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III domenica di Quaresima – anno A – 2020

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L’Esodo è faticoso cammino del popolo d’Israele che vive la durezza del deserto fino alla rivolta contro Mosè mormorò contro Mosè: ‘Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?’

La mormorazione è una protesta carica di sospetto, si nutre del dubbio che le fatiche del cammino non abbiano un senso. In particolare è rivolta contro Dio che non corrisponde alle attese: aveva promesso liberazione ma c’è solo sofferenza. Il popolo avverte l’attrazione per le facili sicurezze della schiavitù: non valeva la pena tutto questo cammino per venire a morire di sete nel deserto. ‘il Signore è in mezzo a noi sì o no?’. Massa (tentazione) e Meriba (protesta) rimangono nella memoria d’Israele come momento della tentazione nel credere.

Come credere di fronte ad un Dio che non risponde e rimane in silenzio?

La donna di Samaria, come molti dei personaggi del IV vangelo è un esempio di un itinerario di ricerca e di fede: il suo incontro con Gesù si svolge come dialogo. Gesù per primo le si fa incontro. Al suo farsi avanti corrisponde nella donna stupore e ricerca, ma anche incomprensione. Gesù suscita un cammino nel cuore di questa donna e la apre ad interrogarsi sulla sua inquietudine e le sue attese. Il dialogo continua fino al momento in cui Gesù dice: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. L’acqua è bene essenziale per la vita. Da questa ricerca e da questa sete Gesù guida la donna ad aprirsi ad una attesa profonda: non è un attesa diversa e distante dalla sua quotidianità ma sta al cuore della sua ricerca.

Dall’attesa dell’acqua il dialogo si apre alla questione del luogo dove adorare Dio. Nel conversare si apre anche un manifestarsi a poco a poco del volto di Gesù: non solo un giudeo, forse grande come Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare il Dio (4,25-26).

Gesù aiuta la donna a compiere un percorso a partire dalle sue ricerche e attese, la aiuta a scendere in profondità (il pozzo) e ad aprirsi ad un credere che diviene incontro. Gesù si rende luogo di incontro con Dio, e Dio si adora non su un monte o su di un altro ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Il futuro atteso legato all’attesa di un messia ha già avuto inizio: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). Egli stesso è via aperta, luogo di incontro con il Padre.

Il percorso del credere sta dentro la vita, va oltre i luoghi e la fissazione di Dio in costruzioni umane, apre a profondità racchiuse nel quotidiano, nella vita umana. E’ un cammino che coinvolge personalmente ma si apre anche ad altri passando per una testimonianza: “Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

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Acqua e pozzo

In questi giorni per evitare la diffusione del contagio siamo invitati a restare a casa. E’ un tempo particolare, abitato da preoccupazioni di tipo diverso, per la malattia, per le difficoltà di gestione della vita quotidiana, per le conseguenze economiche. Un tempo sospeso. Non per tutti tuttavia è così: ci sono i malati innanzitutto, ci sono coloro che nel mondo della sanità si stanno prendendo cura di tanti.

Un primo pensiero di questi giorni va certamente alla fragilità del nostro essere umani e alla provocazione che tale momento di fermata ha portato alle nostre vite. Con le parole della poesia Mariangela Gualtieri esprime il messaggio che reca con sé il fermarsi obbligato di queste ore (a questo link la poesia Nove marzo duemilaventi):

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

Luigino Bruni usa l’espressione ‘quaresima del capitalismo’ per descrivere in una parola questi giorni in cui il meccanismo che guida le nostre vite si è per un attimo fermato: “Le grandi crisi ribaltano le vecchie ‘piramidi dei bisogni’. Tutte le civiltà queste cose le hanno sempre sapute, quella capitalistica lo aveva dimenticato, speriamo lo reimpari dal dolore di questi giorni (…) Che il re (capitalista) fosse nudo, ce lo aveva detto, come nella fiaba, una bambina, un anno fa. Noi non l’abbiamo ascoltata, e abbiamo continuato a vivere come se i vestiti del re ci fossero realmente, incantati dal benessere e dal delirio di onnipotenza. Questo virus è un secondo messaggio, che possiamo gestire e poi continuare a vivere come prima, o interpretare con saggezza e cambiare, cambiare molto.” (La quaresima del capitalismo, “Avvenire” 11 marzo 2020)

