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XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

britainunrefugeesummitjpeg-4dcb2_1474281689-kfve-u1090728418398htb-990x556lastampa-it(Londra, 19 settembre 2016 – giubbotti salvagente allineati a Parliament Square mentre si svolgeva il Summit dell’ONU sui rifugiati)

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. Contro questo stile di vita colpevolmente insensibile alla miseria di chi viveva nell’oppressione e nella miseria, Amos grida il suo disappunto: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione del rapporto con i beni e della ricchezza in relazione alla chiamat a seguire Gesù. Luca è preoccupato per la situazione della sua comunità e richiama ad uno stile di vita di attenzione ai poveri e di scelta della povertà.

In radice è una scelta alternativa rispetto ad una concezione della vita di autosufficienza e di potere. E’ per Luca condizione fondamentale dell’essere discepoli di Gesù: ‘Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo’ (Lc 14,33). Se non si attuano scelte di sobrietà e un impegno di condivisione, si cade in pretese di potenza, si vive senza lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro, con il cuore indurito che impedisce l’incontro.

All’inizio la parabola offre due quadri contrapposti: la situazione del ricco spensierato. La sua esistenza è chiusa come in una bolla, ed è cieco perché immerso totalmente nella sua ricchezza al punto da non accorgersi di ciò che gli accade intorno, della situazione di vita di chi sta alla sua porta. E’ ignaro del dolore di chi soffre vicino a lui. Per contro Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente, accerchiato dai cani randagi.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Lazzaro è presentato nel seno di Abramo in una comunione di vita di cui Abramo è il padre. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Scopo di tale descrizione non è formulare una dottrina sull’aldilà dopo la morte. L’accento va piuttosto al presente. L’oggi è luogo in cui si decide della propria vita nell’orizzonte di un senso che troverà pienezza nel per sempre della vita in Dio. Luca in particolare invita ad una vigilanza nel presente: “Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame” (Lc 6,24-25).

Nel vangelo non c’è una condanna semplicistica e manichea della ricchezza, come se i beni e il benessere siano cattivi in se stessi: al contrario il disegno di Dio sta nell’eliminare povertà e miseria che sono mali che rendono la vita meno umana e sono autentica oppressione. Il regno di Dio annunciato da Gesù è possibilità di nuova di vita, di salute e benessere per ogni persona. Gesù reagisce con forza all’indifferenza, al vivere senza pensiero per l’altro. Comprende che la povertà non è condizione di destino, ma è frutto di scelte e di una iniquità che fa rimanere nell’indifferenza alcuni e nella sofferenza altri.

I beni sono affidati, e sono via per attuare l’incontro con gli altri: è questo il cuore della chiamata umana a vivere insieme agli altri. Il rapporto con i beni esige perciò una vigilanza particolare: va vissuto con un atteggiamento di riserva e di attenzione. Le ricchezze non possono assorbire ogni energia e la vita non va asservita alla logica dell’accumulo. E’ questa la linea dello stolto (cfr. Lc.12,20). La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi.

La seconda parte della parabola presenta un dialogo tra il ricco e Abramo nell’aldilà. Il ricco chiede ad Abramo di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. La risposta di Abramo è: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

E’ questo il punto focale verso cui tutto il racconto converge: Mosè e i profeti rinviano alle Scritture. Abramo, padre dei credenti, richiama all’ascolto. Non è questione quindi di miracoli sorprendenti e di invii celesti. La fede come incontro con Dio si attua nell’incontro con gli altri. La volontà di comunione, al centro del disegno di Dio per tutta l’umanità, può essere ascoltata e messa in pratica nella ordinarietà della vita. Non mancano possibilità, vicine e alla portata di tutti: ‘hanno Mosè e i profeti’. L’ascolto, secondo Luca, è atteggiamento fondamentale che può far fiorire un modo diverso di rapportarsi agli altri. E’ ascoltare della voce dei profeti. E’ anche un ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Miniature e racconto

Il codice di Echernach è un antico codice miniato del XI secolo prodotto nella abbazia di Echternach (Lussemburgo) tra il 1030 e il 1050 circa. Attualmente è conservato al Museo nazionale di Nürnberg. E’ un magnifico esemplare artistico dell’epoca degli Ottoni. Nel manoscritto è copiata la versione della vulgata (la traduzione latina di Girolamo del II secolo d.C.) dei quattro vangeli ed è riportato il canone di concordanza di Eusebio.

Nel codice sono presenti alcune pagine miniate, su sfondo dorato: sedici pagine sono miniate a pagina intera. Inoltre vi sono cinque miniature degli evangelisti.

Prima del testo del vangelo di Luca il codice riporta le immagini di alcune parabole di Gesù, una per pagina, i lavoratori nella vigna (Mt 20,1-16), dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12; Lc 20,9-19), del grande banchetto (Lc 14,15-24), del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31).

La miniatura nella pagina della parabola dell’uomo ricco e Lazzaro presenta una vivace descrizione della narrazione. Nella scena del primo registro in alto si distingue una tavola apparecchiata attrono alla quale siedono tre figure in abiti nobili e colorati e si distingue la pinguedine del personaggio in abito rosso ricamato che sta ricevendo una pietanza dal servo. Quest’ultimo è raffigurato con un abito corto, adatto al servizio. In uno spazio separato, alla destra, fuori dalle mura della casa, appare la figura di Lazzaro, nudo, coperto di piaghe, solo, con due cani ai suoi piedi che gli leccano le piaghe: segno di una pietà possibile agli animali che non vede riscontro negli uomini e segno pure di desolazione. La sua posizione non è eretta ma rannicchiata, inginocchiato, nella nudità che esprime visivamente una condizione umana di degrado, con le mani lazate e protese in un gesto di implorazione.

Nel registro sottostante altre due scene sono accostate: il momento della morte di Lazzaro con l’uscita della animula dal suo corpo. Questa è raccolta da due angeli alati, dalle forme molto belle e splendenti, che attraversano il cielo di un blu intenso mentre si distendono uscendo da un’area segnata da cerchi colorati di rosso e di blu, allusione alla sfera della vita divina di luce e di colore. La scena accanto è un’immagine del paradiso e compare il motivo del grembo di Abramo, motivo diffuso soprattutto nelle raffigurazioni dei giudizi dei portali delle cattedrali medioevali. Abramo appare come un vegliardo con attorno tante presenze e che reca in braccio tanti. E’ un luogo di vita in cui si può scorgere la presenza di acqua e di piante e al centro la figura di Abramo seduto sui cieli con accanto dodici animule dall’aspetto gioioso. Abramo reca in braccio un’altra figura quasi fosse un bambino nelle sue braccia.

Nel registro in basso la prima scena a sinistra descrive la morte del ricco, disteso e ancora ben vestito, coricato su di un letto appoggiato su un pavimento in cui ancora c’è l’acqua, simbolo della vita. Da lui sta uscendo l’animula come fosse contorta e questa viene subito presa da diavoli scuri e trasportata, a destra,  da un’altra figura di colore scuro con piedi raffigurati come zampe di animale. Nella scena di destra c’è una rappresentazione dell’inferno che si contrappone al grembo di Abramo: una figura legata è attroniata da presenze inquietanti che appaiono attorniate da lingue di fuoco rosso. Non c’è più acqua simbolo della vita, ma terra e fuoco.

