la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXV domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0943Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La domanda sull’ingiustizia e sul male prodotto dalla malvagità umana attraversa i libri biblici. Il libro della Sapienza ne è testimonianza: si sofferma sull’atteggiamento di chi trama per eliminare il giusto, ne ricerca i motivi che generano opposizione e violenza. Il giusto è di imbarazzo agli empi e si oppone alle loro azioni. La sua vita è un rimprovero manifesto e continuo. In queste parole sta racchiusa insieme e nella contrapposizione la vicenda dei giusti e dei malvagi che cercano di eliminarli: ‘Condanniamolo a una morte infamante’. E’ la storia del tramare degli ingiusti che pretendono di essere padroni della storia e dominatori degli altri uomini. Avvertono come il comportamento di chi cerca un operare nella giustizia sia per loro una denuncia silenziosa: non solo contrasta i loro disegni ma li mette in discussione. La loro sfida è rivolta nei confronti di Dio stesso: ” Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza “.

Nella sua lettera Giacomo denuncia il desiderio scriteriato di possedere e di affermarsi a scapito degli altri: l’altro è visto come un concorrente e nemico. L’invidia e la brama di possesso stanno all’origine di guerre e conflitti: “Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. A questo modo di vivere che è disordine di una vita dominata dal desiderio e dall’invidia è contrapposto un altro modo di vivere proveniente da un dono di sapienza: la sapienza che viene dall’alto genera pace, mitezza, capacità di comprensione nel non pretendere di affermare se stessi a scapito degli altri, e misericordia. Avere sapienza per Giacomo non significa sapere tante cose, ma attuare scelte di vita e di relazione seminando la pace. La sapienza è così un modo di guardare se stessi, gli altri le cose e genera uno stile di vita fecondo, di giustizia e di relazioni buone. “Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia”. La giustizia è frutto presente già nell’opera faticosa di chi semina e promuove la pace: proviene da un dono e segue all’opera di chi promuove la pace. La vera sapienza non è di chi vuole imporre con l’aggressivitàe  la violenza la sua ragione, ma di chi fa opera di pace. Giacomo indica una via di sapienza che interroga le relazioni tra le persone e i popoli. Proprio di chi ha scoperto il segreto che rende una vita saporosa e capace di frutti sta nel costruire pace, nel tessere scelte che vanno contro ogni soluzione di violenza e di guerra nei rapporti umani.

Marco nel suo vangelo vede Gesù come colui che viene consegnato e ucciso dagli uomini sperimentando umiliazione e solitudine. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: quella vita che agli occhi degli uomini era inutile e senza realizzazione, trova la conferma del Padre che pronuncia il suo ‘sì’ sulla vita di Gesù, il Figlio, nel risuscitarlo al terzo giorno. Gesù con il suo agire capovolge le attese dei suoi. I suoi non comprendono e le loro preoccupazioni rimangono fisse alla ricerca di affermazione e di superiorità sugli altri. Per la strada si interrogano su chi è il più grande. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?. Ed essi tacevano”. Gesù affronta questa incomprensione ponendo un segno e una parola: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Nel mezzo pone un bambino e lo abbraccia. Chiede ai suoi quindi di vivere una logica diversa rispetto alle attese che nutrivano: camminare nel farsi servitori degli altri, non superiori e padroni, e richiama all’accoglienza dei piccoli. I bambini sono coloro che hanno bisogno di aiuto e sostegno, paradigma di tutti coloro a cui non sono riconosciuti diritti e tenuti ai margini. Gesù li pone invece al centro. Accogliere Gesù e il Padre sta in relazione al porre nel mezzo e accogliere i piccoli.

Alessandro Cortesi op

IMG_1056.JPGQuale vertigine

“I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto”. Così Eraldo Affinati riflette sulle drammatiche notizie di adolescenti che sfidano in modi diversi la morte rimanendone vittime, alla ricerca di un brivido, di una vertigine o nella distrazione per un selfie in condizioni estreme. Conclude il suo articolo (E.Affinati, Diamogli la vertigine, “Avvenire” 18 settembre 2018) richiamando le parole del papa Francesco: “Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!».”

