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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo – anno C – 2016

img_20192Sam 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

“Il Signore disse a Davide: tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele”

L’esperienza di fede d’Israele si fonda su di un incontro con Dio percepito come donatore di libertà e salvezza nella sua storia. Da qui sorse la vicenda di Abramo e il cammino di liberazione dall’Egitto. Il popolo d’Israele nella condizione di stabilità nella terra di Canaan visse altri momenti e divenne una monarchia in un passaggio compiuto non senza polemiche e dibattiti. La presenza di un monarca era diffusa tra i popoli vicini. Grandi imperi, come quello egiziano, hittita, assiro, il regno degli aramei, occupavano infatti la scena del mondo medio orientale. Attorno al 1000 a.C. prima Saul poi Davide, in seguito ad un’opera di unificazione di tribù disperse e di organizzazione politica, furono riconosciuti re in Israele. Iniziò così il periodo della monarchia con i suoi momenti di luce e con le sue molte ombre nelle vicende dei re infedeli in cui il regno si struttura come dominio e viene perso di vista il riferimento all’alleanza con JHWH.

Benché vi siano re in Israele, Dio stesso è riconosciuto come unico sovrano che attua il suo regnare nel dono della creazione e nella relazione dell’alleanza. Al re umano è dato un ruolo preciso e limitato: deve ‘pascere’ il popolo, non ha assolutamente potere di vita e di morte sui sudditi, non è figura divinizzata da adorare. E’ invece pastore con il mandato di ‘luogotenente’ dell’unico Dio pastore d’Israele. Per questo il re è investito di un compito, espresso nel gesto dell’unzione, che lo mantiene nella condizione di rispondere davanti a Dio e di rimanere fedele all’alleanza. E’ incaricato della missione di procurare per tutti la pace e il benessere. I suoi compiti si sintetizzano così nel dare attenzione al povero alla vedova e al forestiero, perché Dio si preoccupa dei più indifesi, di chi non ha appoggi umani.

Alla figura del re ad un certo punto si collega la speranza di una figura che porterà liberazione e pace. Il suo essere unto messia sarà compimento pieno della missione ricevuta da Dio. Al re Davide, che voleva costruire un tempio, il profeta Natan annuncia un orizzonte nuovo e una promessa: non tu costruirai una casa a Dio, ma sarà Dio stesso che costruirà a te una casa vivente, una discendenza: “Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. … la mia benevolenza non si ritirerà da lui… la tua casa e il tuo regno dureranno per sempre alla mia presenza, il tuo trono sarà saldo in eterno” (2Sam 7,14-16). Il messia sarà re di un ‘resto’, parte del popolo fedele a Dio nonostante le prove. JHWH rimane quindi per Israele l’unico re, (Gdc 8,23), che si è rivelato liberando il suo popolo, nell’esodo prima poi dall’esilio di Babilonia. Il messaggio di pace annunziato agli esuli è: ‘Il Signore regna’ (Is 52,7; Sal 96,10).

Nei racconti della passione di Gesù ha rilevanza il tema del regno. Egli aveva annunciato il regno di Dio imminente e già in atto e da qui sorge l’accusa di pretendere di essere re contro l’imperatore: “i soldati lo schernivano e gli si accostavano per porgergli l’aceto e dicevano: se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. C’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.” Ma Gesù è messia che attua un regno diverso dal dominio umano: è messia che percorre la via del servizio e della nonviolenza. In Luca il malfattore sulla croce accanto a Gesù gli chiede: ‘Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno’. Scorge così il senso profondo del regno che Gesù ha annunciato. Nell’ora della croce, si manifesta il significato del regno come vicinanza di Dio e liberazione: Gesù è vicino agli ultimi, come in tutta la sua vita ha accostato chi era escluso e ai margini della società civile e religiosa.

Mentre le folle lo sfidano a fare gesti di potenza spettacolare, Gesù accoglie la preghiera di chi gli chiede ‘ricordati…’. L’ultimo gesto della sua vita è accoglienza e di liberazione in continuità con tutta la sua vita. Luca fa intravedere cosa significa il regno nella vita di Gesù. Non è dominio con la violenza o affermazione politico, ma è il dono inerme di un amore che tocca tutti momenti anche quelli più faticosi del vivere umano. Anche nella sofferenza subita per la violenza ingiusta dei poteri religiosi e politici Gesù si mantiene fedele all’amore donato, all’accoglienza e apre speranza di libertà. La croce diviene espressione del regno paradossale che si attua nel farsi povero e servire. La salvezza che Gesù è venuto a portare non è negazione della vita, fuga dalla storia, si connota come ‘essere con’, come comunione, in modo nuovo: ‘sarai con me nel paradiso’. Il trono regale è il luogo della umiliazione che diviene luogo di un amore gratuito fino alla fine. Gesù è re perché la sua ospitalità apre una storia nuova di relazione con Dio e di fraternità tra le persone.

Alessandro Cortesi op

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Amore fragile

All’età di 82 anni in questi giorni è morto a Los Angeles, Leonard Cohen, cantautore canadese, artista schivo e discreto ma le cui canzoni hanno caratterizzato un’epoca e sono hanno affascinato diverse generazioni.

Era nato a Montreal, il 21 settembre 1934 da famiglia ebrea. Arrivò tardi alla musica dopo un fase in cui aveva dato espressione alla sua sensibilità nel campo della letteratura con una raccolta di poesie e due romanzi. Nel 1967 esordì in ambito musicale con la raccolta Songs of Leonard Cohen.

Le sue canzoni sono sempre state caratterizzate da un tono lieve, con parole sussurrate e con melodie che accompagnano a sostare, fino al silenzio. E nei testi Cohen delinea l’esperienza umana nelle sue diverse armoniche con apertura di interrogativi e approfondimento di passioni e sentimenti facendo toccare lo spessore conreto della vita.

“Ogni cosa ha la sua fessura è così che entra la luce. C’è una crepa in ogni cosa che può mettere insieme oggetti fisici, oggetti materiali, costruzioni di qualsiasi tipo. Ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento’ (Anthem).

Leonard Cohen ha affrontato così nelle sue canzoni i temi diversi propri della vita umana: l’amore e il sesso come in Dance me to the end of love, la guerra, la libertà, la dimensione del viaggio, la morte, la politica. Il suo sguardo sulla vita tradotto in note spesso struggenti è profondo e disincantato: “Tutti sanno che la guerra è finita / Tutti sanno che i buoni hanno perso / Tutti sanno che il combattimento era drogato / I poveri rimangono poveri, i ricchi diventano più ricchi / È così che funziona / Tutti lo sanno“ (Everybody knows)

Come osserva Brunetto Salvarani che al cantautore ha dedicato il suo libro Il vangelo secondo Leonard Cohen (ed. Claudiana 2010) : “le domande sull’esistenza sono le stesse per tutti, e le risposte che ha provato a dare quello che mi piace definire il canadese errante, così pregne di armonia e bellezza, possono servire, anche solo in parte, a noi tutti. Perché, come dice lui, «ogni canzone che ti consente di dare via te stesso è una buona preghiera»”.

Cohen esprime nelle sue canzoni uno sguardo sul quotidiano in cui ne coglie una presenza più profonda da ascoltare: “Tra le noccioline e la gabbia […] tra il chiaro di luna e il viottolo / tra il treno e il tunnel / tra la vittima e la sua macchia / ancora una volta / ancora una volta / l’amore ti chiama per nome” (Love calls you by your name).

