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II domenica di quaresima – anno B – 2018

IMG_2209.jpgGn 22,1-18; Rm 8,31-34; Mc 9,2-10

Nelle prima letture del tempo di quaresima in quest’anno siamo accompagnati a ripercorrere una storia di alleanza in cui anche le nostre storie personali si collocano.

La narrazione della legatura di Isacco è passaggio decisivo nell’alleanza con Abramo può essere definito ‘il sacrificio del sacrificio’. Il racconto costituisce espressione della scoperta di un volto nuovo di Dio: non è Dio violento che vuole la morte ed esige i sacrifici umani, ma Dio della promessa e della vita.

Abramo risponde alla chiamata con disponibilità radicale. Fino a costruire l’altare e sistemare la legna per restituire a Dio quel figlio che era il segno della promessa di Dio stesso. Sul monte Mòria, indicato dal Signore, Abramo sale insieme ad Isacco. Ma un angelo del Signore sventa il suo gesto. Abramo messo alla prova nella sua fede scopre che il Dio dell’alleanza non chiede la morte dei suoi figli.

Abramo ha sperimentato che la chiamata di Dio è totale, e pone la vita in un cammino di fede mai concluso, come ascolto alla sua Parola. Ma a lui Dio si rivela come Dio della vita, donatore di una discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice e che lo rinvia ad un cammino di ascolto: ‘tu hai obbedito alla mia voce’.

Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando si rivolge ai cristiani di Roma dicendo: “se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?”

La consegna è il movimento di tutta la vita di Gesù: davanti al Padre e per gli altri. Liberamente ha consegnato se stesso e tutta la sua vita sta nella linea del dono. E’ da scorgere in quest’orizzonte il senso del termine ‘sacrificio’ che si presta tuttavia a profonde incomprensioni. In Gesù è dono di sé, fino alla fine, vissuto nella solidarietà con le vittime.

Nel suo consegnarsi la sua vita manifesta il volto del Padre che consegna egli stesso il Figlio e in lui il suo amore. Gesù vive così il restituire tutto al Padre perché tutto ha ricevuto.  In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio.

Il dono di sé è ciò che vive Gesù nella sua Pasqua. Marco pone il racconto della ‘trasfigurazione’ al centro del cammino di Gesù, offrendo così una chiave per comprendere la sua morte.

Marco usa un verbo al passivo: “fu trasfigurato” per esprimere un evento che coinvolge la persona di Gesù. E in questo passivo è celato il rinvio all’azione di Dio stesso. Quanto Gesù compie ha radice in Dio stesso. Questo racconto parla della Pasqua di Gesù. Il monte rinvia all’altura del Calvario. Accanto a Gesù compaiono tre discepoli, gli stessi che saranno con lui nell’orto del Getsemani (Mc 14,33). La luce che irrompe e splende parla della vita e della gloria del risorto.

La presenza di Mosè e Elia suggerisce il riferimento al percorso delle alleanze di Dio. Marco offre così un collegamento con la passione e la morte di Gesù nel suo consegnarsi al Padre e agli altri. Al centro la luce del suo corpo in vesti così bianche che ‘nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche’: la sua è una esistenza luminosa nell’amore che risplende e comunica. Pietro propone di fare tre tende, con allusione alla festa ebraica delle capanne, la festa che anticipa il riposo della fine dei tempi e ricordando il luogo della ‘dimora’ di Dio: ora la dimora è la stessa umanità di Gesù.

La nube che avvolge nell’ombra, evocazione della presenza di Dio nella tradizione dell’Esodo (Es 16,10;24,18) lascia spazio ad una voce: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo”. Anche qui come al momento del battesimo al Giordano, la voce indica Gesù come il Figlio: è il mistero della sua identità. Ora la voce è rivolta ai discepoli e invita ad ascoltare lui.

All’inizio del percorso quaresimale la liturgia della Parola ricordando l’alleanza con Abramo provoca ad interrogarci sul cammino della fede e dell’ascolto del Signore Gesù seguendo la via che ha percorso.

L’episodio della trasfigurazione è un testo pasquale: il cammino di Cristo verso la croce, come scelta di dono di sé e di servizio è via che rivela una luce inaccessibile, la luce del volto di Dio. Il progetto di Gesù è associare i suoi nella sua strada. Il nostro cammino verso la pasqua quest’anno può essere percorso di speranza: nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio

Alessandro Cortesi op

 

the-sacrifice-of-isaac-1966(M.Chagall, Il sacrificio di Isacco, Nizza – Musée National Message Biblique Marc Chagall, 1960-66)

Slegare

Al centro della narrazione di Gen 22 sta un gesto con il coltello: anziché uccidere il figlio, Abramo taglia la legatura che teneva bloccato Isacco.

