la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(Berlino, maggio 2016)

Zac 2,10-11; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“mentre si trovava assieme ai suoi discepoli in un luogo appartato a pregare…” Nel vangelo di Luca l’attenzione alla preghiera di Gesù è tratto tipico. E’ un invito a rimanere sulla soglia di questa esperienza che segnava le sue giornate, ma in fondo avvolgeva la sua persona stessa. Pregare per Gesù è segno del suo stare in una relazione fondante di vita, con il Padre suo. Pregare è luogo di domanda sulla sua identità, e di apertura ad incontrare ad aprirsi ad ogni altra relazione.

Molte curiosità sulla sua preghiera restano deluse dalla lettura dei vangeli: piuttosto si è introdotti in un cammino. Gesù è presentato in preghiera nei momenti decisivi della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). In rapporto al suo pregare ritorna la domanda: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. Ma è questa domanda che reca nel cuore e che attende un aiuto dai suoi: ‘Secondo voi, chi sono io?’.

“Chi sono io secondo l’opinione della gente?” Questa domanda è parola preceduta da un silenzio. Nel luogo in disparte la preghiera si apre e diviene colloquio con i discepoli. Le risposte presentate offrono luce su alcuni aspetti dell’identità di Gesù: per la gente Gesù ha il volto di Giovanni Battista, o di Elia, o di un ‘profeta’. Luca stesso aveva presentato Gesù con i tratti del profeta. nella sinagoga di Nazaret aveva parlato del grande profeta Elia (Lc 4,25-27). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il Cristo, il messia di Dio’. ‘Messia’ è ‘colui che è stato unto’ per una ‘missione’ da parte di Dio uomo scelto da Dio per portare salvezza.

Gesù non sembra dire quale sia la risposta giusta o sbagliata. Dopo queste reazioni parla di sé come ‘figlio dell’uomo’ e del suo cammino: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’. La figura enigmatica del ‘figlio dell’uomo’ rinvia al libro di Daniele al cap.7 dove si presenta una visione degli ‘ultimi tempi’, alla fine della storia. Il figlio dell’uomo viene tra le nubi e ha la funzione di giudice di tutta la storia (Dan 7,9-14): è indicazione di una figura trascendente. Ma anche figlio dell’uomo esprime il suo cammino di uomo, nel compiere una umanità fragile.

Nei vangeli ‘figlio dell’uomo’ è espressione utilizzata quando si parla della sofferenza che Cristo subì. Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). Non si tratta di una determinazione fatalistica. Nemmeno è indicazione che il Padre vuole la sofferenza del Figlio come necessaria. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono un’interpretazione della sua vita alla luce del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva e rimane fedele alle sue promesse.

La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata e non è nemmeno un incidente nel suo cammino. A suoi Gesù dice che la sua vita non sta nella direzione del dominio e della violenza, secondo le attese di un messia trionfatore e potente, ma nella via della dono e del servizio: in questo senso si pone come un cammino di umanità piena che compie le dimensioni più profonde del cuore umano. Vivendo in tal modo Gesù sa di esporsi ad un rifiuto. La sua stessa morte assume un significato di salvezza se letta in rapporto all’agire di Dio. Dio attua nella storia una pedagogia di incontro non con la violenza ma introducendo alla scoperta del suo volto quale inermità dell’amore. Solo l’amore può vincere la morte: anche nello scandalo della morte Dio si rivela come più forte della morte e salvatore.

Il ‘terzo giorno’ è tempo della liberazione, dell’intervento di Dio che viene in aiuto nel momento della prova: è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù al Padre, costituisce la via per la quale si attua la salvezza: in questo senso il ‘figlio dell’uomo deve molto soffrire’.

Infine il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. Gesù chiede di seguirlo non per vie di eccezionalità, non con gesti spettacolari e straordinari. Chiede invece di ‘prendere la croce ogni giorno’. ‘Prendere la croce’ è espressione spesso usata come sinonimo di rassegnazione ad una sofferenza subita, talvolta ingiusta. Ma prendere la croce per Gesù indica seguire la sua via: non è un richiamo alla sofferenza, ma ad assumere quel modo di intendere la vita nella direzione dell’amore che giunge sino alla fine, nel dono di sé, nel rendere ogni percorso anche l’assurdità del rifiuto e della violenza, luogo in cui si manifesta la gratuità dell’amore. La croce è segno non di dolore ma di una vita spesa per gli altri. Questo per Luca è uno stile che deve segnare il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo. Non in un orizzonte buio di sofferenza ma nella gioia per risorgere con lui. In questo senso ‘perdere la vita’, intendere la vita non nella prospettiva della paura e dell’accumulo, ma nella libertà che si dona, significa salvarla.

