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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0951Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” Nel vangelo di Marco i farisei sono presentati come gruppo in forte polemica con Gesù. Per certi versi Marco opera una caricatura della spiritualità farisaica, legata alla Legge, alla fedeltà quotidiana all’alleanza, ad esprimere la fede in atti concreti e visibili. Per certi aspetti il loro impegno era espressione di coerenza e vicino a quanto Gesù stesso proponeva. Ma Marco nell’indicare i farisei sottolinea un modo di opporsi a Gesù proprio di persone religiose, ma che vivono una religiosità centrata su di sé, escludente e incapace di aprirsi al dono di grazia. Marco scorge che vi è un rifiuto della proposta di Gesù che giunge proprio da persone religiose, che non comprendono il suo annuncio e vi si oppongono perché destabilizza un modo di intendere la religione. I farisei divengono così paradigma di un modo di vivere la religione in termini di esteriorità, di egoismo, di preoccupazione per sé e di indifferenza agli altri. Sono chiusi alle sofferenze del prossimo e per loro le norme stanno al di sopra dell’attenzione alle persone. L’osservanza delle prescrizioni, l’esecuzione dei riti, sono così slegati dall’attenzione agli altri. Vi è al fondo una pretesa di stare nel giusto in rapporto a Dio ed una mentalità di autoaffermazione che esclude e si pone in una condizione di autosufficienza e di superiorità.

I farisei criticano Gesù perché i discepoli prendono cibo senza lavarsi le mani, il che era una prescrizione religiosa e igienica. Gesù risponde a questa critica affrontando la questione del rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni che sono frutto di elaborazione umana. Gesù si oppone decisamente all’ipocrisia: è questo l’atteggiamento raffinato di chi anziché vivere la fedeltà a Dio in rapporti di giustizia pone la sua preoccupazione nell’adempimento di pratiche religiose ritenendo che questo sia tutto. I profeti richiamavano con forza che l’autentico culto doveva essere compiuto nella vita e stare in rapporto ad un impegno concreto di giustizia nei rapporti con gli altri e denunciavano un modo di rapportarsi a Dio che dava spazio al culto, ma senza coinvolgimento del cuore e perdendo di vista il centro della fede come rapporto che coinvolge la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Il cuore nella mentalità ebraica è il centro della persona. “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso (…) Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vita. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù pone la medesima domanda: dove sta il cuore, ossia il centro delle decisioni della persona? Se il cuore sta presso Dio allora il culto dovrebbe risultare un modo di vivere in cui si attua un nuovo modo di relazione con gli altri, e al primo posto sta lo sguardo alle persone a cui Dio, difensore del povero, dello straniero e della vedova, rinvia. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri. Gesù smaschera la deviazione di ogni tipo di fariseismo religioso, il trasporre tradizioni di uomini quale esigenza divina divenendo indifferenti alle persone, alla loro sete di liberazione e di vita.

“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: la durezza di queste parole dovrebbe rimanere monito ad ogni tentazione sempre presente di non mantenere il riferimento alla parola di Dio, alla sua richiesta di un culto come giustizia per i poveri, criterio primo e irrinunciabile della nostra esistenza.

C’è un secondo aspetto da cogliere nella risposta di Gesù alla questione sul puro e sull’impuro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. Bene e male non stanno nelle cose in se stesse. Le cose in se stesse non sono buone o cattive. E’ invece la persona che decide per il bene o per il male nel modo in cui utilizza le cose. .

Così dicendo Gesù dice che tutte le cose in se stesse sono buone ma possono essere utilizzate in vario modo, per il bene o per il male. In sé non hanno radice di male. Tutto viene da Dio e per questo non può esser cattivo o impuro in sé. E’ chiamata in gioco la responsabilità umana che non può essere delegata ad altri. Gesù critica quindi una religiosità che fa rimanere tranquilli perché si osservano alcune pratiche esteriorie  non s’interroga sull’orientamento del cuore. E indica come il rapporto con Dio sia un dialogo vivente in cui non si è mai concluso di domandare cosa è bene davanti a lui e in rapporto agli altri.

Puro e impuro rinviano allora ad una vita di fedeltà a Dio che trova espressione in una prassi che ha radice in un ‘cuore’ rivolto al Signore. Gesù richiama all’interiorità, a quella sorgente profonda da cui ogni comportamento della vita ha origine. Pone ogni persona davanti nella situazione di responsabilità, nell’esigenza di rispondere a se stessa e agli altri, davanti a Dio. E’ un messaggio di libertà e di fiducia perché apre ad accogliere la presenza di Dio, che solo può liberarci dall’egoismo e da ogni tipo di idolatria.

