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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_2947At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

La vigna è pianta familiare ai popoli dell’arco mediterraneo. attorno ad essa si svolge una faticosa opera di cura e di lavoro. Nella Bibbia la vigna diviene simbolo del popolo di Israele: una realtà unica, come il popolo, che tiene in sé e pone in relazione i tanti elementi che la compongono. La vigna è una e molti insieme. E l’attenzione alla vigna è così riferita alla cura appassionata ed alla fedeltà amorosa di Dio.

Jahwè, il Dio della promessa è Dio che si prende cura, coltiva con pazienza, fa crescere in attesa di un frutto che porta condivisione e gioia. La vigna è quindi un simbolo collettivo, del popolo stesso d’Israele. Non sempre la vigna porta un frutto abbondante e i profeti leggono in tale aridità l’infedeltà del popolo di fronte alla cura di Dio: “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti… aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna…” (Is 5,1-6)

L’immagine è ripresa dai profeti e dai salmi divenendo così un rinvio noto e familiare per richiamare ad una conversione e nello stesso tempo per dire che la fedeltà di Dio non viene meno, nonostante ogni contrasto e fallimento. “Hai divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli… Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra… Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Nei discorsi dell’ultima cena riportate dal IV vangelo Gesù parla della vigna con un’affermazione che colpisce: ‘Io sono la vera vite’. Non parla quindi della vigna di Israele, ma si riferisce a lui stesso, alla sua vita: la vera vite è lui. E’ quindi da ricercare il senso di questa affermazione che certamente ha alle spalle in rinvio al popolo di Dio ed alla relazione di amore che nella Bibbia è simboleggiata nel simbolo della vigna curata da Jahwè. Gesù indica di essere partecipe della storia di amore e di cura che ha segnato la vicenda di Israele. Oltre a questo nelle sue parole sta forse il desiderio di comunicare che nell’incontro con lui si può incontrare la cura di Dio per il suo popolo: in Gesù si compie la tenera custodia e coltivazione del Padre come annunciavano i profeti. E ancora è lui che porta quei frutti che il Padre si attendeva: sono giunti in lui i tempi ultimi.

Ma l’immagine rinvia ad ulteriori significati: nella vite un dono di vita e una partecipazione di tutti coloro che a lui sono legati, i tralci. Da un lato si richiama la vicenda personale di Gesù – amato, come il popolo d’Israele – dall’altro l’immagine evoca la comunicazione di vita che da lui trae origine e che fa sorgere la comunità.

In lui si genera una comunione con tutti coloro che sono tenuti insieme e uniti come tralci viventi. Da qui può venirne frutto. ‘Rimanete in me’ è l’invito al cuore di questo discorso di Gesù. E’ un rimando all’inizio del quarto vangelo: Gesù chiede ai due discepoli ‘Che cosa cercate?’ essi lo seguirono e ‘rimasero’ presso di lui (Gv 1,39). Il verbo ‘rimanere’ è importante nel IV vangelo: indica una familiarità di vita, un incontro di amicizia, di condivisione profonda. Non una consolatoria chiusura intimistica ma il dono di una amicizia, un cammino di stare con lui per affidarsi e fondare in lui l’esistenza: ‘Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui’ (Gv 6,56). Da qui sgorga un cammino di vita che è il percorso descritto nell’intero vangelo: i tralci rimangono nella vite ma in fondo è la vita di Gesù che rimane, è trasmessa ai suoi e fa sorgere ogni frutto.

L’essere discepoli di Cristo si attua nei frutti dell’amore. I tralci non vivono da soli, separati e isolati gli uni dagli altri, ma insieme ed nell’intreccio tra loro: Gesù propone ai suoi un ‘rimanere’ che ha due assi. L’asse del rapporto con lui e l’asse del rapporto con gli altri. La vita di comunione in Cristo non respira senza una vita di relazione e solidarietà con gli altri. Rimanere in lui significa accogliere innanzitutto il suo dono e vivere il suo stile: la forza dello stare insieme viene dal rimanere in lui. “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”.

‘Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’. Il comandamento di Dio – dice Giovanni – si racchiude nel credere nel nome del Figlio suo e amarci gli uni gli altri: in questa esperienza si attua quel dimorare/rimanere di noi in Dio e di Dio in noi.

Alessandro Cortesi op

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Coraggio

“Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù”.

Nei giorni in cui si celebra il 25 aprile, festa della liberazione e il ricordo di tanti che ebbero il coraggio di investire la propria vita nella lotta al regime oppressivo fascista nella resistenza, è forse opportuno sostare sul coraggio quale attitudine di fondo di chi ha sacrificato la vita per aprire ercorsi di libertà e democrazia. Oggi viviamo un tempo in cui crescono sentimenti di indifferenza, di dimenticanza della storia e di incapacità a vivere con coraggio scelte per continuare quel cammino di liberazione.

Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi. Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir così… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi.

E’ un brano della lettera scritta il 22 dicembre 1944 da Armando Amprino, che aveva 20 anni, prima della sua fucilazione avvenuta nella medesima giorno al Poligono del Martinetto a Torino. Era stato catturato nello stesso mese di dicembre.

La lettera che segue è stata scritta il giorno della sua fucilazione da Irma Marchiani (Anty) di 33 anni a Pally. Era stata staffetta partigiana poi dopo la cattura e la fuga, combattente di brigate partigiane nel modenese. Catturata venne fucilata il 26 novembre 1944 a Pavullo:

“… sono gli ultimi istanti della mia vita… credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse… “

Sono solo due esempi tra i molti delle ultime parole di chi infonde coraggio ai propri cari che rimangono. Queste lettere sono anche testimonianza del coraggio di chi ha vissuto scelte decisive e ha saputo investire la propria vita facendo il bene. Come scrive Eusebio Giambone (Franco) nella sua lettera a Luisetta del 3 aprile 1944:

“Io che sono non credente, io che non credo alla vita nell’al di là, mi dispiace morire ma non ho paura di morire: non ho paura della morte, sono forse per questo un Eroe? Niente affatto, sono tranquillo e calmo per un semplice ragione che tu comprendi, sono tranquillo perché ho la coscienza pulita, ciò è piuttosto banale, perché la coscienza pulita l’ha anche colui che non ha fatto del male, ma io non solo non ho fatto del male, ma durante tutta la mia vita ho la coscienza di aver fatto del bene non solo nella forma ristretta di aiutare il prossimo, ma dando tutto me stesso, tutte le mie forze, benché modeste, lottando senza tregua per la Grande e Santa Causa della liberazione dell’Umanità oppressa”.

Giacomo Ulivi di 19 anni, studente di giurisprudenza, fucilato il 10 novembre 1944 sulla piazza Grande di Modena aveva uno sguardo capace di spingersi lontano. In una lettera agli amici scrive: “oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi”

Sono parole tra tante altre di uomini e donne che hanno saputo affrontare momenti decisivi. Umberto Fogagnolo (ing.Bianchi) di 32 anni, ingegnere elettrotecnico dopo l’8 settembre 1943 membro del CLN di Sesto san Giovanni, fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto a Milano scrive: “V’è nella vita di ogni uomo però un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve decidere e abbandonare le parole”.

Queste lettere dei condannati a morte della resistenza (tratte da Lettere di condannati a morte della resistenza europea, Einaudi 1967) ricordano il coraggio nel vivere momenti decisivi e nell’affrontare quanto umanamente è arduo e insopportabile.

Voci di giovani di oggi sanno cogliere questo coraggio e tradurlo nel presente: “Non dimentichiamo mai di guardare al mondo: la situazione in Siria. La questione palestinese. Il neo-protezionismo americano. L’antifascismo nel 2018 bisogna vederlo come un’analisi critica delle ideologie autoritarie e discriminanti.  L’antifascismo è un insieme di valori, idee, domande che riguardano i rapporti tra le persone, tra cittadini e potere, tra forze politiche. Le nuove generazioni di antifascisti, che posano lo sguardo verso il futuro con ansia e incertezza, devono prendere quello che c’è di buono nelle esperienze passate e usarlo per affrontare le sfide del presente. Le risposte a queste sfide non sono la chiusura, la nostalgia, il nazionalismo; ma l’inclusione, la non discriminazione, la capacità di pensare al domani con una visione di crescita condivisa, con una visione europea di pace e cooperazione fra popoli”. (Raffaele La Regina 24 anni – Potenza, Liberi di, lettera alla mia generazione, dalla rubrica Invece Concita, La Repubblica 26 aprile 2018).

