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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1505.JPGGer 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Nel ‘libro della consolazione’ il profeta Geremia invita alla speranza e parla di un raduno opera del Signore (Ger 30-31). Come nell’esodo Israele ha sperimentato la presenza di Dio vicino e liberatore, ora vive un nuovo cammino, un nuovo esodo guidato dalla mano potente di Dio verso il futuro della promessa. Ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Nel lasciarsi riportare da Jahwè nella terra dopo l’esilio tutti trovano possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. In quest’esperienza Israele scopre ancora la vicinanza di Dio come presenza materna, tenera capace di accompagnare chi più fa fatica.

Nel suo vangelo Marco racconta la guarigione di un cieco al termine di una lunga sezione iniziata con la domanda di Gesù ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Da allora Gesù sulla strada parla ai suoi discepoli della ‘via’ che egli sta percorrendo. E’ la via di un messia che incontra sempre più l’opposizione alla sua testimonianza, e incontra il rifiuto e l’ostilità. Sulla strada Gesù guida i suoi per renderli discepoli, ma loro non comprendono. La guarigione di un cieco apre al capitolo 11 in cui Gesù entra a Gerusalemme, come messia umile, che cavalca un asino. entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace.

Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme Marco fa capire che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto lì sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi percorre via del dono e del servizio.

Il cieco di Gerico diviene l’autentico discepolo: incapace di vedere, deve essere aperto ad un nuovo modo di vedere. Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. ‘Figlio di Davide’ è un titolo con valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

Nella sua cecità il povero lungo la strada riconosce in Gesù il re diverso dai dominatori. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando. A lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e si mette a seguirlo. Sulla via verso Gerusalemme.

Il cieco è discepolo che invoca ‘che io riabbia la vista’. “Và la tua fede ti ha salvato” gli dice Gesù. Nel suo grido e nel suo desiderio è già in atto la salvezza. Il cieco ritrova la capacità di vedere e diviene discepolo, cioè colui che segue.

Il discepolo per Marco è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada. Ma per percorrerla è necessaria una forza ed una luce, uno sguardo capace di cogliere nei cammino di Gesù la vicinanza di Dio che libera. Il cieco diviene così uno dei discepoli irregolari del vangelo, di quelli che in modo inatteso seguono Gesù mentre i suoi non comprendono ancora e lo abbandonano.

Alessandro Cortesi op

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Li raduno dalle estremità della terra…

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla”.

Leggendo queste parole non si può non pensare a tutti coloro che hanno lasciato la loro terra e sono in condizione di esilio oggi. In particolare tutti coloro che hanno dovuto fuggire per lasciare case e territori dove è impossibile restare a causa della presenza di violenza e guerra. Nel mondo secondo i dati dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) sono 68,5 milioni le persone che sono in fuga da guerre e persecuzioni.

Sono fughe di cui non si ha percezione nella chiusura che caratterizza lo sguardo di chi vive nelle aree più ricche del mondo, il mondo occidentale. La migrazione di coloro che cercano rifugio per lo più rimane all’interno del paese o si dirige verso paesi vicini, ai confini, dai quali chi è coinvolto spera quanto prima di far ritorno, appena la situazione offra segni di tranquillità e di possibilità di lavoro. Ma spesso questo non si realizza e il permanere lontano e nella condizione di profugo diventa esperienza che segna tutta la vita. Dovremmo prendere consapvolezza che l’85% di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni risiede in paesi poveri nel Sud della terra. Solamente una minima percentuale raggiunge i paesi ricchi dell’occidente.

In particolare i luoghi di particolare emergenza e crisi sono in Africa – oltre che in Myanmar dove è in atto e continua la persecuzione verso la minoranza musulmana dei popoli rohyngia – soprattutto nella Repubblica democratica del Congo e  in Sud Sudan, per la situazione di conflitto che continua nonostante la fragile pace e dove 6 milioni di persone secondo la FAO hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria nella carestia che si sta diffondendo nel Paese.

Tra i cinque paesi in cui è più alta la percentuale dei rifugiati vi sono infatti due Stati africani: il Sud Sudan (con 2,4 milioni rifugiati) al terzo posto dietro Siria e Afghanistan, e la Somalia (con 986.400 rifugiati) dopo il Myanmar.

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione è drammatica: devastata da anni di guerra e instabilità politica, è questo uno dei paesi più poveri del mondo. C’è un contrasto impressionante tra questa povertà e l’immensa ricchezza di materie prime e di colture presenti nel Paese. Sono risorse minerarie come il coltan, diamanti, oro, rame, cobalto, zinco e manganese, e risorse forestali, con una biodiversità di animali (i gorilla e okapis tra altri) e  vegetali e terre agricole fertili per colture come caffè, olio di palma e tè. Ma sono risorse che vengono sfruttate e su cui si giocano gli interessi economici dei Paesi occidentali, con l’utilizzo di gruppi locali nei conflitti.

Durante il 2017 c’è stato un estendersi del conflitto che devasta il paese. La popolazione civile che risiedeva soprattutto nelle regioni Nord e Sud Kivu, in Tanganica, nell’Alto-Katanga e nella zona di Kasai, è stata costretti ad abbandonare le case e cercare rifugio altrove. Tra 2016 e 2017 c’è stato un raddoppio degli sfollati interni al Paese (da 2,2 milioni a 4,4 milioni) con un numero drammatico nel Nord Kivu, circa un milione di persone. Molti si sono recati oltre il confine del Paese negli Stati vicini. E’ da notare che la popolazione della Repubblica Democratica del Congo nella condizione di rifugiati è per tre quarti composta da donne e bambini.

Nel documentario Sea Sorrow – Il Dolore del Mare Vanessa Redgrave ha presentato una denuncia delle cause di tanta sofferenza e di tanto male: «I nostri paesi occidentali puntano soprattutto a vendere armi ed è per questo che continuiamo ad assistere a così tante guerre e a così tanta distruzione».

L’Ordine domenicano a livello mondiale ha indicato la situazione della Repubblica Democratica del Congo come un motivo di attenzione per un popolo segnato da decenni da guerre devastanti e da violazioni di diritti in cui sia forze armate governative sia gruppi armati sono in conflitto per il controllo dei ricchi giacimenti di risorse naturali del Paese. Il periodo di avvento 2018 sarà un tempo dedicato alla preghiera per questo popolo, alla sensibilizzazione per conoscere la condizione di ingiustiza presente in queste regioni e per atttuare opere di solidarietà verso coloro che sono oppressi nel Paese.

Alessandro Cortesi op

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XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

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