“Cosa ci sarebbe di più dirompente di una comunità di uomini e donne che realmente vivono volendosi bene, prendendo sul serio anche i conflitti, mostrando come ci si prende cura dei legami, di accogliere i bambini, di accudire i vecchi, sostenere i giovani, onorare in modo esemplare la legge, creando reti di protezione per i più fragili, mettendo intelligenza nelle questioni della vita civile, mostrando disinteresse per vantaggi esclusivamente personali, adottando uno stile di vita sobrio, prendendo sul serio il potente slancio della povertà attraverso l’attento discernimento delle risorse economiche, lavorando senza mire corporativistiche al bene comune, alla costruzione della città di tutti, e via di seguito, ritenendo che tutto questo sia realmente essere uomini e donne come Dio comanda?” (G.Zanchi, L’arte di accendere la luce. Ripensare la chiesa pensando al mondo, Vita e pensiero, 2015)

Alessandro Cortesi op

 

bruno_10x15-2.jpg (Bruno Hussar)

Abbattere muri

I muri delle religioni

Ci sono persone che recano in se stesse la storia della divisione, il dramma della opposizione, la separazione dei muri. Sono le persone che portano nel proprio DNA diverse radici, persone che appartengono a popoli diversi. Forse da persone come queste è da ascoltare la profezia di un superamento di muri. Una di esse è Bruno Hussar. Nel  presentarsi scelse questa indicazione della sua identità: “Lasciate che mi presenti: sono un prete cattolico, sono ebreo. Cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto 18 anni. Porto quindi in me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo” (Bruno Hussar, New York, 1967) (cfr. G.Merlatti, Bruno Hussar. Profeta del dialogo, Ancora 2001).

Nato in Egitto nel 1911 da padre ungherese e madre francese, si trasferì per gli studi in Francia. In quanto ebreo fuggì durante l’occupazione tedesca. Sopravvissuto alla Shoah, entra nell’Ordine domenicano in Francia e viene richiesto di fondare un centro di studi sull’ebraismo a Gerusalemme. Scopre lentamente una chiamata che recava in se stesso, nel tentare di “allacciare ponti fra gli uomini” con “l’impressione di aver camminato fino a quel momento sulle uova cercando di non romperle: uova rabbiniche e uova ecclesiastiche”. Si muove in una terra di conflitti “C’è il conflitto principale tra ebrei e arabi poi innumerevoli conflitti, tra ebrei e cristiani, musulmani arabi e cristiani arabi, tra cristiani e cristiani, tra ebrei ed ebrei […]. Non vedono il volto dell’altro, non sono interessati al volto dell’altro” (Bruno Hussar, “Ho sentito parlare di un sogno…”, EMI 1992,27).

Negli anni del Concilio accosta il card. Bea nella redazione del testo della ‘Nostra aetate’ che segna una svolta chiudendo con la cultura del disprezzo cattolico nei confronti del popolo ebraico e con l’attitudine antisemita. Comincia a sognare un villaggio “Nevé Shalom / Wahat as-Salam (Oasi di Pace)” nel quale ebrei e arabi palestinesi vivano nell’uguaglianza, nella pace, nella collaborazione e nell’amicizia. Fondata nel 1974, il sogno di Bruno Hussar giunge a realizzarsi…

Raccolse la sua testimoninaza in un libro (Bruno Hussar, Quando la nube si alzava. La pace è possibile, Marietti 1996) “Quando la nube si alzava” è rinvio al testo biblico dei Numeri: “Tutte le volte che la nube si alzava sopra la tenda, gli Israeliti si mettevano in cammino; dove la nuvola si fermava, in quel luogo gli Israeliti si accampavano”

Così si espresse nel suo testamento: “Qui a Neve Shalom/ Wahat al-Salam abbiamo un solo scopo: la riconciliazione pacifica tra i nostri due popoli. Al fine di lavorare con frutto a tale fine dobbiamo avere una comprensione reciproca e considerazione di ognuno. Questo significa amare. Desidero veramente che quanto facciamo insieme sia fatto come un atto di amore, di riconciliazione e di pace tra tutti i membri di Neve Shalom / Wahat al-Salam. (…) Un uomo saggio ha detto una volta: ‘In un posto dove non c’è amore, semina amore e raccoglierai amore”. Può accadere che chi ha seminato amore non lo raccolga lui stesso, ma solamente qualcuno che lo segue dopo di lui. Ma non vi è dubbio, ogni seme di autentico amore darà – oggi, domani o dopodomani – il frutto dell’amore” (dal testamento registrato in una cassetta e ritrovato da Anne una settimana dopo la sua morte). Bruno Hussar è morto vent’anni fa, l’8 febbraio 1996.

I muri delle diversità

A Creta 2016. Dopo una attesa di secoli il concilio delle chiese ortodosse (panortodosso) si sta per aprire a Creta a partire dal 19 giugno. Non mancano dissensi, problemi e defezioni annunciate alla vigilia della convocazione. Vi sarà infatti l’assenza di quattro delle quattordici Chiese della comunione ortodossa tra cui la chiesa ortodossa russa.

Bartolomeo patriarca di Costantinopoli, è già giunto a Creta: ha espresso la gioia di questo momento pur tra le ombre per la decisione di alcune Chiese di non partecipare «Il santo grande concilio è la nostra sacra missione… dovevamo venire a Creta in giugno per realizzare questa visione perseguita nel corso di molti anni: tutte le nostre Chiese desiderano, dichiarano e proclamano l’unità della nostra Chiesa ortodossa. E vogliono esaminare i problemi che riguardano il mondo ortodosso per risolverli insieme».

Un evento di chiese che si incontrano in stato conciliare si pone come segno storico di unità faticosamente ricercata. Uno tra i testi che sarà sottoposto alla discussione prevede le seguenti espressioni: “La Chiesa di Cristo condanna la guerra in quanto tale, giudicandola un frutto del male e del peccato che esiste nel mondo. Ogni guerra minaccia di distruggere la creazione voluta da Dio e la vita. E questo vale in maniera particolare per le guerre con armi di distruzioni di massa, che hanno conseguenze terribili anche sulle future generazioni.”

