la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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IV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_2075.jpgDeut 18,15-20; 1Cor 7,32-35; Mc 1,21-28

“Il Signore disse: Io susciterò loro un profeta e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Deut 18,16). Profeta è l’uomo della Parola, la cui vita è segnata da un incontro e da una chiamata. Contesta i falsi volti di Dio e la religiosità che si allea con il potere. Richiama al volto di Dio protettore dello straniero, dell’orfano, della vedova e ad un culto che si attua nella vita (Is 1,16-17). Il profeta si contrappone al re sta come voce critica che richiama la Parola nei confronti della tentazione continua di ridurre il rapporto con Dio ad una giustificazione del predominio sugli altri, delle strutture di ingiustizia e della guerra (cfr. Am 5,14-15).

La pagina del vangelo di Marco presenta Gesù come profeta ‘uomo della parola’, dell’insegnamento. Il verbo ‘insegnare’ ritorna con insistenza: “si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità…”.

Il tempo è il giorno di sabato, memoria del riposo di Dio nella creazione e dell’alleanza nel dono della legge. Il luogo è la sinagoga, uno dei vari luoghi in cui Gesù passa nell’arco della giornata di Cafarnao descritta nel capitolo 1 del vangelo di Marco. Nel luogo della comunità e della Parola Gesù presenta un insegnamento pacato, non gridato, una parola che incontra la vita. Un insegnamento che attira ed affascina perché espressione di una autenticità e libertà, di chi dice una parola che sgorga dall’interiorità della sua esistenza, come testimonianza.

Marco sottolinea la contrapposizione tra l’insegnamento di Gesù e il grido dell’uomo posseduto da uno spirito immondo. Proprio lì al centro del luogo religioso: “si mise a gridare: ‘che c’entri con noi Gesù nazareno? Io so chi tu sei: il santo di Dio!’. E Gesù lo sgridò: ‘Taci, esci da quell’uomo’. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.”

Una voce grida l’identità di Gesù in modo prepotente. Gesù invita al silenzio: ‘Ammutolisci ed esci da lui’. Al centro del luogo religioso è presente la forza del male come grido violento che contrasta l’insegnamento di Gesù. Il suo insegnare si fa gesto di liberazione e apre il passaggio dal grido all’ascolto. L’ascolto è l’attitudine fondamentale del credente. Non una parola che fa morire, ma una parola che fa vivere.

Quell’uomo gridava, dominato dal male, contro la parola di Gesù: riconosce la sua identità come proveniente da Dio: ‘il santo di Dio’. Eppure Gesù lo sgrida: si contrappone alla violenza che divide (satana) e tiene schiavi. Quell’uomo sembra forte perché grida e s’impone ma è dominato e oppresso. Con la sua parola Gesù restituisce quell’uomo a se stesso, apre ad una libertà nuova.

Marco delinea in Gesù il modello di un educatore. Nella sua opera apre spazi alla crescita, alla vita di ognuno. Ed è sottolineata la meraviglia perché il suo insegnamento era ‘nuovo’, una parola significativa. La parola di Gesù richiama così la promessa annunciata nel Deuteronomio: “All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: Questi è davvero il profeta” (Gv 7,40; cfr. Gv 6,14). E’ insegnamento che tocca la vita, che apre rapporti di libertà.

Il dono di essere profeti nel popolo di Dio è dono di ascolto di questa parola che può coinvolgere e trasformare la nostra esistenza.

Alessandro Cortesi op

museo-shoah-milano-binario-21

Milano, Museo della Shoah, Binario 21

Insegnare: coltivare la memoria

«Ho dovuto diventare vecchia per accettare di vedere le cose che mi erano capitate sotto gli occhi e che mi ero limitata a guardare». Con queste parole Liliana Segre sintetizza il suo percorso: lo situa tra “guardare” e “vedere”. Pochi giorni fa ha ricevuto a sorpresa la nomina di senatrice a vita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quale testimone dello sterminio nazista e delle sofferenze del popolo ebraico e di tutti coloro che furono perseguitati dalle leggi razziali del 1938 in Italia, di cui quest’anno ricorre l’anniversario.

