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III domenica di Avvento – anno B – 2020

Santa Sofia Istanbul – mosaico

Is 61,1-2a. 10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Un profeta del tempo dell’esilio scrive al popolo d’Israele rivolgendosi ai rimpatriati da Babilonia che avevano ripreso la costruzione del tempio di Gerusalemme. I deportati avevano fatto l’esperienza delle privazioni e dell’oppressione, ma dopo il ritorno tuttavia scoprono la fatica della libertà: ben altre costrizioni e schiavitù si presentano ed essi si confrontano con il cammino della fedeltà a Dio sempre da rinnovare. Il profeta porta un annuncio di liberazione a persone con il cuore spezzato, parla di rinnovamento, di germogli nuovi da coltivare, di restauri di antiche rovine e annuncia un tempo nuovo, anno di grazia, tempo della remissione dei debiti: tempo della gioia perché tempo di nuova condivisione.

Il capitolo 1 del IV vangelo riporta all’attesa di un messia. Al tempo di Gesù molte erano le interpretaazioni di questa attesa, con contenuti e modalità diverse. Al Battista chiedono: ‘Sei tu il messia oppure Elia o uno dei profeti?’.

L’attesa di un giorno del Signore e del suo intervento con le caratteristiche di un giudizio nella gloria si  componeva con l’attesa di un profeta più grande di Mosè (Dt 18,18). Giovanni Battista invitava con forza a prepararsi alla venuta del messia e si presenta come voce che grida: ‘Preparate nel deserto una via per il Signore’ “(Is 40,3-5). Nel quarto vangelo egli assume il profilo del testimone di Gesù che richiama a lui: ‘Ebbene io l’ho visto accadere, e posso testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio’. (Gv 1,32-34)

Giovanni non attira a sè ma intende tutta la sua vita orientata a preparare la via all’incontro con Cristo: è l’amico dello sposo che prepara l’incontro. La venuta di Gesù come Messia è incontro di comunione tra il Dio dell’amore e l’umanità chiamata a partecipare della sua vita (cfr. 1Gv 1,2-3).

Nella lettera ai Tessalonicesi – scritto da Paolo del 50-51 – Paolo si rivolge ad una comunità segnata dalla persecuzione e dalla difficoltà ricordando di essere sempre lieti e richiama al fondamento della gioia: ‘Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo’. Tutto deve esser vissuto per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. L’invito alla gioia è motivato dalla fiducia nella venuta di Gesù Signore. La fede dei Tessalonicesi è ancora malferma, in crescita. Essi vivono difficoltà tuttavia il loro cammino si nutre dell’attesa di Gesù Cristo che verrà. Paolo ricorda loro che la parola di Dio non è semplice parola umana, ma parola efficace che opera nei credenti: è ‘parola di Dio… veramente tale e agisce in voi che credete!” (1Tess 2,13). Proprio nell’esperienza della prova egli invita a rimanere nella gioia, fondati sulla sua Parola. Sta qui il senso profondo del celebrare questa domenica d’avvento che inizia con l’invito ‘Rallegratevi nel Signore’.

Alessandro Cortesi op

…farà germogliare la giustizia

E’ stato presentato il 3 dicembre on line il Report 2020 Il diritto d’asilo dal titolo: Costretti a fuggire… ancora respinti. Si tratta del quarto report annuale curato dalla Fondazione Migrantes di Caritas Italiana sulla situazione dei richiedenti asilo e rifugiati. Riporta dati e osservazioni sulla situazione del diritto d’asilo a livello mondiale e italiano in particolare e si può scaricare gratuitamente nel sito Vie di fuga. Il Report è strutturato in 12 contributi scritti da diversi autori impegnati sia sul versante della ricerca sia nell’accompagnamento di richiedenti asilo e rifugiati.

I dati dell’UNHCR del luglio 2020 riportano che il numero di sfollati e rifugiati nel mondo ha raggiunto livelli che non si vedevano dal tempo della seconda guerra mondiale: quasi 80 milioni sono nel mondo le persone costrette da varie ragioni a fuggire dalla loro case. Questi motivi spesso sono guerre e situazioni di violenza e conflitto, impossibilità di avere accesso al cibo o all’acqua, violazioni di diritti fondamentali, processi di desertificazione o di land grabbing, disastri ambientali dovuti ai cambiamenti climatici. Tra questi 80 milioni di persone circa 50 milioni sono sfollati interni, cioè persone che hanno lasciato la loro casa ma permanendo all’interno del proprio Paese, spesso in campi profughi.

Il Report offre elementi per comprendere la situazione di questo momento storico. Viene posto in luce come sia aumentata la richiesta di protezione nei paesi del mondo, ma ciononostante l’Unione europea e l’Italia sempre meno rispondono a tale richiesta. Nel 2019 e 2020 si sono resi palesi e tangibili gli effetti delle politiche di chiusura e di rifiuto dei migranti condotte in Italia da vari anni e a livello globale la pandemia scoppiata nei primi mesi del 2020 ha spinto a chiudere ancor più le frontiere e a rendere sempre più difficile la condizione di chi è in fuga lasciando la propria casa.