A partire dalle sue origini ebraiche portò avanti la sua ricerca religiosa attraversando e percorrendo altre tradizioni ed esperienze, scegliendo di vivere anche per un tempo prolungato in un monastero buddista a Mount Baldy, in California, insieme ad un monaco zen e facendo tesoro di tale esperienza.

In Song from a room del 1969 è presente un pezzo con chiaro riferimento alla vicenda di Isacco, Story of Isaac, in cui rilegge il passo biblico del mancato sacrificio del figlio di Abramo (Gen 22) e lo attualizza con riferimento alla generazione adulta che sacrifica le generazioni più giovani assoggettandole al logica della guerra quasi come un sacrificio da offrire (era alla fine degli anni ’60 con la guerra in Vietnam).

Isacco figlio della promessa con cui Cohen si identifica, esprime il suo rifiuto ad essere omologato alle logiche della violenza e pone la domanda radicale che capovolge le logica della potenza: «And if you call me brother now,/ forgive me if I enquire:/ Just according to whose plan?». “nulla mi obbligherà a essere come voi, perché ho scelto di non essere come mio padre e sono qui, legato sull’altare come i vostri figli, pronto a testimoniarvelo. È tempo di cambiare”.

Nella sua canzone Suzanne si sofferma sulla figura di Gesù Cristo, di cui coglie la vicinanza al cammino di uomini e donne, marinai nella vita, e la debolezza dell’essere spezzato: “E Gesù fu un marinaio / quando camminò sull’acqua / e trascorse molto tempo a osservare / dalla sua triste torre di legno / e quando seppe con certezza / che solo chi annegava poteva vederlo / disse: ‘tutti gli uomini saranno marinai / finché il mare li libererà’. / Ma lui stesso fu spezzato / ben prima che il cielo si aprì / dimenticato, quasi umano / ed è piombato nella tua saggezza come una pietra” (…) “tu vuoi viaggiare con lui / vuoi viaggiare con lui ciecamente / e pensi che ti fiderai di lui ciecamente” (Suzanne).

Cohen immagina una domanda rivolta a Gesù nel momento in cui percorreva la via della croce : “Non odi la l’umanità per quello che ti ha fatto?”. E Gesù risponde: “Parla d’amore, non d’odio / questo devi fare / si fa tardi / ho poco tempo e sono solo di passaggio” (Passing Through).

Nel suo attraversare l’esperienza umana con le sue contraddizioni e domande nelle sue canzoni, con il suo invito a pensare sulle domande della vita, le armonie di Cohen aprono a considerare la fragilità di un amore vissuto nel limite della fisicità e della vita quale crepa di un rivelarsi di un amore che solo regna non per via di violenza e di dominio, ma con la debolezza delle parole sussurrate.

Alessandro Cortesi op

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Solennità di Cristo re dell’universo – anno B – 2015

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“Dunque tu sei re?”: il procedere del dialogo tra Pilato e Gesù si accentra sull’essere re. In realtà non si tratta di dialogo. Piuttosto un interrogatorio in un processo dove l’imputato sta inerme senza difesa davanti al rappresentante del potere imperiale. E tuttavia proprio il suo stare lì davanti pone la questione inquietante: quale tipo di re? quale potere di fronte alla pretesa di dominio dell’impero?

“Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Essere re per Gesù – evidenzia il IV vangelo – rinvia al suo essere testimone. La sua vita viene raccolta nei termini della testimonianza, l’essere rivolto ad altro e capace di comunicare. La questione si sposta sulla verità, l’orizzonte ultimo del senso dell’esistenza, la dimensione profonda dell’esistere.

I profeti in Israele avevano rivolto la loro protesta contro i re empi, con il richiamo ad un senso dell’esistere fondato sulla promessa di Jahwè e sull’alleanza. Gesù è re in quanto si pone in contrasto con le scelte dei re infedeli che avevano anteposto i loro disegni di dominio alla chiamata ad essere ascoltatori della Parola di Dio, suoi portavoce nel soccorrere l’orfano, la vedova, il forestiero. La verità di cui è testimone non è costruzione intellettuale ma fedeltà all’amore. Nel suo agire rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto. L’essere re assume i tratti paradossali della testimonianza e della fedeltà all’amore: veramente un regno diverso dalla sete di potere e dominio a base degli imperi umani.

Di fronte alla predicazione e all’agire di Gesù che avevano suscitato il risvegliarsi di attese di liberazione e di riscatto sorge un’inquietudine nel potere religioso e in quello politico. Il suo stile poneva domande e faceva problema. In lui si rende presente una minaccia di sovversione: il suo parlare toccava le attese di vita e delle persone, dei piccoli, di coloro che erano esclusi dai circuiti dei poteri religioso e politico. Il suo annuncio del regno d Dio non rinviava ad una realtà al di là della storia ma ad una forza presente di trasformazione in atto nel presente, già iniziata. Il suo agire e le sue parole ponevano l’esigenza di un nuovo tipo di relazioni: non il dominio ma la fraternità e sororità di uguali in una comunità in cammino. La comunità di discepole e discepoli che Gesù raccoglie diventa un primo segno di tale disegno di raduno che esprime la novità del suo regno. Una forza di trasformazione del convivere secondo logiche nuove non di esclusione ma di ospitalità. Gesù esprimeva tuto ciò parlando del regno di Dio ormai presente, già immesso nella vicenda della storia come seme capace di crescere con forza autonoma. La questione sul regno di Dio nella predicazione di Gesù costituisce una questione centrale.

Gesù risponde fino ad un certo punto a Pilato: si assiste ad un crescendo in cui vengono delineati alcuni caratteri del regno: non proviene di questo mondo “se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’. Gesù si era infatti ritirato da solo in disparte quando volevano farlo re: il suo regno viene da altrove. Non mette in campo la spada per difendersi e per imporre il proprio dominio: Gesù si è liberamente consegnato a chi è venuto ad arrestarlo. Tuttavia il suo essere re si pone in rapporto con la realtà del mondo: si presenta in una scelta fondamentale di rifiuto della violenza. Così davanti a Pilato vive l’inermità e la ‘consegna’ fino alla fine. Si sottrae alle logiche del dominio, della sopraffazione della violenza che genera e combatte la violenza: è possibilità dell’impossibile. La sua vita si offre come testimonianza della presenza di Dio.

Per questo è anche provocazione a ripensare il volto di Dio, a ripensare in modi nuovi rapporto con lui: il Padre incontrato come il Padre fedele a cui affidare tutta la propria esistenza. E la sua testimonianza chiede anche di ripensare i rapporti con gli altri: se il volto di Dio fedele viene raccontato nella testimonianza di Gesù, i rapporti tra le persone possono essere diversi: non più di sopraffazione, di disuguaglianza, ma di cura e di pace, rapporti in cui la presenza dell’altro è questione decisiva nella vita e diviene possibile cammino di incontro. Il regno non è percorso di singoli ma ha una valenza che coinvolge la dimensione sociale, i rapporti.