Ha vissuto un lento percorso per poter scorgere in profondità ciò che aveva vissuto e che ha segnato nella sofferenza la sua esistenza. «Io per troppi anni ho guardato senza vedere. Tutto: dai mucchi di cadaveri alle compagne inginocchiate. E quelle che si sono attaccate ai fili elettrici per uscire». Il suo percorso stato quello di una bambina di una famiglia borghese a Milano che ad un certo punto, a seguito delle leggi razziali, avverte gli sguardi insospettiti, percepisce l’emarginazione crescente attorno a sé e attorno alla sua famiglia.

Aveva otto anni quando le impedirono di recarsi a scuola. In un lento e progressivo percorso di rifiuto l’allontanamento e l’emarginazione divengono sempre più sensibili e conducono in modo repentino da una vita agiata e felice ad una condizione di incertezza e incredulità: molte famiglie ebree fuggono, altre sono incerte ed incredule di fronte al male di cui non si percepiscono i confini. I Segre attendono, fino agli inizi di dicembre del 1943 quando tentano anch’essi di fuggire in Svizzera ma vengono fermati. Riportati a Milano, incarcerati a san Vittore, saranno deportati ad Auschwitz. Dal binario 21 a fine gennaio parte il treno con i vagoni piombati della deportazione. All’arrivo nel lager Liliana è separata dal padre che non rivedrà più e condotta ai lavori forzati. Sopravvive allo sterminio, alla fame e alla marcia del ritorno dopo la liberazione del campo alla fine di aprile 1945. Ma molti anni seguiranno prima che possa passare dall’aver guardato al vedere e a maturare la capacità di raccontare e ricordare.

“Liliana Segre riconquista il diritto a vedere. Comincia a parlare della Shoah nelle scuole di Milano, e da allora non smette più. Parla ai giovani studenti, affinché sappiano. Perché una cosa è leggere un libro di storia, e tutt’altra emozione è sentire la voce e osservare gli occhi e i gesti di che “là” c’è stato. Non è vero che con la generazione dei testimoni, che inesorabilmente ci lascia, anche il ricordo sia destinato ad affievolirsi. Perché chi ha voluto e saputo parlare, come Liliana Segre, ha riacceso la fiamma della memoria. Il ricordo è una cosa viva, che passa da una generazione all’altra, come una candela serve ad accenderne un’altra – l’immagine è di Dina Wardi. Chi la guarda, non può non vederla, la fiamma. Per quanto buio abbia fatto, allora. E per quante ombre possano ancora scendere, ora”. (Giulio Busi, Memoria e testimonianza, Liliana Segre senatrice a vita, “Il Sole 24 Ore” del 20 gennaio 2018)

Dopo aver ricevuto la nomina a senatrice Liliana Segre ha detto “Salvare quelle storie, coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza. E la può usare… Porterò al Senato la voce di chi subì le leggi razziali…». Parole che sono state pronunciate mentre messaggi e proclami di esclusione e gesti di razzismo si diffondono per l’Europa, si fanno slogan di campagne elettorali nel nostro paese, e il buio dell’odio si presenta ancora con le sue ombre.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

445px-Rembrandt-The_return_of_the_prodigal_sonEs 32,7-11.13-14; Sal 50; 1 Tim 1,12-17; Lc 15,1-32

La pagina di Luca è il cuore del terzo vangelo. Il contesto iniziale è il gesto di Gesù che accoglieva coloro che erano considerati impuri e da emarginare, pubblicani e peccatori, e mangiava con loro. Luca sottolinea che c’era chi si avvicinava per ascoltarlo – è l’ascolto l’attitudine propria di chi lascia spazio dentro di sé per un cambiamento – e c’erano coloro che mormoravano. ‘Mormorare’ è il verbo usato nell’Esodo per indicare l’atteggiamento del popolo nel deserto che dubitava della presenza e della compagnia di Dio e poneva in dubbio non solo le sue promesse ma la sua stessa esistenza: “il Signore Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Gesù risponde a questi dubbi, suscitati dal suo modo di vivere, con una parabola. Il suo comunicare passa per i gesti, e la sua pedagogia sta innanzitutto nel suo stile. Il suo accogliere ed incontrare è già messaggio e indicazione di un volto di Dio e indica il modo di agire di Dio. E a questo punto Gesù parla e – scrive Luca – pronunciò una parabola, ma di fatto le parabole sono tre: la pecora perduta, la dramma perduta, il figlio perduto, o meglio i figli perduti. Il modo di parlare di Gesù è quello della parabola, un modo di racconto in cui si attua un paragone con una situazione di vita semplice, ordinaria, per parlare di Dio, del volto del Padre. Non solo: nelle parabole Gesù non offre una definizione di Dio, ma ne racconta una vicenda, la lega a situazioni domestiche, conosciute dai suoi ascoltatori, e vicine, come quelle di un pastore che smarrisce una pecora, di una donna che nella casa cerca una moneta, di un padre che attende un figlio allontanatosi. Al cuore della parabola sta una parola su Dio: è quindi un racconto su Dio, un’indicazione che non vuol dire tutto, ma apre l’invito a cogliere come Dio agisce. Ed è una parola contro la ‘mormorazione’ di chi non si lascia cambiare dall’agire di Dio.