I muri dell’invisibilità

Ci sono muri di invisibilità che rendono alcune persone estranee allo sguardo, non comprese neppure nei momenti tragici del dolore. Un cittadino americano figlio di rifugiati afghani ha compiuto una strage nei giorni scorsi in un locale gay il Pulse di Orlando uno dei più frequentati in Florida, entrato armato con un fucile d’assalto e provocando l’uccisione di 50 persone, e il ferimento di altri 53.

James Martin, gesuita, redattore rivista “America. The National Catholic Review”, in un messaggio video ha espresso la sua posizione a fronte del messaggio di condoglianze dei vescovi USA che nella loro comunicazione di solidarietà con le vittime non hanno nominato la comunità LGBT:

“Tutto questo rivela qualcosa. Rivela come la comunità LGBT sia invisibile a gran parte della chiesa. Anche nella morte sono invisibili. Per troppo tempo i cattolici hanno trattato la comunità LGBT come ‘altri’. Ma per i cristiani non c’è ‘altro’. Non ci sono ‘loro’. C’è solo ‘noi’. Questo è un momento in cui farla finita con questo ‘noi’ e ‘loro’. Proprio perché non c’è ‘loro’ nella chiesa, perché per Gesù non c’era ‘loro’. Lui raggiunge sempre coloro che sono ai margini e include tutti. Coloro che sono invisibili alla comunità sono visti da Gesù. Nel vederli, nel dar loro il benvenuto, nell’amarli, egli fa sì che il ‘loro’ divenga un ‘noi’. I cattolici sono invitati a far sì che ogni persona si senta valorizzata e visibile, soprattutto nel tempo del lutto. Gesù ci chiede di fare così. La chiesa deve stare in solidarietà con tutti i ‘noi’ a Orlando”.

“Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 2,28-29).

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

‘… perché per loro non c’era posto nell’alloggio…’

In questo giorno di Natale vorrei commentare alcune immagini che ci possono aiutare ad entrare nel significato di questa festa e accogliere la chiamata che essa racchiude per ognuno.
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La prima immagine è un quadro del 1600, di Georges de la Tour. mi pongo di fronte ad essa non con la competenza di uno storico dell’arte, ma cercando di coglierne alcuni elementi di interpretazione della fede, teologici. De la Tour è un pittore del ‘600 influenzato da Caravaggio, particolarmente attento alla contrapposizione di luci e ombre. E’ una adorazione dei pastori in cui i personaggi sono disposti in una scena che compone quasi un arco, divisi in due gruppi, sulla destra e sulla sinistra rispetto al centro costituito dal bambino sulla mangiatoia. A sinistra Maria, seduta, con un atteggiamento pensoso e attonito, in un vestito rosso, a destra Giuseppe con una candela tenuta con la mano destra mentre con l’altra protegge la fiamma. Al centro tre altri personaggi: sono i pastori che per primi sono giunti ad guardare il bambino, a rimanere stupiti e silenziosi davanti al sonno di questo neonato. Sono tre figure che si distanziano dalla iconografia tradizionale. Non ci sono aureole, né angeli, non ci sono elementi che fanno pensare ad una dimensione trascendente, ma c’è invece una rappresentazione di una quotidianità vicina. I loro volti sono ritratti di persone che potevano essere i contadini del tempo, e di un ambiente contemporaneo al pittore. Tutto è immerso in una luce che avvolge e genera contrasti. De la Tour rappresenta i pastori nelle fogge dei contadini della sua epoca ed evoca così la vita degli umili del suo tempo. A sinistra di Maria un pastore giovane, con pizzetto e baffi, con un tocco di raffinatezza nel vestito, il collare della camicia ricamato: lo sguardo è tutto preso verso il bambino, raffigurato al centro, disteso, addormentato, avvolto in fasce e adagiato sulla mangiatoia. Al centro un altro pastore, ripreso in un veloce movimento in cui sta portando la mano al cappello per toglierselo dinanzi al bambino, in un gesto antico di rispetto e gentilezza. E con l’altra mano regge un flauto. Il suo volto è attraversato da un sorriso lieve.
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L’atmosfera del dipinto è segnata da una dimensione intima, e conduce a percorrere il semicerchio di sguardi e volti segnati dalla luce e la linea delle mani dei personaggi. Una donna, una tra i pastori reca in mano un coccio coperto da un piatto; le sue mani reggono questo dono che sta portando forse al bambino, un po’ di latte o forse del cibo per i genitori. E alla sinistra Giuseppe: i suoi occhi sono scintillanti come piccole luci e sono tutti presi da uno stupore e da una gioia sobria che si esprime nel silenzio che avvolge la scena.
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Un momento di silenzio attorno al bambino. Non sono presenti gli elementi classici del presepe, non ci sono l’asino e il bue, ma solo un agnello. Un’indicazione che rinvia alla Pasqua di Gesù, agnello ferito e inerme di fronte ai suoi uccisori. E Gesù è presentato come deposto, in fasce, nel sonno di una morte che non rimane l’ultima parola della sua vita. Nel volto del neonato c’è già l’indicazione del crocifisso, di colui che ha vissuto la sua esistenza come dono per gli altri sino alla fine. Il suo volto è fonte di luce che non trova ostacolo in nessun elemento di ombra. ‘Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo’ (Gv 1,9). Il dipinto sembra accennare a questa luce che è presente in ogni uomo e donna, una luce da lasciar emergere nella vita, la luce della coscienza, la luce che guida a divenire umani e a seguire le ispirazioni più profonde della vita, in tutti: per i pastori questa luce è vivere l’accogliere e l’essere accolti. E Giuseppe trattenendo la candela tra le mani sembra rinviare al volto luminoso del bambino per cogliere una sorgente di luce. E’ luce che non è trattenuta: quasi allusione all’altra espressione del prologo di Giovanni “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno potuta trattenere” (Gv 1,5).