Il IV vangelo suggerisce come in quel drammatico dialogo tra Pilato e Gesù si stia svolgendo un processo più profondo, un giudizio di fronte a Gesù. I protagonisti prendono posizione davanti a lui. La questione di fondo accettare o meno il suo essere ‘re’, in modo unico e scandaloso. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. [6]Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”.

Gesù è re sulla via del crocifisso: la sua vita donata è consegna fino alla fine. L’accoglienza della testimonianza della, verità si pone come proposta di accoglienza dell’uomo spogliato di ogni potenza. Non tanto un umanesimo come ideologia, ma l’umanità dell’uomo Gesù umiliato e offeso che si identifica con gli umiliati e i marginali della storia. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un luogo di servizio e di condivisione di umanità. ‘Ecco l’uomo’: nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta la salvezza e il senso della nostra vita, sta la verità di ogni donna e uomo. Gesù è re mentre tutti lo giudicavano il miserabile e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti gli oppressi.

Si identifica con le vittime e i condannati della storia: la gloria di Dio – secondo il IV vangelo – si manifesta nel condannato e nel crocifisso che fa propria la vicenda dei condannati e crocifissi della storia. Il regno che Gesù ha iniziato è comunione di poveri che si affidano solamente alla salvezza che viene accolta come dono e non è intesa come conquista e progetto umano.

Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nella concretezza di ogni giorno.

notinmyname18Alcune riflessioni per noi oggi

Le vicende degli ultimi giorni – le violenze e le stragi opera di terroristi e le reazioni a livello dei vertici e a livello diffuso – possono trovare luce nel riferimento alle pagina del IV vangelo. La storia umana è lacerata in una lotta senza quartiere per la conquista di regni umani. E’ conquista sanguinosa, fatta di uso della violenza, di guerra, di terrore. Certamente atti efferati di terrorismo esigono una condanna senza riserve, ma altrettanto dovrebbe addolorare e suscitare reazione e condanna la violenza attuata in tante forme, e portata in particolare nel dominio economico, nella devastazione ambientale, nella guerra. Le vittime sono nella stragrande maggioranza innocenti, persone sconosciute e appartenenti ai miserabili del mondo.

In questo momento sarebbe essenziale rifuggire da attitudini di sospetto e contrasto tra cristiani e musulmani. I musulmani sono le prime – e più numerose – vittime di violenti che pur si richiamano alla religione, tradendo profondamente l’ispirazione di fondo dell’Islam. La reazione di presa di distanza da una violenaza che si richiama alla religione è segnale fondamentale: ‘Not in my name’.

“Questa incapacità di capire, presente in tutte le guerre complesse, è particolarmente forte in questa guerra, che non deve però esimerci dallo sforzo di pensare, e poi combattere soprattutto le tesi false e ideologiche che ci stanno inondando all’indomani della strage di Parigi. Una tesi molto popolare è quella che individua nella religione, e in particolare nella natura intrinsecamente violenta dell’islam, la principale, se non unica, ragione di questa guerra. Una tesi, questa, tanto diffusa quanto sbagliata. Il Corano ha una sua ambivalenza riguardo alla violenza, lo sappiamo. Ci sono passaggi dove invita alla «guerra santa». Ma c’è anche una versione del fratricidio tra Caino e Abele che più della Bibbia ebraico-cristiana, parla forte di non violenza. Nel racconto coranico i due fratelli parlano nei campi. Abele intuisce che Caino sta levando la sua mano contro di lui per ucciderlo, e gli dice: «Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti» (“Il sacro Corano”, al-Ma’idah: Sura 5,28). Abele presentato come il primo non-violento della storia, che muore per non diventare esso stesso assassino (…) (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, in “Avvenire” 17 novembre 2015)

In questo momento è anche da coltivare l’attenzione e la reazione alla violenza alimentata con il commercio delle armi, con mentalità di colonialismo e di sfruttamento di terre e popolazioni da parte dei popoli ricchi del pianeta. La situazione di tensione e di violenza che viviamo deve interrogarci sul rischio di coltivare una mentalità violenta, di superiorità, discriminazioni e di esclusione anche all’interno di comunità religiose e sulla base di contrapposizioni culturali e di fede.

“Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte. Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia. Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate… (Igiaba Scego, Non permettiamo ai terroristi di farci vivere a metà, “Internazionale”, 14 novembre 2015).

La via seguita da Gesù si pone come alternativa radicale all’uso della violenza, e rimane ancora per noi scandaloso il suo silenzio, la sua testimonianza, la sua libertà di donare la vita di fronte al potere di Pilato rappresentante del potere che dominava il mondo.

L’uomo Gesù, nel suo stare inerme, senza armi, di fronte al giudice che poteva decretare su di lui la condanna a morte, sta come volto umano che ci interpella. Per restare umani, per divenire umani.

L’attenzione al presente esige anche uno sguardo disincantato sulle cause del disordine e del terrorismo che viviamo. E’ pensiero fortemente avvertito oggi da persone che hanno esperienza diretta di ciò che la guerra produce.

Così osserva Gino Strada in un suo post: “… dopo 15 anni di guerre ci sentiamo più in pericolo, più indifesi e impotenti in questa guerra che non riusciamo a fermare. E abbiamo ragione, perché è così, il pericolo c’è ed è crescente. Ancora una volta, purtroppo si sta scegliendo e praticando la guerra, la mortale altalena delle bombe e delle autobombe, dei droni e dei kamikaze, delle bombe buone e di quelle cattive. Chi vincerà? Io so soltanto che perderanno i cittadini. Quante volte è cambiato “il mostro” negli ultimi 15 anni di guerre? Eppure il mostro è ancora lì. Sono convinto che sia la guerra il vero mostro da eliminare, da bandire dalla storia degli umani in quanto dis-umana, distruttiva dell’umanità”.

Fulvio Scaglione in un intenso articolo ha cercato di smitizzare alcune parole d’ordine che emergono all’indomani di eventi tragici e dolorosi come quello della strage di Parigi: “Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente” (F.Scaglione, Francia: almeno smettiamola con le chiacchere, “Famiglia cristiana” del 15 novembre 2015).

E ricorda che “Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza”(ibid.).

L’importanza di cercare almeno elementi seri di analisi del presente aiuta per pensare al futuro: “In questi mesi si parla molto delle armi che alimentano questa guerra. Occorre parlarne ancora di più, perché è un elemento decisivo. Proprio pochi giorni fa da Cagliari sono partiti missili verso la Siria, prodotti e venduti da imprese italiane. L’Italia, assieme alla Francia, è tra i maggiori esportatori di armi da guerra nelle regioni arabe, nonostante ci sia nel nostro Paese una legge del 1990 che vieterebbe la vendita di armi a Paesi in guerra. I politici che piangono, magari sinceramente, e dichiarano lotta senza quartiere al terrorismo, sono gli stessi che non fanno nulla per ridurre l’export di armi, e che difendono queste industrie nazionali che muovono grosse quote di Pil e centinaia di migliaia di posti di lavoro.” (Luigino Bruni, Basta armare la guerra, “Avvenire” del 17 novembre 2015)

Può essere importante in questi giorni ritornare a riflettere su quanto scriveva Christian de Chergé monaco di Tibhirine il 1° gennaio 1994 un paio d’anni prima del rapimento e dell’uccisione ad pera del Gruppo Armato Islamico in Algeria nel 1996:

“Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. (…) La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto”.