“C’è motivo se questo episodio dell’Antico Testamento ha tanto appassionato pensatori come Kierkegaard e Derrida, ed è la sua natura di sacrificio sospeso. La mano di Abramo non sferra il colpo, perché qui la vera vittima non è Isacco, ma il dispositivo del sacrificio. In questo modo il figlio si pone come l’’insacrificabile’, (…) Ecco, il fatto che l’uomo, nella sua singolarità, sia sottratto per sempre al sacrificio rappresenta, secondo me, la più importante acquisizione politica del cristianesimo”. (Massimo Recalcati, Intervista a cura di A.Zaccuri, Lo psicanalista. Massimo Recalcati: ‘Oltre la logica del sacrificio’, La Repubblica 3 dicembre 2017)

Così afferma Massimo Recalcati in un’intervista in cui ripercorre la sua ricerca ed il modo in cui proprio attraverso la psicanalisi è giunto a riscoprire le radici bibliche di questa scienza e scorgere come psicoanalisi e cristianesimo “hanno in comune l’obiettivo di sacrificare il sacrificio”. E’ quanto articola in modo ampio nel suo libro Contro il sacrificio (ed.Cortina 2017).

Egli sottolinea che: “la mistica del sacrificio sta alla base di tutte le ideologie totalitarie, dal nazismo allo stalinismo, fino ai fondamentalismi nostri contemporanei. Nel momento in cui ci rendiamo conto che in questa accezione lo ‘spirito di sacrificio’ è estraneo al cristianesimo, diventa impossibile cancellare l’uomo in nome di un presunto ideale. Più in profondità, il fatto di riconoscere in ogni uomo il volto di Dio ci permette di stabilire relazioni reciproche libere e feconde, che si fondano sulla consapevolezza del carattere insacrificabile della singolarità di ciascuno» (Intervista a Massimo Recalcati, “La Repubblica” 3 dicembre 2017)

S. Kierkegaard nella sua opera Timore e tremore aveva offerto una lettura di questa pagina cogliendo in esssa il dramma del conflitto tra due tipi di leggi che non possono stare insieme, la legge etica umana quella che chiede la responsabilità del padre nei confronti del figlio, e la legge di Dio che richiede un’obbedienza senza limiti religiosa. Abramo è posto davanti a un aut aut nel suo essere “cavaliere della fede”.

Nel suo approccio dal punto di vista psicanalitico Recalcati osserva come la questione riguardi il rapporto con Isacco in quanto figlio della promessa. La richiesta da parte di Dio al cuore di questa pagina non è il sacrificio, piuttosto è una grande provocazione a slegare, a lasciare andare. Dio richiede ad Abramo la rinuncia a possedere ed ad intendere proprietà tutto ciò che è dono nella vita, anche il figlio della promessa. E’ proposta di un amore che lascia la libertà dell’altro e lo libera dal considerarlo proprietà. L’amore come responsabilità che apre e scioglie.

“Non è forse questo il gesto che più di ogni altro riflette il dono di un padre e di una madre? Saper abbandonare, dopo averli amati e cresciuti, i loro figli nel deserto dell’esistenza? Non a caso Sara morirà all’indomani del ritorno di Abramo. E Isacco potrà trovare moglie in Rebecca solo una volta disceso senza la compagnia del padre dal monte Moria” (M.Recalcati, Il gesto di Abramo padre tormentato tra amore e timore, “La Repubblica” 15 maggio 2016).

“La croce di Gesù è l’atto di donazione in cui la Legge trova compimento Ma già in Isacco viene salvaguardata la singolarità dell’essere umano”.

In un Midrash, che riporta i commenti rabbinici a Genesi, (Midrash Bereshit Rabba 3) nel commento a Gen 22,6: “Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco” il commento rabbinico segnala: “come quello che porta la sua croce sulla spalla”. Tale interpretazione accosta il profilo di Isacco che porta la legna del sacrificio a quello di un uomo che porta la croce. E’ lettura rabbinica che lascia aperte interpretazioni e interrogativi.