E’ questa un’immagine che ci riporta al senso del silenzio di fronte al Dio umanissimo che Gesù nella sua vita ha raccontato. Ci parla di luce che vince le tenebre, di uno sguardo al natale come rinvio all’intera vita umana di Gesù, alla sua croce e al suo essere agnello, testimone di nonviolenza di fronte alla vioenza del potere. Ci parla anche del dono: i primi a portare un dono sono i pastori. I tre pastori raffigurati portano tre doni. La donna reca del cibo, il pastore di sinistra porta un agnello, e quello al centro porta la musica del suo flauto. Sono tre doni che ricordano alcune dimensioni essenziali della vita umana. Ogni uomo e donna ha bisogno di cibo e nutrimento condiviso, ha bisogno di lavoro vissuto non nella concorrenza ma nella mitezza, e ha bisogno anche di bellezza, di gratuità, quella bellezza e gratuità espresse dala gioia e dalla musica. Abbiamo bisogno di nutrimento, di bellezza, di mitezza. Il dono che offrono a Gesù sono il sorriso e gli sguardi. Gesù è accolto dai poveri e si fa ritrovare da chi ha lo sguardo capace dello stupore dei poveri. C’è un messaggio allora da cogliere: questa luce che sgorga dal volto del bambino, il segno inerme di un volto di Dio che si fa incontrare dai piccoli e dai poveri, è luce che rende la vita umana e viene accolta da chi sa scoprire le dimensioni più quotidiane e profonde. Uomini e donne di ogni tempo, le persone normali, coloro che non contano nulla sono accolte in questa vivenda di luce che illumina i volti e vince le tenebre.

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA IN NOTTATA ALTRI 310 CLANDESTINI
Ma c’è una seconda serie di immagini che vorrei unire a queste: sono immagini questa volta contemporanee, dei nostri giorni. Sono le immagini dei naufraghi del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Il 3 ottobre è stata la tragedia che ha portato all’attenzione un dramma che si va compiendo da anni e anni. Il Mediteraneo, il mare nostrum, è diventato il mare del rifiuto e della non accoglienza. A Lampedusa c’è un monumento, la porta dell’Europa, una porta aperta sul mare. Quella che dovrebbe essere una porta aperta è diventata una barriera. Lampedusa è diventato il simbolo di un mondo diviso in cui per qualcuno non c’è posto dove alloggiare e viene lasciato fuori. A Lampedusa la disponibilità e l’accoglienza degli abitanti di questa isola ha reso ancor più stridente il contrasto con politiche di respingimento e rifiuto.
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La luce che pervade il quadro di la Tour ci ricorda questa sfida per vivere con autenticità il Natale. Gesù nasce in una famiglia che cerca alloggio e si fa solidale con chi non ha luogo dove nascere ed essere accolto. Natale ci ricorda che Gesù è nato come profugo, in una situazione di chi non trovava alloggio e rifiutato nel momento di essere accolto. Nel naufragio di Lampedusa c’erano anche bambini appena nati e da poco una donna aveva partorito proprio in quella notte.
Lampedusa, le bare nell'hangar
Gesù è stato migrante ed è nato in una condizione di rifiuto. La sua vicenda ci dice che la luce della salvezza sta lì, in chi è rifiutato, non nei palazzi dei re. Questo ci ricorda il Natale. Il volto di Dio umanissimo si identifica con la vita di coloro che non hanno posto perché esclusi e tenuti ai margini. Eppure solo i poveri sono coloro che lo sanno accogliere. Natale ci dice che incontrare Gesù implica un divenire più umani, capaci di accoglienza e responsabilità capaci di divenire capaci di condivisione, poveri perché solidali con chi è tenuto fuori.
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E’ questa una tra le frontiere del nostro tempo: la frontiera non solo tra popoli dei Sud del mondo e quelli del Nord, ma tra l’accoglienza e il rifiuto, tra l’ospitalità e la chiusura egoista, tra la tranquillità dell’indifferenza e la ricerca di vie di convivenza solidale. E’ una frontiera che corre non solo nei confini geografici, ma attraversa le nostre città, i nostri incontri, l’interiorità. Celebrare il Natale è vivere il silenzio dinanzi alla domanda che proviene da chi lascia la propria terra, dai poveri in cerca di pane con cui Gesù si è identificato. Celebrare il Natale è aprire lo sguardo ad incontrare i volti di chi soffre, è entrare nella logica del dono e scoprire il dono dell’incontro come luogo di incontro con Dio.

Alessandro Cortesi op
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XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3832Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

“Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. La pagina di Luca presenta l’invio da parte di Gesù di settantadue discepoli. Al cap. 9 Luca aveva narrato l’invio dei dodici: “chiamò a sé i dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,1-2). L’invio dei settantadue è così accostato quasi in parallelo ed in continuità con quello dei dodici e ne allarga la prospettiva: non solamente le dodici tribù di Israele, racchiuse nel simbolo del numero dodici, sono l’ambito della missione, ma tutte le genti del mondo. Non solo i dodici ma tanti discepoli, tutti coloro che seguono Gesù sono chiamati al dono e al responsabilità di un invio, come testimoni del vangelo. C’è una urgenza ed un affidamento di comunicazione da compiere.