La parabola racconta e dovremmo sostare sulla scelta di Gesù di usare questo linguaggio così particolare per parlare di Dio. Raccontare significa aprire ad una storia, descrivere un intrigo, cogliere un cammino, presentare un volto che non può essere racchiuso in una dottrina, ma può solo essere incontrato in una vicenda di vita. E questa storia tocca il quotidiano, è nascosta tra le pieghe di una ferialità che respira di Dio. Perché Dio non è entità lontana ma è presenza vivente, ha il volto umanissimo di chi si prende cura e prova compassione. La sua passione è attesa per vivere la gioia dell’incontro. Il raccontare di Gesù ci fa entrare nella dinamica di un racconto che ha a che fare con la sua vita e con la nostra stessa identità come identità narrativa. Per conoscere Dio, ci dice Gesù, è importante entrare in questo racconto, lasciarsi prendere e coinvolgere in una narrazione, che diviene poesia, perché opera e fa qualcosa nel momento stesso in cui è detta. Così come ogni storia non lascia indifferenti ma coinvolge e cambia chi ascolta. La parabola in tal modo crea qualcosa di nuovo dentro di noi, e genera un cambiamento e ci fa scorgere come la nostra stessa storia, la narrazione della nostra vita sta in rapporto con questa storia. Le parabole di Gesù, narrazione del volto di Dio, sono tutte rinvio a quella grande parabola che è Gesù stesso, nel suo agire, nel suo stile. E’ Gesù la grande parabola di Dio.

Tutte e tre le parabole parlano di qualcosa di perduto e ritrovato; una pecora, una moneta, un figlio o i due figli… E tutte però hanno come protagonista non ciò o chi è perduto, ma colui e colei che si mette a cercare e si prende cura di attendere e ritrovare. Il volto di Dio è così accostato in un modo inedito al volto di una donna nella casa che si mette alla ricerca di una moneta caduta. E Gesù parlando così suscitava l’attenzione di chi, come le donne al suo tempo, era tenuto ai margini, ed era considerato non importante di fronte a Dio. Non solo il volto di Dio è raccontato dal gesto così familiare di andare alla ricerca di una moneta perduta in casa, ma il suo stesso profilo è di qualcuno che va in cerca. Fino a lasciare le altre pecore pur di ritrovare quell’unica che si è perduta e non perché quella valga più delle altre, ma perché lo sguardo di Dio vede ognuno come importante e unico. Allora si potrebbe dire che tutte le parabole hanno al loro cuore non ciò che è perduto, ma colui e colei che si perde per andare alla ricerca e ritrovare una relazione. E aprire a relazioni nuove.

La parabola del padre che attende e va incontro, e vive la pazienza di chi sa attendere – ‘lo vide da lontano e gli corse incontro…’ – e la passione tutta femminile espressa dal verbo ‘provò compassione’, è racconto del volto di un Dio che non pone condizioni, non chiede pentimenti, ma desidera che tutti, proprio tutti, scoprano la gioia di poter vivere una relazione che non si chiude ma si apre nella concretezza della fraternità. E’ relazione con lui, il padre della parabola, preoccupato di far comprendere al primo figlio quello che si era allontanato ed era tornato forse solo in base al bisogno e al calcolo di poter avere di che vivere, e all’altro, quello rimasto sempre in casa, a lavorare, che la vita in casa non è vita da schiavi ma da liberi. Il senso della vita sta nella relazione che fa vincere la tristezza di una presuntuosa solitudine e fa compiere i passi della scoperta di una fraternità nuova.