Alessandro Cortesi op

IMG_1005Responsabilità

C’è un tipo di responsabilità a cui oggi siano chiamati in modo particolare, che unisce insieme il rispondere agli altri, in particolare a chi soffre per l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione dei beni della terra e la vita stessa del pianeta: è la responsabilità ecologica che si scopre inscindibilmente legata alla responsabilità sociale. I mutamenti climatici in atto stanno dimostrando come un certo modello di sviluppo che viene presentato come elemento di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli incide profondamente sugli equilibri ecologici. Così la devastazione della terra, lo sfruttamento senza limite delle risorse, si riflette nello sfruttamento e nell’impoverimento di popolazioni e persone.

Nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2018 la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro insieme alla commissione per l’ecumenismo e il dialogo richiamano a Coltivare l’alleanza con la terra.

Ricorda il simbolo dell’arcobaleno di Gen 9,12. L’arco nel cielo richiama il dono della terra come spazio abitabile: Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace

In contrasto a questa visione di alleanza e di pace è richiamata la situazione del nostro presente: “Anche gli ultimi mesi hanno visto diverse aree del paese sconvolte da eventi metereologici estremi, che hanno spezzato vite e famiglie, comunità e culture – e le prime vittime sono spesso i poveri e le persone più fragili. Le stesse storie narrate da tanti migranti, che giungono nel nostro paese chiedendo accoglienza, parlano di fenomeni inediti che colpiscono – in modo spesso anche più drammatico – aree molto distanti del pianeta”.

Di fronte all’ampiezza del degrado può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Il Messaggio richiama ad un’attitudine di attenzione e di prevenzione fatta di pazienza e di un quotidiano operare che investe l’ambito politico e le scelte economiche. E viene sottolineato come la cura del creato sia da collegare ad una cura per gli altri, per il popolo e ad una dimensione spirituale: “…la sfida non interessa solo l’economia e la politica: c’è anche una prospettiva pastorale da ritrovare, nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili di vita e di consumo responsabile…”

“Ma c’è anche una prospettiva spirituale da coltivare: papa Francesco ricorda che “la pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (Laudato Si’, n.225)”.

Tali sfide sono da affrontare con la cura che parte dai comportamenti quotidiani e dalla lucidità nel saper leggere le cause profonde di fenomeni quali il cambiamento climatico e le migrazioni che segnano il nostro presente.

“é importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione”.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

img_0843_22Re 5,14-17; 2Tim 2,8-13; Lc 17,11-19

“Naaman siro scese e si lavò nel Giordano sette volte e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto: egli era guarito”

Naaman, un ufficiale di provenienza siriaca, straniero al popolo d’Israele è un lebbroso guarito dal profeta. Eliseo non chiede a lui alcun gesto eccezionale solamente quello di scendere a lavarsi sulle rive del fiume Giordano. Chiede ascolto insieme ad un gesto ordinario simbolo di pulizia e purificazione. Naaman guarì. Preso da meraviglia chiede di portare con sé alcuni sacchi di quella terra santa perché si rende conto della grandezza del dono ricevuto e della preziosità di quel luogo. Si apre con cuore di povero alla consapevolezza di essere guarito perché una presenza più grande avvolge la sua vita: una presenza che sta dentro la terra. Per questo chiede di portare via un po’ di terra: ‘Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele’. Mentre c’erano tanti lebbrosi in Israele in quel tempo il profeta Eliseo si fa tramite di una guarigione che tocca Naaman, un uomo venuto da lontano, uno straniero (cfr Lc 4,27).

La vicenda di Naaman rimane un riferimento importante. Luca quando narra il primo annuncio di Gesù nella sinagoga di Nazaret lo ricorda: Gesù annuncia la sua missione di vicinanza ai poveri senza limiti ed esclusioni. Così pure Luca rinvia a quel gesto di Eliseo quando racconta dell’incontro di Gesù con dieci lebbrosi: la salvezza è per tutti e può sgorgare dal cuore umano, senza esclusioni. Gesù è uomo libero che nell’incontro si lascia stupire dalla fede che salva.

“Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce dicendo: ‘Gesù maestro, abbi pietà di noi!… Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un samaritano”.

