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XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5343.JPGSir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

L’umiltà è attitudine che fa rimanere con i piedi per terra (humus). Porta a tener sempre presente la differenza tra la terra e il cielo, e soprattutto a mantenere coscienza del limite della propria vita. Anche le azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno le loro radici profonde nell’humus di un dono: non possiamo dire ‘nostro’ fino in fondo il cammino compiuto. Esso è piuttosto fioritura di una gratuità che precede sempre, di doni da riconoscere con umiltà. L’attitudine del vantarsi rivela immaturità e incapacità di giudicare, una radicale insipienza di fronte alla vita.

Gesù pronuncia una parabola a partire dal suo sguardo alla vita, osservando gli invitati nella casa di uno dei capi dei farisei: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti. Tanto spesso anche nella nostra esperienza quotidiana il problema del posto è rilevante: dal ‘posto’ prenotato e difeso con durezza quando si sale su un mezzo pubblico, al ‘posto’ come ruolo nella società, nel lavoro. C’è chi occupa i primi posti e chi all’ultimo posto o senza posto: il nostro mondo sempre più sta divenendo la ‘società dei senza…’: senza diritti, senza posti da rivendicare, senza cura e attenzione.

Così chi sta ai primi posti nella società è considerato più importante di altri, da riverire nel riconoscimento di meriti e capacità. Ed è bene che ai primi posti, i posti di responsabilità, di guida, di orientamento stiano persone che si distinguono per competenza, per preparazione, per faticosa acquisizione di esperienza e studio. Talvolta tuttavia chi è ai primi posti lo deve ad appoggi, a privilegi, a facilitazioni avute, quando non a malaffare. Ma nello stare in un posto nella vita c’è modo e modo di atteggiarsi: ci può essere la modalità di chi dà spazio solo a chi è tra i primi ed attua disprezzo verso chi sta agli ultimi posti.

Gesù non intende elaborare una teoria sui ruoli nella società. Propone invece con la sua parabola un cambiamento radicale da un modo di vivere secondo una mentalità di competizione, teso a superare gli altri. Propone uno stile di vita alternativo, in cui i rapporti sono intesi come opportunità di un cammino insieme, dove la vita dell’altro è vista come parte della mia stessa vita: un cammino solidale.

Ma nella parabola di Gesù non c’è innanzitutto un messaggio che smaschera ogni arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto vuoto. Il messaggio profondo della parabola ha una valenza propriamente teologica: Gesù sta parlando del volto del Padre. E tale messaggio implica la proposta rivoluzionaria di una modalità di rapporti nuovi in cui venga superata la discriminazione e la disuguaglianza.

E’ infatti il Padre ‘colui che invita alla festa di nozze. E’ lui l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. L’annuncio al centro della parabola riguarda il volto di Dio come ‘colui che invita’: è invito a scorgere l’annuncio della grazia del Dio che chiama ‘amici’ i suoi commensali. Da qui deriva la responsabilità di vivere nella propria vita la testimonianza di questa scoperta: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Il regno di Dio apre ad una situazione nuova di rapporti in cui l’attenzione principale è per coloro che sono agli ultimi posti. La nuova regola che Gesù propone ai suoi è di fare come il padre, che invita, che fa salire. E’ l’invito a prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi era considerato da escludere. Anche lo stare ai primi posti non ha altro senso se non quello di farsi accanto, nel sostegno e nella compagnia , condividendo il posto di chi è più svantaggiato. E’ occasione di dare, quando qualcosa si ha, sapendo di aver ricevuto, e di farlo con semplicità. Il suo invito è a far salire al primo posto chiamando ‘amici’ tutti coloro da cui non si può avere contraccambio: perché la gratuità è il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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La vita dei senza…

Le vite ineguali… è il titolo di un libro dell’antropologo francese Didier Fassin che così scrive: “La vita dei senza. Che siano persone senza permesso di soggiorno, senza domicilio, senza cittadinanza, senza una terra, senza diritti, la possiamo comprendere solo in relazione alla vita dei ‘con’, per così dire, ovvero la vita di coloro che beneficiano di queste cose generalmente date per scontate in una relazione mediata dall’insieme delle istituzioni che contribuiscono a legittimare e mantenere tali disuguaglianze. (…) Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza (…) permette di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia”.