Una lettura cristiana di questa pagina è attestata nella Lettera agli Ebrei (11,17-19): Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”. In Isacco è vista un’allusione a Gesù, la sua morte e risurrezione, a colui che si avvia verso il Golgota «portando la croce» (Gv 19,17).

Una lettura artistica del gesto di Abramo può essere colta in una grande tela di Marc Chagall dal titolo Il sacrificio di Isacco (1966) in cui in primo piano sta il volto di Abramo nel momento in cui la sua mano su Isacco legato. Essa è fermata nello scendere di un angelo a braccia aperte a fermare la sua mano, e sullo sfondo si può scorgere la figura di Gesù «come colui che porta la propria croce sulla spalla». Figura questa – nella simbologia di Chagall – delle sofferenze dell’intero popolo ebraico e insieme di tutta l’umanità che porta sulle sue spalle il peso della violenza e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica Quaresima – anno B – 2015

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Gen 22,1-18; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è il termine chiave per entrare nel dramma di Abramo e nel significato della pagina scandalosa della ‘legatura di Isacco’. Al centro sta il profilo di Abramo come uomo di fede, ma il racconto racchiude anche l’indicazione di una rottura e di uno ‘scioglimento della legatura’. Il Dio di Abramo non è una divinità dei sacrifici. Questo testo sorse per indicare le origini di un antico santuario in Israele dove non si praticavano i sacrifici umani come nei culti cananei. Il racconto infatti è quello di un sacrificio mancato, non effettuato: una legatura che alla fine viene sciolta.

La pagina può essere letta come una grande contestazione nei confronti dei sacrifici umani e della logica sottostante all’idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole sacrifici umani: è radicalmente diverso da un’immagine della divinità che pretende di essere temuta e rabbonita con la distruzione della vita umana. E’ il Dio della discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice perché ‘tu hai obbedito alla mia voce’. Ciò che chiede è l’ascolto del cuore, la disponibilità dell’affidamento radicale alle sue chiamate. Chiede di intendere la vita come dono in cui tutto può essere letto nel suo provenire da un disegno di amore: Dio amante della vita che dà oltre ogni attesa. Dona la vita e non la toglie. Il suo rivolgere la parola è per instaurare una relazione nella fiducia, nell’affidamento. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

Al centro del racconto sta l’attitudine della fede di Abramo. Una fede non dei sacrifici ma del cuore, della consegna di sè. Abramo è uomo dell’ascolto: si lascia coinvolgere da una chiamata: tutta la sua esistenza è presa in un dialogo di affidamento totale. Dio è il fedele, ha offerto la sua alleanza e attende una risposta di amore: Abramo è padre della fede perché vive la disponibilità di mettere Dio stesso al primo posto della sua esistenza, in un ascolto radicale della sua parola. E’ l’uomo che accetta di venire spossessato di ogni cosa di cui possa rivendicare la proprietà: in questo senso è libero. Vive la libertà della relazione e accoglie ogni cosa come donata.

C’è poi la presenza di Isacco. Isacco è il figlio restituito: è restituito a Dio perché da Dio, dalla gratuità della sua promessa e del suo dono, proveniva. Ma colui che nel suo nome reca il rinvio al riferimento al sorriso di Dio, viene restituito anche ad Abramo, suo padre, perché il Dio del dono non viene meno alla sua fedeltà. Isacco è quindi figura di una restituzione. Abramo è disposto a restituire a Dio tutto quello che aveva ricevuto. Nella drammaticità del racconto e del dialogo tra Dio e Abramo il figlio diviene il simbolo più alto e profondo del dono di Dio che investe tutta la vita di Abramo. Consegnando, restituendo Isacco, Abramo è disposto a restituire a Dio l’intera sua esistenza. In questo attegiamento di restituzione Abramo vive la sua fede: la sua vita viene riportata a Dio, ricevuta come dono immeritato. In tal modo rinuncia alla logica di un possesso che trattiene, vive la riconoscenza come riconosciemnto di un volto: tutto viene da Lui come Tu amante.