Anche il settantadue infatti è numero simbolico: richiama la convinzione che i popoli della terra fossero settantadue, come si ritrova al cap. 10 della Genesi dove si parla della discendenza dei figli di Noè, Sem Cam e Iafet. E’ quindi narrato il momento sorgivo di un invio – apostolo significa inviato – che coinvolge non solo i dodici ma tutti coloro che accolgono la chiamata di Gesù con uno sguardo aperto alla vita di tutti i popoli. Una dimensione universale, verso le genti che popolano tutta la terra. Ed è una missione ad ogni città e ad ogni casa. E’ missione ma è anche invio a scoprire che c’è già una fecondità in atto, il germogliare di una fioritura che non solo implica un dare ma un essere pronti a raccogliere: la messe è molta… Gesù invita così a scorgere come prima degli inviati vi sia un operare di una forza di vita e una fecondità dello Spirito nella storia, nei cuori, nel mondo dei popoli, in tutte le culture e ambiti della vita.

Le indicazioni per l’invio da parte di Gesù sono essenziali: l’invito a pregare, innanzitutto. L’annuncio del vangelo non è questione di strategie umane, ma si pone come condivisione della condizione di Gesù stesso, che si è fatto povero per arricchirci dela sua povertà (2Cor 8,9). L’andare a due a due, in una compagnia che è già di per se stessa annuncio del regno come condivisione, sostegno reciproco, cammino vissuto insieme; uno stile di chi va senza armi, senza strumenti di offesa dell’altro, nell’attitudine di chi non deve difendere strutture, privilegi o potere e si rende dipendente dagli altri. E’ scelta questa che riguarda il contenuto dell’annuncio stesso. I settantadue inoltre sono inviati ‘come agnelli in mezzo a lupi’, camminando in una condizione di precarietà. La povertà scelta come stile di cammino esprime l’affidamento al Signore e agli altri. Infine, ma al primo posto, la cura per la pace. Il primo saluto da portare è ‘pace a voi’, testimonianza di colui che è venuto a portare pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,17).

Agli inviati infine è richiesto di maturare, anche nei momenti in cui si riscontrano i risultati della propria azione, la consapevolezza che tutto proviene dall’operare del Signore e che la gioia autentica sta nel sapersi in relazione con lui: ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’. La gioia deve appoggiarsi sulla fedeltà di colui che ha chiamato e non verrà meno alle sue promesse. In tal senso la missione si connota come seguire Gesù per lasciare spazio alla sua presenza in noi e negli altri.

Da questa pagina mi sembra possano emergere alcune considerazioni per la nostra vita: la prima riguarda l’attenzione alla casa.

‘In qualunque casa entriate…’. La casa è luogo della vita ordinaria, è il luogo familiare dove tutti vivono le esperienze fondamentali dell’esistenza. L’invio di Gesù non indica strategie di comunicazione o di conquista ma apre a cogliere come la dimensione della casa sia il primo degli spazi in cui vivere l’annuncio del regno. La casa è il luogo dell’incontro, del convivere e dell’accogliersi. Spesso quando si parla di annuncio del vangelo s’intende il ‘portare’ qualcosa da dare agli altri. Gesù indica uno stile diverso: entrare in una casa indica innanzitutto un ingresso per lasciarsi immergere nella vita delle persone, degli altri, della storia. Entrare in una casa è gesto che apre al rapporto e all’incontro. Significa scoprire di essere dipendenti da altri. Se l’ospitante è colui che in qualche modo ha qualcosa da offrire e rischia sempre di rimanere prigioniero della sua superiorità nell’offrire e nel donare, l’ospitato che riceve ospitalità vive l’esperienza della precarietà, e si trova innanzitutto nella condizione di accogliere e di dipendere.

Sta qui un grande capovolgimento nel pensare l’annuncio del regno. Il regno si fa presente in questa disponibilità fragile ad accogliere e nella reciprocità in cui l’inviato accetta di dipendere da altri, e vive la povertà come apertura a ricevere. Solamente in questo rapporto in cui non c’è attitudine di conquista, ma l’inermità del ricevere, si apre uno spazio per l’annuncio del vangelo. In questo senso Gaudium et spes parlava della chiesa come comunità in cammino nell’attitudine non solo di portare in attitudine umile la sua unica ricchezza che è il vangelo, ma di ricevere molto dal mondo e dalla società dalla cultura e dalla vita di ogni  persona, perché questa creazione viene da Dio e questa storia è la storia in cui sta crescendo il regno come dono di incontro con Dio.

‘Andate … lungo la strada’. La seconda riflessione riguarda la attenzione alla quotidianità in rapporto all’annuncio del regno. Nelle parole dell’invio missionario di Gesù l’annuncio del vangelo non ha nulla a che fare con le strategie per attrarre, con le grandi manifestazioni di visibilità e potere o con i tentativi di affascinare e attrarre secondo le logiche del marketing. Gesù non suggerisce una strategia delle grandi opere, indica un cammino, fatto di polvere e di volti, sulle strade. La testimonianza del vangelo non richiede operazioni complicate, ma trova il suo luogo nella quotidianità: sulla strada, nella casa, senza andare in cerca di esperienze eccezionali. Ciò implica anche spogliarsi di tutti gli appesantimenti accumulati che talvolta sembrano indispensabili per vivere il vangelo: strutture, organizzazioni, piani, strategie, programmi complessi in cui si perde di vista l’essenziale e non si riconosce più l’importanza delle esperienze e degli incontri di ogni giorno.