La brava giornalista Francesca Mannocchi, autrice di Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Einaudi 2019), riprende le riflessioni di Fassin in un recente articolo su L’Espresso dal titolo ‘La vita dei senza’, del 25 agosto 2019 e scrive:

“I corpi, i volti degli uomini della Open arms (la nave con circa un centinaio di migranti bordo salvati nel Mediterraneo e costretti ad attendere per più di quindici giorni un porto sicuro dove sbarcare ndr) impongono di chiederci se possiamo dirci ancora capaci di ospitalità, del crocevia di cammini – per dirla con Edmond Jabès – che riconosce il valore di chi è accolto e, attraverso l’ospitalità, conferisce valore a chi accoglie. Raccontano la paura dell’hospes che può rivelarsi hostis, cioè dell’ospite che può divenire nemico, o peggio, capro espiatorio quando i sentimenti della cura e dell’ospitalità vengono negati. Perché è dalla nostra capacità di fare spazio all’Altro, qualunque Altro che inaspettatamente bussi alla nostra porta, che dipende la qualità del nostro cammino nel mondo. E con esso il nostro gradi di civiltà. La medesima radice può generare rifiuto o comunità, sta a noi decidere, sempre, da che parte stare. Decidere cioè se Hos diventi ospite, o se invece diventi ostile. (…) Lo straniero ci consegna domande ostiche: la vita di Te che mi tendi la mano ha lo stesso valore della mia? Lo straniero, non il migrante, il rifugiato, il richiedente asilo, il minore non accompagnato – lo straniero, non le griglie semantiche, le categorie burocratiche in cui vogliamo spingere le persone per semplificare le implicazioni sociali della loro biografie – lo straniero, colui che semplicemente diverso da noi perché proviene da un altro paese, ha una storia diversa dalla nostra, è banalmente nato altrove, ci affida con la sua presenza, con la sua richiesta di ospitalità, la responsabilità delle ‘politiche della vita che affrontino gli effetti delle disparità di trattamento e le configurazioni sociali che incorporano tali disuguaglianze. Mentre la politica nazionalista e sovranista, la politica dei confini, impugna rosari appellandosi al cuore immacolato di Maria, la politica progressista, moderna dovrebbe essere capace di leggere il mondo nella sua complessità e di relazionarsi a tale complessità non con soluzioni reazionarie e retrive ma incoraggiando la pluralità. Perché le vite sono plurali”.

Viviamo un tempo in cui la vita dei ‘senza’, di coloro che sono relegati agli ultimi posti e vengono esclusi perché non c’è posto per loro nel mondo impegnato alla rincorsa dei primi posti, è provocazione a scorgere la sfida della costruzione di una comune umanità plurale. Proprio il rapporto con chi sperimenta sulla sua pelle la vita ineguale è luogo di costruzione di un percorso altro, che sappia accogliere l’utopia lanciata da Gesù: ‘invita i poveri alla mensa … e sarai beato perché non hanno da contraccambiarti’.

Apre l’orizzonte di una vita intesa non nei termini del commercio per cui tutto ha un prezzo e ad ognuno è richiesto di essere sempre più ricco per poter comprare, ma secondo un altro criterio che è quello del valore supremo dei volti sopra ogni cosa. I volti degli altri da riconoscere come appello a scoprire il proprio autentico volto e a condividere il comune invito alla tavola della vita.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

A fine ottobre 2011, tra il 22 e il 23, una volontaria italiana, Rossella Urru, insieme a due collaboratori spagnoli, è stata rapita in un campo profughi Saharawi nel Sud dell’Algeria. Era lì per dire con la sua presenza solidarietà al popolo Sahrawi come coordinatrice di attività di una ONG per lo sviluppo dei popoli. Dopo più di sei mesi è ancora nelle mani dei suoi rapitori, una formazione di guerriglieri del Mali che si ispirano a Al Qaeda (Aqmi).

E’ una vicenda che colpisce per la situazione di angoscia che quella giovane sta provando in questo tempo così prolungato, per la violenza che si accanisce contro i più vulnerabili, contro chi vive concretamente solidarietà e vicinanza verso popoli segnati dalla privazione di diritti. Ma colpisce anche perché Rossella, come tanti volontari nel mondo, si era recata nel deserto del Sahara algerino nei campi profughi Saharawi, perché aveva scoperto una patria, una ‘casa’ più ampia della sua patria di origine. Aveva scoperto che poteva portare quanto aveva maturato nella sua casa per far sì che altri potessero ‘dimorare’ nella loro terra facendo esperienza di relazioni di solidarietà. Una donna uscita dalla sua casa per portare speranza di dimorare in pace ad un popolo in esilio, è stata privata della rete dei suoi affetti e costretta in condizione di prigionia. Una donna che ha deciso di ‘rimanere’ al fianco di un popolo tenuto lontano dalla sua ‘casa’, per costruire legami di speranza.

