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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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I domenica tempo ordinario – Battesimo di Gesù – anno B – 2021

Antifonario C di Scriptorium padovano XIV -XV sec.

Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

Il vangelo di Marco inizia con la presentazione del Battista e subito dopo narra il battesimo di Gesù. La voce dal cielo ‘Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’ è spiegazione dell’evento e proclamazione di fede dell’identità di Gesù stesso. Il gesto di immergersi nelle acque, proposto da Giovanni, era un segno che indicava penitenza e attesa di un imminente venuta di Dio come giudizio. Esprimeva impegno a cambiare vita confessando il proprio peccato. Indicava un rinnovamento radicale in attesa del giorno del Signore.

Giovanni Battista stesso è presentato con le caratteristiche di un predicatore profetico che chiama tutti a conversione. Il luogo dove Giovanni battezzava, il deserto, faceva tornare all’esperienza dell’esodo, fondante per la fede d’Israele. Si trattava ora di camminare in un nuovo esodo riscoprendo l’affidamento al Dio vicino. La predicazione di Giovanni si accentrava sull’indicazione di qualcuno ‘più forte di me… Io vi ho battezzati con acqua ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo’.’Il ‘forte’, nella tradizione profetica, è il liberatore dalla schiavitù ed è messia (Is 49,24-25). Gesù, nella prima catechesi cristiana, viene presentato come ‘il più forte’ che scaccia il male, personificato in Satana il divisore, e opera gesti di liberazione.

Marco presenta Gesù come uno dei tanti in cammino verso il deserto per ricevere ‘un battesimo di conversione per il perdono dei peccati’. Gesù si presenta così solidale con tutti coloro che sentono il peso del peccato e si aprono ad una salvezza donata. Marco descrive l’immergersi di Gesù e ne offre elementi per interpretare questo suo gesto: ‘Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba’. I cieli si aprono e discende lo Spirito. E si ode la voce del Padre ‘Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto’. Sono questi elementi delle manifestazioni di Dio.

I cieli si aprono secondo l’invocazione del profeta : “Se tu squarciassi i cieli e scendessi ‘ (Is 63,16-19). Un primo squarciarsi che rinvia allo squarciarsi del velo del tempio al momento della morte di Gesù (Mc 15.39). La colomba richiama alla creazione, quando lo Spirito ‘covava’ come colomba sulle acque (Gen 1,2). Come Isaia aveva visto posarsi sul messia lo spirito del Signore (Is 11,2) così ora la colomba si posa su colui che viene indicato da Marco come il primo uomo di una nuova creazione: ‘lo spirito del Signore è su di me’ (Is 61,1-2). La voce dal cielo richiama il salmo 2,7, un salmo ora riferito al messia. Gesù è proclamato come il Figlio in un rapporto unico con il Padre: è il prediletto, l’unico, come Isacco, il figlio ‘unico’, che passa attraverso la sofferenza e la prova.

Gesù nel battesimo si presenta con il profilo del figlio/servo di Dio: il suo volto reca i tratti del servo sofferente presentato da Isaia: ‘Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1). La voce del Padre riassume così un’espressione della fede della comunità di Marco. Gesù solidale con il cammino dei poveri e dei peccatori è il servo sofferente: uscendo dalle acque, come Mosè e come Giosuè, apre la via della salvezza. Sarà una via non di possesso e di dominio, ma di dono. Il suo cammino si compirà in un battesimo/immersione nella morte donando la sua vita fino alla fine per la salvezza (Mc 10,38).

Alessandro Cortesi op

Campo informale di migranti a Velika Kladusa, cantone di Una Sana, Bosnia Herzegovina (foto di Alessio Romenzi)

Perché spendete denaro per ciò che non è pane?