Proprio Francesco incontrando i giovani a Palermo, il 15 settembre u.s. nella sua visita ha ricordato la figura di 3P, padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia perchè ricercava la giustizia e richiamava i giovani alla vertigine di una vita vissuta nel servizio e nell’onestà: “Camminare, cercare, sognare… Un ultimo verbo che aiuta per ascoltare la voce del Signore è servire, fare qualcosa per gli altri. Sempre verso gli altri, non ripiegato su te stesso, come quelli che hanno per nome “io, me, con me, per me”, quella gente che vive per sé stessa ma alla fine finisce come l’aceto, così cattivo…”

“Noi siamo bravi a fare distinzioni, anche giuste e fini, ma a volte dimentichiamo la semplicità della fede. E cosa ci dice la fede? «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Amore e gioia: questo è accoglienza. Per vivere non si può solo distinguere, spesso per giustificarsi; bisogna coinvolgersi. Lo dico in dialetto? In dialetto umano: bisogna sporcarsi le mani! Avete capito? Se voi non siete capaci di sporcarvi le mani, mai sarete accoglienti, mai penserete all’altro, ai bisogni altrui. Cari, «la vita non si spiega, si vive!». Lasciamo le spiegazioni per dopo; ma vivere la vita. La vita si vive. Questo non è mio, l’ha detto un grande autore di questa terra. Vale ancora di più per la vita cristiana: la vita cristiana si vive. La prima domanda da farsi è: metto le mie capacità, i miei talenti, tutto quello che io so fare, a disposizione? Ho tempo per gli altri? Sono accogliente con gli altri? Attivo un po’ di amore concreto nelle mie giornate?

Oggi sembra tutto collegato, ma in realtà ci sentiamo troppo isolati, distanti. Adesso vi faccio pensare, ognuno di voi, alla solitudine che avete nel cuore: quante volte vi trovate soli con quella tristezza, con quella solitudine? Questo è il termometro che ti indica che la temperatura dell’accoglienza, dello sporcarsi le mani, del servire gli altri è troppo bassa. La tristezza è un indice della mancanza di impegno [dice compromesso”], e senza impegno voi non potrete mai essere costruttori di futuro! Voi dovete essere costruttori del futuro, il futuro è nelle vostre mani! Pensate bene questo: il futuro è nelle vostre mani. Voi non potete prendere il telefonino e chiamare una ditta che vi faccia il futuro: il futuro devi farlo tu, con le tue mani, con il tuo cuore, con il tuo amore, con le tue passioni, con i tuoi sogni. Con gli altri. Accogliente e al servizio degli altri”.

Significative infine le parole di Francesco a conclusione, quando, rivolgendosi ai presenti e tenedo presente che davanti a lui erano molti giovani cristiani ma anche giovani di altre religioni e agnostici, ha detto: “chiederò a Dio che benedica quel seme di inquietudine che è nel vostro cuore”.

Alessandro Cortesi op

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II domenica dopo il Natale – anno C – 2016

DSCF6367.JPGSir 24,1-12; Ef 1,3-18;Gv 1,1-18

“Il creatore dell’universo mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele… Nella città amata mi ha fatto abitare, ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso”. L’immagine della tenda, e con essa l’idea dell’abitare, della casa, e del porre radici è al centro di questa pagina.

Il cammino della sapienza è visto come di presenza personale, accanto a Dio: è parola che esce da lui per una missione ricevuta da Dio stesso, mandata a percorrere un lungo viaggio attraverso la creazione e a prendere un’eredità affidata. Fino a giungere a piantare la sua tenda in mezzo alla città di Gerusalemme, tra il popolo di Israele. Il creatore la invia: in questo movimento di uscita si delinea un rapporto con la creazione e con la storia del popolo d’Israele. La sapienza pone la sua tenda in mezzo ad un popolo e lì abita. La tenda della sapienza, parola uscita dalla bocca di Dio è l’abitare di una comunicazione di vita e di amore.

