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VII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_6973Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Al cuore del cap. 19 del libro del Levitico, libro di norme e leggi sorte in un ambito sacerdotale ebraico, sta l’invito ad essere ‘santi come Dio è santo’. E’ un invito a lasciarsi orientare da Dio in ogni momento e a vivere l’esistenza come partecipazione alla sua stessa vita che è santità. Indica l’importanza di vivere un rapporto con Dio in tutti i momenti e le situazioni della vita, anche le più ordinarie e quotidiane. Si pone secondo la fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”. Ma soprattutto la parola sul rapporto con il prossimo apre uno squarcio di novità: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Gesù riprenderà queste parole unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. I due momenti vanno sempre insieme a formare un solo orientamento, amare Dio e riconoscere il prossimo. Non è possibile accostarsi a Dio senza riconoscere il volto dell’altro e di chi ha bisogno e aprirsi a lui. Il Dio biblico non è una energia impersonale ma presenza che chiama e apre ad un incontro con Lui che passa attraverso il rapporto con il prossimo. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”.

La concretezza di queste parole si traduce nell’imperativo “tu amerai il forestiero, cioè l’immigrato residente, come te stesso…” Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. … tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”.

Nel discorso della montagna Matteo raccoglie l’insegnamento di Gesù, la nuova legge. L’invito ad essere perfetti è – come nel Levitico – apertura a lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio. Solo il suo amore poco alla volta cambia il cuore e rende capaci di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non si tratta di una perfezione impossibile all’uomo e che rende ripiegati su di sè. Ma è indicazione di cammino per rispecchiare nella vita lo stile di Dio stesso: non covare odio, ma coltivare accoglienza, comprensione, dedizione concreta.

Coltivare questo apre l’esistenza ad un amore che non è limitato, ma giunge fino ad amare il nemico. Non si tratta di non reagire di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, non è invito a non disturbare i potenti. L’amore non può essere scambiato con l’assuefazione e la sottomissione all’ingiustizia. Ma è atteggiamento di libertà, orientamento della vita all’accoglienza gratuità e servizio. E’ stata questa la via che Gesù ha seguito. E’ stato questo amore inerme e nonviolento che ha suscitato la reazione contro di lui: Gesù non si è piegato all’ingiustizia ma ha testimoniato un amore oltre i confini togliendo esclusione, ostilità, violenza.

Alessandro Cortesi op

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Querida Amazonia…

E’ stata pubblicata nei giorni scorsi l’Esortazione apostolica post- sinodale dal titolo Querida Amazonia di papa Francesco. Fa seguito al Sinodo svoltosi a Roma nell’ottobre del 2019 con la partecipazione di molti vescovi dell’area amazzonica che copre nove Paesi dell’America Latina. I lavori del sinodo si sono situati all’interno di un ampio processo di ascolto e coinvolgimento con le comunità locali che ha visto un capillare coinvolgimento e dialogo nei mesi precedenti al sinodo.

Questo processo era iniziato il 19 gennaio 2018, quando Francesco si era recato a Puerto Maldonado, e lì aveva rivolto l’invito a “plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno”. Il sinodo si è posto così quale occasione di attenzione e di cura per l’Amazzonia, un territorio di enorme ricchezza e bellezza naturale e di diversità di popoli, ma anche una terra particolarmente minacciata oggi da diversi tipi di sfruttamento delle risorse, di impoverimento dei suoi abitanti e di processi di devastazione ambientale.

Proprietà di questo documento di Francesco è l’essere un testo che intende porsi accanto al Documento finale approvato dall’Assemblea del Sinodo con votazione. “Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale” (QA 2).

Tali espressioni indicano come il Sinodo rimanga in un certo modo aperto ad un processo di ricezione e di attuazione di quanto emerso. Ma l’attenzione all’Amazzonia è un appello a tutte le comunità per riconoscere la peculiarità di questa terra e per accogliere le sfide dell’inculturazione nei diversi contesti oggi: “L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa, un grande bioma condiviso da nove paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela e Guyana Francese. Tuttavia, indirizzo questa Esortazione a tutto il mondo. Lo faccio, da una parte, per aiutare a risvegliare l’affetto e la preoccupazione per questa terra che è anche “nostra” e invitarli ad ammirarla e a riconoscerla come un mistero sacro; dall’altra, perché l’attenzione della Chiesa alle problematiche di questo luogo ci obbliga a riprendere brevemente alcuni temi che non dovremmo dimenticare e che possono ispirare altre regioni della terra di fronte alle loro proprie sfide” (QA 5).

