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Tre anelli di un padre buono. Note su di un libro sulle religioni a scuola

 

tre anelli Prenna.jpgDio fece tre anelli

Lino Prenna è filosofo di formazione, acuto studioso di Rosmini. Per lunghi anni ha coltivato nell’insegnamento la sua competenza in ambito filosofico insieme all’attenzione educativa. All’Università di Perugia è stato docente ordinario di filosofia dell’educazione. Ha condotto il suo percorso di riflessione unendo insieme impegno ecclesiale e civile. Nell’ambito politico ha manifestato particolare cura nel tenere uniti insieme pensiero e azione. E’ stato negli anni educatore di giovani generazioni ed uno tra i maestri di pensiero che hanno guidato i percorsi dei cattolici democratici in Italia. Uno stile di sobrietà gentile e di profondità di pensiero nell’indicare chiari orientamenti è tratto del suo agire.

Il suo denso libro Dio fece tre anelli. Le religioni a scuola, (ed. Aliseicoop Perugia 2016) può essere letto quale sintesi di studio e progettualità derivante da una lunga maturazione negli ambiti della filosofia, dell’approccio scientifico alle religioni e dell’educazione scolastica. Come indica il titolo il testo si presenta quale contributo in rapporto all’importanza di un posto delle scienze religiose nell’ambito della scuola.

I tre anelli rinviano al racconto che attraversa diverse culture da Baghdad nel VIII secolo – nel dialogo fra il patriarca nestoriano Timoteo I e il califfo al-Mahdi – sino a Gottfried Ephraim Lessing (Nathan il saggio) e riportato da Giovanni Boccaccio nel Decameron: il Saladino pone all’ebreo Melchisedec la domanda su quale sia il monoteismo da considerare vero.

E quest’ultimo racconta di un padre che, volendo lasciare un anello prezioso ai suoi tre figli, non sapendo a quale dei tre affidarlo, ne fa due copie talmente perfette da non poter essere distinte dall’originale. Ogni figlio quindi potrà avere un anello che non potrà essere distinto.

In riferimento alla questione dell’attenzione al fatto religioso nell’insegnamento e nella scuola Lino Prenna presenta una elaborazione teorica di grande spessore unitamente ad una proposta operativa quale punto di approdo: “La proposta non intende esautorare l’insegnamento di religione cattolica, che anzi andrebbe pienamente scolarizzato, ma dilatare lo spazio scolastico del discorso religioso, oggi marginalizzato nell’era concordataria. Non si tratta infatti di togliere ciò che c’è, ma di aggiungere ciò che manca” (p.12)

La prospettiva interreligiosa con attenzione alle tre religioni monoteiste, particolarmente significative nel contesto storico e culturale italiano, costituisce l’orizzonte per conoscere le differenze culturali e il mondo plurale in cui viviamo. Prenna individua nell’attuale momento “un’occasione per ripensare l’assetto scolastico dei saperi religiosi, nella convinzione che l’istruzione religiosa, adeguatamente impartita, completa l’area dei saperi essenziali alla piena istruzione educativa” (p.12).

Il libro si articola in dieci capitoli. Nel primo capitolo è sottolineata la caratterizzazione plurale del mondo attuale e viene posta la domanda come far convivere per i credenti il ruolo di cittadino con la propria condizione di credente nella società plurale. Il tratto multireligioso dell’attuale contesto europeo e italiano ed il nuovo paradigma del pluralismo religioso pone l’istanza di riflettere sull’ospitalità interreligiosa e chiede ad ogni religione di sviluppare la sua apertura alla relazione all’altro.

Seguono alcuni capitoli nei quali si articola una riflessione su alcuni grandi nuclei tematici in relazione alle scienze religiose e sul loro statuto disciplinare nel quadro delle scienze umane. L’orizzonte in cui si pone il ragionamento è nella linea di un superamento di un approccio positivistico e sulla scorta delle acquisizioni della fenomenologia ermeneutica. Lo studio delle religioni è così considerato quale ambito di sapere appartenente a pieno titolo alle scienze dello spirito (distinte dalle scienze della natura) in cui è convolta la conoscenza dell’uomo: “Anche la religione rientra fra le attività umane, in quanto manifestazione dell’homo religiosus e, come tale, può essere oggetto d studio delle scienze dell’uomo”(p.38)

Viene sottolineato a tal riguardo un aspetto proprio presente nell’esperienza religiosa e di essa caratterizzante: nella religione è infatti implicata una struttura duale che rinvia da un lato all’uomo dall’altro a Dio quali principio e termine di una relazione.

Da qui deriva una originalità dello studio della religione non assimilabile né alle scienze della natura né pienamente alle scienze dello spirito. D’altra parte tale studio si distingue anche dall’approccio specificamente teologico che ha come suo ambito proprio l’intelligenza della fede. Le scienze della religione hanno come riferimento fondamentale la natura relazionale dell’uomo e la natura relazionale di Dio. “Oggetto dello studio non è né l’uomo né Dio, ma l’uomo che nella religione fa l’esperienza di Dio (homo religiosus) e Dio che fa esperienza dell’uomo (Deus religatus e/o re-legatus)… la religione consiste in questa relazione intrecciata” (p.38).

L’oggetto della disciplina viene così a configurarsi come una relazione duplice: la relazione dell’uomo con Dio e quella di Dio con l’uomo che si manifesta nei fenomeni umani di coscienza e di esperienza. Ogni religione poi si esprime nei segni propri di una cultura e in un linguaggio. Da qui deriva la scelta di studiare il fenomeno religioso secondo un approccio fenomenologico e storico e con un metodo ermeneutico, capace di leggere e interpretare i fatti.

In questi capitoli l’autore sintetizza un lungo percorso di studi nei quali coglie la valenza specifica dello studio di una disciplina che a pieno titolo va inserita nell’ambito delle conoscenze riguardanti la vita umana e per una comprensione dell’altro nella varietà delle esperienze religiose che pure hanno aspetti fondamentali comuni.

Prenna sottolinea così un altro aspetto rilevante: la religione è da osservare come un fenomeno complesso non riducibile ad alcuni aspetti limitati e settoriali. Un approfondimento dell’antropologia della religione deve percorrere una via fenomenologico storica ed ermeneutico simbolica. Il sacro infatti si manifesta in fatti culturali che possono essere studiati nei tre momenti della spiegazione, della comprensione, dell’espressione. Le manifestazioni religiose nella coscienza e nella storia vanno infatti spiegate, comprese con un approccio di interpretazione (ermeneutico) e con l’approfondimento della scienze del linguaggio. E’ un percorso che richiede vari apporti disciplinari. La religione va accostata come simbolica della fede (p. 51).

Il linguaggio religioso come rappresentazione simbolica è approfondito nel cap. 4. In esso si sottolinea l’esperienza religiosa nella sua dimensione propria di azione comunicativa: nei linguaggi religiosi sono presenti particolari codici espressivi propri di tale esperienza che non è riducibile al linguaggio della logica. L’uomo parla di Dio nel linguaggio della narrazione, l’uomo parla a Dio nei modi della celebrazione; Dio parla all’uomo nelle forme della rivelazione (pp. 59-67). Il linguaggio religioso ha una sua specificità da considerare e interpretare: è fondamentalmente un linguaggio mitico e simbolico, che si esplica nel mito, nel rito e nella realtà letta come simbolo.

Nel cap. 5 Prenna propone una delicata distinzione tra il compito della teologia e quello delle scienze religiose: distingue infatti le scienze della religione come scienze a pieno titolo emancipate dalla teologia che ha un suo ambito proprio e diverso. Le scienze religiose trovano la loro specificità nell’accostare i fatti che sono il portato dell’esperienza religiosa come fenomeno duale (dell’uomo che si relazione a Dio e di Dio che si lega all’uomo). In quanto tali esse possono essere approfondite in modo laico, con una osservazione che, anche da parte del credente, deve maturare un’attitudine di sospensione nel coinvolgimento personale e possa essere spazio di un dibattito pubblico e scientifico anche da parte di chi non appartiene ad una determinata tradizione religiosa: “la religione risulta così un universo oggettivo di fatti e di valori, visibile e rilevabile, segnato dalla intenzionalità di fede dell’uomo e dalla condiscendente manifestazione di Dio” (p.73).