Il IV vangelo riprende la medesima immagine: ‘egli pose la sua tenda tra di noi’, in noi. Le parole evocano quel segno della vicinanza di Dio, rappresentato dall’arca della alleanza, la shekinah, che ricordava e nel contempo nascondeva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù Cristo, nella sua vicenda umana concreta, di carne, è uomo in cui incontrare Dio stesso. Tutto si concentra sulla Parola, il Verbo di Dio. La Parola da sempre vive nella comunione di vita e di amore con il Padre tutto ricevendo da Lui ed è stata inviata come luce. Le tenebre, evocazione di peccato e morte, non l’hanno potuta trattenere. La presenza della Parola che entra nel mondo, viene espressa con l’immagine della luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Venne fra la sua gente…. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

La Parola di Dio pone la sua tenda nella condizione umana prendendo su di sé la ‘carne’, tutta la povertà e la fragilità. L’evento dell’incarnazione reca in sé un tratto del volto e del disegno di Dio. Tutte le dimensioni che compongono la vita umana, senza lasciarne fuori nessuna sono prese e condivise. Il Figlio è presentato con i tratti della sapienza di Dio, parola del Padre: è inviato per salvare prendendo su di sé tutto ciò che è ‘carne’, umanità nelle sue varie espressioni e soprattutto nella sua debolezza. E’ luce vera perché accompagna ad entrare in rapporto Dio come presenza viva che si comunica e ci prende con sé.

La Parola di Dio scende in noi, mette la sua tenda fra le nostre tende, per salvarci, per spalancare alla nostra vita gli orizzonti di una vita di partecipazione a Lui stesso. E’ il medesimo movimento presentato nell’inno di Efesini. Un secondo movimento sorge da questo: a partire da questo discendere, noi stessi chiamati ad accogliere e ad entrare in una conoscenza di Lui che si fa dialogo e incontro. “Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.”

‘Conoscere’ nel linguaggio biblico non indica un sapere teorico ma esprime il rapporto e l’unione: chi conosce veramente è chi si lega nell’amore. La discesa della Parola di Dio, che ha posto la sua tenda tra noi, è feconda di un movimento di accoglienza e cammino: è lo spostare le tende per entrare nell’incontro con Lui: uno spostare le tende che conduce ad accogliere l’altro.

“Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati”. C’è una chiamata ad accogliere la luce di una presenza per aprirci a scoprire una speranza davanti a noi. Una speranza esigente, fatta di apertura e di far proprio il movimento della Parola: Gesù è già venuto e ha preso su di sé tutta la storia umana, ci rende responsabili di persone da accogliere e del cammino dell’umanità.

 

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Astri e terra

A fine anno alcuni quotidiani lanciano un sondaggio sulla parola più utilizzata nell’anno. La parola dell’anno 2014 fu ‘selfie’: un neologismo per indicare un tipo di foto fatte a se stessi possibile con i nuovi dispositivi di telefoni smartphone. Un termine rivelatore di una attitudine di sguardo autocentrato, di autocompiacimento e di voglia di apparire. Quasi una cifra di un tempo in cui il self, l’attenzione rivolta all’io, ai propri bisogni e al proprio volto è divenuto modalità di intendere la vita, secondo la logica presente nel mito di Narciso. Con la conseguente invasione dilagante sui social network di foto con il faccione in primo piano di chi orgogliosamente si ritrae al centro di panorami esotici, in compagnia dei propri animali domestici o accanto a pietanze, tra architetture avveniristiche o più spesso in mezzo a gruppi di amici con smorfie diverse.

Tra le parole indicate per l’anno del 2015, da Vatileaks a Grexit, ce n’è una che fa invece riferimento ad un impresa aerospaziale che ha attirato l’attenzione popolare. Si tratta della vicenda vissuta dall’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, prima donna inserita negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea. Nel 2015 ha trascorso 200 giorni nello spazio vivendo nel laboratorio spaziale in cui si svolge una collaborazione di ricerca tra diverse nazioni. ‘Astrosamantha’ è così una tra le parole nuove del 2015, almeno in Italia: un orribile neologismo che tuttavia racchiude in sé, proprio per l’attenzione che evidenzia, alcuni messaggi o alcune nostalgie da far emergere nel tempo che viviamo: forse la nostalgia di una sapienza nuova e diversa?

