la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica tempo ordinario anno B – 2015

640px-Mathis_Gothart_Grünewald_022 - Versione 2(Mathias Grünewald – altare di Isenheim 1512-1516 – particolare)

1Sam 3,3-19; 1Cor 6,13-20; Gv 1,35-42

Il giovane Samuele scopre Dio si rende vicino nella sua vita con la sua parola. Samuele è figlio giunto come dono inatteso ad Anna, donna che non poteva avere figli, rimproverata dal sacerdote nel tempio perché con il suo pianto non aveva un comportamento decoroso. Samuele fa questa esperienza in un tempo in cui la parola del Signore era rara. Coglie poco alla volta con difficoltà e fatica la chiamata di Dio: “Mi hai chiamato, eccomi! Egli rispose: Non ti ho chiamato, torna a dormire! … Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

E’ una chiamata difficile da ricevere, e Samuele si apre poco alla volta ad intenderla, all’ascolto, anche grazie alla disponibilità di Eli. La scambia infatti per la voce del sacerdote, ma il medesimo Eli non si frappone, non lo distoglie con le sue parole, ma lo indirizza ad una parola altra, da accogliere anche per lui, anziano, sconosciuta. Lo invita così all’ascolto: “se ti chiamerà ancora dirai: Parla Signore perché il tuo servo ti ascolta”. Il volto di Dio è di un Tu che rivolge la sua parola e chiama per nome: a Samuele indica una missione, il senso della sua esistenza in un dialogo. Come con Abramo, e con Mosè. Anche Samuele raggiunto in modo inatteso vive una fatica per cogliere da dove provenga la voce che lo chiama.

“Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo… “. Il quarto vangelo non narra il battesimo di Gesù ma lo presuppone. Giovanni non battezza Gesù ma lo indica come l’agnello: un rinvio al suo cammino e alla croce. Il momento della morte di Gesù nel IV vangelo coincide con il tempo in cui nel tempio venivano sacrificati gli agnelli per la Pasqua, (Gv 19,36). Indicare Gesù come agnello così rinvia a signficato della Pasqua, e al cammino della liberazione dall’Egitto (Es 12). La vicenda di Gesù ha al cuore la pasqua. Il termine ‘agnello’ in aramaico (talja) indicava sia l’agnello sia il servo, e sa qui un altro rinvio alla figura del ‘servo di Jahwè’ di Isaia: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ prende su di sé il peccato del popolo con la nonviolenza ‘toglie il peccato del mondo’: ‘prende sulle spalle’ e ‘toglie via’, nel medesimo tempo. Porta i pesi degli altri e non pone pesi insopportabili sulle spalle degli altri.

Anche la pagina del vangelo parla di chiamate: vi sono i primi discepoli, che seguono Gesù. Che cosa cercate? E’ la prima domanda: la sequela si apre non con un discorso ma con un interrogativo. Così Gesù suscita un cammino e invita ad uno stare insieme. Seguirlo si radica su un cercare ed implica andare al fondo di un’inquietudine e di una attesa.

‘Che cosa cercate?’ è la grande domanda che attraversa il quarto vangelo. In ogni cuore c’è una sete profonda – come per la donna di Samaria al cap. 4 -. Gesù non mette al primo posto una sua risposta: piuttosto invita a stare nella ricerca, fa spazio ad una inquietudine, accompagna a porsi domande. Apre ad uno stare insieme. Oltre ogni pretesa di chiudere anche la sua presenza entro i ristretti confini di una ‘religione’ o di un tempio.

La strada conduce fino al giardino fuori del sepolcro alla fine del vangelo (Gv 20,11), quando il giardiniere sconosciuto rivolge a Maria di Magdala in lacrime una parola sconvolgente: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. E’ chiamata per nome: ‘Maria’ e la domanda passa dal ‘che cosa’ al ‘chi’. L’intero vangelo si fa così itinerario da una ricerca di qualcosa alla ricerca di un tu, di una relazione ‘chi cerchi?’. E’ Gesù, la sua presenza, come parola di Dio al cuore di ogni ricerca umana.

