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XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

britainunrefugeesummitjpeg-4dcb2_1474281689-kfve-u1090728418398htb-990x556lastampa-it(Londra, 19 settembre 2016 – giubbotti salvagente allineati a Parliament Square mentre si svolgeva il Summit dell’ONU sui rifugiati)

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. Contro questo stile di vita colpevolmente insensibile alla miseria di chi viveva nell’oppressione e nella miseria, Amos grida il suo disappunto: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione del rapporto con i beni e della ricchezza in relazione alla chiamat a seguire Gesù. Luca è preoccupato per la situazione della sua comunità e richiama ad uno stile di vita di attenzione ai poveri e di scelta della povertà.

In radice è una scelta alternativa rispetto ad una concezione della vita di autosufficienza e di potere. E’ per Luca condizione fondamentale dell’essere discepoli di Gesù: ‘Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo’ (Lc 14,33). Se non si attuano scelte di sobrietà e un impegno di condivisione, si cade in pretese di potenza, si vive senza lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro, con il cuore indurito che impedisce l’incontro.

All’inizio la parabola offre due quadri contrapposti: la situazione del ricco spensierato. La sua esistenza è chiusa come in una bolla, ed è cieco perché immerso totalmente nella sua ricchezza al punto da non accorgersi di ciò che gli accade intorno, della situazione di vita di chi sta alla sua porta. E’ ignaro del dolore di chi soffre vicino a lui. Per contro Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente, accerchiato dai cani randagi.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Lazzaro è presentato nel seno di Abramo in una comunione di vita di cui Abramo è il padre. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Scopo di tale descrizione non è formulare una dottrina sull’aldilà dopo la morte. L’accento va piuttosto al presente. L’oggi è luogo in cui si decide della propria vita nell’orizzonte di un senso che troverà pienezza nel per sempre della vita in Dio. Luca in particolare invita ad una vigilanza nel presente: “Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame” (Lc 6,24-25).

Nel vangelo non c’è una condanna semplicistica e manichea della ricchezza, come se i beni e il benessere siano cattivi in se stessi: al contrario il disegno di Dio sta nell’eliminare povertà e miseria che sono mali che rendono la vita meno umana e sono autentica oppressione. Il regno di Dio annunciato da Gesù è possibilità di nuova di vita, di salute e benessere per ogni persona. Gesù reagisce con forza all’indifferenza, al vivere senza pensiero per l’altro. Comprende che la povertà non è condizione di destino, ma è frutto di scelte e di una iniquità che fa rimanere nell’indifferenza alcuni e nella sofferenza altri.

I beni sono affidati, e sono via per attuare l’incontro con gli altri: è questo il cuore della chiamata umana a vivere insieme agli altri. Il rapporto con i beni esige perciò una vigilanza particolare: va vissuto con un atteggiamento di riserva e di attenzione. Le ricchezze non possono assorbire ogni energia e la vita non va asservita alla logica dell’accumulo. E’ questa la linea dello stolto (cfr. Lc.12,20). La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi.

La seconda parte della parabola presenta un dialogo tra il ricco e Abramo nell’aldilà. Il ricco chiede ad Abramo di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. La risposta di Abramo è: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

E’ questo il punto focale verso cui tutto il racconto converge: Mosè e i profeti rinviano alle Scritture. Abramo, padre dei credenti, richiama all’ascolto. Non è questione quindi di miracoli sorprendenti e di invii celesti. La fede come incontro con Dio si attua nell’incontro con gli altri. La volontà di comunione, al centro del disegno di Dio per tutta l’umanità, può essere ascoltata e messa in pratica nella ordinarietà della vita. Non mancano possibilità, vicine e alla portata di tutti: ‘hanno Mosè e i profeti’. L’ascolto, secondo Luca, è atteggiamento fondamentale che può far fiorire un modo diverso di rapportarsi agli altri. E’ ascoltare della voce dei profeti. E’ anche un ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Miniature e racconto

Il codice di Echernach è un antico codice miniato del XI secolo prodotto nella abbazia di Echternach (Lussemburgo) tra il 1030 e il 1050 circa. Attualmente è conservato al Museo nazionale di Nürnberg. E’ un magnifico esemplare artistico dell’epoca degli Ottoni. Nel manoscritto è copiata la versione della vulgata (la traduzione latina di Girolamo del II secolo d.C.) dei quattro vangeli ed è riportato il canone di concordanza di Eusebio.