C’è una attenzione diffusa ad accogliere le indicazioni che suggeriscono tutte le misure di precauzione per difendere se stessi dal contagio ma anche per difendere gli altri, i più vulnerabili. La paura del contagio si accompagna peraltro all’indifferenza e alla superficialità dei tanti, tra cui coloro che, nel momento in cui si è richiamati a solidarietà in un comune sforzo di attenzione, cercano invece il proprio lucro e vantaggio: si pensi a tutte le forme di spensierata indifferenza di molti nelle scorse settimane a fronte di avvisi e preannunci, all’invito ad andare a sciare a prezzi scontati di alcuni centri sciistici proposto nel week-end scorso prima che il decreto governativo dell’8 marzo determinasse la chiusura di tutti gli impianti…

Sono giorni che rivelano come si possa così vivere una duplice attitudine: quella di un egoismo che fa ancora ripiegare maggiormente sul proprio ‘particulare’ in un rallentamento che diventa isolamento e distanza dai rapporti con gli altri, nell’indifferenza egoista. E d’altra parte quella di una attenzione più forte all’altro, all’altro vicino e lontano.

Ce lo può ricordare una storia per bambini, che riprendo da una sollecitazione di Francesca Mannocchi, giornalista: la storia di Pezzettino

“Pezzettino non sa chi è. Pensa di essere il pezzo smarrito di qualcun altro, di qualche altra cosa. E allora inizia la sua ricerca del tutto perduto. Se io sono ciò che manca – pensa Pezzettino nel suo viaggio – a qualcuno, qualcosa mancherà un pezzo. E vaga allora Pezzettino, va alla ricerca della parte che dia senso alla sua ricerca. Sembra che nessuno abbia perso nulla però. Tutti gli dicono: No, Pezzettino. Noi siamo interi, cerca altrove. E Pezzettino, vagando, vagando ad un certo punto cade e si rompe in tanti più piccoli pezzettini. E lì., in quella frattura, in quell’infrangersi, capisce che anche lui come tanti è fatto di pezzi. Che sono i pezzi piccoli, tenuti insieme con grazia e amore, a fare il corpo intero. Siamo caduti, come Pezzettino. Ci siamo rotti in mille pezzi e abbiamo paura. E come Pezzettino scopriremo da incrinati e scomposti quanto conti essere solidi per ricomporsi e tenerci insieme. Proteggere il singolo pezzo per proteggere tutti” (da Instagram)

Come Pezzettino scorgiamo che in questi giorni non possiamo dimenticare chi è lasciato ai margini del mondo, una sotto-umanità privata di cura e attenzione. In questo momento al confine tra Turchia e Grecia si stanno compiendo violazioni inaudite di diritti umani fondamentali. Nei campi del mare Egeo decine di migliaia di migranti (si calcola circa 44 mila profughi) sono costretti in condizioni disumane. Gruppi neonazisti sono stati lasciati liberi di operare in scorrerie per intimidire e respingere i migranti che cercavano di passare dalla Turchia in Grecia. A Lesbo sono insostenibili le condizioni di vita dei campi dove sono richiuse ventimila persone, tra cui settemila bambini, senza possibilità di muoversi in attesa di una risposta alla loro richiesta di asilo.

La sede di una ONG che si dedicava all’istruzione dei bambini è stata data alle fiamme la settimana scorsa. La guardia costiera greca anziché portare soccorso cerca di impedire la navigazione di gommoni con azioni di speronamento e sparando in acqua. (Annalisa Camilli, A Lesbo finisce l’Europa, “Internazionale” 3 marzo 2020). Prigioni segrete sono istituite per radunare i migranti e respingerli senza offrire loro nessuna possibilità di richiesta di protezione. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato la presenza di queste strutture.

In questo tempo in cui è così importante riscoprire la preziosità dell’informazione e della possibilità di conoscere le situazioni di sofferenza di chi è così lontano ma anche così vicino, diviene possibile riscoprire di essere pezzettini di una grande unica umanità. Un appello di 152 organizzazioni tra cui ASGI intitolata Protect our Laws and Humanity indirizzato al Primo Ministro greco Mitsotakis al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al 
Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel
 e alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen chiede all’Unione europea di: “Assumere le loro responsabilità in materia di protezione dei migranti alla luce di una situazione che chiama in causa l’intera Europa e farlo in un modo da dimostrare il rispetto della dignità umana e della legalità. Il diritto di asilo e il rispetto del principio di non respingimento sono elementi fondamentali del diritto europeo e internazionale e per questo le autorità europee devono intraprendere le iniziative necessarie a promuoverne il loro rispetto”.