Lo sviluppo del ragionamento condotto non sempre è di approccio facile: talvolta in alcune pagine si ritrova condensata una sintesi di riferimenti e rinvii teoretici di non immediata comprensione. Tuttavia si può apprezzare una paziente costruzione che nel corso delle pagine gradualmente guida il lettore: passo dopo passo sono presentati e motivati gli argomenti per uno sguardo approfondito al fenomeno religioso e alle religioni. Queste sono così presentate quale ambito di esperienza umana che si espone ad una indagine e ad un sapere scientifico nel quadro delle scienze umane con una sua propria specificità. Da questa fondamentale impostazione si possono cogliere i successivi passaggi.

Dopo i primi cinque capitoli si apre così la seconda parte del libro. Il capitolo sesto è snodo di passaggio. Viene sottolineato come la sfida dell’epoca contemporanea sia la costruzione di una ‘società conoscitiva’ nella quale il conoscere sia la condizione per essere. Per questo è società che apprende in contrasto ai movimenti che conducono il mondo ad esser ridotto a mercato. La società conoscitiva può anche essere espressa – nei termini che Prenna deriva dal libro bianco di Delors – come ‘società educante’.

Nel settimo e ottavo capitolo si passa alla considerazione delle scienze religiose con attenzione dell’educazione scolastica. Prenna suggerisce di individuare per la scuola una funzione specificamente educativa che si esercita attraverso il processo conoscitivo: una educazione quindi attraverso la cultura. Compito della scuola sempre più urgente in una società che vive la deriva mercantile è quello di insegnare a pensare e a rielaborare i significati del vivere umano. Si tratta di un compito non solamente esplicativo ma interpretativo della realtà. In tale senso (è il tema del cap. 8) viene indicato lo specifico dell’educazione scolastica come istruzione educativa. “insegnare è il compito proprio della scuola, che educa in quanto insegna” (p.114). In contrasto con posizioni che riservano la funzione educante solamente alla scuola non statale e l’incompetenza educativa della scuola statale Prenna sottolinea il modulo specifico della scuola dato dall’insegnamento/apprendimento ed afferma come la scuola statale stessa abbia una finalità educativa: “Come le altre istituzioni raggiungono il fine comune dell’educare, attraverso un’attività specifica che caratterizza ciascuna, così la scuola educa istruendo” (p.119). Suo compito è primariamente un avvio al ‘come pensare’ non tanto offrire indicazioni su ‘come vivere’.

In tale quadro di ragionamento si può cogliere quale esito del percorso l’affermazione “Anche la religione, perché sia scolasticamente dicibile, deve entrare nella forma di una disciplina, cioè deve essere pensata e detta nell’orizzonte della razionalità scolastica”. Ma c’è da aggiungere anche che “la religione risulta scolasticamente formata nella misura in cui assume le finalità proprie della scuola. In questo caso parliamo opportunamente di istruzione religiosa” (p.123).

Già nel passato Prenna insieme ad altri si era fatto promotore di una proposta di una disciplina per tutti gli studenti che considerasse lo studio trasversale dei fatti religiosi. Conoscenza dei fatti religiosi in relazione alle tre grandi religioni che hanno segnato la cultura mediterranea. Il profilo di tale corso – si suggeriva in un documento citato del 1997 – potrebbe assumere l’approccio dell’antropologia culturale. Anche i fatti religiosi sono espressione di un modo di pensare vivere di uomini e donne e ogni religione può essere considerata un sistema di fatti e valori all’interno dell’universo culturale umano.

A tal proposto si situa la proposta che è la conseguenza operativa della riflessione offerta nel testo: l’istituzione autonoma da parte della scuola di un corso di istruzione religiosa per tutti con attenzione alle tre grandi religioni, non in alternativa e sostituzione dell’attuale insegnamento della religione cattolica, ma come ampliamento per aggiungere ciò che manca.

Nel cap. 9 sono affrontate le questioni relative all’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana, con una considerazione storica e nella presa d’atto della situazione determinatasi con gli accordi della revisione del concordato (1984).

Viene rilevato come gli accordi abbiano chiuso e mortificato una stagione vivace che aveva aperto la considerazione della religione come problema scolastico relativo alle finalità della scuola più che a quelle della chiesa cattolica, in riferimento a mete e obiettivi dell’istituzione scolastica. Si è giunti all’affermazione della oggettiva valenza culturale della religione ma nel contempo se ne è fatta un disciplina facoltativa con il permanere di un aspetto confessionale per lo meno nella concessione della titolarità dell’insegnamento riservato alla autorità ecclesiastica cattolica.

Prenna si dichiara favorevole ad una applicazione integrale e approfondita dell’Accordo per quel che riguarda l’insegnamento della religione cattolica (pp.132-135), ma osserva anche che “la riduzione del discorso religioso all’insegnamento concordatario contribuisce ad accreditare la concezione confessionale della religione, come riserva ecclesiastica, e non come vicenda dell’uomo e della sua cultura finendo, così, col proporre agli studenti una visione della religione isolata dalle materie di studio e marginale rispetto ai fatti della complessa vicenda culturale” (p.137).

Da qui emerge la proposta di approfondire una linea prevista dall’Accordo per l’attivazione di un corso di cultura religiosa a carattere storico critico, con profilo interreligioso, come risposta alla situazione del contesto multiculturale della società attuale. L’Accordo infatti (al paragrafo 9,2) pone le premesse per una attivazione di un insegnamento duplice, uno obbligatorio per tutti, l’altro facoltativo. Non si tratterebbe di ridurre gli spazi scolastici, al contrario, di ampliarli offrendo a tutti gli studenti una proposta di istruzione con carattere aperto alla considerazione di diverse religioni.

In questa prospettiva l’insegnamento delle religioni si porrebbe pienamente all’interno delle finalità della scuola in quanto istituzione che educa nell’istruzione e diviene laboratorio di conoscenza, confronto, rispetto delle differenze e di interazione per imparare a vivere insieme agli altri.

A conclusione d tale esame del testo di Lino Prenna vorrei presentare alcune brevi considerazioni di valutazione.

Innanzitutto vorrei segnalare l’importanza dell’approfondimento condotto a livello filosofico e con specifica attenzione alla dimensione educativa riguardo alla specificità e alla rilevanza delle scienze religiose.

E’ rimarchevole nella riflessione la preoccupazione per l’istituzione scolastica quale luogo in cui maturare le basi per la costruzione di una società della conoscenza che trovi modi per sottrarsi alle logiche del mercato, dell’utilità e dell’efficienza oggi così pervasive.

Ritengo particolarmente interessante la proposta di un insegnamento specifico per tutti a livello scolastico del fenomeno religioso e delle religioni, in cui certamente le tre grandi tradizioni abramitiche hanno una rilevanza particolare nella cultura mediterranea. Non sarebbe da dimenticare il grande influsso e diffusione delle religioni orientali anche nelle loro traduzioni occidentali quale fenomeno che sta incidendo sempre più nella società europea. E soprattutto la questione di un approccio interreligioso aperto che si ponga oltre ogni esclusivismo eredità di uno sguardo occidentale ed eurocentrico.

E’ anche lodevole il tentativo di scorgere una via di mediazione tra la situazione attuale dell’IRC e l’individuazione di possibilità che vengono individuate senza contrasto, anzi sfruttando premesse presenti nell’Accordo stesso relativo al Concordato. Per certi aspetti questo tentativo appare a mio avviso manchevole di una valutazione critica della attuale situazione dell’IRC e delle oggettive difficoltà in cui si trovano soprattutto gli insegnanti di religione cattolica nella scuola. E ciò nonostante la preparazione e la generosità della maggioranza di essi, costretti in una condizione per vari aspetti ambigua e difficile.