Reagire alla violenza è sfida per tutti oggi. Ma la reazione anziché essere improntata alla vendetta che si pone nella medesima logicae genera altro male – oggi può vedere una alternativa: la scelta di un ripensamento radicale di modi di vita che escludono e generano violenza e la ricerca, insieme, tra uomini e donne – chi si richiama a visioni religioni e chi no – di vie che non sono già date. E’ questa la sfida e opportunità del tempo presente di fronte all’inefficacia della guerra e della sopraffazione. Oggi più che mai è davanti a noi la sfida a tracciare le vie del dialogo con tutti coloro che resistono alle forme della violenza e ne offrono concretamente una alternativa credibile: o troviamo modi per vivere tutti insieme oppure insieme periamo. Non è via facile né immediata è paziente lavoro fatto di silenzio e di crescita in umanità. Possiamo scoprire che responsabilità comune dell’umanità è scegliere vie di generazione di vita e non di morte per gli altri in un mondo mai come oggi legato insieme e interdipendente.

Alessandro Cortesi op

XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

XVI Domenica Tempo Ordinario anno A – 2014

DSCF2119Sap 12,13.16-19; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

La parabola del seminatore (Mt 13,18-23) aveva posto in luce quattro tipi di terreni: quelli che non portano frutto perché non comprendono la parola del regno, quelli che non portano frutto in modo completo, ma solo parzialmente; quelli che non danno frutto perché preoccupati dalle ricchezze, queli infine che recano frutto in modo fecondo.

Le domande aperte dalle diverse situazioni dei terreni possono essere colte come motivo di fondo delle altre parabole che Matteo fa seguire: la parabola della zizzania (13,24-30) offre una risposta alla domanda perché le erbacce che non recano frutto non vengono sradicate; quelle del grano di senape e del lievito (13,31-33) affrontano il tema della fatica e della prova e rispondono all’interrogativo perché è necessario sopportare tribolazioni per portare frutto. Le parabole del tesoro e della perla (13,44-46) suggeriscono come la scoperta del regno conduca ad offrire tutto, fino al dono della stessa vita; infine la parabola della rete piena di pesci (13,47-50) indica una risposta alla questione di quando si riveleranno coloro che hanno dato tutto il frutto possibile.

Tutte le parabole possono essere lette come paragoni in riferimento a situazioni di vita che rinviano alla descrizione del regno di Dio: gesù non definisce il regno ma lo racconta nel suo parlare in parabole, nel suo richiamare situazioni di vita. Il regno risulta così indicato come il farsi vicino di Dio che ha passione per l’uomo e la creazione, che intende liberare e dare vita facendo entrare in una relazione con lui e aprendo ad un modo nuovo di rapportarsi con la vita e con gli altri. Nelle parabole ha spazio la quotidianità, il rapporto con la terra, con l’attività dell’uomo, nelle parabole è dato spazio alla vita degli umili.

La parabola della zizzania presenta così la dinamica della presenza e della vicenda del ‘regno’ come luogo della pazienza di Dio. La parabola è innanzitutto una riflessione sulla realtà, in cui nel campo è presente seme buono e seme cattivo. E’ uno sguardo che paragona la mescolanza di buon seme e cattivo seme alle concrete situazioni umane fatte di luci e di ombre di bontà e malvagità, che stanno insieme e non separate. La zizzania, una sorta di gramigna, simile nell’asspetto al grano buono, viene seminata ‘mentre gli uomini dormono’. Si può cogliere forse in questo particolare uno sviluppo da parte di Matteo della breve parabola presentata da Marco sul seme che cresce da solo “sia che il seminatore dorma, o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”.

La zizzania seminata infatti non viene estirpata prima della mietitura. Ai servi che chiedono “Vuoi che andiamo a raccoglierla” il padrone del campo risponde “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”. L’indicazione di fondo è quella di attendere, di lasciare tempo ad una crescita. Attendere e lasciare, due attitudini ben diverse da chi vive nella fretta di una separazione e pretende di fare subito chiarezza.

E’ una parola rivolta ad accettare la fatica di una situazione in cui male e bene sono presenti insieme. Non si tratta di un compromesso di fronte al male. C’è una presa d’atto della complessità delle situazioni umane, ma anche un chiaro orizzonte di mitezza e di attesa che sia dato tempo perché anche chi compie il male possa cambiare. E’ invito ad aprire gli occhi sullo scandalo del male, che attraversa la storia. Ma al centro della parabola sta l’annuncio dell’attesa di Dio. Il volto di Dio che Ges annuncia è volto attento a non togliere alcun elemento anche piccolo di bene, preoccupato perché il bene possa avere tempo di maturazione. E’ una parola che apre a scorgere la pedagogia di Dio e del regno. E anche invito a cambiare mentalità, ad uscire da una mentalità di giudizio e di separazione, per assumere il senso dell’uso del tempo come tempo di cambiamento e di conversione al bene, e per accolgiere la responsabilità dell’attenzione e della cura.

La parabola è anche una indicazione per la comunità di Matteo. La comunità stessa non è composta solamente di giusti, ma vede al suo interno lo scandalo del male e dei peccatori. La pretesa di una comunità composta solamente di giusti è una forma di orgoglio, che non tiene contro della realtà e che segue una logica di esclusione. L’invito è piuttosto quello di lasciar crescere, offrendo lo spazio del tempo e della pazienza. La parabola si concentra così sulla pazienza di Dio che attende, non risolve le situazioni con la forza, ma suscita responsabilità nel tempo.

Al centro della parabola del granello di senape sta da un lato l’aspetto della crescita: da un piccolo inizio vi è uno sviluppo che apre ad un effetto imparagonabile. Tuttavia sembra che una particolare insistenza sia nell’essere seminato sulla terra. E’ un accento riscontrabile nella versione della parabola presente nel vangelo aprocrifo di Tommaso: “E’ simile a un granello di senape, che è il più piccolo di tutti i semi. Ma quando cade sulla terra arata, produce un grosso arbusto e diventa un rifugio per gli uccelli del cielo”. Un seme deposto, non muore, ma porta frutto: è quanto verrà ripreso dal IV vangelo in: “chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perde la sua vita per causa mia la troverà” (Gv 12,24). Così nella parabola del lievito nella pasta l’accento principale sta nell’azione del lievito che non è visibile, ma ha una forza che muove nel profondo ed è interiore: l’insisetnza va non tanto sulla diversa quantità tra lievito così esiguo e la pasta (cfr. 1Cor 5,6), ma sul fatto che il lievito è seminato, è posto dentro e mescolato dentro la pasta.