Si potrebbe trovare in questa espressione quasi un rovesciamento della logica del selfie. E’ indice di un passaggio da uno sguardo centrato sull’io ad uno sguardo che fa scorgere altre dimensioni.

Dall’orbita spaziale sulla quale stava svolgendo il suo faticoso lavoro di ricerca e di sperimentazione Samantha Cristoforetti faceva giungere di tanto in tanto alcune foto che rendevano presente la terra vista dalla prospettiva del cielo, da quel ‘lassù’ lontano e remoto e tuttavia mai così vicino attraverso le opportunità di comunicazione. Una prospettiva nuova e insolita. Le immagini riportavano i contorni della terra vista dal cielo, di giorno e di notte: un pianeta che appariva piccolo e limitato, una sfera dispersa nelle immensità dello spazio cosmico. Richiamavano lo stupore di Pascal di fronte alla smisuratezza degli spazi e nella percezione dell’infinitamente piccolo.

Le foto talvolta delineavano da lontano i drammi che segnano la vita sulla terra: nelle foto notturne le luci presenti in regioni segnate dalla guerra apparivano limitatissime ed esigue a differenza di altri luoghi dove l’illuminazione intensa offriva il segnale di un pulsare della vita. Vista dallo spazio oltre l’atmosfera la terra appariva così veramente come un piccolo mondo correlato insieme, in cui forse le cause di disuguaglianze, iniquità, divisioni e conflitti potevano trovare soluzione solamente se il punto di vista si fosse elevato un po’. Pensare all’umanità da quella distanza non poteva non far percepire il senso di una missione comune tra tutti da condividere per far sì che la vita potesse svolgersi in pace, per risolvere i conflitti, per custodire la preziosità di un pianeta fragile.

La prima reazione di Samantha al suo rientro dopo mesi di lontananza è stata fissata nel suo sorriso stupito, espressione di una gioia serena nel poter percepire dopo tanto tempo – come ella stessa ebbe a dire – il profumo dell’erba fresca. La navicella che l’aveva riportata a terra era atterrata tra le steppe del Kazakhstan. L’impressione della terra guardata da lontano come piccola sfera sperduta nell’immensità dei cieli si mescolava ora con l’intensità del profumo della terra, delle sue zolle  dove affondavano ciuffi di erbe che, smosse dal vento della steppa, diffondevano profumi e fragranze.

In questo incrocio di percezioni sta forse la chiave di una esperienza cha ha certo impressionato l’opinione pubblica per la prima volta di una donna italiana nello spazio e per i risvolti tecnici e scientifici, ma che ha offerto la possibilità di uno sguardo insolito: uno sguardo che fa percepire la profondità di una sapienza da coltivare. Non un sapere riservato a pochi, ma quello sgorgante dal contemplare e toccare il piccolo e il grande, la fragilità di una terra che appare nella sua piccolezza di fronte alle ampiezze smisurate del cosmo, la meraviglia di fronte al respirare il profumo dell’erba. Sono esperienze che rinviano ad una sapienza da coltivare oggi.

“La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama a sua gloria…. Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra… ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi… fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere” (Sir 24,1-5).

Alessandro Cortesi op

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XIV domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5184Zac 9,9-10; Sal 144; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

“l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti”. L’interruzione della spirale di guerra, l’abbandono di un arco ormai inutilizzabile e rotto e lo spazio dato ad una voce, disarmata, forte solo della fidcuia in Dio, che parla di pace. Lo sguardo dei profeti non si ferma a constatare l’evidenza, non è atttiudine di indifferenza o giustficazione di irresponsabilità. Come i profeti del passato e del presente Zaccaria, in un’epoca di difficoltà – per Isreale era il ritorno dopo la fine della prova dell’esilio – sa scorgere orizzonti invisibili. Non è illusione ma lettura del tessuto più profondo che sta sotto il visibile e che indica direzione. E’ sguardo al futuro che non costituisce fuga e rifugio consolatorio, ma rinvia ad una provocazione e ad un’esigenza di deidizione per il cambiamento nel presente. Dopo il tempo duro dell’esilio si apre un tempo di cose nuove. Il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e altre città sono in via di riedificazione: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele. Zaccaria vede però nella situazione di chi sta restaurando le antiche rovine la necessità di una ricostruzione interiore, spirituale. E’ tempo della benevolenza del Signore ma si deve guardare più lontano, ad un futuro legato alle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia.