Sulla strada la testimonianza del regno non è solo parola, si esprime già in un andare in compagnia, può essere vissuta negli incontri feriali, ordinari. Lì l’annuncio del regno trova il suo spazio. Si tratta allora di saper scorgere quegli spazi in cui può essere aperta la porta della predicazione (Col 4,3), in cui lasciar spazio al regno già presente, che possa crescere… Lo sguardo di Gesù non è depresso e sconfortato, ma è attento alla possibilità di accoglienza del regno: ‘la messe è molta’.

Sulla strada e non appesantiti: Gesù chiede agli inviati di coltivare il senso della gratuità innanzitutto per un’opera che non è propria ma di Dio stesso, padrone della messe. Proviene dalla preghiera come suo momento sorgivo e sgorga nell’affidamento alla fedeltà di colui che ha chiamato ‘Rallegratevi piuttosto perché o vostri nomi sono scritti nei cieli…’ indipendentemente da successi o gratificazioni. Chiede una libertà da tutto ciò che può impedire l’esperienza dell’essere ospitati e dell’inermità: senza borsa, bisaccia né sandali. E’ uno stile di gratuità.

‘… prima dite: Pace a questa casa…’. A chi segue Gesù, a chi è inviato sta solamente il compito di portare una attitudine di pace: una pace che è attitudine non aggressiva, disarmata nell’andare, ed è anche rifiuto di usare la logica della contrapposizione violenta di fronte all’ostilità. Gesù rimprovera fortemente i suoi che gli chiedono di ‘mandare un fuoco dal cielo’ su chi li aveva respinti (Lc 9,55). Sono parole impegnative. Portare pace è pensare che solamente nell’inerme tessitura della pace si può contrastare ogni logica di guerra che inizia e cresce negli spazi della case e si allarga a dimensioni di rapporti di popoli.

Proprio in questi giorni un ministro del governo italiano per difendere l’acquisto di aerei che sono fortezze di attacco e comportano una spesa inconcepibile tanto più in questi tempi di crisi, ha detto: ‘per amare la pace bisogna armare la pace’. Trovo che quest’espressione costituisca proprio la negazione della logica evangelica: non può esistere una pace armata. Al cuore del vangelo, come momento ispiratore della missione sta invece un saluto di pace, che entra nelle case, che penetra nei rapporti umani, come riconoscimento dell’altro e offerta di una logica diversa di rapporti. E’ rifiuto radicale del metodo della violenza nella fiducia fondamentale che solo assumendo l’inermità di Gesù è possibile testimoniarlo. A tutti coloro che cercano di seguire Gesù, a coloro che si dicono cristiani anche oggi è chiesto in modo più urgente proprio questo: prima di dirsi tali, vivere una testimonianza disarmata di tessitura di rapporti di pace.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario B – 2012

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Le parabole di Gesù: un modo di rivolgere la parola che dovrebbe farci pensare. E dovrebbe aprirci a nuovi modi per accogliere e trasmettere il vangelo. Provo ad indicare alcune piste su cui ripensare il nostro seguire Gesù imparando da lui: la prima riguarda l’arte del raccontare, la seconda è quella della quotidianità, la terza è la logica dei segni piccoli.

L’arte del raccontare…

Gesù parla in parabole per annunciare il ‘regno di Dio’. Tutto il suo insegnamento e il suo agire si svolgono attorno al regno di Dio. Ma non è una rivendicazione di un potere o di un dominio su popoli o sulle coscienze. E’ annuncio che riguarda il volto di Dio stesso, ma anche la relazione tra Dio stesso e noi, ed è parola sulla vita stessa di Gesù: proprio nelle sue scelte, nel suo agire il regno sta iniziando, un mondo nuovo in cui Dio libera e apre alla pace, alla giustizia, al porre al centro i piccoli. E’ sorprendente che laddove ci si dovrebbe aspettare il linguaggio del sacro, una lingua sacra, un agire sacrale, Gesù usa invece il linguaggio del quotidiano, usa una lingua comprensibile a chi semina, a chi vive della pesca, a chi impasta la farina. E vive gesti di ospitalità. Non definisce ma racconta. Le parole descrivono un dinamismo, e accennano ad un paragone: così avviene nel regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno. E così crea una tensione. Gesù non offre una definizione di quello che è il regno di Dio. Non utilizza le immagini per dire un concetto. Ma indica un percorso aperto che opera qualcosa nel cuore di chi ascolta: ‘il regno di Dio è simile a…’ lascia aperta l’immaginazione. Perché il regno di Dio investe l’esistenza e chiede coinvolgimento.

Forse anche noi dovremmo imparare a raccontare il vangelo del regno di Dio. L’insegnamento religioso è spesso vissuto o come offerta di tante nozioni, o come prescrizione di comportamenti. Si associa così il discorso religioso o ad una dottrina dai contorni fumosi e lontani, oppure ad una serie di precetti morali che generano o paura o ripulsa. Di raro si associa il vangelo ad un racconto. Gesù parla del Padre che apre ad un rapporto con Lui, utilizzando racconti che fanno riferimento alla vita quotidiana. Per questo non è facile definire cosa è il regno di Dio: bisognerebbe ripercorrere tutte le parabole e cogliere in ognuna aspetti diversi e complementari e poi tesserli insieme.