Dove dimori? E’ un’altra domanda: racchiude non solo la ricerca della casa di Gesù, ma pone la questione su dove Gesù rimane. E Gesù ancora invita ad un cammino. ‘Venite e vedete’. Per accogliere lui è importante camminare, ‘venire’ e ‘vedere’, fare esperienza della sua vita, lasciarsi accogliere da lui. Si tratta di un coinvolgimento quotidiano dell’esistere, che apre ad un vedere nuovo.

Tutto questo avviene all’interno di una rete di relazioni. L’incontro con Gesù passa attraverso il tessuto delgli incontri. Sono gli incontri della quotidianità, della parentela e dell’amicizia: Andrea è fratello di Simone, Filippo è della città di Andrea, Filippo incontra Natanaele…. L’incontro con Gesù passa non attraverso voci magiche, eccezionali, ma nel tessuto delle parole, delle chiamate e delle relazioni di ogni giorno.

DSCF5464Alcuni spunti di riflessione per noi oggi

Parlare e ascoltare. Eli indica a Samuele un ascolto da coltivare. Giovanni indica Gesù e intende la sua presenza accanto a lui nell’espressione: “egli deve crescere io diminuire” (Gv 3,30). Eli può essere visto come una figura di educatore, capace di favorire un ascolto non delle parole proprie ma della parola di Dio. Questa si fa presente nel cuore di ognuno, come chiamata a compiere il proprio nome, unico e originale, la via della propria vita che nessun modello o regola può predeterminare, ma che va soperta nel dare spazio alla parole: alle parole umane e a quella Parola di Dio racchiusa nel proprio nome, nella vita.

Di fronte alle situazioni di violenza e di disumanità che sperimentiamo si accresce il senso di urgenza di quell’accompagnare alla scoperta di vie di umanizzazione che è la funzione educativa. Ma educare non è imporre un proprio modello, non è riempire di parole già date, è piuttosto fare spazio, aprire le possibilità per una ricerca oltre le chiusure e la bruttura del presente: fare spazio per un cammino in cui sia possibile l’accoglienza e lo scambio di parole di relazione.

Fare l’insegnante – osserva Carla Melazzini in “Insegnare al principe di Danimarca” (ed. Sellerio 2011) libro testimonianza di un’esperienza di scuola con ragazzi difficili in quartieri degradati – vuol dire “dare significato alla parola”, aprire a quello scambio di parole che rende possibile la comunicazione con l’altro e il superamento della violenza. Da qui la necessità di saper “accogliere i silenzi, i veti, ma anche gli indizi, i suggerimenti, gli orientamenti da parte degli alunni, pena la perdita, appunto, della significanza”. L’educazione come cammino comune, non relazione di dipendenza ma scoperta insieme nel ridare parola, nel fare spazio per ascolto, nello scambio di parole.

Alessandro Cortesi op

parole rodari

VI domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3753At 15,1-29; Sal 66; Ap 21,10-23; Gv 14,23-29

Il capitolo 14 del IV vangelo inizia con una parola di dolcissima consolazione: “Non sia turbato il vostro cuore . Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto?’ Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado voi conoscete la via”.

Molte sono le dimore: questo è la promessa di Gesù, e questo è il sogno di Dio, dimorare insieme. Molte dimore dove c’è spazio per un rapporto non di individui soli davanti a Dio, ma di comunione al plurale, di chi ha amato, insieme, con Dio e tra di noi. Questa è la comunione di tante dimore, e di tanti posti. Per scoprire che sono innumerevolmente di più dei posti limitati di chi pretende di avere domini esclusivi o di chi non si è lasciato cambiare dall’ampiezza di orizzonti di Gesù. Così il credere in Gesù ha come promessa l’essere presi insieme: “vi prenderò con me”. Il lasciarsi prendere, afferrare da lui. Non una azione che viene da noi, ma un lasciarsi prendere per una vita insieme. Non è forse il sogno di ogni amicizia e amore per chi ha avuto la fortuna di scoprire almeno una volta nella vita l’esperienza dell’essere pensati, presi e voluti su questa terra?