La domanda al cuore della pagina profetica è forte provocazione a interrogarsi dove si spende il denaro e perché lo si spende per ciò che non è pane cioè possibilità di vita per le persone… Il tempo della pandemia ci ha posto davanti alcune grandi provocazioni per un cambiamento di mentalità e di stili di vita. Su due situazioni tra altre si può porre attenzione. La prima riguarda la assurdità delle spese per la produzione e acquisto di armi e lo scandalo del commercio delle armi in un mondo segnato dalla mancanza delle cure minime e della assistenza sanitaria.

Una recente inchiesta della Fondazione The Bridge ha analizzato la situazione italiana riguardo alle politiche sanitarie. Tra il 2007 e il 2017 viene rilevata una diminuzione del 22% delle strutture di ricovero pubbliche e dell’11% delle private, con una parallela diminuzione dei posti letto in ospedale (-35.797). Da parte dello Stato nel periodo esaminato vi è stato un progressivo venir meno di investimenti nel Servizio Sanitario nazionale. Se nel 1969 vi erano 12 posti letto per 1000 abitanti, attualmente vi sono 3,5 posti letto per 1000 abitanti. Sono anche in calo continuo dal 2010 i finanziamenti ordinari da parte dello Stato al Servizio Sanitario Nazionale in rapporto al Pil dal 2010 è in continuo calo. Tale diminuzione di investimenti ha ampliato la distanza e disparità tra le regioni.

A fianco di questa situazione è da porre attenzione alla situazione del commercio delle armi in cui l’Italia è coinvolta ad esempio nel commercio di armi con Paesi in guerra e con Paesi che violano diritti umani fondamentali. (Rita Rapisardi, Armi sì, respiratori no: nel 2020 oltre 26 miliardi in spese militari per l’Italia, “L’Espresso” 20.05.20). La vendita di armi all’Egitto, ad esempio, un paese da cui si attende ancora risposte riguardo all’uccisione dopo tortura di Giulio Regeni e in cui molti giovani innocenti come Patrick Zaki sono detenuti per tempi illimitati senza alcuna motivazione. L’Italia commercia armi, tra gli altri Paesi, con l’Arabia saudita che bombarda lo Yemen con le bombe prodotte dalla tedesca Rwm in Sardegna. Il nostro Paese sta conducendo il progetto di acquisto degli aerei bombardieri F35 che dovrebbero portare bombe nucleari con un contratto che per 6 aerei ammonta a 368 milioni di dollari. (fonte Aresdifesa). La previsione è quella di una nuova flotta di aerei per la spesa complessiva di 14 miliardi di euro. Sono cifre sconvolgenti se si pensa alle urgenze sociali e assistenziali del nostro Paese evidenziate in particolare nel tempo della pandemia.

La domanda ‘perché spendete denaro per ciò che non è pane?’ interroga anche le modalità in cui si affronta la questione delle migrazioni causate da situazioni di ingiustizia. Non fanno più notizia le morti continue nel mare Mediterraneo che è divenuto il grande cimitero di vittime innumerevoli di naufragi ed è muto testimone delle politiche di respingimento e di tortura attuate dalle milizie libiche che formano la cosidetta Guardia costiera libica sostenuta e finanziata dal governo italiano (Nello Scavo, Amnesty International. Ecco le nuove prove: sui migranti in Libia “abusi di Stato”, Avvenire 20.09.20). Ma non è l’unica frontiera in cui i diritti umani sono calpestati mentre il Patto per le migrazioni in Europa è stato proposto soprattutto nella linea di difendere le frontiere e non secondo una lungimirante prospettiva di solidarietà, di protezione per chi cerca asilo, e di apertura di canali legali di immigrazione per garantire percorsi di integrazione e di inserimento nella vita sociale dei paesi di accoglienza.