Anche qui si parla di guarigione. La lebbra, malattia che racchiudeva tutte le forme di patologie della pelle, era considerata in Israele una sorta di castigo di Dio, vista come malattia pericolosa (cfr. Lev 13-14). I lebbrosi erano costretti a vivere in condizioni di marginalità e lontananza Per questo: ‘fermatisi a distanza, alzarono la voce’. Il lebbroso non solo era un malato, ma era considerato come un uomo segnato dall’esclusione: da tener lontano dal consesso umano e lontano da Dio stesso. Gesù si comporta come uomo libero, supera barriere e distanze imposte da regole igieniche e religiose.

Luca è particolarmente attento a sottolineare i gesti di Gesù verso i malati: Gesù non ha timore di entrare a contatto, fino a toccare un lebbroso contro ogni regola (Lc 5,12-16). Nell’incontro con i dieci li invita ad affidarsi ad una promessa. Li ascolta nella loro richiesta e li invia presso i sacerdoti. Gesù è presentato da Luca come nuovo profeta, come Eliseo: solamente invita ad ascoltare una parola. Mentre obbediscono alla sua parola si compie per loro la purificazione. Dietro a questo termine usato da Luca è da scorgere come quell’invito di Gesù genera un’accoglienza un superamento della distanza in cui i lebbrosi erano tenuti rispetto a Dio. Non sono più impuri ma puri. E questo passaggio è evidenziato dalla guarigione. Solamente uno dei dieci, poi, ‘tornò lodando Dio a gran voce’, gettandosi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. L’unico che ritorna diviene sotto la penna di Luca l’esempio del credente. Loda Dio perché ha sperimentato l’aprirsi della sua vita ad una dimensione nuova. E Luca, ora, precisa: ‘Era un samaritano’. Non era solamente lebbroso, ma anche straniero: doppiamente escluso e lontano dalla salvezza.

Lo straniero, che sperimenta il superamento della sua condizione di escluso e impuro, è l’unico che ripercorre il cammino per ringraziare. Vive nel suo cammino i due atteggiamenti propri del credente, dire il bene e ringraziare. Riconosce in Gesù l’agire di Dio e per questo dà gloria a Dio. Gesù riconosce la fede e lo invita ad andare: ‘Alzati e và, la tua fede ti ha salvato’. Tutti gli altri furono guariti in quanto ‘purificati’ dalla lebbra, ma solo lui, lo straniero fece l’esperienza di essere ‘salvato’, nel vivere l’apertura all’agire di Dio nelle parole e nei gesti di Gesù. Il Dio ‘Altro’ e straniero si fa incontro a noi nell’incontro con i volti di ogni ‘altro’ che incrocia la nostra strada.

Alessandro Cortesi op

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(Taccuino Sanitatis, Casanatense, XIV sec.)

Curare

Sin dall’antichità la cura della malattia ha spinto alla ricerca sulle cause delle infermità umane e sui rimedi possibili ai diversi mali. La malattia che giunge improvvisa, come forza sconosciuta che si diffonde in modo dilagante ha attirato l’attenzione e ha generato le più angoscianti paure. Dalle narrazioni di Tucidide della peste  nel Peloponneso nel 430 a.C, passando per il Decamerone di Boccaccio scritto nei tempi della peste nera a Firenze del 1348, sino a Manzoni che ricorda la peste del 1630, e ad Albert Camus la letteratura ha recato testimonianza dell’esperienza della malattia nella storia umana. Così anche l’arte ha condotto a raffigurazione l’attività del curare in rappporto al male che procura la morte. E’ una lotta tra la morte e la vita in cui malato, persone vicine che assistono e la presenza di chi cura, dei medici, sono tutte presenze in relazione.

Un passo decisivo nel sorgere della scienza medica si ha con la dissezione dei corpi e gli studi anatomici. Nel più antico teatro anatomico d’Europa nell’università di Padova, costruito nel 1594, si legge un’iscrizione che rinvia alla ricerca come orientamento a far crescere e fiorire la vita: hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae: Questo è il luogo in cui la morte gioisce nel porsi a servizio della vita.

