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Gesù Cristo re dell’universo – anno B – 2018

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(Ermete Lancini, Gesù e Pilato, 1948 collezione privata)

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Il dialogo di Gesù con Pilato è una disputa drammatica. Si parla del regno innanzitutto e a Gesù è chiesto: ‘Tu sei il re dei Giudei?’

Il potere politico manifesta inquietudine e ansia di fronte a gesti e parole che possono minacciarlo. Gesù nel suo agire aveva risvegliato attese di liberazione e di riscatto. Il suo messaggio e la sua pratica di vita presentava aspetti di critica radicale all’ordine costituito: toccava le attese di spiritualità della gente e la sua testimonianza di vita chiedeva un nuovo modo di pensare i rapporti e la vita sociale. Gesù risponde alla domanda di Pilato indicando i tratti del suo regno: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’.

Accetta di essere indicato come re ma precisa che il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani. E’ re diverso, non ha spada per difendersi non cerca un qualche dominio. Il suo regnare si compie nel darsi. Si è liberamente consegnato a chi è venuto per arrestarlo nella notte nell’orto degli Ulivi. L’assenza di spada, la sua inermità sono i segni del suo essere re: accetta di essere ‘consegnato’. Il regno di Gesù racchiude un messaggio nuovo di pace e di nonviolenza.

“Dunque tu sei re? Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La questione si sposta dall’essere re all’essere testimone della verità. La testimonianza della verità propria dei profeti in Israele è qui riproposta da Gesù. La verità connessa alla fedeltà dell’amore è tratto del volto di Dio amore fedele e saldo, su cui potersi appoggiare. Fede è trovare appiglio nela verità di Dio appoggio sicuro.

Gesù indica così la sua vita. Il regno è offerta di un nuovo rapporto con Dio: se Dio è il fedele ed è lui la verità, allora i rapporti con gli altri devono essere intesi in modo nuovo. Non nel dominio, nel potere, nella disuguaglianza, ma nella responsabilità nella pace e nella giustizia. Rapporti in cui ogni volto è da incontrare come fratello, sorella.

Nel racconto sembra che Pilato il rappresentante dell’imperatore, stia giudicando Gesù: di fatto il IV evangelista presenta un giudizio che si sta compiendo. Ma è Gesù che giudica, o meglio è di fronte a lui che si chiamati a prendere posizione.

“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”. Gesù è un re che ha inteso la sua vita come servizio fino alla fine. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un cammino di servizio e di attenzione solidale agli altri. ‘Ecco l’uomo’: Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta il volto autentico di ogni uomo e donna. Gesù si manifesta re proprio quando è il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono vittime e schiacciati dalla storia. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia. Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nelle concrete relazioni di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

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Quale regno oggi?

Festa di Gesù Cristo re dell’universo… Quale tipo di regno? Cosa significa oggi universo? Per rispondere a queste domande faccio riferimento ad alcune riflessioni raccolte in questi ultimi giorni.

Ernesto Olivero fondatore dell’Arsenale della Pace a Torino, si interroga sul tempo che stiamo vivendo abitato da aggressività, dalla rabbia, dall’odio che si diffonde dai social ai gesti della violenza (La pace è fragile ed è nelle nostre mani, Avvenire 15 novembre 2018).

“C’è tanta rabbia in giro, non siamo capaci di cogliere le sfumature della realtà, puntiamo il dito, cerchiamo un nemico facile. In fondo tutto questo ci rassicura, ci fa stare tranquilli nelle nostre certezze, ma alla fine ci blocca. Mai come oggi, ho capito che il male che vive dentro e fuori di noi può vincere. Il male che passa per bene, che può andare in prima pagina e affascinare. Il male che ti fa credere che ci siano condottieri capaci di risolvere ogni problema. Ma il male, cari amici, resta male e resta sulla coscienza di chi lo causa e di chi lo alimenta. E questo riguarda ognuno di noi. Mi chiedo in momenti così particolari che ruolo possiamo svolgere noi che, senza sentirci migliori degli altri, da tanto tempo stiamo provando a vivere la bontà come scelta del cuore e dell’intelligenza. Abbiamo scelto, anche tra le lacrime, di essere una porta aperta, per poter fasciare le mille situazioni di fatica, di disagio, di solitudine che ci hanno interpellato”.

(…) L’accoglienza non può essere improvvisata. Ha senso solo se amata, pensata, costruita insieme, governata. Ma è ciò che deve continuare a contraddistinguerci. Un Paese che costruisce muri è un Paese che soffoca, che non ha respiro, che chiude mente e cuore. Questa è una responsabilità di tutti. Chi non l’accetta si mette fuori da solo e rischia di creare i presupposti per un futuro terribile, di odio, di conflitto”.

Parlare di regno può significare allora guardare a questo tipo di rapporti nuovi in cui alla chiusura e al male si contrappone una ostinata testimonianza di uno stile alternativo, come ancora Olivero lo descrive: “Vorrei in modo semplice che ognuno di noi potesse testimoniare questo stile, per portare dialogo dove c’è contrapposizione, pacatezza dove c’è rabbia, braccia aperte dove ci sono pugni chiusi, disponibilità dove c’è insofferenza”.

In un’intervista la sociologa Danièele Hervieu-Léger (intervista di Olivier Pascal-Moussellard Pédophilie dans l’Eglise : “C’est tout le système clérical qu’il faut déconstruire” pleinjour.wordpress.com; traduzione http://www.finesettimana.org) partendo dalla considerazioen dello scandalo pedofilia nella chiesa parla della sfida che la chiesa si trova ad affrontare in una crisi, quella del tempo presente, paragonabile a passaggi epocali di secoli passati. Così la descrive:

“È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale”.


La sociologa individua due questioni fondamentali che richiedono una attenta revisione a fronte della crisi in atto:

“Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo. In che modo lo fa? Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro”.

Danièle Hervieu-Léger delinea gli ambiti di un cambiamento avvertito con sempre più urgenza soprattutto nel superamento del sistema clericale e affrontando la questione femminile. In gioco è un modo nuovo di essere chiesa basato sul sacerdozio comune di tutti i fedeli:

“Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione”.