Già da tempo inchieste giornalistiche e le voci di organizzazioni umanitarie hanno denunciato la scandalosa situazione dei respingimenti a catena che si sta attuando lungo il confine nordest italiano a cui giunge la cosiddetta rotta balcanica dei migranti. Il 23 dicembre è andato a fuoco un campo profughi a Lipa in Bosnia lasciando più di mille persone senza alcun riparo nell’inverno dei Balcani. La Caritas ha dichiarato una catastrofe umanitaria. Per i migranti la prospettiva è quella di tentare quello che chiamano il ‘Game’ – ossia il tentativo di attraversare Croazia e Slovenia per giungere in Italia – che viene ripetuto e ripetuto nonostante le indicibili difficoltà a passare. Ad attenderli infatti ai confini con la Croazia ci sono milizie in uniforme nera e con il volto coperto che agiscono per mandato e con assenso della polizia croata. Queste usano una violenza inaudita su persone inermi e in cerca di protezione e li respingono lasciandoli feriti e con fratture, privi di viveri, soldi, indumenti e telefonini nei boschi o in riva ai fiumi. Chi riesce, nonostante tutto, a raggiungere il confine italiano, viene trattenuto ai valichi dalle forze di polizia che non consente loro di presentare richiesta di asilo. Funzionari di polizia fanno firmare moduli per ricondurli in Slovenia e da qui in Croazia nuovamente al punto da cui sono partiti in Bosnia, fuori dei confini dell’Europa (F.Tonacci, I sogni spezzati di Osman. ‘Tradito a Trieste mi hanno respinto in Bosnia’, “La Repubblica” 5 gennaio 2021). Si tratta di respingimenti dai tratti totalmente illegali attuati dalla polizia italiana che gode del pieno appoggio politico da parte del governo.

Come in Libia si sta attuando la medesima politica di esternalizzazione delle frontiere: il controllo dei confini è consentito in qualunque forma anche in violazione dei diritti umani, pur di fermare i migranti e impedire loro l’ingresso in Europa. La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da molte realtà e singoli in difesa dei diritti delle persone – ha rivolto un appello all’Unione europea e alle autorità internazionali  (https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/bosnia-si-fermi-disumanita/) per individuare soluzioni a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati e per attivare un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea.

“Sarebbe una situazione ampiamente gestibile se l’Europa avesse visione e capacità di investire a lungo termine trovando soluzioni strutturali” dice Francesca Mannocchi, giornalista “Parliamo di circa 6500 persone ospitate in strutture ufficiali in Bosnia Erzegovina, a fronte di altre 3000 che vivono al di fuori dei centri di accoglienza in campi improvvisati. Quindi, circa 10mila persone: una situazione ampiamente gestibile dall’Europa e anche dalla Bosnia stessa” (…) “La Bosnia, come la Turchia o la Libia o per certi aspetti gli hotspot sulle isole greche sono la cartina al tornasole di una grande ipocrisia da parte dell’Europa. Se le risposte non vengono date per anni si genera una crisi….”. (Antonella Palermo, Il ‘limbo’ balcanico e le cicatrici antiche di chi è in fuga, Vatican News 30.12.20)

Veramente la domanda del profeta “perché spendete denari per ciò che non è pane?” chiede oggi risposta e attenzione. Rimane domanda sospesa che invita a contrastare l’orrore compiuto vicino alle porte di casa nostra, a vincere l’indifferenza complice e spinge a lasciarsi immergere nella solidarietà con l’umanità sofferente di questo nostro tempo.

Alessandro Cortesi op

Domenica II di Pasqua – anno A – 2020

Ev9mmF8DhH_McZ5lakaQtAahGZm0AsSeQy6Jj9ZZ-4awEtxkiaqFQR1ixhMrOb3oIZ8SfR45Iqt99vucPNxrOo3adhs6iX7LehtOvkEFzDp4LuSqVvrd1Bk_I0YvrPdpO8JyyCL82AV8v8LcMiniatura dal codex aureus – Echternach (ca. 1030-50)

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

I racconti di incontro con Gesù dopo la Pasqua esigono di essere letti non come  resoconti cronachistici, ma come narrazioni che esprimono in termini narrativi l’esperienza pasquale dei discepoli, un’esperienza che sorge da un’irruzione inattesa e insperata (il darsi ad incontrare di Gesù) e che peraltro coinvolge in un cammino ineriore personale e collettivo di cambiamento e trasformazione nella fede.

Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli ed è riconosciuto come il vivente. E’ sera. Il luogo è la sala in cui i discepoli hanno condiviso con Gesù la cena prima della sua passione. Sono elementi importanti e simbolici: la sera rinvia al buio che accompagna la passione, così pure alla sera della cena, alla memoria vicina del mangiare insieme e dei gesti di Gesù. Ora non c’è più l’intimità e l’amicizia ma la paura e la chiusura delle porte e dei cuori. Il luogo è chiuso e i cuori dei discepoli sono bloccati nel loro disorientamento.

In questo contesto – che parla di una condizione di assenza di prospettiva, di impreparazione e di impotenza – ‘Gesù venne’. Gesù risorto oltrepassa le porte e i cuori chiusi e irrompe inatteso, presenza che si fa vicina in modo totalmente nuovo, inedito, soprendente. Ogni motivo di paura è vinto. Anche la morte non ha più potere. In tutti i racconti di incontro con Gesù dopo la sua morte il suo venire è inatteso e l’iniziativa è sua. La sua presenza non è preparata né programmata. Il suo venire non è costruzione interiore di chi ha elaborato la sua morte, ma è un irrompere fonte di stupore e insieme nuovo percorso esistenziale che coinvolge la fede. Gesù venne e si fermò: il suo ‘venire’ particolare, oltre le barriere. Sta qui un richiamo alla Pasqua ebraica, che secondo la tradizione dell’Esodo fu celebrata dietro le porte segnate dal sangue degli agnelli.

Il suo primo saluto di Gesù è un saluto di pace. E’ il primo dono della Pasqua in stretto legame con le piaghe delle mani e del costato mostrate ai discepoli. Chi ‘venne’ non è un altro: è il crocifisso risorto, con i segni delle ferite nel suo corpo. Offrendo la pace fa un gesto di rivelazione: ‘mostra’ loro le ferite. Nel IV vangelo la pace è connessa alla passione e risurrezione di Gesù (14,27; 16,33; 20,19-26). Non è la pace del mondo, non elimina la morte e la sofferenza. E’ pace dono di Gesù: ‘Io ho vinto il mondo’ (Gv 16,33).

I discepoli ‘gioirono’. Il secondo dono della Pasqua di Gesù è la gioia. E’ una gioia che non dimentica la croce, ma che proprio nella croce legge il manifestarsi di un volto di Dio come amore che si dona. In questo sta la ‘gloria’ di Dio che si comunica sulla croce. Là dove c’è pace e gioia sono presenti i segni del Risorto e vi sono tracce per poterlo incontrare.

Gesù invia i suoi, li rende partecipi di una missione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Gesù dona lo Spirito: la prima comunità è trasformata: è accompagnata a superare la chiusura per portare il perdono di Cristo, dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi, a tutti insieme non solo a qualcuno, di continuare la sua missione, di essere presenza di riconciliazione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Ciò apre a noi una visione di speranza e di fiducia: in ogni percorso umano in cui la pace è ricercata per superare conflitti, laddove c’è gioia che vince chiusure e distanze, laddove c’è opera di riconciliazione lì vi sono tracce della presenza del Risorto che ha consegnato il suo Spirito.

Alessandro Cortesi op

Taddeo Gaddi, armadio di s.croce,1335-40

Taddeo Gaddi, armadio della sacrestia di s.Croce, Galleria dell’Accademia Firenze 1335-40

Ricostruire comunità

Gesù stette in mezzo… La prima esperienza della Pasqua per i discepoli fu quella di una ricostituzione della comunità insieme attorno ad una presenza che raduna, raccoglie e genera comunione laddove c’era stata dispersione, paura, disorientamento, chiusura.