Raccolgo alcuni spunti di riflessione per noi, per il nostro presente.

Gesù parla in parabole. Siamo spesso troppo condizionati ad una formazione di tipo dottrinale per cui di Dio e delle cose di fede si parla per via di definizioni, di dottrine articolate. Forse dobbiamo reimparare a raccontare quelle storie da cui sorge la fede, a leggere la vita come testo in cui si svolge un racconto di Dio. La fede in Gesù nasce dalla testimonianza di chi ha raccontato l’incontro con lui e di chi ha raccolto il suo modo di parlare con racconti e parabole. E’ liberante pensare che la nostra identità non è data una volta per tutte ma si apre ad una narrazione che si va facendo nel cammino della vita e della storia.

Gesù racconta un volto di Dio impensabile, un Dio che non smette di cercare e pone la sua cura nel ritrovare ciò che è perduto. Un Dio dell’incontro e della attenzione per ciascuno in modo diverso. I due figli possono essere visti come situazioni di popoli, i ricchi che guardano con la freddezza del loro egoismo i popoli poveri, o coloro che si sentono forti delle loro appartenenze e identità culturali e religiose in contrasto con chi vive percorsi disordinati, frastagliati. Forse dovremmo sentirci tutti tra i perduti e avvertire il senso profondo del desiderio di condivisione della gioia. Dio cerca di recuperare in modi diversi per aprire ad una gioia che è festa nella relazione.

Nella recente lettera (La Repubblica 11 settembre 2013) di Francesco papa, a Eugenio Scalfari, “un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth” ci sono alcuni passaggi che aiutano a cogliere un profilo di Gesù che spinge alla comunicazione non all’esclusione e il senso della verità della fede e della vita come relazione: “Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio. L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. (…) mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa”.

La parabola di Dio è Gesù stesso: una provocazione a vivere la nostra vita come parabola. In questi giorni un fatto di cronaca ha portato in risalto l’esempio di Eleonora Cantamessa, medico, che passando in auto dopo una rissa con persone ferite a Chiusuno (Bergamo) si è fermata per soccorrere, ma è stata uccisa, proprio mentre portava soccorso, travolta da un’auto. La sua insistenza nel fermarsi, la sua prontezza nel soccorrere è gesto profondamente evangelico e laico, radicato nel ricordo del samaritano e nel giuramento di Ippocrate, fatto proprio di ogni medico. E le parole dei suoi genitori sono voci di limpidezza di fede che parlano di un’esistenza in cui il volto di Dio non è definito ma raccontato nei termini di chi cerca chi è perduto e che si perde fino a dare la propria vita per gli altri. Così ha parlato il suo babbo in un’intervista: «Eleonora era così, non poteva non fermarsi. Stamattina ho tirato fuori dal Vangelo la parabola del Buon Samaritano. Se la leggi trovi delle somiglianze incredibili. È lei, è mia figlia. Passa uno… tocca agli altri… Passa un secondo, tocca sempre a un altro… Passa un terzo… Massì ci penserà qualcuno… Passa uno sconosciuto… E lei si ferma, si china, si prende cura di lui… Non sapeva nemmeno chi fosse quel ragazzo, ma per lei era come tutti gli altri, era uno da soccorrere». (intervista a Silvano Cantamessa,“la Repubblica” dell’11 settembre 2013). Ugualmente preziose le parole della mamma Mariella: «Ci hanno detto che l’indiano soccorso da Eleonora è il papà di quattro bambini. Non posso non pensare anche a quei quattro bambini. Forse avranno bisogno di aiuto. Noi li vorremmo aiutare, anche economicamente. Il ragionamento che faccio è questo: se Eleonora ha dato la vita per il loro papà, avrebbe sicuramente voluto prendersi cura di loro» (intervista in “Corriere della Sera” 12 settembre 2013).

