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Quaresima: un cammino di ritorno

 

IMG_3543“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Questo invito del profeta Gioele apre il tempo della Quaresima: un tempo di ritorno, un tempo di deserto.

La Quaresima interrompe lo scorrere del tempo, invita a sostare e rallentare così il ritmo di giornate segnate dall’affanno e dalla rincorsa. Non inseguire l’antico detto dei giochi olimpici, più veloce, più in alto, più forte (citius altius fortius), ma intraprendere un nuovo stile, più lento, più in profondità, più delicatamente (lentius, profundius, suavius).

Quaresima è invito a convertire il cuore, per lasciare spazio a quel cambiamento spesso desiderato ma sempre rinviato. E’ invito ad un cammino per riscoprire l’essenziale, per recuperare ciò che veramente conta nella vita.

“Ritornate a me” è grido del profeta che si fa voce di un invito da parte di Dio per ritornare alla promessa che sta al cuore della vita, per lasciare spazio al dono di alleanza, per ritornare al vangelo.

Ma il ritorno, prima di essere movimento nostro, umano, è in primo luogo movimento di Dio stesso: è Dio che continua a ritornare a noi, a piegarsi sulla nostra vita per invitarci ad un incontro nuovo. Il ritorno è il movimento del Dio che per primo si muove a compassione, ascolta il grido di chi è nell’oppressione e scende a liberare, come è sceso per liberare Israele dall’Egitto.

In questo movimento si colloca il nostro ritorno, nell’accogliere l’altro invito che inizia la Quaresima: “lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). Quaresima è prima di tutto scoperta che siamo preceduti, è apertura ad un lasciarsi fare prima che impegno a realizzare qualcosa. “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo…” (2Cor 5,18): lasciarsi riconciliare da Lui è fare spazio a questo movimento di ritorno e di pace.

Così il nostro ritornare assume il carattere di un cambiamento del cuore in rapporto ad un Tu che attende e si fa vicino: ‘Ritornate a me con tutto il cuore’. E’ movimento non di singoli isolati e separati, ma è scoperta che pone insieme in un percorso comune.

Ritornare è vivere questo cammino per orientarsi alla meta. Se siamo chiamati a tornare significa che abbiamo perso di vista l’orizzonte, ci siamo dispersi in sentieri che conducono lontano dalla meta, ci siamo lasciati distrarre fino a perdere la strada.

Così il tempo di Quaresima è tempo di ritorno e di esodo, di deserto: nella Bibbia il deserto è tempo in cui vengono a mancare tanti orpelli ed anche tanti sostegni che riempiono e accompagnano la vita. Il deserto è luogo simbolico che rinvia all’essenzialità propria del deserto come spazio fisico in cui si sperimenta la solitudine, la fame, la sete e la propria vulnerabilità. Deserto è luogo in cui si è senza difese, nella nudità dell’esistenza. E’ il tempo della prova in cui addirittura si fa strada la nostalgia per le sicurezze perdute come Israele che si lamenta con Dio desiderando la sicurezza del cibo scarso e povero, le cipolle, della terra di schiavitù. Ma il deserto nella tradizione biblica è anche il luogo del fidanzamento, di un incontro rinnovato con Dio che proprio nel silenzio fa ascoltare la sua voce come sussurro di lieve silenzio, come brezza leggera che avvolge chi non ha più altri appoggi se non la sua Parola e la sua promessa. “Vieni con me nel deserto, là parlerò al tuo cuore…” è l’esperienza del profeta Osea che scorge il deserto come luogo di scoperta dell’amore unico di Dio:Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore…” (Os 2,16).

Nella Quaresima sono proposte tre vie per vivere questo incontro, orientati alla Pasqua di Gesù: sono le vie dell’elemosina, della preghiera e del digiuno. Sono tre vie proposte da Gesù, riportate nel discorso della montagna (Mt 6,1-18). Ma sono anche le vie proprie di tanti cammini religiosi e umani che fanno scorgere come la chiamata della Quaresima, questo tempo di ripensamento, di cambiamento e di nuovo orientamento della vita si incontra con i cammini di tutta l’umanità alla ricerca di ascolto, di senso del limite, di dono e condivisione.

L’elemosina è via per impostare un rapporto rinnovato con gli altri: non è innanzitutto fare qualcosa, ma è attitudine del cuore. L’elemosina è concepire la vita nell’orizzonte della misericordia. E da qui essere capaci di ascoltare la sofferenza dell’altro, di chi fa più difficoltà, di chi non ha sostegno. E’ via per imparare a condividere i beni scoprendo che ciò che si ha è in radice un dono che rinvia alla condivisione con gli altri. L’elemosina è la misericordia che sgorga dalla scoperta di aver ricevuto tutto come dono e dall’esigenza di comunicare anche ad altri quanto si ha.

La preghiera è via per impostare in modo nuovo il rapporto con Dio. La preghiera richiama alla gratuità del tempo donato per stare davanti a Dio riconoscendo la sua presenza, per ricercare il suo volto. Nella vita le realtà più importanti, che rimangono, non sono le cose, ma i volti. Ciò che rimane alla fine è l’amore che è passato tra le persone. L’incontro con il volto di Colui che rimane fedele per sempre chiede il fermarsi, fare sosta, vivere la pazienza di un tempo rallentato, ascolto della sua Parola.

Il digiuno è via per scorgere nuovo rapporto con se stessi, un nuovo equilibrio nella propria vita e nelle relazioni con le cose e con gli altri. L’invito al digiuno non come pratica di esteriore e da manifestare – Gesù indica il luogo segreto, l’interiorità, quale spazio in cui vivere queste vie –   è suggerimento di recupero del senso del limite nella vita: è richiamo alla sobrietà nel rapporto con le cose. E’ una via alternativa all’idolatria delle cose e al lasciarsi sopraffare dall’abbondanza che impedisce di scorgere la sofferenza di chi non ha nemmeno il necessario. E’ un invito a porre un limite per contrastare l’attitudine ad essere consumatori e divoratori di ogni realtà, per non  lasciar ridurre la vita all’unica dimensione del consumare ogni cosa. Digiuno è azione di contrasto allo sfruttamento come logica di vita e all’essere divoratori di beni e degli altri. Digiuno è nuovo rapporto con le cose con il creato, non da devastare ma da custodire e di cui prendersi cura.