‘Rimanete in me…’ Dietro a queste parole di Gesù sta l’indicazione di una relazione profonda personale. Il rapporto con lui ha a che fare con il ‘dimorare’, con lo ‘stare a casa’. E la casa è luogo che ripara, difende, ma anche luogo in cui si cresce maturando giorno dopo giorno l’apertura a relazioni, diverse, ognuna originale e unica e da comporre insieme nella difficoltà di uscire continuamente da relazioni di possesso o univoche per vivere la bellezza e la fatica di rapporti plurali. E per uscire dalla casa e scoprire la fioritura della vita nel costruire dimore di relazioni.

Il dimorare non è solamente poter vivere sotto un tetto, ma è costruzione di rapporti in cui si impara a riconoscere e ad essere riconosciuti. Così si parla di una casa ‘calda’, non solo perché ha sistemi di riscaldamento efficienti, ma perché le parole pronunciate, i gesti compiuti, i pensieri, il tempo vissuto stanno sotto il segno del riconoscimento dell’altro. Ciò avviene non per generazione spontanea, ma accade quando si lascia spazio alle sorgenti più profonde della propria vita. Ognuno infatti è nato venendo fuori da una casa, da una dimora di relazione in cui è potuto crescere in un rapporto vivente. Così tutta la vita reca in sé una spinta ad uscire e farsi accoglienza e germogliare in incontri nuovi. Ciò avviene quando la presenza dell’altro viene riconosciuto e diviene importante.

Chi ha imparato a vivere vincendo le paure di fronte all’altro si apre a scoprire che si può essere ‘a casa’, e  sentirsi a casa custodendo quella dimora interiore anche sulle strade, anche quando si varcano soglie delle case degli altri, o quando altri giungono a bussare alla nostra porta. Maturare la consapevolezza e il senso del dimorare apre anche a scoprire che la dimora è chiamata ad essere luogo dell’ospitalità e il cuore, l’interiorità, può divenire casa di relazioni aperte e molteplici. Anche fuori della propria casa, sentendosi a casa là dove c’è la relazione, o dove essa non c’è e si deve costruire con fatica.

‘Rimanete in me’ è la parola al cuore del vangelo di oggi. Leggo in questo ‘rimanete’ innanzitutto la apertura di ospitalità della persona di Gesù. Aveva capacità, pur non avendo casa, di offrire casa a chi incontrava, ai suoi che si sapevano riconosciuti da lui, a coloro che da lui si recavano sapendo di poter trovare accoglienza e sostare con lui come chi sa che trova
dimora.  Entrare in questa relazione è scoprire quella casa in cui ci sono molti posti: “nella casa del Padre mio ci sono molti posti… Io vado a  preparavi un posto”. C’è posto per la nostra vita nel cuore di Dio. C’è accoglienza e non esclusione. Il venire di Gesù per tutti – e la sua vita è stata una testimonianza della sua condivisione aperta a coloro che erano tenuti fuori delle case e delle città, emarginati e da evitare – esprime questi orizzonti nuovi in cui scoprire un volto di Dio che fa dimorare, che costruisce dimora. Ma è così anche delle nostre comunità o proprio questo tesoro è del ‘rimanere’ come smarrito?

Gesù chiede ai suoi di ‘rimanere in lui’ perché nella sua vita c’è una dimensione profonda che offre come dono: il suo dimorare nel Padre. La sua esperienza umana è segnata dal suo rapporto unico e particolare di legame con il Padre che chiama Abba’. Per questo Gesù chiede ai discepoli di rimanere in lui. E’ un rimanere che si comunica. Ed è in vista di un fiorire, di un germogliare alla vita.

Nel Primo testamento nel segno della vigna sono posti insieme diversi elementi: da un lato la cura appassionata, la fedeltà amorosa e la vicinanza di Jahwè, il Dio della promessa e della benevolenza che ha cura e coltiva la vigna metafora del popolo d’Israele; d’altro lato questa immagine porta con sé il rinvio all’infedeltà, alla dimenticanza ed alla durezza di cuore di coloro a cui Dio offre la sua alleanza.