Francesco esprime così i quattro sogni che indica in riferimento all’Amazzonia ma che si allargano ad essere sogni di cambiamento per il cammino dell’umanità e della chiesa:

“6. Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi. Per questo mi permetto umilmente, in questa breve Esortazione, di formulare quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira.

7. Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.

Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.

Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.

Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici”.

A fronte di una analisi della situazione in cui si rileva il dramma dello sfruttamento e delle politiche di dominio di dominio che incombono in Amazzonia è presentato il sogno sociale “quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti perché possano consolidare un “buon vivere”. Ma c’è bisogno di un grido profetico e di un arduo impegno per i più poveri” (QA 8). Tutto ciò implica indignazione profetica in una lotta alla colonizzazione che si attua oggi in forme diverse e puntando sulla capacità di fraternità propria dei popoli amazzonici (QA 20).

Il secondo sogno è un sogno culturale, di attenzione e valorizzazione delle culture proprie di questo enorme territorio e dei popoli e comunità che lì risiedono: “Il tema è promuovere l’Amazzonia; ciò però non significa colonizzarla culturalmente, bensì fare in modo che essa stessa tragga da sé il meglio. Questo è il senso della migliore opera educativa: coltivare senza sradicare; far crescere senza indebolire l’identità; promuovere senza invadere” (QA 28). I sogno culturale implica prendersi cura delle radici, ossia della saggezza culturale dei popoli e della diversità.

Il terzo sogno è un sogno ecologico. “In una realtà culturale come l’Amazzonia, dove esiste una relazione così stretta dell’essere umano con la natura, l’esistenza quotidiana è sempre cosmica. Liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo” (QA 41).

A tal riguardo Francesco inserisce nel testo molteplici citazioni di poeti e poetesse indigeni che esprimono con il linguaggio della poesia il mistero di una terra percepita come madre e la minaccia di una distruzione imminente: “La poesia aiuta ad esprimere una dolorosa sensazione che oggi in molti condividiamo. La verità ineludibile è che, nelle attuali condizioni, con questo modo di trattare l’Amazzonia, tanta vita e tanta bellezza stiano “prendendo la direzione della fine”, benché molti vogliano continuare a credere che non è successo nulla: «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano. Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. […]
Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi.
Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue»” (QA 47).

Il documento esprime la consapevolezza che la vita dell’intero pianeta dipende dal rispetto dell’ambiente naturale in amazzonia e in biomi come quello del Congo in Africa e del Borneo. L’invito è di proteggere l’Amazzonia, “cuore del pianeta”, e ad affrontare temi quali la deforestazione, il flagello della tratta delle persone, l’inquinamento ambientale.

Riprendendo intuizioni espresse nella enciclica Laudato sì Francesco invita ad ascoltare insieme il grido della terra e il grido dei poveri, richiamando al tenere insieme un approccio ecologico e un approccio attento alla giustizia sociale (QA 8).

“Imparando dai popoli originari, possiamo contemplare l’Amazzonia e non solo analizzarla, per riconoscere il mistero prezioso che ci supera. Possiamo amarla e non solo utilizzarla, così che l’amore risvegli un interesse profondo e sincero. Di più, possiamo sentirci intimamente uniti ad essa e non solo difenderla, e allora l’Amazzonia diventerà nostra come una madre. Perché «il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri»” (QA 55).

Il quarto sogno è un sogno ecclesiale. Francesco esprime a tal riguardo il sogno di una chiesa dal volto amazzonico. A tal proposito insiste sulla dinamica dell’inculturazione. L’annuncio del kerigma cristiano «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (QA 66).

“perché la Chiesa ha un volto pluriforme «non solo da una prospettiva spaziale […], ma anche dalla sua realtà temporale». Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce” (QA 66).

