la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0068.JPG1Re 3,5.7-12; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”

Salomone nella tradizione di Israele è il re sapiente, esempio di equità nel giudizio e nell’arte del governo. Nel suo profilo si riflettono i tratti di una profonda consapevolezza: il ruolo di guida del popolo è incarico ricevuto da Dio. Va condotto ponendosi di fronte a Lui. La concezione della regalità in Israele si basa sulla convinzione che il re è portavoce e luogotenente di Dio stesso. Per questo Salomone nello svolgimento di tale responsabilità non chiede potenza, ricchezze né gloria personale. E’ consapevole del limite e chiede solamente saggezza nel distinguere il bene dal male, chiede di farsi operatore di giustizia. La sua azione è in rapporto ad altri.

Al cuore della sua preghiera sta perciò la richiesta a Dio di un cuore docile. Il cuore è sede delle scelte in cui vengono soppesati bene e male per determinare gli orientamenti dell’esistenza. In questa richiesta è racchiusa la chiarezza del suo stare davanti al Signore e del suo impegno nei confronti di tutto un popolo: Salomone si affida a colui che conosce i cuori e si rende disponibile ad assumere su su di sé un compito ingente. La fedeltà a Dio stesso si attuerà per lui nel governare il suo popolo: ad esso dovrà rispondere. Il suo regnare non dovrà essere secondo le logiche del dominio, dello sfruttamento, della corruzione ma sarà chiamata a testimoniare la cura di Dio per il suo popolo.

Gesù parla del regno dei cieli e indica innanzitutto l’atteggiamento fondamentale per accoglierlo. Invita chi lo ascolta a mettersi in stato di ricerca. Senza soluzioni in mano, senza presunzioni vuote. Il regno dei cieli è scoperta di un dono e chi lo trova gioisce perché è realtà bella e preziosa che coinvolge la vita. E’ come un tesoro scoperto nel campo per cui vale la pena di vendere i propri beni per poter acquisirlo. Lasciare tutto il resto è scelta nell’orizzonte di una conquista più grande. E’ come la scoperta di un mercante che ha rincorso il sogno di trovare una perla di grande valore. Non smette di cercarla finché la trova. La perla, oggetto della sua attesa, è anche motivo della sua dedizione.

Cercare il regno di Dio innanzitutto: è quanto Matteo vede come essenziale della predicazione di Gesù. E parla dello stile con cui accogliere il regno: ‘con gioia’. E’ la gioia dell’uomo che “va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. In questo passaggio di gioia sta il segreto di una vita che ha scoperto la proposta di Gesù.

Matteo raccoglie anche un’altra parabola di Gesù, quella della rete gettata: è un altro tratto del ‘regno dei cieli’ che va composto raccogliendone i tratti che le parabole ognuna a suo modo, offrono. Qui il regno è paragonato ad una rete gettata. Quanto si sta realizzando è raccolta e raduno. E’ impegno che esige pazienza, attesa: la selezione di pesci buoni e cattivi nella pesca si compie al ritorno a riva. Così la scelta di quanto è buono sarà alla fine e non spetta a noi. Nel presente l’impegno non è per eliminare ma per raccogliere, per radunare. Gettare la rete nel mare per raccogliere è gesto di affidamento e attesa.

Gesù vede in atto il processo di crescita del regno. Solo nel futuro, nelle mani di Dio si potrà vederlo compiuto. E propone a suoi di lasciarsi prendere da tale fiducia, per vivere ricerca, gioia, e impegno di chi sa resistere, nel presente.

Alessandro Cortesi op

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Governare

E’ di questi giorni un accorato appello di Alex Zanotelli, missionario comboniano, già direttore della rivista ‘Nigrizia’, tra i fondatori del movimento “Beati i costruttori di pace“, e missionario a Korogocho, la baraccopoli alla periferia di Nairobi capitale del Kenya. E’ un appello a rompere la coltre di silenzio che non permette che le sofferenze del continente africano giungano a conoscenza di un’opinione pubblica italiana distratta e indifferente, incapace di scorgere nella questione delle migrazioni l’esito di problemi da affrontare con lungimiranza e chiarezza delle cause. Così si legge nell’appello ‘Rompiamo il silenzio sull’Africa’:

“È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”.

L’appello si conclude con parole dure che richiamano alla tragedia della Shoah non lontana nel tempo e che ha visto la superficialità, l’assuefazione ad ignoranza e a forme di discriminazione, l’indifferenza, l’assenza di indignazione quali elementi che hanno lasciato spazio e alimentato il sorgere e svilupparsi della malvagità e della disumanizzazione. Non rimanere indifferenti e in silenzio è un primo passo:    

“Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio (i nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi».

A questa lettura può essere accostata l’analisi e la proposta di un grande progetto di sviluppo per il continente africano, che si fa urgente a fronte dei fenomeni in atto. Ne parla in un recente articolo Romano Prodi, ex commissario ONU per l’Africa (Senza un progetto europeo per l’Africa la tragedia sarà inevitabile, “Il Messaggero” 16 luglio 2017):

“L’emergenza si chiama Libia e, purtroppo, tale emergenza si può gestire solo con la pace in  questa nazione e con un’azione europea solidale. Entrambe sono ben lontane non solo dall’essere raggiunte ma anche dall’essere avvicinate. (…) In questi giorni è stato tuttavia messo in evidenza da tutti i media il fatto che l’Africa subsahariana aumenterà di oltre un miliardo di abitanti in poco più di una generazione,  mentre l’Europa ne perderà parecchie decine di milioni.

Al problema dell’immigrazione si deve perciò aggiungere la necessità di preparare un grande progetto di sviluppo per l’intero continente africano: è chiaro infatti che non siamo in ogni caso in grado di gestire le centinaia di milioni di potenziali immigranti.

L’attuale modello degli aiuti non riesce a rispondere allo scopo (…) La cancelliera tedesca ha recentemente posto sul tavolo questo problema ma non sono seguite ancora azioni concrete per mettere insieme, in una comune strategia, i fondi dell’Unione Europea con quelli delle strutture di cooperazione internazionale dei diversi paesi. È questo il solo modo per dar vita a un piano di intervento con i mezzi e le capacità sufficienti per promuovere il decollo di un continente che possiede tutte le risorse naturali ma non le capacità tecniche e politiche per provvedere al proprio sviluppo.

La necessità di un intervento unitario emerge dal fatto che nel continente africano esistono ben 54 diverse nazioni e che, senza un coordinamento delle loro politiche e senza la creazione di un mercato di vaste dimensioni, non si può nemmeno parlare di sviluppo. Il piano europeo deve prima di tutto apprestare le infrastrutture necessarie a costruire una moderna economia. Non solo strade e ferrovie ma nuove reti di telecomunicazione, di produzione e distribuzione dell’energia oltre a moderni e capillari sistemi scolastici e sanitari. (…) Stiamo andando in modo incosciente di fronte ad una tragedia che inevitabilmente renderà più insicuro e drammatico il futuro del nostro continente”.