Al termine della lettura emerge un interrogativo di fondo che andrebbe affrontato con coraggio: nell’attuale situazione sociale in Italia il mantenimento di un insegnamento di tipo confessionale sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica cattolica è elemento positivo e fecondo quale risposta alle nuove esigenze di conoscenza del fatto religioso e delle religioni o le difficoltà e ambiguità che esso reca con sé costituiscono un ostacolo ad un’effettiva considerazione da parte di tutti dell’esperienza religiosa? Certamente sono da considerare le motivazioni storiche che hanno condotto a questo tipo di strutturazione dell’insegnamento religioso in Italia e il peso della storia è ancora pesante nel nostro paese. Tuttavia le sfide educative del momento attuale poste dalla diversità e dal pluralismo e dall’esigenza di formare una conoscenza seria e profonda delle religioni non dovrebbero forse aprire a nuove modalità di impostazione dell’insegnamento riguardo alle religioni nella scuola?

La maturazione di un pensiero ecclesiologico in cui la chiesa concepisce la sua azione a servizio di un cammino comune della società distaccandosi da pretese di potere o privilegi, insieme ad uno sguardo dei processi di cambiamento (si pensi solo ai diversi aspetti della secolarizzazione, ed alla nuova rilevanza degli aspetti religiosi nella realtà sociale) dovrebbero essere spinta per una considerazione rinnovata.

Vi sono infatti sfide culturali e sociali che andrebbero affrontate con un ripensamento globale dell’istruzione religiosa all’interno dell’istituzione scolastica. Proprio i processi che interessano la storia e le vicende dei popoli in modi nuovi oggi, il carattere multiculturale e multireligioso della società, la presenza di migranti e di seconde e terze generazioni di immigrazione richiedono sempre più una conoscenza di tradizioni, culture e modi di vita, ed una capacità di lettura, interpretazione e discernimento. Così pure sarebbe oggi quanto mai urgente anche una formazione di tipo interreligioso quale percorso per tutti, non secondo la via della presenza confessionale ma con un serio approccio di tipo culturale. La formazione catechistica, l’approfondimento della fede e dei suoi aspetti morali è compito proprio delle comunità religiose, compito specifico della scuola è l’educazione, attraverso l’istruzione, ad una convivenza nel pluralismo delle convinzioni, nell’orizzonte della promozione di cittadinanza responsabile e democratica.

Penso inoltre che una urgenza culturale presente nel nostro paese sia quella di predisporre sedi universitarie laiche o in qualche modo con riconoscimento civile in cui sia sviluppata una ricerca su tali ambiti e siano offerti i titoli valevoli per un insegnamento delle scienze religiose, da inserire a pieno diritto quali discipline all’interno dell’istituzione scolastica con riferimento alle mete e ai metodi propri della scuola, anche nel riconoscimento della titolarità dell’insegnamento.

Il libro di Lino Prenna è una preziosa proposta che con rigore e capacità di mediazione apre a considerare questioni che in Italia è difficile affrontare. Speriamo che nell’attuale stagione si possa aprire anche in ambito ecclesiale un ripensamento in fedeltà al vangelo e agli appelli della storia. Conoscere, saper interpretare le religioni e le loro manifestazioni, assumere una attitudine dialogica, non può essere una questione limitata alla religione cattolica, neppure può essere una questione confessionale ma, contro tutte le derive dell’ignoranza e dei fondamentalismi, della strumentalizzazione ideologica delle religioni e dell’uso della violenza con motivazioni religiose, è ambito di attenzione urgente per promuovere una convivenza umana e civile nel mondo plurale.

Il racconto dei tre anelli ha al suo centro la figura del padre che decide di fare copie identiche in coerenza al suo affetto indistinto per i tre figli. E i tre anelli ricordano tutti insieme nella loro indistinguibilità che al centro essi recano un vuoto, che dice apertura ad una presenza di amore, invito a ricercare la necessità dell’altro e spinta a scoprire la disponibilità ad imparare, con umiltà e senza arroganza, dall’altro, rifuggendo dai fondamentalismi e dalle pretese di esclusività. Non è forse questo un contributo formativo fondamentale che potrebbe portare un insegnamento delle religioni in stile interreligioso nella scuola?

Alessandro Cortesi op

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Sulle sponde del Mediterraneo

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E’ appena stato pubblicato l’ultimo libro della collana ‘Sul confine’ promossa dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia. L’edizione è stata curata dalla casa editrice Nerbini di Firenze.

I saggi del volume affrontano da diversi punti di vista la domanda su quanto sta accadendo sulle sponde del Mediterraneo, mare di mezzo che è divenuto nel tempo delle migrazioni luogo dove tanti migranti hanno trovato la morte. Il Mediterraneo è così luogo simbolo di passaggi, di ponti tra popoli e culture ma anche di barriere, di fili spinati e respingimenti. Le sue sponde toccano l’Europa, il Nordafrica, il Medio Oriente e guardano ai paesi dell’area orientale in un tempo segnato da un disordine globale e da processi di chiusura, violenza, guerre e innalzamento di muri. Geopolitica, guerre e religioni si intrecciano, suscitano domande per pensare e per agire in questo tempo.

I contributi sono il frutto di lavori condotti in sede di convegni e seminari organizzati dal Centro Espaces di Pistoia in collaborazione con l’associazione PoieinLab negli anni 2015 e 2016.

Qui di seguito l’indice del volume che vede contributi dal punto di vista storico, economico, sociale, letterario.

In particolare segnalo uno tra i saggi curato da Francesca Paci, giornalista del quotidiano ‘La Stampa’, attenta osservatrice dei processi sociali e politici del mondo medio orientale che ha un’esperienza diretta di conoscenza delle vicende di quest’area.  (ac)

Chi fosse interessato può richiedere copia del volume a: info@domenicanipistoia.it

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In memoria di un teologo e testimone del vangelo: Claude Geffré

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In memoria di un uomo di ricerca, teologo che ha saputo unire preghiera e impegno, appassionata riflessione su Dio e passione per l’umanità nella sua storia. 

Claude Geffré, domenicano, teologo (1926-2017)

Claude Geffré è stato un frate domenicano della Provincia di Francia. Nato nel 1926 a Niort (Deux-Sèvres), dopo essere entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 1948 ha condotto i suoi studi a Le Saulchoir a Etiolles dove ha emesso professione solenne il 23 settembre 1952 ed ha ricevuto l’ordinazione presbiterale il 12 luglio 1953. Ha condotto poi studi a Roma fino al dottorato, conseguito all’Angelicum nel 1957 con una tesi sul peccato come ingiustizia e mancanza di amore.

Tornato in Francia da subito ha intrapreso l’attività di insegnamento di teologia. E’ stato docente di teologia dogmatica dal 1957 al 1968 presso la Facoltà di teologia di Le Saulchoir di cui è stato anche rettore dal 1965 al 1968. Successivamente ha proseguito il suo insegnamento presso l’Institut Catholique: professore di teologia fondamentale nella Unité d’Enseignement et de Recherche dal 1968 al 1988 e direttore del ciclo di studi di dottorato in teologia (1973-1984). Successivamente professore di ermeneutica e teologia delle religioni (1988-1996). Nel 1996 fu nominato direttore della Ecole biblique di Gerusalemme e ha poi svolto tale mandato per tre anni. E’ stato anche direttore della collana di studi teologici Cogitatio fidei promossa dalle casa editrice Cerf dal 1970 al 2004.

Ha svolto attività come docente invitato in varie università in Europa, America del Nord e in Africa. Nel 2007 gli è stata conferito un dottorato honoris causa per la sua opera teologica dalla facoltà di teologia di Kinshasa ma dalla Congregazione per l’educazione cattolica, gli è stato negato senza offrire motivazioni, il permesso di riceverlo.

