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III domenica di Quaresima – anno A – 2017

Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, può essere letto a diversi livelli. Un primo livello è quello storico. E’ memoria dell’agire di Gesù: accolse le donne che incontrava manifestando particolare libertà in un contesto sociale in cui le donne erano emarginate. Non ebbe paura di accogliere e lasciarsi toccare da donne considerate impure, peccatrici, da allontanare. Il suo sguardo nell’incontrare le donne apre speranza soprattutto di fronte all’ipocrisia di una classe religiosa maschile che vuole mantenere le donne sottomesse. Gesù accoglie donne anche tra coloro che lo seguono più da vicino. In alcune parabole per parlare di Dio parla dell’agire delle donne che facevano il pane con il lievito e la farina e si chinavano in casa a ricercare una moneta perduta. Per Gesù non ci sono esclusioni nell’incontro con Dio, né privilegi. C’è un altro aspetto storico: la donna di Samaria rinvia alla presenza di una straniera. Gesù nella parabola del samaritano indica lo straniero che si fermò a soccorrere il malcapitato come esempio di chi ha attuato il farsi prossimo, e così ha agito secondo il regno di Dio.

L’incontro di Gesù con la donna di Saamria al pozzo di Giacobbe è tuttavia ricco di una serie di riflessioni teologiche proprie del IV vangelo e come altri incontri è esempio di un percorso di fede.

Il pozzo di Giacobbe è carico di rinvii alle vicende dei patriarchi e alle storie di amore che attorno ai pozzi nascevano. Gesù che incontra la donna di Samaria va letto come incontro di seti diverse, come vicenda di amore tra il dono di Dio e l’umanità assetata.

Un dialogo è all’inizio, a partire dalla richiesta di Gesù: ‘dammi da bere’. Al centro il motivo dell’acqua e della sete. Il IV vangelo ne fa un motivo centrale fino alla croce. Nell’ultimo momento della sua vita Gesù sulla croce manifestando lì la gloria di Dio dirà: ‘ho sete’. La sua sete è desiderio di comunicare l’amore che ha mostrato nel depore le vesti, nel chinarsi, lavare i piedi servire: l’amore del Padre.

La donna vive una profonda incomprensione: si reca infatti al pozzo per cercare acqua ma nel suo cuore è presente una sete profonda. Gesù suscita il cammino di questa donna e la conduce a guardare in faccia la sua inquietudine e le sue attese. Il primo stupore (“tu chiedi da bere a me che sono donna straniera…”) è guidato ad aprirsi a nuove domande: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Vi è un’attesa dell’acqua come elemento per vivere ma c’è una sete più profonda di acqua viva. E’ ancora un motivo che nel IV vangelo viene declinato con riferimento alla grazia e al dono dello Spirito: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito…” (Gv 7,37-39). La sete della donna di Samaria sta dentro alle preoccupazioni quotidiane ma anche le oltrepassa. E nel dialogo si sente compresa da Gesù: non ha marito ma ha avuto tanti uomini. La donna diviene figura del popolo dei samaritani che avevano cinque alture con santuari dove adorare loro divinità e per questo considerati eretici dai giudei (2Re 17,29-32).

Nel dialogo si apre poi la questione del luogo dove adorare Dio: e in questo percorso la donna è accompagnata a concentrarsi su Gesù stesso, sulla sua presenza: non solo un giudeo come il patriarca Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare Dio (4,25-26).

Gesù non s’impone, né fa pesare la sua presenza. A partire dall’attesa di quella donna, si fa via perché lei stessa possa leggere dentro la sua vita, avvertire la sete come apertura ad affidarsi all’amore (il pozzo era il luogo delle storie d’amore). Dio lo si adora non su un monte (era questa la polemica tra giudei e samaritani) ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Gesù si offre come via aperta, luogo di incontro con il Padre. Il futuro che la donna spera il venire di un messia è già a sua disposizione, è già presente: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). ‘Sono io’ è eco di quel nome che dice la presenza del Dio vicinissimo nell’umanità ospitale di Gesù. “Credimi donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… ma viene l’ora in cui i veri adoratori lo adoreranno in spirito e verità”. Gesù si rivolge a lei come ‘donna’ e parla di un’ora decisiva. Sotto la croce ritornerà il motivo della ‘donna’ e lì per il IV vangelo è l’ora di Gesù. Sotto la croce Gesù consegna la donna al discepolo e il discepolo alla madre. Il trafitto che nella sua morte rivela la gloria – cioè l’amore – di Dio, consegna a tutta l’umanità – la donna – la testimonianza del discepolo che ha sperimentato l’amore. E’ il sorgere di una nuova storia di incontro.