C’è necessità in questo tempo, di coraggio, da vivere e da trasmettere ad altri.

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_0537_2Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos coltivatore e pastore di Samaria (VIII secolo a.C.) fu chiamato a divenire profeta. La sua vita ne fu capovolta, in modo inatteso. Portare la parola di Dio, senza capacità, lo condusse a parlare di fronte ai potenti, agli spensierati, ad esprimere protesta di fronte all’ingiustizia. Di fronte ai poveri ridotti ad essere calpestati e ai ricchi assorbiti solo dalla mira del guadagno, la sua voce si fece eco di una parola di Dio come appello alla vita. Nei suoi testi richiama il volto di un Dio attento ai deboli e ai poveri. Avverte come ricchezza e denaro costituiscono idolatria, perché rendono indifferenti al grido del povero. Al punto che la vita di uomo viene valutata quanto un paio di sandali. Lo sdegno di Amos comunica la parola di Dio in quanto parola sull’umanità, sull’esperienza, forza di cambiamento e di nuovo modo di intendere la relazione.

La parabola di Gesù (Lc 16) si riferisce a situazioni del suo tempo: un amministratore rischia di perdere il suo posto e cerca in tutti i modi di conservarlo per prepararsi un futuro. Il racconto non è un elogio della sua disonestà. Il punto centrale sta infatti nel richiamare attenzione al fatto che ‘i figli di questo mondo’ mettono a frutto una incredibile capacità creativa per assicurarsi sicurezze e ricchezza. Di più sanno compiere scelte con furbizia e con prontezza. Gesù chiama ‘i figli della luce’ a comprendere che il presente è un momento in cui essere pronti, in cui non rimanere inerti, ma operare scelte mettendo al primo posto ciò che è più importante.

Richiama così ad un’alternativa radicale: o Dio o Mammona. O Dio o il piegarsi ad un altro assoluto nella vita. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona è termine derivante dall’ebraico ‘aman’ (da cui il nostro Amen): indica ciò che dà stabilità – economica, sociale culturale – e diviene sinonimo di ricchezza. La vita può risolversi nell’inchinarsi a Mammona oppure in un affidarsi che affronta il rischio, l’incertezza di affidarsi nel Dio che chiede la solidarietà e la condivisione. Luca presenta tale alternativa come una scelta tra due amori che non possono stare insieme. Essere fedeli a Dio che ascolta il grido del povero rinvia al modo di vivere il rapporto con le cose, con la ricchezza, ma soprattutto con i volti di chi è vittima dalla miseria e dall’ingiustizia.

Nella parabola la ricchezza è detta ‘disonesta’: non ogni ricchezza proviene da scelte disoneste, tuttavia la ricchezza è spesso collegata all’ingiustizia e genera situazioni di esclusione e oppressione. E’ spesso disonesto ciò che la ricchezza porta con sé, ossia l’illusione che la ricchezza stessa dia stabilità: in tal senso diventa ‘mammona’ a cui si assoggetta la vita perdendo di vista il suo autentico senso.

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Sfruttamento

In un articolo Oltre il caporalato, lo sfruttamento, nel sito Sbilanciamoci, Antonio Ciniero presenta un quadro della situazione del mondo agricolo segnata fortemente dallo sfruttamento soprattutto nel lavoro stagionale. In esso un ruolo centrale ha il caporalato:

“il modo in cui prende forma a livello territoriale cambia, esistono diversi modelli che vanno dal ‘semplice’ taglieggiamento delle paghe in cambio del servizio di trasporto e dell’ingaggio a forme di maggiore prepotenza e violenza, fino a quelle – in realtà non così diffuse come si penserebbe – riferibili alla riduzione in schiavitù”.

I caporali colmano vuoti istituzionali e sociali, perché con il loro agire fanno da ponte tra lavoratori e aziende e offrono – naturalmente approfittandosene e in termini di sfruttamento – possibilità di spostamento e di viaggio perché i lavoratori possano recarsi sui luoghi di lavoro.

“Il caporalato è dunque solo uno degli elementi, importante ma solo accessorio, che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea. In tutti i paesi dell’Europa mediterranea aumentano i ghetti, le tendopoli e i campi temporanei. Si tratta non solo di luoghi che nascono, nel disinteresse istituzionale, ai margini delle società e dei diritti, ma anche di luoghi creati proprio dalle stesse istituzioni, tappe obbligate delle traiettorie del lavoro stagionale agricolo, che costringono la vita dei soggetti ad un’eterna provvisorietà e ad un’indefinita transitorietà. Siamo di fronte ad una vera e propria ‘lagherizzazione’di un numero sempre crescente di cittadini ridotti ad ‘umanità eccedente’ costretta ad uno stato di eccezione permanente all’interno di spazi abietti”.

In Puglia a Rignano Garganico, nei ghetti in provincia di Foggia, popolati di africani, in Campania, Calabria, a Rosarno e a Nardò, a Borgo Mezzanone, ghetto di bulgari in cui è presente un elevato numero di bambini, nell’Agro Pontino, al Sud ma anche al Nord, nel mondo del lavoro agricolo ancora oggi, vicino a noi, “un uomo è comprato per un paio di sandali”: un cassone di tre quintali di pomodori viene pagato 3,50 euro (A.Leogrande, Lo sfruttamento nei campi è la regola e non l’eccezione, “Internazionale” 28 agosto 2015). Sono le nuove forme di schiavitù che vedono le vittime soprattutto tra i migranti, sfruttati per garantire manodopera, concentrati in tendopoli in condizioni sociali e igieniche indescrivibili, le donne, vittime dello sfruttamento sessuale nelle campagne siciliane. Ma lo sfruttamento è senza limiti: nel suo libro Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato, ed. Imprimatur, Enrica Simonetti ha raccontato la vicenda di una donna italiana morta a quarantonove anni nel 2015 vittima di tale condizione. Nel rapporto Agromafie e caporalato, della Flai Cgil nel 2015, si riporta che circa quattrocentomila lavoratori italiani e stranieri sono vittime del caporalato in Italia.

Igiaba Scego, a partire dalla lettura del monumento al granduca di Toscana Ferdinando I, detto dei quattro mori, presso il porto di Livorno,  ricorda come quel monumento al granduca vide un completamento nel 1621 ad opera dello scultore Pietro Tacca: “Quattro schiavi ‘mori’ incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare” (Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi, “Internazionale” 5 giugno 2016). E’ un riferimento artistico che rinvia alla tragica esperienza delle antiche e delle nuove schiavitù presenti ancora vicino a noi.

Aprire gli occhi su tale situazione è un primo passo per rendersi conto il peso dell’ingiustizia e di sofferenze umane che sono generate da un sistema economico iniquo. E’ anche presa di consapevolezza che i prodotti che giungono sulle nostre tavole portano dentro tale peso di iniquità. La protesta di Amos dovrebbe trovare eco per generare consapevolezza. La parola di Dio che egli portava è parola sulla vita umana, contro tutte le forme di idolatria che non sanno riconoscere nei volti umani la medesima dignità.

Alessandro Cortesi op

 

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2014

IntegraleIs 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

La parabola degli operai chiamati a lavorare a diverse ore del giorno nella vigna è presente solamente in Matteo. E’ racconto che fa riferimento ad una quotidianità di lavoro, di sfruttamento, di proprietari di terre e di lavoratori che attendono di essere presi a giornata anche per poche ore.

E’ un racconto che riporta la quotidianità di un’esperienza diffusa nel mondo in cui Gesù viveva, la Galilea segnata dall’arricchimento di proprietari terrieri e da una situazione di impoverimento di molti e di ingiustizia. In molti elementi del racconto il richiamo è alla vita: il lavoro nella vigna, l’uscire del padrone alle diverse ore del giorno, il suo recarsi alla piazza, dove qualcuno attendeva di essere preso a giornata, il suo scorgere chi se ne stava in attesa dal mattino fino alla sera.