Proprio nel messaggio della Quaresima di quest’anno 2019, inviato da Francesco vescovo di Roma si sottolinea un aspetto importante nel vivere questo tempo in attenzione alla cura per il creato. Il tema è infatti ripreso da un versetto della lettera ai Romani: “l’attesa della creazione è verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,24)

“La Quaresima del Figlio di Dio – scrive Francesco – è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare a essere quel giardino di comunione che era prima del peccato delle origini (Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere il medesimo cammino”.

Dal deserto al giardino. Dal deserto dell’esodo al giardino della risurrezione.

E’ questo un tempo favorevole per un autentico cammino di conversione. Cambiando modo di guardare da uno sguardo rivolto solo a se stessi, secondo indirizzi e slogan oggi ripetuti del “prima i nostri interessi” ad uno sguardo che si faccia carico degli altri, imparando a condividere. Volgendo lo sguardo alla Pasqua di Gesù.

Alessandro Cortesi op

Omelia – mercoledì delle ceneri – san Domenico di Fiesole – 6 marzo 2019

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I domenica di Quaresima- anno C – 2019

IMG_3443Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Israele professa così la sua fede: non è un elenco di definizioni su Dio, ma è il racconto di una storia di schiavitù e di liberazione. In questa storia Israele ha incontrato il Dio vicino e liberatore. E’ un Dio che agisce, libera, ascolta il grido degli oppressi scende a liberarli. I suoi pensieri non sono i pensieri dell’uomo; eppure nello stesso tempo è il Dio che si prende cura dei più deboli.

La sua azione è descritta nei termini del far uscire dalla terra di oppressione: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. Da qui sorge un camino per Israele e la terra diviene segno di fedeltà alla promessa.

Iniziare il cammino di Quaresima significa situarsi in questa storia, aprirsi a vivere un cammino di fede in ascolto di Dio che libera e salva. Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di tanti popoli. Quaresima è tempo di riscoperta di un cammino nel rapporto con Dio che fa uscire ancora.

Anche Luca nel suo vangelo presenta la scena delle tentazioni di Gesù: il suo racconto può essere letto in parallelo a Matteo che descrive tre momenti e tenendo presente quanto solamente accenna Marco che vede le tentazioni come chiave di lettura dell’intero cammino di Gesù.

Nella versione di Luca appare un elemento particolare: la conclusione delle tre tentazioni di Gesù non avviene su di un alto monte (come fa invece Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore quindi della città santa. La città di Gerusalemme ha per Luca un’importanza particolare: da lì tutto inizia, al cuore del tempio, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria, e a Gerusalemme tutto si compie nei giorni della passione e della morte.

Nel racconto delle tentazioni Luca intende comunicare che la prova non costituisce un momento passeggero ed unico nella vicenda di Gesù. E’ piuttosto un’esperienza che attraversa tutta la sua vita. E a Gerusalemme trova il suo culmine. Nel momento della morte Gesù si affida fino in fondo al Padre: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Così di fronte alle diverse ‘tentazioni’, la risposta di Gesù non è altro che un ripetere la sua fiducia e il suo affidamento in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”.

In primo luogo Gesù non risponde alle attese di chi vuole un salvatore che risponda alle esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane’. Gesù non intende essere un messia funzionale alle richieste di risolvere i problemi della vita come la sussistenza.

La sua non è nemmeno la risposta ad un’attesa di potere, sia esso di natura politica o religiosa: ‘ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’. Gesù rifiuta di essere un messia di tipo politico e del successo. Non si piega al potere che tutto vuole comprare con il denaro e con la propria arroganza.

Si oppone infine – ed è il terzo momento – a manifestarsi come un messia che suscita meraviglia: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Gesù rigetta di essere un messia che viene con potenza, con colpi di scena. I suoi gesti di bene, il suo agire attraversa il quotidiano ed invita a scoprire che l’incontro con Dio non è questione di eventi eccezionali, ma è vicino nel tessuto della vita. I suoi sono gesti di guarigione, di cura, di dono, di speranza. Per lo più sono attuati prendendo le distanze dalla folla che ricerca spettacolarità e prodigi. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero.

Luca pone l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo aver indicato la sua genealogia che lo unisce ad Adamo: Gesù riprende nella sua vita la storia dell’umanità. Gesù indica il senso più profondo di questa storia nell’affidamento a Dio, il Padre di misericordia che salva e apre cammini di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Marc Chagall L'ebreo errante 1923-25 olio su tela Musée du Petit Palais Ginevra      Marc Chagall, L’ebreo errante 1923-25 olio su tela – Musée du Petit Palais Ginevra

Un arameo errante

L’ebreo errante è figura che richiama elementi diversi e lontani. Alcuni risalgono ad antichissime leggende: nel suo profilo evoca la sorte di chi a causa di un atto sacrilego è costretto a pellegrinare nell’esistenza preso dal rimorso per il proprio peccato, come Caino. Per altri aspetti richiama le leggende attorno a figure presenti alla passione di Gesù e che lo offesero. In racconti medioevali come la Historia maior del benedettino inglese Matthew Paris del XIII secolo si trova il ricordo – proveniente dall’Armenia – di un certo Cartaphylus, portiere del palazzo di Pilato che aveva esortato Gesù a muoversi e che ricevette come risposta: “Io vado, ma tu aspetterai fino a che io ritorni”.

Attorno a questa figura si sviluppa in età medioevale la tradizione di un pellegrino dai contorni misteriosi e il racconto è utilizzato con forti accenti antiebraici. Dopo la Riforma soprattutto in Germania la leggenda trovò nuovo sviluppo in libri popolari. Nel Volksbuch tedesco, edito per la prima volta nel 1602 e più volte ripubblicato in diversi Paesi, compare la figura di un ebreo pellegrino dal nome Aashuerus con cinque soldi nelle sue tasche che si rinnovano: il suo vagare continuo per tutta l’Europa è un modo per manifestare la propria colpa, ma anche il proprio pentimento, senza mai trovare un porto di riposo al suo errare.

Nella ripresa del mito da parte di Goethe, Aashuerus diviene paradigma del vagabondo che non comprende la profondità del divino, ma peraltro manifesta lucida lettura della condizione umana. In epoche successive la figura dell’ebreo errante trovò espressioni letterarie diverse con vari accenti simbolici. Per un verso figura di chi nega la divinità e dopo un lungo errare si riconcilia con Dio, per altri aspetti figura del perenne camminare dell’umanità che continua a ricercare pace e giustizia.

L’ebreo errante manifesta nella cultura europea l’esempio della figura dell’ ‘altro’, che per un verso non si riconosce nella tradizione e nella fede cristiana e dall’altro è un testimone diretto della presenza di Cristo e della sua passione. E’ espressione dello straniero che inquieta e non cessa di interrogare sull’identità e sulla differenza proprio nella sua itineranza senza fine (cfr. R.Bernasconi, D. Wood (edd.), The Provocation of Lévinas. Rethinking the Other, London-New York, Routledge 1988).