Un cuore docile è proprio di chi si pone in ascolto, non inseguendo facili slogan e risposte precostituite, ma nella pazienza di affrontare con competenza le domande difficili e complesse che la vita presenta. Scegliere è difficile; implica ricerca, conoscenza delle situazioni, comprensione, capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, giungere a decisioni e poi attuarle. Non è facile attuare questo percorso.

Oggi nella complessità che caratterizza questo tempo più che mai si preferiscono le scorciatoie. Abbiamo tanti strumenti ma siamo incapaci di distinguere bene e male. Tanti mezzi non bastano per saper scegliere. Fare scelte di giustizia è difficile e faticoso. Alcune voci ci ricordano l’orizzonte e le scelte possibili che implicano anche a ripensare e modificare stili di vita quotidiani.

Alessandro Cortesi op

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Epifania del Signore – 2016

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“Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te… cammineranno i popoli alla tua luce…”.

La pagina di Isaia apre uno squarcio sul nostro presente: movimenti di popoli, gente che cammina portando in braccio i propri figli, fiumane di volti che arrivano da lontano. Ma in questa pagina questo movimento è visto con gioia: è il disegno di Dio nella storia l’incontro di popoli e questo è luce che viene, è segno della gloria di Dio che si chiama pace. Nel nostro presente c’è una chiamata nascosta che invita ad un cambiamento profondo nel concepire la vita e nella scelta di stili diversi. Con occhi nuovi…

Gli occhi dei Magi erano occhi che scrutavano le stelle: occhi aperti all’interrogazione che proviene dal volgere lo sguardo in alto, oltre il proprio orizzonte e al di là dei percorsi soliti e riconosciuti, oltre le inferriate. Occhi curiosi e che danno peso alle cose, ai percorsi dell’interrogarsi umano, alla ricerca in tutti i campi del sapere che è sempre apertura di luce. Occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.

Gli occhi dei Magi hanno saputo scorgere nella luce della stella un invito, si sono lasciati provocare dall’intraprendere un cammino nuovo, si sono messi in viaggio. L’oriente il luogo in cui si leva il sole non è tanto un luogo geografico, quanto un atteggiamento interiore di chi si leva, si lascia alzare da una luce accolta e inseguita. Sono immagine di tutti coloro che nella storia non hanno accettato le risposte già date, ma hanno preso sul serio l’avventura della responsabilità. Per contrasto il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati: è terribile pensare che sono turbati color che hanno in mano le Scritture, che studiano e possono guidare i popoli. Il cammino dei magi, il loro presentarsi a chiedere senza arroganza è uno stile diverso, fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito, perché la vita di Erode e di tutta la città con lui viene minacciata di cambiamenti senza previsione.

Gli occhi dei Magi vivono la contentezza di ritrovare la luce della stella: sono aperti a cogliere i segni all’interno di una ricerca che li mantiene aperti e in ascolto, non chiusi all’interno di mura ben salde delle loro certezze e del loro potere. Il loro accogliere il cammino è l’atmosfera per poter ritrovare sempre nuova luce. E la luce li guida a chinarsi davanti ad un bambino, in braccio a sua madre. Matteo nel suo vangelo ci dice che questo è il punto di approdo, luogo di una grandissima gioia.

Aprendo i loro scrigni si scoprono essi stessi accolti e guardati. Il dono non è quello che fanno ma quello che ricevono: perché quel bambino dice loro che il volto di Dio si rende vicino nei piccoli, in un’umanità fragile e dimenticata, bisognosa di tutto, come un bambino. E’ il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre il luogo dove la luce si fa volto. Ma quella luce è dentro ogni ricerca e spinge per altre strade a ripartire a tornare al quotidiano.

Vitrail dans l'Église de la Réconciliation, Taizé

Vitrail dans l’Église de la Réconciliation, Taizé

I magi incontrano così il volto di un re, di un messia, del servo che da’ la sua vita: l’oro regale, l’incenso, e la mirra profumo della sepoltura già indicano i tratti del volto di questo bambino, che rimarrà ‘piccolo’, emarginato e trattato senza pietà anche quando sarà grande. Ma anche indicano le caratteristiche di re sacerdoti e sposa (la mirra del Cantico de Cantici profumo della sposa) che non appartengono come esclusiva a nessun popolo e a nessuna chiesa, ma sono doni per i lontani, portati da loro che si scoprono riconosciuti come preziosi.

Il volto del bambino è luce di uno sguardo che riprende ogni luce del cielo, Ma anche forse ogni luce è in qualche modo riflesso di questo suo sguardo. E’ il suo sguardo, luce che fa uno con tutti i piccoli segni di luce che hanno guidato il cammino di questi cercatori di stelle che Matteo ricorda nel suo vangelo, ma che guidano anche i cercatori di stelle che sono le persone in ricerca oggi. Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri.

mantegna-adorazione-dei-magiAndrea Mantegna, adorazione dei magi

Gli occhi dei magi, sono occhi che si sono fatti riflesso di quello sguardo innamorato, che spia attraverso le inferriate, sguardo di pietas: giungono ad un bambino, ma quel bambino è Gesù, come anche la luce che proviene da tutte le luci, da tutti gli sguardi che attendono di essere incrociati con sguardo capace di attenzione, di ascolto di riconoscimento.  La provocazione per noi sta nell’accogliere: accogliere le luci di ogni ricerca, accogliere i volti feriti manifestazione, farsi vicino del Deus humanissimus: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Alessandro Cortesi op

II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

Epifania

briefmarke_10Mt 2,1-12

Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

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XXXI domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4543Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

“Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato”. C’è uno sguardo di Dio sulle cose: è uno sguardo di compassione. La vita di tutte le cose non è lasciata in un abbandono senza attenzione come là dove non esiste sguardo, nell’indifferenza che annulla. Ogni cosa, anche la più piccola, è sostenuta nel suo essere da uno sguardo che ne coglie l’unicità e il significato.

Ed è sguardo di compassione davanti alla fragilità: ne è immagine la poca polvere sulla bilancia o la goccia di rugiada al mattino. Che cosa di più effimero di un po’ di polvere che non pesa nulla sulla bilancia e che un lieve soffio fa scivolare via? Cosa più passeggero della rugiada che evapora quando i primi raggi del sole toccano le foglie intrise di umidità notturna e il primo tepore del mattino riscalda l’aria? Benché le cose siano così fragili, passeggere, esposte a svanire, come polvere, come rugiada, Dio ha uno sguardo che non teme di soffermarsi, e si lascia invadere da stupore, e comunica accoglienza.