Eppure è una vicenda che apre al disorientamento e all’interrogativo. Lo sconcerto giunge alla fine, al momento del venire della sera, quando il padrone chiama gli operai per dare loro la ricompensa. La sorpresa sta nel fatto che il salario è uguale per tutti, per gli ultimi arrivati, come per quelli che avevano lavorato sin dalle prime ore del mattino. Un denaro è il compenso pattuito ed è una buona ricompensa per un giorno di lavoro. Ma è la medesima paga data anche agli ultimi. A partire da un paragone con una situazione di vita in cui molti potevano riconoscersi, come sempre nelle parabole, si pone la questione di un salto, di un riferimento ad altro. Questa parola non intende essere una istruzione per gestire i rapporti di lavoro, ma al cuore di queste come di tutte le parabole di Gesù sta la questione dell’incontro con Dio, la grande domanda sul volto di Dio: ‘il regno dei cieli, infatti, è simile ad un uomo, padrone di casa…”

Integrale-1Lo sconcerto è espresso dal verbo ‘mormorare’: “ricevutolo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: questi ultimi hanno fatto un’ora sola, e li hai fatti uguali a noi, che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo”. La lamentela si giustifica secondo una logica che vede la ricompensa essere proporzionale al lavoro compiuto: tanto lavoro, tanti soldi. Mormorare è un verbo che richiama la reazione di Israele nel deserto, quando aveva messo in dubbio la presenza di Dio nel faticoso cammino. E’ così indicazione che nel racconto di Gesù la questione è sul volto di Dio vicino e sul cambiamento che l’incontro con lui richiede.

La parabola ha qui il suo vertice: la risposta del padrone va al profondo delle obiezioni che gli sono rivolte: come mai la paga è uguale per gli ultimi come per i primi? Gesù affronta questa obiezione smascherando ciò che Matteo indica come ‘l’occhio appesantito’. Lo sguardo pesante è quello occupato dall’invidia, dal misurarsi in rapporto agli altri nei termini della competizione e della rivalità. Vive il peso di un modo di concepire Dio come padrone ingiusto e lontano, che misura tutto secondo i criteri del merito, come freddo calcolatore. Le parole del padrone rinviano ad un’altra logica che trova le chiavi di fondo nella parola ‘amico’ con cui inizia il dialogo e nella questione sul suo essere buono: ‘Amico, non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; io voglio dare a quest’ultimo come a te. Ovvero non mi è lecito fare quello che voglio con le cose mie? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?’.

Questa risposta apre innanzitutto uno squarcio su come funzionano le cose nella relazione che Dio instaura con noi, cioè, nel linguaggio di Matteo, nel regno dei cieli che ha fatto irruzione con la vita di Gesù. E’ una parola sul volto del Padre che Gesù annuncia. Il padrone di casa è un uomo che va oltre la logica del compenso: guarda al cuore, la sua preoccupazione è la relazione vivente. Non ragiona in termini di mercato: non tutto può essere valutato in base al denaro e c’è qualcosa di più e di altro nella vita rispetto al denaro.

Ma queste parole sono anche una lettura profonda del cuore umano: l’obiezione di chi mormora si accentra sul fatto che il padrone “ha fatto gli altri uguali a noi”. C’è uno sguardo all’altro che coltiva un senso di superiorità e un desiderio di affermare la propria differenza e privilegio, laddove si è realizzato qualcosa di più. C’è in fondo il desiderio che l’altro abbia invidia e che si misuri la differenza sulla base dei soldi ricevuti.

Integrale-2Il padrone di casa rompe questa logica: ‘non ti faccio torto: non ti eri accordato con me per un denaro?’ ma soprattutto si rivolge a quell’uomo, chiamandolo ‘amico’. C’è qualcosa di più della prestazione di manodopera ad un prezzo giusto o abbondante. Il volto del padrone rivela una logica nuova: il padrone gioisce perché nessuno è escluso, e perché quel lavoro può essere occasione di vivere un incontro in cui lo sguardo non è quello del dipendente o del suddito, ma è lo sguardo degli amici. C’è anche un messaggio sul lavoro umano: la questione del lavoro è riconsdotta a far sì che sia esperienza in cui si promuova il volto di ciascuno, la dignità diogni persona e in cui si apra spazio a relazioni non di esclusione ma di incontro.

La risposta del padrone è innanzitutto una provocazione ed un invito ad un cambiamento del cuore: è invito a lasciarsi liberare da quella preoccupazione che l’altro sia accolto e abbia il suo spazio. L’essere fatti uguali è segno di un superamento del dominio dei soldi e di un modo di leggere la vita sulla base di un valere di più e nella paura dell’altro. E’ poi anche invito ad assumere lo sguardo di Dio che gioisce quando ognuno si sa accolto e riconosciuto.

Alcune riflessioni per noi oggi

Un primo pensiero che questa parabola può suggerire è una forte provocazione ad uscire dalla logica del mercato e ad entrare nella logica dello sguardo rivolto all’altro e della responsabilità. Viviamo un tempo in cui grande accento viene dato all’efficienza e al merito di ognuno. La parabola indica uno stile: rapportarsi agli altri senza cadere nella spirale dell’invidia. Invidia è incapacità di vedere e incapacità di immaginare. C’è infatti la capacità di scorgere la situazione dell’altro, di potersi immaginare nella sua condizione, di essere vulnerabili a ciò che vive soprattutto chi ha meno possibilità. Fare uguaglianza non significa appiattire tutto e mortificare le potenzialità, ma è tensione a far sì che chi ha meno possibilità possa essere aiutato ad avere spazi e modi per esprimere se stesso, ad avere uguale punto di partenza per camminare. Viene da pensare che l’articolo 3 della Costituzione italiana che parla di uguaglianza in questi termini è un riferimento fondamentale che racchiude un profondo significato evangelico.

Al cuore delle parabole sta la preoccupazione del volto di Dio. Questa parabola è percorso suggerito per aprirsi al Dio della gratuità e della misericordia. E’ una parola che genera cambiamento del modo di pensare Dio. E questo è unito al rapporto con gli altri: passa infatti attraverso un modo diverso di guardare agli altri, liberandosi dal cuore pesante. Sempre le parabole sono parole efficaci di itinerari di conversione.

Viviamo un tempo segnato dalla violenza e dalla logica della vendetta. Nel mondo del pluralismo e delle diversità, sociali, culturali, religiose c’è una chiamata di Dio, una sfida particolarmente attuale. E’ il passaggio dalla visione limitata, dalla logica dell’invidia e dell’ostilità, alla scoperta del senso profondo della missione della chiesa nel mondo del pluralismo: essa può essere espressa nei termini del ‘rendere amici’. Lo sguardo del padrone del vigna rivolto ai primi è uno sguardo amico, che intende aprire a scorgere la preziosità di una relazione con lui e con gli altri come senso profondo del laoro e della vita. E’ questa una via aperta…

Il lavoro nel tempo della crisi è ambito nel quale si vivono le più grandi difficoltà. Proprio questa parabola potrebbe apririe la domanda su come intendere il senso del lavoro, come esperienza di sguardo all’altro e come luogo in cui si possa crescere in umanità e in relazioni significative: al centro del lavoro sta l’uomo e la donna e ogni lavoro pone in una rete di relazioni con gli altri. E’ forse da cogliere la provocazione ad un senso nuovo del lavoro uscendo dalla schiavitù di una precarizzazione che riduce le persone a strumenti e a merce?