Può essere interessante suggerire un accostamento proposto negli studi esegetici: il nome di Lazzaro riprenderebbe in forma abbrevaiata il nome del servo di Abramo, Eliezer di Damasco: a lui fu detto ‘non costui sarà tuo erede’. E’ quindi figura ritenuta esclusa dall’alleanza. Mentre il ricco sarebbe il discendente di Abramo, Lazzaro è tenuto fuori dalla porta, escluso. Ma Lazzaro, nella parabola di Gesù, viene accolto nel grembo di Abramo. Ad affermare che la nuova alleanza non è per un’esclusione ma per un’accoglienza nuova di vita, in una partecipazione piena al cammino di Abramo. Per la sua disponibilità di fede fu capace di accogliere. Il grembo di Abramo diventa così annuncio di una chiamata all’ascolto e segno di una alleanza che è per una solidarietà di tutta l’umanità, così come nel suo grmabo c’è spazio per tutti e per una vita nell’essere tenuti come in braccio..

Le immagini del codice di Echternach possono essere un aiuto in questa lettura.

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica tempo ordinario anno C – 2016

img_0537_2Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e dite: Quando sarà passato il novilunio e il sabato perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e … usando bilance false per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Il Signore lo giura: Certo, non dimenticherò mai le loro opere”

Amos coltivatore e pastore di Samaria (VIII secolo a.C.) fu chiamato a divenire profeta. La sua vita ne fu capovolta, in modo inatteso. Portare la parola di Dio, senza capacità, lo condusse a parlare di fronte ai potenti, agli spensierati, ad esprimere protesta di fronte all’ingiustizia. Di fronte ai poveri ridotti ad essere calpestati e ai ricchi assorbiti solo dalla mira del guadagno, la sua voce si fece eco di una parola di Dio come appello alla vita. Nei suoi testi richiama il volto di un Dio attento ai deboli e ai poveri. Avverte come ricchezza e denaro costituiscono idolatria, perché rendono indifferenti al grido del povero. Al punto che la vita di uomo viene valutata quanto un paio di sandali. Lo sdegno di Amos comunica la parola di Dio in quanto parola sull’umanità, sull’esperienza, forza di cambiamento e di nuovo modo di intendere la relazione.

La parabola di Gesù (Lc 16) si riferisce a situazioni del suo tempo: un amministratore rischia di perdere il suo posto e cerca in tutti i modi di conservarlo per prepararsi un futuro. Il racconto non è un elogio della sua disonestà. Il punto centrale sta infatti nel richiamare attenzione al fatto che ‘i figli di questo mondo’ mettono a frutto una incredibile capacità creativa per assicurarsi sicurezze e ricchezza. Di più sanno compiere scelte con furbizia e con prontezza. Gesù chiama ‘i figli della luce’ a comprendere che il presente è un momento in cui essere pronti, in cui non rimanere inerti, ma operare scelte mettendo al primo posto ciò che è più importante.

Richiama così ad un’alternativa radicale: o Dio o Mammona. O Dio o il piegarsi ad un altro assoluto nella vita. Non si può servire a due padroni così diversi. Mammona è termine derivante dall’ebraico ‘aman’ (da cui il nostro Amen): indica ciò che dà stabilità – economica, sociale culturale – e diviene sinonimo di ricchezza. La vita può risolversi nell’inchinarsi a Mammona oppure in un affidarsi che affronta il rischio, l’incertezza di affidarsi nel Dio che chiede la solidarietà e la condivisione. Luca presenta tale alternativa come una scelta tra due amori che non possono stare insieme. Essere fedeli a Dio che ascolta il grido del povero rinvia al modo di vivere il rapporto con le cose, con la ricchezza, ma soprattutto con i volti di chi è vittima dalla miseria e dall’ingiustizia.

Nella parabola la ricchezza è detta ‘disonesta’: non ogni ricchezza proviene da scelte disoneste, tuttavia la ricchezza è spesso collegata all’ingiustizia e genera situazioni di esclusione e oppressione. E’ spesso disonesto ciò che la ricchezza porta con sé, ossia l’illusione che la ricchezza stessa dia stabilità: in tal senso diventa ‘mammona’ a cui si assoggetta la vita perdendo di vista il suo autentico senso.

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Sfruttamento

In un articolo Oltre il caporalato, lo sfruttamento, nel sito Sbilanciamoci, Antonio Ciniero presenta un quadro della situazione del mondo agricolo segnata fortemente dallo sfruttamento soprattutto nel lavoro stagionale. In esso un ruolo centrale ha il caporalato:

“il modo in cui prende forma a livello territoriale cambia, esistono diversi modelli che vanno dal ‘semplice’ taglieggiamento delle paghe in cambio del servizio di trasporto e dell’ingaggio a forme di maggiore prepotenza e violenza, fino a quelle – in realtà non così diffuse come si penserebbe – riferibili alla riduzione in schiavitù”.

I caporali colmano vuoti istituzionali e sociali, perché con il loro agire fanno da ponte tra lavoratori e aziende e offrono – naturalmente approfittandosene e in termini di sfruttamento – possibilità di spostamento e di viaggio perché i lavoratori possano recarsi sui luoghi di lavoro.

“Il caporalato è dunque solo uno degli elementi, importante ma solo accessorio, che concorre al mantenimento del sistema di sfruttamento e sospensione dei diritti che conosce l’attuale configurazione del lavoro agricolo nelle campagne dell’Europa mediterranea. In tutti i paesi dell’Europa mediterranea aumentano i ghetti, le tendopoli e i campi temporanei. Si tratta non solo di luoghi che nascono, nel disinteresse istituzionale, ai margini delle società e dei diritti, ma anche di luoghi creati proprio dalle stesse istituzioni, tappe obbligate delle traiettorie del lavoro stagionale agricolo, che costringono la vita dei soggetti ad un’eterna provvisorietà e ad un’indefinita transitorietà. Siamo di fronte ad una vera e propria ‘lagherizzazione’di un numero sempre crescente di cittadini ridotti ad ‘umanità eccedente’ costretta ad uno stato di eccezione permanente all’interno di spazi abietti”.

In Puglia a Rignano Garganico, nei ghetti in provincia di Foggia, popolati di africani, in Campania, Calabria, a Rosarno e a Nardò, a Borgo Mezzanone, ghetto di bulgari in cui è presente un elevato numero di bambini, nell’Agro Pontino, al Sud ma anche al Nord, nel mondo del lavoro agricolo ancora oggi, vicino a noi, “un uomo è comprato per un paio di sandali”: un cassone di tre quintali di pomodori viene pagato 3,50 euro (A.Leogrande, Lo sfruttamento nei campi è la regola e non l’eccezione, “Internazionale” 28 agosto 2015). Sono le nuove forme di schiavitù che vedono le vittime soprattutto tra i migranti, sfruttati per garantire manodopera, concentrati in tendopoli in condizioni sociali e igieniche indescrivibili, le donne, vittime dello sfruttamento sessuale nelle campagne siciliane. Ma lo sfruttamento è senza limiti: nel suo libro Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato, ed. Imprimatur, Enrica Simonetti ha raccontato la vicenda di una donna italiana morta a quarantonove anni nel 2015 vittima di tale condizione. Nel rapporto Agromafie e caporalato, della Flai Cgil nel 2015, si riporta che circa quattrocentomila lavoratori italiani e stranieri sono vittime del caporalato in Italia.