Una allusione di questa parabola alla vicenda di Sara e Abramo può esere importante per coglierne un messaggio sotteso. E’ infatti Sara la moglie di Abramo che nell’episodio dell’ospitalità dei tre sconosciuti che giungono alla tenda presso Mambre (Gen 18,6), impasta una quantità di farina pari a quella indicata nella parabola tre staia: è una quantità enorme – tre staia corrispondono a circa 50 chili -. Centinaia di persone possono essere sfamate con una tale quantità di farina: si tratta di una grandezza smisurata. E’ un segno dell’abbondanza che sgorga dalla promessa di Dio e dalla fede di Abramom, e dall’ospitalità di Sara. Quel piccolo gesto dell’accoglienza, il ricevere la vista di quegli ospiti sconosicuti e l’affidamento alla loro parola, è inizio di una storia che trova fodnamento nella fede. Nei profeti questa storia viene descritta come la vicenda di un piccolo germoglio che diviene grande albero: “Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro… e lo pianterò sopra un monte alto…metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami dimorerà” (Ez 17,22-24). C’è una storia di incontro, di possibile rifugio, come quello di uccelli che trovano dimora su di un albero grande, che attrevsra la storia umana e la vicneda del cosmo stesso. E’ una vicenda che non eslcude, che si apre a tutti, e ancor più si apre a comprendere la partecipazione di tutta la realtà. La fede di Abramo, l’ospitalità di Sara, sono i termini di riferimento di questa fecondità di vita che coinvolge tutto il mondo: il regno di Dio è questo grande movimento di incontro nuovo, che Gesù ricorda e richiama con le sue parole.

Infine una osservazione sullo stile del parlare di Gesù: Gesù parla di Dio guardando i gesti di un contadino che getta la semente nel campo, osservando la crescita di piccole piante, cogliendo l’intreccio di piante buone e meno buone in un campo seminato, guardando le reti di una barca. Gesù parla di Dio non facendo uscire dal mondo e dal linguaggio del quotidiano, ma scoprendo la presenza di Dio, il suo regno, lì dentro. Così in modo inaudito Gesù parla di Dio facendo riferimento ai gesti di una donna che impasta farina e lievito: Gesù parlava e lo ascoltavano anche donne che vivevano in una condizione di enarginazione religiosa e sociale. E comprendevano che il volto di Dio che Gesù annunciava non era il Dio dei forti e di chi dominava, ma il Dio che scorgva la preziosità dei volti, non il Dio dell’esclusione, ma dell’accoglienza. Una inaudita parola che annunciava Dio parlando dei gesti di una donna nella quotidianità della casa, nei gesti dell’ospitalità.

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‘Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene’ (Rom 12,21): foto di un manifesto nella Chiesa di san Nicola a Lipsia (Nikolaikriche Leipzig) – sede delle preghiere per la pace 1989

Alcune osservazioni per noi oggi.

Viviamo anche noi oggi lo scandalo del male. Rendersi consapevoli della presenza dell’azione dei malvagi che si confronta con l’azione dei giusti insieme è passaggio fondamentale per non rimanere nell’ingenuità di un mondo ideale scontrandosi poi con la cocente disillusione di fronte all’esperienza. D’altro lato scoprire come il campo della vita e della storia sia luogo di grano insieme ad una seminagione cattivo, la zizzania, aiuta a non rimanere schiavi di una concezione negativa del mondo e dell’uomo in quanto malati alla radice e asserviti alla malvagità. Scorgere grano e zizzania è guardare la realtà accostarsi alla complessità del reale, imparando la fatica del vivere nella complessità senza cedere al male. Non solo c’è bene e male fuori di noi, ma anche nel nostro intimo c’è mescolanza di scelte di bene e di compromesso con l’egoismo, l’ingiustizia e il male. Saper attendere per sé e per gli altri, lasciare il tempo della crescita è vivere una attitudine fiduciosa: non nella connivenza o timidezza di fronte al male ma nell’impegno perché chi compie il male cambi orientamento. E’ sguardo di speranza su di sé e sugli altri: possiamo cambiare e crescere e lo sguardo di Dio è quello non di un giudice ma di un educatore attento e fiducioso che non estirpa, non esclude, ma conosce la pazienza dell’attesa, non ha di mira una purezza senza discussione, ma è preoccupato che ogni apertura di bene non rimanga senza respiro. La sua mitezza è forza di attesa e di operosità perché anche l’empio ritrovi la sua via.

Le delusioni e i fallimenti che una situazione crisi economica e sociale pongono di fronte, così come i fallimenti di sforzi di costruire pace in terre dove c’è violenza può far crescere sentimenti di inutilità e di abbandono di ogni genere di impegno. L’insistenza delle parabole di Gesù sul momento della semina ci fa guardare in modo diverso tutte le possibilità di gesti anche piccoli e la loro fecondità che ora non vediamo. Il deporre un piccolo seme è in sé inizio di un processo di cui non siamo in grado di calcolare gli esiti: è questo un motivo per cogliere l’importanza di impegni anche minimi e quotidiani in una situazione di crisi e nonostante la contraddizione evidente.

Il mondo e la storia sono permeati dell’energia nascosta e feconda del regno di Dio che inizia dai gesti di ospitalità di Sara e dall’apertura del cuore di Abramo: è il medesimo regno che Gesù rintraccia nel gesto quotidiano di una donna che impasta la pasta per cuocere il pane. C’è una storia del regno che attraversa le culture, le religioni, ed è presente nella vita, nelle sue pieghe e attimi nascosti, nelle persone umili: dare spazio a questa vicenda è il servizio di profezia a cui Gesù chiama per tutta l’umanità.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno A – 2014

image_previewIs 8,23-9,3; Sal 27; 1Cor 1,10-17; Mt 4,23-34

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… L’inizio della predicazione di Gesù è collegato da Matteo ad una pagina del Primo testamento, di Isaia. E’ un annuncio di gioia per la presenza di Dio che si fa vicino come luce a chi sperimenta il buio. E’ una condizione che rinvia alla situazione di oppressione sperimentata dalle tribù del Nord d’Israele, terra di Zabulon e di Neftali che hanno visto una liberazione.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù prende una decisione che pone una svolta alla sua vita, lascia Nazaret e va a vivere nei territori presso il mare di Galilea, a Cafarnao. E’ un passaggio che implica un ritirarsi rispetto a tutto ciò che a Nazaret poteva essere chiusura della sua vita. Matteo lo presenta con i verbi del ‘ritirarsi’ fuori dalla città (anacoreo) che dice un distacco nel lasciare Nazaret.

Gesù si ritira in una terra di confine, di passaggio, che è il simbolo della periferia. La Galilea è corridoio di vie di commercio che uniscono Egitto e Medio Oriente, di strade attraversate da popoli di diverse lingue e culture, lontana dai centri di potere e dai luoghi in cui è presente l’istituzione religiosa. Galilea è terra di confine, luogo di incrocio tra presenze straniere che di lì passano per i commerci, luogo che risente della lontananza da Gerusalemme.

Gesù va presso il mare, non entra contatto con quelle città in cui in quel tempo era forte l’influsso ellenistico. Piuttosto il suo percorrere quella regione si svolge in rapporto ad una terra che Isaia descriveva come Galilea delle genti, terra di pagani. Terra che aveva conosciuto la devastazione di eserciti e che viveva in quegli anni un tempo di crisi che gravava soprattutto sui piccoli. Luogo in cui è presente l’esperienza del buio. Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… hai moltiplicato la gioia. Hai aumentato la letizia… Gesù è uomo della periferia e sceglie la periferia come luogo in cui passare. Matteo sintetizza in un versetto le due dimensioni della sua esistenza: parola, insegnamento e azione di cura e guarigione.