A tal riguardo è presente una attenzione alla inculturazione del liturgia secondo un approccio di incontro e ascolto raccogliendo gli elementi degli indigeni nel loro contatto con la natura e stimolando le espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli (QA 82) Si osserva che dopo il Concilio Vaticano II è stato condotto uno sforzo di inculturazione della liturgia nei popoli indigeni, ma pochi progressi si sono realizzati (QA 82)

E’ recepito «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Si afferma che c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (QA 86). Tuttavia nulla viene detto a proposito delle richieste esplicite emerse dai lavori del sinodo a riguardo della creazione di nuovi ministeri sia nel chiamare al sacerdozio ministeriale dei diaconi permanenti, sia nell’istituzione del diaconato delle donne.

Viene prospettato un orientamento di maggiore promozione di servizi laicali: “Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente” (QA 93). Inoltre si prospetta l’impegno a sviluppare “una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale. Le sfide dell’Amazzonia esigono dalla Chiesa uno sforzo speciale per realizzare una presenza capillare che è possibile solo attraverso un incisivo protagonismo dei laici” (QA 94). Questa sollecitazione è certamente motivo per rallegrarsi e può essere indicazione importante anche per tutte le altre chiese.

Gli aspetti più deboli di questa parte appaiono nell’indicazione di far fronte alla mancanza di preti con la preghiera di nuove vocazioni e con l’invio di missionari nei territori dell’Amazzonia (QA 90) e soprattutto nel modo in cui si affronta la presenza delle donne nella chiesa. Di esse si riconosce un ruolo fondamentale nella vita delle comunità ecclesiali: “per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza” (QA 99). Si riconosce che “di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche” (QA 103).

Ma, viene osservato, accordare alle donne “accesso all’Ordine sacro… “limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo” (QA 100). Si dice solamente che “dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio” (QA 103).

A tal proposito osserva René Poujol in un articolo dal titolo Francesco e l’Amazzonia: non aprire le porte… senza tenerle chiuse! (trad. Finesettimana): “Ma tornare continuamente all’immagine, certo ammirevole, di Maria, non è certo il modo migliore per mobilitare le donne a servizio della missione. Vedere nell’accesso all’Ordine sacro (qui il diaconato) un “rischio di clericalizzare le donne”, lascia perplessi. Ci si pone forse la stessa domanda per i candidati maschi al diaconato o al presbiterato? Ordinare un uomo celibe non è forse clericalizzare un laico? Conosciamo l’ostilità del Vaticano e di papa Francesco per “l’ideologia del genere”. Ma se la crisi che attraversa la Chiesa ha davvero come causa il deficit di inculturazione, l’istituzione potrà ancora a lungo ignorare l’aspirazione delle donne cattoliche, al pari delle donne in tutti gli altri settori della vita, ad una forma di uguaglianza che non si accontenta più di un semplice discorso sulla complementarietà?”

Motivo di speranza per futuri sviluppi che peraltro il documento di Francesco non chiude, ma nemmeno apre con la sua parola autorevole, possono essere colti nell’affermazione al n.104: “Accade spesso che, in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte. Quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà” (QA 104).

“Le autentiche soluzioni non si raggiungono mai annacquando l’audacia, sottraendosi alle esigenze concrete o cercando colpe esterne. Al contrario, la via d’uscita si trova per “traboccamento”, trascendendo la dialettica che limita la visione per poter riconoscere così un dono più grande che Dio sta offrendo… in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione” (QA 105).

Due temi considerati in questa ultima parte del documento, in cui la terminologia del sacerdozio è applicata solo ai chierici senza considerazione del sacerdozio comune di tutti i fedeli, rimangono aperti: come pensare una chiesa non nei termini nella contrapposizione tra laicato e chierici ma nel quadro della comune dignità e responsabilità dei battezzati nel popolo di Dio che possono essere soggetti di diversi ministeri? Come pensare e vivere un’esperienza di chiesa composta di uomini e di donne nell’uguaglianza fondamentale che proviene dalla fede e dal battesimo e nel riconoscimento delle differenze, individuando forme diverse, anche nuove, di una ministerialità articolata e differenziata di uomini e di donne quali soggetti a pieno titolo nel popolo di Dio? Soprattutto superando il clericalismo congiunto al maschilismo e la mentalità di potere che segna ancora pesantemete la situazione attuale della chiesa.