Questa pagina presenta anche il tratto fondamentale del volto del Dio di Abramo. Jahwè è il fedele, presenza che restituisce: ridona ancora Isacco, il figlio della promessa, come affidamento nuovo, a simboleggiare un dare se stesso, un darsi nell’incontro. Un Dio che non trattiene nulla: si rivela così come Dio che si affida. Si possono così scorgere nel procedere del racconto alcune caratteristiche del cammino di fede come incontro: la promessa e il dono di Dio alla radice. Abramo si consegna totalmente e vive così la sua fede spoglia. Dio stesso che si affida e restituisce. Isacco si scopre restituito e coinvolto in un cammino di fiducia. E’ il superamento di una religione dei sacrifici e apertura di percorso nuovo, di una fede nel prendersi carico.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto che conduce a dimenticare l’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa: “smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20)

“…se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?” Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando scrive questa pagina della lettera ai Romani. Il consegnarsi del Figlio non va letto secondo lo schema dei sacrifici religiosi. Con i sacrifici sono gli uomini che cercano di propiziarsi una divinità esigente e vendicatrice e per questo ricercano una espiazione. E’ in essi presente una concezione del Dio del sacrificio, bisognoso di appagamento e vendicativo. I profeti insistevano sul ‘vero sacrificio’ non del rito, ma della vita vissuta come disponibilità all’alleanza (Is 58,5-9). Paolo avendo a mente questi riferimenti, dice che Dio ha compiuto un intervento liberatore per mezzo di suo figlio. Non è un movimento umano ad avere il primato: non l’uomo si avvicina a Dio ma “Dio in Cristo ha riconciliato a sé il mondo” (2Cor 5,19). In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio. Gesù si consegna raccontando con la sua vita l’amore del Padre. Il suo darsi è vissuto in piena comunione con il movimento di dono che il Padre da sempre vive, è la più alta obbedienza vissuta come sintonia e accoglienza di quell’amore.

Marco costruisce la pagina dell’evento della trasfigurazione al centro del suo vangelo, ponendola in rapporto al momento del battesimo – lì Gesù aveva ascoltato la voce che diceva ‘Tu sei il mio Figlio, l’eletto…’ – e in rapporto alla croce in cui la voce del centurione riconosce veramente quest’uomo era figlio di Dio… -. Marco presenta un evento di rivelazione, di teofania e tesse il racconto sulla filigrana del capitolo 24 del libro dell’Esodo.

Il volto di Gesù ‘cambiò d’aspetto’, dice Marco, e le sue vesti sono pargonate al biancore degli abiti appena lavati da un lavandaio. In contrasto con la luminosità e insieme ad essa, la nube e la sua ombra. E’ segno della presenza di Dio, avvolge tutti, svela una presenza ma nel contempo la mantiene velata. Paradosso di un farsi vicino che avviene nella concretezza dell’umanità. Il Dio umanissimo si rende vicino nel volto umano di Gesù. Nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’alto, questa volta udita dai presenti, proclama che egli è il Figlio e rinvia all’ascolto: ‘Ascoltatelo’. La sua vita si comprende come esistenza di ‘figlio’ interamente posta nella relazione fondamentale al Padre e agli altri.

Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne, memoria del cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva anche un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù è così presentato con i tratti del Messia. Ma è un messia dal volto nuovo e scandaloso: è il messia debole, che percorre la via del servizio, venuto per servire, fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri. Al termine non videro più nessuno, se non Gesù, solo, con loro. Questo rimanere con Gesù, il seguirlo nel suo cammino umano è l’indicazione che Marco offre anche a noi per poter vivere un incontro che cambia i nostri criteri e li apre alla via di Gesù.

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Alcune considerazioni per noi oggi.

Sacrificio di Isacco rinvia all’uccisione di uomini e donne oggi, vittime di sacrifici. Anche oggi l’uccisione di persone e la distruzione è connessa ad una pretesa purezza religiosa, ad un culto. Le decapitazioni operate dai fondamentalisti del Stato islamico, la distruzione di libri e statue antichissime e reperti storici testimonianze di civiltà sono tragici segni di un modo di intendere la religiosità componendola con la distruzione di ciò che è opera dell’intelligenza umana e con la eleiminazione delle stesse vite umane: l’uccisione come atto di offerta a Dio, come esecuzione di condanne motivate con la fede.

Una logica della religione del sacrificio è presente anche nella retorica dei sacrifici richiesti ad interi popoli per sottostare alle regole del Moloch di un’economia che ha le sue leggi e i suoi centri sacerdotali. A questi nuovi dèi sono sacrificate le sorti di tanti, costretti a mendicare in fila il pasto di un giorno, come accade quotidianamente alle porte della sede della Caritas di Atene in Grecia, o in modo meno visibile ancora, nell’impoverimento di intere popolazioni nei paesi africani, ridotte alla miseria e allo sfruttamento nella condizione di schiavitù, che è una condizione di morte.

