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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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IV domenica di Quaresima – anno C – 2019

IMG_3716Gs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

La parabola di Gesù sorge da una situazione concreta. I suoi gesti generano scandalo e indignazione. I farisei e gli scribi mormorano per il suo stare a pranzo con pubblicani e prostitute, cioè con persone considerate irregolari, da tenere fuori e soprattutto lontane dall’ambito religioso.

Scribi e farisei celano in questo giudizio la loro attitudine a sentirsi giusti e a posto, in qualche modo detentori di un volto di Dio di cui conoscono regole e comportamento. Un Dio che valuta le prestazioni e quindi deve premiare i giusti e condannare i peccatori. Lo stile di vita di Gesù pone in crisi queste idee: si fa vicino a coloro che dovevano essere esclusi, condivide i pasti con peccatori e gente di malaffare.

Il suo comportamento genera una mormorazione che biblicamente è una protesta contro Dio. Dov’è l’autentico volto di Dio? Luca con un po’ di ironia dice che chi ascoltava Gesù erano i pubblicani e i peccatori perché gli altri avevano già la loro verità in tasca: “Pubblicani e peccatori stavano vicino a Gesù, per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‘Costui accoglie i peccatori e sta a tavola con loro’. Ed egli disse loro questa parabola….”.

Le parabole che Gesù presenta sono a questo punto tre: sono tre parole che parlano del perdere e ritrovare. La pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto, o i figli perduti… E in ognuna di queste parabole al centro sta la gioia di un ritrovamento, che sorge da uan ricerca, da un’attesa, da uno sguardo.

“Dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. È la domanda che il figlio minore fa al padre e da questa domanda inizia il racconto. Una vicenda familiare, un non capirsi più, un sogno di uscire per essere libero. E’ una richiesta che può ferire: dividere l’eredità avviene alla morte. Da parte del figlio è quasi espressione di volere il padre morto. E’, più profondamente e drammaticamente, domanda che rivela un rapporto che si è rotto, un dialogo incrinato, un desiderio di autonomia e di una vita ormai lontano da quella casa percepita come prigione e non come dimora. Dietro a questa richiesta sta anche un’accusa al padre di essere un padrone a cui si chiede una parte di beni per chiudere un rapporto freddo che si esaurisce in una consegna materiale, una divisione matematica.

Il testo del vangelo dice: il padre “divise tra loro le sue sostanze”. Più precisamente nel testo originale si legge: ”Ed egli divise tra loro la vita”. Si può così cogliere come il modo di agire del padre che accoglie la richiesta piena di protervia del figlio, sia una risposta mite, che nasconde tristezza e rassegnazione, incapacità di farsi comprendere. E in questa mitezza non solo divide ma dà anche la sua vita. Non consegna solo dei beni materiali ma qualcosa di più profondo, si espropria della vita. La scelta del padre è quella di lasciare piena libertà al figlio, nella sofferta fiducia che qualunque sia il suo cammino ciò che più conta è questa libertà di orientarsi nella vita senza ormeggi e legami che condizionano e ricattano.

Ma il figlio è alla ricerca di una libertà senza limiti e si scontra con il dramma di una autonomia ricercata senza gli altri. Da figlio passa ad essere nella condizione di chi si trova ad essere asservito. Vive l’entusiasmo di una autonomia senza vincoli, ma si trova sperduto e diviene dipendente. Cade nella condizione di una nuova schiavitù. E in questa situazione di dipendenza possiamo scorgere la condizione di un mondo che pretende di stare senza legami senza riconoscere esigenze di rapporti e che cade nella condizione di un asservimento in tante diverse dipendenze.

La ricerca di autonomia si risolve nella dipendenza. Il figlio allontanatosi pensa tuttavia ancora in termini di rapporto freddo il suo poter tornare a casa. Da un lato gli si presenta un ricordo, un barlume di nostalgia forse, dall’altra il suo desiderio è di essere assunto come lavoratore. Non si sente figlio, non si comprende come tale. Tutto sommato è rinchiuso in un pensiero egoistico, per sopravvivere e sfruttare ancora una situazione per uscire da ciò che non sopporta più. E tuttavia veva ancora un ricordo di quella casa da cui se n’era venuto via.