Segue la domanda di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. E’ particolarmente bella questa dichiarazione di non sapere e l’interrogativo che segue sulla via da seguire per poter accogliere la promessa di Gesù. Ci dice in fondo che solo vivendo la debolezza e la fragilità del non sapere è possibile aprirsi ad un percorso di vita autentica nell’esistenza di una chiesa preoccupata non di altro se non di una relazione con il Signore Gesù. Gesù indica a Tommaso una via che non è una teoria o un metodo: la via è una persona, lui stesso è la via. La fede è incontro. Ed è via rivolta ad un incontro più profondo, ad una comunione con il Padre. Condivisione è un altro nome del credere: condividere una medesima vita che inizia laddove c’è condivisione sin da ora. Gesù si manifesta come uomo tutto dedito a Dio e la sua stessa vita è luogo in cui è narrato il volto del Padre. “Signore mostraci il Padre e ci basta” dice Filippo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Credere diviene un cammino, un percorrere una via di incontro, una apertura del cuore ad ascoltare Gesù e la sua parola, a lasciare che la sua vita abbia spazio di accoglienza ed entri nella nostra. Il dialogo con Tommaso e Filippo si conclude ponendo la questione del credere come movimento di incontro con Gesù che trasforma la vita: “Chi crede in me anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Il credere apre una vita trasformata, non più la stessa. Cambiata non in aspetti esteriori e superficiali, ma cambiata dentro, profondamente, nel modo di vedere le cose, gli altri, di intendere ciò che è più importante.

A questo punto è posto l’annuncio del dono dello Spirito. Gesù parla dello Spirito come di presenza che non fa rimanere soli e vince la solitudine di un distacco e di una tristezza che prende i discepoli. “Se mi amate osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”.

Lo Spirito sta in rapporto con la ‘verità’, che, per il IV vangelo, non è notizia, conoscenza, qualcosa da sapere, ma è qualcuno da incontrare: verità è Gesù che offre con la sua vita il senso dell’esistenza come dono e servizio. Lo Spirito è il dono che vince la paura e l’esperienza più dolorosa, la solitudine, la sensazione di non essere importanti per gli altri, di non contare per nessuno. Lo Spirito è qualcuno che prende con sé, difende, che abita dentro, che non lascia orfani, ma apre alla scoperta di essere amati come figli voluti e desiderati.

A questo punto l’altro Giuda domanda a Gesù come mai si è manifestato solamente ai discepoli e non al mondo? La pagina del vangelo di oggi è la risposta a tale domanda. Giuda manifesta la posizione di chi è preoccupato di un’affermazione di fama e di espansione, di grandi realizzazioni di consensi e di adesioni.

Le parole di Gesù riportano l’accento su una relazione che si realizza nel segreto dei cuori. C’è un dimorare di presenza nel quadro dell’amore ricevuto e donato: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Gesù delinea così il profilo di chi crede, richiamando ad alcuni atteggiamenti fondamentali: essi sono l’amore per Gesù, l’ascolto della sua parola e una vita che lascia abitare e dimorare la presenza di Dio. E’ un profilo che accentua aspetti interiori e profondi e che dicono riferimento ad una comunione che inizia ad attuarsi sin d’ora nella vita. L’atmosfera del discorso è quella di una partenza e di un saluto ultimo che Gesù lascia ai suoi. Dimorare è vivere insieme in un ascolto della Parola e nella relazione che apre a vedere il Padre incontrando Gesù. E’ lui la via: nel modo in cui lui ha vissuto sta il segreto di un rapporto con il Padre che non si esaurisce in una appartenenza esteriore, ma chiede di coinvolgere l’interiorità. Il percorso del credere non può essere misurato su dimensioni esteriori, non può essere ridotto ad appartenenze di tipo ideologico. E’ ben più profondo, è nascosto nei segreti dei cuori. Questa relazione con Gesù e con il Padre è resa possibile dalla presenza dello Spirito, il soffio, presente nella creazione e presente nella Parola, come di chi ‘rimane presso’, rende possibile l’amore e apre ad una comunione.