Mi ha colpito un messaggio ricevuto dalla Caritas di Milano: “Il nostro Arcivescovo Mario Delpini, in un intervento televisivo recente ha voluto iniziare il suo discorso utilizzando un avverbio che lui stesso ha definito “complicato”. “Addirittura”…. “Addirittura a Milano, addirittura in Lombardia…” ma nel suo spiegare l’uso di questa parola ha raccontato che quell’addirittura può essere letto come una determinazione a resistere, a fare del bene, a seminare sorrisi. “Si può addirittura usare il proprio tempo per fare del bene”. Allora il nostro invito è rivolto proprio a questa esortazione: provare a uscire dalla nostra situazione allargando lo sguardo verso chi, in altre parti del mondo soffre“.

Anche coloro che in questo tempo vivono in carcere sono parte di un’umanità ferita e chiedono a tutti di allargare il proprio sguardo.

“il carcere è il perimetro degli spazi angusti, del respiro che manca, del fiato che si fa corto, cortissimo, dei letti a castello, dove chi dorme sulla branda superiore sbatte il capo contro il soffitto. È il luogo dell’asfissia, dell’aria viziata, della tosse, dell’affanno, della saliva e del catarro, degli odori acidi che si fanno spessi e grevi. Chi si trova recluso e apprende, attraverso la tv, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, assediato in un lazzaretto, che gli amputa le poche risorse e le scarse facoltà rimastegli. Un isolamento sensoriale che si somma a quello fisico e materiale proprio dell’architettura carceraria e ne esaspera il processo di deresponsabilizzazione, sottraendo totalmente la gestione della profilassi ai suoi destinatari: i detenuti stessi. Si deve ricordare, tuttavia, che il degrado della condizione carceraria, specie negli ultimi due anni, non è questione che riguarda i soli carcerati. La salute di questi è un bene prezioso per noi tutti; ed è la sola garanzia che nei luoghi più chiusi e oscuri non si formino focolai dalle conseguenze inimmaginabili” (Luigi Manconi, I centimetri del carcere, “la Repubblica” 10 marzo 2020)

Sorprendono in questi giorni anche le voci di chi è impegnato in prima fila nel soccorrere altri, i più deboli, i malati. Si scopre quanto prezioso sia il mondo della sanità e tutti coloro che ci lavorano spesso senza alcun riconoscimento, un ambiente così fortemente segnato dalle politiche che hanno depotenziato le capacità di assistenza e di cura. Le testimonianze di operatori sanitari in questi giorni sono importanti. Maria Rita Gismondo, virologa all’Istituto Sacco di Milano ha detto: “Il virus ci ha insegnato una cosa: in un mondo che vuole innalzare muri, la natura ci ha dimostrato che i confini non esistono” (Intervista a La Repubblica 4 marzo 2020). Una infermiera intervistata “si dice «fiera», questo lavoro è così importante, anche quando «entri nella camera del paziente, e cerchi di toccare il minimo indispensabile. Non bisogna scrivere niente, bisogna memorizzare tutto e solo dopo scrivere, anche un foglio contaminato potrebbe permettere al virus di diffondersi, le nostre conoscenze sono ancora limitate». In più, aggiunge che «ogni persona che arriva qui ci regala la sua umanità, la sua bellezza e verità», sembra incredibile ma dice proprio così”. (Alessandra Corica e Brunella Giovara, Coronavirus, gli infermieri in prima linea tra paura e fierezza “Quelle vite nelle nostre mani”; “La Repubblica” 11 marzo 2020).

In questi giorni ci è offerta una possibilità per andare un po’ in profondità, sondare con lo sguardo in giù, nel pozzo della vita e in questo scendere aprirsi ad ascoltare e accogliere una sete, l’attesa di acqua che sta al cuore delle nostre esistenze legate insieme.

Alessandro Cortesi op

 

 

III domenica di Quaresima – anno A – 2017

Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’incontro di Gesù con la donna di Samaria, può essere letto a diversi livelli. Un primo livello è quello storico. E’ memoria dell’agire di Gesù: accolse le donne che incontrava manifestando particolare libertà in un contesto sociale in cui le donne erano emarginate. Non ebbe paura di accogliere e lasciarsi toccare da donne considerate impure, peccatrici, da allontanare. Il suo sguardo nell’incontrare le donne apre speranza soprattutto di fronte all’ipocrisia di una classe religiosa maschile che vuole mantenere le donne sottomesse. Gesù accoglie donne anche tra coloro che lo seguono più da vicino. In alcune parabole per parlare di Dio parla dell’agire delle donne che facevano il pane con il lievito e la farina e si chinavano in casa a ricercare una moneta perduta. Per Gesù non ci sono esclusioni nell’incontro con Dio, né privilegi. C’è un altro aspetto storico: la donna di Samaria rinvia alla presenza di una straniera. Gesù nella parabola del samaritano indica lo straniero che si fermò a soccorrere il malcapitato come esempio di chi ha attuato il farsi prossimo, e così ha agito secondo il regno di Dio.