Marc Chagall nei suoi quadri riprende questa antica figura. L’ebreo errante diviene nella sua interpretazione un riferimento alla sorte degli ebrei vittime dell’odio, costretti a fuggire di fronte alla persecuzione. Ebreo errante e Cristo crocifisso nell’arte di Chagall divengono simboli che si rinviano l’uno all’altro e richiamano alla persecuzione ed alla sofferenza inflitta al popolo ebraico.

Chagall capovolge nella sua lettura la prospettiva del mito: la figura dell’ebreo errante non è colui che ha offeso, ma la vittima costretta a fuggire e ad andare errando lontano. Così nella Crocifissione bianca, del 1938, l’ebreo errante è paradigma non dell’offensore ma di colui che è perseguitato, ed è vittima. Come Gesù sulla croce, che nella sua sofferenza è pienamente solidale con i patimenti del suo popolo.

Il dipinto dal titolo ‘L’ebreo errante’ (1923-1925) di Chagall riprende questo motivo. Sullo sfondo sono presentati alcuni elementi simbolici: si individua infatti la presenza dell’asino, animale tipico della campagna, la chiesa ortodossa di Vitebsk con i tetti delle isbe del villaggio dell’infanzia dell’artista, e quale figura imponente che occupa grande spazio della tela, il profilo del profugo in fuga con un sacco sulle spalle pieno di tutto ciò che un uomo in fuga può salvare. La figura dell’ebreo in cammino occupa quasi tutto lo spazio della tela. Il colore che si distingue tra gli altri è l’arancione. E’ un rinvio all’esperienza dell’errare propria del popolo ebreo a seguito dei pogrom e persecuzioni ma anche di Chagall stesso che fu costretto ad abbandonare Vitebsk per recarsi a san Pietroburgo e poi a Berlino e Parigi. Il bastone e il sacco sono simboli di un errare in cui si porta con sé la propria fede, la tradizione del popolo, il tesoro di un’identità ebraica che non è perduta. Una prima versione del dipinto, riportata su una fotografia e accompagnata da uno scritto di Bella Chagall, reca il titolo En route (In cammino).

Chagall con questa immagine evoca da un lato il cammino di una umanità sofferente che desidera pace e si trova a dover fuggire dalla violenza e dalla guerra. Dall’altro pone insieme il riferimento al cammino del popolo ebraico, cammino di vittime dell’odio e della malvagità associato alla figura di Cristo stesso, che ebreo di Galilea nel suo cammino ha condiviso il cammino di un popolo vittima dell’oppressione e dell’esilio e con esso il cammino delle vittime della storia.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: M.Massenzio, La passione secondo l’ebreo errante. I mitici itinerari del testimone vivente. Dalla passione di Cristo alla crocifissione di Chagall, Quodlibet 2007. M.Massenzio, L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo, Editori Riuniti, 2018.

 

 

 

 

I domenica di Quaresima – anno B – 2018

IMG_2137.jpgGen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

“Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi… e non ci saranno più le acque del diluvio…”. La quaresima è tempo per sostare e orientare il nostro cammino ad accogliere l’alleanza donata da Dio. La prima lettura di queste domeniche accompagna a ripercorrere e ricordare le diverse alleanze di Dio. Dono di vita e di fedeltà non solo per l’umanità ma per tutta la creazione. Dopo il diluvio e le sue distruzioni, l’arco da guerra, simbolo di ogni arma, è appeso per sempre tra le nubi e diviene arco che unisce cielo e terra. L’arcobaleno si fa segno e ricordo di un incontro che non viene meno e di un sogno di pace. Quaresima è tempo favorevole per ricordare questa alleanza, il disegno di pace nonostante ogni contraddizione e malvagità umana.

La lettera di Pietro che sottolinea il senso battesimale della quaresima, ricorda il diluvio in riferimento al battesimo: prepararsi alla pasqua è cammino battesimale per riscoprire come nelle acque del battesimo, rinasciamo come nuove creature in Cristo, nostra Pasqua.

La breve narrazione delle tentazioni di Gesù nel deserto è seguita dal primo annuncio del vangelo nei suoi caratteri essenziali.

Marco introduce questo brano utilizzando un avverbio a lui caro: ‘e subito’. E’ indicazione di scelte compiute sotto l’ispirazione dello Spirito (1,10.16.20.23.39). Poi dice solamente che Gesù ‘fu espulso’ nel deserto. Gesù è ‘spinto fuori’ dallo Spirito: un rinvio all’essere gettato fuori di Adamo dal paradiso. Gesù è presentato nei tratti di colui che assume la condizione di Adamo, è vicino all’Adamo che nel deserto vive la prova.

E’ così anche sottolineata l’azione dello Spirito nella vita di Gesù: lo Spirito sceso su di lui al battesimo ora lo spinge nel deserto. E con l’accenno al deserto si ricordano così i quaranta giorni di Mosè (Es 24,18), il cammino di Elia (Re 19,8), la vicenda del popolo d’Israele (Dt 8,2). Deserto è luogo della prova e della fatica, ma è anche luogo del fidanzamento, della tenerezza di Dio (Os 2,16).

Marco non si dilunga nella narrazione delle tentazioni. Al centro pone il confronto con il grande avversario, satana, personificazione del male. Non è solo un momento ma Gesù in tutta la sua vita vive questo combattimento. E’ Gesù – ci dice Marco – il più forte, venuto per legare il suo nemico e per saccheggiarne la dimora. La tentazione che Marco vede iniziarsi nel deserto continua e riguarda l’identità di Gesù, la sua via. E’ la tentazione di Gesù ma sarà anche dei discepoli quando avranno davanti il messianismo della violenza e del trionfo umano: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione” (Mc 14,38).

Nei quaranta giorni accanto a Gesù stanno le bestie selvatiche e gli angeli. La presenza degli animali e la loro tranquillità sottolinea una situazione di armonia fra tutti gli esseri, ed evoca il ricordo del racconto della creazione. Gesù inaugura una creazione nuova segnata dalla pace; anche le fiere, che nella Bibbia sono considerate una grande minaccia alla vita umana (Ez 14,21; Ap 6,8) sono in pace. Isaia con sguardo profetico aveva annunciato un tempo in cui il lupo sarebbe stato accanto al capretto e il vitello e il cucciolo di leone avrebbero pascolato insieme (Is 11,6ss.). Gli angeli sono creature celesti, inviati di Dio (Sal 91,11). Dicono che cielo e terra non sono separati e distanti, ma trovano nuova comunicazione. Sono anche segno del rapporto tra Gesù e il Padre. Gesù è riconosciuto come Figlio, in lui è presente l’armonia della creazione, e nel suo volto traspare il volto dell’Adamo che ha vinto le forze di ogni male, di ogni violenza.