A fronte di tali barbarie possiamo chiederci cosa implichi vivere la fede di Abramo come appello ad un affidamento a Dio che non può comporsi in modo assoluto con il sacrificio di esseri umani, che può essere vissuto solamente in un restituire la propria vita riconoscendo la dignità di ogni volto…

Chi condannerà? Domanda Paolo ponendosi di fronte alla consegna di Gesù, che ha fatto della sua vita un servizio per tutti divenendo uomo per gli altri. Chi condannerà? E’ forse questo l’atteggiamento da maturare nel superamento della logica di una religione dei sacrifici, per aprirsi alla testimonianza di Gesù. La sua vita ha annunciato il regno come vicinanza di Dio, compimento di vita umana bella e luminosa: un annuncio per tutti, senza condanne, ma con il fascino dell’indicazione e della testimonianza. Trasfigurazione è grande simbolo di una vita capace di bellezza e intesa nel senso del servizio. Eppure la logica della condanna è ancora abbondantemente presente nella sensibilità ecclesiale ed è segno di incapacità di vivere di seguire Gesù. Quando la chiesa nei suoi diversi soggetti imparerà a liberarsi dalla logica della condanna per porre ogni energia nel testimoniare – accettando la consapevolezza della gradualità e dell’imperfezione – il vangelo?

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno B

Es 20,1-17; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

C’è un gesto di Gesù al cuore di questa liturgia. Un gesto duro, apparentemente improvviso, dettato da un senso di indignazione. Eppure è un gesto meditato, così lo presenta Giovanni: fece una frusta di cordicelle. E poi scacciò tutti…. gettò a terra il denaro … rovesciò i banchi… Un gesto tanto più rilevante perché riportato da tutti e quattro i vangeli e quindi un ricordo storico di un gesto compiuto da Gesù polemico nei confronti del sistema religioso e dei suoi capi e responsabili. Il IV vangelo lo riporta all’inizio, al capitolo 2, come chiave di lettura di tutto il percorso di Gesù e come il gesto che ha suscitato contro di lui l’ostilità dell’autorità religiosa.

Gesù rivendica per sé con il suo agire di essere considerato messia: il flagello di sferze era simbolo utilizzato per parlare dell’azione di purificazione del messia alla sua venuta nei confronti dei peccatori. Ma Gesù non si scaglia contro i peccatori, coloro che dovevano stare fuori del Tempio, ma caccia via dal tempio coloro che stanno nel recinto sacro: sono questi i venditori che hanno ridotto la casa del Padre ad un mercato. Gesù reagisce contro questa deformazione del significato profondo del tempio: il luogo dell’incontro con Dio divenuto un mercato. Luogo di calcolo anziché di gratuità, luogo di consumo anziché di relazione.

Parla così del tempio non come ‘casa di Dio’, ma come ‘casa del Padre mio’ presentandosi nella relazione di figlio. E pone davanti alla grande questione: si può scambiare il rapporto con Dio con un ‘mercato’. La logica della compravendita si può infiltrare al cuore dei percorsi religiosi. Quello che era il Luogo per eccellenza che veniva identificato con il Nome di Dio, la sua presenza stessa in mezzo al popolo, era divenuto luogo di mercato. E’ l’utilizzo delle cose religiose al fine del guadagno, e la strumentalizzazione del rapporto con Dio per altri fini senza alcun rapporto con la fede intesa come rapporto vivente.

Con questo gesto Gesù ci dice che il rapporto con Dio può divenire una questione di compravendita senza relazione, senza gratuità. Per lui quella invece è la casa del Padre: e il Padre non vuole consumatori, ma attende figli.

E’ questo un pericolo sempre presente: anche oggi si ripresenta questo snaturamento profondo dell’esperienza di fede. Là dove si perde di vista il cuore della fede, là dove prevalgono interessi di sicurezza mondana, là dove è questione solamente di calcoli economici, là dove si rincorre il guadagno e si usa la religione per mercanteggiare, là c’è una riproposizione della casa di Dio ridotta ad un luogo di mercato.