Parlare di regno implica così anche affrontare la questione della riforma della chiesa che la situazione del presente sollecita in modo pressante.

Infine parlare di regno di Gesù Cristo oggi implica un riflettere sull’universo. In questi giorni si sta svolgendo a Milano un convegno nazionale promosso dall’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sul tema «Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio». L’orizzonte del regno è quello di un creato di cui scoprirsi parte e in cui scorgere che il grido dei poveri è indissolubilmente legato al grido della terra. Jürgen Moltmann in un suo messaggio al convegno ha scritto: «abbiamo bisogno di una nuova teologia della terra… la terra è nostra madre » e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha ricordato «il manipolare e il controllare le limitate risorse umane del pianeta e la nostra avidità ci hanno alienato dal proposito iniziale della creazione».

Sono queste alcune implicazioni per riflettere oggi su come intendere che Gesù Cristo è re, non del dominio, ma che ha donato la sua vita nel servizio sino alla fine e chiama discepoli e discepole a scorgere come essere nel tempo responsabili del vangelo del regno.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1271.JPGMal 1,14-2,2; 1Tess 2,7-9.13; Mt 23,1-12

I filatteri, detti tefillim (preghiere) sono piccoli astucci di cuoio a forma di cubo: al loro interno custodiscono rotolini di pergamena con su scritti brani biblici. Vengono legati alle braccia, alle mani e sul capo durante la preghiera. Le frange, zizit, sono trecce di tessuto legate alla veste, o applicate al mantello della preghiera (tallit): un segno a ricordo dei comandamenti del Signore. I posti nella sinagoga sono i luoghi della preghiera nella assemblea. Filatteri, frange, posti nelle sinagoghe… sono tutti elementi esteriori della preghiera e del culto. Come tanti segni religiosi in ogni tradizione rinviano ad un coinvolgimento della vita. Sono simboli che dovrebbero rendere presente l’esigenza di una fede che permea la vita: “Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore… te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9)

Se i simboli rimangono solo esteriorità si riducono a forme vuote senza riferimento all’esistenza. Perdono il loro senso, anzi generano sviamenti profondi. I profeti in Israele hanno richiamato contro questa continua tentazione, il piano inclinato di una religione dell’esteriorità senza che la vita ne risulti toccata. La fede non può ridursi ad apparati esteriori, a liturgie vuote. Esige coinvolgimento dell’interiorità. I profeti per questo criticano un culto svuotato e chiedono scelte di giustizia quale autentico culto a Dio.

Così Amos si fa voce dell’esigenza di Dio per gli ‘spensierati di Sion’: “Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni … Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne” (Am 5,21-24). Così Isaia: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità… le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,11,17)

Gesù riprende questa critica e la fa propria: “essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”. E’ una critica rivolta a coloro che hanno funzione di guida: pongono pesi insopportabili per gli altri, impongono obblighi, norme e prescrizioni. Ma essi vivono l’ipocrisia di una religiosità fatta di cose esteriori senza coinvolgimento della vita. Non vivono rapporti di accoglienza e solidarietà con i poveri. Il rapporto con Dio invece si compie nell’attenzione e custodia verso chi è svantaggiato e impoverito.

Gesù descrive anche quale modo di vivere i rapporti pensa per la sua comunità che da lui è proposta come fraternità di uguali: “non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. E’ un cambiamento radicale rispetto ad una concezione per cui c’è chi comanda e chi è suddito, c’è dominio e strumentalizzazione delle persone.

La fraternità e sororità conviviale che Gesù propone è comunità dove ognuno ha un volto: vi sono differenze di doni e ognuno è chiamato a mettersi a servizio degli altri. Ma c’è un unico maestro e guida: il suo gesto di lavare i piedi come maestro dovrebbe rimanere fondamentale. Gesù si oppone a chi pretende di farsi guida mettendosi al posto di Dio, secondo la logica del dominio, venendo meno all’ascolto dell’unico Padre e dell’unico maestro. Chi pretende di essere guida viene meno all’essere discepolo: proprio del discepolo è rimanere dietro, intendere la propria vita come un seguire, in un cammino in cui riconoscersi non dominatori ma fratelli.

Per la sua comunità Gesù indica uno stile alternativo: è stile che richiede consapevolezza di essere in cammino, al seguito dell’unico maestro che si è fatto povero e ha detto ‘Io sono in mezzo a voi come colui che serve’. Gesù ai suoi prospetta l’atteggiamento di chi vive non nell’autosufficienza ma nella ricerca. E’ lui ‘unico maestro che ha vissuto la vita come ascolto del Padre e così chiede ai suoi: rimanere in ascolto di Dio e degli altri . E’ la via di chi trova la sua guida nella Parola che rinvia sempre oltre i gretti confini delle nostre certezze e di chiusure identitarie.

Anche i segni più belli che rinviano alla Parola di Dio possono risultare svuotati, anche il culto può divenire luogo in cui si manifesta l’ingiustizia. Le parole di Gesù provocano a vivere un rapporto con Dio che passa per la concretezza di scelte e gesti di custodia e solidarietà con i poveri.

Alessandro Cortesi op

luterani cattolici 2017 Trentolavanda dei piedi reciproca tra vescovi luterani e cattolici – Cattedrale di Trento 11 ottobre 2017

Lavanda dei piedi in Duomo a Trento fra l'arcivescovo Lauro Tisi e il vescovo luterano Karl-Hinrich Manzke

Riforma

Cinquecento anni fa, il 31 ottobre 1517, a Wittenberg, in Sassonia, il monaco Martin Lutero affisse al portone della chiesa della residenza dell’Elettore alcuni fogli con su riportate le famose 95 tesi dal titolo ‘Disputa circolare per chiarire l’efficacia delle indulgenze’. Gli storici dibattono se questo gesto sia stato effettivamente compiuto come lo tramanda la tradizione o se le tesi fossero una serie di questioni che come nell’uso della vita accademica del tempo, venivano fatte oggetto di proposta e discussione nel vivace ambiente universitario. Esse in ogni modo furono un fattore detonante nel quadro di un risentimento crescente in ambito tedesco contro la diffusa pratica dell’offerta delle indulgenze in cambio di un pagamento che riduceva la salvezza ad una questione di commercio.