All’interno di una chiamata a conversione dell’umanità, in particolare di quella parte di umanità che detiene la ricchezza e il potere economico, a rinunciare alla mentalità del potere che opprime e devasta l’ambiente e genera sofferenza e ingiustizia, anche la chiesa è chiamata ad una conversione profonda che si esprime anche nella riforma delle sue strutture e nella coerenza e creatività della sua testimonianza.

E’ da attendere con pazienza – ma ciò non toglie il senso di un certo sconforto a fronte di questi appuntamenti mancati – che lo Spirito di Dio faccia ‘traboccare’ il suo dono in una stagione in cui si avverte forte l’esigenza di un rinnovamento della vita ecclesiale e di scelte di semplicità e coraggio nel percorrere vie nuove in fedeltà al vangelo e in ascolto delle domande di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

VII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

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Lev 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Il Levitico è testo di difficile lettura che pone grandi difficoltà. E’ libro ricco pervaso di una elencazione di norme che offrono la sensazione di una religione centrata sull’esecuzione materiale di osservanze che soffocano la vita. Norme per lo più connesse alla questione del puro e dell’impuro. La loro finalità sta nell’eliminare impurità inconsapevoli che portano come conseguenza non poter accogliere la presenza di Dio e accostarsi a Lui. Tutte queste norme possono essere lette tuttavia nel loro intento di custodire una memoria di Dio e della relazione con Lui in ogni aspetto, anche minimo e marginale, dell’esistenza umana, nell’orizzonte della fondamentale intuizione espressa in Es 29,45: “abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio”.

La lettura cristiana vede queste norme in particolare quelle cultuali e quelle più legate al contesto culturale come da superare in una prospettiva che consideri come cuore della legge sta nell’amore. La lettura di queste pagine apre tuttavia a porsi una questione che riguarda la vita di ogni credente. La fede esige come suo movimento profondo di esprimersi in modalità esteriori, in gesti, in osservanze e in riti. La fedeltà ad un orientamento di vita che segni i comportamenti, l’osservanza dei rito è luogo di trasmissione, crescita e coltivazione dell’esperienza di fede. E tuttavia si può riscontrare come in diverse tradizioni religiose le osservanze, le prescrizioni e il culto si prestano a divenire svuotamento della fede stessa, un tradimento e una gabbia che impedisce addirittura un autentico incontro con Dio, fino a far convivere un culto e un rigore di esecuzione della legge con atteggiamenti disumani come la violenza, la discriminazione e l’intolleranza. E’ un problema che rimane aperto in ogni esperienza religiosa: la tensione che può essere espressa nell’antinomia tra religione e fede.

Il rischio della legge, e di una legge che giunge a codificare ogni aspetto della vita, è quello di divenire un fine a se stesso, un obiettivo da raggiungere in cui al centro non sta il riconoscimento del primato di Dio e il servizio all’altro, la percezione del proprio limite e della responsabilità a divenire migliori, ma il ripiegamento su di sé, la preoccupazione di una propria grandezza appiattita sull’osservanza della legge. Le regole su sacro e profano, su puro e impuro, elaborazioni del mondo dei sacerdoti in epoca post-esilica, hanno così incontrato la protesta e la denuncia dei profeti: possono infatti divenire una grande costruzione umana in cui rinchiudere l’esperienza della fede riducendola a esecuzione di osservanze senza più il senso della conversione: è la grande questione della importanza della Legge e nel contempo dell’esigenza di interpretarla in rapporto alla dimensione fondamentale dell’amore.