Claude Geffré ha continuato la sua attività negli ultimi anni affrontando la pesante limitazione provocata da una malattia agli occhi che gli aveva provocato un progressivo abbassamento della capacità visiva sino al punto di non riuscire più a leggere. Ha portato avanti ciononostante il lavoro scientifico valendosi della collaborazione e dell’aiuto di confratelli e studiosi fino a pochi giorni prima di una crisi che l’ha condotto prima al ricovero in ospedale nei giorni di Natale 2016 poi alla morte avvenuta il 9 febbraio 2017.

Geffré ha elaborato un pensiero teologico a partire dalle radici di un approccio a Tommaso secondo le linee della teologia dell’incarnazione di Marie-Dominique Chenu.[1] L’ha approfondito nella linea di una pratica ermeneutica della teologia e con la sua riflessione teologica in rapporto alla storia ha aperto le vie di una teologia del pluralismo religioso. Alcuni percorsi della sua teologia sono testimonianza di una ricerca intellettuale e di vita vissute nel dialogo.

c4o8w-dwaaaeeflUna teologia dell’incarnazione

La sua indagine si è sempre mossa infatti nel tentativo di cercare il dialogo tra fede ed esperienza umana storica. Dopo gli studi, incaricato della cattedra di teologia fondamentale negli anni del post Concilio, Geffré s’interroga su un nuovo modo di fare teologia. La sua preoccupazione è quella di una rinnovata attenzione alla Scrittura da un lato e dell’incontro con le attese e i linguaggi del mondo contemporaneo.

Per lui credere e comprendere non sono due movimenti successivi, ma costituiscono un’interazione continua tra l’esperienza di fede e l’intelligenza nella sua ricerca. La Parola di Dio giunge all’umanità in parole umane; le formulazioni umane della fede sono storiche e relative. Da qui l’esigenza di una continua interpretazione.

Del 1972 è la pubblicazione del testo: Una nuova epoca della teologia.[2] A distanza di pochi anni dalla conclusione del Vaticano II egli vede una ‘nuova età’ della teologia proprio nella linea dell’attuazione del dialogo o correlazione tra ascolto della Parola di Dio ed esperienza umana.

L’appartenenza alla scuola di Saulchoir, l’assunzione critica del pensiero di Marie-Dominique Chenu, la condivisione di una prospettiva di ‘teologia dell’incarnazione’ quale prospettiva di fondo, lo conducono alla comprensione della teologia come ermeneutica assumendo il rischio dell’interpretazione quale dimensione essenziale della fede cristiana.[3]

“il solo modo di rispondere a questa duplice esigenza sta nell’articolare una ermeneutica della Parola di Dio e un’ermeneutica dell’esistenza umana in tutte le sue dimensioni”.[4]

La teologia come pratica ermeneutica della fede

Geffré si pone quindi in continuità con la teologia dei segni dei tempi di Chenu e sviluppa soprattutto l’intuizione che lo Spirito Santo è all’opera non solamente entro le frontiere della chiesa visibile ma anche nella prassi storica dell’umanità.[5]

Tale ricerca sorge dal rispondere alla natura stessa della Parola di Dio e della fede, proprio perché la Parola è di Dio e comunicata in parole umane, e così fede, vita della chiesa e dell’umanità sono in questa medesima dinamica.

Nel suo studio fondamentale Le christianisme au risque de l’interprétation, Paris, Cerf, 1983, pubblicato nella collana Cogitatio fidei esprime l’idea che la fedeltà alla Scrittura esige in ogni tempo un lavoro che non consiste in una ripetizione ma nella ricerca di rendere intelligibile il linguaggio della rivelazione per una comunicazione nel contesto segnato dal rifiuto della fede e dall’indifferenza. Geffré ha condotto il suo studio nel tentativo di porre in dialogo la fede e la ragione della modernità, nel tentativo di uscire dal confinamento del discorso di fede e di apertura ad un dialogo con le istanze del pensiero contemporaneo.

Nell’approfondire la sua riflessione sulla teologia come ermeneutica indica il compito di prendere sul serio sia la storicità di ogni verità sia la storicità dell’uomo come soggetto interpretante.[6]

Il pensare teologico di fronte alla Scrittura non è lo stare davanti ad un dato di cui appropriarsi. La Scrittura è testimonianza credente e rinvia ad avvenimenti storici. E’ anch’essa interpretazione credente, storica, con caratteri di relatività. Il teologo, che riceve la Scrittura da una comunità in continuità con i primi testimoni, deve assumere il compito di una lettura credente della Scrittura che sin dal primo momento si connota come attività interpretativa.

L’approccio ermeneutico, da lui scelto per elaborare il suo itinerario teologico, lo conduce quindi ad affrontare il grande tema della verità. La teologia compresa come ermeneutica non si pone tuttavia come a-dogmatica, ma si distanzia e contesta l’uso di un linguaggio ‘autoritario: approfondisce l’originalità della verità cristiana nei suoi caratteri di testimonianza e di permanente avvenire nel presente della Chiesa. Critica così la concezioni della teologia come prolungamento del magistero, o il modello secondo cui essa si caratterizza come tematizzazione del vissuto di una comunità particolare con il rischio di divenire ideologica.

Nel 1999 in un libro intervista con Gwendoline Jarczik esprime il percorso di studio da lui seguito e la prospettiva teologica maturata: Profession théologien: Quelle pensée chrétienne pour le XXIe siècle ? Entretiens avec Gwendoline Jarczyk, Paris, Albin Michel, 1999 (Cerf 2014)

La teologia viene a connotarsi come percorso di reinterpretazione creatrice del messaggio cristiano.[7] “Si tratta di una verità intravista e mai posseduta. Il carattere mai pienamente attingibile del messaggio cristiano si radica nella distanza tra Parola di Dio consegnata nella Scrittura e il vangelo come pienezza escatologica. E’ ad un tempo memoria e promessa”.[8]

La trattazione su punti molteplici concernenti la questione della verità ritorna altrove nei suoi studi. Esito di tale percorso è il denso libro. [9] “La teologia è un cammino mai concluso verso una verità più piena”[10].

Nel 1985 scrive un articolo che apre un nuovo ambito della sua ricerca: La théologie des religions non-chrétiennes vingt ans après Vatican II (in “Islamochristiana” 11,1985). La riflessione ermeneutica lo conduce all’attenzione alla teologia delle religioni. Nel frattempo continua svolge la sua attività di predicazione: un testo ce raccoglie le sue prediche per un programma radiofonico appare con il titolo Passion de l’homme, passion de Dieu, Paris, Cerf, 1991.

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Nel 1996 accetta la nomina a direttore della Ecole biblique di Gerusalemme. Questa data e questo spostamento anche geografico – indicato come ‘esilio nel cuore della patria’ –[11] sono significativi di una maturazione della sua riflessione. Affronta il tema del pluralismo delle religioni sui fondamenti teologici delle aperture di Nostra Aetate.

Uno tra i suoi ultimi libri, che raccoglie molteplici suoi articoli pubblicati nel corso degli anni reca il titolo: De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse.[12]

Nella sua opera Le christianisme comme religion de l’Évangile, pubblicata nel 2012 Claude Geffré insiste sull’importanza di approfondire una teologia del pluralismo religioso nel quadro del XXI secolo.

Il cristianesimo come religione del vangelo nel pluralismo: dialogo e profezia

Il paradosso dell’incarnazione è punto di partenza e da qui egli ritrova la dimensione fondamentale del cristianesimo quale religione dell’incarnazione, della rivelazione finale e del dialogo.[13] Il paradosso dell’incarnazione fonda il carattere dialogico della fede cristiana in quanto fede che non confonde l’universalità del mistero di Cristo con l’universalità della religione cristiana stessa.[14]

Egli presenta la prospettiva di una chiesa profetica capace di testimoniare una responsabilità politica nella realtà del mondo;[15] Auspica che la chiesa viva come comunità confessante dei testimoni del vangelo. Ad essa è affidata la responsabilità di contestare contro tutto ciò che è inumano nella ricerca dell’umano autentico. Nel momento presente il cristianesimo è provocato a concepirsi come religione dell’alterità, testimone di un’esperienza umana fondamentale: l’uomo si definisce “per una carenza sia rispetto all’assoluto che è Dio, sia rispetto agli altri”.[16] Il vangelo è un bene non esclusivo ma per ogni persona umana.