Alessandro Cortesi op

XIV domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5184Zac 9,9-10; Sal 144; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

“l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti”. L’interruzione della spirale di guerra, l’abbandono di un arco ormai inutilizzabile e rotto e lo spazio dato ad una voce, disarmata, forte solo della fidcuia in Dio, che parla di pace. Lo sguardo dei profeti non si ferma a constatare l’evidenza, non è atttiudine di indifferenza o giustficazione di irresponsabilità. Come i profeti del passato e del presente Zaccaria, in un’epoca di difficoltà – per Isreale era il ritorno dopo la fine della prova dell’esilio – sa scorgere orizzonti invisibili. Non è illusione ma lettura del tessuto più profondo che sta sotto il visibile e che indica direzione. E’ sguardo al futuro che non costituisce fuga e rifugio consolatorio, ma rinvia ad una provocazione e ad un’esigenza di deidizione per il cambiamento nel presente. Dopo il tempo duro dell’esilio si apre un tempo di cose nuove. Il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e altre città sono in via di riedificazione: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele. Zaccaria vede però nella situazione di chi sta restaurando le antiche rovine la necessità di una ricostruzione interiore, spirituale. E’ tempo della benevolenza del Signore ma si deve guardare più lontano, ad un futuro legato alle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia.

Annuncia così la figura di un re legato all’eredità di Davide, che apre nuova speranza. Israele è indicato come la ‘figlia di Sion’ e la ‘ figlia di Gerusalemme’ che può vivere l’esperienza di una gioia nuova, di un entusiasmo che si fonda non sulla forza delle armi, ma sulla fiducia. La figura di questo re ha caratteri paradossali, e fa riferimento al cammino dell’intero popolo: non si impone con la forza ma è umile. Non trae la sua forza dalle sue imprese ma dalla fiducia in Dio e attua così la parola di Isaia “nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). La sua politica consisterà nella eliminazione delle armi. “Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato…”. Con questo abbandono dei mezzi di potenza in modo paradossale si aprirà a possibilità di un dominio nuovo: si estenderà sino ai confini della terra. Si tratta di un dominio non di oppressione ma di pace: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (cfr. Is 9,6); cfr. Is. 11,6-9). Egli è indicato come ‘giusto’; sarà anche vittorioso perché la sua forza è quella di Jahwè. La sua figura appare piuttosto una ripresentazione del servo di Jahwè di Is 42,1-4. E’ una figura paradossale: un ‘re umile’, guida e riferimento di un popolo di poveri, chiamati a seguire Jahwè in un affidamento radicale.

Gesù, in una preghiera di lode riportata dal vangelo di Matteo ringrazia il Padre perché “ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri”. E’ importante il contesto in cui questa preghiera è posta. Poco prima Matteo ha presentato le parole di Gesù di fronte a coloro che per motivi diversi si opponevano sia a Giovanni Battista sia a lui stesso non accogliendo alcun tipo di provocazione ad essere messi in crisi. Ed evidenzia poi il rifiuto da parte di coloro che si ritenevano fedeli esecutori della legge religiosa. Gesù legge questo fallimento della sua predicazione come occasione di benedizione. Gesù è stato uomo capace di preghiera, e di una preghiera impastata di vita. Pregare per Gesù è esperienza di di gratitudine e gioia, nel riconoscere l’agire e la presenza del Padre. Chi pretende con atteggiamento di autosufficienza e di orgoglio di incontrare Dio sulla base della propria capacità è fuori strada. Sono invece i piccoli ad essere veramente accoglienti, coloro che si aprono a ‘conoscere’ il dono del Padre come dono. Gesù gioisce nel vedere che il Padre sceglie chi da un punto di vista umano è escluso e non considerato. Gesù benedice il Padre per questo.

La sua preghiera, questo inno definito da qualche esegeta un meteorite del IV vangelo finito nel vangelo di Matteo (per il rivnio al tema della ‘conoscenza’ del Padre e del Figlio), e da altri indicato piuttosto come ‘la perla preziosa di grande valore di Matteo’ si compone di tre parti: dapprima un inno di benedizione e un ringraziamento al Padre perché ha rivelato ai poveri e ai semplici i misteri del regno dei cieli; nella seconda parte il riconoscimento di un rapporto unico, di ‘conoscenza piena’ tra il Padre e il Figlio; la conclusione è l’invito di Gesù a seguirlo nel suo cammino di messia mite e povero. A differenza dei maestri che imponevano al popolo una serie innumerevole di precetti e prescrizioni, Gesù si presenta con i tratti di un maestro diverso. L’immagine del giogo era utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge e delle osservanze (Sof 3,9; Lam 3,27, Ger 2,20; 5,5). Gesù chiede ai piccoli: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre: riprende l’immagine del giogo la libera da ogni senso di pesantezza e di insopportabilità: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Gesù conosce la nostra debolezza e la nostra incapacità. Ma più profondamente apre a considerare che la vita di fede si connota per un rapporto con lui, per vivere una relazione in cui affidarsi a lui libera da pesi inutili imposti da tutti i sapienti. Si possono ritrovare così richiami e differenze ad immagini presenti in un testo del del Siracide (cap. 51) quasi una confessione del cammino di un cercatore della sapienza che ha dedicato le sue forze migliori per inseguirla e metterla in pratica.: “Avvicinatevi a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Perché volete privarvi di queste cose, mentre le vostre anime sono tanto assetate? Ho aperto la bocca e ho parlato: ‘Acquistatela per voi senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo e la vostra anima accolga l’istruzione: essa è vicina a chi la cerca. Con i vostri occhi vedete che ho faticato poco e ho trovato per me un grande tesoro (…) L’anima vosra si dieltti della misreicordia di lui, non vergognatevi di lodarlo” (Sir 51,23-30). Nel testo di Matteo appare come Gesù prenda il posto della sapienza (cfr. Mt 11,19).

Gesù invita non coloro che sono senza istruzione ad assumere spaienza con lo sforzo di uno studio, ma coloro che sono appesantiti a liberarsi per trovare in lui riposo. E’ invito ad una via nuova, una ia in cui seguire lui e portare con lui la passione di Dio per il mondo, una via da percorrere come cammino, nell’affidamento e nello scoprire Gesù come sapienza della vita nell’esperienza della misericordia. E’ la via un seguire Gesù uscendo da tutti i pesi di una religione che si è stabilizzata come sistema di potere, che vive nel compromesso e nella paura, che è preoccupata della opposizione all’esterno contro i nemici e di stipulare patti con i potenti per garantirsi privilegi di tipo culturale e materiale. E’ una provocazione a uscire dalla ‘cristianità’ in cui la religione è costruzione stabilizzata e chiusa, e in cui la chiesa stessa pretende essere modello di superiorità e separatezza nei confronti degli ‘altri’. Seguire Gesù è vivere un incontro con il Padre e una scoperta del proprio volto di uomini e donne nella libertà e nell’apertura del cuore. Gesù invita ad un’esperienza di fede che viva la dimensione della misericordia e in cui la chiesa allora si rende presente laddove c’è condivisione con coloro che sono respinti, condannati, poveri. Al centro dev’esserci il rapporto di amore e di fiducia vissuto nella figliolanza, nello scoprirsi responsabili di fraternità da custodire e costruire e non da schiavi.

Paolo nella lettera ai Romani riprende quanto aveva sviluppato nella lettera ai Galati riflettendo sulla libertà dell’esistenza cristiana (Gal cap. 5). Lì aveva sintetizzato la sua riflessione nell’espressione ‘camminate secondo lo Spirito’. Due logiche sono contrapposte, quella del vivere secondo l’egoismo che fa ripiegare su di sé (il dominio della carne), e quella del lasciarsi cambiare nella cura e nell’attenzione mite agli altri (il dominio dello Spirito). Vivere secondo lo Spirito è stare immersi nella realtà del quotidiano, scegliendo la via del servizio e della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

Ss.Trinità – anno C – 2013

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(William Congdon, La Trinità)

Prov 8,22-31; Sal 8; Rom 5,1-5; Gv 16,12-15

In una scena del film Decalogo – 1 (1988) del regista polacco Kieslowski (http://youtu.be/UJtaztcliys) una mamma dice al suo bambino “Dio esiste… è molto semplice se ci credi”. Il bambino stupito e incuriosito allora le chiede: “E tu ci credi che Dio esiste?… Chi è? Lo sai?”
Lei rimane in silenzio e lo guarda, poi lo avvolge con le sue braccia e lo stringe a sè, gli accarezza i capelli: “Dimmi come ti senti adesso”.
Il bambino risponde: “Ti voglio bene”.
“Esatto – gli dice la madre – e Lui è questo”.
Dio come un abbraccio. Dio come presenza che nel silenzio si fa sentire e comunica il suo voler bene  è immagine di Dio come Amore che si dona e genera reciprocità.

