sentire più forti”. Perseverare, stare forti, nella prova è vivere la prova come occasione di testimonianza.

Alessandro Cortesi op

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