Ma in questo momento, in questo suo rientrare in se stesso e nel suo ritornare si inserisce un altro movimento, che è al centro della parabola, ed è il movimento dello sguardo del padre e dei suoi gesti. Un accumulo di verbi è usato da Luca per dire come il padre lo vide, gli corse incontrò, lo abbracciò… Il suo allontanamento non aveva mutato quello sguardo e quell’attesa. Il padre rimane colui che non guarda alle prestazioni ma condivide la vita. E fa festa e solo la festa è il momento in cui il cuore cambia. Il padre non pronuncia parole particolari al figlio, lo accoglie con i segni di colui che nella casa è il benvenuto e amato, con i segni dello sposo, l’anello, i calzari. Il perduto è ritrovato, come la pecora, come la dramma. Al centro della parabola è questa incontenibile gioia che non si sofferma su nessun altra cosa se non sulla grandezza del potersi reincontrare, del poter trasmettere un affetto oltre ogni limite.

E d’altra parte il figlio maggiore non comprende: anche lui che era rimasto nella casa poco aveva capito di cosa significasse partecipare della vita del padre. Era rimasto con il cuore dei farisei e degli scribi, preoccupato delle prestazioni e incapace di accogliere. E il padre esce e va incontro anche a lui. ‘Figlioletto, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi…’ La parabola è parola sul padre che cerca di ritrovare in modi diversi i due figli che si sono allontanati e mira a riportare la loro stessa vita alla scoperta della fraternità: questo tuo fratello… è stato ritrovato…

La parabola rimane sospesa. Lascia aperto l’interrogativo sugli esiti di questa vicenda, della supplica del padre al maggiore, su ciò che seguì alla festa per il minore. Eppure è parabola che apre uno squarcio sul volto del padre che attende e che esce, va incontro e che sembra avere a cuore nessuna altra cosa se non che nessuno rimanga escluso. E che ci si scopra legati da una vita che egli non ha paura di perdere perché siano aperti i percorsi della fraternità.

Alessandro Cortesi op

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Razzismo e l’altro

“Bisogna ripartire da qui: dall’opposto di muri e confini. Dobbiamo ripartire dall’inclusione degli altri, degli esclusi. L’inclusione dei giovani, degli immigrati, dei poveri. Non per buonismo sentimentale ma perché la relazione è l’essenza della vita. È la forma del suo evolversi, del suo rinnovarsi e rinascere. Senza relazioni, la natura appassisce, diventa sterile e l’essere umano perde anima. E’ attraverso gli altri che ci realizziamo, che diventiamo pienamente persone. Ma chi sono ‘gli altri’? Presenze scomode che – anche restando mute – ci chiedono se la nostra vita abbia un senso, se è una vita in cerca di verità e di giustizia, di libertà e di bellezza. Se è una vita che tende al bene oppure al male. Gli altri sono i termometri della nostra umanità. (L.Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio, ed.Gruppoabele 2019, 53-54)

Luigi Ciotti ha preso la penna in mano e si è messo a scrivere lui che preferisce i gesti che parlano alle parole scritte. E ha scritto ad un razzista del terzo millennio, dandogli del tu, intentando un dialogo nel tentativo di uscire dalle parole gridate e dai numeri branditi come arma. Ha scritto cercando di spiegare ragioni. Sono “le ragioni per cui non posso stare dalla tua parte e non posso nemmeno tacere i motivi che mi separano da te. L’ho fatto perché non voglio perdere le tracce di un confronto. Forse frequenti la chiesa e ti consideri cristiano. Se è così., lasciami dire, senza presunzione, che l’autentico cattolicesimo affonda le radici nel Vangelo, nel suo spirito e nella sua Parola, che è Parola di accoglienza, di dignità, di pace e di giustizia. Non ci si può dire cristiani e poi alzare muri, costruire comunità chiuse ed esclusive, selezionare e scartare i compagni di viaggio. Per dirsi cristiani bisogna stare – come Gesù – dalla parte dei poveri, dei deboli, degli oppressi e dei discriminati. Il cristiano non può restare in disparte di fronte alle ingiustizie di questo mondo. Il cristiano deve guardare il Cielo senza trascurare le responsabilità che lo legano alla Terra” (ibid. 68)

“il razzismo ha diverse facce…Rientrano in esso centinaia di gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio. I sempre più frequenti episodi di violenza, verbale e orami anche fisica, verso persone immigrate sono il frutto di questo clima culturale e politico” (ibid. 16)

Ciotti richiama a vincere il rancore a sostituirlo con una solidarietà contagiosa, “senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi”. “E poi darsi da fare, a tradurre il ‘basta al disumano’ in fatti concreti. Perché di fronte al disumano non si può più restare incerti. L’ingiustizia è di chi la commette ma anche di chi assiste e non fa nulla o non fa abbastanza per fermarla. Queste parole sono rivolte anche a te, soprattutto se sei giovane e non ancora del tutto travolto dalla rabbia e dall’insano orgoglio di essere superiore a qualcuno. La mia generazione non ha realizzato gli obiettivi di giustizia che aveva promesso. Ma non è una buona ragione per abbandonarli. Al contrario occorre riprenderli” (ibid. 70).

“Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare, è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri” (ibid. 9).

Alessandro Cortesi op

 

 

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_06111 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi… si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Il profeta Elia vive un momento drammatico nella sua vita: ha risposto alla chiamata di Dio nella sua vita, è giunto ad affrontare il potere e i sacerdoti di Baal prom0tori di un culto di idoli (cfr. 1Re 18,40). La regina decide di vendicarsi su di lui e di farlo ricercare per ucciderlo. A chi domina serve una religione che assecondi i progetti di sottomissione e di controllo. E chi vive la religione in vista di una affermazione di potere è quanto mai utile la benevolenza dei monarchi.

Elia è così costretto a fuggire nel deserto. Si trova solo fino al punto di dire ‘basta Signore, ora è troppo’. In questo condivide l’esperienza di ogni credente che ha impegnato la sua esistenza per il Signore e si trova ad affrontare opposizioni, fallimenti e prove. Il cammino di Elia verso l’Oreb, monte di Dio, è il medesimo di Mosè che aveva guidato il popolo. Anche lui aveva compiuto un esodo personale nel deserto. Poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora il deserto. Elia ripercorre i passi di quel cammino. Senza retorica e senza infingimenti perché cerca di salvarsi e non ce la fa più.

Ma proprio in questo momento di solitudine ed abbandono scopre che qualcuno, un messaggero di Dio, gli procura pane e acqua. Sono segni della vicinanza di Dio che non abbandona mai. Sono anche nutrimento per andare avanti. Elia vive così ancora una volta un incontro con Dio che si fa vicino e lo solleva. Quel pane e quell’acqua sono segni di una presenza di Dio in modo nuovo. Dio non è presente la dove c’è il frastuono del potere ma nella ‘voce di un delicato silenzio’. Elia potrà continuare a camminare solamente con la forza di quel pane come dono.

“perchè aveva detto: io sono il pane disceso dal cielo. E dicevano: ‘costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: sono disceso dal cielo?'” Di fronte al segno del pane compiuto da Gesù vi è chi mormora: è la reazione del sospetto opposta a quanto Gesù chiede, invitando a credere: ‘nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato’.

Nel vangelo di Giovanni ‘i Giudei’ sono categoria-simbolo ad indicare tutti coloro che si pongono in attitudine di sospetto e di rifiuto davanti a Gesù: loro problema è il rifiuto ad accettare che Dio possa farsi vicino, e possa condividere la vita umana fino in fondo. Gesù propone un’attitudine diversa: l’affidarsi, il lasciarsi fare, il rendersi disponibili. Solamente il Padre ha forza di attrazione. A lui si può solo offrire un cuore disponibile. Tutto ciò disorienta un modo di vedere in cui tutto viene fondato sulle proprie capacità e forze. “Io sono il pane vivo”: pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa. La vita di Gesù esprime e rende vicina la vita di Dio. Nel segno del pane ha offerto un segno per indicare la sua stessa vita. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Il termine ‘carne’ (sarx) indica la concretezza e la fragilità dell’esistenza. Nel IV vangelo questo termine è importante. Presente sin dal prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Dio si rende vicino in tutti gli ambiti della vita. Il Dio di Gesù è Dio fragile che si lascia incontrare in chi è più piccolo. Gesù, uomo per gli altri, ha fatto della sua vita un dono ‘per la vita del mondo’, cioè di tutti.

Alessandro Cortesi op

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Esperienza

In una pagina de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern è narrata un’esperienza vissuta da soldati italiani durante la ritirata di Russia, una scena situata tra il gelo e l’immoto biancore della neve che copriva la steppa e il caldo interno di una isba individuata in lontananza mentre la fame faceva stringere lo stomaco. Entrati in quella stanza i soldati si incontrarono improvvisamente e inaspettatamente di fronte ad altri soldati, con le insegne nemiche, russi che stavano mangiando, seduti a tavola, accolti dalla famiglia che lì abitava, le armi appoggiate in un angolo.

Mario Rigoni Stern ricorda e racconta quell’attimo di impreparazione, imbarazzo e stupore: poteva essere il tragico ulteriore momento di una guerra che ripeteva i suoi riti di morte e violenza. Fu invece un momento in cui la storia prese, come un colpo d’ala, un’altra piega. Il gesto senza parole di una donna che porse ai militari affacciatisi alla porta, scodelle colme di minestra calda e fumante, diede inizio ad un nuovo tempo, un tempo sospeso. Un tempo di silenzio, in cui risuonò solamente all’interno dell’isba il rumore dei cucchiai che raccoglievano quel pasto caldo, dono inatteso, spezzando il pane da inzuppare nel brodo.