Credere è un cammino che sta al cuore dell’esistenza, coinvolge le ricerche e le seti della vita personale. E’ anche percorso da condurre insieme, nel comunicare, nel vivere l’amore: la donna va ad annunciare ai suoi compaesani, nella città e ‘molti credettero per le parole della donna’. La fede è un incontro. Ed è sempre un percorso plurale, condiviso, è un ascoltare e sapere, un’esperienza vissuta insieme dello ‘stare con’ Gesù: “lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

Sete di trasparenza, onestà, chiarezza

Marie Collins, irlandese, da bambina è stata vittima di abusi da parte di un prete. E’ stata una tra i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, voluta da papa Francesco per contrastare il fenomeno della pedofilia nella chiesa cattolica. Ma ha rassegnato recentemente le dimissioni a fronte delle resistenze e della vanificazione del lavoro della commissione.

Il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una intervista al Corriere della sera, aveva reagito alle accuse di mancanza di collaborazione respingendo l’idea che “ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla.”

Sul sito di National Catholic Reporter è stata pubblicata la risposta di Marie Collins al Prefetto. Ella ha denunciato come richieste presentate dalla Commissione che avevano l’approvazione del Papa avevano ricevuto rifiuti; ad esempio l’esigenza di rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia».

Ha inoltre denunciato che «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, ha trovato dei problemi ‘legali’ non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito» (cfr. I.Scaramuzzi, Prevenzione della pedofilia. Collins risponde al cardinal Müller, La Stampa Vatican Insider 14 marzo 2017).

In un’intervista a Repubblica Marie Collins mantiene un giudizio positivo sull’impegno e nutre ancora attese positive sul lavoro della commissione.

Tuttavia ha evidenziato i rallentamenti e difficoltà posti a questa azione. Nella lettera di dimissioni scriveva: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

La scelta delle dimissioni per Collins costituisce un passaggio di chiarezza e di coerenza con il suo impegno: «Quando ho accettato la mia nomina nella Commissione nel 2014 avevo detto che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le quinte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta. Ecco, questo è accaduto. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

Marie Collins è esempio di una donna capace di esprimere una profonda sete di giustizia e di cambiamento in questo tempo. E’ una sete presente in tantissime persone che scorgono la gravità dell’abusare dei più piccoli e più indifesi da parte di chi avrebbe il compito di custodirli e proteggerli. Il fatto che tale reato sia diffuso in tanti ambienti oltre a quello ecclesiale non è per nulla una giustificazione a negare il fenomeno, a limitarne la percezione di gravità o a trascurare di mettere in atto mezzi per sradicarlo. Ma di fronte a questa sete di trasparenza e di giustizia sembra che vi siano forti resistenze. Marie Collins si dice frustrata nel percepire resistenze e opera di ostilità al lavoro della commissione da parte degli stessi Dicasteri di Curia.

E’ assai triste constatare tutto questo proprio alla luce di quanto papa Francesco ha scritto nella sua prefazione al libro di Daniel Pittet, dal titolo “La perdono, padre” (ed. Piemme) ex prete oggi sposato e padre di sei figli, vittima di abusi da parte del clero quando era bambino. Parlando dell’incontro avuto con lui Francesco scrive:

“Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa (…) Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”.