Théâtre-anatomique-Padoue.JPGNel suo dipinto La lezione di anatomia del dottor Tulp del 1632 Rembrandt ha offerto una raffigurazione di tale passaggio decisivo per il sorgere di una scienza medica. Gli sguardi intensi dei discepoli del dottor Tulp, i gesti precisi e autorevoli delle mani che da un lato mostrano e dall’altro offrono spiegazione della configurazione anatomica di un braccio e della mano, convolgono lo spettatore in un sentimento di ammirazione, di interesse e fiducia per la ricerca e per questa osservazione sui corpi.

Rembrandt lezione di anatomia del dr Tulp 1632.jpg

Le risorse della scienza tuttavia erano assai limitate e scarsi erano gli strumenti  di diagnosi atti ad offrire cure in rapporto ad una conoscenza approfondita delle diverse patologie. Come ricaviamo dalle delicate descrizioni fissate dal pennello di Jan Steen, artista olandese attivo soprattutto negli anni tra il 1660 e 1670 la visita del medico è presentata in un aura di solennità pur nel quadro di ambientazioni domestiche e quotidiane. Il suo profilo è quello di un personaggio autorevole, i suoi gesti sono delicati: dalle persone malate e dai vari componenti della famiglia è guardato con ammirazione e stima e nei confronti dei pazienti si china con delicatezza.

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Jan_Steen_the Doctor's visit 1660-1670.jpg

SteenThe sick woman 1663-1666 Doctor_and_His_Patient-1.jpg Il suo sentire il polso o esaminare il colore delle urine sono alcuni gesti che indicano la ricerca di segni per scorgere rimedi alla malattia. Nel dipinto La malata d’amore, il medico forse coglie più per la sua sensibilità psicologica che non da altri indizi le ragioni del deliquio della giovane nobildonna.

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Francisco Goya (1746-1828) nel dipingere una sua opera  in ringraziamento al dottor Arrieta (1820) che gli ha salvato la vita, ne raffigura il volto che traspare preoccupazione, senso di impotenza e compassione mentre porge allo stesso Goya, che presenta il suo autoritratto mentre è spossato dalla febbre, un bicchiere per bere.

Francisco Goya autoritratto con il Dott. Arrieta 1820.jpg

Pablo Picasso (1871-1973) in un dipinto che risulta essere una sua opera giovanile, dipinta all’età di circa sedici anni, propone un suo sguardo sul significato della cura. Al capezzale di una donna malata è posta la figura del medico – forte è il contrasto tra il colore livido delle mani della malata e quelle del medico  – che con attenzione e rigore sta controllando il battito cardiaco. Dall’altro lato in piedi una suora della carità è raffigurata secondo i canoni della classica presentazione della virtù della carità come donna con in braccio un bambino che sta porgendo forse una bevanda calda come ristoro. Due figure che divengono paradigmi e metafore di scienza e carità appunto. Il titolo del dipinto è ‘scienza e carità’ e offre uno squarcio sulla compresenza nella cura di competenza scientifica e vicinanza umana e compassione.

Pablo Picasso 1897 scienza e carità 16 anni.jpg(Pablo Picasso, scienza e carità)

Ma è forse lo sguardo umoristico e disincantato di Norman Rockwell (1894-1978) artista e ilustratore statunitense, che può condurre al sorriso nel fissare l’espressione dei volti del ragazzo forse costretto alla prima sua visita dall’oculista, mentre il suo pensiero è rivolto alla partita di baseball che l’attende, o al bambino, in visita dal medico, attirato dal diploma di specializzazione incorniciato sulla parete verso il quale manifesta curiosità, e, forse, dubbio, sulle competenze del suo dottore…

  1956-the-optician.jpg(Norman Rockwell, The optician 1956)

Norman rockwell.jpg(Norman Rockwell, The patient 1959)

Alessandro Cortesi op

(Cfr. L’evoluzione della medicina nella storia dell’arte: https://www.youtube.com/watch?v=SKBl0Yk1erU)

VI domenica tempo ordinario anno B

imageLev 13,1-2.45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Si potrebbe tentare di ripercorrere i gesti di Gesù espressi in questa successione nell’essenziale stile di Marco.