Quel momento si prolungò fino a conclusione del desinare e si chiuse con un saluto, e con un cenno del capo, gelidi come il freddo che aggrediva le spalle nell’uscire scostando la porta di legno. In quello spazio e in quel tempo abitato solamente dalla ‘voce di uno svuotato silenzio’, si era attuato un evento minimo, contrastante con il movimento in atto nel mondo, un momento di mangiare insieme, accolti come uomini, al di fuori di ruoli e divise, con le armi abbandonate, appoggiate agli stipiti delle porte, rese inutili da un gesto di ospitalità. In quell’isba di fronte a quella scena a Mario rimasero impressi nel cuore gli occhi dei bambini… Finche saremo vivi ci ricorderemo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere (Il Sergente nella neve, Einaudi, 2008)

Sono queste le esperienze che dicono la possibilità di spezzare il pane come luogo di riconoscimento dell’altro, esperienza di pane vivo che rende possibile la vita umana. Abbiamo bisogno di silenzi abitati da gesti che offrano pane da condividere, abbiamo bisogno oggi di esperienze che oltre le parole sappiano offrire la possibilità di scoprire orizzonti nuovi alla vita. E’ un’esperienza di incontro e di riconoscimento la proposta che Eraldo Affinati suggerisce anche per alcuni ragazzi tredicenni che in questi giorni hanno sparato con una pistola scacciacani gridando frasi offensive ad un ragazzo nero che stava facendo jogging a Pistoia. L’hanno definita una ‘goliardata’, ma tale non è: questo gesto è il frutto di una seminagione di parole e di atteggiamenti di disprezzo e di esclusione dell’altro, è esito di una pseudo cultura della superiorità di alcuni su altri, di quel razzismo quotidiano e diffuso, di sentimenti di ostilità verso chi è divesro e più debole. Un grave segno della chiusura a pensare la vita come spazio e tempo in cui condividere il pane dell’esistenza nella comune umanità. A fronte di tutto questo un lungo tempo sospeso di educazione all’incontro è la sfida che sta davanti a noi in questi difficili giorni. Da qui la proposta di Eraldo Affinati:

“Mi spiego. Io i due pistoiesi li accompagnerei in Gambia, nazione di provenienza del migrante offeso, in uno sperduto villaggio ai confini col Senegal, Sare Gubu; gli presenterei un ragazzino che porta il mio nome. Tredici anni loro. Tredici anni lui. Si conoscerebbero. Giocherebbero a pallone. Farebbero amicizia. Tutti e tre capirebbero tante cose. I giovani italiani non gli direbbero sporco negro bastardo, come hanno apostrofato il profugo senza sapere chi era. Diventerebbero grandi insieme. E Alì Bubacar Eraldo Affinati magari, in cambio della promessa di poter un giorno venire da noi, sarebbe disposto a dare loro perfino la maglietta di Lionel Messi. Lo so: è soltanto un sogno. Ma proprio di questo avrebbero bisogno i ragazzi: esperienze vere, non parole vuote” (Eraldo Affinati, Basta vuote parole. Cosa dare e chiedere ai ragazzi, “Avvenire” 10 agosto 2018).

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0286.jpgEz 2,2-5; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

“…ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7). Il Signore chiede al profeta di aprire la bocca e di ingoiare un rotolo scritto. La sua missione sarà nel porsi totalmente al servizio di questa comunicazione. Sarà uomo della Parola, chiamato a stare in ascolto e a ridire con la sua vita la parola accolta ad altri. Ma la sua disponibilità si scontra con la chiusura e l’indifferenza, sino al rifiuto. La parola del profeta destabilizza, ha una funzione critica di fronte ad ogni pretesa di rinchiudere la parola di Dio in un sistema di pensiero o di religione. Ingoiare il rotolo scritto è segno che indica la forza critica del suo annuncio e l’appello ad un cambiamento mai concluso della vita: il profeta è l’uomo della fede. Alla testimonianza dei profeti, che richiamano al cuore della fede si contrappone l’atteggiamento della durezza di cuore.