Igiaba Scego, a partire dalla lettura del monumento al granduca di Toscana Ferdinando I, detto dei quattro mori, presso il porto di Livorno,  ricorda come quel monumento al granduca vide un completamento nel 1621 ad opera dello scultore Pietro Tacca: “Quattro schiavi ‘mori’ incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare” (Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi, “Internazionale” 5 giugno 2016). E’ un riferimento artistico che rinvia alla tragica esperienza delle antiche e delle nuove schiavitù presenti ancora vicino a noi.

Aprire gli occhi su tale situazione è un primo passo per rendersi conto il peso dell’ingiustizia e di sofferenze umane che sono generate da un sistema economico iniquo. E’ anche presa di consapevolezza che i prodotti che giungono sulle nostre tavole portano dentro tale peso di iniquità. La protesta di Amos dovrebbe trovare eco per generare consapevolezza. La parola di Dio che egli portava è parola sulla vita umana, contro tutte le forme di idolatria che non sanno riconoscere nei volti umani la medesima dignità.

Alessandro Cortesi op

 

XVIII domenica tempo ordinario anno C – 2016

IMG_0535_2Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

“Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura”. Qohelet, ‘il predicatore’, è uno tra i più inquietanti autori della Bibbia. E’ stato identificato con Salomone, re dalla vita splendida e riuscita (Qoh 1,12-2,26). Eppure la constatazione che guida il libro è che tutto, ricchezze, sapere, piaceri è ‘vanità’: l’ebraico ‘hebel/habel’ indica la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma effimera sulle onde, la rugiada che svapora al mattino. Anche quanto nella vita è ricercato e agognato come obiettivo di vita riuscita si rivela cosa inconsistente.

Qohelet, uomo ricco che ha percorso la vita, che ha potuto gustare il bello e il piacere, conclude con uno sguardo disincantato e disilluso, denuncia le contraddizioni, la bugia sottesa, la finzione, e la ‘vanità’ in ogni situazione, personale, sociale politica (Qoh 4,13-16; 5,7; 9,13-15), religiosa (Qoh 4,17-5,6). Il suo libro è stato letto quale spietata denuncia della pretesa umana di comprendere e di dare facili risposte alle inquietudini dell’esistenza: un messaggio scandaloso al cuore della Bibbia segnato dalla percezione dell’inesorabile sgretolarsi della vita umana (cfr. Qoh 12,1-7).

Un redattore finale ha cercato di smussare tutto questo nella conclusione (cfr. Qoh 12,9-14) riportando il discorso in termini consolatori: “conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto”.

Ma il libro di Qohelet rimane un testo difficile, si presta a diverse interpretazioni, non facilmente assimilabile ad un discorso religioso di consolazione. Per qualche interprete può essere accostato quale proposta di una visione radicale fondata solamente sul senso di infinito. Si osserva infatti che Dio ha posto nel cuore ‘nozione di eternità’: è forse la tensione a cercare risposta ai grandi quesiti che vengono dalle contraddizioni dell’esistenza? E’ il desiderio di una visione d’insieme di una vita che appare frammentaria e sfilacciata? E’ forse apertura oltre tutto ciò che è inconsistente, smascherando le facili consolazioni, i surrogati e le illusioni? Certo, tuttavia, al cuore di questo percorso rimane un ‘non comprendere’ quale grande sfida posta al lettore. “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto ogni cosa bella a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Qo 3,10-11).

Il ricco della parabola è esempio tipico di un uomo appagato e realizzato, ma profondamente stolto: è il profilo dell’uomo assorbito dalle vanità, dal pensare solo a programmare l’accumulo e ad organizzare i suoi averi. Non valuta il senso del tempo, non s’interroga sulla vita, non si pone la questione del limite. “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19).

Preoccupato di ammassare, ignaro del tempo del vivere, troppo occupato e distratto per potersi fermare e interrogarsi sul senso del vivere reca in sé i tratti dello stolto. Incapace d comprendere, duro di cuore e superficiale nel suo affidarsi ad illusioni: è uomo immerso nella vanità, misero nella sua inconsapevolezza eppur prepotente e arrogante nell’illudersi del suo potere. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14).

Stoltezza è vivere della vanità attuando così una forma di idolatria: il ritrovare nelle ricchezze un piccolo dio. Nell’agire del ricco si rende vivo il volto concreto della stoltezza come assorbimento nella questione dei beni e dell’accumulo per se stessi. Gesù propone una sapienza diversa, un modo di vivere capace di valutare le cose. Indicando come stolto quest’uomo spinge a considerare il senso del limite, ed un modo possibile di intendere la vita, non ripiegata su se stessi, ma aperta agli altri. Suggerisce che la vita non dipende dai beni. Vivere nella sapienza implica un modo diverso di guardare: le persone non contano per i beni che possiedono. Si può divenire schiavi di una ricchezza accumulata per se senza pensare alla condivisione.

Alessandro Cortesi op

rembrandt-parabola-del-ricco-stolto2(Rembrandt, La parabola del ricco stolto, part.)

I beni

“Chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco…”. L’economista Thomas Piketty, autore di una fondamentale analisi del capitalismo (Il capitale nel XXI secolo), ha denunciato come oggi il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale e del reddito. Nell’attuale contesto europeo, di stagnazione e in cui l’economia non cresce, chi vive di rendita può mantenere la propria posizione di preminenza mentre coloro che vivono del lavoro e del proprio stipendio sono le categorie più esposte ai cambiamenti e alla crisi. L’analisi di Piketty evidenzia i possibili sviluppi del sistema attuale verso una situazione in cui l’eredità di chi ha accumulato ricchezze finanziarie ha la preminenza sul lavoro. La sua analisi è presto sintetizzata: “Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita”. (“La Repubblica” 8 ottobre 2014). Thomas Piketty suggerisce per uscire alcune misure da tale situazione: la tassazione progressiva dei grandi patrimoni con politiche mondiali per rintracciare coloro che nascondono le proprie ricchezze lottando contro i paradisi fiscali e attuando norme severe contro l’evasione.

Ma le misure economiche che pure possono essere esse in atto non possono sostituire la presa di consapevolezza dell’iniquità del sistema in cui si attua un accumulo di ricchezze da parte di una percentuale di popolazione mondiale esigua, nell’indifferenza verso una distribuzione delle risorse e della ricchezza. Le parole rivolte al ricco stolto oggi non riguardano solamente un appello a singoli, ma sono parole rivolte a livello collettivo soprattutto a chi detiene i grandi gruppi della finanza mondiale. Ma quali vie per un cambiamento di sistema?

Nel suo libro Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, (ed. Francoangeli 2014) Roberto Mancini passa in rassegna e analizza i vari modelli di altra economia alla ricerca di nuove vie percorribili. L’attuale sistema ha prodotto l’homo oeconomicus: “L’homo oeconomicus non si specchia e non vede neppure la propria immagine. Non tanto perché vede solo il denaro, quanto perché vede tutto secondo il denaro, che quindi è molto più di un misuratore del valore dei beni e del lavoro: è la luce che fa “vedere” ogni cosa”. Un nuovo modo di vivere il rapporto con i beni e l’economia non può scaturire da applicazione i modelli, se non trae radici da una presa di consapevolezza comune per cui operare a diversi livelli. Mancini osserva che non è sufficiente la lotta alla politica dell’austerità, se si rimane dentro ai parametri del capitalismo. Le crisi economiche sono parte integrante di questo sistema ad esso indispensabili per potersi riprodurre. A suo avviso è necessaria una rivoluzione che coinvolga i modi di sentire e di pensare. Agli esseri umani deve essere restituita dignità per non essere trattati né come esuberi, cioè esseri inutile, né come una risorsa, solamente in considerazione della loro utilità e produttività senza avere una considerazione per le persone nella loro unicità. E questo discorso si potrebbe ampliare anche in considerazione della natura, da considerare non solo come ricchezza da usare, ma come dono da custodire.