E’ anche sguardo che reca in sè promessa di una vita: le cose non rimarranno abbandonate e saranno accolte, trasfigurate nello sguardo creativo. La riflessione sapienziale accompagna a cogliere la benevolenza dello sguardo di Dio ed è interessante che questo passo del libro della Sapienza sia inserito all’interno di una sezione che riflette sul cammino dell’Esodo in cui è condotta una polemica contro l’idolatria e il culto degli animali e delle cose presente in Egitto, da cui Israele è messo in guardia (cfr Sap 11,4-19,22). Ci può essere idolatria delle cose ma si può rilevare lo spessore profondo delle cose, traccia di uno sguardo benevolente. Al di dentro di esse, quale tesoro in esse racchiuso, si può incontrare lo sguardo del creatore: tutte sono venute da lui ed egli ha ritirato se stesso per lasciar spazio ad altro, ad un mondo fragile di realtà segnate dalla precarietà ed anche dal peccato. C’è una traccia di Dio dentro le cose, un soffio che unisce come medesimo respiro la vita del creatore e delle sue creature: ‘il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose’. Così fragili, così esposte al venir meno eppure toccate da un soffio che le sostiene e le fa stare in una relazione. Sta in questa profonda intuizione di una presenza, nascosta eppure realissima, di Dio nella creazione, nelle pieghe più intime della realtà creata, una delle dimensioni della fede cristiana da scoprire ancora. Ed è questo un punto essenziale d’incontro con quella tensione profonda della ricerca umana e di ogni tradizione religiosa che si apre ad una ricerca di un ‘oltre’ a partire dallo sguardo alle cose, dalla meraviglia o dall’esperienza di energia e vita che le cose recano in sè.

Il volto di Dio che traspare da questa pagina è il Dio delle piccole cose, il Dio di cui ritrovare traccia non fuori del mondo, ma nelle cose, nella loro stessa fragilità: un Dio fragile. Lo sguardo di Dio si appoggia come carezza sulle cose e sulle persone. E’ sguardo amante, segno di una presenza che assume il nome di ‘amante della vita’: nella sua grandezza e benevolenza guarda alla possibilità di bene presente nell’umanità. ‘Tu sei indulgente con tutte le cose perché sono tue, Signore amante della vita’. Lo sguardo è comunicazione di un amore che si offre e guarda al cammino umano, non con l’esigenza inflessibile di chi non conosce la sofferenza ed è incapace di compatire, ma con la passione amante di chi conosce debolezza e si prende cura, con la pazienza di un educatore che sa la fatica della crescita, che conosce i passaggi del cammino e sa seminare speranza: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”

E’ questo sguardo forse da accostare allo sguardo che Gesù manifesta nei confronti di Zaccheo. Il ricco esattore delle imposte di Gerico è uomo che aveva molte ragioni per essere impedito dal vedere Gesù e che pure cerca di superare ostacoli e si lascia vincere dalla sua curiosità, dal desiderio di vedere, dalla spinta di ricerca che gli premeva dentro.

Zaccheo – fa notare Luca – supera gli ostacoli che erano questioni legate alla sua vita: basso di statura, capo dei pubblicani e ricco. Esattore delle imposte, immerso in una vita disprezzata e che lo conduceva all’imbroglio, alla fatica quotidiana di conquistarsi uno spazio di vita tra le esigenze dei romani e il sospetto dei suoi compaesani, soprattutto a quella solitudine di non poter avere relazioni di amicizia, di sincerità, quelle relazioni che si costruiscono nella accoglienza della casa. Ed anche per la sua statura non riesce a superare l’ostacolo posto dalla folla. Luca sottolinea come la difficoltà per Zaccheo nel cercare di incontrare Gesù è data dalla folla come insieme anonimo, che non cerca Gesù pur assiepandosi ed acclamandolo guidata da qualche interesse e dall’entusiasmo facile. Ma costituisce una barriera che fa ostacolo alle ricerche profonde e autentiche che sono al fondo dei cuori e che esigono un riconoscimento personale. Zaccheo dimostra la creatività e l’intuizione di divenire se stesso. Salendo l’albero di sicomoro cercava di vedere e pensava così di avere egli stesso superato le difficoltà, con la sua inventiva, con le proprie forze.

Scopre invece che non l’appagamento di una curiosità, ma un cambiamento radicale, la scoperta di dimensioni nuove della sua vita – la salvezza – irrompe come dono. Inaspettatamente vive infatti l’esperienza di essere lui stesso cercato, anticipato, e superato nella sua stessa attesa dallo sguardo di qualcuno che lo precede. Cercava di vedere Gesù ma si scopre per primo cercato da lui. Gesù rivolge a lui il suo sguardo, e Zaccheo viene incontrato da colui che cerca ciò che è perduto. E’ lui che voleva vedere Gesù, ma di fatto è Gesù per primo che alza gli occhi verso Zaccheo, fissa il suo sguardo verso di lui, sa leggere e accogliere la sua ricerca e la conduce ad andare oltre.

Luca presenta qui anche una sorta di progetto di evangelizzazione alla sua stanca comunità. Gesù chiede a Zaccheo di fermarsi in casa sua: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. C’è un oggi, un tempo nella vita che apre al fermarsi, al condividere, allo stare insieme. Non è momento di insegnamenti, dottrine, codici, ma di incontro nelle dimensioni quotidiane e domestiche della casa. Nella casa si vive la quotidianità e nella casa si condivide. E si tratta della casa non di una persona dabbene ma di un peccatore. La folla, tutti, ‘mormoravano’ – dice Luca -: “E’ entrato in casa di un peccatore”. In questo mormorare, che esprime il dubbio circa la presenza di Dio in mezzo al suo popolo – come nella mormorazione del deserto per Israele – si rivela paradossalmente quell’identità di Gesù che Luca delinea nel suo vangelo. Colui che è nato e deposto in una mangiatoia perché non c’era posto per lui nell’alloggio (Lc 2,7), trova alloggio entrando nella casa di un peccatore. Luca offre così un ritratto di Gesù: egli è colui che valica i confini che tengono separati giusti e peccatori; è colui che condivide e apre un tempo nuovo, un ‘oggi’ di salvezza che si compie nella condivisione e nell’ospitalità. Gesù è colui che cerca tutto ciò che è perduto.

Dal suo sguardo, dall’ospitalità ricevuta e donata sorge un cambiamento. E’ un cambiamento nella gioia che tocca i rapporti con l’altro. A Zaccheo si spalancano gli occhi: la salvezza diviene per lui rovesciamento dei rapporti di truffa e di ruberia, in rapporti di giustizia e di dono sovrabbondante che va oltre il dovuto. La salvezza è cammino che si apre per intendere la vita nel segno di un incontro che si apre ad altri, e che rimane segnato dallo sguardo e dalla ricerca di Gesù verso di lui.

Penso ad alcuni motivi di riflessione per noi oggi

Lo sguardo di Dio sulla bontà delle cose. Quanto siamo ancora segnati da una mentalità che guarda le cose o con la mentalità dei padroni che possono disprezzare rovinare e depredare le cose, oppure con la mentalità dualista per cui le cose non hanno valore e ciò che conta non ha a che fare con la materialità, con la corporeità delle cose e delle persone. Dovremmo imparare ad accogliere lo sguardo di bene di Dio sulle cose per vivere il rapporto con le cose in termini di cura e di benevolenza, di accoglienza e di custodia. Le cose, nella loro materialità ci insegnano la preziosità di ciò che sembra inutile e fragile, ci insegnano il valore di quanto si offre nella sua inutilità ma come parte di un mondo in cui scoprire le interazioni, ci guidano alla dimensione ecologica del nostro esistere come un vivere nella casa e un compito di ‘fare casa’, tessuto di relazioni e di interazioni sempre da ricostruire e sempre da ritrovare in un equilibrio sempre minacciato da una mentalità del possesso e del profitto. C’è uno sguardo da apprendere anche per prendersi cura di chi è più fragile, mentre solito il nostro sguardo si lascia attrarre da chi è più forte.