Ci si può chiedere se questa esperienza non possa essere luce per ciò che stiamo vivendo nella crisi globale della pandemia: la domanda che si pone nel momento in cui si affaccia la possibilità sperata di un ripartire dovrebbe far riflettere sul fatto che non si può ripartire come se nulla fosse accaduto. E sarebbe prezioso far tesoro di quanto tale emergenza ci sta insegnando.

Il futuro dovrà vedere un comune impegno per una ricostruzione di un con-vivere universale che abbia chiara la consapevolezza della dimensione comunitaria del nostro vivere. Il mondo si è rivelato in questo frangente come un mondo collegato: persone e popoli diversi siamo interrelati, tutte e tutti partecipi di una medesima vicenda dell’unica famiglia umana. Ed insieme parte dell’unica casa comune dell’ambiente naturale.

Questa epidemia si è caratterizzata nella sua aggressività e letalità per il fatto di essere una malattia collettiva. E questo dato, nella sua evidenza quasi elementare tuttavia ha posto in discussione le modalità in cui è stata impostata la stessa struttura della sanità. Una sanità pensata in modo individualizzato per operare di fronte alla malattia pensata come condizione individuale si è trovata in grave difficoltà laddove la malattia ha invece presentato i connotati di un evento pubblico e collettivo. E’ stata questa la differenza di reazione nei modelli di sanità dei diversi Paesi ed anche in diverse regioni italiane. Una struttura concepita in modo privatistico non solo per il taglio delle risorse alla struttura pubblica e al privilegio offerto negli anni alla dimensione privata ma anche per la modalità di approccio alla malattia stessa si è trovata pur con il suo alto livello di qualità di fronte ad un’incapacità e ad un limite (in particolare nel rapporto tra assistenza ospedaliera, cura sul territorio e strutture di assistenza sanitaria non ospedaliere). Pensare la salute nei termini collettivi e di interrelazione implica una considerazione e scelte conseguenti sul piano della costruzione di una sanità orientata non al singolo ma alla comunità senza discriminazioni, privilegi ed esclusioni. Questa è una sfida aperta a diversi livelli per un possibile futuro.

Quattro proposte concrete in questi giorni sono state sollevate nella prospettiva di pensare ad un futuro nei termini di una tessitura di più profondi legami di comunità tra le persone.

La prima viene dal card. Tagle che ha proposto l’annullamento del debito dei paesi poveri. Il tempo che viviamo richiede una soluzione straordinaria di fronte alla condizione dei popoli più poveri del pianeta. Così ha detto in una sua omelia del 29 marzo u.s. commentando il brano evangelico della risurrezione di Lazzaro e prendendo spunto dalle parole di Gesù che inviata slegare e liberare Lazzaro facendolo uscire dalla tomba:

“Facciamo appello ai paesi ricchi: in questo momento potete rimettere i debiti dei paesi poveri, perché possano usare le loro scarse risorse per sostenere le loro comunità, invece che pagare gli interessi che voi imponete ai paesi poveri? Potrebbe la crisi del coronavirus portare a un giubileo, alla remissione del debito, perché quanti si trovano nelle tombe dell’indebitamento possano trovare vita? Slegateli, liberateli. Un’altra tomba: molti paesi spendono tanto in armamenti, in armi, per la sicurezza nazionale. Possiamo fermare le guerre? Possiamo smettere di produrre armi? Possiamo uscire da queste tombe e spendere questo denaro per una vera sicurezza? Ora ci rendiamo conto che non abbiamo abbastanza maschere, mentre ci sono pallottole in abbondanza. Non abbiamo abbastanza ventilatori, ma abbiamo milioni di pesos, dollari, euro spesi in un solo aeroplano per attaccare. Possiamo avere un cessate il fuoco permanente, e nel nome dei poveri, liberare risorse per la vera sicurezza, l’educazione, l’abitazione, l’alimentazione?”