L’incontro di Gesù con la donna di Saamria al pozzo di Giacobbe è tuttavia ricco di una serie di riflessioni teologiche proprie del IV vangelo e come altri incontri è esempio di un percorso di fede.

Il pozzo di Giacobbe è carico di rinvii alle vicende dei patriarchi e alle storie di amore che attorno ai pozzi nascevano. Gesù che incontra la donna di Samaria va letto come incontro di seti diverse, come vicenda di amore tra il dono di Dio e l’umanità assetata.

Un dialogo è all’inizio, a partire dalla richiesta di Gesù: ‘dammi da bere’. Al centro il motivo dell’acqua e della sete. Il IV vangelo ne fa un motivo centrale fino alla croce. Nell’ultimo momento della sua vita Gesù sulla croce manifestando lì la gloria di Dio dirà: ‘ho sete’. La sua sete è desiderio di comunicare l’amore che ha mostrato nel depore le vesti, nel chinarsi, lavare i piedi servire: l’amore del Padre.

La donna vive una profonda incomprensione: si reca infatti al pozzo per cercare acqua ma nel suo cuore è presente una sete profonda. Gesù suscita il cammino di questa donna e la conduce a guardare in faccia la sua inquietudine e le sue attese. Il primo stupore (“tu chiedi da bere a me che sono donna straniera…”) è guidato ad aprirsi a nuove domande: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Vi è un’attesa dell’acqua come elemento per vivere ma c’è una sete più profonda di acqua viva. E’ ancora un motivo che nel IV vangelo viene declinato con riferimento alla grazia e al dono dello Spirito: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito…” (Gv 7,37-39). La sete della donna di Samaria sta dentro alle preoccupazioni quotidiane ma anche le oltrepassa. E nel dialogo si sente compresa da Gesù: non ha marito ma ha avuto tanti uomini. La donna diviene figura del popolo dei samaritani che avevano cinque alture con santuari dove adorare loro divinità e per questo considerati eretici dai giudei (2Re 17,29-32).

Nel dialogo si apre poi la questione del luogo dove adorare Dio: e in questo percorso la donna è accompagnata a concentrarsi su Gesù stesso, sulla sua presenza: non solo un giudeo come il patriarca Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare Dio (4,25-26).

Gesù non s’impone, né fa pesare la sua presenza. A partire dall’attesa di quella donna, si fa via perché lei stessa possa leggere dentro la sua vita, avvertire la sete come apertura ad affidarsi all’amore (il pozzo era il luogo delle storie d’amore). Dio lo si adora non su un monte (era questa la polemica tra giudei e samaritani) ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Gesù si offre come via aperta, luogo di incontro con il Padre. Il futuro che la donna spera il venire di un messia è già a sua disposizione, è già presente: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). ‘Sono io’ è eco di quel nome che dice la presenza del Dio vicinissimo nell’umanità ospitale di Gesù. “Credimi donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… ma viene l’ora in cui i veri adoratori lo adoreranno in spirito e verità”. Gesù si rivolge a lei come ‘donna’ e parla di un’ora decisiva. Sotto la croce ritornerà il motivo della ‘donna’ e lì per il IV vangelo è l’ora di Gesù. Sotto la croce Gesù consegna la donna al discepolo e il discepolo alla madre. Il trafitto che nella sua morte rivela la gloria – cioè l’amore – di Dio, consegna a tutta l’umanità – la donna – la testimonianza del discepolo che ha sperimentato l’amore. E’ il sorgere di una nuova storia di incontro.

Credere è un cammino che sta al cuore dell’esistenza, coinvolge le ricerche e le seti della vita personale. E’ anche percorso da condurre insieme, nel comunicare, nel vivere l’amore: la donna va ad annunciare ai suoi compaesani, nella città e ‘molti credettero per le parole della donna’. La fede è un incontro. Ed è sempre un percorso plurale, condiviso, è un ascoltare e sapere, un’esperienza vissuta insieme dello ‘stare con’ Gesù: “lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

Sete di trasparenza, onestà, chiarezza

Marie Collins, irlandese, da bambina è stata vittima di abusi da parte di un prete. E’ stata una tra i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, voluta da papa Francesco per contrastare il fenomeno della pedofilia nella chiesa cattolica. Ma ha rassegnato recentemente le dimissioni a fronte delle resistenze e della vanificazione del lavoro della commissione.