Il volto di Dio di Gesù Cristo è volto di un Dio che si perde per ritrovare ciò che era perduto, e questo volto continua ad essere narrato nelle vite di coloro che si lasciano coinvolgere nel suo racconto.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno C – 2013

300_gNe 8,2-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4,4,14-21

Luca presenta lo scritto che va ad iniziare come un ‘racconto’. E’ una notazione interessante su cui soffermarsi. E’ racconto che si fa memoria di quello che ha fatto e detto Gesù, il profeta di Nazareth e ci si può chiedere perché ad un certo punto le prime comunità avvertono la necessità di scrivere racconti. Raccontare Gesù, ritornare alla sua storia come cosa da narrare è centrale nella fede cristiana. Non c’è infatti solo l’esigenza di ricordare ma anche di raccontare, di trasmettere in forma di narrazione la storia di Gesù e di renderla un racconto. Ricorda e racconta il vangelo…

Il racconto poi non lascia mai impassibili e distanti: chi racconta diviene come quel vecchio ebreo costretto su una sedia a rotelle, di cui narra Martin Buber, che quando raccontava le storie iniziava a danzare trascinato dalla forza della parola. Il racconto autentico è immedesimazione e trasformazione e per questo è luogo di liberazione. E raccoglie non solo la memoria e la storia di altri ma vi immette anche l’esperienza e i sentimenti di chi ne è coinvolto, di chi trasmette racconti ricevuti. Per questo l’atto stesso del raccontare diviene luogo di guarigione, di salvezza, di possibilità di rivivere e rendere presente tutto ciò che continua a vivere e coinvolgere. Così Luca racconta riprendendo – e ciò è fondamentale – la storia di Gesù, radicando il suo vangelo nella storia di un uomo, il profeta di Nazareth, ma anche facendo cogliere che quella storia è feconda di altre storie e Luca vi immette la storia della prima comunità, della sua stessa fede. Per questo sarà scrittore anche degli Atti degli apostoli, una storia collettiva, di incontri, di sorprese, di comunità che vivono la novità dello Spirito di Gesù.

Nel racconto di Luca sta innanzitutto il richiamo a Gesù come uomo, alla sua identità che non viene racchiusa in un sistema di definizioni, ma viene presentata proprio nel racconto della sua vicenda, riprendendo le sue parole, ritessendo quel filo di narrazione di cui Gesù stesso era maestro. Egli che aveva fatto del raccontare uno dei modi tipici di esprimere il suo cuore, egli che sapeva raccontare e che parlava di Dio narrando parabole.

Ma quel racconto non è solo ripresa dei racconti di Gesù, è anche indicazione che Gesù stesso è parabola di Dio. La sua stessa vita è grande racconto, parabola che usa il linguaggio della poesia, il linguaggio che crea, plasma, trasforma e cambia lasciando aperta la domanda di una decisione e di un possibile coinvolgimento: e voi che ne dite? Il IV vangelo tradurrà tutto questo nell’espressione finale dell’inno del prologo: “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio che è nel seno del Padre lui ce lo ha narrato…”. Così Luca presenta un racconto nel quale ritrovare l’identità più profonda di Gesù, una identità narrativa, nascosta e da rintracciare nel racconto stesso, che si apre a generare altri racconti. Sono i racconti delle esistenze che lo hanno accolto, sono i racconti di coloro che si sono lasciati trasformare e coinvolgere in quel racconto.

Ci possiamo chiedere in quale modo parliamo della nostra fede: che tipi di linguaggio usiamo? Sono i linguaggi della imposizione o della persuasione autoritaria, o quelli delle definizioni ripetute senza comprensione e senza passione, o ancora quelli che confondono la fede con l’elencazione delle pratiche di culto da osservare o con l’elencazione di valori da affermare, magari con intransigenza nel contesto pubblico? Sappiamo pronunciare parole che coinvolgano, con mitezza, altri in un racconto che non è solo fuori dalla nostra vita ma che ne è luogo intimo e matrice profonda? Sappiamo accogliere e raccontare con gratitudine i riflessi di incontri con Gesù che traspaiono da vite nascoste? Sappiamo narrare lasciando aperture di attesa, come nei racconti più belli che si espongono, come una roccia protesa, ad altre parole, forse le più belle, ancora da venire, e da attendere con pazienza? Solo da questi racconti può sorgere accoglienza, risposta, meraviglia. Ma soprattutto sappiamo ancora avere orecchie attente ad ascoltare racconti giungono da voci sussurrate e che sfuggono ai clamori di parole urlate e prepotenti o alla mollezza di inviti suadenti e di false promesse? I racconti sono la ricchezza dei poveri, una ricchezza senza potere e senza prezzo e che pure vale molto più di cose ritenute tesori. E risiede in cuori capaci di custodire il tempo trascorso insieme, i ricordi, i gesti semplici, le parole.