Alessandro Cortesi op

I domenica di quaresima – anno A – 2014

Niccolò cattedrale di Piacenza XII sec
Niccolò – Cattedrale di Piacenza architrave del portale
Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Subito dopo il racconto del battesimo di Gesù, Matteo presenta Gesù che viene sospinto dallo Spirito nel deserto. C’è un primato dello Spirito al cuore di questa scena. Gesù vive nella disponibilità ad accogliere la forza e la chiamata dello Spirito: Matteo con tale annotazione indica che nel deserto si svolge un evento che conduce al rapporto fondamentale di Gesù con il Padre, al respiro profondo della sua vita, alle radici della sua identità.

Il deserto è luogo della prova, è rinvio al percorso dell’esodo: il deserto è anzitutto un ambiente fisico, lontano dal tempio e dai luoghi del potere. L’aridità delle rocce del deserto di Giuda ricorda la distanza dallo splendore dei palazzi di re e sacerdoti e ricorda l’esodo, la fatica e la lunghezza del cammino. Deserto è anche un luogo interiore, è dimensione che dice solitudine e si collega all’esperienza di Israele che nel deserto incontrò un Dio vicino, e visse l’esperienza di un legame unico con lui. Deserto è il luogo in cui Dio si è fatto incontrare parlando cuore a cuore, ed è anche luogo a cui ritornare per vivere ancora e per lasciarsi toccare da quella parola di tenerezza e di rinnovamento (Os 2,16).

Deserto è grande immagine non solo di uno spazio, ma del tempo. Si potrebbe leggere allora questa scena quasi come sintesi, presentatata in un momento determinato, dell’intera esistenza di Gesù. La scena delle tentazioni può così essere accostata non come episodio dai tratti suggestivi e immaginifici di un botta e risposta tra Gesù e il diavolo tentatore.

In questo racconto Matteo intende raccogliere ed esprimere il senso del cammino di tutta la vita di Gesù: lo legge come esposto ad una prova che parla anche alla nostra vita. Per Gesù nel deserto si pone la questione della sua identità, di quel nome ricevuto nel battesimo: Se sei figlio di Dio… Anche noi ci troviamo a vivere non solo le grandi scelte ma le piccole scelte che costruiscono la nostra identità.

Matteo pone alla sua comunità e a noi la grande domanda: Cosa vuol dire per Gesù essere ‘figlio’? E il suo racconto è quasi un accompagnamento a cogliere la scelta progressiva di Gesù di accogliere il dono di essere figlio aprendosi ad un rapporto di amore unico verso il Padre.

La scena nel deserto non mira a proporre una spiritualità di penitenza, di digiuni ripiegata nella paura della tentazione. Parla piuttosto di un’esperienza nello Spirito, di un amore capace di libertà e della gioia della relazione con Dio come Padre che Gesù ha vissuto nella sua vita: un incontro segnato da responsabilità e da libertà e per questo capace di dire ‘no’ perché orientato al grande ‘sì’ della direzione fondamentale della sua vita come dono. E si fa invito anche per noi ad entrare in questa sua vicenda per scoprire cosa significa essere figli nel Figlio.

Gesù si trova di fronte alla prova di realizzare il nome che ha ricevuto nel battesimo, ‘Figlio di Dio’. La logica del ‘tentatore’, personificazione di tutte le realtà che si oppongono alla via scelta da Gesù è diversa, è via che si oppone e presneta strade alternative. Le diverse proposte parlano di un modo d’intendere l’identità stessa di Gesù.

“se sei figlio di Dio dì che queste pietre diventino pane”: è la provocazione a pensare la sua missione come un procurare beni materiali e in quella dimensione esaurire tutta l’esistenza. La risposta ai bisogni, il benessere del compimento delle esigenze primarie come fine ultimo della vita umana. Nella sua risposta Gesù cita la Scrittura (Deut 8,3) e rinvia all’esperienza del dono della manna nel deserto indicando la chiave del suo rifiuto: “Jahwè ti ha umiliato, ti ha fatto soffrire la fame e ti ha dato da mangiare la manna che né tu né tuoi padri avevate mai provato, per mostrarti che l’uomo non vive soltanto di pane ma di tutto ciò che esce dalla bocca di Jahwè” (Dt 8,3). Israele nel deserto aveva preteso una prova della fedeltà di Dio, non si era fidato. Gesù ora, nel deserto, pone al primo posto la Parola di Dio, la fedeltà a Lui, la libertà di intendere la vita in un orizzonte che va oltre il soddisfacimento dei bisogni. C’è un dimensione che supera ogni altro bene che, per quanto importante, come il pane indispensabile alla vita, non può essere considerato assoluto. Ma soprattutto non può esaurire la sete profonda presente nel cuore della vita umana. La vita non si esaurisce unicamente entro le dimensioni del soddisfacimento delle esigenze di sopravvivenza e di benessere. C’è una apertura radicale e più profonda: è un’apertura alla libertà e a tutte le dimensioni dell’umano che vanno oltre. Gesù intende la sua vita come attenzione alle esigenze di vita alla salute, al pane, e tuttavia apre a considerare chela vita non può esaurirsi in quei beni raggiunti, è aperta ad altro: c’è una parola di Dio, un progetto che va oltre una chiusura su esigenze che possono anche pensate solamente nell’ambito individualistico.

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La seconda prova si accentra sul miracoloso e si accompagna alla citazione del salmo 91,11-12: “ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Vi è qui un’espressione della prova che Gesù visse al momento della croce. Sacerdoti, scribi e anziani dicevano “ha salvato gli altri, e non può salvare se stesso! E’ re d’Israele, scenda adesso, dalla croce e crederemo in lui… Ha confidato in Dio, lo liberi Dio, adesso, se gli vuol bene” (Mt 27,42-43). Questo scherno racchiude la richiesta una prova concreta di potenza, una verifica visibile. E’ l’idea di un Dio che toglie ogni responsabilità, che nega la stessa fede come affidamento. E’ pretesa di un messia della potenza che s’impone nell’evidenza, che non passa attraverso il rischio della fede. E per questo anche non si confronta con il rischio dell’amare che esige il coinvolgimento dell’affidarsi ad una presenza e ad una promessa. Gesù risponde richiamando alla prova di Israele quando il popolo si domandò carico di dubbio: “Ma il Signore nostro Dio è in mezzo a noi sì o no?”. Cita ancora il testo della Scrittura e richiama ancora la logica di un amore che coinvolge tutta la persona ‘amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima’ (Dt 6,16). La sua fiducia nel Padre è abbandono senza riserve. Rifiuta manifestazioni di potenza, rifiuta di compiere il miracolo che susciti stupore ma che toglie la libertà del credere e dell’affidarsi. Rifiuta il miracolo che impedisce la possibilità di scegliere l’amore come esperienza di libertà.

L’oppositore Satana presenta infine a Gesù la prospettiva di vivere la sua identità nel senso del poere religioso o politico: gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria… Tutte queste cose io ti darò se gettandoti ai miei piedi mi adorerai”. La risposta di Gesù è nella linea di affermare un solo amore e un solo Signore: ‘Sta scritto infatti il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto” (Dt 6,16) Gesù si rifiuta così di entrare nella logica del dominio e del potere che racchiude in se stesso una radicale idolatria. La sua scelta è quella del servizio. Nel battesimo era stato designato come ‘Figlio e servo’. Ora viene tentato sulla modalità in cui vivere il suo essere messia. Matteo presenta Gesù che radica la sua vita sulla Scrittura, ripercorre il cammino d’Israele e pone davanti a sé l’orizzonte di un amore senza riserve con l’unica preoccupazione di compiere la volontà del Padre.