Nel cap. 19 di Levitico è presentata una grande prospettiva: la chiamata ad essere santi “perché io, il Signore vostro Dio sono santo”. Questa espressione parla innanzitutto di santità. Santità è la caratteristica di Dio, il suo essere ‘diverso’ e ‘altro’ dall’uomo. Santità è ciò che lo rende separato e non riducibile a nessuna grandezza umana. la chiamata ad essere santi pone il credente e il popolo di Dio in una condizione di apertura e di relazione con l’unico Santo, Dio stesso. Non è quindi una condizione da poter raggiungere, ma si connota come chiamata a stare in rapporto a Lui ‘perché io, il Signore vostro Dio sono santo’. Tale chiamata sta alla base delle determinazioni del Decalogo (Es 20) e si radica nel rapporto fondamentale con Dio. Da qui l’esigenza di non avere altri idoli, e di concepire il rapporto con Dio non scisso dal rapporto con gli altri. La chiamata ad essere santi colloca in un cammino di relazione con il Dio santo. Mai il volto di Dio può essere afferrato o racchiuso entro misure umane, e nel contempo proprio nel movimento di ‘discesa’ da lui compiuto nel farsi vicino a Israele, nel manifestare la sua santità negli eventi di liberazione di un popolo schiavo, può radicarsi una vita chiamata a stare in relazione con il Dio liberatore. Al cuore della vita del credente sta la chiamata a divenire immagine del modo di amare di Dio. E questo è presentato in termini molto concreti nei rapporti con il prossimo: “Non coverai odio nel tuo cuore… amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Nelle ultime due parole della Torah riprese da Gesù in Mt 5,38-42, appare il tema della legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. “Avete inteso che fu detto: ‘occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non resistere al malvagio”. La restituzione adeguata era una legge intesa a porre un limite all’offesa, ad evitare la logica della rappresaglia e della vendetta senza confine. Gesù apre una contestazione all’atto stesso di ‘rendere il colpo’. Seguono alcuni esempi con riferimento alla concretezza: lo schiaffo, il processo per la tunica, l’angheria e il prestito. Nella passione si troveranno riferimenti a questo: Gesù schiaffeggiato risponde con il silenzio ((Mt 26,67). Così il cireneo verrà costretto dai soldati (gli ‘àngari’ – da cui angariare – che potevano chiedere a nome di un re di portare merci o viaggiare a loro ordine) a portare la croce di Gesù.

L’ultima parola è quella sull’amore del prossimo: “Avete inteso che fu detto ‘amerai il prossimo tuo’ e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Nella Torah non si trova che amare il prossimo, cioè l’amico e il compagno, comportasse odiare il nemico. Tuttavia poteva aprirsi a tale intrepretazione. Gesù riprende la parola ‘prossimo’ e ne allarga l’ambito di riferimento. ‘Prossimo’ (ebraico rea’ di Lev 19,18) non è da riferire solamente agli amici, ma è termine che deve includere anche i nemici.

Matteo così sottolinea che nella vita si può attuare un divenire figli del Padre; è dono di immagine ma è cammino di relazione e somiglianza e si diviene figli nell’accogliere un amore aperto che non pone esclusioni. Luca a tal proposito utilizza il termine ‘grazia’ (Lc 6,32: “Se amate quelli che vi amano quale ‘gratitudine’ vi è dovuta?”); Matteo, legato alla mentalità giudaica usa ‘ricompensa’: “Se infatti amate quelli che vi amano, che ricompensa avete?”. Non si entra nel regno di Dio – è la provocazione di questa parola – se non attuando una giustizia sovrabbondante, un agire in cui sia presente ‘più del dovuto’. ‘Che fate di più? ‘ non significa un paragone con l’agire di altri, nel senso di ‘più degli altri’, ma ‘più del dovuto’. Viene così introdotta una comprensione della vita credente nel superamento di una logica di ‘reciprocità’ per entrare in un orizzonte di ‘sovrabbondanza’.

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Dietro al termine ‘perfetto’ sta un riferimento all’ambito del culto: è infatti l’agnello del sacrificio che nella tradizione biblica dev’essere ‘perfetto’ (Es 12,5 LXX). La perfezione sta nel dono: la vita nella sua totalità va intesa nella logica di una risposta di tutta l’esistenza, data a Dio. Per questo il IV vangelo indicherà sulla croce il momento in cui tutto ha raggiunto la sua perfezione, il suo fine, dove ‘tutto è compiuto’ (Gv 19,30 tetelestai). Matteo riprenderà tale riferimento indicando la perfezione nel concepire la propria vita come liberazione da tutto ciò che può divenire più importante di Dio stesso, come apertura agli altri radicata nella relazione con la chiamata di Dio. E contrappone così l’uomo perfetto all’uomo diviso: “Se vuoi essere perfetto và vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo” (Mt 19,21).