Enzo Bianchi in un suo articolo recente si interroga: “E tuttavia: che fare, che dire, di fronte a una chiesa che sembra aver smarrito, in molti suoi responsabili che portano l’onere del servizio a tutti, la tensione verso l’unità e la carità? Se un tempo creavamo atei con immagini distorte di Dio da noi fabbricate e predicate, oggi non siamo più significativi e ci ritroviamo paralizzati dallo spettacolo che offriamo. Gli uomini e le donne non appartenenti alla chiesa si sentono confermati nella loro estraneità rispetto a quanti si dicono impegnati nella nuova evangelizzazione, mentre molti cristiani se ne vanno in modo silenzioso, senza contestazione o tentano di vivere la fede “nonostante la chiesa”, etsi ecclesia non daretur.” (Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, anche nella chiesa,in “Jesus” marzo 2012)

Oggi forse siamo chiamati a vivere questa lucidità e questa fedeltà a Gesù in modo nuovo.

Con questo gesto Gesù si presenta come messia, rivendica a sé un ruolo che però non è nella linea del profitto o del dominio, ma nell’affermare come il rapporto con Dio sta nella linea del gratuito, del dono.

Ma è interessante anche notare che Gesù caccia non solo i venditori ma gli animali a cominciare dalle pecore. Il suo agire ha i tratti del pastore che libera chi è vittima di questo sistema religioso deformato. E con questa cacciata indica qualcosa che ha a che fare con la dimensione più profonda della sua esistenza. Nel IV vangelo questa linea è molto chiara e attraversa l’intero racconto: non servono più vittime per instaurare un rapporto con Dio, perché è Gesù l’agnello. Così l’aveva indicato il Battista sin dal suo primo incontro presentando l’orizzonte della Pasqua: Gesù nel IV vangelo viene crocifisso mentre nel tempio si uccidevano gli agnelli in preparazione alla festa di Pasqua. E qui al cap. 2 il gesto nel tempio è presentato proprio mentre si avvicinava la Pasqua dei giudei. Il gesto della cacciata dei venditori e degli animali segna una conclusione di tutto quanto ruotava attorno al sistema dei sacrifici. E Gesù aggiunge una parola difficile: “distruggete questo tempio (e qui fa riferimento al ‘naos’, il Santo dei santi, ossia al luogo più intimo del santuario, luogo della presenza di Jahwè) e in tre giorni lo farò risorgere”.

Nella parola che spiega il gesto Gesù parla di un tempio nuovo: il nuovo tempio è il suo corpo. E’ un annuncio che fa riferimento alla Pasqua: Cristo morto e risorto è il nuovo tempio in cui si può accedere per vivere l’incontro con Dio, non in templi costruiti da mani d’uomo, ma nel suo corpo. L’incontro con Dio non passa più attraverso costruzioni e attraverso sacrifici ma nell’incontro con Gesù che ci ha raccontato nella sua vita il volto del Padre.

Ci possiamo chiedere qual conseguenze questa parola può avere nella nostra vita:

una prima sollecitazione sta nel vivere una vigilanza rispetto ad una religione del mercato che può presentarsi nella forma del dio denaro come nuovo idolo del nostro presente. L’inseguimento di obiettivi legati solamente alla dimensione del guadagno, dell’avere è aria che si respira e che genera il giudizio su persone e popoli. Il dominio dell’efficienza economica, del calcolo di un guadagno su ogni tipo di considerazione relativa alle persone, alle relazioni è una forma di idolatria. E’ anche idolatria quel sottile inserimento di una mentalità preoccupata della ricchezza, dei privilegi, della potenza nel modo vivere la fede per cui l’esperienza di fede viene svuotata del riferimento a Dio ed è riempita invece di tante preoccupazioni relative a costruzioni di ricchezza e di affermazione umana. E’ questo il tradimento più profondo della povertà della fede che vive solamente dell’accoglienza del dono di Dio.

Una seconda sollecitazione è proprio sulla questione del tempio. Se Gesù è il nuovo tempio, il suo corpo è luogo dell’incontro con Dio. Questo ci conduce al superamento di tutti i templi che si pongono come luoghi esclusivi dell’incontro con Dio: né su questo monte né in Gerusalemme adorerete Dio… Dio cerca adoratori in spirito e verità. Nel contesto della società plurale, delle tante fedi e dei tanti percorsi religiosi, siamo oggi spinti a divenire capaci di cercare un incontro profondo e vero con Dio che non si identifichi nella costruzione di templi uno contro l’altro, ma nella riscoperta del tempio del corpo di Gesù e di quel tempio che sono le esistenze viventi. Ma anche questa è sollecitazione a renderci capaci di scorgere le tracce della presenza di Dio e dell’opportunità dell’incontro con Dio al di fuori del tempio in tanti percorsi di incontro umano.