Nel deserto Gesù è così presentato come messia che vince Satana, e vive una condizione di pace con la natura, con gli animali, con Dio. La sua identità è del Figlio amato dal Padre. Ha inizio un mondo nuovo, riconciliato e in pace. Nel deserto lotta contro il male e tutta la sua vita sarà un percorso di liberazione e guarigione che Gesù comunica aprendo a nuovi rapporti di pace, con la natura, con gli altri, con Dio.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_2134.jpgAlleanza con la terra

“La storia comincia con un enorme incendio che scoppia e si propaga nella foresta. Tutti gli animali, grandi e piccoli, scappano al limitare del bosco e si fermano a osservare le fiamme. Tutti tranne un colibrì. ‘Farò qualcosa per spegnere l’incendio’, dice il minuscolo uccellino. Vola fino al torrente più vicino e si tuffa nell’acqua. Si risolleva poi nell’aria portando nel becco una perla d’acqua che lascia cadere sulle fiamme. L’incendio divampa, ma il colibrì continua a volare al torrente e a tornare con una goccia d’acqua nel becco, convinto che quell’azione farà la differenza. Nel frattempo gli altri animali, alcuni dei quali con lunghe proboscidi e grandi bocche, come l’elefante, la giraffa, il leone e il leopardo, ridono della minuscola creatura. ‘ma cosa credi di fare?’ lo scherniscono. ‘Sei solo un colibrì. Lo vedi quanto è esteso l’incendio. Pensi davvero di poter fare qualcosa di buono?’. Senza sprecare tempo e stanco delle loro parole scoraggianti e della loro inazione, il colibrì si volta verso gli altri animali mentre si prepara a tornare al fiume ed esclama: ‘sto facendo del mio meglio!’. A prima vista sembra assurdo che un minuscolo colibrì, trasportando poche gocce d’acqua nel becco possa condizionare un enorme incendio in una foresta. Ma, chiaramente, non è quello il senso della storia. Le lezioni che possiamo trarne sono queste: il colibrì sta lavorando al massimo delle sue capacità per il bene più grande di tutti gli altri animali e delle foresta. (…) La loro inerzia amplifica solo la fatica dell’uccellino. La morale più ampia della storia è che non si raggiunge nulla senza fare sforzo. Come recita la massima attribuita al maestro cinese daoista Lao Tzu: ‘un viaggio di mille miglia inizia con un solo passo’. (…) Per quanto possiamo sentirci dei colibrì, dobbiamo prendere i nostri piccoli becchi e trasportare quella goccia d’acqua (quella goccia di cambiamento) dove è necessaria, e continuare a farlo, a dispetto di ogni previsione. Magari ci attireremo il disdegno, il dileggio o l’indifferenza di quelli più potenti di noi. O magari incoraggeremo altri a fare un passo avanti e seguirci. Non lo sapremo mai finché non abbandoneremo la nostra inerzia e daremo agli altri l’energia per agire. Alla fine, tutto quello che siamo chiamati a fare è il nostro meglio.”

E’ questa una breve storia che Wangari Maathai, biologa e attivista nell’ambito dell’ambientalismo, riporta nel suo libro La religione della terra (Sperling & Kupfer 2011), una storia legata al messaggio che percorre il testo e l’impegno della sua vita, riassunto nelle ‘tre R’, ovvero Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. 

A Wangari Maathai (1940-2011) è stato conferito premio Nobel nel 2004 con la motivazione di essere stata ispiratrice delle lotte per la democrazia e i diritti umani in Kenia ed in particolare per l’impegno delle donne nel migliorare la propria condizione. In Kenia ella è stata una delle iniziatrici del Green Belt Mouvement per il rimboschimento del territorio: in questa sua azione ha suscitato il coinvolgimento e l’impegno di molte donne allargando l’attività del movimento all’intera Africa negli anni ’80. Suo obiettivo era creare reti di collaborazione tra donne per piantare alberi, unendo in tal modo insieme l’ascolto del grido della terra e l’ascolto del grido delle vittime di ingiustizia e discriminazione.

La ‘signora degli alberi’ si fece promotrice della linea del ‘Mottainai’, termine giapponese che indica un sentimento di dispiacere per quanto viene sprecato: è un’esclamazione di disagio ad esempio quando si vede cibo sprecato o tempo perso in cose futili. Ed è un invito invece a scorgere un nuovo rapporto con le cose e con la terra, con i beni della natura di cui non considerarsi padroni, ma custodi e coltivatori, con il pensiero rivolto all’armonia della creazione e alla vita delle generazioni future.

“Se amiamo l’ambiente, dobbiamo identificarci con l’albero che è stato abbattuto e con le comunità umane e animali che stanno morendo perché la loro terra non le sostiene più. Dobbiamo esprimere rammarico per le terre devastate, rabbia quando sentiamo di una specie in pericolo a causa delle attività umane, o quando vediamo un fiume inquinato o una discarica. Dobbiamo onorare la nostra fame di bellezza in mezzo alla sterilità di un ambiente urbano privo di parchi o alberi o fiori. Dobbiamo riconoscere il dispiacere che possiamo provare quando un fiume non arriva più al mare, o il fondo di un lago è incrostato di fango crepato.”

Wangari, divenuta famosa nel mondo per le sue attività fu vice ministro per l’ambiente nel suo paese dal 2003 al 2005 e quando ricevette il Nobel nel 2004 disse “la sfida è ridare ai nostri figli un mondo di bellezza e meraviglia”.

Papa Francesco nella lettera enciclica Laudato si ricorda quanto detto dai Vescovi dell’Australia che hanno parlato di conversione necessaria come una nuova riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore» (LS 218).

L’esigenza di tale cambiamento non è solo individuale ma si rende necessario creare reti comunitarie in cui le forze di ciascuno possano essere unite. “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (LS 219).