Lo sguardo di Zaccheo alla ricerca di Gesù: è paradigma di ogni sguardo che esprime la ricerca interiore, l’apertura a qualcosa che non si è raggiunto nella vita. E’ la ricerca di tanti che desiderano superare ostacoli interiori ed esteriori per rintracciare un senso alla propria esistenza. Gesù accoglie questa ricerca, anzi scorge in questa curiosità, nell’inquietudine che porta nella ad intraprendere viaggi, percorsi, ricerche diverse, uno spazio di disponibilità e di accoglienza. Gesù si è lasciato accogliere. Forse dovremmo essere meno preoccupati di portare qualcosa agli altri e accogliere le ricerche e valorizzare i desideri di ‘vedere’ nell’esistenza, varcare le soglie che dividono giusti e peccatori, persone dabbene e persone marginali e entrare in queste case. Si può scoprire una gioia inattesa…

Zaccheo è una storia di accoglienza e ospitalità: ed è una storia in cui il tempo della vita, l’oggi, si fa luogo di un incontro con Gesù che diviene cambiamento dell’esistenza. Un cambiamento generato dall’incontro. Oggi forse la sfida, in una realtà sociale segnata dalla frammentazione e dalla solitudine che diviene isolamento indifferenza ed esclusione, è quella di creare spazi e luoghi di accoglienza. Luoghi in cui le ricerche, le fatiche, i dubbi delle persone possano essere accolti e accompagnati offrendo condivisione e in un incontro di ricerche. In tanti modi tali ricerche sono nascoste spesso occultate dal clamore della folla: la realtà mediatica, il peso dato all’apparenza esteriore o anche forme di religiosità centrate sulla manifestazione spesso nascondono e impediscono tali cammini. Ci sono percorsi interiori profondi che hanno bisogno di essere ospitati e visitati con la delicatezza di chi si lascia interrogare dall’altro. Gesù porta il vangelo come ricerca di chi è perduto nella dimensione della visita. Lì nella casa si genera, a partire dal varcare soglie che separano, la possibilità di una scelta libera di rapporti nuovi con gli altri.

Un’ultima osservazione: l’aver incontrato Gesù, e in lui aver trovato la salvezza si esprime per Zaccheo, ma anche per ognuno di noi in un rapporto nuovo con gli altri in relazioni nuove che coinvolgono la concretezza della vita, il modo di pensare e usare i beni, le cose, nella linea della giustizia e del dono.

Alessandro Cortesi op

Omelia della veglia nella notte di Pasqua – 2013

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Il tempo regalato nella notte: è questo il primo segno di questa sera. E’ forse tempo per ricordare il senso del nostro tempo. Prima che tempo da sfruttare o da trattenere è tempo da restituire. Il vegliare vuol dire questo. E’ tempo da restituire nel camminare insieme, nell’ascoltare, nel custodire la luce di questa notte. La luce che è Cristo nostra Pasqua: è lui primizia di primavera e di risorgere di vita che ci accoglie e coinvolge.

E poi il fuoco, la luce. E le parole che hanno riannodato, accompagnando a riprendere il filo di un gomitolo, i vari momenti di una storia. Dio che si fa vicino e scende a liberare.

Il canto dell’Exsultet: al suo cuore sta l’elemento decisivo che sostiene la vita dei credenti: non una spiegazione della sofferenza, ma l’annuncio che solo la fiducia incondizionata e totale nel Dio benevolo e misericordioso apre le porte di una vita nella libertà. Nella croce di Gesù, che ha attraversato la sofferenza sta il consolante messaggio che Dio non abbandona nessun angolo della vita umana, anche quello oscuro segnato dall’abbandono, dall’insensatezza, dalla solitudine e dal vuoto. E questo esile annuncio di fede che ha solcato la pesantezza del buio della notte dà la speranza che la sofferenza e il male non è l’ultima parola, ma nella nostra vita e nella vita di ogni uomo e donna c’è l’orizzonte in cui la sofferenza sarà eliminata per sempre. Lui il crocifisso è stato risucitato dal Padre; lui il condannato della croce è costituito Unto e Signore, aprendoci la via della libertà.

E poi l’acqua: l’acqua del primo mare, l’acqua del mar Rosso, l’acqua della liberazione, l’acqua vista dalla Bibbia come rinvio alla parola: come l’acqua scende dal cielo, così la parola, come l’acqua non ritorna senza effetto, e fa germogliare e genera processi vitali frutti, cibo, vita, così la parola “non tornerà a me senza aver operato quanto desidero…”. La parola al centro, la parola di Dio nelle parole di uomini.

Ed è una parola l’annuncio che inizia con una domanda: “perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea”

E’ annuncio che distoglie da un presente chinato sul luogo della morte. Apre ad una ricerca nuova ed offre tracce nel passato. Solo ritornando a quello che Gesù ha fatto e detto si può vivere un incontro nuovo con lui. E’il vivente da cercare portando il ricordo, ma non lasciandosi imprigionare dal ricordo. Facendo del ricordo la spinta per maturare speranza.

Le donne recatesi quando era ancor buio al sepolcro, cercano ma non trovano. La loro ricerca è indirizzata al corpo del Signore. E questa ricerca fallita è illuminata dalla voce di due uomini – dice Luca -, portatori di una parola che viene da altrove. E’ la parola al centro della pagina costruita proprio attorno ad essa: il vivente non va cercato tra i morti, ma va cercato altrove, nei luoghi della vita. I credenti d’ora in poi sono invitati a cercare, a cercare sempre, a cercare oltre.

Non sono invitati ad altro se non a cercare, a cercare il suo corpo come corpo di un Vivente. La fede in lui come ricerca del suo corpo, della sua vita in relazione. Non è casuale questo invito. Nel vangelo di Luca si potrebbero rintracciare tante ricerche di Gesù. Sarebbe bello ripercorrere i vari percorsi della ricerca di Gesù nell’intero vangelo di Luca che sembra proprio tessuto su questo filo di base.[1]

‘Non cercate qui ma altrove…’ è l’invito dei messaggeri di Dio; per contro c’è l’indicazione di una ricerca da iniziare. Non nei luoghi della morte ma altrove. E’ vivo. Ma allora Gesù è da cercare, in un movimento che si pone tra la memoria e il presente, tra il ritorno alla Galilea, la ricerca delle sue tracce e l’inseguire i segni della sua vita.