La scena delle tentazioni può così essere letta come espressione del rifiuto che Gesù incontrò nel percorrere la sua via. E’ una pagina che parla anche dell’identità di chi segue Gesù, della sua comunità: essere figlie e figli, divenire figlie e figli deve tenere presente innanzitutto che il padre non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli (Mt 18,14)
In questa serenità di fondo, sta anche il grande messaggio che Gesù ha vissuto la prova e in lui possiamo trovare la via da seguire nella vita.

Le tre provocazioni sono al cuore di tre grandi esperienze che costituiscono oggi per noi motivo di svuotamento del riferimento a Cristo. Provo a riprenderle accostando alcuni brani tratti dalla Leggenda del grande inquisitore di F. Dostojevski, che costituisce una lucida interpretazione della pagina delle tentazioni. E’ presentato Gesù che ritorna sulla terra a Siviglia ai tempi della Santa Inquisizione e viene imprigionato come eretico. Il Grande Inquisitore si reca da lui e gli rivolge un lungo discorso: “Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che gli uomini, nella loro semplicità e nel loro disordine innato non possono neppure concepire… Tu promettesti loro il pane celeste, ma può questo pane paragonarsi a quello terreno?…”

La prima provocazione è quella di pensare che tutta la vita si risolva unicamente nel soddisfacimento delle esigenze primarie e dentro l’orizzonte di beni e desideri materiali, pensare che l’orizzonte del desiderio possa essere chiuso solamente nella prospettiva di maggiore benessere, mezzi tecnologici o beni materiali è una attitudine che soffoca l’esistenza, che impedisce la libertà di un cammino che si apre ad altre dimensioni, al rapporto con gli altri, ad un diverso rapporto con le cose, all’ascolto di una parola di Dio per noi nella vita, alla libertà che spinge ad andare oltre.
Così il grande Inquisitore: “Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: ‘Davanti a chi inchinarsi?’. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi”.

La nostra identità più profonda non può essere ridotta ad una ricerca di una efficacia visibile, di avere un riconoscimento di gloria nell’orizzonte del miracolo. E’ realtà che soffoca la vita anche la ricerca di una religione che s’impone e genera cose stupefacenti in modo da poter affermare superiorità sugli altri ed evitare la fatica della fede e del rischio dell’amore in rapporto a Gesù.
Così il grande Inquisitore: “perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: ‘Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu’. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio… E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti”.

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La prova più sottile è quella del potere, del pretendere di essere come dio perché si raggiunge un potere sugli altri di qualsiasi genere. E’ la sottile adorazione di potenze di questo mondo che Matteo vede personificate nel ‘grande oppositore’, ma è anche quel modo di concepire la fede nel legarsi agli interessi e al compromesso con il potere. E’ un modo di vedere la religione come strumento per dominare o come un progetto politico che s’impone con la ricchezza, con l’uso della forza sociale e nel mettersi accanto e abbracciando i poteri e chi esercita il dominio. E’ la linea del fare alleanza con gli imperi della storia per averne ossequio e per ricevere privilegi in cambio di benedizione, privando così del grande dono della libertà del vangelo.

Così ancora il grande Inquisitore: “Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde”. (per una lettura del nostro tempo: cfr. G.Zagrebelski, La leggenda del grande inquisitore, a cura di G.Caramore, Morcelliana 2003)

Il percorso liturgico verso la Pasqua, il tempo dei quaranta giorni è occasione per entrare a partecipare della vita di Gesù, della sua passione morte e risurrezione: è questo il senso profondo di un cammino che è coinvolgimento nella sua vita, immersione, battesimo in cui accogliere una salvezza come dono di ‘molto di più’. Paolo nella lettera ai Romani presenta la salvezza come dono di Cristo caratterizzata da un ‘molto di più’. C’è il molto di più di Cristo che compie l’attesa di Adamo, il molto di più della grazia che non può essere posta a paragone con il peccato, il ‘molto di più’ del battesimo che genera uomini e donne nuovi a confronto con il vecchio e il ‘molto di più’ di una libertà che apre agli altri e all’Altro. Cristo, Adamo nuovo, è primizia per Paolo di una umanità diversa che vive nella logica del dono e impara a condividerlo.

Alessandro Cortesi op

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VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4068Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Una donna che si commuove per il proprio figlio è immagine che parla di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Per parlare di Dio nei testi biblici ritroviamo rinvii alle dimensioni umane più profonde. Così il volto di Dio non definibile, nemmeno pronunciabile da parola umana è descritto nel gesto del commuoversi di una donna e nella relazione che la lega al suo bambino. Una immagine che racchiude non solo il grande messaggio che Dio non si dimentica dei suoi figli, ma che ci riporta anche ad una fede liberata dalle complicazioni e centrata sulla dimensione profondamente umana che tocca il cuore. Una fede ridonata alla semplicità di scoprire la presenza di Dio vicina alla vita, dentro ad essa.

Nella vita umana sta nascosta la sua presenza. Il cammino verso Dio non è solo cammino di uscita ma a anche di sguardo alla realtà, al profondo dell’esperienza umana: non lontano ma al cuore di essa sta racchiuso un rinvio a Dio e si dona la stessa comunicazione di Lui che si rende vicino. Nel cuore della propria esperienza stanno le tracce del suo volto.

Dio non dimentica. Il Dio della Bibbia, dei profeti è un Dio capace di commuoversi, di sentire l’attaccamento dell’affetto e della passione. Questo annuncio di Isaia è uno squarcio sul volto di Dio appassionato che rimane fedele. Fedele nonostante ogni contraddizione e capace di riproporre la sua fedeltà nonostante il rifiuto e l’infedeltà. E’ la gratuità dell’amore che non ricerca un contraccambio, ma si offre nella gratuità del regalare sempre il suo ricordo e pensiero. Il volto di Dio ha i tratti di chi dona e attende e rimane fermo, paziente, e si commuove nonostante ogni distanza.

In un tempo che dimentica non solo la propria storia, ma dimentica l’altro, perché non lo vuole guardare e lo allontana da sé, il Dio annunciato da Isaia ha i tratti di un Dio che ricorda, personalmente, rivolto ad un tu, e non viene meno nel ricordare: ‘non ti dimenticherò mai’ è promessa per una fede che diviene allora legame personale, affidamento, accoglienza della speranza che proviene da chi non si dimentica di noi.

In un tempo in cui si sperimenta la distanza presa da tanti nei cofnronti di una fede che è diventata costruzione di un sitema lontano dalla vita queste paorle richiamano ad un ritrovare la semplicità di un credere testimoniato e proposto in modo umano, vivo, ricco di quell’amore che segna i rapporti.