La novità del passare di Gesù sta nell’annuncio che il regno dei cieli si è fatto vicino. Riprende l’annuncio del Battista ma l’accento sta ora sul fatto che il regno si è avvicinato. In quella periferia, luogo poco importante dal punto di vista della storia dei grandi, si rende presente una luce che è dono di novità. Gesù riprende la logica dell’agire di Dio: Dio sceglie non chi è forte ma i deboli per portare avanti la sua storia di alleanza. Sceglie un popolo piccolo, povero, per manifestare la sua forza nella debolezza e perché nessuno possa vantarsi davanti a lui. Nella Galilea, terra considerata ai margini della vita religiosa di Israele annuncia con parole e gesti che il regno dei cieli si è già avvicinato.

Il ‘regno dei cieli’ indica la presenza salvifica vicina di Dio che si prende cura e rivolge il suo sguardo a chi è dimenticato. Gesù annuncia che tale realtà è in atto. I suoi gesti lo esprimono come già presente nella forma del prendersi cura, del portar e guarigione, del restituire alla vita, del far scoprire che lì, nella terra delle tenebre, dove era passata violenza e oppressione, è già presente una luce. Le sue parole lo dicono e nel comunicarlo generano gioia e fascino. E’ un annuncio di gioia quello che Gesù offre: parla di Dio in termini che offrono luce a chi vive nel buio e genera adesione e desiderio di seguirlo.

I suoi gesti dicono alle persone a cui si fa incontro che una speranza, una luce si apre nella loro vita: è una luce che fa scorgere orizzonti nuovi, apre alla felicità, a un compimento impensato della vita. Apre a scoprire che una luce è nascosta nella loro esistenza. La loro vita ha un senso profondo non è dimenticata da Dio, dal suo amore; non solo, annuncia loro che il volto di Dio non è il volto di un Dio di una religione lontana dalla vita, ma è il Dio preoccupato della vita dei suoi figli. E’ soprattutto il volto di un Dio che si china a raccogliere chi è perduto, che non guarda all’apparenza ma alle cose piccole, che si prende cura che uomini e donne siano guariti, riconosciuti, amati.

Ascoltare la parola di Gesù non è questione di ingresso in un sistema religioso o in una appartenenza che chiude ed esclude, ma è scoperta di senso profondo dell’esistenza nel prendersi cura. La sua predicazione e il suo passare non lega, ma chiama a scoprire la presenza di Dio vicino che apre ad un nuovo modo di intendere la vita nel liberare gli altri, nel cercare di dare spazio alla vita come fraternità e incontro.

‘Convertitevi’ non è tanto un invito di tipo moralistico, ma è appello ad accogliere il regno dei cieli come un nuovo modo di intendere l’esistenza, generato dalla scoperta di essere amati. Allora il dono è possibile e costruire il noi nella condivisione è più importante della ricerca di un io angustiato delle proprie sicurezze: la ragione di un cambiamento del cuore sta proprio nel fatto che il regno dei cieli si è fatto vicino, la vicinanza di Dio è realtà in gesti di Gesù, in parole contagiose, annuncio ‘poetico’ che fa quello che dice. E’ annuncio non di minaccia ma di gioia. C’è una luce, un tesoro, una perla preziosa nella vita e la sua scoperta richiede di entrare in un cammino di cambiamento, un modo nuovo di pensare Dio.

Gesù chiama lungo il mare due coppie di fratelli. E’ da cogliere questo particolare: chiama Simone e Andrea che vivono la dimensione di essere fratelli. Chiama poi Giacomo e Giovanni mentre riassettavano le reti: erano fratelli insieme al loro padre immersi nel lavoro. Li chiama con sé e questo implica un lasciare. Come lui si è distaccato da Nazaret così Andrea e Simone che per seguirlo lasciano le reti. Giacomo e Giovanni sono al lavoro con il padre, Possedevano una barca. Lasciano la loro occupazione le reti e il padre per accogliere la chiamata di Gesù ad andare dietro a lui. Dice Matteo che “Gesù vide”: il suo è uno sguardo che va al cuore e quei fratelli si sentirono guardati dentro, avvertirono che Gesù sapeva cogliere le attese più profonde del loro cuore.

In questa chiamata scoprono la possibilità di diventare ‘pescatori di uomini’. Bisogna però interrogarsi su cosa significa questa espressione: pescatori di uomini può essere un termine inteso nell’ottica di attrarre altre persone per moltiplicare il numero degli appartenenti al gruppo, un prendere nella rete come imprigionamento. Ma il senso è ben diverso. Pescare era per quei fratelli il lavoro che dava vita alla loro famiglia, che riempiva la loro vita in una relazione. Così ‘pescatori di uomini’ non è metafora che assimila le persone a dei pesci da attirare all’amo, magari con forme di propaganda e di pubblicità sotto le forme del mercato religioso. Ben diversamente essere pescatori di uomini è chiamata a seguire Gesù nel restituire vita agli altri, nel divenire persone che scorgono un orizzonte nuovo di vita in cui è possibile la gratuità, in cui si può restituire dignità e vita, curare e guarire, dire con la vita la bella notizia del regno che si è fatto vicino. Che Dio non abbandona i suoi figli, che la vita di ognuno è importante, che la gloria di Dio è la vita del povero.

L’appello ‘convertitevi’ si compie per loro in una trasformazione che li porta a cambiare per seguire strade che conducono ad essere preoccupati per la vita degli altri. Gesù chiede loro di seguire lui ed essi si troveranno spiazzati nello scoprire che seguire lui implica intendere la vita a partire dalla periferia, non attendendo ma facendosi incontro, camminando e sperimentando cambiamenti ben più radicali delle rivoluzioni che ritornano al punto da cui erano partite. A servizio di una umanità che vive le tenebre, immergendosi in rapporti di coinvolgimento e di solidarietà per condividere quella luce scoperta negli occhi di Gesù. E’ un senso nuovo scoperto per la propria vita.

Paolo lo esprime nella seconda lettura indicando il Cristo crocifisso in contrasto a parole di sapienza: predicare Cristo crocifisso non è annunciare una vicenda di sofferenza e di dolore. E’ annunciare la bella notizia che una vita spesa in quel modo come l’ha vissuta Gesù è vita che si è compiuta perché ha vissuto l’incontro pieno e la disponibilità a Dio e la solidarietà con gli altri. Questo cuore della vita credente può essere svilito e coperto da tanti elementi che portano a perderlo di vista. La storia dell’esperienza cristiana è triste vicenda di tanti svisamenti del vangelo e di perdita dell’essenziale dell’annuncio, barattato con il potere mondano, con la ricerca di carriere, con la violenza nelle sue diverse forme.

Paolo ricorda che questo riferimento conduce a rapporti diversi in una comunità chiamata non a riproporre le logiche della rivalità, dell’aggressività e della gerarchia proprie di un mondo segnato dalla paura dell’altro, dalla violenza e dalla mancanza di speranza. Proprio perché Dio si prende cura di ciascuno non c’è chi vale meno nella comunità di Corinto e non devono esserci divisioni generate da chi pensa di essere sapiente e disprezza gli altri. Perché non venga svuotata la croce di Cristo.

Quale provocazione per noi oggi sottolineerei alcuni aspetti racchiusi nell’invito: ‘convertitevi’. Convertirsi non è entrare nella linea del pentimento e del ripiegamento su di sè, ma è più radicalmente cambiare stile di vita. Penso a tre conversioni oggi che il cammino dell’umanità ci pone di fronte. Una prima conversione è la conversione all’altro: è scoprire la chiamata dell’altro nella propria vita, di ogni altro, rivolgendo lo sguardo a chi non è considerato perché non rientra nella cerchia di coloro che possiedono ricchezza e benessere,.