Alessandro Cortesi op

 

 

I domenica di Quaresima – anno A – 2017

img_2582Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Tutto inizia in un giardino. Le letture di inizio quaresima rinviano al giardino delle origini e a Pasqua al centro sta ancora un giardino: quello della risurrezione. E’ già indicazione: quaresima è un tempo tutto rivolto alla Pasqua, per accoglierne il senso, per lasciarci coinvolgere nella via seguita da Gesù, nella sua morte e risurrezione, per lasciarci prendere dal dono dello Spirito.

Nel giardino bello, luogo della vita umana segnata dal respiro di Dio si attua una rottura. In una creazione segnata da bellezza e cose in relazione, non tutto è armonia: è presente la mancanza di comunicazione, il conflitto, l’incomprensione dell’altro, l’inganno, il male. E’ esperienza esistenziale. La domanda è ‘verso dove siamo diretti? Il cosmo e l’umanità sono assoggettati a forze di male, ad un perdersi nella disarmonia o c’è un altro orizzonte? Il capitolo terzo di Genesi si concentra sul dramma della rottura.

I capitoli 2 e 3 di Genesi sono così attraversati dalla grande domanda sulla condizione umana, sul peccato e sul male. Israele s’interroga alla luce dell’esperienza di fede: Dio è liberatore e vicino e il creato bello è opera sua. Tuttavia si fa esperienza del male. Il racconto di Genesi intende esprimere questa grande convinzione: il male proviene da scelte che derivano dall’uomo, non è una forza più grande di Dio. Ci sono rotture che sono frutto di una pretesa e del non accogliere di essere creature. Il racconto si sviluppa attorno al sospetto di Adamo ed Eva che la volontà di Dio non sia un progetto di compimento, di crescita e realizzazione umana. La grande tentazione è pensare a Dio come nemico che vuole il nostro male, come qualcuno da cui difendersi. La grande tentazione è non arrendersi ad accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di far sì che ogni male sia tolto. L’atteggiamento richiesto al credente è la responsabilità per eliminare con impegno tutte le forme del male esistenti: non il terrore di fronte ad un Dio capriccioso e malvagio e nemmeno la passiva rassegnazione, ma la dedizione di tutto l’essere a compiere l’opera di Dio.

Il capitolo 3 di Genesi presenta la situazione dell’uomo consapevole della sua condizione di impossibilità a salvarsi da solo: nella sua radice il peccato si connota come mancanza di affidamento nel rapporto con Dio. Esso porta con sé una serie di rotture, dell’uomo con la donna, dell’umanità al suo interno, delle persone con la natura. La prospettiva che si apre è di un cammino in cui divenire immagine di Dio che si prende cura.

Paolo presenta Gesù Cristo come nuovo Adamo, o meglio ultimo Adamo. In lui si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche all’interno dell’umanità. Gesù Cristo ha portato una novità: come nuovo Adamo partecipa della nostra condizione umana, è in un legame di solidarietà. La condizione di povertà e peccato, che segna la condizione del terreno (Adamo) è da Gesù definitivamente vinta con la sua croce e risurrezione. Paolo pone al centro la scoperta della grazia di Gesù Cristo. Per contrasto sottolinea la realtà del peccato, ma questa ormai è una condizione che è vinta dalla nuova solidarietà di Cristo con tutta l’umanità: nuovo Adamo che apre una nuova storia.

La situazione di prova non fu un momento particolare ma la costante della vita di Gesù. Il racconto di Matteo la sintetizza presentando una scena di tre tentazioni.

Le tre richieste presentate da satana (il ‘divisore’), riguardano il modo in cui Gesù può intendere la sua missione: la questione di fondo è che tipo di ‘messia’ è Gesù. Non mira al potere e al dominio politico; non si pone secondo una visione miracolistica, non ricerca potenza o successo umano; non è messia venuto a portare benessere immediato. Nel deserto Gesù vive le tentazioni laddove Israele aveva vissuto il suo venir meno alla fedeltà a Dio (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Gesù appare con i tratti di Mosè, guida verso un esodo nuovo in cui ripercorre i passi di Israele. Nel deserto era stato infedele, la scelta di Gesù si pone invece in fedeltà radicale al progetto di Dio. Sua unica preoccupazione è affidarsi totalmente al Padre. E’ un messia che rifiuta il successo umano, il potere e la violenza, la religione dei miracoli; sceglie la via del servizio e della condivisione.

All’inizio della quaresima è questa la via indicata non solo ai singoli ma anche alle comunità, per vivere in giustizia e solidarietà questo tempo di preparazione alla Pasqua.

Alessandro Cortesi op

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Ultimo Adamo

Nella chiesa della Trinità di Porto santo Stefano a Monte Argentario (Gr) un grande mosaico di Ivan Rupnik copre e adorna l’intera parete dell’abside. E’ un’immagine che in alto evoca la presenza del Padre solamente accennata nella mano che si protende dall’alto e insieme a Lui, lo Spirito raffigurata nella colomba in discesa verso il basso. Un fiume di frammenti colorati, di rosso, di arancione evoca luce, fuoco, amore che viene seminato indistintamente. Dono che proviene dall’alto e che si prolunga nella raffigurazione di una rete che si stende quasi ad avvolgere il globo fatto di cielo e terra in basso e aperto ad accogliere un irrompere di luce che si accentra sulla figura di Cristo.

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Al centro della scena in basso la figura di Gesù, con i segni della risurrezione, il nimbo crociato attorno al suo volto: crocifisso e risorto. E’ raffigurato nel gesto di prender per mano e di trascinare su, dagli abissi della terra la figura di un uomo alla sua destra, evocazione di Adamo, e la figura di una donna sinistra, Eva, la madre dei viventi. Due volti che stanno ad significare tutta l’umanità che trova accoglienza nelle mani di Gesù. In lui, il Figlio, nel suo gesto di discesa, nel suo prendere per mano e salire trova il senso della vita.

L’Adamo, il ‘terreno’ fatto di terra (adamah) che nella sua vita discende nella terra e che speriemneta il buio della sofferenza, della lontananza, del peccato,  trova salvezza e speranza nell’afferrare quella mano che gli si fa incontro. Gesù in questa iconografia così cara alla tradizione bizantina e che esprime il significato profondo della Pasqua, è l’ultimo Adamo. Per un verso il suo movimento è verso il basso: … umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte… Fa discendere l’amore di Dio fino a raggiungere, toccare anche gli abissi, rompendo le porte che tengono chiusi gli inferi – ogni situazione di inferno dei viventi e di sofferenza e lontananza umana -. Si fa solidale con tutti i lontani. Dall’altro trascina verso l’alto nella direzione della comunione e dell’incontro con Dio: viene accolto da Eva, anch’essa simbolo di tutta l’umanità uscita dalle mani di Dio, con il gesto carico di dolcezza di accostare il proprio volto alla mano, trattenendo a sé il braccio che le si offre: affetto e affidamento, stupore dell’amore. Il deserto di una terra arida e spaccata diviene giardino.