Ha senso celebrare una festa che fa puntare lo sguardo sul volto di Dio se ci rendiamo disponibili a ricominciare ad apprendere modi nuovi di parlare di Lui, a lasciarci cambiare dalla sua Parola che dovrebbe piegare le nostre parole e cambiare tutto il nostro vivere. Tre parole tra le letture di questa festa possono accompagnarci ad accogliere il comunicarsi di Dio come presenza dono che reca in sé la radice di ogni comunione e di ogni amore.

La prima parola compare nella prima lettura ed è una parola insolita: ‘giocare’: “giocavo davanti a lui in ogni istante”. La pagina dei Proverbi parla infatti di Dio come presenza in relazione. Dio non è chiuso in una solitudine appagata, ma si comunica e fa spazio ad altro da sé: le cose, la creazione. Il suo agire è descritto come un percorso di attenzione e di cura. Tutta la sua fatica sta nel porre un mondo bello, un cosmo, dove sia resa possibile l’esperienza della bellezza. Di Dio si può parlare pensandolo nell’atto di una comunicazione di bellezza. Di lui si può trovare traccia in tutti i frammenti di bellezza disseminati, in ogni cosa bella che si contrappone a ciò che è perdita, negazione, abbrutimento, nelle cose e nella vita delle persone.

Come la bellezza è inutile, così anche la relazione. Dio non è solo, ci dice questa pagina, ma si comunica in una parola e in un soffio. La sua parola è indicata come sapienza, presenza quasi personificata, descritta nella figura di un architetto ed in quella di una bambina che gioca e si diletta mentre Dio organizza il creato. Come architetto che immagina e lascia libertà alla propria fantasia creativa, così la sapienza con cui Dio si comunica nelle cose è comunicazione capace di creatività. E come una bambina è la sapienza che sta accanto a lui e che l’accompagna. Dio non è chiuso nella solitudine ma è vita in relazione.

Anche il gioco come la bellezza, è tra le ‘cose inutili’ della vita. Ma forse proprio per questo compare in questo testo come esperienza in cui scoprire un aspetto del volto di Dio. Il Dio che sa giocare come bambino è il Dio delle cose gratuite, il Dio che sa perdere tempo e lasciarsi tutto prendere nella gratuità del gioco. Come i bambini, catturati dalla magia di vicende immaginarie o dalla fantasia che trasforma semplici pezzi di legno in mirabolanti strumenti che trasfigurano tutta la realtà. Come i bambini che nel gioco costruiscono complesse storie insieme immaginandosi personaggi di altri mondi e faticano ad abbandonare i loro giochi quando sono chiamati all’ora di pranzo e della cena. Come i bambini che nel gioco imparano a rapportarsi scoprendo in chi condivide dei compagni indispensabili e realizzando sintonie meravigliose. Quanto tempo ‘perso’ nei giochi dell’infanzia ma anche nei giochi dell’età adulta è tempo ricordato con nostalgia, con piacere  profondo e con la consapevolezza che è stato tempo pieno e di scoperta di cose essenziali.

Il giocare dei bambini, quest’esperienza così determinante per la crescita e nello stesso tempo così lontana dalle programmazioni e dalla strutturazione di contenuti e modalità di apprendimento è un grande riferimento per comprendere qualcosa di Dio. Il Dio del gioco è il Dio che sa gioire di ciò che non produce, di ciò che non è calcolato sull’efficienza. Gioisce della relazione e della gratuità che il gioco reca sempre con sé.  Il gioco, esperienza di libertà e di piacere, esperienza che scardina le logiche del dovuto, di quella fissità che rende ostici e indigeribili i discorsi religiosi. Uno dei maggiori teologi contemporanei Jürgen Moltmann ha dedicato una sua opera a riflettere proprio sul gioco (Sul gioco. Saggi sulla gioia della libertà e sul piacere del gioco, ed. Queriniana Brescia 1988), come la caratteristica di Dio ma anche come esperienza di liberazione e di scoperta delle profondità della vita umana.

“Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell’attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare così come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare” (ibid. 25). Il gioco ha una portata eversiva nella vita umana ed apre a percorsi di liberazione. “Per questo la creazione è un gioco di Dio, un gioco della sua sapienza senza fondo e origine. Essa è lo spazio per il dispiegamento della magnificenza di Dio” (ibid. 32). Il Dio che crea non è solamente un Dio proteso a produrre, a programmare, a costruire come Deus faber, ma è il Dio poeta, che si apre a comunicare se stesso, alla gratuità del dono e della gioia dell’incontro, all’esistenza con gli altri. E questo dice anche una possibile immagine di umanità, in cui la chiamata ultima è scoprirsi in relazione, dove la persona “si rallegra della grazia che gli dà tutto gratuitamente e spera in un nuovo mondo in cui tutto si dà e si ha gratuitamente” (ibid. 54)

Una seconda parola è ‘amore versato’: “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori dallo Spirito santo che ci è stato donato”. Un volto di Dio comunione apre a considerare come la nostalgia insita nel cuore umano, il desiderio di comunione costituisce un luogo in cui accogliere la chiamata fondamentale alla relazione che è di per sé esperienza aperta ad una dimensione fontale. Dio che si comunica nell’umanità di Gesù e nel dono dello Spirito è Dio relazione. La sua identità più profonda può essere solo evocata con immagini come la danza di amore, la circolarità di sguardi, l’abbraccio che unisce o con l’immagine appunto del darsi, del ‘versare’. Paolo con linguaggio appassionato presenta la vicenda che ci coinvolge: lo Spirito è stato effuso, versato nei nostri cuori. Ci sono risorse immense di comunicazione nel cuore umano e queste trovano la fonte in colui che è presenza dono, nella relazione che è costitutiva dell’esistenza di Dio stesso e dell’uomo.

Una terza parola è ‘guida’: “Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera”. E’ consolante pensare che Gesù non ha offerto ai suoi e a noi definizioni e possessi. Ha invece aperto strade, ha indicato percorsi di vita che devono rimanere aperti in ogni momento e sono quindi apertura di speranza. Per tutti. Gesù ha aperto all’ascolto da attuare in modi sempre nuovi. Suggerisce come la vita si definisce come cammino al seguito di una guida e si tratta di inseguire qualcuno che precede: lo Spirito guida e accompagna nella via e verso la verità tutta intera. Per il IV vangelo via e verità non sono qualche cosa, ma sono qualcuno: via è Gesù come senso più profondo della nostra esistenza. E di lui, e del suo vangelo non tutto è accolto pienamente e compreso e vissuto. La sua è stata esistenza per gli altri nella promessa di una esistenza insieme, nell’offerta d una comunione, Gesù ha così reso vicino nei suoi gesti ospitali l’ospitalità, l’accoglienza e la relazione come tratto essenziale del volto di Dio. Ma non sono questi i tratti che rendono anche gli uomini e le donne più umani? Vivere una festa in cui pensare al volto di Dio come relazione e amore di dono e reciprocità aperta rinvia a scoprire la via per realizzare ogni giorno la fatica di diventare più umani, capaci di gioco, di gratuità, di relazione.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Gen 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il racconto della creazione non intende essere spiegazione dell’inizio del cosmo, ma interpretazione del senso della vita e della chiamata fondamentale dell’uomo e della donna. Al cuore del messaggio biblico sta l’annuncio che l’essere umano è costituito come immagine di Dio. “Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). In quest’espressione sta un passaggio fondamentale della lettura ebraica e cristiana sul senso della vita dell’uomo e della donna sulla terra. Il dono di essere immagine di Dio comporta una relazione fondamentale all’altro. La stessa apertura all’incontro con Dio – sembra dirci questo testo – si vive insieme e sta dentro alla relazione dell’uomo con il ‘tu che gli sta di fronte’, uguale e diverso. La lingua ebraica esprime uguaglianza totale nella medesima dignità e diversità irriducibile con un gioco di parole: uomo è ‘ish’ e donna è ‘isha’’. Profondamente uguali ma anche diversi. Essere immagine è qualcosa di ricevuto, ma è anche promessa di un cammino da compiere, di un percorso da attuare nel divenire immagine: ed è cammino di incontro, di apertura. L’esistenza di ogni persona e la vicenda dell’umanità nel divenire immagine di Dio è così posta in rapporto al Dio creatore – che ha fatto ogni cosa bella – ma può attuarsi solo in una relazione in cui l’immagine frammentata viene composta insieme. L’uomo non è chiamato alla solitudine ma all’incontro con un tu che gli ‘sta di fronte’. Il divenire immagine è promessa, chiamata da vivere nell’incontro con l’altro: ‘Maschio e femmina li creò’. L’immagine della ‘costola’ nella cultura semitica porta il riferimento alla vita e nel racconto di Genesi la donna sarà chiamata Eva, la ‘vivente’. Ma anche la costola tolta rimarrà il segno di una mancanza, di una povertà che spinge all’incontro, all’accoglienza dell’altro e dell’altra. Dall’opera creatrice di Dio, il vivente, trae fonte l’incontro dell‘uomo e della donna, e tutto ciò è promessa di vita. La relazione si attua nell’apertura e nell’incontro di diversi: la chiamata a divenire immagine passa attraverso l’altro, in particolare nel rapporto tra uomo e donna. Contro ogni rifiuto della differenza che per la Bibbia si connota come idolatria, questi testi presentano la chiamata profonda dell’essere umano all’incontro riconoscendo differenze chiamate a comunicare e a riconciliarsi.