Una seconda conversione è il rivolgersi alle situazioni in cui è presente il buio, i luoghi di frattura e le terre di confine dell’umanità, alle periferie dove più si soffre e dove vivono le vittime dei sistemi iniqui del potere che piega, della guerra, della sopraffazione: è una conversione alla giustizia come attenzione alle vittime.

Una terza conversione è la conversione ecologica, per intendere la vita in modo diverso, non secondo la logica della competizione, ma nella linea del costruire una casa comune, in cui potersi riconoscere fratelli. Dietro a queste conversioni sta la conversione al Dio di Gesù, il Dio umanissimo che raggiunge anche noi, come i primi discepoli, con la voce umana di una parola che chiama e di uno sguardo che sa dare riconoscimento, e spinge ogni giorno a lasciare qualcosa per scoprire un cammino nuovo segnato dalla gioia di un incontro da condividere.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica tempo ordinario anno C – 2013

Il-volto-del-Crocifisso-ligneo-attribuito-a-Michelangelo2 Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

E’ l’ultima domenica nel ciclo dell’anno liturgico. Le letture offrono uno sguardo sul senso della storia e della vicenda di tutto il cosmo. Si parla del ‘regno di Cristo’, del suo regnare. E’ da ricordare che la chiesa non s’identifica con il regno ma sta al servizio della crescita del regno di Dio presente come seme e come vicinanza di salvezza di Dio nella storia umana. Servire il regno è quindi non stare ‘davanti al mondo’, ma ‘nel mondo’, nella condivisione, nella passione per il dialogo, in un cammino che coinvolge l’umanità, nella consapevolezza che si può offrire l’unica ricchezza del vangelo e ricevere nello stesso tempo tutto ciò che è luogo e occasione perché il vangelo possa entrare ancora nel tempo, in questo tempo che è tempo benedetto da Dio.

Nella Bibbia il regno è categoria ambigua: se per un verso il re doveva essere solamente luogotenente di Dio, e quindi operare ciò che Dio opera, soccorrere l’orfano la vedova e il forestiero, d’altra parte l’esperienza di avere un capo condusse Israele a scoprire che la monarchia stessa diveniva istituzione che si frapponeva come ostacolo alla fede in JHWH, l’unico re e signore. Sono così profeti a richiamare il venire di Dio che regna e sovverte ogni pretesa umana di prendere il suo posto.

Gesù al cuore della sua predicazione e del suo insegnamento parla del ‘regno di Dio’: è la tensione fondamentale della sua esistenza, e nel suo agire, nei suoi gesti di accoglienza, di liberazione e di cura indica gli inizi, piccoli nascosti, ma fecondi di un vicinanza di Dio che cerca ciò che è perduto, che è già presente e avrà un compimento al di là di ogni pensiero. Tutte le parabole sono strutturate attorno a questo grande messaggio: nel regno di Dio avviene come….

Ma si tratta di un ‘regno’ che nulla ha a che fare con la violenza e con le logiche di potere dei regni umani, Gesù stesso è visto nel suo essere re dei Giudei sulla croce. Il modo di regnare di Cristo implica un cambiamento radicale nel modo di considerare il regno. Questa festa è invito a maturare il senso della vicenda umana nella direzione di un raduno, ricapitolazione della storia e il cosmo nell’amore che è la vita di Dio.
L’inno della lettera ai Colossesi suggerisce questo significato:
“ringraziate il Padre… è lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione,
il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile”
In Gesù, nella sua vicenda terrena, possiamo rintracciare l’immagine del Dio invisibile, in Lui si è reso vicino a noi il volto di Dio stesso. L’antico inno liturgico presenta così uno sguardo tutto centrato in Dio, il Padre: ‘ringraziate il Padre… lui ci ha trasferiti nel ‘regno’ del Figlio del suo amore. Regno diviene così indicazione di una relazione: è termine che dice liberazione. Il regno del Figlio non si attua secondo le logiche di dispotismo e di sottomissione, ma è rapporto nuovo ed evento di liberazione e di vittoria su tutte le schiavitù, compreso il peccato.
“Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose”.
Questo inno parla di Gesù come capo centrando lo sguardo alla sua risurrezione. Egli è capo perché è il primo di coloro che si rialzano dalla morte: ha aperto la strada e la sua presenza, la sua vittoria sulla morte, diviene speranza non solo per ogni uomo e donna ma anche per tutta la realtà in tutti i suoi aspetti, per tutta la creazione.
“È piaciuto infatti a Dio … che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.”
L’opera di Cristo è un’opera di riconciliazione: egli ha fatto pace tra tutte le cose. Il suo ‘regno’, il suo essere capo si connota come inizio di una condizione di pace che coinvolge tutta la realtà la sfera della terra e quella dei cieli. E’ quindi un anti-regno rispetto a tutti i potentati umani costruiti sull’affermazione, sulla potenza militare e sulla violenza delle armi o dell’economia utilizzata come strumento di esclusione ed eliminazione.

E tutte le cose, la natura, la terra, il cosmo, sono in vista di lui: Cristo è il punto di approdo di ogni cosa. Si tratta di una vicinanza ospitale che non esclude ma accoglie ogni realtà, le cose stesse di un mondo dove la piccolezza e precarietà delle cose porterebbe a pensare che ci sono realtà inutili e insignificanti. L’approdo della storia e del cosmo è invece qui indicato nell’approdo alla pace da ricercare e costruire nell’impegno paziente sin da ora. In questo senso Gesù è capo e regna, perché ha mostrato l’amore nel suo darsi totalmente in fedeltà affrontando l’ostilità e la morte. In questo si è manifestato l’amore di Dio. Gesù Cristo ha dato se stesso per tutti. Il suo regnare assume così un’altra caratteristica: non è dominio, non è possesso, ma dono. Il suo regnare ha i caratteri della solidarietà e della vicinanza.

Luca nel suo vangelo parla dello ‘spettacolo della croce’. Tutti sono chiamati a guardare quanto accade: è infatti il capovolgimento del significato del regnare secondo i criteri umani. ‘Re dei giudei’ era infatti scritto sul cartiglio della croce. Coloro che passavano lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Dietro a queste parole sta un’idea di Dio come proiezione del nostra volontà di potenza, come volto di un dominatore che schiaccia e si afferma manifestando un dominio che si impone. Ma Gesù non s’impone, si espone alla violenza ingiusta che lo condanna e lo mette a morte mantenendosi fedele nella suo essere mite, nella scelta di nonviolenza radicale.

Gesù sulla croce manifesta un volto di Dio inedito e scandaloso, di fronte al quale restare stupiti come chi guarda a bocca aperta, perché scardina le concezioni del divino e spiazza ogni tentativo umano di costruire una divinità a misura della ricerca di potenza e di affermazione. Gesù non salva se stesso, non offre segni prodigiosi della sua potenza davanti al prepotere e all’ingiustizia umana.

