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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVIII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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 (Francesco Bonsignori, attr. – Verona 1455-1519 – Venezia – Ca’ d’oro)

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Questa domanda è rivolta a Gesù da ‘un tale’. Un volto senza nome che potrebbe forse raffigurare ogni profilo di persona in ricerca, toccata dal desiderio di trovare un senso profondo per la propria vita. Si tratta di ‘un tale’ educato nella tradizione religiosa, osservante della legge. E’ un uomo con apertura sincera e buono. Gesù manifesta sentimenti di accoglienza e benevolenza: “Fissatolo lo amò…”. Nell’incontro si fa strada una proposta: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Gesù propone di compiere un passo che non riguarda una osservanza ma coinvolge tutta la vita: gli chiede di intendere la vita nel seguirlo attuando una libertà nuova. Gli indica la via di una povertà scelta con libertà nel farsi solidale con i poveri. Indica la via per entrare così in rapporto con lui condividendo il suo cammino: è una liberazione da quanto appesantisce per ‘venire e seguirlo’.

Nella tradizione questa pagina è stata letta spesso come esempio di una chiamata rivolta solo a qualcuno. Nel quadro del vangelo risulta invece una proposta di Gesù rivolta a tutti coloro che desiderano seguirlo: dopo aver parlato del progetto di Dio sul rapporto tra uomo e donna nel cap. 10 Marco pone questo episodio che tocca il rapporto con i beni. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Quel tale sperimenta la difficoltà nel seguire Gesù e nell’accogliere la radicalità della sua proposta. Questa scena invita a vivere un rapporto diverso e nuovo con i beni. La salvezza, il senso della vita, non è da riporre nelle ricchezze: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.

Questa immagine può trovare varie spiegazioni: forse cammello indica una corda utilizzata dai marinai, così la cruna può esser rinvio ad una porta stretta della città di Gerusalemme detta ‘cruna d’ago’ da cui si passava quando le altre porte erano chiuse forse. Il messaggio al cuore di quest’immagine è il richiamo a seguire di Gesù non affidandosi alle proprie forze. Per questo i discepoli vivono smarrimento e paura: “e chi mai si può salvare?” Gesù indica loro l’affidamento senza riserve a Dio, per trovare solo in lui la forza per vivere rapporti nuovi. Non nasconde loro che la pretesa di considerare la salvezza un progetto umano è fallimentare: affidare la salvezza alle ricchezze è impossibile: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio dell’opera del Dio.

Il senso autentico della vita non si ritrova come esito di conquista o ricompensa di sforzi e meriti, non proviene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che invita ad un cammino a seguire e trasforma la vita suscitando la nostra libertà. Non è solo un bene da attendere nel futuro ma è esperienza possibile sin dal presente nella vita quotidiana. Per tutti coloro che seguono Gesù c’è un lasciare, un uscire, e un ritrovare, uno scoprire relazioni nuove nella condivisione: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

E’ importante sottolineare una variazione in questa frase: manca il riferimento al ‘padre’ nella seconda parte. Nel quadro della società fortemente patriarcale in cui Gesù vive egli indica che la sua comunità, la nuova famiglia che raduna con chi lo segue non dovrà riproporre le forme del dominio e della superiorità, ma porsi in modo alternativo secondo uno stile di fraternità di uguali.

“La Parola di Dio è viva, efficace…” ascoltare la Parola di Dio è fonte di vita per i credenti. Essa è viva e opera nella nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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(palla d’altare usata nella messa in cui mons.Oscar Romero fu ucciso – ora a Barcellona)

San Romero d’America

Domenica prossima insieme a Paolo VI sarà ufficialmente proclamato santo Oscar Arnulfo Romero, ucciso il 24 marzo 1980. Sono due volti di testimoni del vangelo in questo tempo. In modi diversi, per cammini diversi nella loro esistenza hanno incontrato Gesù Cristo che li ha chiamati ad un servizio ai poveri. E’ bene ricordare alcuni aspetti dell’esperienza e spiritualità di Romero.