Quel momento per Lutero significava esigenza di ritorno alla Scrittura, proposta di rapporto diretto con la Parola quale fonte del cristianesimo, scoperta della centralità della grazia nella via del credente in rapporto con un Dio misericordioso, nei termini di fiducia assoluta e di gratitudine. Indicava infine un ritorno alla chiesa delle origini, purificata dalle contaminazioni con il potere mondano e dall’imitazione delle strutture del dominio: una comunità di sorelle e fratelli, con diverse funzioni ma senza superiorità o privilegi.

Erano elementi che affondavano le loro radici in orientamenti di scuole teologiche, di spiritualità e di dibattiti presenti in forme diverse in età medioevale e divengono motivi carichi di novità che conducono al formarsi di chiese confessionali separate, con pesanti conflitti, lotte e costruzione di una propria identità in contrapposizione all’altro. Da allora la storia dell’Europa è cambiata con forti implicazioni sociali e politiche. Comprendere la Riforma è essenziale pe comprendere questa storia.

La celebrazione degli anniversari centenari di questo momento iniziale della Riforma sono stati nel passato esclusiva occasione delle chiese protestanti nella linea di affermazione di una identità della letta in contrapposizione alla chiesa romana.

Dopo il concilio Vaticano II il contesto è mutato. Questo quinto centenario si colloca in un tempo nuovo, in cui si va sempre più attuando il passaggio ‘dal conflitto alla comunione’. La presenza di papa Francesco a Lund l’anno scorso all’inizio della celebrazione della Riforma è stato un segno dello Spirito che apre percorsi nuovi. Ed egli ha ringraziato Dio “per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa”.

La Federazione Luterana Mondiale e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani hanno pubblicato un documento comune. Si dicono «grati per i doni spirituali e teologici… Si è trattato di una commemorazione condivisa non solo tra noi ma anche con i nostri partner ecumenici a livello mondiale. Allo stesso tempo, abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma ad oggi. Noi, luterani e cattolici, siamo profondamente riconoscenti per il cammino ecumenico che abbiamo intrapreso insieme negli ultimi cinquant’anni. (…)

Tra le benedizioni sperimentate durante l’anno della Commemorazione vi è il fatto che, per la prima volta, luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione di quegli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione. Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione ed un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide”.

Due osservazioni per un impegno futuro si potrebbero suggerire: una riguardante i rapporti tra le chiese, una in relazione alla vicenda dell’umanità. La prima consiste nell’esigenza di giungere a trarre le conseguenze anche sul piano della vita di chiesa del fondamentale accordo raggiunto a livello teologico con “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione” del 31 ottobre 1999. Esse potrebbero condurre al riconoscimento della ospitalità eucaristica, esigenza avvertita profondamente nelle comunità e famiglie.

La seconda osservazione riguarda la testimonianza e l’azione per la costruzione di una convivenza umana nel futuro. La testimonianza dei cristiani è sollecitata come mai prima d’ora a perseguire l’eliminazione delle disuguaglianze e ingiustizie esistenti anche in regioni in cui è significativa la presenza di chiese cristiane. L’orientamento a proporre un nuovo modo di vivere l’economia che non produca iniquità e sfruttamento va di pari passo con una scelta chiara per la pace nella linea del disarmo nucleare e della eliminazione delle guerre. Inseguendo tali orizzonti c’è da camminare insieme.

Alessandro Cortesi op

 

XXX domenica tempo ordinario – anno C 2016

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Sir 35,12-14.16-18; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Preghiera è respiro della vita di chi si apre alla consapevolezza dello sguardo di Dio come sostegno del povero, dell’orfano e della vedova. La pagina sapienziale del Siracide dercive il movimento della preghiera: “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata”. La preghiera è ponte gettato oltre le nubi, in attesa. Nella fiducia – che la sostiene e la motiva – che Dio “ascolta la preghiera dell’oppresso, non trascura la supplica dell’orfano”. Il salmo 33 si fa eco di tale sguardo a Dio che si china sul povero: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia”.

Anche Gesù pone la preghiera al centro di una sua parabola riportata solamente da Luca nel suo vangelo: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri. Due uomini salirono al tempio a pregare…”. E’ una scena tratteggiata in modo rapido, immediato, quasi un acquerello in cui si distinguono profili e sfumature: una provocazione rivolta a coloro che si ritengono giusti, contro la presunzione. Il modo di vivere la preghiera rivela come s’intende il rapporto con Dio e come s’intende la propria esistenza. Nella parabola sono contrapposti due modi di pregare. C’è una falsa preghiera tutta centrata su di sé. In contrasto c’è lo stare davanti a Dio in autenticità.

Il fariseo si sente giusto; è bravo e religioso ma la sua vita è fondamentalmente ripiegata su se stesso. E’ senz’altro una vita buona e impegnata. E’ anzi una vita in cui l’impegno è sovrabbondante ma l’atteggiamento di fondo che guida tale tensione etica e religiosa è centrato sullo sguardo ai propri meriti, alle proprie realizzazioni. E’ pago di sé e non avverte il bisogno degli altri. Non chiede nulla, non si avverte povero. Vive l’attitudine di chi, ricco, offre qualcosa a Dio stesso per averne riconoscimento e ricompensa. Il suo pregare è in fondo un tentativo di piegare Dio alla sua grandezza piuttosto che un chinarsi alla bontà di Dio stesso. La sua è inoltre una religiosità della separazione: è orientato a Dio ma non si cura del vicino, anzi sis ente distante e disprezza chi non vive come lui. Vive un senso di superiorità e di disprezzo verso altri: ‘ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri disonesti e adulteri…’. La sua coerenza appare impoverita dalla freddezza, dall’assenza di invocazione, dal non comprendersi anche lui bisognoso. Non ha compassione.