Nella pagina del vangelo i farisei sfidano Gesù e pongono una questione in termini di liceità nei rapporti tra marito e moglie: è lecito o non è lecito? La questione riguarda la possibilità del ripudio “E’ lecito a un marito ripudiare la propria moglie?” Nella versione di Matteo possiamo trovare l’aggiunta “per un motivo qualsiasi” (Mt. 19,3). Gesù appare innanzitutto in difficoltà di fronte ai termini in cui è posta la questione che intendono ingabbiarlo in dispute di scuola. E non dà risposte sul problema della liceità o meno del ripudio. Sa bene come la norma di Mosè era divenuta occasione per profonde strumentalizzazioni e abusi; radice di ipocrisia e di dominio maschile sulla donna. Gesù non risponde alla questione che riduce l’amore ad una questione di liceità. Richiama invece al cuore, richiama il disegno di Dio, parla della fedeltà a quel principio che è chiamata ad uscire dalla solitudine e di accoglienza per l’altro. Anche Gesù riprende la Scrittura, ma non come i farisei, e si scosta dal loro modo di leggerla. Ricorda il progetto di Dio che l’uomo non sia solo: non vuol farsi imprigionare nella logica del precetto. Offre una lettura liberata dalla preoccupazione per la norma che inaridisce i rapporti, ed apre invece a scorgere nella Scrittura quel soffio di vita che è il desiderio di incontro e di apertura all’altra posto nel cuore di Adamo. Adamo, chiamato a lasciare ogni cosa per poter aprirsi all’incontro, alla relazione. Interpreta così la Scrittura alla luce di un criterio di fondo: il suo sguardo va al progetto del Padre. Richiama l’intenzione profonda di Dio nella creazione: dalle sue mani è uscita una umanità immagine ‘plurale’ della sua stessa vita. Chiamata a divenire e a formare una  immagine nella differenza. Al centro sta il tema dell’alleanza, il gratuito comunicarsi di Dio al suo popolo e all’umanità nella fedeltà: Dio non viene meno alle sue promesse e ai suoi doni. Il rapporto tra uomo e donna è luogo in cui il regno di Dio si compie. E proprio tale esperienza è chiamata ad essere luogo profetico, di annuncio che Dio è fedele. L’amore dell’uomo e della donna ha al suo cuore questa apertura e chiamata: nella sua debolezza e concretezza, nella sua fragilità e nel suo limite essere traccia dell’amore fedele di Dio.

Gesù nel suo dialogo con i farisei ricorda questo annuncio e richiama al quell’ “in principio” che racchiude il sogno di Dio sull’amore umano e la chiamata presente. Nel suo agire incontrando le persone la sua attitudine è stata sempre l’accoglienza e l’ospitalità del cuore. Il suo sguardo – come al pozzo di Sicar con la samaritana – non è mai stato di condanna, di giudizio, ma di  compassione e di tenerezza. Per lui le persone non erano esecutori di principi,  ma nomi e volti e storie: donne e uomini, segnati da ferite e da storie faticose. Sempre ha aperto con la sua parola e con i suoi gesti un futuro di speranza: ha annunciato che Dio è fedele nel suo amore senza limiti.

Leggere questa parola per noi oggi può essere motivo innanzitutto per aprirci a chiedere al Signore di comprendere quale chiamata sta al cuore dei nostri percorsi di incontro e di relazione nelle storie  dell’amore umano.

Molti oggi vivono situazioni di difficoltà, di dolore e di ferite profonde nelle proprie storie di amore iniziate magari con impegno, con responsabilità e speranza ma ad un certo punto hanno vissuto il dolore dell’interruzione e della separazione. Le situazioni sono infinite, diverse e molteplici. Le vite di tanti sono segnate dalla ferita di una rottura avvenuta ad un certo punto. Chi vive il peso di storie interrotte e di separazioni dolorose spesso coltiva nel cuore sofferenza e sensi di colpa e talvolta avverte quasi un fallimento dell’intera esistenza. Leggere questa parola del Signore non deve essere motivo per sentirsi giudicati o lontani dall’amore di Dio. Gesù ci ha mostrato nel suo agire e nei suoi incontri solamente lo sguardo di compassione e di apertura al futuro e ha comunicato la speranza che rende responsabili per vivere l’amore, a partire dal presente. Per tutti in ogni momento sta davanti la chiamata a vivere con un cuore nuovo, capace di fare della propria vita un dono, non guardando al passato ma al futuro. Lui sì sapeva far fiorire anche tutto ciò che sembrava inaridito nel cuore di chi lo accostava. E non dovrebbe saper fare così anche la chiesa oggi, non essere pulpito di condanne e di giudizi ma luogo di annuncio che la fedeltà di Dio – quella sì e forse quella solamente – e il suo sguardo di attesa non viene meno nella vita di ogni uomo e donna? Fare come Gesù che apriva a far sbocciare capacità di amare in modi nuovi e oltre ogni confine e separatezza?

Per tutti questa parola è motivo per non dare spazio all’attitudine del giudizio sugli altri, ma per accogliere ciascuno con la sua attesa di comprensione e di incoraggiamento a crescere nell’amare. E’ anche motivo per chiedere al Signore di tenere accesa la lampada dell’amore, di non cedere alla chiusura che impedisce di aprirsi all’altro, di vivere la fedeltà fondamentale nel fare della vita un cammino per divenire immagine di Dio, nell’uscire dalla solitudine che inaridisce, nel continuare a sperare per se stessi e per tutti.

Alessandro Cortesi op

Dignità umana: una riflessione e spunti per un dialogo



E’ appena uscito l’opuscolo “Prospettive domenicane per l’Europa” 2012 n.8 a cura del progetto Espaces Europa. Per questo numero ho scritto l’articolo che riporto qui di seguito. (a.c.)

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L’uomo ad immagine di Dio: appunti per un contributo al dibattito sulla dignità umana

Questo intervento intende offrire alcuni appunti per una lettura della nozione biblica dell’uomo e della donna come immagine di Dio che sta alla base del riconoscimento della comune dignità di tutti gli esseri umani. Si propone di indicare alcuni elementi implicati in tale intuizione ed espressi nella tradizione cristiana. Nella linea del Concilio Vaticano II che ha ripreso questa indicazione quale punto di riferimento per una riflessione antropologica in dialogo con le culture, si evidenzia infine in quali modi questa idea può essere feconda nell’attuale dibattito.