Geffré osserva che dopo Auschwitz[17] le teologie della croce hanno ripensato l’onnipotenza di Dio nei termini di onnipotenza dell’amore: Cristo giunge fino alla paradossale debolezza della croce (cfr 1Cor 1,18). Da qui il cristianesimo è chiamato innanzitutto ad intendere il suo costituivo rapporto di fronte all’altro costituito da Israele, ma la situazione storica mondiale pone oggi insieme l’altra fondamentale esigenza di un’apertura all’altro non occidentale, il terzo, né giudeo, né greco.[18]

Geffrè, in attenzione al tempo, legge il pluralismo religioso del mondo contemporaneo come una questione teologica che sfida a ripensare tutta la teologia. Valorizza le aperture del Concilio Vaticano II con il suo superamento di una visione ecclesiocentrica e con il giudizio positivo sulle religioni non-cristiane. Ma ne vede anche il limite nel non aver dato un giudizio sul significato del pluralismo religioso. A tal riguardo scorge il compito di una teologia significativa per l’umanità contemporanea: “E’ proprio questo il compito di una teologia di orientamento ermeneutico che parte dalla nuova esperienza storica della chiesa per reinterpretare la nostra visione del piano di salvezza di Dio”.[19]

“E’ per questo che la corrente teologica più promettente all’interno del cattolicesimo è quella che cerca di superare una teologia del compimento per una teologia del pluralismo religioso, la quale senza compromettere l’unicità del mistero di Cristo, cioè un cristocentrismo costitutivo, non esiti a parlare di un pluralismo inclusivo nel senso di un riconoscimento di valori propri di altre religioni”.[20]

Fondamento del dialogo interreligioso sta nell’economia del Verbo incarnato che è sacramento di una economia più vasta che coincide con la storia religiosa dell’umanità. A partire da qui egli sottolinea come la manifestazione dell’assoluto di Dio attuata nella particolarità storica di Gesù di Nazaret è il punto di riferimento per aprirsi alla scoperta che la figura di Cristo, e quindi la fede in lui, non è esclusiva di altre manifestazioni di Dio nella storia. Se per un verso è da accogliere l’identificazione di Cristo e Dio stesso (Col 2,9: in lui abita corporalmente la pienezza della divinità), proprio questa identificazione nella vicenda storica di Gesù rinvia ad un mistero inaccessibile che si sottrae ad ogni limitazione storica.

Geffrè ama parlare del mistero dell’incarnazione nei termini del paradosso (unione dell’universale con il concreto e limitato). Proprio dal paradosso dell’incarnazione sorge l’esigenza di de-assolutizzare il cristianesimo in quanto religione storica e di affermarne quale tratto costitutivo la sua apertura all’alterità nel dialogo.

“La rivelazione contenuta nel Nuovo testamento non esaurisce dunque la pienezza delle ricchezze del mistero di Cristo. Si ha quindi il diritto di dire che la verità cristiana non è né esclusiva e nemmeno inclusiva di qualsiasi altra verità nell’ordine religioso. Essa è singolare e relativa alla parte di verità di cui sono portatrici le altre religioni. Tutto questo vuol dire che i germi di verità e di bontà disseminati nelle altre tradizioni religiose possono essere l’espressione dello Spirito di Cristo sempre all’opera nella storia e nel cuore degli uomini”.[21]

La diversità che s’incontra nella condizione del pluralismo e nell’apertura all’altro fanno scoprire la rilevanza teologica dell’incontro con l’altro e della presenza dello straniero:

“Secondo la pedagogia stessa di Dio nella storia della salvezza, c’è una funzione profetica dello straniero per una migliore intelligenza della propria identità”.[22]

In tale senso Geffré sviluppa uno sguardo alla verità cogliendone l’aspetto di verità relazionale: “la teologia dell’avvenire dovrà dare prova che la verità di cui dà testimonianza non è né esclusiva né inclusiva delle verità di cui possono essere portatrici le altre religioni… In un tempo di pluralismo religioso, la vocazione storica della teologia cristiana è quella di sottolineare il senso escatologico del suo linguaggio come linguaggio di verità”.[23]

Nonostante le divergenze che difficilmente possono essere superate il cammino di persone che affrontano il dialogo dovrebbe essere nell’orizzonte di un riconoscimento di una verità più alta che va oltre il carattere parziale di ogni verità particolare. E Geffrè parla qui anche di celebrazione comune di una verità più alta nel dialogo.

L’itinerario di vita e di studio di Claude Geffrè va letto come un percorso unitario e correlato insieme. Può essere sintetizzato nella intuizione fondamentale della sua esistenza e della sua vita come frate predicatore. Egli stesso confessa di essere stato affascinato dall’esperienza di Charles De Foucauld, dalla povertà e dalla sua ricerca: all’origine della sua vocazione religiosa fu una prima idea di vivere come missionario in Africa ed il fascino della figura di Charles De Foucauld: “A lui devo la mia vocazione: insieme la ricerca mistica di Dio nel deserto e la prossimità ai poveri”.[24]

La sua vita ha attuato un cammino operoso, appassionato e intellettualmente rigoroso di ricerca di Dio. L’attenzione al cammino dell’umanità e al volto dell’altro sono luoghi dell’incontro con Dio stesso. Sensibile alla vita delle comunità nei luoghi di frontiera e di periferia a partirre dalla loro esperienza rilegge il senso della missione nell’orizzonte del dialogo e della testimoninaza evangelica.

La vita l’ha condotto ad essere professore, formatore di generazioni di studenti e operatori pastorali, ispiratore di nuove vie teologiche ma il profilo di Geffré uomo di studio non può non tener conto di questa sua vocazione originaria: una chiamata alla missione e ad una ricerca di Dio e una prossimità vissuta nell’essere inerme, povero fratello in mezzo ad una umanità in ricerca.

Nel suo studio si riflette una ricerca esistenziale ed un desiderio che ha animato la sua interiorità e i suoi rapporti di amicizia e di vicinanza.

“Il cristiano adora un Dio personale che si è rivelato in Gesù Cristo. Ma grazie all’esperienza dell’Oriente sa meglio che Dio ha molti nomi e che l realtà indicibile di Dio è sempre al di là dei nomi che noi gli possiamo attribuire”.[25]

Il dialogo quale attitudine fondamentale della fede cristiana, nell’incontro interreligioso, la dimensione della ricerca di Dio, inconosciuto e sempre oltre le nostri pensieri, la sensibilità per una fede unita alla prassi con una responsabilità politica sono percorsi che Geffré ha aperto. Sono strade nuove in cui continuare il suo cammino grati di quanto ci ha lasciato.

Alessandro Cortesi op

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[1] C.Geffré, Le réalisme de l’incarnation dans la théologie du père M.-D. Chenu, “Revue des Sciences Philosophiques et Théologiques” 69 (1985) 389-399. Cfr. C.Geffré, Profession théologien: retour sur plus de quarante ans de pratique, “Laval théologique et philosophique” 62(2006) pp.7-21. Id., Profession théologien, 1999,9.

[2] C.Geffré, Un nouvel âge de la théologie, (Cogitatio fidei 68) Cerf Paris 1972, (tr. it. Una nuova epoca della teologia, Assisi Cittadella 1973). Cfr. C.Geffré, La théologie au sortir de la modernité, in Id., Christianisme et modernité, Colloque du centre Thomas More, Paris Cerf, 1990, 189-209.

[3] Cfr. C.Geffré, L’herméneutique chrétienne, in L’Etat des religions dans le monde, M.Clévenot (ed.), La Découverte – Cerf Paris, 1987, 449-456.

[4] C.Geffré, Un nouvel âge, cit. 61.

[5] C.Geffré, Théologie de l’Incarnation et théologie des signes des temps chez le Père Chenu, in Marie-Dominique Chenu. Moyen-Age et Modernité, Paris Cerf 1997, 131-153.