Romero visse nella sua vita un progressivo cambiamento che ha i tratti di una conversione: a partire da quando era vescovo a Santiago de Maria e in particolare quando fu ucciso il gesuita Rutilio Grande insieme a due contadini nel 1977. Era un periodo durissimo per il Salvador. L’oligarchia al potere si serviva dell’esercito e degli squadroni della morte per opprimere i contadini e soffocare ogni movimento di reazione nel sangue. La persecuzione si rivolse anche contro la parte della chiesa che stava dalla parte del popolo. La presa di consapevolezza della vita degli oppressi fu per Romero motivo di cambiamento della vita.

La sua vita si mosse nel senso della accoglienza al suo vescovado e all’hospitalito. Si trovò a vivere la compassione di fronte alle vittime di violazioni e della violenza.

Cristo insiste nelle sue apparizioni: Toccatemi, sono io! Sono lo stesso Cristo storico che, attraverso la Pasqua di morte e risurrezione, vivo incarnato sulla terra. Sono il Cristo salvadoregno. Cristo vive nel Salvador. Cristo vive in Guatemala. Cristo vive in Africa. Il Cristo storico. Dio fatto uomo vive in tutti i tempi della storia, in tutti i popoli del mondo. Questa è la caratteristica del Cristo vivo e presente”. (Omelia del 2 aprile 1978)

Le sue omelie divennero momento di denuncia delle ingiustizie nel ricordo dei nomi delle vittime, delle situazioni in cui avvenivano le violazioni, di elencazione dei nomi degli esecutori delle violenze. Intese la sua vita nela solidarietà al popolo degli oppressi: “non abbandonerò questo popolo”.

Quando disprezziamo il povero, coloro che raccolgono caffè, cotone o tagliano la canna da zucchero, il contadino che va in gruppo peregrinando  a lavorare cercando il sostentamento  per tutto l’anno, fratelli pensiamo, non lo dimentichiamo, in loro c’è il volto di Cristo. Volto di Cristo presente nei torturati e maltrattati nelle carceri. Volto di Cristo presente nei bambini che muoiono di fame perché non hanno da mangiare. Volto di Cristo presente nel bisognoso che chiede di aver voce nella chiesa”. (Omelia del 26 novembre 1978)

Fino alla supplica nei giorni precedenti alla sua uccisione: «In nome di Dio, in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi chiedo, vi supplico, vi ordino, in nome di Dio, cessi la repressione!».

Così Romero parlava di seguire Gesù nella sua incarnazione, proponendo un coinvolgimento radicale della vita:

Questo è l’impegno dell’essere cristiano: seguire Cristo nella sua incarnazione. E se Cristo è il Dio maestoso che si fa uomo umile fino ad accettare la morte degli schiavi e vive con i poveri, così deve essere la nostra fede cristiana. Il cristiano che non vuole vivere questo impegno di solidarietà con il povero, non è degno di chiamarsi cristiano”. (Omelia del 17 febbraio 1979)

“Monsignor Romero aveva chiara coscienza che doveva riconoscere le stimmate sofferenti del Cristo nei volti dei poveri del suo popolo. La sua opzione per loro è l’angolo concreto e storico che ci permette di comprendere il suo impegno e il suo messaggio, il suo appello alla pace basata sulla giustizia, la sua lettura del Vangelo” (G.Gutierrez, L’assassinio di Romero, “Il giorno” 26 aprile 1980).

Così lo ricorda Jon Sobrino: “Noi concludiamo dicendo che mons. Romero è già stato canonizzato. E ricordiamo i principali momenti di questa sua canonizzazione. Mons. Casaldaliga, appresa la notizia del suo martirio, scrisse il poema “San Romero de América, pastor y mártir nuestro”, concludendo con una certezza: «Nessuno farà tacere la tua ultima omelia». (…) Il popolo, su pobrería (celebre espressione di dom Pedro Casaldáliga, ndt), lo amò come raramente si ama un’autorità, un vescovo. Lo piansero come solo si piange un padre. Oggi, 33 anni dopo, molti continuano ad amarlo veramente. In El Salvador, lo amano in maniera diversa da come amano altri santi popolari canonizzati. Lo amano e lo ricordano in modo speciale i sopravvissuti ai massacri, mogli e madri di mariti e figli assassinati e desaparecidos, familiari di vittime di cui nessuno si ricorda. E senza sapere esattamente cosa significhi “canonizzazione”, “culto pubblico”, “intercessione”, si rallegrano che un papa proclami il suo nome solennemente e dica a tutto il mondo che Monsignore è stato una persona buona. Sono contenti. E questa non è piccola come espressione di canonizzazione” (J.Sobrino, San Romero di America, “Adista documenti” 1.06.2013).