Immagine di Dio: tradizione biblica

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27)

Questo versetto del racconto della creazione di Genesi secondo la tradizione sacerdotale costituisce un riferimento essenziale nella tradizione  ebraico cristiana. Esso racchiude l’affermazione della grandezza dell’uomo, e nel contempo indica un limite fondamentale ed una critica radicale di fronte ad ogni dominio dell’uomo sull’uomo: nessun essere umano e nessun altro elemento della natura può pretendere di prendere il posto di Dio creatore e di porsi come un assoluto. L’uomo, situato nella condizione di creatura davanti al Creatore condivide con tutta la creazione la condizione di limitatezza e di bisogno dell’altro. Queste parole bibliche racchiudono da un lato l’affermazione della dignità incomparabile di ogni essere umano. Essa deriva dalla comunione con Dio. D’altro lato tale condizione non è statica ma è segnata da una chiamata ad un compimento di tale rapporto, espressa nella metafora dell’immagine somigliante. Nel salmo 8,6-9 si pone la domanda su chi è l’uomo e viene delineata la sua condizione particolare nel creato: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”. Ogni uomo e ogni donna hanno pari dignità rispetto ai propri simili. L’ umano, nella sua totalità, nella diversità di uomo e donna, è presentato come immagine di Dio in una situazione di relazione costitutiva di fronte all’altro. Questa relazione fondante è anche appello a vivere la relazione con l’altro come luogo di realizzazione di sé nell’incontro e nella comunione con Dio stesso. La visuale biblica considera l’uomo come partecipe della dimensione creaturale e nel contempo con un compito di responsabilità che si esprime nella prassi della custodia e della cura in rapporto con la terra (Gen 2,15). Immagine è quindi l’uomo nella sua totalità, non un suo elemento o una sua facoltà particolare, ed è altresì costituita dalla relazione e nella relazione: si tratta di una relazione di uomo e donna, con gli altri, con gli animali, con tutto il creato e con Dio. L’essere dell’uomo ‘ad immagine’ ha un carattere profondamente relazionale.

Nella riflessione del Nuovo testamento la comunità cristiana approfondisce questa linea di pensiero cogliendo come Gesù Cristo sia immagine di Dio (2Cor 4,4): “Egli è immagine del Dio invisibile generato prima di ogni creatura” (Col 1,15; cfr Eb 1,3). si tratta di una immagine che comprende uomo e donna (Gal 3,28).

Già nel Primo Testamento emerge il riconoscimento di una condizione di dignità allo straniero, all’orfano e alla vedova, categorie svantaggiate di poveri. Ad essi si chiede di guardare con lo sguardo di Dio che ha cura dei poveri e si è chinato sul popolo di Israele, oppresso nella schiavitù di Egitto, che viene ad essere parte per il tutto del genere umano. Nel suo insegnamento Gesù apre alla considerazione della dignità di chi è tenuto ai margini, sia per motivi sociali, come i malati o i miseri, sia per motivi religiosi e morali, come i peccatori, i piccoli e i poveri. L’annuncio che il regno di Dio appartiene ai poveri e la sua prassi di vicinanza e di ospitalità possono essere viste come il centro della sua testimonianza tesa a presentare il volto di Dio. Gesù riconosce l’unicità di ogni persona e la dignità di persone considerate indegne, scorgendo in esse la capacità di amare gratuitamente, nonostante il peccato, come nell’episodio della donna peccatrice di Lc 7, o la possibilità di aprirsi al dono di un incontro grazioso, come i malati guariti e i peccatori perdonati. Egli stesso disprezzato e condotto alla condanna ignobile della croce testimonia invece una vita vissuta fino alla fine nella fedeltà al Padre e nel dono e nel servizio.

Questa figura della dignità di chi è considerato indegno si radica già nella vicenda del servo sofferente di Isaia (Is 52,13-53,12): non si presenta in modo da poter suscitare attenzione e attrazione, eppure proprio questo volto dai tratti enigmatici rappresenta l’intero popolo di Israele e giunge ad indicare l’uomo nella sua condizione di miseria, e nel subire la sofferenza in solidarietà diviene causa di salvezza per le moltitudini.

Per cercare nella tradizione classica parallelismi e distanze rispetto a tali concezioni si potrebbe far riferimento a due orizzonti. Il primo è rappresentato dalla concezione della dignità in ambito greco e poi romano. Nella tradizione greca l’uomo degno è il valoroso, colui che attua gesti di valore nei confronti di altri. Ettore è il paradigma di tale valore che si fonda sulla capacità di eccellenza nel compiere il bene e nell’affrontare le prove. Nell’ambito romano, che si collega al mondo greco, la nozione di dignitas si delinea in rapporto alle azioni non tanto di chi riceve cura da altri, ma di chi opera attivamente e si rende meritevole nei confronti della patria o del prossimo. Gli uomini degni, secondo tale visuale, sono i virtuosi, capaci di compiere opere grandi e i valorosi che hanno conquistato un merito (dignitas in latino significa merito, grado, carica) con le loro opere, corrispondendo così ad una visione gerarchica dell’umanità.

Un diverso orizzonte è rappresentato dalle parole che Sofocle pone sulla bocca di Edipo nel dialogo con Ismene, nell’Edipo a Colono: “E’ quando io sono niente che divento veramente uomo”. Si tratta di una confessione di un uomo che ha vissuto l’abiezione del male e addirittura con il suo incesto e con l’uccisione del padre ha varcato quei limiti che lo pongono fuori dal consesso umano. In quella condizione di indegnità Edipo esprime la consapevolezza e la possibilità di essere riconosciuto come uomo nonostante il male compiuto. Supplica così di non veder ridotta la sua persona agli atti, pur malvagi, che ha compiuto.

Tale figura s’incontra con l’affermazione cristiana secondo la quale ogni volto è immagine di Dio e va considerato nella sua dignità. Nella visione del Nuovo Testamento la partecipazione all’immagine è processo dinamico di configurazione all’immagine di Cristo: non c’è una considerazione statica, ma si tratta di diventare immagine. La lettera ai Colossesi esplicita questa dimensione dinamica utilizzando la metafora dello ‘spogliarsi e rivestirsi’ nella linea di una novità che trasforma l’esistenza nella relazione con Cristo e in rapporto al Padre (Col 3,10): “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore”. Il divenire immagine si compie in un percorso che implica la lotta e il superamento del male ed una trasformazione che è effetto di una relazione con Cristo presentata nei termini della illuminazione (2Cor 3,18-4,6): un passaggio dalla morte alla vita per rinascere in modo nuovo (Gal 3,26-28). La configurazione a Cristo indica così una vita vissuta nei termini dell’attenzione a chi umanamente è indegno, i malati, i poveri, i carcerati, gli stranieri (cfr. Mt 25) scorgendo nel loro volto la dignità del crocifisso che si identifica con i suoi fratelli più piccoli.

Sviluppi patristici: ad immagine e somiglianza

L’intuizione biblica dell’uomo creato secondo l’immagine di Dio trova grande sviluppo nella tradizione patristica. Diverse sottolineature sono offerte nell’interpretazione dei versetti di Gen 1,26-27.

I padri elaborano le loro interpretazioni sulla base del testo greco della Bibbia. La traduzione dei LXX apporta in particolare al testo di Gen 1,26 una serie di importanti risonanze: introduce infatti termini come eikon e omoiosis derivanti dalla tradizione filosofica. Soprattutto essi recavano con sè lo spessore semantico immesso da Platone che gli aveva ampiamente utilizzati nel suo pensiero.

Nel pensiero platonico la nozione di immagine implica una relazione tra mondo sensibile e mondo intellegibile: l’immagine partecipa come ‘copia’ del suo modello (Parmenide 132d; Cratilo 439ab). C’è una differenza radicale tra il mondo sensibile della menzogna e del divenire (Fedro 250b) e il mondo intellegibile, tuttavia essi stanno in relazione in quanto il sensibile partecipa come una copia rispetto al modello, e ne è un riflesso. La somiglianza/assimilazione è da Platone associato alla vocazione del filosofo: è un’esigenza spirituale e l’amico della sapienza la realizza attraverso la vita virtuosa e con l’esercizio della contemplazione (Repubblica VI 13,500c; X 12,613ab; Leggi IV 716cd).