“Egli parlava del tempio del suo corpo”. Un nuovo tempio, il corpo di Gesù. Il corpo di Gesù in relazione al nostro corpo, e al corpo di tutte le vittime. Se il nuovo tempio dell’incontro con Dio è il corpo di Gesù, ci si può anche interrogare sul senso del suo corpo, il corpo del crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, un corpo che ha vissuto la debolezza del farsi servo e la solidarietà fino alla fine con la nostra vita umana. Gesù parlando del suo corpo rinvia anche al corpo come luogo di incontro con Dio, in particolare i corpi più fragili. Nel suo corpo Gesù restituisce dignità al corpo umano, soprattutto ai corpi delle vittime e di coloro che sono più indifesi. Il corpo, che ciascuna e ciascuno è, è luogo di incontro e di lode e di preghiera con Dio. “Non sapete che il vostro corpo è il tempio di Dio e che lo Spirito vi abita?” (1Cor 3,6)

Alessandro Cortesi op

II domenica Quaresima – anno B – 2012

Gen 22,1-8; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è la parola d’ordine diffusa in questo tempo di crisi economica. E i sacrifici maggiori sono quelli sopportati dai deboli. Sacrificio è tuttavia termine legato al mondo religioso: in tutte le culture religiose ci si trova di fronte alla dimensione del sacrificio. Il suo significato è racchiuso nel ‘rendere sacro’: alcuni oggetti o realtà umane sono consegnate al sacro e vengono utilizzate per propiziare la divinità, per renderla, da irata, favorevole. In tal modo si fa mutare atteggiamento alla divinità capricciosa, la si rende ‘pia’: c’è un collegamento tra sacrificio ed espiazione.

Ci si potrebbe chiedere a quale universo religioso fa riferimento l’insistenza dei nostri tempi sulla necessità di fare sacrifici. Sono forse da smascherare i poteri che li pretendono e si pongono come divinità con volti diversi a cui sacrificare l’esistenza. E c’è forse da domandarsi: quale divinità? quali riti? quali sacerdoti?

Anche nella Bibbia si parla di sacrifici ma in modo particolare e la liturgia di oggi ruota attorno a questo tema.

Un episodio che sconcerta, quello del sacrificio di Isacco. Un episodio che può essere letto come la grande contestazione della Bibbia nei confronti dei sacrifici umani e della logica che sottostà ad una idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole il sacrificio di Isacco, e non vuole sacrifici umani: è un Dio diverso dalle divinità da temere e da rabbonire. Chiede invece la disponibilità dell’affidamento radicale, dell’ascolto alle sue chiamate. E’ un Dio amante della vita. Dona la vita e non la toglie, mira a rapporti di obbedienza nella fede.

La questione al centro del racconto è la fede di Abramo, un rapporto vivo, che coinvolge l’esistenza con Jahwè. Nella drammaticità della salita al monte con il figlio della promessa, Abramo vive l’affidamento totale a Jahwè. Questa pagina intende così rivelare il volto di Dio che ha offerto la sua alleanza nella fedeltà e attende solamente un risposta di affidamento: la disponibilità a mettere Lui al primo posto dell’esistenza in modo assoluto, in un ascolto radicale della sua parola. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

I riti che saranno praticati in Israele come ‘sacrifici’ avranno come loro funzione di indicare e ricordare l’alleanza che Dio ha offerto e che solo Lui può ristabilire di fronte alla disobbedienza, al non ascolto da parte del popolo. Al cuore di tutti i sacrifici di Israele starà la consapevolezza non di una divinità lontana, da tenere buona perché assetata di sangue, ma l’apertura ad un dono di libertà e di comunione che si attua come azione di Dio. Così nel sacrificio della Pasqua, e così anche nel sacrificio del giorno del perdono (Yom Kippur), così nei sacrifici quotidiani al Tempio. E tuttavia questo significato si prestava a fraintendimenti, a ritorni all’idea del sacrificio secondo la mentalità pagana. Soprattutto rischiava di perdere di vista il senso profondo di un culto che trovava la sua radice in un rapporto di amore e fedeltà.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto  separato da un riferimento all’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa. Per questo insistevano sull’autentico ‘sacrificio’, non quello dei riti delle offerte, ma quello di un’esistenza vissuta come stare davanti a Jahwè rispondendo nella fede e nella ricerca di giustizia alla sua chiamata. “Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco… smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20).