[6] Geffré, Le Christianisme au risque, cit. 20.

[7] Geffré, Profession théologien, cit. 93-94.

[8] Ibid. 99.

[9] C.Geffré, Croire et interpréter: Le tournant herméneutique de la théologie, Cerf, Paris 2001. Cfr. anche C.Geffré, La question de la vérité dans la théologie contemporaine, in CERIT (Centre d’études et de recherches interdisciplinaires en théologie, Strasbourg, ed.) La théologie à l’épreuve de la vérité, Paris Cerf 1984, pp.281-291.

[10] Geffré, Croire et interpréter, cit. 83.

[11] Geffré, Profession théologien, cit., 11-12.

[12] C.Geffré, De Babel à Pentecôte: Essais de théologie interreligieuse, Cerf, Paris 2006).

[13] L’espressione ‘religione della rivelazione finale’ intende esprimere in sé l’idea che unico assoluto è la venuta del regno: è ripresa delle tesi di Paul Tillich in vista di approfondire l’ecumenismo interreligioso.

[14] Ibid. p. 54.

[15] Cfr. Profession théologien, 252-254.

[16] Ibid. 262.

[17] De Babel, p.306.

[18] Ibid. 308.

[19] C.Geffré,Verso una nuova teologia delle religioni, in R.Gibellini (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Queriniana Brescia 2003,359.

[20] Ibid.

[21] Ibid. 367.

[22] Ibid. 367.

[23] Ibid. 370.

[24] Geffré, Profession théologien, 2006, cit., 8.

[25] Geffré, De Babel, cit. 313.

Documento finale – Incontro domenicani europei (Rete Espaces) Istanbul – luglio 2015

11666069_10152979065147286_156345579053508750_nDocumento finale – incontro Istanbul – Rete Espaces

Dal 6 al 9 luglio 2015 un gruppo di domenicani della rete ‘Espaces’ appartenenti a diversi Centri di studio in Europa (Istituto Marie-Dominique Chenu Berlino, Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ Pistoia, Dominican Study Centre Istanbul, Bruxelles) si è incontrato presso il convento domenicano di Istanbul. Finalità dell’incontro era un confronto sulla relazione tra religione e società con interlocutori competenti residenti in Turchia.

A conclusione di queste giornate desideriamo condividere alcuni punti del nostro incontro ed inviare un messaggio alle nostre comunità e all’Ordine domenicano. E’ una breve riflessione che intende continuare nel nostro impegno in futuro.

Viviamo un tempo in cui molti legami di relazione divengono sempre più deboli, in contrasto con le accresciute possibilità di viaggio e conoscenza. Le interconnessioni divengono più deboli tra i popoli in Europa, tra le persone nelle nostre città e comunità, tra le persone di diverse culture e religioni nel contesto internazionale. Così pure si affievoliscono i legami tra gli esseri umani e l’ambiente. Ci siamo incontrati in questi giorni per dare un segno che è possibile condividere le nostre esperienze e le nostre ricerche. Facendo ciò intendiamo vivere la nostra missione come chiamata a comunicare e a tradurre le nostre speranze. Siamo consapevoli che oggi il vangelo ci chiama a costruire ponti, ad aprire vie per vivere l’esperienza di comunità come apertura all’altro. Siamo anche coscienti che ci potrà essere futuro per gli individui e le società solamente se intendiamo condividere la nostra responsabilità per gli altri.

Ci siamo incontrati in qualità di frati domenicani chiamati a predicare. Predicare richiede capacità di ascolto e di parola: ascoltare la parola di Dio e le parole di chi vive la sofferenza. Parlare implica entrare in un dialogo di salvezza. Nell’imparare a parlare insieme e a condividere i nostri progetti e desideri possiamo costruire qualcosa di nuovo e diverso per un futuro comune. Ci siamo incontrati a discutere insieme perché temiamo che quando le persone non comunicano si chiudono e generano situazioni di conflitto ed esclusione.

Siamo giunti a Istanbul da diversi paesi in Europa. Ci siamo ritrovati il giorno dopo il referendum in Grecia. Abbiamo fatto esperienza delle nostre differenze come opportunità. Sappiamo che il progetto europeo è sorto all’indomani della tragedia di una guerra globale, dopo la Shoah, per condividere progetti di solidarietà e per difendere i diritti umani. Pensiamo che questa crisi possa essere un tempo di transizione che ci conduca a scegliere una relazione più profonda tra gli Stati dell’Unione con un nuovo progetto politico condiviso basato sulla solidarietà e la responsabilità dei singoli Paesi.

Ci siamo incontrati a Istanbul e abbiamo discusso in questi giorni sulla situazione nella regione del Mare Mediterraneo: la crisi del Medio Oriente, la guerra in Siria, la situazione politica del Nord-Africa e della Turchia, lo sviluppo dello ‘Stato Islamico’ con il suo terrorismo violento globale. Discutendo con docenti musulmani e turchi abbiamo approfondito il tema delle relazioni tra religione e società in diversi contesti. Abbiamo maturato una consapevolezza dei dibattiti e ricerche presenti anche nel contesto musulmano. Abbiamo approfondito in particolar modo la questione di come sia possibile partecipare al bene comune, vivendo esperienze religiose in modo da contribuire ad uno sviluppo pacifico delle società.

DSCF5889Siamo preoccupati per l’attitudine negativa crescente nei confronti degli stranieri, soprattutto verso gli immigrati musulmani e i loro figli nei nostri Paesi europei. E’ in atto una identificazione pervasiva e superficiale dell’Islam con il terrorismo e la violenza. Crescono anche paure irrazionali sul fatto che l’Europa possa in futuro divenire un continente musulmano come pure cresce la convinzione che i musulmani non siano in grado di integrarsi in una società democratica a motivo della loro cultura. Pensiamo che si debba operare una chiara distinzione tra coloro che praticano la violenza e coloro che sono credenti. Dobbiamo condannare la violenza e opporci, insieme a tutti i musulmani che desiderano la pace, a coloro che la praticano. Nel medesimo tempo siamo chiamati ad un dialogo nell’ospitalità con tutte le persone che ricercano dignità, libertà, giustizia.

Crediamo che sia importante l’esistenza di comunità domenicane in regioni di tradizione islamica e speriamo che in futuro siano mantenute con la solidarietà delle province.

Pensiamo che il fenomeno delle migrazioni dai paesi poveri della terra verso l’Europa sia uno dei segni del nostro tempo. Queste migrazioni sono causate da profonde radici, spesso nascoste o non conosciute. I paesi occidentali hanno particolari responsabilità per guerre locali, violenze, oppressioni, ingiustizie e devastazione delle terre. In tale prospettiva le migrazioni sono conseguenze di un sistema economico iniquo, di ingiustizie e indifferenze. Dobbiamo ricordare che i migranti sono esseri umani e come esseri umani condividiamo la medesima origine, costituiti tutti ad immagine di Dio. Pensiamo che le sofferenze dei migranti siano un grido nel quale noi siamo rinviati alle parole di Gesù: ‘ero straniero e mi avete accolto’ (Mt 25,35). La nostra responsabilità sta nel trovare vie per condividere le loro speranze e poter offrire loro una visione di futuro.

Pensiamo che le loro vite e speranze sono invito per noi ad ascoltare ciò che il vangelo ci chiama a fare. Essi ci provocano a far teologia in relazione alle loro sofferenze, a leggere i segni dei tempi. Siamo anche chiamati a promuovere prassi di ospitalità a diversi livelli della nostra vita come testimonianza della salvezza per tutti. Come domenicani abbiamo una particolare responsabilità nell’attuare tutto ciò.