Uno degli aspetti dell’attività di Gesù che colpì i suoi contemporanei fu certamente il suo stile profetico, al punto che nei vangeli troviamo tale titolo di ‘profeta’ come uno dei modi di esprimere la sua identità. Ai suoi compaesani fa problema che Gesù sia uno come loro, del loro paese: ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3). Non possono pensare ad una presenza di Dio che si fa vicina a partire dal lor quotidiano. Gesù, di cui si conoscono i vicini e le sue relazioni familiari è rifiutato perché troppo vicino, troppo umano. Si tratta di un rifiuto ad accogliere nelle parole e nei gesti di Gesù la presenza di Dio che si fa vicino nell’ordinario e nella ferialità, nel cammino di relazioni e vicinanza di ogni giorno, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela.

I suoi compaesani si pongono come difensori della distanza di un Dio che non può contaminarsi con il quotidiano e che per questo rimane relegato nelle sfere del sacro e del potere. In tale orientamento mantengono intatti i rapporti di dominio e il prestigio sacrale e politico con cui la presenza di Dio viene identificata. A questa incredulità di fondo Gesù reagisce con il silenzio e lo stupore: ““Gesù disse loro: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,4-6).

Marco così descrive l’approfondirsi di un rifiuto che coinvolge non solo farisei ed erodiani (Mc 3,6), ma anche i compaesani di Gesù e l’ostilità diviene di tutti. E’ un rifiuto generato dalla chiusura del cuore. La reazione si accentra sulla pretesa di Gesù di comunicare il volto di un Dio che libera. Non si pone nella logica dei ‘nostri’ contro ‘i loro’, ma si fa vicino nelle vicende ordinarie della vita, e sceglie persone che agli occhi umani non hanno prestigio. Capovolge così il modo di pensare dei potenti e dei sapienti. E’ la contestazione radicale di una fede fondata sulla attesa di un Dio della dei prodigi e lontano dalla vita. Per accogliere Gesù, dice Marco, è necessario aprire il cuore, liberarsi dalla pretesa di possedere in qualche modo Dio stesso, lasciarsi cambiare dall’incontro con Gesù, scorgerne i tratti di presenza nella storia.

Alessandro Cortesi op

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Profezia del quotidiano

La voce del profeta richiama ad un percorso di umanità anche e proprio laddove la religione e la legge stessa divengono strumenti di oppressione, funzionali a forme di schiavitù e dominio. Anche questi giorni diverse voci hanno reagito in modo pacato ma lucido e deciso al clima di violenza ed egoismo dilagante in un contesto in cui si costruiscono non solo false notizie che hanno grande seguito e diffusione, ma anche vere e proprie seminagioni di paure e di emergenze costruite per distrarre dagli autentici problemi. Le grandi emergenze dovrebbero essere individuate nello scandalo del commercio delle armi, nelle politiche di controllo delle riserve energetiche e minerarie e in economie che attuano sfruttamento di terre e popolazioni per un guadagno di pochi. Invece si è costruita in Europa una autentica opera di distrazione che individua nei migranti poveri la causa di una crisi economica e sociale che ha ben altre radici. E’ la logica del capro espiatorio e di disprezzo dell’altro che conduce prima alla segregazione e poi all’eliminazione secondo la pretesa di essere padroni della terra che si abita, come la storia del ‘900 testimonia e come il conflitto della ex Iugoslavia negli anni 90 ha ancora manifestato.

Per questo il rosario brandito da un ministro italiano accompagnato da affermazioni d discriminazione e da scelte di rifiuto di persone bisognose di soccorso, di accoglienza e di protezione è utilizzo di simboli religiosi per affermare il contrario di quanto essi significano come preghiera che si fa affidamento della propria e dell’altrui vita ‘nell’ora della nostra morte’. Riferendosi ad un crocifisso tenuto in mano da una partecipante alla manifestazione leghista di Pontida con sottostante la scritta: ‘se non vuoi il crocifisso torna al tuo paese’ la Assemblea generale della Pro Civitate Christiana di Assisi in una lettera aperta scrive: “Quel Crocifisso di cui, cara signora, lei parla, lo guardi bene: non giudica e non ha le braccia conserte, ha le braccia allargate in un grande abbraccio che qualcuno ha voluto inchiodare. E non chiede a nessuno ‘da dove vieni?’, ma propone a tutti ‘seguimi’, anche a noi, anche a lei che sembra disposta a riconoscere quel Crocifisso di duemila anni fa e pare dimenticarsi o – peggio – ‘non volere’, sino al rifiuto, i tanti crocifissi di oggi”.