La seconda proposta viene da papa Francesco in una sua lettera indirizzata ai movimenti popolari del 12 aprile 2020. Così egli scrive: “So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze. Ciononostante ne dovete subire sempre i danni. I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono alla giornata, senza alcun tipo di tutela legale a proteggervi. I venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza. Voi, lavoratori informali, indipendenti o dell’economia popolare, non avete un salario stabile per far fronte a questo momento… E le quarantene sono per voi insostenibili. Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti. Vorrei anche invitarvi a pensare al “poi”, perché questa tormenta finirà e le sue gravi conseguenze già si sentono. Non siete degli sprovveduti, avete la cultura, la metodologia, ma soprattutto la saggezza che s’impasta con il lievito di sentire il dolore dell’altro come proprio. Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro”.

Il papa propone in questo frangente una misura concreta quale un reddito universale che sia riconoscimento per chi lavora in tante forme che non consentono uno stipendio e che non ha riconosciuti diritti fondamentali nell’ottica che sia garantito per tutti accesso alla terra, ad una casa e al lavoro.

La terza proposta è la regolarizzazione di tutti gli immigrati che lavorano in Italia ma non hanno una situazione regolare. E’ idea sostenuta in questi giorni da Tito Boeri: “ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza (…) Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno” (Tito Boeri, Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati, “La Repubblica” 16 arile 2020).

La quarta è una proposta a livello italiano promossa da un gruppo di personalità il 7 aprile u.s. e ripresa da Livia Turco, già ministra e parlametare, che individua la possibilità di istituire un servizio civile pubblico di cura obbligatorio per essere preparati a fronte di emergenze che toccano così profondamente la vita sociale e di fronte alle quali nulla serve un approccio di tipo militaristico, ma in cui risulterebbe assai proficua una preparazione di tipo civile.

“La pandemia ha dimostrato la necessità di grandi competenze per il bene comune. Di qui la proposta di rilanciare e ripensare il Servizio Civile come una forza nazionale giovanile con la missione di aiutare le fasce deboli della popolazione a fianco della Protezione Civile e di altre organizzazioni. Una forza dotata di una adeguata formazione. E costruita pensando anche alla fragilità del pianeta. In futuro altre emergenze economiche, ambientali e sanitarie saranno inevitabili. (…)non basta attribuire al meraviglioso volontariato, alla capacità di dedizione dei cittadini, alle organizzazioni del Terzo settore il compito di sollecitare in tale direzione. Bisogna mettere in discussione, scardinare, anche attraverso un dibattito pubblico, la scansione del tempo che caratterizza la nostra società e la considerazione pubblica riconosciuta ai vari lavori e alle forme di impegno sociale. Oggi abbiamo una scansione del tempo che considera la cura delle persone un tempo privato, il lavoro retribuito il tempo pubblico che fonda diritti e cittadinanza ed alimenta la nostra democrazia, il tempo della gratuità e del dono come tempo onorato e anche riconosciuto nella Costituzione nella sua funzione di sussidiarietà rispetto al pubblico e in talune leggi e politiche (La legge 328/2000 sulle politiche sociali con la pratica della co-progettazione e le recente riforma del Terzo Settore), ma confinato in un cono d’ombra affidato al buon cuore dei cittadini. Se, dunque, il tema cruciale oggi è promuovere la ‘comunità competente’ per la realizzazione dei beni comuni, il tempo della cura delle persone, il prendersi cura delle persone deve essere riconosciuto anche come tempo pubblico, ingrediente della democrazia e motore della cittadinanza. (…) Il Servizio Civile Universale e obbligatorio sarebbe una grande politica che aiuta la promozione delle competenze dei giovani nei beni comuni, a costruire concretamente la comunità e il welfare universalistico e comunitario”. (Livia Turco, Costruire la “comunità competente”. Sì all’obbligatorietà del servizio civile, “Avvenire” 16 aprile 2020).

Costruire comunità solidali è un orizzonte che ora più che mai si rende presente come chiamata di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 19

101985666_oCliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Diciannovesimo giorno – 2 aprile 2020 – sanità

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