Il cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una intervista al Corriere della sera, aveva reagito alle accuse di mancanza di collaborazione respingendo l’idea che “ci sia da un lato il Papa che vuole la riforma e dall’altro un gruppo di resistenti che vorrebbero bloccarla.”

Sul sito di National Catholic Reporter è stata pubblicata la risposta di Marie Collins al Prefetto. Ella ha denunciato come richieste presentate dalla Commissione che avevano l’approvazione del Papa avevano ricevuto rifiuti; ad esempio l’esigenza di rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia».

Ha inoltre denunciato che «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, ha trovato dei problemi ‘legali’ non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito» (cfr. I.Scaramuzzi, Prevenzione della pedofilia. Collins risponde al cardinal Müller, La Stampa Vatican Insider 14 marzo 2017).

In un’intervista a Repubblica Marie Collins mantiene un giudizio positivo sull’impegno e nutre ancora attese positive sul lavoro della commissione.

Tuttavia ha evidenziato i rallentamenti e difficoltà posti a questa azione. Nella lettera di dimissioni scriveva: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

La scelta delle dimissioni per Collins costituisce un passaggio di chiarezza e di coerenza con il suo impegno: «Quando ho accettato la mia nomina nella Commissione nel 2014 avevo detto che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le quinte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta. Ecco, questo è accaduto. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

Marie Collins è esempio di una donna capace di esprimere una profonda sete di giustizia e di cambiamento in questo tempo. E’ una sete presente in tantissime persone che scorgono la gravità dell’abusare dei più piccoli e più indifesi da parte di chi avrebbe il compito di custodirli e proteggerli. Il fatto che tale reato sia diffuso in tanti ambienti oltre a quello ecclesiale non è per nulla una giustificazione a negare il fenomeno, a limitarne la percezione di gravità o a trascurare di mettere in atto mezzi per sradicarlo. Ma di fronte a questa sete di trasparenza e di giustizia sembra che vi siano forti resistenze. Marie Collins si dice frustrata nel percepire resistenze e opera di ostilità al lavoro della commissione da parte degli stessi Dicasteri di Curia.

E’ assai triste constatare tutto questo proprio alla luce di quanto papa Francesco ha scritto nella sua prefazione al libro di Daniel Pittet, dal titolo “La perdono, padre” (ed. Piemme) ex prete oggi sposato e padre di sei figli, vittima di abusi da parte del clero quando era bambino. Parlando dell’incontro avuto con lui Francesco scrive:

“Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa (…) Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”.

La lotta alla pedofilia esige un approfondimento per andare alle molteplici radici di questo male. Lo scandalo di forme di abuso continuate negli anni e coperte dal silenzio o minimizzate dalle autorità non può essere facilmente superato. In primo luogo va offerta maggiore attenzione alla voce delle vittime per guardare con chiarezza questo male, per poterne individuare soluzioni e modalità di prevenzione. E’ infatti questione che dovrebbe condurre a porre in discussione gli indirizzi di formazione dei ministri nella chiesa fino a far ripensare le forme del ministero stesso nella chiesa cattolica.

Si pone la domanda su cambiamenti relativi alla presenza delle donne a tutti i livelli della vita ecclesiale che permane segnata da mentalità di clericalismo e maschilismo. Ma va anche condotta una azione di tutela dei minori, delle vittime nel chiedere trasparenza, nell’esigere chiarezza nel denunciare situazioni di abuso, nel verificare la veridicità delle accuse, nel lottare contro la negazione, la negligenza e le coperture da parte delle autorità e nel predisporre mezzi adatti per evitare che piccoli e vulnerabili siano abusati e sfruttati.

Nella sua lettera di risposta al card. Müller, Marie Collins pone l’interrogativo come mai, se gli strumenti già ci sono, «nessun vescovo è stato ufficialmente e in modo trasparente sanzionato o rimosso per la sua negligenza: se non è mancanza di norme, è mancanza di volontà?».

Presentando le sue dimissioni Marie Collins aveva scritto che quanto la commissione desidera è «migliorare la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili dovunque nel mondo ci sia la Chiesa cattolica» e «anziché tornare indietro in un atteggiamento di negazione e offuscamento, quando una critica come la mia viene sollevata il popolo della Chiesa merita una spiegazione appropriata. Abbiamo tutti il diritto di trasparenza, onestà e chiarezza. I malfunzionamenti non possono più essere tenuti nascosti dietro le porte chiuse dell’istituzione. Ciò accade solo fintantoché coloro che conoscono la verità vogliono continuare a rimanere in silenzio».

Alessandro Cortesi op

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