Nella sua passione testimonia la debolezza dell’amore – l’onnipotenza debole dell’amore – e rivela il volto di Dio capace di soffrire. Rimane fedele nel vivere fino in fondo una vita donata per gli altri. Rimane fedele nella scelta della nonviolenza da contrapporre ad ogni tipo di violenza. Rimane fedele nella fiducia in Dio Padre, che egli ha annunciato e reso vicino nelle sue parole, nei suoi gesti. Il volto di un Dio che vive l’inermità dell’amore e dell’accoglienza, che non toglie dalla sofferenza ma che soffre insieme e prende su di sé la sofferenza delle vittime e dei poveri.

Si legge nella prima lettura a proposito del regno di Davide: “In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”.
Essere ossa e carne è immagine che dice appartenenza vicinanza e relazione profonda. Il regno di Dio che Gesù ha annunciato ed ha indicato presente nel suo agire si propone così: una relazione nuova con Dio, uno scoprirsi ‘ossa delle sue ossa e carne della sua carne’. E’ scoprirsi accolti e ospitati in un incontro che non viene meno.

Alcune riflessioni per noi oggi
ci possiamo chiedere se siamo attenti a vedere a guardare dove si attua il regno di Gesù oggi. Il nostro sguardo è preso spesso da forme di successo ecclesiale, laddove si afferma un potere contrapposto ad altri poteri, laddove si guadagnano spazi di visibilità pubblica e di successo. Ma il regno di Cristo cresce laddove vi sono gesti di gratuità, di cura, di accoglienza, gesti spesso nascosti e vissuti senza ricerca di visibilità. Il regno cresce laddove si vive la fedeltà dell’amore che non s’impone, la lotta nonviolenta per la giustizia, la cura per la dignità di uomini e donne concrete e per il loro lavoro, la fatica di perseverare nella prova. Dovremmo maturare una capacità di guardare ai segni del regno presenti nella vita…

Il regno che Gesù annuncia dice riferimento ad una realtà definitiva ma che è già iniziata e presente: la vita della chiesa dovrebbe essere tutta orientata al ‘regno’ nell’intendersi a servizio del cammino dei popoli verso un orizzonte di pace. Il regno si compie in tutti i percorsi di umanizzazione, dove vi sono segni della guarigione, della liberazione, di incontro. Troppo spesso viviamo la preoccupazione di constatare risultati di affermazione e di conquista (un regnare modellato sui criteri del dominio umano) e non viviamo la speranza nel seminare gesti e scelte di servizio, di dono e perdono. Viviamo ancora una mentalità connessa all’uso della forza nelle sue diverse dimensioni e non la scelta chiara della mitezza e della nonviolenza, la via seguita da Gesù che non salva se stesso ma vive fino in fondo la fedeltà al Padre e la solidarietà per gli altri.

La rivoluzione informatica e l’utilizzo dei mezzi tecnologici offrono molteplici possibilità di apparire e di costruire un’immagine virtuale di se stessi. Nel mondo dell’apparire e dell’enfasi di tutto ciò che fa ‘spettacolo’ ci si può porre la domanda: come volgere lo sguardo verso ciò che è definitivo e ultimo nella vita e non si rivela come spettacolo effimero e vuoto? Lo sguardo rivolto alla croce è lasciarsi colpire dallo ‘spettacolo del crocifisso’, lasciarci cambiare dal modo di realizzare la sua vita e luogo di maturazione di scelte per perdere la vita nella direzione dell’amore che si spende per gli altri.

Alessandro Cortesi op

XXXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Dan 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33-37

La pagina del vangelo presenta il confronto tra Gesù e Pilato. Gesù è stato consegnato dai sommi sacerdoti, dal potere religioso e ora si trova davanti al rappresentante dell’imperatore di Roma. La questione è sul regno di cui Gesù è riconosciuto come re. Egli stesso aveva compiuto gesti che evocavano un significato regale e rispondevano ad attese di un re giusto: si era presentato come re, nel suo entrare a Gerusalemme cavalcando un asino, ed era stato acclamato da folle che avevano steso i mantelli al suo passare. Riponevano in lui la speranza che proveniva dalla promessa di Davide.  Eppure Gesù davanti a Pilato dice: “il mio regno non è – letteralmente – da questo luogo”, cioè non è di qui. C’è una differenza ed una distanza incolmabile. E’ re ma in un modo che mette in crisi ogni attesa radicata in un modo di concepire l’essere re come esercizio del potere e della supremazia  sugli altri. Chi è re esercita un dominio, ha un esercito, impone la sua forza, e per questo il potere politico, rappresentato da Pilato, lo guarda con sospetto ed è preso da timore. Ed è anche per questo che il potere religioso, il sinedrio, teme che le proprie prerogative siano minacciate di fronte alla parola e ai gesti del profeta di Nazareth.

Gesù davanti a Pilato parla sì di un regno, ma di un regno che ‘non è di questo luogo’. Si tratta forse di un regno che non è della terra ma si colloca in un’altra dimensione, quella dei cieli  e nulla ha che fare con la terra? Questa linea di interpretazione  apre le porte a tutte le letture spiritualizzanti che relegano il regno di Gesù in un ‘altrove’ che nulla ha che fare con la terra, per cui non è importante la dimensione del quaggiù, di questo luogo dove viviamo.  E quindi la testimonianza di Gesù non avrebbe alcun impatto concreto nel modo di vivere la responsabilità politica e sociale ma sarebbe unicamente un messaggio intimistico e di deresponsabilizzazione nei confronti della storia.

Eppure quell’espressione ‘il mio regno non è di questo luogo’ trova luce in un passo vicino del IV vangelo: quando Gesù fu crocifisso due malfattori furono crocifissi accanto a lui ‘uno su un lato’ e ‘l’altro sull’altro lato’. Su un lato e sull’altro, su ambedue i lati, è l’indicazione racchiusa in quell’avverbio utilizzato per affermare che il suo regno non è ‘di qui’.  Una allusione precisa e radicale al fatto che il regno di Gesù non è ‘da questo mondo’: non si colloca laddove si tratta di pensarlo secondo le logiche del dominio e della forza che s’impone e dispone delle persone. Tuttavia è proprio in questo mondo, si fa carne in questa terra, ha modi concreti di compiersi e di trasformare questa terra laddove la vita concepita come Gesù l’ha vissuta; ed il luogo in cui si manifesta il regno, il suo luogo, è sulla croce, lì in mezzo ai due malfattori, nel dono e nella consegna di sé all’altro, nella nonviolenza attiva che pone in primo piano la libertà della coscienza e non si lascia imprigionare nelle logiche del dominio e dello sfruttamento degli altri.

Nella consegna di tutta la vita a Dio e agli altri, Gesù manifesta il senso profondo di un regno che non segue le logiche della sopraffazione, ma il suo regno si compie ed il suo luogo si manifesta quando muore crocifisso tra i due malfattori. Un regno quindi che ha modo di cambiare le modalità dei rapporti e ha attuazione quaggiù, non un regno celeste che porterebbe ad una fuga dal mondo. Nell’immagine del ‘re’ sta il profilo di colui che dice il senso profondo della storia. Gesù è re non perché dominatore ma in quanto ricapitola la storia. La sua vita vissuta nel segno della consegna e del dono indica e compie il senso profondo della storia. Un regno diverso, che ha a che fare con questa terra e che ha il suo luogo laddove il dominio è capovolto in servizio e dove la vita è data per…: il senso stesso della storia sta nell’orizzonte del dono.

Alessandro Cortesi op

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