Gesù nel discorso della montagna pone i discepoli di fronte ad una alternativa: “Non potete servire Dio e il denaro”. Presenta una signoria in cui un padrone indicato con il termine aramaico ‘mammona’, si pone in alternativa a Dio stesso nella vita dei discepoli. ‘Mammona’ può essere indicato come il denaro, la ricchezza, il possesso, la rincorsa all’accumulo. E’ da tener presente che Gesù non denuncia il denaro in se stesso come un male: non condivide le concezioni dualistiche di coloro che ritengono che vi siano cose malvage in se stesse, eppure scorge nella dinamica dell’attaccamento che il denaro genera una via di infedeltà a Dio stesso. Pone così in guardia dal servire il denaro. Vi sono realtà quali il denaro, il possesso, la ricchezza che nella vita sono elevate al ruolo di padroni assolute, idoli da seguire, a cui orientare ogni sforzo, a cui lasciare assoggettare l’esistenza. Questa dipendenza dal denaro e dalla ricerca di accaparrarsi beni rende la vita soggiogata e la pone sotto un altro padrone che non è Dio. Mammona è così un padrone che soffoca la vita, la rende inacpace di respiro, asservita. In questa alternativa Gesù coglie la grande sfida presente nell’esistenza dei discepoli. E’ questione di riferimento all’unico Signore che genera uno sguardo critico su ogni realtà che si pone come ‘padrone assoluto della vita’.

Una vita piena di cose, spesa nella tensione all’accumulo di beni ha i contorni di una vita affannata. Nel brano viene ripetuto sei volte un verbo che indica l’affannarsi (greco merimnao). Nel vangelo di Matteo ritorna il riferimento a questo nella spiegazione della parabola del seminatore, con riferimento alla situazione del seme seminato tra i rovi: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). Affannarsi è cadere in preda alla ‘preoccupazione del mondo’ che toglie aria e respiro alla possibilità della Parola di crescere. Non solo. Una vita alla rincorsa di cose da possedere non sta nella pace ma sperimenta l’aggressività verso l’altro, l’invidia per superare chi è più ricco o la paura per difendere i possessi acquisiti. Gesù denuncia non solo la condizione di schiavitù dell’essere sottomesi all’idolatria delle cose da trattenere per sè, ma anche quell’idolatria che pone in uno stato di guerra e di ostilità permanente. Prima di divenire conflitto di popoli, quest’affanno che genera ostilità si annida nei cuori e mantiene schiavi. Gesù provoca a scegliere e ad intendere diversamente la vita: la sottomissione alla ricchezza rende ciechi di fronte ad ogni altra cosa, soprattutto rispetto alla sollecitudine per l’altro e per il Signore.

Gesù insiste tanto su questo sguardo liberato dall’affanno delle ricchezze per aprire strade di umanità e di pace. La logica del consumare e dell’avere è pervasiva: non si arresta mai, giunge a considerare merce tutte le cose, poi il lavoro e le stesse persone. E’ una logica che separa e costruisce barriere sempre più alte tra le persone, i popoli, tra chi ha e chi non ha, tra chi mantiene il potere e chi deve soggiacere.

L’invito di Gesù è: Non preoccupatevi. “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardategli uccelli del cielo…”. E’ indicata la prospettiva di non lascirsi rinchiudere l’esistenza in un’ansia che la impoverisce e la rinchiude.

Gesù propone un cammino di liberazione dall’affanno che tarpa l’esistenza. A partire dalla sua esperienza di povero, Gesù parla di una vita liberata. E una vita liberata è capace di respiro, diviene capace di godere del dono inatteso, delle cose semplici, di essere ricchi non perché si possedono molte cose ma perché si ha bisogno di poco e si vive la dimensione più profonda dell’essere umano, l’affidamento. Una vita liberata dalla sudditanza e dalla schiavitù è una vita in cui si apre al possibilità di spazio per l’altro. “Da ricco che era si è fatto povero per voi povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà – dirà Paolo tratteggiando l’intero percorso di vita di Gesù e indicando in questo ‘la grazia del Signore nostro Gesù Cristo’ (2Cor 8,9).

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E’ questa libertà che conduce a guardare le cose, gli altri, la vita in modo nuovo. Fa passare da uno sguardo in cui tutto è solo funzionale ad una utilità o ad un guadagno, in cui tutto è quantificabile con un prezzo, ad uno sguardo che respira di gratuità. C’è un rapporto con le cose, con la natura, con la realtà attorno a noi da riscoprire e recuperare in modi nuovi, liberandosi dall’idolatria di mammona. Viviamo in una realtà non da usare ma da in primo luogo da accolgiere e contemplare: Gesù guardando i fiori del campo vi legge un segno che parla di Dio. Vi ritrova lì dentro una parola che orienta l’esistenza. Suggerisce così un nuovo rapporto con le cose che sorge da un cuore liberato.

C’ è un rapporto con gli altri come via dell’incontro con il volto di Dio: “cercate invece innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia si concretizza nel vivere una fiducia che si appoggia nella misericordia del Padre. Giustizia e misericordia sono due nozioni che si ricoprono e quasi di identificano, come ricordano le due beatitudini del discorso dela montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno sazieti. Beati i miserirocordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,6-7). Sta qui il paradosso dell’annuncio di Gesù: una vita capace di scrollarsi di dosso l’affanno, che imprigiona e ripiega, si ritrova in modo nuovo e inatteso, sorprendentemente ricca, capace di vivere l’affidamento nell’oggi: ‘dacci oggi il nostro pane di questo giorno’ (Mt 6,11; con riferimento a Es 16,4: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno”) .

E’ l’apertura alla grande bellezza che è presente eppur nascosta nella nostra vita, nelle cose semplici, di ogni giorno, da scoprire come segno di un dono e invito alla libertà. Sono magari le medesime cose di chi ha poco, ma osservate con uno sguardo capace di gioire. C’è un profondo messaggio di superamento della lotta e del dominio verso una via diversa di pace in queste parole. Accogliere l’invito di Gesù ‘non affannatevi’ è percorso di liberazione da tutto ciò che fa stare nella logica del conflitto, della competizione, per aprirsi alla possibilità di una vita liberata da pesi inutili e da sudditanze che le impediscono di volare, come gli uccelli del cielo – simbolo di libertà dall’affanno – e di fiorire come i gigli del campo – segno della bellezza semplice che attrae e sa condividere -.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

3-4-da-marinus-van-reymerswaele gli usurai 1540(Marinus van Reymersvaele, Gli usurai, 1540)
Am 8,4-7 Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Chissà per quale disattenzione nel brano di vangelo di questa domenica sono rimaste tagliate queste parole conclusive, che peraltro offrono la chiave di lettura secondo la quale leggere una tra le parabole di Gesù che Luca riporta al cap. 16. Il testo poi continua così: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: ‘Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,14-15).

La questione si fondo sta nell’orientamento di fondo della vita, e si pone nell’alternativa tra servire Dio e servire la ricchezza. L’inseguimento ad avere di più, quel culto del denaro e dell’avere che rende insensibili agli altri, incapaci di indirizzare la vita verso ciò che vale veramente anche se non è valutato con un prezzo è in netta contrapposizione all’accogliere e servire il volto di Dio. E’ una vera e propria fede che si sostituisce alla fede in Dio: la contrapposizione è quindi tra Dio e una realtà come il denaro che assume il profilo di una divinità.