L’esattore delle tasse, il pubblicano, è uomo consapevole di non essere a posto: non si trova a suo agio nel tempio, luogo di culto, rimane in fondo, defilato. Si rivolge a Dio e gli chiede solo pietà: ‘Dio, abbi pietà di me peccatore’. Non è un pensiero ben formulato, solo poche parole, un sospiro del cuore. La sua voce tuttavia è eco di quanto Gesù chiedeva ai suoi: non sprecare parole, affidarsi al Padre, chiedere la sua grazia, il suo regno. Il pubblicano sta davanti a Dio consapevole di non avere meriti da vantare e invoca uno sguardo di accoglienza. E’ uomo sincero, senza difese: si pone nella verità della sua vita, e si affida. Sa di non farcela con le sole sue forze. “Io vi dico: questi tornò a casa giustificato”: la sua vita diviene spazio di grazia accolta perché non è occupata da se stesso, non è legato dal senso di autosufficienza che impedisce di guardare oltre. Pregare si connota così come esperienza di relazione, gratuità, salvezza.

Con l’attenzione di cogliere la parabola di Gesù come parola che apre consapevolezza sul fariseo e sul pubblicano presenti contemporaneamente nel profondo del cuore di ciascuno.

Alessandro Cortesi op

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Giustificazione

Il 31 ottobre è data importante per le chiese della Riforma: è ricordo del gesto che diede inizio al movimento riformatore nel XVI secolo. In quella data nel 1517 Lutero affigge le sue tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Quel gesto diviene simbolico di un inizio: una riforma che intende dare nuova forma ad una chiesa che ha perduto la sua forma originaria. Nel quadro di un contesto di crisi e di degradazione morale senza precedenti nella chiesa e mentre si stava attuando uno sfaldamento dell’impero, in un tempo di passaggio dall’economia feudale a quella di tipo borghese s’inserisce il movimento iniziato da Lutero. La sua stessa esperienza si pone nel quadro di un’ampia e diffusa inquietudine che attraversava la chiesa da secoli (nei concili del XIV secolo, nei dibattiti del XV e XVI secolo). Lutero aveva intuito come la chiesa dovesse riformarsi, tornando alle fonti, centrando la sua proposta nella questione teologica di un fondamentale ascolto della Scrittura e nell’accoglienza del messaggio della grazia.

La sua lettura della lettera ai Romani, riguardo alla giustificazione, gli fa scoprire il messaggio della giustizia di Dio come grazia. La reazione alla sua predicazione, le scomuniche, gli scontri, condussero poi ad una vicenda di separazione delle chiese. La diversità è diventata divisione. Da qui l’allontanamento, fino alle lotte in cui interviene prepotentemente il fattore politico, la questione del potere, fino alla violenza e alle guerre di religione. La Riforma ha influito profondamente sulla storia successiva europea e ha aperto nuovi percorsi che hanno influito sulla società e sulla cultura, un fenomeno di civiltà. La Riforma ha al cuore una profonda provocazione sulla fede e si pone come accentuazione sulla centralità di Dio nella vita umana.

Quale il senso della riforma e come vivere questo evento oggi in quanto responsabilità spirituale? Karl Barth nel 1933 conferenza sulla Riforma ‘La Riforma come decisione’ si poneva una domanda: “Con la riforma non si scherza. Si può porre senz’altro la domanda seria se i riformatori con la loro rifondazione della chiesa non hanno osato un’impresa che non avrebbero dovuto osare perché l’umanità europea non era all’altezza di questa impresa ardita e se essi non ci hanno lasciato un’eredità di cui non sappiamo che fare perché essa rappresenta per noi una pretesa che non possiamo sopportare perché esige da noi una fede che non siamo in grado di offrire e non corrisponde a ciò che oggi ci interessa e agli obiettivi che ci proponiamo” (K.Barth, La riforma è una decisione, tr.it. Gino Conte, Claudiana 1967).

Il 31 ottobre 1999 dopo secoli di dispute, dopo un lavoro paziente e rigoroso condotto per lungo tempo, è stato sottoscritto dai rappresentanti ufficiali della chiesa cattolica e dalla federazione luterana mondiale un documento. (Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (n. 18), in A. Maffeis (ed.), Dossier sulla giustificazione. La dichiarazione congiunta cattolico-luterana, commento e dibattito teologico, Queriniana, Brescia 2000). In esso si raccolgono i frutti di un cammino ecumenico sorto nell’ambito delle chiese delle Riforma all’inizio del secolo XX e che ha avuto in ambito della chiesa cattolica un punto di svolta con il Concilio Vaticano II. Esso esprime un consenso su quello che per Lutero era il punto fondamentale della riforma. Questo lavoro ha condotto alla considerazione che le scomuniche reciproche emanate nei secoli sono da superare e non sono motivo per la separazione delle chiese.

Al cuore sta la questione della ‘giustificazione’, cuore della scoperta del vangelo della grazia da parte di Lutero, che si apre al volto di Dio che liberamente offre la sua grazia.

«Insieme crediamo che la giustificazione è opera del Dio uno e trino. Il Padre ha mandato nel mondo il suo Figlio per la salvezza dei peccatori. L’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo sono il fondamento e il presupposto della giustificazione. Perciò la giustificazione significa che Cristo stesso è la nostra giustizia, alla quale partecipiamo, secondo la volontà del Padre, attraverso lo Spirito Santo. Insieme confessiamo che solo per grazia nella fede nell’azione salvi fica di Cristo, e non in base ai nostri meriti, noi veniamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori e ci abilita e chiama a compiere le opere buone» (Dichiarazione congiunta n. 15).

Il testo condiviso nel 1999 costituisce una pietra miliare. La dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione presenta un consenso di base sul significato della giustificazione e conduce ad un riconoscimento decisivo le cui conseguenze ancora devono trovare sviluppo e attuazione: le diverse comprensioni teologiche dei vari temi connessi alla questione della giustificazione non comportano motivo di separazione nella fede ma sono espressione di diverse teologie che fanno riferimento ad una medesima fede condivisa. Si parla per questo di consenso differenziato.