Gesù parla ancora dello Spirito come avvocato, Paraclito,  e indica due azioni proprie e tipiche dello Spirito: “egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto”. In questo testo il IV vangelo indica lo Spirito come una presenza personale, ‘egli’. E’ un ‘tu’, presenza interiore e soffio di vita che apre a respirare. A lui sta il ricordare e insegnare. Ricordare è ritornare in modo sempre nuovo a quello che Gesù ha fatto  e detto, è un movimento che fa volgere al passato. Il credere sorge nel ricordare Gesù. Ma c’è anche un insegnare, rivolto al presente e al futuro: lo Spirito insegna perché guida a scoprire come il ricordo di Gesù apre a traduzioni nuove. Lo Spirito accompagna silenziosamente così a vivere nella storia scoprendo come il seguire Gesù si può attuare in ogni tempo in modi nuovi e diversi. Lo Spirito come presenza interiore trasforma i cuori e rende possibile l’amore: e va riconosciuto e inseguito nei segni del suo agire nelle sue visite improvvise e nel suo dimorare. C’è una chiesa dei cuori che va oltre le chiese visibili, che talvolta si riducono ad aggregazioni in cui non si lascia spazio alla linfa di comunione, di amore, di affidamento e di speranza. Ma il dono dello Spirito è esperienza della gratuità di Dio che vince il male e ci sorprende sempre con la sua novità.

Mentre scrivevo queste note ho avuto modo di leggere una intervista redatta iul mese scorso a Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, di cui, ormai da molti giorni non si hanno notizie – da quando agli inizi di aprile si è recato in Siria per documentare con i suoi reportage la tragedia che lì si sta consumando nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale- e si teme per la sua vita, sperando in un suo ritorno. In questa intervista egli parla della sua esperienza di giornalista appassionato e convinto. Racconta esperienze in cui si è scontrato con il male del mondo, ma anche di momenti che l’hanno cambiato, di visite della grazia nel buio di situazioni di violenza, di malvagità e di guerra. Sono momenti inattesi che possono essere letti come la presenza dello Spirito che avvengono e irrompono proprio lì dove sembra non ci sia più nulla, dove tutto sembra distrutto e devastato dalla malvagità. I gesti di gratuità sono ricordo di Gesù, sono i segni della presenza dello Spirito che soffia nei cuori anche se non è esplicitato il suo nome, sono segni dell’ascolto della sua parola. (http://www.lastampa.it/2013/05/03/esteri/quirico-il-dolore-dell-uomo-va-condiviso-per-raccontarlo-Y01p7HwoLYIqhXe4HVXTwO/pagina.html)

“Se il suo lavoro l’ha messa di fronte al problema del peccato e della grazia, vorrei capire perché.

«Perché gli avvenimenti che ho attraversato mi hanno costretto a pormi delle domande, a fare certi ragionamenti. Mi hanno cambiato. Rimettendomi davanti alla domanda che l’uomo si fa da sempre: Dio esiste o no? La presenza della grazia e del peccato per me è la risposta a questa domanda. Così nell’atto totalmente gratuito di quei due ragazzi, che hanno salvato me e altre tre persone senza guadagnarci nulla, io ho visto la manifestazione della grazia. La prova dell’esistenza di Dio. Lì, così, in un giorno qualsiasi di un Paese africano, in una guerra tremenda, in un massacro senza luce, semplicemente, si è manifestata la grazia».

Come c’entra questo fatto con il suo cambiamento?  

«Credo che nel destino di ognuno ci sia uno strappo. C’è qualcosa che ci disarticola da ciò che eravamo e ci fa approdare a qualcosa di nuovo. Ecco – se posso dirlo – io in quella vicenda, ma non solo in quella, ho vissuto il mio personale strappo. Qualcosa è cambiato. Il mio rapporto con la vita, gli uomini, la quotidianità è completamente diverso».

In che senso?  

«È difficile da dire. Ma io ritrovo, o meglio cerco di ritrovare, in ogni posto in cui sono, il segno di quell’esistenza. La cerco negli uomini».