A livello europeo è stato presentato nel settembre il nuovo progetto della Commissione europea di “Nuovo Patto per la migrazione e l’asilo”. La lettura di quella che per ora rimane ancora una proposta manifesta tuttavia che obiettivo di fondo, al di là di alcune affermazioni generali di principio, non è generare una solidarietà tra Paesi europei nel senso dell’accoglienza delle persone in fuga e di offrire concrete vie di impegno per la rimozione delle cause all’origine delle migrazioni. Obiettivo di fondo appare invece l’attuazione di una collaborazione nel difendere le frontiere del continente evitando per quanto si può ulteriori ingressi e con la paura del ripetersi di situazioni critiche come si è verificato nel 2015. La condizione della pandemia ha dato poi il pretesto per definire ulteriori chiusure e misure difensive.

Tra gennaio e settembre 2020 sono circa 72.000 gli attraversamenti “irregolari” di migranti e rifugiati giunti nell’Unione Europea, con una diminuzione del 21% rispetto allo stesso periodo 2019. Le rotte più frequentate sono quella del Mediterraneo centrale e quella dei Balcani occidentali, ma con una drastica diminuzione rispetto agli anni precedenti in particolare dal 2015 anno dell’“emergenza migranti” europea. Negli ultimi mesi sono aumentati gli arrivi nell’Atlantico nel territorio spagnolo delle Canarie.

Coloro che nel 2019 sono riusciti a chiedere asilo nell’Unione Europea provengono principalmente dalle seguenti regioni: Siria (circa 74.000), Afghanistan (53.000), Venezuela (45.000), Colombia (32.000) e Iraq (27.000). L’ultimo anno ha visto in forte aumento i richiedenti asilo venezuelani e colombiani rispetto al biennio precedente.

Nel 2019 l’UE ha garantito protezione a circa 300.000 persone con riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria o di quella umanitaria, ma le percentuali di riconoscimento delle varie forme di protezione sul totale dei richiedenti esaminati permangono molto basse. In Italia la percentuale di riconoscimento di protezione è al di sotto della media europea e vede il riconoscimento per appena il 20% sul totale degli esaminati.

Nonostante i messaggi di allarme e finalizzati a generare paura da parte di alcune forze politiche che paventavano nuove ondate di sbarchi e nuove invasioni, nell’anno 2020 gli arrivi in Italia di migranti e rifugiati via mare risultano a livelli minimi rispetto agli anni precedenti: a fine settembre 2020 gli arrivi erano 23.720 (a confronto dei 132.043 nello stesso periodo del 2016 e i 105.417 del 2017). Certamente si è attuata una lieve crescita rispetto al biennio 2018‐2019 segnato dalla politica dei “porti chiusi” e della “guerra alle ONG”. Un altro dato su cui riflettere è che fra l’estate 2019 e l’estate 2020 una rilevante parte degli “sbarchi” in Italia è avvenuta in maniera autonoma e meno di un rifugiato/migrante su cinque è stato soccorso dalle ONG.

La rotta più pericolosa permane quella del Mediterraneo centrale, verso l’Italia e Malta (25.888 gli arrivi da gennaio a settembre 2020). Nel 2019 risultano 8 morti e dispersi ogni 100 rifugiati e migranti che ce l’hanno fatta ad arrivare in Italia e Malta.

Fra gennaio e settembre 2020 circa 9.000 rifugiati e migranti sono stati intercettati e riportati nell’inferno di Libia dalla Guardia costiera “libica”. L’ONU e l’UNHCR hanno ripetuto denunce e appelli perché la Libia non è un porto sicuro. Anche varie ONG hanno denunciato e reso note le condizioni disumane dei lager libici. Le testimonianze e documentazioni su questa situazione di continua e palese violazione di diritti umani sono ormai innumerevoli ed è scandalosa a fronte di questi orrori l’indifferenza da parte europea e internazionale.

Il Report offre un approfondimento in particolare sulla rotta balcanica evidenziando come nell’intera area vi sia “un approccio oltremodo ostile verso i migranti nel complesso e i rifugiati in particolare”. Vengono denunciate autentiche forme di respingimento attuate dai paesi dell’Unione europea e dal confine orientale dell’Italia verso Paesi non UE. Sono respingimenti operati con estrema violenza e facendo ricorso a procedure completamente al di fuori della, legalità. Si attuano così respingimenti cosiddetti a catena: dall’Italia alla Slovenia e Croazia, fino in Bosnia, all’esterno delle frontiere UE, senza consentire ai migranti di fare richiesta di asilo e di avere assistenza legale.  Il 24 luglio 2020 è stata presentata un’interrogazione da Riccardo Magi al ministero dell’Interno, su tali respingimenti. La risposta ha dato conferma di procedimenti di riammissione anche per chi vorrebbe richiedere protezione internazionale. Inoltre le riammissioni sono attuate senza consegnare alcun provvedimento e senza documentazione. Si tratta di una grave situazione di violazione di diritti umani proprio ai confini del nostro Paese.

Nelle conclusioni del Report si legge: «Anche i rifugiati, come abbiamo mostrato in questo volume, lungi dall’essere un “problema” o un “peso economico” si rivelano frequentemente un volano per trasformare le società in una direzione più dinamica capace di futuro. Ma questo può avvenire solo se riconosciamo pienamente la soggettività dei nuovi arrivati e se concepiamo le politiche di accoglienza e integrazione come un “investimento”. Se si fosse adottato questo approccio sin dagli anni Novanta, rinunciando alla deriva emergenzialista che ha caratterizzato queste politiche, già oggi avremmo a livello europeo e italiano una struttura più stabile e ordinaria, rispettosa dei diritti, e allo stesso tempo capace di valorizzare queste presenze, ricevendone partecipazione e supporto, da pieni cittadini»

Alessandro Cortesi op

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