Nel testo si legge: “Alla luce di detto consenso sono accettabili le differenze che sussistono per quanto riguarda il linguaggio, gli sviluppi teologici e le accentuazioni particolari che ha assunto la comprensione della giustificazione, così come esse sono state descritte … Per questo motivo l’elaborazione luterana e l’elaborazione cattolica della fede nella giustificazione sono, nelle loro differenze, aperte l’una all’altra”.

Ci può essere differenza nelle teologie, nei linguaggi e riconoscimento che la medesima fede unisce. Si genera uno sguardo diverso nei confronti dell’altro. Dalla distanza al dialogo, dalla lontananza e disprezzo all’accoglienza del suo apporto per una comprensione ed esperienza più profonda della medesima fede. L’altro non è qualcuno da escludere ma è una tradizione che offre una comprensione differente e arricchente della medesima fede con accenti propri.

E’ affermazione che la fede è più grande delle formulazioni con cui si cerca di comunicarla. E’ anche apertura a considerare che la divisione avvenuta storicamente tra le chiese, benché sia da superare per rispondere alla preghiera di Gesù ‘che siano una cosa sola’, è anche da ricomprendere oggi come occasione per andare oltre, per cogliere che la fede può essere detta e vissuta con modalità diverse. Dove la differenza non è esclusione di altre tradizioni e accentuazioni e dove la comunione è possibile nel riconoscimento delle differenze e della verità dell’altro.

Alessandro Cortesi op

 

Pregare

Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la Tua volontà non significa che lo stia davvero facendo.

Ma sono sinceramente convinto che in realtà ti piaccia il mio desiderio di piacerti
e spero di averlo in tutte le cose, spero di non fare nulla senza tale desiderio.
So che, se agirò così, la tua volontà mi condurrà per la giusta via,
quantunque io possa non capirne nulla.
Avrò sempre fiducia in Te,
anche quando potrà sembrarmi di essere perduto e avvolto nell’ombra della morte.
Non avrò paura,
perché Tu sei con me e so che non mi lasci solo di fronte ai pericoli.

Thomas Merton
Prades, 31 gennaio 1915 – Bangkok 10 dicembre 1968

XXXIII domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN1514Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Il libro di Daniele si pone nel quadro della letteratura apocalittica: tentativo di lettura della storia scorgendovi la presenza di Dio nonostante il male e le contraddizioni presenti. Utilizzando molteplici simboli parla di un giudizio in un tempo lontano e introduce la enigmatica figura del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.

Figlio dell’uomo ha qui i tratti di una figura collettiva, un popolo di ‘santi dell’Altissimo’ con una funzione di giudizio che inaugurerà un regno diverso da quello degli imperi umani nella storia. Un giudizio nel quale il male viene definitivamente eliminato (Dan 7,22).

Ad un primo impatto queste pagine suscitano timore e inquietudine, ma intendono proporre un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno vissuto la fedeltà: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3). Nel tempo della persecuzione e della fatica Daniele offre parole di sostegno a chi sperimenta la fatica di resistere e per chi è stato fedele risultando agli occhi umani un fallito. L’ultima parola sulla storia – dice Daniele – è quella di Dio che salva.

“Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Gesù affida ai suoi la promessa che la nostra storia non è un vagare senza orizzonte ma è situata in un incontro. Il pensiero al futuro non dev’essere motivo di angustia perché sin d’ora c’è una novità in atto, già al di dentro della storia e della vita. Quello che ci è dato è tempo di speranza, di germogli perché è tempo di incontro.

Gesù distoglie così dal farsi domande sulla ‘fine del tempo’, inviata invece a puntare l’attenzione sul tempo in cui è possibile vivere nell’orizzonte di ciò che vale per sempre. Richiama i suoi ad un’attenzione al presente: è già occasione in cui è possibile vivere in modo nuovo. Nel presente è già in atto quella presenza che sarà il fine di tutta la storia. Per questo non è tempo vuoto, ma tempo in cui la vita sta spuntando. Come le foglie del fico mentre l’estate si avvicina. E’ momento per vivere l’incontro con qualcuno che viene. Gesù è già venuto, ma promette ai suoi che tornerà e sarà allora un ritornare definitivo. In questo frattempo è possibile coltivare l’incontro, la novità inaugurata con la risurrezione, fino alla comunione per sempre con Dio e con gli altri. “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”: per chi accoglie la promessa di Gesù il futuro assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta la presenza del risorto. E’ presenza che spinge all’incontro. Ed è un incontro che apre agli altri, a coloro con cui Gesù si identifica, il povero, il marginale, l’ammalato. Questo approdo finale già offre segni nel quotidiano e nella storia. Il germogliare del fico è una parabola che riguarda la presenza della novità del regno di Dio.

L’atteggiamento da coltivare è apprendere a scrutare e leggere i ‘segni dei tempi’. Viviamo già in un tempo salvato, in cui sono presenti chiamate e trace di salvezza. All’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’: il regno è la presenza stessa di Gesù che ha incontrato e ha preso su di sè la storia umana e ha inaugurato un nuovo mondo, nuovi rapporti umani, un nuovo rapporto con Dio. Spesso siamo troppo preoccupati di portare qualcosa, quando invece forse l’atteggiamento di una chiesa povera sta nella dimensione dell’ascolto e dell’accoglienza. Ascolto delle chiamate che giungono dalla storia; accoglienza negli incontri con il volto di colui che viene e si fa incontro. Fissando lo sguardo su ciò che Gesù ha fatto. Per questo il presente è tempo di attenzione e responsabilità.

DSCN1472Alcuni motivi di impegno per noi oggi.

Il tempo si è per molti aspetti abbreviato: con i mezzi a disposizione riusciamo a fare tante più cose, e riusciamo a farle contemporaneamente, tendendo a superare ogni limite. La possibilità di comunicazione immediata è grande occasione che ha reso più veloci gli scambi e con essi la possibilità di lavorare, di collaborare, di scambiare idee, scritti, conoscenze. Il rischio che oggi viviamo è quello di lasciarsi sopraffare dagli strumenti a disposizione: è l’esperienza che sperimentiamo di essere talmente assorbiti dalla tensione a sfruttare ogni attimo con l’uso di strumenti tecnologici, da non avere più tempo, parole e attenzione per le persone che ci troviamo davanti. Così non c’è più il tempo che interrompe il lavoro e l’efficienza, non c’è più il tempo libero in quanto tempo liberato da impegni, esigenze e scadenze. E progressivamente viene meno il tempo della gratuità, dei gesti che non producono e non procurano efficienza, delle parole scambiate e che sono semi gettati di legame a scalfire le solitudini degli individui connessi con tutti ma isolati e inascoltati.