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La rete dell’amore di Dio gettata raduna e raccoglie un’umanità che al cuore della sua vita vive profondamente un’attesa, nelle sue sofferenze, nei suoi cammini. Gesù Cristo è in legame di solidarietà fino alle profondità più remote con l’esistenza umana. Il suo essere ultimo Adamo apre ad una comprensione nuova della vicenda umana. Apre ad uno sguardo nuovo sul cammino di questa umanità, di tutta l’umanità, fatta di volti, di diversità, di attese, che reca in sè un’immagine ed un legame con il Dio creatore e che per cammini diversi va verso quel compimento che è la vita in dono che Gesù ci ha indicato.

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCF6356.JPGDt 26,4-10;Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Queste parole che rinviano ad un storia di maltrattamenti e di dolore racchiudono anche la scoperta di un incontro. Il Dio d’Israele si rende vicino in una storia di liberazione: l’alleanza è incontro di vita in un cammino. La fede, accoglienza ed esperienza di tale incontro è espressa come racconto.

Il volto di Dio assume i tratti di una presenza che agisce, e libera: ascolta il grido dalla sofferenza dell’oppresso, scende a liberarlo. E’ il Dio grande e potente e nello stesso tempo il Dio vicino che si prende cura: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. La terra donata diviene il segno dell’attuarsi della sua promessa nel liberare dall’oppressione e dalla violenza.

Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di persone schiacciate dai regimi autoritari, di popoli come quello siriano, devastati dall’oppressione e dalla violenza.

Questa pagina suggerisce due atteggiamenti. Il primo: il credere è cammino e storia che coinvolge l’esistenza e può essere comunicata come racconto. E’ racconto di vita ma è anche racconto perchè la nostra vita è storia, cammino continuo che va facendosi negli incontri e nel tempo.

Il secondo: la fede che si apre al volto di Dio vicino e liberatore non può non generare scelte di vicinanza e di liberazione verso tutti quelli che soffrono a causa di ingiustizie e oppressioni.

Luca, come Matteo, presenta il momento delle tentazioni di Gesù: la conclusione viene posta non su di un alto monte (come fa Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore della città santa. Gerusalemme ha un’importanza tutta particolare per Luca: da lì tutto prende inizio con l’annuncio a Zaccaria, e a Gerusalemme si conclude il cammino di Gesù nei giorni della passione e della morte.

Luca suggerisce così che la prova non è momento passeggero nella vicenda di Gesù, ma attraversa e copre la totalità della sua vita. A Gerusalemme, centro del tempo della storia di Israele e dello spazio, ha il suo culmine. Sulla croce Gesù vive l’affidamento radicale al Padre solo: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Di fronte alle tre ‘tentazioni’, la risposta di Gesù è una sola, il rivolgersi con fiducia a Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”. Gesù non risponde alle richieste di sacro o ad esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane… ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’.

E’ invocato come ‘Figlio di Dio’ titolo del messia, atteso come colui che avrebbe portato la signoria di Dio sulla terra. Viene posta la questione della sua identità. Gesù risponde con il suo agire: non è un messia di una religione del sacro, non è messia portatore di dominio e di potenza politica o religiosa. Gesù rifiuta così la via dell’affermazione di una religione politica e trionfale.

Rigetta infine un messianismo spettacolare: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Non si getta dal pinnacolo del tempio. Il suo essere messia, mai rivendicato in modo esplicito,  trova espressione nel suo ‘passare facendo il bene’. I suoi gesti di bene sono agire che guarisce, risana, ridona speranza a chi è curvato: saranno compiuti per lo più nella distanza dalla folla alla ricerca di spettacolarità, di prodigi, facile ad entusiasmarsi in un’ottica di guadagno. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero, che risponde alla violenza con la mitezza e il perdono.

Luca situa l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo la genealogia. In essa Gesù era stato ricondotto fino ad Adamo. In lui la storia dell’umanità trova un punto di riferimento centrale. Gesù poi vive le prove indicando la prospettiva della sua vita, l’affidamento a Dio: è il Padre misericordioso al centro della sua vita, colui che desidera abbracciare i suoi figli resi capaci di libertà.

Quaresima può divenire tempo per scoprire la nostra storia come racconto, per continuare un cammino in cui al centro scoprire l’agire di Dio che scende a liberare per rendere capaci di umanità.

Alessandro Cortesi op

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Tempo della prova

Il tempo della prova è il tempo dell’autenticità. Non è un tempo di cui è possibile fissare limiti. La prova si presenta in molti modi ed è la sfida di una vita in tutti i suoi momenti. L’intero cammino di chi nella vita s’interroga, non passa distante e distratto di fronte a ciò che accade fuori e dentro, è luogo di prova.

Prova significa incertezza, crisi, fatica di comprendere, senso di impotenza. E’ anche apertura a contestare le facili offerte, le piacevoli soluzioni, a vivere il coraggio di percorrere sentieri non battuti, difficili, nascosti. E’ tempo di passaggi, tempo di sfide in cui imparare volta a volta a rispondere in modo nuovo, non scontato. Tempo della prova è anche tempo in cui non tutto è previsto e calcolato.

Quando si volge lo sguardo indietro si scopre, come la meta stessa la si incontra nel cammino e come il cammino apre ad orizzonti che non si pensavano lontanamente al momento della partenza.

La nostra epoca ha sete di ripensare e rivivere in modi nuovi una ricerca profonda, di spiritualità, di ricerca di Dio, di possibilità di vivere insieme ad altri. Per vie nuove, per vie in cui ciascuna e ciascuno è interpellato e coinvolto personalmente. Senza reti di protezione, senza appoggi fasulli. Smascherando le vuote devozioni e superstizioni che sviano e inquinano le ricerche profonde, nascoste, fuori dalle mappe con confini ben tracciati.

Le sfide della tecnologia che avvolge tutto, la condizione del mondo segnato dal dominio di chi regge le economie e dei poteri finanziari costituiscono oggi il contesto in cui viviamo la grande prova di una vita in cui non accontentarsi delle facili e consolatorie offerte. Sono anche le costruzioni religiose di chiese, il dominio di gerarchie, i sistemi di pensiero e di vita esclusivi, incapaci di incontro, indifferenti agli oppressi. E’ tempo in cui riprendere in mano profondamente la sfida del credere come ‘prova’ per l’umanità intera.