Annuncia così la figura di un re legato all’eredità di Davide, che apre nuova speranza. Israele è indicato come la ‘figlia di Sion’ e la ‘ figlia di Gerusalemme’ che può vivere l’esperienza di una gioia nuova, di un entusiasmo che si fonda non sulla forza delle armi, ma sulla fiducia. La figura di questo re ha caratteri paradossali, e fa riferimento al cammino dell’intero popolo: non si impone con la forza ma è umile. Non trae la sua forza dalle sue imprese ma dalla fiducia in Dio e attua così la parola di Isaia “nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). La sua politica consisterà nella eliminazione delle armi. “Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato…”. Con questo abbandono dei mezzi di potenza in modo paradossale si aprirà a possibilità di un dominio nuovo: si estenderà sino ai confini della terra. Si tratta di un dominio non di oppressione ma di pace: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (cfr. Is 9,6); cfr. Is. 11,6-9). Egli è indicato come ‘giusto’; sarà anche vittorioso perché la sua forza è quella di Jahwè. La sua figura appare piuttosto una ripresentazione del servo di Jahwè di Is 42,1-4. E’ una figura paradossale: un ‘re umile’, guida e riferimento di un popolo di poveri, chiamati a seguire Jahwè in un affidamento radicale.

Gesù, in una preghiera di lode riportata dal vangelo di Matteo ringrazia il Padre perché “ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri”. E’ importante il contesto in cui questa preghiera è posta. Poco prima Matteo ha presentato le parole di Gesù di fronte a coloro che per motivi diversi si opponevano sia a Giovanni Battista sia a lui stesso non accogliendo alcun tipo di provocazione ad essere messi in crisi. Ed evidenzia poi il rifiuto da parte di coloro che si ritenevano fedeli esecutori della legge religiosa. Gesù legge questo fallimento della sua predicazione come occasione di benedizione. Gesù è stato uomo capace di preghiera, e di una preghiera impastata di vita. Pregare per Gesù è esperienza di di gratitudine e gioia, nel riconoscere l’agire e la presenza del Padre. Chi pretende con atteggiamento di autosufficienza e di orgoglio di incontrare Dio sulla base della propria capacità è fuori strada. Sono invece i piccoli ad essere veramente accoglienti, coloro che si aprono a ‘conoscere’ il dono del Padre come dono. Gesù gioisce nel vedere che il Padre sceglie chi da un punto di vista umano è escluso e non considerato. Gesù benedice il Padre per questo.

La sua preghiera, questo inno definito da qualche esegeta un meteorite del IV vangelo finito nel vangelo di Matteo (per il rivnio al tema della ‘conoscenza’ del Padre e del Figlio), e da altri indicato piuttosto come ‘la perla preziosa di grande valore di Matteo’ si compone di tre parti: dapprima un inno di benedizione e un ringraziamento al Padre perché ha rivelato ai poveri e ai semplici i misteri del regno dei cieli; nella seconda parte il riconoscimento di un rapporto unico, di ‘conoscenza piena’ tra il Padre e il Figlio; la conclusione è l’invito di Gesù a seguirlo nel suo cammino di messia mite e povero. A differenza dei maestri che imponevano al popolo una serie innumerevole di precetti e prescrizioni, Gesù si presenta con i tratti di un maestro diverso. L’immagine del giogo era utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge e delle osservanze (Sof 3,9; Lam 3,27, Ger 2,20; 5,5). Gesù chiede ai piccoli: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre: riprende l’immagine del giogo la libera da ogni senso di pesantezza e di insopportabilità: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Gesù conosce la nostra debolezza e la nostra incapacità. Ma più profondamente apre a considerare che la vita di fede si connota per un rapporto con lui, per vivere una relazione in cui affidarsi a lui libera da pesi inutili imposti da tutti i sapienti. Si possono ritrovare così richiami e differenze ad immagini presenti in un testo del del Siracide (cap. 51) quasi una confessione del cammino di un cercatore della sapienza che ha dedicato le sue forze migliori per inseguirla e metterla in pratica.: “Avvicinatevi a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Perché volete privarvi di queste cose, mentre le vostre anime sono tanto assetate? Ho aperto la bocca e ho parlato: ‘Acquistatela per voi senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo e la vostra anima accolga l’istruzione: essa è vicina a chi la cerca. Con i vostri occhi vedete che ho faticato poco e ho trovato per me un grande tesoro (…) L’anima vosra si dieltti della misreicordia di lui, non vergognatevi di lodarlo” (Sir 51,23-30). Nel testo di Matteo appare come Gesù prenda il posto della sapienza (cfr. Mt 11,19).