Troppo spesso abbiamo rinchiuso Gesù in un possesso fissato in sistema religioso o nella prccupazione di costruire e mantenere strutture clericali, o in una dottrina chiusa nella pretesa di ridurre tutto a spiegazione, non aperta a ricerca, al silenzio delle domande radicali, alla fede nuda, al riconoscimento della alterità di Dio nella nostra esistenza. La fede è ricerca, la vita cristiana è ricerca, l’esistenza in rapporto al risorto è cercare nella vita.

Ma il cercare è l’attività di chi non sa, di chi chiede, di chi ha bisogno dell’altro, di chi si apre ad accogliere in modi insospettati il suo passare. Dentro la vita. E’ vivente. In queste parole si apre un modo di intendere la fede come relazione e apertura. Il cercatore è l’opposto del difensore tronfio e presuntuoso, è anche l’opposto di chi pur in atteggiamento umile, pensa di dover solo dare – si pensi alle varie forme di paternalismo così diffuse-: il cercatore è povero in radice. Povero perché sa che da ogni altra povertà può farsi cambiare e può lasciarsi aprire alla verità della sua vita e all’incontro con colui che si è fatto povero per noi… L’indicazione di cercare altrove è il delineare anche di una identità di chi crede, che non potrà mai essere identità senza l’altro, senza interrogare, senza leggere i segni, e senza lasciarsi provocare da altri.

Non cercate qui ma altrove, e forse anche c’è anche un altro invito che dovrebbe risuonare dalla lettura del tema dela rcierca nel vangelo di Luca: non intestardirti a cercare, ma lascia spazio a colui che ti cerca. Prima della ricerca umana c’è una ricerca che precede. Lui per primo viene a cercarci nel cammino della vita, e lui si fa vicino, in modi che lui solo sa, laddove non c’immaginiamo (come dirà il racconto dei due di Emmaus), talvolta nella presenza di uno sconosciuto o di un incontro imprevisto. La messa in guardia di Luca in questa pagina è di capovolgere il modo di pensare religioso. Stare nella vita, leggere il presente, accogliere i volti stranieri, lasciarsi interrogare dalle situazioni, dalle voci diverse, dalle altre culture, lasciarsi ferire dalla critica e dal rifiuto rintracciando anche lì la voce del Vivente che mette in cammino. D’ora in poi colui che è vivo si farà vicino nelle parole della vita, nelle parole scambiate, nei cammini condivisi, nei gesti che profumano di ospitalità.

E’ capace di cercare chi sa confrontarsi con una assenza: tutta la vita credente sorge da una assenza, da una mancanza, come anche tutta la vita umana si pone in una ricerca di un tu che sia di fronte, si confronta con il limite e con la mancanza. In questa esperienza di essere soli, Luca suggerisce che la Pasqua apre ad un percorso nuovo, rompe con i ritorni delusi per aprire sempre a nuove partenze.

Non solo ma ci dice anche che il vivente è più di ogni libro che parla di lui, è solamente nella vita che può essere incontrato, solo immergendoci nell’esistenza, nella comunicazione e nell’incontro è possibile trovare sue tracce che resteranno sempre e solo tracce che rinviano ancora a ricercarlo, mai a pretendere di essere coloro che esauriscono la conoscenza di lui. Così come lui si è fatto incontrare nella sua umanità: ritrovare l’umanità di Gesù, la semplicità dei suoi gesti, il senso profondo del suo passare facendo del bene.

Porto una domanda questa notte: quale è il significato possibile della Pasqua per credenti e per non credenti? Per i credenti è apertura alla ricerca, e direi anche per chi non crede. Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione». E ancora parlando di tempi angosciosi “Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… l’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti  è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio… tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”

Le donne sono le prime che accolgono l’annuncio della risurrezione. E’ indicazione fondamentale: la scelta delle donne in un mondo in cui la loro testimonianza non aveva valore e questa traccia conservata nei vangeli, mantenuta nonostante le possibili critiche a cui si esponeva. E’ traccia importante. Ancor oggi le parole più profonde di vangelo provengono da persone che non hanno diritti riconosciuti di testimonianza, da uomini e donne liberi, non integrati in appartenenze chiuse, non impauriti.  Sono le persone che vivono la fiducia nell’umanità, la ricerca dei volti degli altri, la capacità dei gesti di cura possibili, nel tessere relazioni nuove, anche in situazioni di morte. Sono costoro che fanno avanzare il mondo, credenti o non credenti. In questa fiducia sta il senso della Pasqua che unisce credenti e non credenti, in una medesima apertura a vivere la povertà di questa notte nella possibilità di attendere dagli altri e dall’Altro la luce che è lampada ai nostri passi.

Dono della Pasqua non è solo l’uscire dal luogo della morte di Gesù, ma è il dono di una possibilità offerta a noi di non rimanere chiusi da tutte le pietre che rinchiudono e opprimono la vita. E’ apertura ad una possibilità di libertà, anche nelle situazioni più pesanti e faticose. Nella fiducia in Dio e nell’umanità.

Alessandro Cortesi op


[1] A partire dal momento della sua infanzia quando Gesù viene rimproverato dalle parole di Maria: ‘tuo padre e io ti cercavamo…’ (Lc 2,44-48) Ma poi c’è anche la ricerca della folle che lo cercava dopo che avevano visto le guarigioni di Gesù a Cafarnao (Lc 4,42) e che cercava di toccarlo (Lc 6,19). Ma c’è anche un’altra ricerca, quella di Erode incuriosito, che cercava di vederlo (Lc 9,9). E Gesù nelle parole conservate da Luca invita alla ricerca ‘cercate e troverete’ (Lc 11,9). E d’altra parte Gesù ha parole dure per una generazione malvagia ‘che cerca un segno’ (Lc 11,29) ma ad essa non sarà dato se non ‘il segno di Giona’. E ancora ‘non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l’animo in ansia’ cercate piuttosto il regno di Dio (Lc 12,29-30): c’è una ricerca che mantiene nell’angoscia e c’è una ricerca che assorbe tutta la attenzione di Gesù, la ricerca del regno di Dio. C’è anche un ricerca presentata nelle parabole. E’ la ricerca di Dio che si fa incontro: un padrone che viene a cercare frutti dal fico piantato nella sua vigna (Lc 13,6). Ma c’è anche una donna che nella casa cerca attentamente se ritrova la dramma perduta (Lc 15,8) e così c’è il pastore che va dietro alla pecora perduta finché la ritrova: la cerca (Lc 15,4) così come il padre che va alla ricerca prima del figlio che si è allontanato da lui e poi dell’altro che è rimasto vicino. E anche Zaccheo – dice Luca – cercava di vedere Gesù, ma scopre di essere per primo da lui cercato: ‘il Figlio dell’uomo è venuto infatti a cercare e a salvare ciò che era perduto’ (Lc 19,10). C’è un contrasto di ricerche: anche scribi e farisei cercano ma nel tentativo di farlo perire (Lc 19,47), e così scribi e sommi sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso (Lc 20,19) ma ebbero paura del popolo. E il racconto della passione inizia ancora con un movimento di ricerca: ‘cercavano di toglierlo di mezzo’ (Lc 22,2) e così ‘Giuda cercava di trovare l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla’. Gesù proprio nel Getsemani dice a Pietro: ‘Simone satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te’ (Lc 22,31). L’intero lavoro di Luca come evangelista si pone nell’orizzonte di ‘fare ricerche accurate’ (Lc 1,3).