Il Centro Astalli chiede in un comunicato stampa di “attivare immediatamente operazioni di soccorso in mare. Salvare vite oltre ad essere una priorità irrinunciabile è prima di tutto un dovere. Pertanto non si può giocare su questo un braccio di ferro tra Stati dell’Unione e altri attori coinvolti. Il salvataggio in mare e lo sbarco in condizioni di sicurezza costituiscono un obbligo previsto dal diritto internazionale e non possono essere subordinati a nessuna altra considerazione politica od organizzativa. Subito canali umanitari per attivare un’alternativa legale al traffico di esseri umani. Chiusure, respingimenti, muri e campi di detenzione, accordi di rimpatrio sono ricette inefficaci, il cui costo umano ed economico non può essere in alcun modo giustificato. Servono ingressi programmati per chi deve chiedere asilo, misure di reinsediamento accessibili e proporzionate alla necessità. Il fenomeno delle migrazioni forzate va gestito, non ignorato. Fare in modo che tutti gli Stati membri accolgano in modo proporzionale i migranti forzati. Applicare il prima possibile all’interno dell’UE il mutuo riconoscimento dello status di rifugiato in modo da facilitare i percorsi individuali di integrazione e i ricongiungimenti familiari. (…) La Libia continua ad essere paese non sicuro per i migranti. Al Centro Astalli ne abbiamo evidenze quotidiane nei racconti dei rifugiati che riescono ad arrivare: torture, abusi e violenze sono purtroppo pratiche comuni. Si continuano a mettere in atto misure inadeguate, deleterie e per di più dispendiose, lasciando che innocenti trovino la morte in mare. Una vergogna inaccettabile”.

Domenico Quirico (Adesso troviamo il coraggio: parliamo di morti, “La Stampa” 30 giugno 2018) richiama al pensiero dei morti: “I morti: per favore, per una volta invece dei vivi, dei migranti vivi, quelli che ci ingombrano, che non sappiamo ripartire come armenti, dei flussi, degli utili e degli inutili, degli aventi diritto e dei clandestini, si abbia il pudore di non parlare. Contiamo gli altri, i morti, i migranti morti. Guardiamo il mare, un chioccolio di acque calme, l’acqua viva, qua e là, di chiazze iridescenti di petrolio. Uomini portano a riva piccoli cadaveri con vestiti colorati. Diciamo la verità: non sapremmo enumerarli tutti questi morti. Sono tanti, sono dappertutto, in ogni lembo del Mediterraneo, ieri davanti alla Libia e a Lampedusa e nelle acque delle isole greche. Se ci provassimo a contarli, i morti, quelli che rientrano nelle statistiche, ebbene ne dimenticheremmo sempre la metà. Forse di più, quelli che non sappiamo, i naufragi senza nome, di cui non abbiamo trovato i segni. Sì. Parliamo dei morti. Se ne abbiamo il coraggio. (…) Dove sono le vie di uscita per aggirarli, per far finta che non esistano? Dove li possiamo nascondere, in preda al comodo oblio, le storie di ciò che sono stati? Non basteranno gli occulti mattatoi degli anni, i ghirigori delle competenze, la carta bollata del tocca a te, la geografia dello scaricabarile diplomatico. I morti sono lì, implacabili, irrimediabili. Ci guardano. La solitudine c’è, forse, solo per i vivi. Rispetto ai morti non c’è solitudine, i morti sono sempre qui.
(…) Non neghiamo nulla, non saltelliamo via. Salveremo ciò che siamo solo se sapremo guardare questi morti, immutabili, ormai lacerati dalla sofferenza, ma non sfigurati, caparbi, immortali”.