Gesù invita non coloro che sono senza istruzione ad assumere spaienza con lo sforzo di uno studio, ma coloro che sono appesantiti a liberarsi per trovare in lui riposo. E’ invito ad una via nuova, una ia in cui seguire lui e portare con lui la passione di Dio per il mondo, una via da percorrere come cammino, nell’affidamento e nello scoprire Gesù come sapienza della vita nell’esperienza della misericordia. E’ la via un seguire Gesù uscendo da tutti i pesi di una religione che si è stabilizzata come sistema di potere, che vive nel compromesso e nella paura, che è preoccupata della opposizione all’esterno contro i nemici e di stipulare patti con i potenti per garantirsi privilegi di tipo culturale e materiale. E’ una provocazione a uscire dalla ‘cristianità’ in cui la religione è costruzione stabilizzata e chiusa, e in cui la chiesa stessa pretende essere modello di superiorità e separatezza nei confronti degli ‘altri’. Seguire Gesù è vivere un incontro con il Padre e una scoperta del proprio volto di uomini e donne nella libertà e nell’apertura del cuore. Gesù invita ad un’esperienza di fede che viva la dimensione della misericordia e in cui la chiesa allora si rende presente laddove c’è condivisione con coloro che sono respinti, condannati, poveri. Al centro dev’esserci il rapporto di amore e di fiducia vissuto nella figliolanza, nello scoprirsi responsabili di fraternità da custodire e costruire e non da schiavi.

Paolo nella lettera ai Romani riprende quanto aveva sviluppato nella lettera ai Galati riflettendo sulla libertà dell’esistenza cristiana (Gal cap. 5). Lì aveva sintetizzato la sua riflessione nell’espressione ‘camminate secondo lo Spirito’. Due logiche sono contrapposte, quella del vivere secondo l’egoismo che fa ripiegare su di sé (il dominio della carne), e quella del lasciarsi cambiare nella cura e nell’attenzione mite agli altri (il dominio dello Spirito). Vivere secondo lo Spirito è stare immersi nella realtà del quotidiano, scegliendo la via del servizio e della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

VI domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Meister_der_Reichenauer_Schule_001(Maestro di Reichenau ca. 1010)
Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

“Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno … Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.
‘Se vuoi…’ la Parola di Dio è appello ad una libertà come risposta. Quando rispondiamo a qualcuno che chiama siamo invitati innanzitutto ad uscire dalla solitudine, ad aprirci all’altro nella nostra vita. E’ la possibilità di scoperta di una relazione. Rispondere è anche apertura a lasciarsi cambiare dalla parola che precede e invita.

Nell’invito ‘se vuoi…’ si socchiude una porta che apre il cammino verso una parola da accogliere e far propria. I cosiddetti ‘comandamenti’ nella tradizione biblica sono innanzitutto le parole dell’alleanza, le tracce di un incontro che si fa dialogo di vita, la declinazione della parola di amore: ‘Io sono il Signore della tua vita’. In questione non è l’osservanza di una legge anonima e oppressiva, ma un rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle parole che aprono e custodiscono nell’incontro con Dio e con gli altri: ‘Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno’.