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Epifania del Signore

DSCF3213Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

Epifania è festa di luce. C’è un aspetto che colpisce nel messaggio di speranza che un profeta del tempo dell’esilio annuncia ad un popolo piegato dalla fatica: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te”.

La parola del profeta è invito a riconoscere che nella vita di un popolo oppresso la fedeltà del Signore non viene meno: da qui l’esortazione a non rimanere chiusi, immobili, ad alzarsi, a prepararsi, come nel vestirsi per un occasione importante. C’è nella vita una luce, la luce di un volto che viene. Se qualcuno viene la solitudine e la trsitezza dell’abbandono non sono l’ultima parola.

Ma c’è anche un altro movimento di venire che occupa questa pagina: “cammineranno le genti alla tua luce…”. La luce da accogliere permette di alzare lo sguardo e di vedere qualcosa di nuovo. La luce accolta si fa spazio di un cammino che allarga i confini: “alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te…”. I momenti della crisi e della sofferenza fanno abbassare lo sguardo, conducono a ripiegarsi, a rinchiudersi a tutto ciò che è altro. La ‘nebbia fitta’ che avvolge i popoli può essere immagine attualissima per indicare la situazione in cui vivamo oggi in una difficoltà e oscurità che avvolge e permea le dimensioni del vivere sociale ed anche di un vivere ecclesiale segnato da chiusure, irrigidimenti, incapacità di dialogo con questo tempo e di porre in atto gesti che infondono speranza. L’annuncio profetico indica un duplice alzarsi: ‘alzati e rivestiti di luce’ perché c’è una luce del Dio fedele, la sua presenza che non viene meno, che si fa accanto anche nel dolore. Ma c’è anche un venire di altri… ‘tutti verranno…’. E’ questa l’indicazione a scorgere una speranza che si compie nell’incontro. C’è questa dimensione importante del manifestarsi del Signore: si manifesta venendo incontro ed insieme generando incontro. E’ un incontro che si svolge nel cammino, si apre alle genti che vengono da lontano, in una luce che si rende presente e porta il cuore ad allargarsi – “si dilaterà il tuo cuore…” – per fare spazio a presenze nuove.

Epifania è festa di luce e festa di incontro: è andare incontro al Signore che viene, e lasciarsi incontrare dal suo venire nei volti di chi, da lontano, dai più perduti sentieri, è aperto alla ricerca, all’interrogarsi e al mettersi in viaggio verso orizzonti ignoti.

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I magi sono persone in ricerca: colpisce la loro limpidezza di attenzione – che la pagina del vangelo di Matteo sottolinea – nel confronto con le paure e con i sotterfugi di Erode. Rimase turbato lui, ed uno scotimento avvolse tutta Gerusalemme, luogo di un potere bloccato e irrigidito. Un re che ha il volto di un bambino può mettere in pericolo gli assetti del potere costituito. Lo mette in discussione anche perché smaschera un modo di gestire il potere preoccupato del proprio utile e del mantenimento dei privilegi e indifferente alla vita dei poveri. Ma anche gli scribi sono presentati nell’indisponibilità a mettersi in discussione. Per loro la lettura delle Scritture è fonte di un sapere che non trasforma la vita. Sanno tutto e rispondono ad importanti quesiti ma non vivono alcuna ricerca, sono anch’essi chiusi in un possesso in cui nulla c’è da ricevere e da donare.

Il cammino dei magi appare così nel contrasto come un cammino particolare, simbolo del percorso di ogni credente. E’ cammino al seguito di una luce. Anche il loro è un alzarsi, per inseguire una luce: può essere questa una luce interiore, oppure il simbolo della ricerca di un sapere che muove la vita e la fa andare oltre. La tensione ad una luce, percepita nell’interiorità o indagata nello studio, li conduce ad andare avanti, ad inseguire segni, anche a sognare insieme, ad interrogarsi e rimanere nella ricerca. I magi divengono così figura di tanti che da lontano, da oriente, dove la luce al mattino emette i suoi primi timidi raggi, si mettono in cammino alla ricerca di luce nella loro vita, a rintracciarne i percorsi suggeriti. Anch’essi camminano insieme e vivono nella attitudine non di qualcosa da trattenere ma di un dono da offrire. Recano con sé qualcosa che esprime la preziosità di ciò che veramente vale: il lasciarsi incontrare e lasciarsi trovare. Proprio loro che tanto hanno camminato e inseguito. Nessun tesoro può eguagliare la ricchezza dell’incontrare e del lasciarsi illuminare dall’incontro.

La pagina di Matteo al centro indica una grandissima gioia: la gioia di una luce che diviene volto. In qualche antico affresco la luce della stella racchiude un volto, il volto del bambino. Forse per i magi di ogni tempo la grande scoperta è che l’incontro con Gesù stava al cuore della luce che guidava le loro ricerche. Quel volto è meta di un incontro che non li fa rimanere lì, ma li fa tornare, tuttavia per altre strade, rispetto a quelle del potere di Erode. In tanti percorsi di persone che s’interrogano  sul senso della vita c’è già una luce: è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,9).

Forse dovremmo avere più fiducia nel venire di Dio che guida le ricerche e apre i cuori a camminare e in questa luce che sta al fondo di ogni cuore.

Forse dovremmo essere più capaci di testimoniare un annuncio di gioia e di rinviare ai piccoli segni: un bambino in braccio a sua madre.

Forse dovremmo scoprire il senso della vita nella logica non dell’immobilità della paura di perdere privilegi e sicurezze umane, ma nella direzione della gioia per l’incontro, e del dono da offrire.

Ci sono piccole e grandi epifanie nella vita di ognuno che dicono come il venire di Dio che si fa vicino nella inermità di un bambino in braccio a sua madre si nasconde sempre tra le pieghe di un cammino e di un incontro con l’altro…

Alessandro Cortesi op

 

 

 

Domenica della Santa Famiglia – anno C – 2012

DSCF2186Sir 3,2-6.12-14; Col 3,12-21; Lc 2,41-52

“Ogni anno i suoi genitori si recavano a Gerusalemme per la festa di Pasqua”. Nel contesto di un pellegrinaggio per la festa di Pasqua è situato da Luca un episodio di quando Gesù aveva dodici anni. Un festa di Pasqua che rinvia alla Pasqua di Gesù e a tutto il suo cammino.

E’ un episodio che offre uno sguardo su anni di cui poco si sa della vita di Gesù: gli anni di Nazareth, della sua infanzia, della sua giovinezza. Per prima cosa dovremmo cogliere un elemento importante. Il silenzio di Nazareth è un silenzio da conservare. Luca lo conserva rileggendo solo alcuni momenti alla luce della Pasqua. Il suo sguardo sulla vicenda di Gesù lo coglie in continuità  con tutto il cammino del Primo Testamento che giunge sino a lui.