Imparate dal fico: ci sono segni da leggere. C’è una disponibilità da maturare a scorgere i piccoli segni. Centrando lo sguardo su Gesù. E’ quello che Francesco ha ricordato in modo chiaro ai delegati al convegno della chiesa italiana a Firenze nei giorni scorsi ridefinendo un indirizzo di stile di chiesa che abbandoni ossessioni che l’hanno segnata e continuano peraltro a segnarla pesantemente.

Con rinvio all’inno di Filippesi cap. 2 ha richiamato ad un cammino di chiesa che assuma l’umiltà di Cristo, il suo scendere e svuotarsi come criterio di fedeltà a lui: “Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre”.

Il tema del convegno era centrato sull’umanesimo, e la declinazione del tema articolata da Francesco è stata nel senso di liberarsi da pretese di costruzione di una nuova organizzazione di potere. Ha così spostato la riflessione dall’umanesimo – quale riferimento per molti aspetti complesso e con possibili ambiguità – all’umanità di Gesù. In tal modo ha fatto cogliere come sia presente il rischio di una costruzione culturale e ideologica, radicata nella nostalgia di stagioni in cui la società coincideva con una cristianità di tipo culturale e sociale. Riferirsi all’umanità di Gesù assumendo i suoi sentimenti è progetto essenziale che indica un cammino da condurre in modi nuovi, con libertà e apertura di fronte alle situazioni del presente: “Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente (…) L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49)”.

12227767_920009754745010_3831964021268357173_nHa poi richiamato alla direzione di una autentica riforma che si pone nella linea della inquietudine e della novità radicandosi in Cristo con spirito di apertura: “La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

Interpretando il presente come un cambiamento d’epoca ha infine invitato ad affrontare i problemi come occasioni per cammini nuovi, dove l’incontro, l’accompagnare e l’essere vicini divengono tratti fondamentali di un agire che mette al centro il vangelo: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

In questo discorso si possono cogliere piccoli segni di qualcosa che sta ancora germogliando e chiede una partecipazione e coinvolgimento di comunità e di persone adulte nella fede.

A conferma di una situazione che dovrebbe cambiae per molti aspetti una coraggiosa e bella lettera di mons. Giovanni Giudici che è stato vescovo di Pavia, che ha raggiunto i 75 anni e ‘uscendo di scena’ confida i suoi pensieri. Qui di seguito un paio di pssaggi e la conclusione della sua lettera pubblicata in ‘Settimana’ (8 novembre 2015):

“Sono persuaso che una certa superficialità nella vita spirituale consente – e forse favorisce – l’enfasi data alla dimensione devozionale dell’esperienza di fede. Quante carovane di pullman e di macchine per i luoghi dove viene riferito che fratelli e sorelle hanno ricevuto rivelazioni private! Mi sono domandato e ancora mi domando se non è possibile porre lo stesso zelo nel proporre iniziative che favoriscano l’ascolto della Parola e la conoscenza dei movimenti dello Spirito nel cuore dei credenti. (…)

“quanti educatori svolgono la loro opera con grande abnegazione e con il dono del proprio tempo e delle proprie energie! Quanti operano nel servizio di carità nelle più varie forme in cui l’amore per il prossimo può essere esercitato! Quanti volontari sono impegnati nella cura per i sofferenti, i più deboli e poveri con una operosità in cui si manifesta intraprendenza e collaborazione. Questa figura di comunità fedele al Signore e attiva nella carità sollecita una presenza dei laici che non sia solo esecutiva ma anche partecipativa e decisionale nei vari ambiti in cui si svolge la vita ecclesiale”.

“… in questa mia condizione di uno che sta uscendo di scena, vorrei dire che mi ha sempre fatto impressione la grandiosità dell’apparato della CEI. Persone, commissioni, libri, pubblicazioni, convegni. Sono proprio tutti utili o necessari? Qualche volta si ha l’impressione che tutto questo ce lo possiamo permettere per la condizione privilegiata in cui ci troviamo a seguito del discreto successo dell’otto per mille. In particolare, desidero ricordare che mi è sembrato istruttivo il progressivo impallidire del Progetto Culturale. Era preannunciato, perché si è voluto riflettere e discutere di questioni che stanno a valle della fede. Il punto centrale è invece l’immissione nella società e nelle sue istituzioni dello spirito del Vangelo. Prego con riconoscenza e gioia per questa Chiesa di cui sono figlio”.

Alessandro Cortesi op

Vaticano e dintorni

In riferimento alle vicende che hanno scosso in questi giorni il Vaticano vorrei riprendere due articoli di Luigi Sandri, vaticanista e già inviato dell’Ansa, che non si fermano al gossip da romanzo giallo e che ricostruiscono con ordine e chiarezza la situazione. Mi sembra che in essi siano evidenziati elementi importanti per dare un’interpretazione di eventi che sconcertano soprattutto tutti coloro che vivono l’esperienza della fede e la vita ecclesiale nel desiderio di seguire Gesù e di partecipare ad una comunione di persone che imparano ogni giorno a seguirlo, ben lontani dal pensare la chiesa come una struttura di potere e di finanza che appare ben lontana dallo spirito evangelico.

Mi sembra importante la breve nota del card. Martini apparsa sul Corriere della Sera del 27 maggio: “La Chiesa, dopo le notizie di cronaca di queste ore che parlano del «corvo» in Vaticano, deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. (…) Lo scandalo ha sempre una natura triplice: c’è chi lo riceve, chi lo fa, chi ne approfitta; ma la Chiesa può guardare oltre e leggere in senso positivo quanto è emerso. La Chiesa perda i denari, ma non perda se stessa. Perché quanto è accaduto può avvicinarci al Vangelo e insegnare alla Chiesa a non puntare sui tesori della terra. (Matteo 6, 19-21)”.