‘Ne ebbe compassione’. Gesù si trova di fronte alla presenza di un uomo affetto da lebbra. Giunge dal deserto, cioè a distanza dai centri della vita pubblica. E’ un uomo isolato per ragioni igieniche, tenuto separato dal ordone sanitario posto tra malati e sani, ma anche isolato per la sua condizione di impuro. La questione della purità sta al cuore di questo brano. Nel mondo di Gesù la questione della purità implicava una distanza e una preoccupazione di non avere nessun tipo di contatto con persone cose e situazioni impure, portatrici cioè di una forza che impediva il rapporto con Dio stesso. Oggi non percepiamo questo genere di separazione e tuttavia sappiamo bene cosa significa l’emarginazione: chi è tenuto fuori dalla convivenza sociale per motivi economici, sociali, religiosi, di provenienza culturale, etnica, di genere… non si parla più di purità o impurità ma viviamo nel tempo della grande separazione tra coloro che sono considerati ammissibili alla società umana e coloro che possono essere tenuti fuori, esclusi.

Gesù di fronte all’impuro prova compassione. La compassione è il sentimento che lo situa di fronte all’altro: ai suoi occhi quel malato era una persona e recava una sofferenza, insieme ad una richiesta di essere riammesso alla relazione. Aveva avuto anche il coraggio non solo di avvicinarsi, cosa vietata, ma anche di esprimere una profonda fiducia in Gesù: ‘se vuoi puoi guarirmi’. Gesù vive nei suoi confronti il sentimento proprio di Dio, il rapprendersi delle viscere, il sentire dentro di sé la sofferenza di quell’uomo non solo segnato dalla malattia ma anche tenuto escluso e a distanza, costretto ad una solitudine che diveniva addirittura percezione di essere allontanato da Dio. Gesù vive la compassione nel prendere su di sé e nel fare sua la sofferenza e la speranza di quell’uomo. In alcune versioni del testo evangelico questa espressione è resa con ‘andò in collera’. E’ l’indicazione della reazione di Gesù di fronte al male, alla malattia devastante e all’emarginazione di cui quell’uomo era vittima; ma anche indicazione della forza del sentimento, della passione che è al contempo di ira contro la malattia e di vicinanza a quell’uomo.

‘Stese la mano’. Il secondo gesto di Gesù è il gesto che colma una distanza. Tendere la mano è il gesto del soccorso, del protendersi vicino, del coprire lo spazio che lascia l’altro solo, per aprire un ponte di vicinanza e di aiuto. Tendere la mano è anche il gesto che indica un decentramento, un’apertura che diviene chinarsi e inchinarsi verso la mano che sta dall’altra parte, incerta e sta in attesa. Tendere la mano è gesto quotidiano del sollevare e dell’accompagnamento i bambini, della cura degli anziani, della cura per gli infermi a letto, del soccorso portato a chi non ha più forza per reggersi perché provato dal dolore. Tendere la mano è anche immagine per indicare un movimento interiore di sguardo che si fa partecipe e vicino. In questo gesto, che è gesto quotidiano, di un’umanità che si fa carico, Gesù dice che quell’uomo non deve rimanere chiuso nella solitudine, non deve rimanere prigioniero di un sistema che lo esclude. Dice anche e soprattutto che non deve sentirsi abbandonato da Dio, ma che Dio stesso gli si fa vicino. Il gesto di Gesù dello stendere la mano è così espressione del regno di Dio che è giunto e apre un mondo nuovo di relazioni possibili.

‘Lo toccò’. Gesù sceglie di toccare l’impuro. Questo gesto vietato dalla Legge è compiuto da Gesù che nel contatto si lascia contaminare e prende su di sé la condizione di impuro secondo le normative della Legge. Quell’uomo non è scomunicato, ma viene accolto, viene ristabilito in una relazione in cui scoprire che Dio lo accoglie. Il toccare è segno di una vicinanza fisica che indica l’accoglienza e il coinvolgimento, il suo farsi carico della sofferenza. Il tocco di Gesù è segnod elal tenerezza e della forza, della vicinanza e della solidarietò. E’ anche segno dell’importanza della corporeità nel contatto con gli altri, del suo non avere paura di toccare.

Gli disse: ‘lo voglio sii purificato’. C’è un gesto di vicinanza, di accoglienza, un gesto che parla da sé di una paradossale ospitalità. Gesù senza casa propria si fa luogo ospitale a chi era tenuto lontano ai margini. Il suo cuore e la sua vita si fanno spazio di condivisione ospitale. La parola accompagna i gesti: c’è un dono di gesti e un dono di parola. Ed è un comunicare in cui Gesù libera il cuore di quest’uomo, lo apre a scoprire che non è scomunicato, ma è benvoluto, accolto da Dio. Tutto questo avviene fuori dal tempio, non per opera del sistema religioso e Gesù invia il lebbroso purificato a riconoscere la purficazione avvenuta dai sacerdoti.