Mariano Corbì (Valencia 1932), pensatore catalano, direttore del ‘Centro di studio delle tradizioni di sapienza’ a Barcellona, ha affrontato la sfida di coltivare una spiritualità connotata per la creatività, capace di oltrepassare i limiti di credenze e ortodossie che escludono. Cercatore di sapienza, il suo impegno è stato quello di rileggere in profondità le tradizioni spirituali diverse che hanno portato a qualità umana nella vita di chi ci ha preceduto, per orientare in modo nuovo il nostro futuro.

Sintetizza gli elementi fondamentali di una ricerca spirituale nell’interesse per la spiritualità , nel distacco da una preoccupazione per sé e dei propri beni, e nel silenzio per concentrarsi e per de-centrarsi sull’Altro e sugli altri. Nel suo percorso di ricerca spirituale nel tentativo di scorgere le trasformazioni del mondo in cui viviamo ha espresso in un testo nelle sue ‘Lettere a Dio’ le profondità di una prova assunta in tutto il suo cammino.

“(…) Credevo che la religione fosse sottomissione e mi sono impegnato in essa, e ho finito per giungere alla libertà.

Credevo che la vita fosse un cammino tracciato, passo dopo passo, ma non c’è cammino.

Credevo che si dovesse credere, e il cammino libera dalle credenze.

Credevo che la religione fosse inquadramento in un esercito ben organizzato e compatto, in cui sentire il respiro e la vicinanza di coloro che marciano con te, e sono stato costretto a scoprire che devo andare completamente solo.

Credevo di sapere ciò che si doveva pensare e sentire, e sono giunto a comprendere che la vita passa per una luce e un fuoco silenzioso.

Credevo di sapere che cosa bisognava fare, e sono giunto a comprendere che non c’è nulla da fare.

Credevo di camminare verso te, e ho dovuto comprendere che nella misura in cui la via si avvicina a te, ti confonde nella nebbia e mi dissolve come un tenue vapore.

Credevo che il cammino di Gesù fosse il cammino della salvezza e ho dovuto comprendere che non c’è nulla da salvare.

Credevo di dovermi sforzare con il tuo aiuto, e ho dovuto comprendere che il lavoro da fare è più tenue e sottile di sforzarsi, perché è un accorgersi misterioso, che più che ‘fare’ è un ‘non-fare’.

Credevo che percorrere il cammino consistesse nel coltivare lo spirito e allontanarsi dalla carne e sono giunto a comprendere che la via del silenzio è una trasformazione del sentire e della percezione.

Credevo che il cammino allontanasse dal mondo, e sono giunto a comprendere che il mondo è il suo discorso, la sua manifestazione, il suo angelo di luce.

Credevo che tu e io fossimo due e sono giunto a comprendere che ‘non ci sono due’.

Credevo che credere in te fosse credere in ciò che non si vede e sono giunto a comprendere che sei il Chiaro, il Manifesto.

Credevo nella chiesa cattolica, apostolica, romana e sono giunto a credere ai cristiani, e agli indù, ai musulmani, a tutti e a nessuno di essi.

Il tuo cammino è un cammino che va di perplessità in perplessità. Per questo è un cammino nascosto.

Cercavo in te la Verità, e ho dovuto comprendere che la Verità non è alcuna formulazione. La Verità, che è la tua verità, è silenzio, presenza e certezza. Questa è anche la mia verità.

Dio liberami dalla paura nel percorso del cammino che mi rimane e libera dalla paura tutti coloro che ti cercano. La paura sta portando fuori strada i pastori e le greggi”. (Tratto da Marià Corbí, Cincuenta cartas a Dios, Madrid PPC, 2006)

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3333Dt 26,4-10; Sal 90; Rom 10,8-13; Lc 4,1-13

“…pieno di Spirito Santo si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”

Un particolare è sottolineato da Luca in questa pagina delle tentazioni di Gesù: è l’insistenza sulla presenza dello Spirito nella sua vita. Lo Spirito discende su di lui al momento del battesimo al Giordano. Lo Spirito lo guida nel deserto. Le tentazioni sono da leggere come sottili tentativi di distoglierlo dal suo cammino e dalla sua scelta fondamentale.

Luca organizza le tentazioni in tre scene, nel deserto. La prima è la sfida : “di’ a questa pietra che diventi pane”. Si tratta della richiesta di trasformare tutto in pane, di inseguire solamente il soddisfacimento dei desideri di un benessere materiale chiuso ad ogni altra dimensione, di pensare la sua stessa missione, il suo essere messia nei termini di un risposta a richieste materiali.

La seconda è la sfida presentata ‘in alto’, guardando tutti i regni della terra: “se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me tutto sarà tuo”. E’ la tentazione di un potere inteso come ottenimento di gloria sottomettendosi alle logiche dell’ingiustizia, della menzogna e dell’oppressione, le logiche ‘diaboliche’ che dividono l’uomo dall’uomo e da Dio stesso.

La terza è situata sul punto più alto del tempio: “se tu sei figlio di Dio gettati giù di qui”. E’ sfida sottile: indica la pretesa di evidenze, di prodigi manifestati che esigano subito il riconoscimento e il prestigio con l’ostentazione di un potere sovrumano. E’ la via di un messia che s’impone con il prodigio e non vive la debolezza e il rifiuto.

Sono tre prove che risultano essere quasi una sintesi della prova continua vissuta da Gesù nella sua esistenza. Era infatti provocato ad offrire segni spettacolari, a rispondere a bisogni che corrispondevano ai desideri di soluzione di problemi e di potere. Ma nei vangeli Gesù si sottrae quando vede che i suoi gesti possono essere male intesi: come il suo gesto di distribuire e condividere pane, se esso non apre ad una sete e ad una fame ulteriori. Si sottrae anche quando i suoi stessi discepoli cercano di chiedere per loro posti di potere e prestigio. Gesù sfugge anche quando i farisei gli chiedono segni spettacolari, un segno dal cielo. Le tentazioni ci parlano del cammino di Gesù, sottoposto alla prova nel cuore della sua missione.

C’è un versetto di Luca importante, che riprende, verso la fine della narrazione l’episodio delle tentazioni o prove di Gesù (Lc 22,28) “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. La prova è esperienza di Gesù nel deserto, nel cammino della sua vita, ma è anche prova della sua comunità, di coloro che sono chiamati a stare sotto la prova e a non cedere. E non cedere alla prova significa, nel deserto, rimanere fedeli allo Spirito, accogliere lo spirito. All’inizio del suo cammino Luca presenta Gesù lucido, e libero di fronte alle prove.