Istanbul 8 luglio 2015

Thomas Eggensperger, Ulrich Engel, Bernhard Kohl, Ignace Berten, Claudio Monge, Luca Refatti, Alessandro Cortesi

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In rotta per la cittadinanza – Laying up for citizenship

10407461_742969535777752_6585592668112394699_nIn rotta per la cittadinanza – 24-30 novembre 2014 – san Domenico – Pistoia – programma

 

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In rotta per la cittadinanza – Laying up for citizenship

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PoieinLab-Ricerca Sociale e il Centro Studi Espaces ”Giorgio la Pira” promuovono una settimana di incontri, dibattiti, esposizioni artistiche, cibo e narrative sul tema della migrazione e della cittadinanza.

 

La storia dell’Europa è sempre stata legata al mare. Sul mare, nei secoli, sono sorte le prime città, i primi nuclei di prosperità, sulle coste della Grecia e poi, nel tempo, su quelle della nostra Penisola. Verso il mare hanno teso spesso a costo di guerre e di violenza – tutti gli Stati interni del nostro Continente. E se si risale indietro nel ventre profondo della mitologia, è sulle coste di Sidone, sul mare, che Zeus rapì, stregato dalla sua bellezza, Europa, la giovane principessa fenicia che diede poi il nome alle nostre terre.

Oggi il mare – il Mediterraneo è il luogo dove ribollono i diritti del futuro, quel “mare di mezzo” che divide, unendole, Asia, Africa ed Europa, e quello spazio prossemico, all’incrocio delle diverse Civiltà, nel quale le antiche prerogative sfumano nel dolore dei tanti migranti che vi trovano la morte cercando di raggiungere la loro terra promessa, le nuove hanno invece gli occhi, le lacrime ed i sorrisi dei tanti che ce la fanno, e che si alzano in piedi a sfidare le nostre convenzioni acquisite.

Quest’anno PoieinLab-Ricerca Sociale e il Centro Studi “Espaces-Giorgio la Pira” promuovono, dal 24 al 30 Novembre 2014 una settimana di incontri, dibattiti, esposizioni artistiche, narrative, durante i quali comunità ed identità diverse avranno l’occasione di conoscersi, di raccontarsi, di dialogare e di ri-conoscersi, per cominciare a fare di Pistoia, così come di qualunque altra città italiana, una “città sul Mediterraneo”.

Un contributo alla costruzione dal basso, anche nella nostra città, di un reale percorso di confronto e di quelli che saranno i futuri confini della cittadinanza italiana ed europea.

L’iniziativa è resa possibile grazie a:

logo_ZONA_cash&carry Farmacia Di Candeglia del Dott. Buccarelli

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LUNEDI 24 NOVEMBRE 2014

PRESSO IL CONVENTO DEI DOMENICANI, VIA DELLE LOGGE 6, PISTOIA

ORE 16.30 -19.00 | PISTOIA SUL MEDITERRANEO: MIGRAZIONI – TERRITORI – DEMOCRAZIA

Filippo Buccarelli, Università di Firenze, Claudio Monge, Università di Friburgo. Modera: Giovanni Paci, Vice Presidente PoieinLab

MARTEDI’ 25 NOVEMBRE 2014

PRESSO IL CONVENTO DEI DOMENICANI, VIA DELLE LOGGE 6, PISTOIA

ORE 16.30-19.00 | DEMOCRAZIA E MOVIMENTI ISLAMICI: VIE DI FUGA E PUNTI DI INCONTRO

Claudio Monge, Università di Friburgo, Marco Bontempi, Università di Firenze

MARTEDI’ 25 NOVEMBRE 2014

CINEMA ROMA, V. LAUDESI 6, PISTOIA ORE 21:00 (ingresso euro 5)

Proiezione del film IO STO CON LA SPOSA

di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khales Soliman Al Nassiry (Italia, Palestina 2014)

MERCOLEDI’ 26 NOVEMBRE 2014

PRESSO IL CONVENTO DEI DOMENICANI, VIA DELLE LOGGE 6, PISTOIA

ORE 16.30 -19.00 | “ALI’ DAGLI OCCHI AZZURRI”: VERSO UNA CONVIVENZA PLURALE

Claudio Monge, Università di Friburgo, Alessandro Cortesi, Centro Espaces “Giorgo La Pira”

SABATO 29 NOVEMBRE 2014

SEDE POIEINLAB-RICERCA SOCIALE, VIA DEI MAGI 9, PISTOIA (C/O CONVENTO DEI DOMENICANI), ORE 17.00-22.00

DIARIO DI BORDO: DOLCI SPERANZE Documenti, discussioni e riflessioni sui viaggi della speranza

a cura di Pamela Barberi

29.11.2014 – 31.12.2014

INAUGURAZIONE Ore 17.30

Jonida Xherri, Barca di cioccolato, talk, resoconto, documentazione.

CCDS CONTROCARRETTADELLASPERANZA, un progetto di Simone Ialongo    

e con:

Gabriele Abbruzzese, Low Africa (Video)

Andrea d’Amore, Clandestino – la lunghezza della porta (morso di clandestino su carta carbone, porta)

Massimo Nannucci, Sogno (___)

Caterina Pecchioli, Neverland – L’isola che non c’è (Video)

Andreas Schwarzkopf, Fremdwasser (Video)

ORARI MOSTRA: dal Lunedì al Venerdì su appuntamento | Sabato e Domenica ore 11:00 -13:00

info: 3914790284 – m.landucci@poiein-lab.eu  

SABATO 29 NOVEMBRE 2014

SEDE POIEINLAB-RICERCA SOCIALE, VIA DEI MAGI 9, PISTOIA (C/O CONVENTO DEI DOMENICANI)

Ore 20.30 I SAPORI DELLE CIVILTÀ: CIBI, AROMI, RACCONTI… “IN VOLO PER IL MONDO”
Descrizione presentazione dei piatti, degli autori e loro provenienza. I piatti saranno introdotti e presentati da cittadine/i dei paesi d’origine delle pietanze. Per info e prenotazioni: eventi@poiein-lab.eu

DOMENICA 30 NOVEMBRE 2014

SEDE POIEIN-LAB-RICERCA SOCIALE, VIA DEI MAGI 9, PISTOIA (C/O CONVENTO DEI DOMENICANI), ORE 17:30 – 20:30

LA CITTA’ IN ASCOLTO: RACCONTARE, RACCONTARSI, RICONOSCERSI
Storie, racconti dei migranti, riflessioni, stimoli da parte di letterati e poeti pistoiesi.

MARTEDÌ 2 DICEMBRE 2014

CINEMA “ROMA”, V. LAUDESI 6, ORE 21 (ingresso: euro 5)
Proiezione del film LA MIA CLASSE, di Daniele Gaglianone, con Valerio Mastandrea (2013)

MARTEDÌ 9 DICEMBRE 2014

CINEMA “ROMA, VIA LAUDESI 6, ORE 21 (ingresso: euro 5)
Proiezione film LA NAVE DOLCE, di Daniele Vicari (2012)

DURANTE GLI EVENTI

LE FORME DELL’ALTERITÀ E DELL’INCONTRO

Paolo Beneforti, Fughe senza fine – Street art in movimento

Cooperativa Manusa, Abbigliamenti e tessuti dai quattro angoli della Terra

Photo Credits: Marco Muratori

Corpo e sangue del Signore – anno C – 2013

DSCF0441Gen 14,18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26Lc 9,11b-17

Un gesto, una parola, un ricordo vivo. Tre raggi di luce da accogliere nelle letture di questa domenica per entrare nel significato di questa festa del corpo e sangue del Signore.