L’esegesi patristica cercherà di unire insieme l’interpretazione di due pagine di Genesi: Gen 1,26 e Gen 2,5 in cui si parla dell’uomo plasmato dalla terra, contrapponendosi a visuali segnate da uno spiritualismo estremo ed integrando la tradizione platonica nel quadro della fede biblica.

A partire da questi testi, Ireneo, nel II secolo, afferma la partecipazione dell’uomo alla condizione terrena, sottolinea la tensione presente tra un dono di immagine che non può venir meno e la dimensione dinamica del compiere la somiglianza. Questa si può attuare nella vita come risposta libera ad un invito personale di comunione. Nella vita cristiana c’è un primato dell’azione di Dio espresso dalla metafora dell’argilla che esprime da un lato la condizione di miseria ma dall’altro anche la dignità dell’uomo nel soffio di vita che eleva l’Adamo tratto dalla terra ad entrare in una relazione personale con Dio: “Non sei tu che fai Dio, ma Dio che fa te. Se dunque tu sei l’opera di Dio, attendi la mano dell’artista, che fa ogni cosa al momento opportuno nei confronti tuoi, che sei l’oggetto modellato. Presentagli un cuore flessibile e adattabile e conserva la forma che l’Artista ti ha dato. Nel mantenere questa conformità, salirai fino alla perfezione, perché l’arte di Dio nasconderà l’argilla in te” (Contro le eresie IV 39,2). L’insistenza particolare di Ireneo sta nell’affermare che tutto l’uomo, non solamente una sua parte, è costituito secondo l’immagine (Contro le eresie V 6,1): “‘Tutto il vostro essere – lo spirito l’anima e il corpo – sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore Gesù’. Invece Dio sarà glorificato nella sua propria creatura, rendendola conforme e simile al suo proprio Figlio. Infatti per mezzo delle Mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, l’uomo e non una parte dell’uomo, è fatto ad immagine e somiglianza di Dio”. Egli intende così reagire ad una concezione deterministica della vita umana e pone accento sulla relazione costitutiva che comprende tutte le dimensioni dell’uomo. La somiglianza è infatti come un seme e può essere sviluppata: il soggetto umano nella sua accoglienza libera è chiamato a fiorire in tale compimento dell’immagine. Il cammino storico dell’umanità è così letto come vicenda in cui si svolge la responsabilità umana nella relazione con Dio. Centrale nella visione di Ireneo è l’idea secondo cui l’uomo è posto in relazione con le tre persone divine che sono coinvolte in un’opera di plasmazione che continua nella storia della salvezza: per mezzo delle mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, tutto l’uomo, e non solamente una parte dell’uomo, è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

La categoria dell’uomo immagine, attraverso l’interpretazione di Filone giunge anche nella riflessione dei   padri alessandrini. Origene in particolare, ha presente le critiche di chi vi scorgeva una concezione materiale e antropomorfica del divino. Insiste perciò sulla dimensione interiore e spirituale dell’immagine di Dio nell’uomo e accentua inoltre, in polemica con il pensiero deterministico degli gnostici, la dimensione della libertà umana. L’autentica immagine di Dio è spirituale ed è l’anima umana, e centrale è il ruolo della libertà nella trasformazione della vita in rapporto al Logos. In senso stretto l’immagine di Dio è il Logos nella sua divinità e svolge la sua mediazione in quanto Logos incarnato. L’uomo, a sua volta è immagine non nella dimensione del suo corpo, ma nel senso che, guardando la sua anima, può conoscere il Verbo che si è rivelato in Cristo: “Quale altra è dunque l’immagine di Dio, a somiglianza della quale l’uomo è stato fatto, se non il nostro Salvatore? Abbiamo dunque gli occhi rivolti sempre a questa immagine di Dio, per poter essere di nuovo trasformati alla sua somiglianza” (Omelie sulla Genesi 1,13)

Agostino riprende l’indicazione biblica di Gen 1,26 dell’uomo come dominus del creato e vede il fondamento di una signoria da attuarsi come cura nel fatto del suo rassomigliare a Dio. Per arrivare a Dio bisogna interrogare l’uomo: è la strada agostiniana dell’interiorità, la ‘svolta antropologica’ del cristianesimo antico. L’uomo è immagine di Dio Trinità, relazione in se stesso, nel suo essere costituito di mente conoscenza e amore o memoria, intelligenza e volontà ed è visto immagine di Dio in quanto ‘capace di Dio’ (Trinità 14,8,11).

Tale impostazione presenta una fondamentale apertura ad una trascendenza costitutiva ed alla fondazione trascendente, in Dio, del medesimo senso della vita e dell’operare dell’uomo: tuttavia appare anche l’insistenza sulla libertà e sulla responsabilità umana nel compiere l’immagine che lo costituisce a livello di creazione nel corso della propria esistenza ed in un orizzonte di relazione.

La considerazione della condizione umana come ‘immagine’ apre ad una visione che superi la visuale di contrapposizione tra l’umanità e Dio; nel contempo preserva tutto lo spazio della responsabilità umana. La dignità umana non è vista come un dato separato ma è inclusa nella vita stessa di Dio che comunica una partecipazione alla sua immagine.

L’essere immagine implica una relazionalità intrinseca alla condizione umana, che trae il suo fondamento nel dono originario costitutivo della vita umana. Questa è chiamata a compiersi nella relazione creaturale, con gli altri e con la natura. Dio dona la sua comunione coinvolgendo l’umanità nel cammino del divenire immagine: suscita così la responsabilità per una trasformazione che si deve attuare nella libertà e nella cura degli altri e della creazione.

La ripresa del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II ha ripreso questa nozione di immagine di Dio e nella costituzione pastorale Gaudium et spes l’ha suggerita come motivo fondamentale per affermare la dignità umana e i diritti di ogni persona. In particolare sottolinea l’orizzonte  cristologico: è Cristo l’immagine di Dio invisibile e sottolinea anche la struttura trinitaria dell’immagine (GS 10). Si esprime anche la visione di continuità tra cammini di autentica umanità e l’immagine di Dio che è Cristo stesso: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo […]. Cristo […] svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). In questa linea l’attività umana è letta come risposta alla chiamata divina ed espressione di responsabilità (GS 34). Altresì è indicata un’analogia tra la comunione interna alla vita delle persone divine, e quella che l’umanità è chiamata a formare sulla Terra (cfr GS. n. 24)

La nozione di immagine nel dibattito sulla dignità umana

In questo rapido panorama della riflessione sull’umanità come immagine di Dio si possono riscontrare alcuni aspetti fecondi nel dibattito odierno sulla dignità dell’uomo.

Questa visione presenta un valore proprio della creazione per cui l’uomo e la donna sono immagine all’interno della creazione ed in rapporto ad essa. Tuttavia anche la creazione è letta nella relazionalità che la apre oltre se stessa ad un rapporto con Dio stesso.

In secondo luogo la concezione dell’uomo come immagine di Dio ha in sé una valenza dinamica nella considerazione di una lettura trinitaria che è relazionale e non solamente fisico biologica.

In terzo luogo si può evidenziare come essa connoti l’uomo e la donna come esseri in cammino, orientati ad una pienezza che è mèta da raggiungere nel futuro e responsabili in una vicenda storica da considerare luogo dello svolgimento della storia di salvezza.

Il tema dell’immagine pone inoltre le istanze fondamentali della comunione, della cura e del servizio. Il divenire immagine trova il luogo del suo realizzarsi proprio nel dialogo e nella ricerca da condurre insieme a tutti coloro che condividono la medesima umanità, verso ciò che è autenticamente umano.

Secondo tali orizzonti la nozione dell’umanità come immagine di Dio può essere un contributo nella considerazione della dignità di ogni uomo e donna. L’immagine infatti si attua nella relazione e dice attitudine di apertura nei confronti di ogni altro.

In questi elementi mi sembra si possa trovare la fecondità di questa tradizione qui rapidamente tratteggiata nel dibattito contemporaneo e la possibilità di un apporto nella ricerca di percorsi che offrano a ciascun uomo e donna, in ogni momento dell’esistenza, il pieno riconoscimento della propria dignità.

Alessandro Cortesi op

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