Invita poi a cogliere come al cuore del crescere di Gesù, nella sua maturazione umana, nella sua relazione con i genitori sta una realtà decisiva, il suo rapporto con il Padre. “Non sapevate che devo stare nelle cose del Padre mio?”  Stare nelle cose di Dio indicato come Padre suo… Tutta la vita di Gesù si pone nella relazione fondamentale con il Padre, nel vivere l’ascolto e fedeltà al Padre, che nella sua predicazione e nei suoi gesti egli presenterà con il volto dell’Abbà misericordioso.

Al centro di questo racconto non sta tanto la preoccupazione di offrire una cronaca di una avvenimento accaduto nell’infanzia di Gesù, quanto di tracciare uno squarcio sulla sua identità, sul suo cammino umano quale luogo di un rapporto unico e profondo con il Padre. Tutte le relazioni umane sono poste in una nuova luce e Gesù è presentato come un ragazzo ebreo che fa della relazione con Dio, il Padre, il criterio di fondo della sua esistenza, delle sue scelte. Nella sua umanità traspare una dimensione profonda che è quella di una sapienza che genera stupore.

Gesù è trovato dopo tre giorni nel tempio seduto in mezzo ai dottori: Luca delinea così la figura di Gesù proprio nel tempio, luogo della dimora di Dio. Lì, nel tempio, Gesù ascoltava e interrogava i dottori “ E tutti quelli che udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. Lo stupore di fronte a Gesù è uno dei tratti dei racconti dei primi capitoli di Luca. Chi lo accosta vive un sentimento di meraviglia, e proprio tale capacità di stupirsi è suggerita da Luca come uno dei caratteri della fede.

E’ anche un racconto che parla di ricerca: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre  e io ti abbiamo cercato angosciati… Perché mi cercavate?”. Nelle parole di Maria c’è una preoccupazione di ricerca. La risposta di Gesù – difficile da comprendere – presenta orientamento nuovo da dare alla ricerca su di lui: c’è una ricerca di lui che deve passare attraverso il seguire la sua strada. E’ la strada della fedeltà al Padre, quella che conduce Gesù a subire l’ostilità, il rifiuto e la condanna. Su questa strada si deve orientare la ricerca di lui, nelle cose del Padre suo…

Anche Maria non comprende la risposta di Gesù. Come lei anche i discepoli non comprenderanno. Tuttavia Luca presenta un tratto essenizale della figura di Maria: “sua madre serbava tutti questi avvenimenti nel suo cuore”. Maria è presentata come la ‘sumballousa’, colei che tiene insieme, che si interroga, che cerca di leggere gli avvenimenti come luogo di una parola di Dio sulla sua vita, anche se non comprende. E’ una indicazione sull’attitudine della fede che caratterizza Maria nel suo stare accanto a Gesù.

Questa pagina è letta nella festa della santa famiglia. Si potrebbe dire che Gesù scardina modalità di pensare alla famiglia basata su modelli culturali di chiusura. La beatitudine presentata più avanti nel vangelo è: “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la compiono”  (Lc 11,27-28). Al cuore del suo percorso sta il rapporto con il Padre che conduce ad intendere in modo nuovo tutti i rapporti. A Gesù sta a cuore che nella vita vi sia una ricerca di affidamento e di ascolto del disegno di amore del Padre su ciascuno dei suoi figli. Gesù nella sua vita ha manifestato non la preoccupazione di presentare un modello di famiglia, ma ha agito in modo da accogliere ogni persona richiamando allo sguardo di misericordia di Dio. Per lui non ci sono esclusi o persone da tenere lontano, ma ognuno, qualunque sia stato il suo cammino e qualunque sia la sua condizione è chiamato a rispondere ad una chiamata che pone in ricerca, a ‘stare nelle cose del Padre’, ad aprirsi all’amore gratuito e fedele, ad accogliere questo rapporto di amore che rende capaci di relazioni nel dono di sè.

Questo racconto di Luca ci parla anche di difficoltà e di incomprensione nella vita: non tutto è chiaro, c’è una ricerca da vivere, ci sono momenti difficili da affrontare. E’ il cammino di ogni famiglia umana. Ma si potrebbe cogliere un duplice richiamo: Gesù deve stare nelle cose del Padre. Ognuno è chiamato a scoprire la chiamata di Dio nella sua vita, a lasciare spazio alla relazione fodnamentale con Dio in cui tutte le altre relazioni trovano senso. In secondo luogo anche nella fatica di comprendere è da mantenere l’apertura allo stupore e la capacità di mettere insieme, di interrogarsi su situazioni e avvenimenti in cui è presente una parola di Dio per noi. Questa attitudine di ricerca, di ascolto, di lasciarsi interrogare dalle situazioni, dai cammini delle persone non dovrebbe forse e essere anche l’attitudine di una chiesa capace di vivere in pellegrinaggio, capace di prendere con sè inquietudini, incertezze, ricerche delle persone cercando in ogni percorso una chiamata di Dio?

Oggi sperimentiamo tante difficoltà che attraversano la vita delle famiglie,  in particolare delle donne che sono fatte oggetto di violenza proprio all’interno delle mura delle case che dovrebbero invece essere luoghi di cammino insieme nella relazione. Viviamo anche una realtà spesso segnata dalla violenza nell’uso stesso delle parole, da atteggiamenti di emarginazione e disprezzo, da prese di posizione che colpevolizzano. Tante persone soffrono nel sentirsi escluse a diversi livelli, sociale e religioso. Abbiamo bisogno di parole buone, capaci di dire il  bene su percorsi d’amore, senza giudicare, capaci di invitare alla responsabilità di ricerca e di crescita sempre possibile. Sentiamo il bisogno di parole come quelle che Gesù pronunciava aprendo futuro e dando speranza. Abbiamo bisogno di gesti che aprano a cogliere come il Padre ha un disegno di bene e uno sguardo di compassione su tutti i suoi figli.

Alessandro Cortesi op

II domenica del tempo ordinario anno B

1Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

E’ inizio del tempo ordinario della liturgia. E’ il tempo della quotidianità, quel tempo che talvolta sfugge o non è guardato con attenzione perché è il tempo delle cose ordinarie. Il tempo della vita di tutti i giorni, quello che scorre spesso nel vivere le cose che non hanno nulla di eccezionale, ma sono appunto, ordinarie. Ma è proprio questo quotidiano il luogo in cui operiamo scelte, compiamo gesti, ascoltiamo e pronunciamo parole che costruiscono, giorno dopo giorno, lentamente, la nostra vita e quella di chi sta accanto a noi: nella quotidianità viviamo un modo di stare nel mondo, di vivere con altri, di guardare le cose, le persone, le situazioni. Nella quotidianità di svolgono gli incontri che ci pongono in relazione con altri e ci conducono a divenire chi noi siamo. Nella quotidianità si rende visibile la direzione del nostro cammino: sono le ricerche più immediate e sono le ricerche e le attese più profonde.