Un gesto: “Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole…”. Melchisedek è sacerdote del popolo gebuseo, rappresentante di una religione pagana presente in Canaan, e nei racconti di Genesi improvvisamente appare ad incrociare il cammino di Abramo non in modo minaccioso e ostile, ma con un gesto di benedizione. Il suo gesto racchiude un significato che provoca profondamente nel rapporto con altre religioni e tradizioni. Offre infatti pane e vino e benedice Abram. Non è infatti Abram, il profeta di Dio, il padre dei credenti, a benedire, ma Abram viene benedetto da un uomo del culto pagano. E Melchisedek gli offre pane e vino, elementi essenziali alla vita. Quei segni racchiudono il senso di ciò che è necessario e quanto è sovrabbondante e dà gioia, elementi fondamentali della vita nel contesto mediterraneo, il pane proveniente dal grano, cultura essenziale al nutrimento, e il vino che dà gioia nella convivialità. Recano in se stessi l’annuncio di una  benedizione presente nella vita stessa, presente in tutte le forme religiose del vivere umano che si aprono ad un ‘oltre’ presente nella realtà. Nel profilo di Melchisedek si intravede un enigma ed una apertura: i suoi gesti evocano la dimensione religiosa insita nel cuore dell’uomo. E questo incontro ci dice che quanto proviene dal cammino religioso umano, e quanto proviene dalla vita stessa, dal pane e dal vino, sono benedizione, sono tracce di una presenza di Dio che è presenza che dice e fa il bene.

Non posso non accostare in questo tempo questa immagine di Melchisedek a quella che qualche commentatore ha indicato – nelle liturgie papali – come la ‘nuova liturgia dell’inchino’. Si tratta di un gesto significativo, che potrebbe aprire vie nuove di comprensione del servizio di chi presiede non per dominare ma per servire. E’ stato introdotto da Francesco, presentatosi come nuovo ‘vescovo di Roma’, sin dal momento del suo primo saluto: si è inchinato, lui il papa, per lasciarsi benedire, prima di offrire la sua benedizione, capovolgendo rituali secolari. Un gesto semplice ma dalle enormi potenzialità di cambiamento di stile. Francesco si è inchinato per ricevere una benedizione proveniente dalla preghiera e dalla vita dei presenti. Si è posto nell’attitudine di ricevere una benedizione proveniente dalla fatica, dal dolore, dalla speranza, dalla quotidianità e da tutti i fili che compongono il tessuto delle vite umane. In un altro incontro ha fatto poi silenzio di fronte ai giornalisti di diverse convinzioni e tradizioni religiose per dire, proprio nel silenzio, una benedizione (reciproca) che passa attraverso la vita. Un silenzio che apriva allo stupore di fronte al bene che insieme si riceve e si dona in ogni incontro dove l’altro non è percepito come nemico ma ospite da cui ricevere un dono e a cui offrire benevolenza. Non dovrebbe questo essere lo stile di ‘imparare a ricevere e dire il bene’ – uno stile evangelico – da testimoniare oggi nel tempo del pluralismo e delle preoccupazioni identitarie? La testimonianza mite di accogliere la benedizione proveniente da ogni cammino e di scoprirne traccia nelle cose portatrici di una parola di bene?

Il gesto di Melchisedek, gesto magnifico di ospitalità, ci parla di un modo di intendere proprio le cose, gli elementi del vivere quotidiano, come segni di benedizione: pane e vino sono rinvio a cogliere in ciò che offre sostentamento ogni giorno, nella materialità delle cose, la traccia di una benedizione che viene dal Dio dell’alleanza e della creazione. E il suo gesto di sacerdote pagano, può essere indicazione di come in tutti i cammini religiosi, nelle tradizioni e nelle sapienze aperte all’altro e all’oltre, sia da accogliere una benedizione che conduce ad incontrare il Dio della creazione e dei cammini umani, presente con il soffio del suo Spirito come benedizione nei percorsi religiosi dell’umanità.

Una parola: “Voi stessi date loro da mangiare”. E’ la parola di Gesù nell’episodio della condivisione dei pani. Gesù risponde ai dodici che gli dicono: “congeda la folla… per trovare cibo, qui siamo in una zona deserta”. Nel deserto Gesù parlava del regno di Dio e guariva – dice Luca. E in quel deserto si fa portare i pochi pani e pesci, “recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla”.  Li dava perché essi li distribuissero. Coinvolge i suoi in una distribuzione in cui comprendere la responsabilità nel dare da mangiare nonostante la pochezza di ciò che si ha, e per scoprire la fecondità della condivisione. Gesù invita i suoi a dare essi stessi da mangiare, a farsi responsabili di una distribuzione che non è esito di una grande organizzazione o di manifestazione di efficienza basata sul denaro che tutto può comprare. Si basa piuttosto sulla povertà, sul coraggio di distribuire ciò che si ha: i cinque pani e due pesci. Proprio nella loro povertà e mancanza di mezzi Gesù scorge la fessura attraverso la quale si può generare un dono, un percorso di gratuità.

I quattro verbi usati da Luca – prese, li benedisse, li spezzò, li diede… – sono passaggi importanti perché sono i medesimi che ritornano quando viene narrato da Luca il gesto di Gesù nell’ultima cena. La comunità primitiva vi scorge così l’annuncio dell’eucaristia. Il pane spezzato è annuncio di una presenza che si dona, nella concretezza e nella totalità dell’esistenza perché si possa partecipare della sua vita. Così ancora il gesto dello spezzare il pane sarà momento di rivelazione per i due di Emmaus nel loro cammino: lo riconobbero nello spezzare il pane. Non è un gesto chiuso in una sfera cultuale, ma gesto della quotidianità: rinvia alla vita e alla possibilità di incontrare il Risorto lì dove si spezza il pane dell’esistenza, dell’impegno, della solidarietà. Dentro a questo gesto sta anche un messaggio sullo sguardo di Gesù: la sua prima preoccupazione era l’annuncio del ‘regno di Dio’, ma nel suo agire il regno di Dio si rende vicino in una attenzione concreta alle persone, alle necessità concrete, nella completezza della loro vita. Il bisogno di cura, il pane, la possibilità di vita. Non solo una dimensione della vita, ma tutto, a partire dalle cose immediate. Per Gesù è importante la vita in tutte le sue dimensioni, non rifugge la corporeità. Il suo dono è il suo corpo, per comunicare una vita che prende con sé tutto l’umano.

Infine un ricordo: “Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: Il Signore Gesù, nelal notte in cui veniva tradito prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse:…”. La testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi è il testo più antico che riporta le parole di Gesù nell’ultima cena e con esse il ricordo di quell’ultimo gesto con i suoi nel quadro della cena pasquale. Paolo richiama questa ‘memoria’ per dire il suo rimprovero ad una comunità in cui le differenze sociali portavano a non attendersi gli uni gli altri per mangiare insieme e per ripetere il gesto di Gesù. Paolo richiama ad un atteggiamento che sgorga dall’eucaristia e deve segnare la vita comune: ‘Aspettatevi gli uni gli altri’. Ogni momento che ricorda l’ultima cena, ogni eucaristia non può svolgersi come momento di esclusione, ma deve ritornare sempre a quella cena, a quel momento in cui tutti furono accolti fino alla fine. Lo spezzare il pane e bere insieme il calice era stato vissuto da Gesù in riferimento a tutta la sua persona, alla sua vita e indicava una strada. Non un nuovo rituale, ma un gesto che rinviava alla vita stessa come liturgia. Lì si attua una rottura radicale della logica della violenza e della vittima sacrificale: Gesù offe il suo corpo, la sua vita liberamente in fedeltà ad un amore che non viene meno di fronte al rifiuto e alla condanna. E’ scelta che apre ad un culto nuovo in cui l’esistenza stessa diviene luogo dell’incontro con Dio.

Il rischio che viviamo oggi è ridurre il ricordo del corpo e sangue di Cristo ad una dimensione cultuale, talvolta magica, il rischio di considerare l’eucaristia quale oggetto di venerazione, quasi fosse una ‘cosa’, sganciata dalla vita di Gesù e dalla sua chiamata a seguirlo, senza coglierne la portata di comunicazione e coinvolgimento per la nostra vita. Il ricordo della cena richiama all’accoglienza che si attua o meno nel mangiare insieme o nell’escludere dalla tavola. Per la tavola dove sono seduti o esclusi interi popoli della terra, così come per le nostre tavole l’eucaristia rimane sfida e provocazione. Fa uscire da una religiosità disincarnata e richiama ad una fede vissuta nel coinvolgimento di un corpo, cioè di una vita in relazione, che si comprende come dono.

Alessandro Cortesi op

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