E ora che è tornato a casa, alla vita quotidiana?  «Non posso nasconderle un certo disagio. È una mancanza. Ma non dell’adrenalina. È piuttosto il non sentirmi al mio posto. Ognuno ha il suo compito: c’è chi racconta altro, come le vicende della società italiana. Io, per la conoscenza – se pur modesta – di quei posti, mi sento chiamato là. Dove, tra l’altro, mi è più facile riconoscere la grazia. Io non ho mai avvertito così concretamente presente Dio come in un luogo da cui sembra essere stato cacciato con violenza e furia».

Dove?

«Nella cattedrale distrutta di Mogadiscio. È un deposito di immondizia, polvere e letame. Là non ci sono più cristiani, o sono stati uccisi o sono scappati. E i poveri somali vivono in quello che resta della chiesa, tra i detriti. Ma in alto, nella navata scoperchiata, c’è un Cristo decapitato. Con le braccia spalancate. Accoglie tutto quel dolore. Mi sono detto: “Lui è ancora qui”. Ho pensato che in quel posto non c’era più niente, ma c’era tutto». (intervista di Alessandra Stoppa, “La Stampa” 3 maggio 2013)

 

V domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

A fine ottobre 2011, tra il 22 e il 23, una volontaria italiana, Rossella Urru, insieme a due collaboratori spagnoli, è stata rapita in un campo profughi Saharawi nel Sud dell’Algeria. Era lì per dire con la sua presenza solidarietà al popolo Sahrawi come coordinatrice di attività di una ONG per lo sviluppo dei popoli. Dopo più di sei mesi è ancora nelle mani dei suoi rapitori, una formazione di guerriglieri del Mali che si ispirano a Al Qaeda (Aqmi).

E’ una vicenda che colpisce per la situazione di angoscia che quella giovane sta provando in questo tempo così prolungato, per la violenza che si accanisce contro i più vulnerabili, contro chi vive concretamente solidarietà e vicinanza verso popoli segnati dalla privazione di diritti. Ma colpisce anche perché Rossella, come tanti volontari nel mondo, si era recata nel deserto del Sahara algerino nei campi profughi Saharawi, perché aveva scoperto una patria, una ‘casa’ più ampia della sua patria di origine. Aveva scoperto che poteva portare quanto aveva maturato nella sua casa per far sì che altri potessero ‘dimorare’ nella loro terra facendo esperienza di relazioni di solidarietà. Una donna uscita dalla sua casa per portare speranza di dimorare in pace ad un popolo in esilio, è stata privata della rete dei suoi affetti e costretta in condizione di prigionia. Una donna che ha deciso di ‘rimanere’ al fianco di un popolo tenuto lontano dalla sua ‘casa’, per costruire legami di speranza.

‘Rimanete in me…’ Dietro a queste parole di Gesù sta l’indicazione di una relazione profonda personale. Il rapporto con lui ha a che fare con il ‘dimorare’, con lo ‘stare a casa’. E la casa è luogo che ripara, difende, ma anche luogo in cui si cresce maturando giorno dopo giorno l’apertura a relazioni, diverse, ognuna originale e unica e da comporre insieme nella difficoltà di uscire continuamente da relazioni di possesso o univoche per vivere la bellezza e la fatica di rapporti plurali. E per uscire dalla casa e scoprire la fioritura della vita nel costruire dimore di relazioni.

Il dimorare non è solamente poter vivere sotto un tetto, ma è costruzione di rapporti in cui si impara a riconoscere e ad essere riconosciuti. Così si parla di una casa ‘calda’, non solo perché ha sistemi di riscaldamento efficienti, ma perché le parole pronunciate, i gesti compiuti, i pensieri, il tempo vissuto stanno sotto il segno del riconoscimento dell’altro. Ciò avviene non per generazione spontanea, ma accade quando si lascia spazio alle sorgenti più profonde della propria vita. Ognuno infatti è nato venendo fuori da una casa, da una dimora di relazione in cui è potuto crescere in un rapporto vivente. Così tutta la vita reca in sé una spinta ad uscire e farsi accoglienza e germogliare in incontri nuovi. Ciò avviene quando la presenza dell’altro viene riconosciuto e diviene importante.