Nel codice sono presenti alcune pagine miniate, su sfondo dorato: sedici pagine sono miniate a pagina intera. Inoltre vi sono cinque miniature degli evangelisti.

Prima del testo del vangelo di Luca il codice riporta le immagini di alcune parabole di Gesù, una per pagina, i lavoratori nella vigna (Mt 20,1-16), dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12; Lc 20,9-19), del grande banchetto (Lc 14,15-24), del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31).

La miniatura nella pagina della parabola dell’uomo ricco e Lazzaro presenta una vivace descrizione della narrazione. Nella scena del primo registro in alto si distingue una tavola apparecchiata attrono alla quale siedono tre figure in abiti nobili e colorati e si distingue la pinguedine del personaggio in abito rosso ricamato che sta ricevendo una pietanza dal servo. Quest’ultimo è raffigurato con un abito corto, adatto al servizio. In uno spazio separato, alla destra, fuori dalle mura della casa, appare la figura di Lazzaro, nudo, coperto di piaghe, solo, con due cani ai suoi piedi che gli leccano le piaghe: segno di una pietà possibile agli animali che non vede riscontro negli uomini e segno pure di desolazione. La sua posizione non è eretta ma rannicchiata, inginocchiato, nella nudità che esprime visivamente una condizione umana di degrado, con le mani lazate e protese in un gesto di implorazione.

Nel registro sottostante altre due scene sono accostate: il momento della morte di Lazzaro con l’uscita della animula dal suo corpo. Questa è raccolta da due angeli alati, dalle forme molto belle e splendenti, che attraversano il cielo di un blu intenso mentre si distendono uscendo da un’area segnata da cerchi colorati di rosso e di blu, allusione alla sfera della vita divina di luce e di colore. La scena accanto è un’immagine del paradiso e compare il motivo del grembo di Abramo, motivo diffuso soprattutto nelle raffigurazioni dei giudizi dei portali delle cattedrali medioevali. Abramo appare come un vegliardo con attorno tante presenze e che reca in braccio tanti. E’ un luogo di vita in cui si può scorgere la presenza di acqua e di piante e al centro la figura di Abramo seduto sui cieli con accanto dodici animule dall’aspetto gioioso. Abramo reca in braccio un’altra figura quasi fosse un bambino nelle sue braccia.

Nel registro in basso la prima scena a sinistra descrive la morte del ricco, disteso e ancora ben vestito, coricato su di un letto appoggiato su un pavimento in cui ancora c’è l’acqua, simbolo della vita. Da lui sta uscendo l’animula come fosse contorta e questa viene subito presa da diavoli scuri e trasportata, a destra,  da un’altra figura di colore scuro con piedi raffigurati come zampe di animale. Nella scena di destra c’è una rappresentazione dell’inferno che si contrappone al grembo di Abramo: una figura legata è attroniata da presenze inquietanti che appaiono attorniate da lingue di fuoco rosso. Non c’è più acqua simbolo della vita, ma terra e fuoco.

Può essere interessante suggerire un accostamento proposto negli studi esegetici: il nome di Lazzaro riprenderebbe in forma abbrevaiata il nome del servo di Abramo, Eliezer di Damasco: a lui fu detto ‘non costui sarà tuo erede’. E’ quindi figura ritenuta esclusa dall’alleanza. Mentre il ricco sarebbe il discendente di Abramo, Lazzaro è tenuto fuori dalla porta, escluso. Ma Lazzaro, nella parabola di Gesù, viene accolto nel grembo di Abramo. Ad affermare che la nuova alleanza non è per un’esclusione ma per un’accoglienza nuova di vita, in una partecipazione piena al cammino di Abramo. Per la sua disponibilità di fede fu capace di accogliere. Il grembo di Abramo diventa così annuncio di una chiamata all’ascolto e segno di una alleanza che è per una solidarietà di tutta l’umanità, così come nel suo grmabo c’è spazio per tutti e per una vita nell’essere tenuti come in braccio..

Le immagini del codice di Echternach possono essere un aiuto in questa lettura.

Alessandro Cortesi op

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XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

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