Forse anche noi dovremmo chiederci quali sono gli ambiti della prova oggi, per essere lucidi di fronte a diversi generi di prove. Provo ad indicarne alcune.

Non di solo pane vive l’uomo. La prima tentazione è quella di ridurre tutto a pane da consumare. Attenzione! Non il pane da condividere, non il pane che è frutto di fatica e lavoro e reca in sé il segno della convivialità e della accoglienza. Ma il pane da consumare. La ricerca di una soddisfazione che tutto prende, ingloba e consuma, che tutto riduce a guadagno nella ricerca di beni materiali. E’ il modo di concepire un’esistenza in cui tutto è riducibile alle forme del desiderio e del desiderio materiale. Il soddisfacimento dei propri bisogni, il perseguimento dei propri interessi senza curarsi degli altri, l’accaparramento per cui si accumula senza pensare ad altro. L’avidità che svuota la solidarietà. Le radici di tanta aggressività, violenza, incapacità di relazioni sorgono proprio dalla pretesa di avere felicità in un consumo che permea tutto il vivere: si consumano beni, risorse, mezzi, sino le persone. Essere spinti nel deserto dallo Spirito è occasione per divenire lucidi e saper riconoscere questa tentazione che svuota la vita e la rende schiava di una tensione a consumare senza rapporto con l’altro. Di fronte alla richiesta che la pietra diventi pane Gesù risponde che l’uomo ha bisogno non solo di pane e quel pane di cui pure ha bisogno deve recare con sé apertura ad altro, alla condivisione ad un incontro più profondo.

La seconda tentazione riguarda il potere. Viviamo un tempo in cui la perdita del ruolo sociale porta la chiesa a cercare nuove forme per poter incidere sulla vita politica e sociale. Ma non è forse questa una vera e propria tentazione da riconoscere? Gesù rifugge la via del potere che per affermarsi accetta il compromesso con l’ingiustizia, con la corruzione, con  l’adorazione di ciò che non è dio  e separa (diavolo è il separatore, colui che divide) l’uomo da Dio stesso. Gesù riprende qui la critica profonda dei profeti ai Baal: Baal è quel padrone che tutto compra. Viviamo anche oggi forme di potere in cui tutto è ridotto a merce da comprare e scambiare, il lavoro stesso viene ridotto a merce, la vita delle persone, le donne sono ridotte merce, e tutto viene sottoposto alle regole di un padrone che compra a suo piacimento. Nel deserto lo Spirito può guidare a sottrarsi a queste logiche pervasive e riconoscere solamente il Dio dei poveri, dei sottomessi degli offesi.

La terza tentazione è il rifiuto del miracolismo, della ostentazione, dei segni prodigiosi. Gesù rifiuta di prendere questa via di un messianismo del prodigio, della manifestazione e sceglie invece la via del servizio del nascondimento, del farsi prossimo, che non cerca di guadagnare ma perde la propria vita, la consegna al Padre e agli altri, fino alla fine. E’ la via di un ascolto del Padre e di chi gli si fa incontro, è la sua obbedienza fondamentale ed è anche la via della fraternità vissuta come un rimanere solidale fino alla fine. Non è forse questa via dell’ascolto, della solidarietà e della fraternità la strada da riscoprire oggi per le chiese?

Il deserto che Gesù vive è il deserto biblico: è un luogo ma è anche un simbolo. E’ simbolo dello spazio in cui si riscopre l’essenziale, è lo spazio dell’inermità e della debolezza. Nel deserto si sperimenta la propria piccolezza e gli spazi sconfinati, la paura dei pericoli, la necessità delle cose essenziali. Nel deserto si viene spogliati da tutto ciò che è appesantimento, sovrappiù, non necessario. Deserto nella bibbia è luogo di prova: c’è la sete, la mancanza di cibo, c’è la prova più radicale rappresentata dalla nostalgia di quando si era schiavi: almeno in Egitto – è la mormorazione del popolo – avevamo le pentole piene di cipolle per poter mangiare, nel deserto neppure quello. Ma il deserto è il luogo dell’incontro con Dio che guida, con lo Spirito che apre alla libertà, anche dalle proprie angustie ricerche. Il deserto è tempo di rinnovamento e di fidanzamento, tempo dell’incontro nella novità e dell’intimità di ascolto di una parola che raggiunge l’interiorità, che tocca e cambia la vita. “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,17). Vieni con me nel deserto. Questo è l’invito di questa Quaresima.

E’ da riflettere sul fatto che le recenti dimissioni del papa sono situate all’inizio di un tempo di deserto, la quaresima di quest’anno, tempo importante per recuperare l’essenziale, per fissare lo sguardo su Gesù, per vivere cambiamenti di rinnovamento. In questa scelta leggerei innanzitutto l’indicazione di una debolezza, di una sincera e umana espressione di ‘non farcela’ di fronte non solo alle fatiche dell’età, ma anche ad una situazione di lotte di potere e di perdita di orizzonti di vangelo all’interno della stessa chiesa. Questo gesto potrebbe portare all’irruzione di un senso di umanità che desacralizza la figura stessa del Papa chiamato ad un servizio da vivere con umiltà finché è possibile. Penso che indichi anche la necessità di ripensare in visione ecumenica il ruolo del papato, del ‘presiedere nella carità’ come un servizio che può essere assunto e continuato da altri – un servizio da vivere nella condivisione reale di peso e di ricerca – nel riconoscere la debolezza umana e la possibilità di scelte diverse, secondo coscienza, in situazioni diverse (in modo diverso dal suo predecessore). E’ un gesto che parla di silenzio, di distacco da una posizione di potere per una ricerca più essenziale e profonda che dovrebbe stare al cuore di ogni ruolo e posizione nella chiesa.

E’ anche un gesto che reca in sè l’apertura ad un ripensamento, ad una conversione ecclesiale: la chiesa dovrebbe ritrovarsi in modo diverso oggi attuando un cambiamento radicale in rapporto al vangelo, ponendo la fraternità al centro, rinnovando forme  di governo nella direzione di un servizio condiviso e plurale, aprendo ad un domani in cui non si parli più solamente di cardinali o di ‘uomini di chiesa’ ma anche di… donne… e di ‘poveri cristiani’ (il gesto del papa ha riportato al gesto di Celestino V narrata da Ignazio Silone come l’avventura di un povero cristiano), e di poveri da mettere al centro al seguito di Gesù che si è fatto povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Alessandro Cortesi op

 

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