Chi ha imparato a vivere vincendo le paure di fronte all’altro si apre a scoprire che si può essere ‘a casa’, e  sentirsi a casa custodendo quella dimora interiore anche sulle strade, anche quando si varcano soglie delle case degli altri, o quando altri giungono a bussare alla nostra porta. Maturare la consapevolezza e il senso del dimorare apre anche a scoprire che la dimora è chiamata ad essere luogo dell’ospitalità e il cuore, l’interiorità, può divenire casa di relazioni aperte e molteplici. Anche fuori della propria casa, sentendosi a casa là dove c’è la relazione, o dove essa non c’è e si deve costruire con fatica.

‘Rimanete in me’ è la parola al cuore del vangelo di oggi. Leggo in questo ‘rimanete’ innanzitutto la apertura di ospitalità della persona di Gesù. Aveva capacità, pur non avendo casa, di offrire casa a chi incontrava, ai suoi che si sapevano riconosciuti da lui, a coloro che da lui si recavano sapendo di poter trovare accoglienza e sostare con lui come chi sa che trova
dimora.  Entrare in questa relazione è scoprire quella casa in cui ci sono molti posti: “nella casa del Padre mio ci sono molti posti… Io vado a  preparavi un posto”. C’è posto per la nostra vita nel cuore di Dio. C’è accoglienza e non esclusione. Il venire di Gesù per tutti – e la sua vita è stata una testimonianza della sua condivisione aperta a coloro che erano tenuti fuori delle case e delle città, emarginati e da evitare – esprime questi orizzonti nuovi in cui scoprire un volto di Dio che fa dimorare, che costruisce dimora. Ma è così anche delle nostre comunità o proprio questo tesoro è del ‘rimanere’ come smarrito?

Gesù chiede ai suoi di ‘rimanere in lui’ perché nella sua vita c’è una dimensione profonda che offre come dono: il suo dimorare nel Padre. La sua esperienza umana è segnata dal suo rapporto unico e particolare di legame con il Padre che chiama Abba’. Per questo Gesù chiede ai discepoli di rimanere in lui. E’ un rimanere che si comunica. Ed è in vista di un fiorire, di un germogliare alla vita.

Nel Primo testamento nel segno della vigna sono posti insieme diversi elementi: da un lato la cura appassionata, la fedeltà amorosa e la vicinanza di Jahwè, il Dio della promessa e della benevolenza che ha cura e coltiva la vigna metafora del popolo d’Israele; d’altro lato questa immagine porta con sé il rinvio all’infedeltà, alla dimenticanza ed alla durezza di cuore di coloro a cui Dio offre la sua alleanza.

Dio degli eserciti, volgiti,  guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare la presenza stessa di Gesù. Gesù è pienamente inserito nella vicenda di Israele, fa propria la vicenda di tutto un popolo e si pone come termine di riferimento di tutte le promesse di Dio.  La vera vite è lui e nella metafora si coglie la sua vicenda personale ma anche la dimensione comunitaria, di comunicazione di vita che da lui trae origine.

Seguire Gesù implica entrare in un rapporto, in un ‘dimorare’ che è coinvolgimento dell’esistenza. Non chiude ma apre orizzonti ancora inesplorati. In fondo l’importante nella vita è la tessitura di relazioni in cui altri possano scoprire di essere a casa. E’ questo il germogliare dell’esistenza e la sua possibilità di portare frutti.

La testimonianza di Cristo e del vangelo oggi ci giunge da tanti che hanno lasciato germogliare nella loro vita parole di Gesù che non sono proprietà esclusiva di nessuno, ma portano frutto lì dove trovano accoglienza e divengono vita: “se le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto…”. Ed anche le comunità cristiane che altro dovrebbero vivere oggi se non questa serena apertura ad aprire spazi perché le parole di Gesù rimangano, a creare luoghi in cui chi è escluso e senza patria e senza riconoscimento possa sentirsi accolto? E tutto ciò senza tante altre preoccupazioni?

Alessandro Cortesi op

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