La lotta alla pedofilia esige un approfondimento per andare alle molteplici radici di questo male. Lo scandalo di forme di abuso continuate negli anni e coperte dal silenzio o minimizzate dalle autorità non può essere facilmente superato. In primo luogo va offerta maggiore attenzione alla voce delle vittime per guardare con chiarezza questo male, per poterne individuare soluzioni e modalità di prevenzione. E’ infatti questione che dovrebbe condurre a porre in discussione gli indirizzi di formazione dei ministri nella chiesa fino a far ripensare le forme del ministero stesso nella chiesa cattolica.

Si pone la domanda su cambiamenti relativi alla presenza delle donne a tutti i livelli della vita ecclesiale che permane segnata da mentalità di clericalismo e maschilismo. Ma va anche condotta una azione di tutela dei minori, delle vittime nel chiedere trasparenza, nell’esigere chiarezza nel denunciare situazioni di abuso, nel verificare la veridicità delle accuse, nel lottare contro la negazione, la negligenza e le coperture da parte delle autorità e nel predisporre mezzi adatti per evitare che piccoli e vulnerabili siano abusati e sfruttati.

Nella sua lettera di risposta al card. Müller, Marie Collins pone l’interrogativo come mai, se gli strumenti già ci sono, «nessun vescovo è stato ufficialmente e in modo trasparente sanzionato o rimosso per la sua negligenza: se non è mancanza di norme, è mancanza di volontà?».

Presentando le sue dimissioni Marie Collins aveva scritto che quanto la commissione desidera è «migliorare la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dovunque nel mondo ci sia la Chiesa cattolica» e «anziché tornare indietro in un atteggiamento di negazione e offuscamento, quando una critica come la mia viene sollevata il popolo della Chiesa merita una spiegazione appropriata. Abbiamo tutti il diritto di trasparenza, onestà e chiarezza. I malfunzionamenti non possono più essere tenuti nascosti dietro le porte chiuse dell’istituzione. Ciò accade solo fintantoché coloro che conoscono la verità vogliono continuare a rimanere in silenzio».

Alessandro Cortesi op

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III domenica di Quaresima – anno A – 2014

ges_e_la_samaritana (affresco XI sec., scuola bizantino-campana, Basilica di s.Angelo in Formis, Capua)

Es 17,3-7; Sal 94; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

Gesù incontra una donna, straniera. L’incontro è un incrocio di seti diverse: è Gesù che per primo presenta la richiesta ‘dammi da bere’. Questo suo primo passo che suscita la meraviglia della donna perchè i rapporti tra giudei e samaritani erano di ostilità ed anche perchè non dovevano esserci contatti in pubblico tra un uomo e una donna, diviene occasione per l’emergere della sete presente nel cuore della samaritana.

Si tratta così di un incontro che conduce ad entrare in un dialogo e in un lento percorso di conoscenza e di rivelazione: è un darsi ad incontrare di Gesù a questa donna, è scoperta per lei del senso della sua vita, è apertura ad una fede vissuta in spirito e verità. Un incontro che non rinchiude in una religione del monte ma che apre.

Nel IV vangelo le persone che Gesù incontra divengono esempi e paradigmi di percorsi umani con i quali chi legge può identificarsi. E il percorso è scoperta del volto di Gesù: nel conoscere lui si apre un itinerario di scoperta del proprio volto e di apertura ad una comunicazione nuova come la donna sperimentò alla fine con i suoi compaesani (Gv 4,39: “molti samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che testimoniava…”).

L’incontro con la donna di Samaria è innanzitutto memoria degli incontri di Gesù, e della sua accoglienza verso le donne, del suo sconfinare andando oltre le barriere che relegavano le donne in ambiti marginali. Gesù rompe con schemi culturali e religiosi che creavano esclusione e distanza. Ma la donna di Samaria diviene anche simbolo di chi è lontano e straniero. Nel suo profilo si può infatti cogliere la vicenda di ogni lontano e straniero che viene accolto nello spazio di ospitalità di cui Gesù era capace non perché possessore di beni, ma perché aperto nel cuore. Non solo: la donna è qualificata come samaritana, appartiene ad un popolo, i samaritani, ritenuto eretico, lontano dal punto di vista religioso. Nel dialogo l’allusione ai cinque mariti è rinvio alle divinità dei cinque popoli di origini non ebraiche che stavano all’origine del gruppo dei Samaritani (2Re 17,24-41) e che adoravano divinità pagane. Infine la donna può essere vista come figura di tutti coloro che hanno nel cuore una sete, una ricerca profonda senza sapere nemmeno dare ad essa un nome.