Nel mondo di Gesù solamente a Gerusalemme le famiglie dell’aristocrazia potevano avere un tesoro in monete d’oro. In Galilea questo era possibile ai grandi proprietari terrieri, persone ricche in una popolazione per lo più di contadini. Questi ultimi potevano possedere al massimo qualche moneta di rame e di bronzo, ma gli scambi avvenivano in natura. Negli anni in cui visse Gesù abbiamo la notizia che Erode Antipa introdusse la circolazione di monete coniate a Tiberiade, la città fatta erigere in onore dell’imperatore Tiberio. L’uso della moneta anziché favorire una maggiore giustizia sociale generò la possibilità di accumulare ancor maggiore ricchezza da parte dei proprietari terrieri e dei più ricchi e ciò diveniva per loro un ulteriore motivo di sicurezza. Il denaro diventava così ‘mammona’, un’espressione di radice aramaica (aman significa aver solidità, appoggio, stabilità, sicurezza) che indica sicurezza e che si avvicina alla definizione della fede come appoggio sicuro, roccia su cui avere stabilità. Il progresso anziché offrire possibilità di condivisione generava un arricchimento dei più ricchi e una condizione più misera dei poveri.

“Un uomo ricco aveva un amministratore…”. Al cuore della parabola il protagonista è un amministratore disonesto. E’ disonesto non solo perché gestisce i beni di cui è responsabile in modo improprio al punto di essere accusato presso il padrone, ma è disonesto anche nel gesto di falsificare ricevute di consegna dimostrando così un modo di agire che mira al fine di perseguire con lucidità solo i propri interessi e di assicurarsi il futuro. Quando infatti viene smascherato nella sua cattiva amministrazione reagisce trovando con prontezza e capacità di decisione una via di fuga per non trovarsi senza appoggi dopo il prevedibile e imminente licenziamento. La conclusione della parabola è sconcertante e lascia perplessi: il padrone lodò quel servo per la sua ‘scaltrezza’ dice la traduzione italiana nel trovare soluzione con mezzi disonesti in quel frangente. Il termine usato da Luca potrebbe essere meglio tradotto con prudenza, accortezza, capacità di valutazione e decisione. Oggetto dell’elogio non è la disonestà, piuttosto la capacità pronta di far fronte a situazioni difficili e la decisione in ordine ad una precisa finalità.

Gesù riprende in questo racconto una vicenda ordinaria del suo tempo in cui la disonestà, la spregiudicatezza, la falsità sembrano avere la meglio. Il suo è innanzitutto uno sguardo che osserva la realtà nei suoi aspetti ordinari. La parabola non intende offrire un esempio di comportamento: quell’amministratore è infatti un disonesto. Ma lo spaesamento viene dal fatto che alla fine il padrone lo elogia. Gesù coglie in questo comportamento l’attitudine di un ‘figlio di questo mondo’, di chi ragiona secondo il criterio di mammona dell’ingiustizia e coglie come questo amministratore ha saputo velocemente e con intelligenza pur in modo disonesto trovare soluzione per il suo futuro. Non lo elogia perché è disonesto, ma legge in questa capacità di approfittare del momento presente ed individuare vie di soluzione, un coraggio e una capacità di decisione di chi sa e vuole mettere tutte le sue energie in una direzione: è certo una direzione di male ma quell’amministratore è una persona capace di leggere la realtà, consapevole delle sue capacità e del mondo in cui vive – “cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua… – L’effetto del racconto è straniante: ci si aspetterebbe una condanna chiara di questo comportamento che è definito sin dal principio l’agire di un disonesto. Invece Gesù conduce nel racconto a cogliere la prontezza, la capacità di individuare, pur nel male, strade per aprirsi vie di sopravvivenza e soprattutto la prontezza nella decisione.

Il problema che Gesù pone sta nel contrasto tra i ‘figli di questo mondo’ e i ‘figli della luce’, tra coloro che hanno come criterio della loro esistenza solo la ricchezza e coloro che seguono Gesù che ha fatto della sua vita uno spazio di ospitalità e condivisione. Perché i figli della luce non sanno leggere con chiarezza le situazioni e perché non sanno vivere scelte coerenti nel rapporto con le cose e con le ricchezze? Perché quella prontezza e chiarezza nel decidersi in una direzione non è praticata da chi intende vivere secondo il regno di Dio?

Il termine ‘Mammona’ ritorna più volte nella bocca di Gesù: Gesù parla di denaro e contrappone Dio e Mammona. E parla di ricchezza: essa è ‘ricchezza disonesta’. È disonesta perché accumulata senza condivisione. E’ disonesta quando è ricchezza di cui possono godere solo alcuni e non viene motivo di vita per chi vive nella povertà e nell’esclusione. Gesù coglie nella ricchezza un luogo di possibile contrapposizione radicale a Dio. Quando si entra nella logica del tesaurizzare, quando si dà più importanza al denaro che alle persone, si scivola lentamente in un piano inclinato che conduce a vivere ciò che Amos il profeta della giustizia rimproverava nel VIII secolo a.C.: “Quando finirà il sabato, perché possiamo aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare, per comprare con denaro i poveri, e l’indigente se deve un paio di sandali?”. Amos denuncia il comportamento di uomini religiosi o sedicenti tali che osservano le regole del culto, ma senza porre connessione tra il culto al Dio di Israele di cui il sabato è il segno e la solidarietà con i poveri. La parola di Gesù è chiara nel contrapporre l’accoglienza di Dio ad una vita tutta centrata sulla ricchezza che diviene unica fonte di sicurezza e genera indifferenza verso chi è escluso e vive nell’indigenza. Quando la ricchezza diviene unico orizzonte della vita occupa tutto l’orizzonte si fa assoluto e il riferimento a Dio è svuotato del tutto fino a scomparire.

La parabola di Gesù ha un’attualità sconcertante: siamo ben a conoscenza di personaggi pubblici, arrampicatori, politici, che hanno costruito immense ricchezze con la frode, con la corruzione, con un agire di furbizia senza scrupoli, con l’ipocrisia, usando il potere politico per introdurre leggi unicamente a proprio vantaggio, e addirittura vantando una facciata di ossequio di fronte ai poteri religiosi e facendosi paladini di valori cristiani. E’ ancora peggiore notare come questo modo di agire è divenuto stile diffuso, e viene lodato chi è più furbo e scaltro nel fare i propri interessi. Siamo anche a conoscenza di una certa modalità diffusa dentro ambienti ecclesiali di giustificare il compimento di opere di bene con i mezzi dell’illegalità, per cui si giustifica l’utilizzo di mezzi spregiudicati con il perseguimento di fini buoni.

La parabola dell’amministratore è appello a vivere quell’orientamento totale e la sua capacità di decisione ma nel prendere le distanze dall’ossequio alla ricchezza che genera ingiustizia e nel vivere la coerenza di condividere ciò che si possiede a tutti i livelli: ci sono ricchezze culturali, sociali, umane oltre a quelle dei beni materiali che esigono di essere condivise e partecipate.

Gesù denuncia la servitù che il denaro e la ricchezza genera nella vita delle persone: ‘non potete servire Dio e la ricchezza’. C’è una questione che riguarda il servizio. Si pensa di usare la ricchezza per servirsi del denaro, ma si genera invece un processo complesso e avvolgente per cui si è asserviti e si diviene schiavi del denaro. L’accumulo delle ricchezze sorge dall’insicurezza, dalla ricerca di protezione e di garanzia, forse anche da una pretesa di occupare tanto vuoti esistenziali con qualcosa di cui rivendicare la proprietà. Gesù apre a considerare questa incapacità di decisione di fronte al regno di Dio, questo compromesso che rende incapaci di scelte coraggiose e di entrare nella vera ricchezza. “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi darà quella vera?”. C’è una ricchezza vera da scoprire e si può scoprire solamente con la condivisione. Gesù è venuto a liberare da tutto ciò che rende schiavi e scorge che una delle più pericolose schiavitù è quella della ricchezza, dello sguardo centrato sull’avere sempre di più non accontentandosi di ciò che basta per vivere bene.