Luca redige uno scritto ma il suo racconto è parola vivente. Il libro che ne nasce non è indicazione di qualcosa ma di qualcuno. Mi piace pensare che il racconto di Gesù giunge a noi attraverso i quattro libretti dei vangeli, ma anche attraverso rivoli dispersi, attraverso tanti altri racconti. Sono quei libri delle esistenze di singoli e degli intrecci di incontri e relazioni, i ‘quinti evangeli’ dei poveri. Sono i racconti di tutti coloro che senza proclami e senza pretese di essere i puri o gli esempi, senza messianismi e senza desiderio di riconoscimenti, sono di fatto i poveri cristiani. Sono i racconti di tutti coloro che nella loro vita hanno lasciato scrivere, con inchiostro proprio, o accogliendo come analfabeti i tratti di altri, righe di quella poesia che nel dirsi si dà e trasforma, e cambia – spesso senza accorgersene – i cuori, nella gratuità del seminare, aprendoli al dono, allo stupore dell’incontro, alla concretezza del servizio. In una parola al vangelo che è Gesù, parabola e racconto dell’amore del Padre.

Alessandro Cortesi op

XI domenica del tempo ordinario B – 2012

Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Le parabole di Gesù: un modo di rivolgere la parola che dovrebbe farci pensare. E dovrebbe aprirci a nuovi modi per accogliere e trasmettere il vangelo. Provo ad indicare alcune piste su cui ripensare il nostro seguire Gesù imparando da lui: la prima riguarda l’arte del raccontare, la seconda è quella della quotidianità, la terza è la logica dei segni piccoli.

L’arte del raccontare…

Gesù parla in parabole per annunciare il ‘regno di Dio’. Tutto il suo insegnamento e il suo agire si svolgono attorno al regno di Dio. Ma non è una rivendicazione di un potere o di un dominio su popoli o sulle coscienze. E’ annuncio che riguarda il volto di Dio stesso, ma anche la relazione tra Dio stesso e noi, ed è parola sulla vita stessa di Gesù: proprio nelle sue scelte, nel suo agire il regno sta iniziando, un mondo nuovo in cui Dio libera e apre alla pace, alla giustizia, al porre al centro i piccoli. E’ sorprendente che laddove ci si dovrebbe aspettare il linguaggio del sacro, una lingua sacra, un agire sacrale, Gesù usa invece il linguaggio del quotidiano, usa una lingua comprensibile a chi semina, a chi vive della pesca, a chi impasta la farina. E vive gesti di ospitalità. Non definisce ma racconta. Le parole descrivono un dinamismo, e accennano ad un paragone: così avviene nel regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno. E così crea una tensione. Gesù non offre una definizione di quello che è il regno di Dio. Non utilizza le immagini per dire un concetto. Ma indica un percorso aperto che opera qualcosa nel cuore di chi ascolta: ‘il regno di Dio è simile a…’ lascia aperta l’immaginazione. Perché il regno di Dio investe l’esistenza e chiede coinvolgimento.

Forse anche noi dovremmo imparare a raccontare il vangelo del regno di Dio. L’insegnamento religioso è spesso vissuto o come offerta di tante nozioni, o come prescrizione di comportamenti. Si associa così il discorso religioso o ad una dottrina dai contorni fumosi e lontani, oppure ad una serie di precetti morali che generano o paura o ripulsa. Di raro si associa il vangelo ad un racconto. Gesù parla del Padre che apre ad un rapporto con Lui, utilizzando racconti che fanno riferimento alla vita quotidiana. Per questo non è facile definire cosa è il regno di Dio: bisognerebbe ripercorrere tutte le parabole e cogliere in ognuna aspetti diversi e complementari e poi tesserli insieme.