Alessandro Cortesi op

La messa incompiuta. Le omelie di un vescovo assassinato EDB, Bologna 2014.

Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Il Margine, Trento 2011

Piergiorgio Cattani (ed.), Romero, santo dei poveri. Il martirio di un vescovo convertito dal popolo, Il Margine, Trento 2015

Antonio Angeli, Il Cristo di Romero. La teologia che ha nutrito il Martire d’America», EMI, Bologna 2010

Jon Sobrino, Romero, martire di Cristo e degli oppressi», EMI, Bologna 2015

Maria Clara Bingemer, Oscar Romero. Martire della liberazione, Messaggero, Padova 2015

Pentecoste – anno B – 2015

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(Pentecoste – William Congdon)

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Ci sono alcuni verbi che segnano le letture di questa festa: parlare (in altre lingue), camminare (secondo lo Spirito) e dare testimonianza. Sono tre verbi che riguardano la vita dei credenti. C’è poi un verbo che sintetizza la missione dello Spirito: vi guiderà… alla verità tutta intera.

Parlare in altre lingue. La narrazione della discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, mentre il giorno stava per finire, nel momento inatteso e come dono, è espressa da Luca in una serie di immagini. E’ narrazione che reca in sé il tentativo di rendere tangibile un’esperienza interiore e profonda: la prima comunità dopo la morte di Gesù si trova investita di una forza nuova e vive un’esperienza di trasformazione e di apertura inattesa.

Per dire la discesa dello Spirito si fa così riferimento ai prodigi dell’esodo, al momento dell’alleanza e del dono della legge ad Israele (cfr. Es 19,3-20): ol vento, imprendibile e imprevedibile, il fuoco che investe e trasforma mutando la paura in coraggio, un parlare nuovo, capace di comunicare nelle lingue diverse. Lo Spirito inaugura un percorso diverso da quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua sotto un dominio che impone il silenzio, qui la possibilità di comunicare che rende ciascuno in grado di intendere nella propria lingua. Lì la pretesa di un potere unico, qui la presenza della diversità dei popoli. Lì un disegno di egemonia, qui il compimento delle promesse dei profeti (Gioele 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. Dio rimane fedele ed è la sua fedeltà l’origine del dono dello Spirito per tutti i popoli della terra. La presenza dello Spirito è dono che rende presente la promessa di Dio a Babele, quando portò scompiglio nella costruzione della torre. Vento, fuoco e parola in lingue diverse rinviano ad una novità possibile, ad una apertura che rompe le chiusure, ad una diversità riconciliata di razze popoli e lingue: è un dono nuovo da accogliere di riconoscersi figli legati insieme, chiamati a costruire una storia di riconciliazione.

Camminare (secondo lo spirito). Il dono dello Spirito genera una vita nuova: ma è una vita in cui c’è da camminare con tutta la precarietà e i rischi del cammino. Camminare è accogliere la legge dello Spirito, legge di libertà e di dono di sé. Perché nella vita c’è la possibilità di un ripiegamento radicale: il vivere secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: tutto ciò Paolo lo sintetizza nell’espressione ‘legge della carne’. ‘Carne’ è qui sinonimo di ‘egoismo’, di una vita preoccupata di interessi, comodità e indifferente alla sofferenza dell’altro. Non è discorso dualista che disprezza la sessualità e la corporeità (come spesso si intende ‘la carne’), piuttosto Paolo indica come l’egoismo può segnare ogni aspetto dell’esistenza. A questo modo di intendere la vita si oppone radicalmente la ‘legge dello Spirito’. Una vita nell’apertura e che si comprende come cammino aperto a crescere a nuove comprensioni e maturazioni sempre nuove è una vita che porta frutto. I frutti sono “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni che indicano i tratti di una vita – in tutte le sue componenti – nella quale si apre la disponibilità a farsi orientare dalla forza dello Spirito.