Quando Paolo nella seconda lettura dice che ‘Dio ha consegnato il suo Figlio’ non parla di una sorta di esigenza del dolore e della morte del Figlio da parte di Dio per riaffermare i propri diritti e per ottenere giustizia. Non legge la morte di Gesù nella linea dei sacrifici alle divinità pagane, ma lo indica come evento di vicinanza dell’amore di Dio che dona comunione. Così legge il significato della morte di Gesù come dono totale della vita vissuto per amore al Padre. La vita di Gesù è un percorso di esistenza per gli altri, di solidarietà fino alla fine e consegna al Padre e la sua morte diviene dono di salvezza perché tutta la sua vita fino al momento supremo è stato ascolto e dono di sè al Padre, abbandono all’Amore. Non la sofferenza in quanto tale o le atrocità subite nella passione sono motivo di salvezza ma l’obbedienza e l’amore. Tutta la vita di Gesù sta sotto il segno della consegna di sé al Padre e agli uomini. Gesù così ha vissuto la sua vita ed è rimasto fedele anche nella passione e nella morte, facendo della morte il luogo di un amore che rimane fedele fino alla fine: in questo senso la croce è ‘sacrificio’, come dono di sé e offerta di comunione. Si connota perciò come ‘sacrificio’, ma diverso e per questo pone fine alla logica sacrificale. La sua vita è dono di ascolto al Padre e solidarietà a favore di tutti: e così Paolo potrà dire ‘offrite la vostra esistenza come sacrificio nello Spirito gradito a Dio’ (Rom 12,2). La vita come dono e servizio nell’amore.

Ci possiamo chiedere quale evento sia alla base dell’episodio della trasfigurazione riportato dai sinottici: un evento di luce e di apertura alla grazia. E’ memoria di un momento particolare di vicinanza a Gesù che ha comunicato ai suoi discepoli più vicini il senso del suo cammino di annuncio del regno, di fronte all’ostilità, in fedeltà al disegno di salvezza, in rapporto alle Scritture? Si tratta di una pagina scritta dopo gli eventi d’incontro con il risorto per esprimere come  nell’incontro con lui, prima della Pasqua si intravedeva, senza comprendere a pieno, la luce presente nel suo volto e che pure rinviava ad un cammino di sofferenza e  di morte?

Certamente Marco costruisce questa pagina pensando ad un evento di rivelazione, di teofania. La tesse infatti sulla filigrana del capitolo di Esodo 24. Come nell’evento della manifestazione di Dio del Sinai, anche nella trasfigurazione di Gesù tutto avviene sul monte in un tempo indicato dopo sei giorni, cioè nel giorno settimo, il sabato, giorno dell’alleanza; vi sono tre testimoni; c’è la nube ed una voce; e c’è la luce che avvolgeva il volto di Mosè e ora avvolge Cristo. Elementi simbolici  atti a richiamare un evento di vicinanza e rivelazione. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge tutti e nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’altro proclama che egli è il Figlio. La sua vita si comprende in questa relazione fondamentale e nella sua apertura al Padre e ai suoi fratelli. Così pure Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne che ricordava il cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù si presenta come Messia: ma è un messia particolare, debole, che passa per la via del servizio fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri.

E’ un momento di luce nel mezzo di un cammino di difficoltà e di incomprensione. Pietro, che era stato chiamato ‘Satana’ da Gesù perché si opponeva all’annuncio di un Messia che avrebbe percorso un cammino sofferenza, è testimone di questo momento di gloria. E’ uno squarcio per comprendere che Dio ha approvato la vita vissuta da Gesù in quel modo, la sua via orientata al dono e al servizio solidale. Un monte quello della trasfigurazione che rinvia al monte della crocifissione. E il discorrere con Mosè e Elia segno di una vita vissuta in continuità con l’esperienza dell’esodo e delle attese dei profeti.  La corporeità fragile di Gesù è luogo di una luce che nella sua debolezza fa trasparire la luminosità simbolo della vita stessa di Dio. Dio, il Padre resuscita colui che ha vissuto la sua vita nell’ascolto obbediente e nella solidarietà con tutte le vittime della storia. L’invito della voce è ad un ascolto di vita e di coinvolgimento: ‘Ascoltatelo’.

 

Alessandro Cortesi op

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