Queste parole possono essere accostate alle osservazioni di Aldo Valli apparse su Europa del 29 maggio:

“Le domande sono di portata radicale. Perché il papa deve essere capo di stato? Perché il Vaticano deve avere una banca? Perché il successore del pescatore Pietro deve essere al centro di un sistema di potere? In Vaticano sono ore drammatiche. Mentre il povero Paoletto è in carcere, pesce piccolo catturato senza troppe difficoltà, diversi schieramenti si affrontano e si osservano. Perché anche tra i corvi non tutti sono puri di cuore e c’è chi vuole utilizzare la situazione per altre trame di potere. Finora la Santa sede sta reagendo nel modo più sbagliato. Con i gendarmi e il silenzio. Lo si è visto domenica in piazza San Pietro. Quando è arrivata la marcia per Emanuela Orlandi, persone insospettabili si aggiravano per osservare e fotografare. Come se i partecipanti alla manifestazione fossero malfattori da schedare. E il papa, che avrebbe potuto dire una parola come padre su una sua giovane cittadina scomparsa nel nulla e una famiglia distrutta dal dolore, è rimasto zitto nel giorno dedicato allo Spirito santo”.

Hans Küng in un’intervista a Repubblica del 28 maggio, offre una lettura da cui emerge come questi eventi siano sintomi di una crisi profonda dell’istituzione ecclesiale che esigerebbe una riforma della Chiesa da lui prospettata e presentata in un libro di recente uscito anche in Italia:

“Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l  ́impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. Su questo ho appena scritto un libro, Salviamo la Chiesa, in Italia sta per uscire (è già pubblicato da Rizzoli ndr.). Quel che mi sta a cuore è approfondire la problematica dell ́indispensabile riforma della Chiesa”.

Qui di seguito due articoli di Luigi Sandri pubblicati in ‘Trentino’

“Guerra aperta nei gangli economico-finanziari della Santa Sede. Infatti, improvvisamente, ieri sera il professore Ettore Gotti Tedeschi è stato “sfiduciato” dal Consiglio di sovraintendenza dello Ior (l’Istituto per le Opere di religione, la “banca” vaticana), di cui era presidente. Interpellato dalle agenzie in merito alla clamorosa decisione, l’interessato ha detto: “Preferisco non dire nulla, altrimenti dovrei dire solo brutte parole”.

E’ troppo presto per conoscere le reali motivazioni di questo evento inaspettato. Si può dire, comunque, che esso si inquadra nel clima di aspri contrasti, ai vertici vaticani, sul come gestire le attività economiche e finanziarie dello Stato della Città del Vaticano, e della Santa Sede, e sul come rendere operative le norme di trasparenza annunciate ma, secondo molti, non totalmente attuate. E, sullo sfondo, probabilmente vi è un contrasto tra lo Ior e la Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone, classe 1934, o, più probabilmente, tra alcuni dirigenti della “banca” vaticana” e alcuni personaggi di primo piano delle gerarchie ecclesiastiche, o, ancora, per laceranti dissidi interni sia al Consiglio di sovraintendenza che alla Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta da Bertone.

Si riapre così una questione che la Santa Sede aveva sperato di chiudere quando, nel 2009, aveva scelto – e la decisione era stata soprattutto del Segretario di Stato – Gotti Tedeschi alla guida, diciamo così, dello Ior. Questo anomalo Istituto – più che una banca, infatti, è una fondazione – fu creato da Pio XII nel 1942, riordinando una materia che per certi aspetti risaliva a Leone XIII, a fine Ottocento, e per altri a Pio XI. Ignoto alla gente comune, lo Ior divenne famoso in Italia quando, nel 1982, fu accusato di essere implicato nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il banchiere che, fin che visse – nel giugno dell’82 fu “suicidato” – sempre affermò che l’indebitamento del Banco era dovuto al fatto che lo Ior, il cui presidente allora era monsignor Paul Marcinkus, gli doveva ingentissime somme; “dovere” di restituzione sempre negato dalla Santa Sede. Ma Calvi aveva degli intrecci affaristici con la “banda della Magliana” nella quale stava emergendo Enrico De Pedis, detto Renatino; il gruppo voleva dunque che Marcinkus “restituisse” i denari e, non ottenendoli, nel giugno del 1983 avrebbe (il condizionale è d’obbligo: la magistratura sta ancora accertando, e le testimonianze in merito sono contraddittorie) rapito Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente vaticano, per ricattare lo Ior e avere i pretesi denari.

Questo “giallo” è tornato di attualità perché il 14 maggio scorso le autorità italiane hanno aperto la tomba di De Pedis che si trovava nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare (e a tutt’oggi ci si domanda come poté il cardinale Ugo Poletti, allora vicario di Roma, permettere che il boss di una organizzazione malavitosa, assassinato nel 1990, fosse sepolto in una chiesa), e ciò al fine di verificare se si potesse sciogliere l’enigma, finora irrisolto, della fine della povera Emanuela.

Ma, tornando agli anni Ottanta, Marcinkus, per decisione delle autorità vaticane, non poté essere interrogato dalle autorità italiane che indagavano sul crack dell’Ambrosiano e sulle eventuali responsabilità dello Ior nella vicenda. Una politica “opaca” che sollevò allora molte perplessità per una decisione infine presa da papa Wojtyla.

Giovanni Paolo II, comunque, nel 1990 diede una nuova configurazione allo Ior, nella speranza – sottesa – che vicende come quelle legate a Marcinkus non si ripetessero mai più. Pare invece che, anche dopo la “riforma”, lo Ior abbia facilitato l’arrivo… dall’Italia, di importanti somme di denaro di assai dubbia provenienza. Chiamando allo Ior Gotti Tedeschi il Vaticano pensava di avere finalmente dato una svolta; ma, se così fu, e così (dall’esterno) sembrava essere, ci si domanda che cosa significhi l’affermazione del comunicato vaticano di ieri sera: quello al presidente è stato “un voto di sfiducia, per non avere egli svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio”. Nei prossimi giorni ne sapremo di più. E’ certo, comunque, che questa vicenda è un nuovo tassello che avvelena il clima del pontificato in atto”.