Dare testimonianza “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

Il Paraclito ‘consolatore’ è colui che sta accanto e sostiene: è questo ciò che ha vissuto Gesù, e lo Spirito è presentato come presenza vicina di chi sarà il grande suggeritore – vi suggerirà ciò che dovrete dire -, e la grande guida – vi guiderà alla verità tutta intera-. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, che starà così accanto nel momento della prova, nella faticosa testimonianza quotidiana. E’ lo Spirito di Cristo risorto vivente e da incontrare pur nelle contraddizioni della storia. La presenza dello Spirito è soffio silenzioso che guida all’esperienza dell’incontro con Gesù. E’ lui la verità tutta intera, una verità che non è dottrina da conoscere e di cui pensarsi padroni, ma persona vivente: ‘Io sono la via la verità e la vita’.

Lo Spirito guida e accompagna a lui perché totalmente rivolto a quanto Gesù ha compiuto: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Lo Spirito è presenza dono, capace di ospitalità. Il Iv vangelo parla dello Spirito come  presenza di accoglienza senza limiti nei confronti del Padre, presenza dono che introduce nella relazione tra Padre e Figlio, nella comunione dell’amore che è il volto di Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

minoromero2006cast_499x785Alcune riflessioni per noi oggi

Parlare lingue nuove. 23 maggio 1915: con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria l’Italia inaugurava il tempo tragico della ‘grande guerra’. Grande perché è stata diversa da tutte le guerre precedenti, grande perché è entrata in ogni famiglia e nelle piccole storie delle persone in una Europa che ha sperimentato come mai prima le sofferenze che la guerra reca con sè e l’assurdità di tanta violenza che ha prodotto dolore e morte. A distanza di tempo da quel giorno le domande sono molte. Ad un secolo di guerre devastanti è seguito un tempo di una guerra diffusa, costituita di tanti conflitti regionali, ma anche da una grande atmosfera di armamento globale, armamento delle coscienze, imbarbarimento delle attitudini verso l’altro, fondamentalismi religiosi e intolleranze razziste. E’ una atmosfera ammorbata quella che respiriamo nel quotidiano, dove la violenza diffusa è generatrice di guerra. In questo tempo in cui ritornano gli appelli alla violenza per scacciare violenze e orrori è da coltivare una memoria sulla assurdità della guerra, è da maturare attenzione alle cause dei conflitti in corso che generano vittime e devastazioni, è importante non lasciarsi vincere dall’indifferenza, lasciar spazio all’ascolto delle voci dei piccoli, di chi è colpito dalla violenza, e porre gesti di vicinanza. Parlare lingue nuove è oggi lasciare spazio al soffio dello Spirito che spinge a comunicare, a tracciare percorsi di pace e giustizia.

Camminare secondo lo Spirito. Lo spirito soffia in chi dà testimonianza al vangelo, e la testimonianza al vangelo è stare dalla parte dei poveri e vivere in solidarietà con loro. Romero è uno dei testimoni delle esigenze del vangelo che ha pagato con la vita la sua scelta per la giustizia, la scelta di alzare la voce contro le sopraffazioni e si è scontrato con chi nella chiesa cercava il compromesso con il potere. Mons. Oscar Arnulfo Romero ucciso il 24 marzo 1990 sarà riconosciuto beato ufficialmente dalla chiesa sabato 23 maggio. In questa occasione è opportuno riflettere sulle parole di Jon Sobrino, uno dei gesuiti sopravvissuti al massacro del 16 novembre 1989 alla Università Centro Americana di El Salvador perché si trovava in Thailandia in quel momento (“La Stampa-Vatican Insider”, 21 maggio 2015): «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero (…) Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: ‘È santo!’. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: ‘¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!’. Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: ‘Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador'”. “Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa”. La beatificazione di Romero, ‘martire degli incontri’ dovrebbe porre interrogativi sul cambiamento dello stile di chiesa in una chiara determinazione a vivere il vangelo in modo incarnato nella storia, realizzando percorsi di chiesa come popolo di Dio, stando dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Dare testimonianza. Una parola di frère Roger di Taizé a dice anni dalla sua morte: “Non arrestarti mai, cammina con i tuoi fratelli, corri verso la meta, seguendo le tracce di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

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