Gesù rinvia alla quotidianità

Nelle sue parabole Gesù tocca la quotidianità e indica così che il rapporto con Dio non è da pensare o ricercare in momenti eccezionali o avulsi dalla vita ma nell’ordinario dei nostri giorni. Nel suo parlare si ritrovano i gesti del lavoro, della vita, della casa: l’incontro con Dio non è una cosa ‘sacra’ da attuare in un territorio lontano, o riservato a élites religiose o intellettuali. Il vangelo è bella notizia che innerva l’esistenza e ne fa scorgere dimensioni profonde, e la apre a scoprire che in quella terra è deposto un seme. In questa terra, in questo quotidiano è presente un seme: ‘dorma o vegli di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce…’. E’ liberante questo annuncio di una realtà già presente nella nostra terra e che porta frutto buono. E’ liberante perché porta  a decentrare la vita personale. E dovrebbe far decentrare anche lo sguardo delle chiese, troppo preoccupate di porsi al centro e di esaurire le aperture del regno. Ma è anche spinta a cercare a scoprire i segni di questo germogliare e fiorire di un seme gettato e presente nella terra di questa esistenza.

Gesù indica la logica dei piccoli segni.

‘E’ come un granello di senape, che quando viene seminato sul terreno è il più piccolo di tutti i semi…” C’è una indicazione preziosa in questo contrasto tra la piccolezza degli inizi e la grandezza della conclusione: il regno di Dio è un seme piccolo, anzi il più piccolo, e cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto. E’ invito a scorgere la presenza del regno come una realtà nascosta, che non è presente laddove c’è affermazione, ricchezza e gloria. Tuttavia sta crescendo in segni piccoli, nel silenzio e nella forza di un seme. Dio non guarda le apparenze, ma al cuore e ascolta il grido di chi non è ascoltato perché non ha potenza o privilegi. Gesù pronuncia le parabole proprio in momenti di delusione, di scoramento perché il mondo che lui annunciava non si realizzava. Egli stesso si trovava di fronte al fallimento e al rifiuto. Ma proprio in questi momenti Gesù indica come il regno sia piccola cosa che ha però una forza di crescita che nulla può ostacolare ed esige l’attesa paziente del contadino. Annuncia che il regno cresce nonostante le contraddizioni e la sua piccolezza. Ed è seme che fa crescere e porta frutto perché vi sia condivisione e riparo, come il frutto della spiga, come sui rami del grande albero. Invita così a coltivare la pazienza, a non cedere alle logiche della grandezza e della fretta. Libera dalla preoccupazione della riuscita e del successo. Ed apre la via di un servizio al regno che investe questa realtà e questa storia, dove i piccoli siano accolti, dove gli oppressi siano liberati, dove gli esclusi trovino ospitalità. Gesù sa leggere i segni del regno già presenti, e semina la parola perché anche i suoi sappiano aprirsi alla novità del vangelo. La parabola è racconto particolare perché coinvolge e fa qualcosa in chi ascolta: è nel senso più profondo ‘poesia’.

Così scrive Paul Ricoeur, un filosofo che ha scrutato con attenzione il modo di raccontare di Gesù: “Temo che un tentativo eccessivamente zelante di trarre dalle parabole un’applicazione immediata per l’etica privata o per la morale politica sia destinato a naufragare. Possiamo subito supporre che uno zelo del genere, senza adeguate riserve, finirebbe per tradurre le parabole in consigli insipidi, in banalità moraleggianti. E i moralismi banali sono forse il mezzo più sicuro per ucciderle, più dei concetti teologici trascendenti. (…) A me pare che ascoltare le parabole di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla stravaganza di questi brevi racconti. Se guardiamo alle parabole come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli pratici, ad allegorie moraleggianti. Lasceremo che la loro forza poetica sbocci in noi. (…) La forza poetica della parabola è la forza stessa dell’evento, dove per ‘poetico’ qui si intende qualcosa di più che la poesia come genere letterario poetico, qui significa creativo. Ed è al cuore della nostra immaginazione che lasciamo che l’evento avvenga prima che possiamo convertire il nostro cuore e rafforzare la nostra volontà” (P.Ricoeur, La logica di Gesù, testi scelti a cura di E.Bianchi, ed. Qiqajon 2009, 48-52).

Alessandro Cortesi op

(nell’immagine bassorilievi della Fontana Maggiore in piazza IV novembre a Perugia – Nicola e Giovanni Pisano  1275-78)

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