Gesù si sottrae ad avere forme di riconoscimento che rischiano di cogliere solo aspetti superficiali del suo agire. Non è tanto operatore di miracoli, ma profeta della accoglienza ospitale, profeta che si scaglia contro il male e contro la malvagità umana, motivata anche religiosamente, che genera emarginazione e solitudine. Ma anche, allontanando da sé la persona ormai liberata, la sottrae ad una sorta di dipendenza. Gesù vive incontri che generano percorsi di libertà.

L’ultima scena del brano presenta Gesù nei luoghi deserti: Gesù ha preso su di sé la condizione di colui che dai luoghi deserti lo aveva raggiunto. Ora si trova lui stesso in luogo desertico. Si è fatto carico nella solidarietà fino in fondo. Per una liberazione, per una storia di accoglienza. Nel deserto, nella solitudine della sua preghiera Gesù vive la sua esperienza pienamente umana di incontro con il Padre, di ascolto di Lui.

98a9e1b9bce5c8da045900de44a69c07-kp4E-U10401919742063LIF-700x394@LaStampa.itAlcune osservazioni per noi oggi

La mano tesa di Gesù a toccare il lebbroso ci riprta drammaticamente alle mani tese di tanti che si protendono a tirar fuori dai barconi fatiscenti immigrati che attraversano il mare, sfruttati e schiavizzati da chi guadagna sulla miseria di tanti. Il Mediterraneo, da mare nostrum, nostro, al plurale, di tutti, è divenuto frontiera invalicabile che separa chi è riconosicuto da chi non è considerato nella sua dignità di uomo e donna. Pretendere di difendere le proprie sicurezze nell’erigere muri di esclusione senza farsi carico dell’altro è il dramma che l’Europa oggi sta vivendo. Gli impuri da cui guardarsi oggi sono divenuti i miseri, i disperati, coloro che senza alcuna cosa propria cercano di accostarsi gridando la loro dipesrazione dai sud del mondo, dai paesi della fame, dello sfruttamento, della guerra. Cosa vuol dire oggi tendere la mano e toccare chi protende la propria mano e cerca di toccare una terra dove avere pane e riconoscimento di dignità? Sono anche coloro che per accogliere le regole economiche sono costretti ad una condizione di smantellamanto di ogni protezione sociale: cosa vuol dire oggi tendere la mano al popolo della Grecia che apre una provocazione a prendersi carico, ad una vicinanza solidale?

Paolo affronta una delle questioni che la comunità gli aveva presentato e che sintetizza nell’affermazione di una libertà percepita senza limiti: ‘Tutto è lecito’ (1Cor 10,23). Ricorda che la conoscenza gonfia d’orgoglio, ciò che costruisce è l’amore. Suggerisce così il criterio della edificazione: vivere la libertà è in vista costruzione di sé e della relazione con lo sguardo rivolto all’altro. Indica poi il criterio dell’attenzione alla coscienza dell’altro e della sua crescita e suggerisce una linea di comportamento dei credenti: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, tutto fate per la gloria di Dio” (1Cor 10,31) E’ un primo orientamento di tipo teologico. C’è poi il criterio della vicinanza alle persone, e di attenzione alle coscienze, una visione in cui al centro si pone non la ricerca del proprio interesse ma l’attenzione all’altro… perché possano salvarsi” (1Cor 10,33). Nelle parole di Kayla Mueller, la ventiseienne statunitense presa in ostaggio e uccisa nei giorni scorsi dall’Isis in Siria per portare soccorso alla popolazione vittima della guerra, si ritrova un’eco di questa tensione a vivere perche altri possano salvarsi. E’ confessione drammatica e toccante di poter vivere la condizione di libertà anche nella prigionia: “Sono arrivata ad un punto della mia esperienza in cui, in ogni senso della parola, mi sono arresa al creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro… + mi sono sentita teneramente cullata nella caduta libera da Dio + dalle vostre preghiere. Mi è stata mostrata nel buio la luce + ho imparato che persino in prigione, uno può essere libero, ne sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, qualche volta dobbiamo soltanto cercarlo. Prego ogni giorno che, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza + anche un arrendersi a Dio+ abbiate formato un legame di amore + supporto tra di voi…” – trad. di Marina Palumbo (agb) della sua ultima lettera ai famigliari dalla prigionia-.

Alessandro Cortesi op

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