E’ notizia quotidiana il moltiplicarsi di episodi di quotidiano razzismo, diffusi effetti capillari di quella banalità del male che sta appestando un vivere quotidiano in cui un cane aizzato contro un ambulante nero sulla spiaggia suscita applausi e incoraggiamenti dei villeggianti e dichiarazioni di un sindaco esprimono l’esigenza di separare i bambini dai migranti durante le vaccinazioni all’Asl. Al sindaco hanno espresso la loro reazione, Paolo Naso Renato Sacco e don Giorgio Borroni di Novara Migranti, le Chiese contro il sindaco di Domo: «basta razzismo in una lettera che motiva i perché della critica: “…lei mette in guardia la popolazione del suo Comune dalla prossimità fisica con gli immigrati perché “i migranti sono spesso portatori di malattie contagiose”. Con questa frase pronunciata con leggerezza e senza citare alcun dato scientifico ed oggettivo, lei fa però  delle affermazioni gravi che dovrebbero essere seriamente documentate,  inoltre procura un allarme sociale e incoraggia comportamenti xenofobici. (…) Per studio ed osservazione sul campo, abbiamo imparato che la politica di oggi si nutre di dichiarazioni ad effetto grazie alle quali un amministratore arriva all’onore delle cronache. E la tecnica è tanto più remunerativa quando non implica dei costi come si renderebbe necessario, ad esempio, per offrire opportunità ai giovani  o migliorare i servizi agli anziani ed ai disabili. Lanciare un allarme sociale nei confronti degli immigrati, invece, non costa niente. (…) questo schema di pensiero – siamo certi al di là delle sue intenzioni –  produce razzismo. Sì, razzismo, che non è solo quello dell’apartheid sudafricano o del segregazionismo degli USA ai tempi di Martin Luther King. E’ anche un atteggiamento sottile, persino nutrito della buona fede di chi finisce per credere che gli immigrati siano “clandestini”, delinquenti ed ora anche pericolosamente infettivi. Con il suo teorema, se applicato, finiremo per discriminare gli immigrati negli ambulatori e poi – perché no? – nelle scuole, sugli automezzi pubblici, magari al supermercato. Ma la nostra Costituzione vieta ogni discriminazione basata su distinzioni  “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E per questo, sicuri che vorrà onorarla, speriamo di potere rubricare la sua esternazione come un malinteso o come un’improvvisazione favorita da un clima politico acceso che dà spazio alla voce del bar. Capita, ma un bravo Sindaco impara a trattenersi e a misurare le parole. Questo, con rispetto, le auguriamo” (Domodossola 28 giugno 2018).

Sono queste voci di quella profezia ordinaria e quotidiana che è possibile a ciascuno pur nella limitatezza delle proprie competenze e energie.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non si può tacere

Riporto qui di seguito un testo di don Virginio Colmegna che mi trova pienamente d’accordo e che sottoscrivo, anche in vista della 100 giornata mondiale dei migranti e rifugiati di domenica 19 gennaio p.v.
(a.c.)

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERINon si può tacere di fronte alla campagna di aggressione di chiaro stampo razzista contro la ministra Cécile Kyenge. Un conto è criticare alcune scelte politiche e contrastarle anche con fermezza, un conto è seminare rancore ed alimentare un’aggressività che solo superficialmente, e quindi pericolosamente, si richiama ad obiettivi di carattere politico, ma che in realtà si basa solo su sentimenti di esclusione e di intolleranza.

La crisi che viviamo ha determinato un crescita della sfiducia verso le istituzioni ed è una crisi anche culturale che può degenerare in una conflittualità senza sbocchi. Una società che vuole continuare ad essere civile non può far spallucce (magari pensando che è opera di una esigua minoranza) di fronte a una campagna di inciviltà che punta alla visibilità mediatica e al consenso politico. Si tratta di un’inaccettabile propaganda razzista e questo va detto in modo chiaro, senza giri di parole, ad alta voce.

Sono sicuro che la maggioranza dei cittadini della nostra città e del nostro paese sia del mio stesso parere. Per questo bisogna rispondere a queste persone non scendendo sul loro terreno ma rilanciando il valore politico ed educativo della civiltà e rimettendo al centro la dignità di ogni persona, soprattutto se debole e fragile, esclusa e abbandonata. Per il sociologo Edgard Morin l’antidoto fondamentale alle tante barbarie è la solidarietà, la cui intensità emotiva riveste la forma della fraternità. È così. La solidarietà è il lievito di una politica di civiltà che inevitabilmente contrasta ogni pregiudizio che è d’ostacolo ad ogni tipo di sviluppo. La solidarietà chiede di reagire opponendo la cultura del bene comune all’analfabetismo rancoroso e conflittuale.

Essere solidali oggi con la ministra Kyenge vuol dire avvertire la pericolosità delle campagne che sfruttano la sofferenza reale delle persone. Cécile Kyenge deve essere criticata, quando si merita critiche politiche per ciò che fa o non fa, non per il colore della sua pelle, non per un nome e cognome poco italiani.