Luigi Sandri in “Trentino” – 25 maggio 2012

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“Sono venuti a galla, in questi giorni, “misteri” o “segreti” del Vaticano, su vicende recentissime, o inglobanti gli ultimi tre decenni, che hanno per molti aspetti i risvolti di un romanzo giallo. Qui, però, non ci interessa occuparci di questa cronaca pruriginosa ma, se possibile, inquadrare alcuni dei problemi nodali che fanno da sfondo a queste vicende.

Il 14 maggio la magistratura italiana ha deciso la riapertura, nella cripta della basilica romana di Sant’Apollinare, della tomba di Enrico De Pedis, detto Renatino, boss della banda della Magliana (gruppo mafioso che prendeva il nome da un quartiere di Roma ove aveva la sue radici), assassinato nel 1990. Qualche persona aveva infatti affermato: “Se volete sapere la verità su Emanuela Orlandi, cercate nella tomba di De Pedis”. La ragazza, figlia quindicenne di un dipendente del Vaticano, era scomparsa a Roma nel giugno 1983: e, sempre secondo voci e testimonianze (tutte da verificare), la citata banda avrebbe rapito Emanuela per ricattare lo Ior (Istituto per le Opere di religione, la “banca” vaticana). Nel 1982 vi era stato il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, “suicidato” a Londra; fallimento causato, secondo l’accusa, anche al fatto che monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, non intendeva restituire a Calvi denari che questi riteneva dovutigli; e la banda, collegato in qualche modo al banchiere, avrebbe così perso ingentissime somme.

La magistratura ha accertato che nella tomba vi erano effettivamente i resti di Renatino, ma, a quanto per ora si sa, nulla che rinviasse ad Emanuela. E allora? Un fatto, comunque, è certo: monsignor Pietro Vergari, e il cardinale Ugo Poletti – al tempo l’uno rettore del sant’Apollinare e l’altro, ormai defunto, Vicario di Roma – diedero il permesso, richiesto dai familiari del morto, di seppellire De Pedis nella cripta di quella basilica: un onore che, frequente nei secoli andati, nel Novecento era diventato rarissimo. Le autorità ecclesiastiche, si viene a sapere, ritennero che Renatino era stato “un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica”. Domanda: stante il “curriculum” del boss, ai prelati non venne un prudente dubbio sull’origine dei soldi di quel “benefattore”? Vergari – iscritto adesso dalla procura di Roma nel registro degli indagati, ma come “atto dovuto” – ha ribadito la correttezza della sua azione di un tempo, e aggiunto di “non avere nulla da nascondere”. Al di là dell’aspetto legale della vicenda, che spetta ai magistrati investigare, qualcosa stona nella vicenda, e fino a che non sarà data risposta convincente al perché di quell’improvvida autorizzazione, è vano lamentarsi per le voci  che adombrano legami infamanti per le gerarchie ecclesiastiche.

Di tutt’altro genere sono gli interrogativi provocati da documenti riservati che, dai piani alti del Vaticano, da cinque mesi ogni tanto escono sulla stampa e che ora, insieme ad altri, sono raccolti in “Sua Santità”, un libro di Gianluigi Nuzzi. Un comunicato della Sala stampa della Santa Sede, il 19 maggio, affermava: “La nuova pubblicazione  non si presenta più come una discutibile – e obiettivamente diffamatoria – iniziativa giornalistica, ma assume chiaramente i caratteri di un atto criminoso». Le decine di documenti, la cui veridicità il Vaticano non ha smentito, sono stati fotografati o fotocopiati da uno o più personaggi, non sappiamo se laici o ecclesiastici, che hanno adito alle stanze più segrete del Palazzo apostolico e della Segreteria di Stato. Questi personaggi, apprendiamo, hanno avuto una crisi di coscienza, e per salvare la Chiesa romana da una fine ingloriosa, hanno deciso di violare la riservatezza propria del loro ufficio, e, perché la Chiesa sappia, di diffondere una serie di documenti che non riguardano, beninteso, la vita privata delle persone, ma i rapporti di potere all’interno delle mura leonine. In particolare, i testi resi noti rappresentano un attacco frontale al segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, ritenuto – da monsignori e da cardinali – incapace di gestire la sua alta carica, e orientato più a punire che a premiare chi, nella Cittadella, osa denunciare il marcio che si annida in vari settori legati all’economia.

Formalmente, le lettere di prelati e porporati cardinali allo stesso pontefice, sono rispettosissime verso di Lui, mentre però criticano Bertone. Ma nelle missive aleggia una domanda, indiretta ma prepotente: chi ha messo a guidare la Segreteria di Stato un cardinale che non aveva nessuna esperienza diplomatica? Fu, nel 2006, lo stesso Benedetto XVI, che, malgrado ne fosse da molti sconsigliato, volle accanto a sé chi per diversi anni era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede quando Joseph Ratzinger ne era prefetto.

Ma perché Oltretevere le crisi di coscienza esplodono adesso (diciamo, negli ultimi dodici mesi)? Perché – questa la nostra opinione – l’attacco diretto a Bertone, e indiretto a papa Benedetto, sono dei tasselli in vista del conclave. Nessuno sa quanto l’evento avverrà, e tutti augurano lunga vita all’85enne pontefice. Ma, intanto, bisogna prepararsi alla successione (che potrebbe avvenire anche con le dimissioni di Ratzinger). Depurati da elementi contingenti, i documenti “top secret” resi noti sono la spia di sorde lotte di potere, o, meglio, di scontri di mentalità nel Collegio cardinalizio: tra chi di fatto immagina il papato come una potenza di questo mondo, e chi lo vorrebbe evangelicamente convertito; tra chi difende lo status quo delle strutture ecclesiastiche e della pastorale, e chi sogna ardite riforme”.

Luigi Sandri in “Trentino” 24 maggio 2012

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