Forse il primo messaggio di questa liturgia sta qui: guardare la quotidianità in modo nuovo profondo, anche e soprattutto quando la quotidianità non è brillante, non è fatta di cose eccezionali, ma ci appare silenziosa o banale. In una notte come tante altre Samuele ascolta una parola che si fa chiamata di Dio per lui. Dio si fa vicino nelle ore del silenzio e  del riposo e chiede un ascolto a lui nel quotidiano (prima lettura). Così la pagina del vangelo di oggi dice che l’incontro stesso con Gesù si pone nel tessuto di incontri ordinari, tra fratelli, tra persone che si conoscono e raccontano della loro esperienza vangelo. La seconda lettura ci ricorda poi che quotidianità è segnata ancora dalla concretezza dal nostro vivere la corporeità, non come un oggetto o strumento ma quale corpo che ciascuno e ciascuna è.

La pagina del IV vangelo in particolare ci parla di sguardi, di ricerca, di gesti che appartengono alla quotidianità e in cui si rende presente l’incontro con Gesù, e l’inizio di un percorso che conduce a cogliere il quotidiano come trasfigurato, luogo di incontri che hanno uno spessore impensato, che cambiano la vita e la mettono in movimento. Innanzitutto gli sguardi: Giovanni fissando lo sguardo su Gesù che passava… Gesù, osservando che lo seguivano, disse loro… venite e vedrete… andarono dunque e videro… Fissando lo sguardo su di lui Gesù disse…

C’è un gioco continuo di sguardi che costituisce il tessuto silenzioso su cui è costruita questa pagina. Sguardi di altri su Gesù e sguardi di Gesù sulle persone. Il nostro guardare è spesso superficiale, incapace di andare oltre. C’è uno sguardo diverso possibile, un fissare, uno sguardo che conduce a riconoscere, a scoprire profondità inedite delle situazioni e delle persone. Questa pagina in particolare parla dello sguardo del Battista verso Gesù e già all’inizio del vangelo indica come ‘agnello di Dio’: sarà Gesù che compie la Pasqua e diverrà lui l’agnello della Pasqua, il segno di una alleanza, di un incontro donato nella sua vita.

Ma c’è anche uno sguardo di Gesù che genera incontro, che apre ad una rete di relazioni che si svolgono nel quotidiano. Gesù – ci dice il IV vangelo – ha uno sguardo che chiama per nome e apre a seguirlo in modi diversi. Non s’impone: propone di condividere un tratto di cammino e conduce a scoprire dove è il suo dimorare. E sono così suggeriti diversi livelli di lettura: Gesù non aveva una sua casa, eppure ha condotto chi lo seguiva a ‘vedere’ dove dimorava, dove, nonostante tutto, offriva ospitalità. Il suo sguardo accompagna allo stare con lui, al rimanere. Si potrebbe pensare ad un rimanere nel suo cuore, nello spazio che il suo sguardo apre. Poi il IV vangelo ci dirà che la dimora di Gesù è la comunione: è comunione con il Padre… è la casa del Padre: ‘nella casa del Padre mio ci sono molti posti’ – dirà a i suoi -. La dimora di Gesù è il suo cuore, uno spazio ospitale che non si chiude ma si apre ad un’accoglienza che si allarga. Il suo è sguardo che apre all’accoglienza e alla comunione e genera cammini di comunione.

‘Venite’: è invito a far propria questa logica di accoglienza, a maturare un cambiamento che non proviene da una dottrina imparata ma da una condivisione di vita: venite e vedrete. Non tutto e subito, ma sarà un lungo cammino – sembra dirci Giovanni – un cammino che può durare tutta l’esistenza, un cammino in cui aprirsi ad un vedere nuovo. Un cammino per vedere in modo nuovo: sarà la grande preoccupazione del IV vangelo nel parlare dello sguardo capace di leggere i segni e di aprirsi al credere. Tutto sta nel vedere: ci può essere un vedere che non va in profondità e ci può essere un vedere nuovo, un vedere interiore che si accompagna al credere, all’affidarsi.

I due discepoli del Battista seguono Gesù, rimangono con lui: rimangono come Gesù chiederà ai suoi di rimanere, di fissarsi in lui, come i tralci attaccati alla vite. E incontrano i loro fratelli, Andrea era fratello di Simon Pietro. L’incontro con Gesù segue le vie degli incontri quotidiani: i legami, la parola che passa e racconta le cose belle vissute, l’invito che si pone nel contesto di relazioni amiche… Non ci sono atmosfere religiose e rarefatte in questa pagina, ma i tratti dei legami di amicizia che segnano le esistenze.Il IV vangelo ci invita a fuggire grandi e altisonanti progetti di ‘rievangelizzazione’ – che hanno spesso il sapore di progetti di organizzazione e di preoccupazioni di controllo e di potere – e di pensare all’incontro di Gesù come tesoro prezioso custodito nella trama di incontri dove i volti si riconoscono, dove l’altro ha un nome. E’ il tessuto della testimonianza personale di parole amiche, cariche di vita, che passano senza clamore tra le pieghe silenziose di esistenze ordinarie, che non si impongono per arroganza o per la potenza dei numeri.

Oggi sono molteplici le possibilità di incontri: le nostre vite sono collegate spesso in social network, ma sempre più spesso si sperimenta la solitudine di cittadini globali che non sanno vivere incontri in cui dare tempo, in cui sedersi attorno ad un tavolo per condividere, in cui dare un ascolto di parole e silenzi.

Lo sguardo di Gesù, l’incontro con lui è esperienza che apre la vita a scoprire in modo nuovo il proprio nome: fissando lo sguardo su di lui Gesù disse: ‘sarai chiamato Cefa’. Dietro a queste parole si nasconde un messaggio importante: c’è un disegno del Padre che per ognuna e ognuno è invio a scoprire la chiamata nascosta al cuore del proprio nome, al cuore della propria esistenza. Ed è chiamata di novità, che cambia interiormente ed apre oltre ogni chiusura a cammini nuovi. E’ apertura ad un modo nuovo di guardare, a seguire il cammino di Gesù come ‘agnello’. Il suo volto di messia non si impone con la forza ma racconta nel suo cammino umano la presenza di Dio che manifesta la sua gloria nell’amore come dono e servizio.

Ci possiamo chiedere: come accogliere lo sguardo di Gesù su di noi? E’ un sguardo di benevolenza e uno sguardo che ci affida se stesso. Negli incontri quotidiani siamo chiamati a riconoscere il passaggio della testimonianza dell’incontro di Gesù che ci raggiunge attraverso la testimonianza di altri, e noi stessi possiamo offrire quanto ‘abbiamo visto’ ad altri nel clima dell’amicizia e della condivisione.

Gesù chiede che cosa cercate? Quali sono le nostre ricerche, le nostre attese? Siamo attenti e lasciamo spazio alle ricerche di chi è vicino a noi, aprendo cammini senza offrire subito soluzioni?

Alessandro Cortesi op

 

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