Gesù rinvia alla quotidianità

Nelle sue parabole Gesù tocca la quotidianità e indica così che il rapporto con Dio non è da pensare o ricercare in momenti eccezionali o avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. Nel suo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è una cosa ‘sacra’ da attuare in un territorio lontano, o riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia che innerva l’esistenza e ne fa scorgere dimensioni profonde, e la apre a scoprire che in quella terra è deposto un seme. In questa terra, in questo quotidiano è presente un seme: ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. E’ liberante questo annuncio di una realtà già presente nella nostra terra e che porta frutto buono. E’ liberante perché porta  a decentrare la vita personale. E dovrebbe far decentrare anche lo sguardo delle chiese, troppo preoccupate di porsi al centro e di esaurire le aperture del regno. Ma è anche spinta a cercare a scoprire i segni di questo germogliare e fiorire di un seme gettato e presente nella terra di questa esistenza.

Gesù indica la logica dei piccoli segni.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza della conclusione: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. E’ invito a scorgere la presenza del regno come una realtà nascosta, che non è presente laddove c’è affermazione, ricchezza e gloria. Tuttavia sta crescendo in segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché non ha potenza o privilegi. Gesù pronuncia le parabole proprio in momenti di delusione, di scoramento perché il mondo che lui annunciava non si realizzava. Egli stesso si trovava di fronte al fallimento e al rifiuto. Ma proprio in questi momenti Gesù indica come il regno sia piccola cosa che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. Annuncia che il regno cresce nonostante le contraddizioni e la sua piccolezza. Ed è seme che fa crescere e porta frutto perché vi sia condivisione e riparo, come il frutto della spiga, come sui rami del grande albero. Invita così a coltivare la pazienza, a non cedere alle logiche della grandezza e della fretta. Libera dalla preoccupazione della riuscita e del successo. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola è racconto particolare perché coinvolge e fa qualcosa in chi ascolta: è nel senso più profondo ‘poesia’.

Così scrive Paul Ricoeur, un filosofo che ha scrutato con attenzione il modo di raccontare di Gesù: “Temo che un tentativo eccessivamente zelante di trarre dalle parabole un’applicazione immediata per l’etica privata o per la morale politica sia destinato a naufragare. Possiamo subito supporre che uno zelo del genere, senza adeguate riserve, finirebbe per tradurre le parabole in consigli insipidi, in banalità moraleggianti. E i moralismi banali sono forse il mezzo più sicuro per ucciderle, più dei concetti teologici trascendenti. (…) A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli pratici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi. (…) La forza poetica della parabola è la forza stessa dell’evento, dove per ‘poetico’ qui si intende qualcosa di più che la poesia come genere letterario poetico, qui significa creativo. Ed è al cuore della nostra immaginazione che lasciamo che l’evento avvenga prima che possiamo convertire il nostro cuore e rafforzare la nostra volontà” (P.Ricoeur, La logica di Gesù, testi scelti a cura di E.Bianchi, ed. Qiqajon 2009, 48-52).

Alessandro Cortesi op

(nell’immagine bassorilievi della Fontana Maggiore in piazza IV novembre a Perugia – Nicola e Giovanni Pisano  1275-78)

II domenica del tempo ordinario anno B

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

E’ inizio del tempo ordinario della liturgia. E’ il tempo della quotidianità, quel tempo che talvolta sfugge o non è guardato con attenzione perché è il tempo delle cose ordinarie. Il tempo della vita di tutti i giorni, quello che scorre spesso nel vivere le cose che non hanno nulla di eccezionale, ma sono appunto, ordinarie. Ma è proprio questo quotidiano il luogo in cui operiamo scelte, compiamo gesti, ascoltiamo e pronunciamo parole che costruiscono, giorno dopo giorno, lentamente, la nostra vita e quella di chi sta accanto a noi: nella quotidianità viviamo un modo di stare nel mondo, di vivere con altri, di guardare le cose, le persone, le situazioni. Nella quotidianità di svolgono gli incontri che ci pongono in relazione con altri e ci conducono a divenire chi noi siamo. Nella quotidianità si rende visibile la direzione del nostro cammino: sono le ricerche più immediate e sono le ricerche e le attese più profonde.

Forse il primo messaggio di questa liturgia sta qui: guardare la quotidianità in modo nuovo profondo, anche e soprattutto quando la quotidianità non è brillante, non è fatta di cose eccezionali, ma ci appare silenziosa o banale. In una notte come tante altre Samuele ascolta una parola che si fa chiamata di Dio per lui. Dio si fa vicino nelle ore del silenzio e  del riposo e chiede un ascolto a lui nel quotidiano (prima lettura). Così la pagina del vangelo di oggi dice che l’incontro stesso con Gesù si pone nel tessuto di incontri ordinari, tra fratelli, tra persone che si conoscono e raccontano della loro esperienza vangelo. La seconda lettura ci ricorda poi che quotidianità è segnata ancora dalla concretezza dal nostro vivere la corporeità, non come un oggetto o strumento ma quale corpo che ciascuno e ciascuna è.

La pagina del IV vangelo in particolare ci parla di sguardi, di ricerca, di gesti che appartengono alla quotidianità e in cui si rende presente l’incontro con Gesù, e l’inizio di un percorso che conduce a cogliere il quotidiano come trasfigurato, luogo di incontri che hanno uno spessore impensato, che cambiano la vita e la mettono in movimento. Innanzitutto gli sguardi: Giovanni fissando lo sguardo su Gesù che passava… Gesù, osservando che lo seguivano, disse loro… venite e vedrete… andarono dunque e videro… Fissando lo sguardo su di lui Gesù disse…

C’è un gioco continuo di sguardi che costituisce il tessuto silenzioso su cui è costruita questa pagina. Sguardi di altri su Gesù e sguardi di Gesù sulle persone. Il nostro guardare è spesso superficiale, incapace di andare oltre. C’è uno sguardo diverso possibile, un fissare, uno sguardo che conduce a riconoscere, a scoprire profondità inedite delle situazioni e delle persone. Questa pagina in particolare parla dello sguardo del Battista verso Gesù e già all’inizio del vangelo indica come ‘agnello di Dio’: sarà Gesù che compie la Pasqua e diverrà lui l’agnello della Pasqua, il segno di una alleanza, di un incontro donato nella sua vita.