Dio degli eserciti, volgiti,  guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare la presenza stessa di Gesù. Gesù è pienamente inserito nella vicenda di Israele, fa propria la vicenda di tutto un popolo e si pone come termine di riferimento di tutte le promesse di Dio.  La vera vite è lui e nella metafora si coglie la sua vicenda personale ma anche la dimensione comunitaria, di comunicazione di vita che da lui trae origine.

Seguire Gesù implica entrare in un rapporto, in un ‘dimorare’ che è coinvolgimento dell’esistenza. Non chiude ma apre orizzonti ancora inesplorati. In fondo l’importante nella vita è la tessitura di relazioni in cui altri possano scoprire di essere a casa. E’ questo il germogliare dell’esistenza e la sua possibilità di portare frutti.

La testimonianza di Cristo e del vangelo oggi ci giunge da tanti che hanno lasciato germogliare nella loro vita parole di Gesù che non sono proprietà esclusiva di nessuno, ma portano frutto lì dove trovano accoglienza e divengono vita: “se le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto…”. Ed anche le comunità cristiane che altro dovrebbero vivere oggi se non questa serena apertura ad aprire spazi perché le parole di Gesù rimangano, a creare luoghi in cui chi è escluso e senza patria e senza riconoscimento possa sentirsi accolto? E tutto ciò senza tante altre preoccupazioni?

Alessandro Cortesi op

II domenica del tempo ordinario anno B

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

E’ inizio del tempo ordinario della liturgia. E’ il tempo della quotidianità, quel tempo che talvolta sfugge o non è guardato con attenzione perché è il tempo delle cose ordinarie. Il tempo della vita di tutti i giorni, quello che scorre spesso nel vivere le cose che non hanno nulla di eccezionale, ma sono appunto, ordinarie. Ma è proprio questo quotidiano il luogo in cui operiamo scelte, compiamo gesti, ascoltiamo e pronunciamo parole che costruiscono, giorno dopo giorno, lentamente, la nostra vita e quella di chi sta accanto a noi: nella quotidianità viviamo un modo di stare nel mondo, di vivere con altri, di guardare le cose, le persone, le situazioni. Nella quotidianità di svolgono gli incontri che ci pongono in relazione con altri e ci conducono a divenire chi noi siamo. Nella quotidianità si rende visibile la direzione del nostro cammino: sono le ricerche più immediate e sono le ricerche e le attese più profonde.

Forse il primo messaggio di questa liturgia sta qui: guardare la quotidianità in modo nuovo profondo, anche e soprattutto quando la quotidianità non è brillante, non è fatta di cose eccezionali, ma ci appare silenziosa o banale. In una notte come tante altre Samuele ascolta una parola che si fa chiamata di Dio per lui. Dio si fa vicino nelle ore del silenzio e  del riposo e chiede un ascolto a lui nel quotidiano (prima lettura). Così la pagina del vangelo di oggi dice che l’incontro stesso con Gesù si pone nel tessuto di incontri ordinari, tra fratelli, tra persone che si conoscono e raccontano della loro esperienza vangelo. La seconda lettura ci ricorda poi che quotidianità è segnata ancora dalla concretezza dal nostro vivere la corporeità, non come un oggetto o strumento ma quale corpo che ciascuno e ciascuna è.

La pagina del IV vangelo in particolare ci parla di sguardi, di ricerca, di gesti che appartengono alla quotidianità e in cui si rende presente l’incontro con Gesù, e l’inizio di un percorso che conduce a cogliere il quotidiano come trasfigurato, luogo di incontri che hanno uno spessore impensato, che cambiano la vita e la mettono in movimento. Innanzitutto gli sguardi: Giovanni fissando lo sguardo su Gesù che passava… Gesù, osservando che lo seguivano, disse loro… venite e vedrete… andarono dunque e videro… Fissando lo sguardo su di lui Gesù disse…

C’è un gioco continuo di sguardi che costituisce il tessuto silenzioso su cui è costruita questa pagina. Sguardi di altri su Gesù e sguardi di Gesù sulle persone. Il nostro guardare è spesso superficiale, incapace di andare oltre. C’è uno sguardo diverso possibile, un fissare, uno sguardo che conduce a riconoscere, a scoprire profondità inedite delle situazioni e delle persone. Questa pagina in particolare parla dello sguardo del Battista verso Gesù e già all’inizio del vangelo indica come ‘agnello di Dio’: sarà Gesù che compie la Pasqua e diverrà lui l’agnello della Pasqua, il segno di una alleanza, di un incontro donato nella sua vita.