Gesù riprenderà queste parole “Amerai il prossimo tuo” (Lev 19,18) unendo questo precetto del Levitico con le parole del Deuteronomio (6,5): ‘amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore’. “Questo è il grande e primo comdamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 23,37-39). Nella lettura di Gesù amore di Dio e amore del prossimo fanno una cosa sola, un unico comandamento, riassunto e sintesi di tutta la legge (Mt 23,40). Il resto può avere senso solamente se orientato in questa direzione fondamentale. Non sono due amori diversi ma amare Dio si verifica nel riconoscere l’altro. Non coltivare attenzione all’altro è venir meno al rapporto con Dio. Sta qui la radice del precetto al cuore del Primo Testamento ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’. Una lettura ebraica suggerisce l’interpretazione: “Amerai il prossimo tuo. E’ come te stesso”: una interpretazione possibile da cui si possono trarre molteplici conseguenze.
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Gesù non invita ad una perfezione come ideale che genera ipocrisia nella vita e incapacità di riconoscere la fatica e il cammino, proprio e degli altri. L’invito ad essere perfetti è cammino ad intendere la vita nella relazione. Indica l’orizzonte della logica del dono e della sovrabbondanza nel lasciare spazio nella propria esistenza all’opera di Dio: è cammino nell’imperfezione, nell’imparare ad amare secondo lo stile di Dio, riconosce a Lui solo la pienezza dell’amore. Solamente il suo amore accolto poco alla volta ci cambia e rende capaci di accettarci con le nostre imperfezioni e fatiche. Solo la bontà di Dio, la sua perfezione da leggere come gratuità dell’amore, può rendere la nostra vita luogo di crescita, di riconciliazione, e soprattutto di uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri. Non covare odio, ma covare tutto ciò che si oppone all’odio, accoglienza, comprensione, dedizione concreta. C’è un covare come un rimanere imprigionati di sentimenti e abitudini che fanno inaridire la vita, la chiudono in un risentimento e nella conflittualità continua. C’è un altro covare possibile, è il rimanere con la pazienza dell’atto di accompagnare una vita che si genera e cresce, il covare che significa custodia e cura di tutto ciò che lascia spazio ai piccoli segni della vita che ha inizio, un custodire gli inizi che segnao una umanità capace di relazione.

La prospettiva di amare il nemico non è indicazione di assuefazione di fronte all’ingiustizia e alla sopraffazione, è piuttosto porre energie perché il nemico sia liberato dalla logica dell’inimicizia, per trasformare l’hostis in hospes, il nemico in possibile ospite da incontrare e accogliere. Non è invito a non disturbare i potenti. Nel racconto del IV vangelo Gesù stesso di fronte alla violenza subita non porge l’altra guancia ma chiede ‘perché?’ e oppone la sua parola nonviolenta come sfida al gesto ingiusto. Davanti a Caifa Gesù riceve uno schaiffo da una delle guardie presenti e la sua reazione è significativa: “se ho parlato male dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene perché mi percuoti?” (Gv 18,22-23). Gesù oppone alla violenza la debolezza della parola, la resistenza di una nonviolenza attiva, come lo stesso Matteo sottolinea nel racconto della passione (Mt 26,52: “Rimetti la tua spada al suo posto perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”), ma reagisce al male con chiarezza. C’è un amore esigente che affronta il conflitto e sa opporsi in modo radicale al male dentro di noi e fuori di noi. Gesù non ha vissuto la ricerca di una tranquillità senza conflitti, ha testimoniato invece la fedeltà al regno di Dio, la coerenza fino in fondo vivendo lo stile di accoglienza e servizio. Gesù ha amato non perché si è piegato ad accettare la logica dei poteri, politico e religioso, che l’hanno condannato, ma ha amato opponendosi alla violenza e all’arroganza del potere con la testimonianza della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

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