Ma c’è anche uno sguardo di Gesù che genera incontro, che apre ad una rete di relazioni che si svolgono nel quotidiano. Gesù – ci dice il IV vangelo – ha uno sguardo che chiama per nome e apre a seguirlo in modi diversi. Non s’impone: propone di condividere un tratto di cammino e conduce a scoprire dove è il suo dimorare. E sono così suggeriti diversi livelli di lettura: Gesù non aveva una sua casa, eppure ha condotto chi lo seguiva a ‘vedere’ dove dimorava, dove, nonostante tutto, offriva ospitalità. Il suo sguardo accompagna allo stare con lui, al rimanere. Si potrebbe pensare ad un rimanere nel suo cuore, nello spazio che il suo sguardo apre. Poi il IV vangelo ci dirà che la dimora di Gesù è la comunione: è comunione con il Padre… è la casa del Padre: ‘nella casa del Padre mio ci sono molti posti’ – dirà a i suoi -. La dimora di Gesù è il suo cuore, uno spazio ospitale che non si chiude ma si apre ad un’accoglienza che si allarga. Il suo è sguardo che apre all’accoglienza e alla comunione e genera cammini di comunione.

‘Venite’: è invito a far propria questa logica di accoglienza, a maturare un cambiamento che non proviene da una dottrina imparata ma da una condivisione di vita: venite e vedrete. Non tutto e subito, ma sarà un lungo cammino – sembra dirci Giovanni – un cammino che può durare tutta l’esistenza, un cammino in cui aprirsi ad un vedere nuovo. Un cammino per vedere in modo nuovo: sarà la grande preoccupazione del IV vangelo nel parlare dello sguardo capace di leggere i segni e di aprirsi al credere. Tutto sta nel vedere: ci può essere un vedere che non va in profondità e ci può essere un vedere nuovo, un vedere interiore che si accompagna al credere, all’affidarsi.

I due discepoli del Battista seguono Gesù, rimangono con lui: rimangono come Gesù chiederà ai suoi di rimanere, di fissarsi in lui, come i tralci attaccati alla vite. E incontrano i loro fratelli, Andrea era fratello di Simon Pietro. L’incontro con Gesù segue le vie degli incontri quotidiani: i legami, la parola che passa e racconta le cose belle vissute, l’invito che si pone nel contesto di relazioni amiche… Non ci sono atmosfere religiose e rarefatte in questa pagina, ma i tratti dei legami di amicizia che segnano le esistenze.Il IV vangelo ci invita a fuggire grandi e altisonanti progetti di ‘rievangelizzazione’ – che hanno spesso il sapore di progetti di organizzazione e di preoccupazioni di controllo e di potere – e di pensare all’incontro di Gesù come tesoro prezioso custodito nella trama di incontri dove i volti si riconoscono, dove l’altro ha un nome. E’ il tessuto della testimonianza personale di parole amiche, cariche di vita, che passano senza clamore tra le pieghe silenziose di esistenze ordinarie, che non si impongono per arroganza o per la potenza dei numeri.

Oggi sono molteplici le possibilità di incontri: le nostre vite sono collegate spesso in social network, ma sempre più spesso si sperimenta la solitudine di cittadini globali che non sanno vivere incontri in cui dare tempo, in cui sedersi attorno ad un tavolo per condividere, in cui dare un ascolto di parole e silenzi.

Lo sguardo di Gesù, l’incontro con lui è esperienza che apre la vita a scoprire in modo nuovo il proprio nome: fissando lo sguardo su di lui Gesù disse: ‘sarai chiamato Cefa’. Dietro a queste parole si nasconde un messaggio importante: c’è un disegno del Padre che per ognuna e ognuno è invio a scoprire la chiamata nascosta al cuore del proprio nome, al cuore della propria esistenza. Ed è chiamata di novità, che cambia interiormente ed apre oltre ogni chiusura a cammini nuovi. E’ apertura ad un modo nuovo di guardare, a seguire il cammino di Gesù come ‘agnello’. Il suo volto di messia non si impone con la forza ma racconta nel suo cammino umano la presenza di Dio che manifesta la sua gloria nell’amore come dono e servizio.

Ci possiamo chiedere: come accogliere lo sguardo di Gesù su di noi? E’ un sguardo di benevolenza e uno sguardo che ci affida se stesso. Negli incontri quotidiani siamo chiamati a riconoscere il passaggio della testimonianza dell’incontro di Gesù che ci raggiunge attraverso la testimonianza di altri, e noi stessi possiamo offrire quanto ‘abbiamo visto’ ad altri nel clima dell’amicizia e della condivisione.

Gesù chiede che cosa cercate? Quali sono le nostre ricerche, le nostre attese? Siamo attenti e lasciamo spazio alle ricerche di chi è vicino a noi, aprendo cammini senza offrire subito soluzioni?

Alessandro Cortesi op

 

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