Ma c’è anche uno sguardo di Gesù che genera incontro, che apre ad una rete di relazioni che si svolgono nel quotidiano. Gesù – ci dice il IV vangelo – ha uno sguardo che chiama per nome e apre a seguirlo in modi diversi. Non s’impone: propone di condividere un tratto di cammino e conduce a scoprire dove è il suo dimorare. E sono così suggeriti diversi livelli di lettura: Gesù non aveva una sua casa, eppure ha condotto chi lo seguiva a ‘vedere’ dove dimorava, dove, nonostante tutto, offriva ospitalità. Il suo sguardo accompagna allo stare con lui, al rimanere. Si potrebbe pensare ad un rimanere nel suo cuore, nello spazio che il suo sguardo apre. Poi il IV vangelo ci dirà che la dimora di Gesù è la comunione: è comunione con il Padre… è la casa del Padre: ‘nella casa del Padre mio ci sono molti posti’ – dirà a i suoi -. La dimora di Gesù è il suo cuore, uno spazio ospitale che non si chiude ma si apre ad un’accoglienza che si allarga. Il suo è sguardo che apre all’accoglienza e alla comunione e genera cammini di comunione.

‘Venite’: è invito a far propria questa logica di accoglienza, a maturare un cambiamento che non proviene da una dottrina imparata ma da una condivisione di vita: venite e vedrete. Non tutto e subito, ma sarà un lungo cammino – sembra dirci Giovanni – un cammino che può durare tutta l’esistenza, un cammino in cui aprirsi ad un vedere nuovo. Un cammino per vedere in modo nuovo: sarà la grande preoccupazione del IV vangelo nel parlare dello sguardo capace di leggere i segni e di aprirsi al credere. Tutto sta nel vedere: ci può essere un vedere che non va in profondità e ci può essere un vedere nuovo, un vedere interiore che si accompagna al credere, all’affidarsi.

I due discepoli del Battista seguono Gesù, rimangono con lui: rimangono come Gesù chiederà ai suoi di rimanere, di fissarsi in lui, come i tralci attaccati alla vite. E incontrano i loro fratelli, Andrea era fratello di Simon Pietro. L’incontro con Gesù segue le vie degli incontri quotidiani: i legami, la parola che passa e racconta le cose belle vissute, l’invito che si pone nel contesto di relazioni amiche… Non ci sono atmosfere religiose e rarefatte in questa pagina, ma i tratti dei legami di amicizia che segnano le esistenze.Il IV vangelo ci invita a fuggire grandi e altisonanti progetti di ‘rievangelizzazione’ – che hanno spesso il sapore di progetti di organizzazione e di preoccupazioni di controllo e di potere – e di pensare all’incontro di Gesù come tesoro prezioso custodito nella trama di incontri dove i volti si riconoscono, dove l’altro ha un nome. E’ il tessuto della testimonianza personale di parole amiche, cariche di vita, che passano senza clamore tra le pieghe silenziose di esistenze ordinarie, che non si impongono per arroganza o per la potenza dei numeri.

Oggi sono molteplici le possibilità di incontri: le nostre vite sono collegate spesso in social network, ma sempre più spesso si sperimenta la solitudine di cittadini globali che non sanno vivere incontri in cui dare tempo, in cui sedersi attorno ad un tavolo per condividere, in cui dare un ascolto di parole e silenzi.

Lo sguardo di Gesù, l’incontro con lui è esperienza che apre la vita a scoprire in modo nuovo il proprio nome: fissando lo sguardo su di lui Gesù disse: ‘sarai chiamato Cefa’. Dietro a queste parole si nasconde un messaggio importante: c’è un disegno del Padre che per ognuna e ognuno è invio a scoprire la chiamata nascosta al cuore del proprio nome, al cuore della propria esistenza. Ed è chiamata di novità, che cambia interiormente ed apre oltre ogni chiusura a cammini nuovi. E’ apertura ad un modo nuovo di guardare, a seguire il cammino di Gesù come ‘agnello’. Il suo volto di messia non si impone con la forza ma racconta nel suo cammino umano la presenza di Dio che manifesta la sua gloria nell’amore come dono e servizio.

Ci possiamo chiedere: come accogliere lo sguardo di Gesù su di noi? E’ un sguardo di benevolenza e uno sguardo che ci affida se stesso. Negli incontri quotidiani siamo chiamati a riconoscere il passaggio della testimonianza dell’incontro di Gesù che ci raggiunge attraverso la testimonianza di altri, e noi stessi possiamo offrire quanto ‘abbiamo visto’ ad altri nel clima dell’amicizia e della condivisione.