Gli incontri di Gesù nel IV vangelo sono letti come itinerari di un credere che apre a percorsi di scoperta di un dono racchiuso nella propria vita, della dignità della propria storia, di accoglienza in un rapporto nuovo.

samaritana-al-pozzo ipogeo via Dino Compagni cubicolo F IVsec.

(affresco IV sec., Ipogeo di via Dino Compagni Roma, cubicolo F)

Il dialogo si svolge attorno all’acqua, in una serie continua di equivoci: la donna cerca un’acqua materiale, Gesù le propone un’altra acqua, un’acqua viva, che non viene meno come quella del pozzo. Poco alla volta apre lo sguardo della donna a conoscere nella sua vita un dono di Dio e a riconoscere nella sua presenza una risposta alla sua sete. Gesù chiede ‘dammi da bere’, ma la sua sete è altra rispetto al bisogno di acqua del pozzo, è passione per donare salvezza, per far scoprire il dono della vita di Dio nel cuore (cfr. Gv 19,28: ‘ho sete’). Proprio lì vicino al pozzo che nella Bibbia è luogo dell’incontro, di inizio di storie d’amore.

Nel dialogo Gesù apre la donna a due grandi orizzonti: il primo è la scoperta che la sua vita non è giudicata, non è tenuta lontana, ma è amata. Il dono di Dio è dono di una vita in cui scoprirsi amati e accolti. L’esistenza di Gesù è il farsi vicino di questo dono.

Ogni persona reca in sè stessa una sete che non può essere placata dall’acqua del pozzo. Gesù accompagna la donna a scoprire la ricerca di amore e di vita che sta nel profondo del suo cuore. La accompagna a scavare nel pozzo della sua vita, a vivere la sua ricerca di un amore che giunge sino alla fine: è quell’amore che Gesù vive nell’amare i suoi fino al segno supremo. Per questo conduce la donna a scoprire il suo volto come quello di profeta, di messia atteso, di salvatore. Lei stessa alla fine diventa testimone presso i suoi compaesani: abbandona l’anfora e va (Gv 4,28).

Il secondo orizzonte che il dialogo sottolinea è che Dio stesso è alla ricerca. La ricerca umana, la sete umana di senso e di amore, è apertura che proviene da un dono e s’incontra con la ricerca di Dio. L’intero dialogo inizia da una richiesta di Gesù che chiede da bere. Così Dio cerca adoratori, persone capaci di riconoscerlo oltre ogni monte. Il monte è luogo in cui si pensa sia racchiusa la presenza di Dio in sistemi religiosi costruzione di uomini. Dio cerca adoratori che accolgano la sfida di un incontro personale, interiore, in Spirito e verità. Spirito è rinvio al dono dell’amore e verità è riferimento all’incontro con Gesù stesso come verità vivente mai esaurita.

DSCF0352Propongo alcuni suggerimenti per una lettura di questa pagina nel nostro presente.

Viviamo un tempo in cui sembra che non vi siano più le grandi domande. E’ il tempo dell’indifferenza, o dell’assopimento di una vita che si accontenta di piccoli cabotaggi, di soddisfare bisogni immediati, senza aperture ad orizzonti di senso globale. L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, ripiegata in una ricerca di un’acqua accettata come indispensabile per andare avanti giorno per giorno senza guardare oltre, apre a considerare come quella sete è spazio di una ricerca e di un’attesa più profonda. Gesù apre ad una ricerca di un’acqua – fonte di vita – che possa soddisfare ricerche interiori, nascoste e spesso lasciate agli angoli dell’esistenza. Gesù non disprezza i percorsi e le seti di ogni persona. Vi si inserisce con una domanda. Non impone ma accompagna lentamente ad un conoscenza che è incontro, per scoprire la gratuità dell’amore: se tu conoscessi il dono di Dio…. Anche nelle piccole seti che popolano la vita di ogni persona sta racchiusa una sete più grande e profonda, la sete del senso stesso della vita.