Semmai, al governo va chiesto di dar più poteri, più peso, più centralità al Ministero dell’integrazione, che non può essere solo un fiore all’occhiello di un dicastero ma deve agire da attore forte nella questione dei diritti civili. È “un’urgenza che – come ha scritto alcuni giorni fa Michele Ainis – è rimasta sin qui sotto un cono d’ombra”. È arrivato il momento di parlare di riforma della Bossi-Fini sull’immigrazione oltre che dell’abolizione del reato di clandestinità e di trovare una soluzione per i diciottenni, figli di immigrati, nati in Italia, solo per citare due temi cruciali. È il momento di mettere le vele della barca in cui ci troviamo tutti al vento della speranza, allontanandoci dalle raffiche contrarie e pericolose che attraversano l’Europa in crisi. È il momento di alzare la voce per zittire chi sa solo imprecare. Non è il momento di tacere.
don Virginio Colmegna
in http://colmegna.blogautore.repubblica.it/2014/01/17/non-sottovalutiamo-le-intolleranze/?ref=HREC1-20

Il male banale e oscuro

L’uccisione, da parte di uno squilibrato razzista, a Tolosa, di un insegnante ebreo il maestro Jonathan Sandler, i suoi due figli Gabriel e Arieh di 4 e 5 anni e una bambina Myriam di 7 anni non può lasciare indifferenti. All’interno della scuola ebraica, lì dove insegnanti e bambini si recano con i sentimenti più vari, ma tutti aperti alla vita, all’incontro, all’apprendimento, alla conoscenza. Lì è stata seminata morte.

Come nel luglio dell’anno scorso a Utoya, vicino a Oslo, da parte di un altro squilibrato che ha portato terrore e morte tra giovani norvegesi che si riunivano per progettare il futuro e per pensare al loro impegno nella società. Così come a Firenze dove nell’autunno 2011 un altro squilibrato ha freddato Mor Diop e Modou Samb due senegalesi immigrati che stavano vendendo la loro merce al mercato di san Lorenzo. Gesti di squilibrati eppure lucidi al punto di identificare con chiarezza le loro vittime e di usare armi e programmare le loro esecuzioni. Squiibrati che si scagliano contro persone umane spogliandole della loro umanità e rendendole simbolo di un oggetto da eliminare: la razza, l’appartenenza ad una etnia, ad una religione.

Moni Ovadia (‘La peste nera’, “l’Unità”  20 marzo 2012) ha parlato di una peste nera diffusa nei canali della rete in cui circola senza contrasto l’armamentario ideologico che alimenta sentimenti razzisti e xenofobi, che trovano poi espressioni nell’antisemitismo, nell’islamofobia, nel disprezzo totale dell’immigrato o del rom. E’ questo contagio a far compiere da parte di alcuni gesti eclatanti, ma che sono rivelativi di una ricerca di capri espiatori su cui riversare un odio coltivato e programmato. L’ebreo, il nero, il musulmano, il rom divengono così obiettivi di violenza che scoppia improvvisa e apparentemente senza programmazione. E tuttavia essa invece è maturata, incubata e cresciuta poco alla volta in terreni di coltura che l’hanno resa possibile e ne hanno offerto le motivazioni. Barbara Spinelli (Il male oscuro dell Europa, La Repubblica 21 marzo 2012) evoca così un processo che non è caso di squilibrati ma che attraversa ambiti più vasti e di cui renderci conto: “Tutti ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell’animo e del crimine”.

C’è una banalizzazione del razzismo e delle forme della violenza a cui siamo ormai abituati. Sono queste le forme che stanno dietro a gesti di cosiddetti squilibrati. Squilibrati peraltro lucidi nelle loro azioni e che si sono nutriti in un retroterra di ambienti, gruppi, riferimenti e letture che hanno consentito il crescere e l’acuirsi del loro squilibrio. Ma sono anche le forme più pervasive presenti in Europa e in Italia. In Europa l’indirizzo xenofobo del partito guidato da Viktor Orbàn eletto nel 2010 che ha attuato un cambiamento della costituzione del Paese senza generare una reazione  di condanna da parte dell’Unione europea. In Italia le direttive di carattere xenofobo della Lega, i sentimenti di odio seminati a larghe mani trovando sempre minimizzazioni e mai decisi distanziamenti, se non in rari casi, anche da parte della chiesa. E potremmo anche pensare alla banalizzazione delle forme del bullismo e del razzismo quotidiano a cui assistiamo, nelle forme della barzelletta apaprentemente innocente, dell’indicazione dell’altro secondo stereotipi di esclusione  di disprezzo, nelle forme del silenzio e della minimizzazione di abusi e violazioni. C’è da chiedersi com’è possibile che si rimanga indifferenti. La pretesa di realtà senza impurità di tipo etnico e religioso, la pretesa di una difesa dei propri interessi, l’illusione di costruire futuro solamente sull’efficienza economica: sono questi i luoghi in cui torva modo di la banalizzazione del male. Sta qui la radice delle manifestazioni violente che fanno sussultare. Ma dovrebbero far sussultare non solo per un momento ma divenire motivo di vigilanza quotidiana nella sfida da accogliere nel costruire cittadinanze plurali. (a.c.)

 

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