Oggi viviamo un dominio del potere finanziario e di una mentalità dell’homo oeconomicus che fa dipendere la felicità dalla ricchezza e tutto riduce, anche le persone e il loro lavoro, a merce di cui disporre: siamo immersi nel ‘mammona dell’ingiustizia’ in un mondo ricco che ha fatto delle diverse forme di potere una via per assoggettare e per escludere i poveri. Le parole di Gesù hanno una forza dirompente nell’impegno a ripensare i modelli economici e sociali di vita.

E’ l’esperienza di ogni ricco di andare sempre più alla ricerca di aumentare il suo possesso senza vivere quella felicità che è la libertà del condividere e del non far dipendere la vita dall’accumulo. Nell’incapacità di godere di quello che la vita già offre, nelle cose semplici, nella sobrietà come occasione di felicità vera: è la ricchezza dell’incontro, è la ricchezza dei volti, è la ricchezza dello spezzare il pane.

Nella situazione attuale una negazione radicale di Dio può essere individuata nella idolatria del denaro e dell’accumulo egoistico di ricchezza ritenuta fonte di sicurezza e di felicità per se stessi, nell’indifferenza per gli altri (mammona dell’iniquità). In tale contesto in cui la negazione di Dio si esprime nella negazione della dignità dei poveri e nella logica dell’esclusione perseguire decisamente percorsi di solidarietà e condivisione costituisce una testimonianza del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

XXVIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

Un ‘tale’ gli corse incontro… La domanda che quel tale pone a Gesù riguarda la direzione fodnamentale della vita: “maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. La prima reazione di Gesù è quella di rifiutare per se stesso l’appellativo di ‘buono’: solo Dio, il Padre, è buono. E’ una bella indicazione di stile, forse anche di fronte a tante pretese di ergersi a ‘modelli buoni’ per gli altri. Poi richiama ai comandamenti, a quella parte del decalogo che riguarda i rapporti con gli altri. Gesù suggerisce le dieci parole della legge come via della vita eterna. E ai comandamenti ne aggiunge uno: ‘non frodare’. Questi sono tutti insieme declinazione dell’unica Parola che è dono di vita e di alleanza: ‘Io sono il Signore vostro Dio’. Ma quel tale ha osservato la legge e vive già nella linea dei comandamenti. “tutto questo l’ho custodito dalla ia giovinezza”. E se si è inginochiato davanti a Gesù è perché tuttavia cerca qualcosa di più, vive un’inquietudine che lo spinge a cercare. Gesù gli offre il suo sguardo capace di vedere in lui le aspirazioni più belle che reca nel cuore: ‘fissatolo lo amò’. Gli fa parte del suo amore e lo chiama ad un incontro per cui tutto passa in secondo ordine. Il primato va a seguire lui stesso, ad entrare in relazione con lui. E’ offerta di condivisione di vita, perdendo tutte le sicurezze ma nell’orizzonte di ritrovarsi. Non gli chiede di ‘fare qualcosa’ (maestro buono, che cosa devo fare per…?) ma di fare spazio nella sua vita ad un incontro. E accogliere così un volto nuovo di Dio, non come il ‘Dio delle prestazioni’ che soppesa le osservanze della legge, ma come un Tu capace di compassione con cui intrattenere una relazione viva. Non fare ma lasciare. ‘Lasciare’ i beni terreni, non attaccarsi alle ricchezze è quanto viene richiesto per fare spazio ad accogliere un dono, perché la Parola di Dio sia pienamente efficace nella vita. Lasciare per poi venire e seguire… Poi vieni e seguimi.  Tuttavia se ne andò via triste… Gesù fa cogliere ai suoi discepoli quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze possono entrare nel regno di Dio, perché le ricchezze divengono sicurezze a cui ci si attacca e che impediscono la disponibilità del cuore e la generosità per accogliere. Ma allora chi può essere salvato? Alla domanda di Pietro Gesù risponde ricordando che la salvezza è dono gratuito e chiede solamente apertura ad una azione di Dio in noi: E’ “impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio, perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27).

Tre riflessioni per noi oggi:

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio…” è un’espressione della lettera agli Ebrei (seconda lettura). La Parola di Dio è viva e porta vita, perché è parola che porta la vita di Dio stesso e perché si comunica in una vita, la nostra la vita dell’umanità. In un salmo si può leggere: “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite…” (Sal 62,12).  La Parola di Dio ci raggiunge sempre in una storia di uomini, la sua parola provoca eco e si reduplica in parole umane. Queste sono già eco ed interpretazione di quella parola originaria che pur giunge sempre a noi facendosi vicina, vitale e comprensibile. Sorge così l’esigenza di un’interpretazione della Parola/comunicazione di Dio. E proprio l’ascolto diviene allora vita perché questa Parola suscita accoglienza, interpretazione sempre nuova, incontro da rinnovare con le nostre parole e gesti di uomini e donne che vivono in un tempo, in situazioni diverse.

L’incontro del ‘tale’ – che nella versione di Matteo è un ‘giovane’, il giovane ricco – è stato interpretato nella storia come indicazione di una duplice chiamata e di un duplice livello del seguire Gesù. Ad alcuni si richiederebbe solo l’osservanza dei comandamenti ad altri, i ‘religiosi’, una sequela più totale e radicale. Ma questa lettura è più debitrice di una visione che legge una gerarchia ed una divisione nel popolo di Dio con chi risulterebbe privilegiato e oggetto di una chiamata più preziosa. Piuttosto in questa pagina è da cogliere una chiamata per tutti nell’accogliere lo sguardo di Gesù che ‘fissatolo lo amò’. La proposta di Gesù esige una radicalità di scelte che toccano aspetti assai concerti dell’esistenza, come l’ambito dei beni e di tutto ciò che ci porta ad essere ‘attaccati’, cioè possessivi, gelosi, incapaci di ‘lasciare’. E questo per tutti. Lasciare non è per una rinuncia che mortifica le persone. Piuttosto lasciare è  l’orientamento di fondo di chi, accogliendo Gesù – colui che nella sua vita si è fatto povero – accetta la sfida a divenire povero per  poter ricevere quella ricchezza di relazioni, di amore, di senso della vita che da Lui viene. Ognuno ha la sua chiamata, unica, preziosa, incomparabile, che si fa pluralità di chiamate nelle diverse circostanze e tempi dell’esistenza. E ciascuno è chiamato a vivere il divenire ‘povero’ come Gesù.

Viviamo un tempo di corruzione incredibile che suscita reazione e indignazione. Veramente appare chiaro come la ricerca dell’arricchimento e l’attaccamento ai beni sia fonte di rovina della vita: “Quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione e nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro è infatti la radice di tutti i mali… ” (1 Tim 6,10-11).

Spesso si cerca di evitare le esigenze radicali di non attaccamento e di condivisione che Gesù pone. Ma rimane una questione rilevante nella vita di chi è chiamato a seguire Gesù sulla sua strada. Come vivere questo in un tempo in cui la normalità sembra essere la conquista del privilegio e la ricerca di accapparrare a danno degli altri, l’accumulo con la disonesta ricchezza? Sono domande che lasciano non solo a ciascuno la responsabilità individuale ma chiederebbero anche una testimonianza di chiesa nel ‘lasciare’ privilegi e attaccamenti a tanti generi di ricchezze…

Alessandro Cortesi op

 

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