Gesù si fa incontro ad una donna, straniera. In questo incontro c’è una sorta di approfondimento di quanto è espesso nel Prologo: “veniva tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto, a quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio…” (Gv 1,11-12). Il IV vangelo presenta la contraddizione di una accoglienza della luce non dei vicini, ma dei lontani, di quanti sono in ricerca e non hanno la pretesa di possedere la verità. Possiamo chiederci in quale modo manteniamo aperta la nostra vita alla ricerca e non ad una fissità che impedisce di ascoltare la richiesta di Gesù che ci fa uscire dalle nostre chiusure e ci fa entrare in una relazione in cui accogliere l’acqua dello Spirito.

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria conduce a riflettere sulla apertura di Gesù all’altro, sulla sua attitudine ad accogliere la domanda al cuore di ogni esistenza, sulla sua scelta di accoglienza delle donne. Viviamo un tempo di violenza a livello globale, che si rende presente in particolare nel rapporto tra uomini e donne. E’ questo un sintomo di una difficoltà a vivere la relazione, ad accogliere chi è diverso: è il frutto malato di una impostazione culturale regolata dalla mentalità maschile del dominio e della competizione in cui non c’è spazio per la gratuità e per l’ascolto. Anche la chiesa ha pesanti responsabilità per questo. Oggi spazi nuovi di presenza delle donne e di crescita di consapevolezza maturate anche indipendentemente dai percorsi ecclesiali sono occasione per scoprire un nuovo modo di intendere la stessa identità, che si costruisce nella relazione, nella capacità di accogliere la diversità, nella fatica e nella gradualità dell’incontro. E’ sfida a superare ogni mentalità di prevaricazione, di pretesa di assimilazione dell’altro, di vivere la pazienza della scoperta mai conclusa dell’altro. L’incontro con la donna di Samaria ci riporta a tornare allo stile di Gesù, alla questione di uscire da mentalità di potere di tipo maschilista che vige nella società e nella chiesa. Si apre l’interrogativo su quali vie percorrere per aprire ad un riconoscimento del contributo delle donne nella vita della società e della chiesa, un riconoscimento che non sia solo retorico in vuote forme di idealizzazione o di elogio che non prevedono percorsi concreti di cambiamento, ma che rechi effettive scelte di attenzione, di ascolto, di spazi riconosciuti, di affidamento di ruoli e responsabilità sinora esclusiva maschile.

Al cuore del dialogo tra Gesù e la donna di Samaria sta la ricerca dell’acqua. L’acqua è elemento che dà vita: l’acqua è realtà che risponde alla sete e poter accedere all’acqua è possibilità di sopravvivenza per persone e popoli. Dovremmo maturare consapevolezza dell’importanza basilare dell’acqua per la vita. Gli sprechi dell’acqua, un modello di vita economica che prevede consumi di acqua che privano popolazioni della possibilità di avere accesso all’acqua potabile pone la questione della attenzione alla vita, non solo dei vicini, ma dei lontani. L’acqua come elemento materiale è connessa anche all’attenzione dello Spirito nella creazione: un rinnovato rapporto con le cose, con i beni comuni apre a vivere l’accoglienza di un dono di Dio per tutti, un dono che va oltre il consumo di beni, ma che implica un modo nuovo di rapportarsi alle cose, di intendere i rapporti con gli altri, nella condivisione.

Gesù infine libera da una religiosità fatta di esteriorità che non genera cambiamento: è la religiosità che chiude la presenza di Dio sui monti contrapposti, a Gerusalemme o nel Garizim. E’ giunto il tempo in cui Dio non deve essere incontrato nei templi, ma in quel tempio che è la vita stessa di Gesù che rinvia al tempio di ogni volto, soprattutto di chi è escluso.

Alessandro Cortesi op DSCF0107

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