Gesù chiede che cosa cercate? Quali sono le nostre ricerche, le nostre attese? Siamo attenti e lasciamo spazio alle ricerche di chi è vicino a noi, aprendo cammini senza offrire subito soluzioni?

Alessandro Cortesi op

 

IV domenica di avvento – anno B 2011

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

La pagina di Luca è quasi un tessuto in cui i rinvii al Primo Testamento costituiscono una trama nascosta ma presentissima. Ad iniziare dalla notazione del tempo: ‘al sesto mese’. E’ primo rinvio di una serie di indicazioni di tempo che attraversano i primi due capitoli del vangelo di Luca. Al sesto mese, qui indicato, seguono i nove mesi dell’attesa, e poi quaranta giorni dopo la nascita fino alla presentazione al tempio. In tutto 490 giorni cioè settanta settimane: è una allusione al tempo indicato dal profeta Daniele nel suo libro per volgere lo sguardo all’orizzonte di liberazione e di salvezza che egli dice si affaccerà dopo appunto settanta settimane. La profezia delle settanta settimane di Daniele – ci sta dicendo Luca – sta compiendosi in quanto accade in quella casa sconosciuta di Nazaret, nella Galilea luogo di confine e della mescolanza, di contatto tra Israele e mondo pagano.  Tempo di compimento, tempo di realizzazione di antiche attese.

Così il saluto “Rallegrati”  è eco delle profezie di Sofonia: “Rallegrati figlia di Siomn, grida di gioia Israele.. il signore ha revocato la tua condanna” (3,14). E ancora: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (…) Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia…” (Sof 3,12-20). E’ gioia della figlia di Sion ma è gioia derivata,contagiata da uno sguardo di salvezza da parte di Dio.

La pagina di Luca riprende il clima di gioia, di novità, della percezione del germogliare di una realtà nuova che pervade questi annunci per Sion. Maria assume così i confronti della donna che compie la chiamata di Sion, donna che raccoglie in sé la vicenda di un popolo popolo e ne segna il cammino, la comunità dei poveri di Jahwè: nell’episodio del roveto ardente il nome di Dio rivelato a Mosè è il nome che dice vicinanza e fedeltà: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si compie nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani.

Maria accoglie questa promessa di un figlio: “lo chiamerai Gesù”. E tale nome significa “Dio salva”. Luca rilegge, riportandolo in filigrana, il dialogo tra il profeta Natan e Davide (2Sam 7,12-16: la prima lettura di oggi): il profeta contesta il re che vuole costruire una casa, cioè un tempio, a Dio. Il profetsa riporta la parola del Signore: non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, un ‘casato’, a Davide, un tempio non di muratura ma un tempio vivente, una discendenza. Questo capovolgimento dei progetti di Davide vede in Gesù la realizzazione della promessa. Ed essa si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Come l’ombra di Dio copriva la tenda dove era conservata l’arca dell’alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel cammino dell’esodo, così ora l’ombra dell’Altissimo copre con la sua ombra Maria, e lo Spirito scenderà. In Maria si rende vicina la ‘dimora’, la presenza vicina di Dio che pur rimane inafferrabile come la luce riparata dall’ombra che la vela. Nulla è impossibile a Dio. Dio rende possibile quanto è impossibile: Dio apre la salvezza laddove c’è sterilità e segni di morte.

Ma tutto questo si compie nella casa. In contrapposizione al tempio che costituiva il contesto della prima scena del vangelo di Luca, che aveva presentato Zaccaria nel momento dell’offerta dell’incenso, siamo qui immersi nella ferialità della casa. Qui si compie il cammino di ascolto di Maria, la ‘serva’ come i profeti ‘servi’, la povera di Jahwè, che rinvia al percorso del credere di ogni credente.

C’è un suggerimento a vivere l’ascolto del Dio della casa, luogo delle relazioni e della gioia scoperta nella disponibilità del fare spazio e dell’accogliere. E c’è una sottile contestazione del Dio del tempio desiderato e rincorso da chi vuole costruire una casa a  Dio. E’ Dio stesso che costruisce una casa: ma questa casa è il volto di un figlio, e rinvia ai volti che chiedono e attendono di essere riconosciuti. E invita ad evitare il rischio di cercare la chiesa delle costruzioni, per aprirsi a saper scorgere, oltre le apparenze, oltre le pretese, alla chiesa del quotidiano, delle case, dei volti, dei legami.

Alessandro Cortesi op

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