Il libro del Siracide, scritto a Gerusalemme alla fine del II secolo a.C., è pervaso da un senso di serenità nel guardare alla vita. L’autore, di cui conosciamo il nome, Jeshua ben Sira, rilegge i primi capitoli del libro della Genesi e vede in essi il delinearsi della vicenda umana guidata dallo sguardo di cura e provvidenza di Dio: ‘I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini’. La figura femminile della sapienza presentata nella pprima parte del libro (1-23) guida la vita dell’uomo ad un percorso di libertà davanti al bene e al male per compiere la sua esistenza nelle vie del bene: ‘Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano’.

Accogliere l’invito ‘se vuoi’ apre a scoprirsi custoditi e guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, accompagnati da una pazienza amica, per attuare scelte di umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro. Nella nostra vita, dice il Siracide, c’è il seme di una promessa: ‘vivrai’. Ed è questo un seme che fiorisce nell’incontro tra dono e accoglienza, tra proposta e libertà, nell’accogliere la parola di Dio e nello schierarsi di fronte al bene e al male. E’ un esser custoditi per poter esprimere nelle scelte e nei gesti della vita di ogni giorno una risposta che si radica in uno sguardo di bene e viene accompagnata ad essere espressione di una vicinanza accolta.

Dopo la pagina delle beatitudini e subito dopo le due metafore del sale e della luce, Matteo inserisce nel suo vangelo una lunga pagina delle ‘antitesi’: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù si pone con autorevolezza di fronte alla legge e indica l’orizzonte in cui attuare alcune indicazioni.

L’intera pagina va letta però con alcune avvertenze. La prima sta nell’accogliere l’affermazione posta all’inizio: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento… finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un solo iod o un solo trattino della legge”. La prima attenzione da avere sta quindi nel non intendere queste parole come una opposizione di Gesù alla legge ebraica, alla tradizione di Israele, al Dio dell’Antico Testamento. Leggere questa pagina nella logica della pura contrapposizione è grave errore: il vangelo contro la legge, il Nuovo Testamento contro l’Antico, la chiesa contro Israele, il Dio di Gesù contro il Dio di Mosè. Si tratta di quella logica della sostituzione così deleteria e che ha generato il sentimento di una superiorità nei confronti di Israele e di un atteggiamento di opposizione fino all’antisemitismo coltivato in ambienti cristiani. Non è quindi la logica della sostituzione o dell’abolizione ma quella del compimento che sta alla base delle parole di Gesù. Tutto il vangelo di Matteo risente di una discussione interna alla comunità di Matteo sulla questione di osservare o meno la legge di Mosè. Gesù non prende posizione in contrasto con la legge, ma fa andare alla radice di quei comandamenti, ne scorge l’appello che tocca l’interiorità di chi si pone in ascolto. Ciò che sta al cuore della sua preoccupazione è il regno dei cieli, il rapporto con Dio che è compassionevole e buono (Mt 5,45). Il desiderio di Dio è compassione giustizia oltre la legge stessa.
yellowchagallittle (Chagall, Crocifissione gialla)

Qui si collega una seconda avvertenza da mantenere. L’intero discorso è posto entro una insistenza ripetuta: ‘se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli’ (Mt 5,20). ‘State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per non essere ammirati da loro’ (Mt 6,1). E’ questa una chiave di lettura dell’intera pagina sulle sei prescrizioni della legge. Al cuore del discorso sta l’esigenza di una ‘giustizia sovrabbondante’, in rapporto al ‘regno dei cieli’.

‘Scribi e farisei’ sono coloro che risultano preoccupati di una esecuzione religiosa puntuale ma senz’anima di prescrizioni, con uno sguardo non aperto agli altri e umile di fronte a Dio, ma ripiegato su di sè e appiattito sull’esteriorità. Di essi Gesù dirà: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23,13). Essi perdono di vista il senso profondo dell’esperienza di fede come relazione di amore con Dio, e della legge stessa come parola che genera libertà e va accolta nel cuore. Non è un’imposizione oppressiva che genera schiavitù, ma parola che ispira a scelte responsabili e libere.

Se Dio è giusto perché rimane fedele e non viene meno alle sue promesse, ‘il giusto’ è colui che compie la parola di Dio in quanto accoglie l’incontro di alleanza e vi rimane nella fedeltà. Gesù chiede di superare quel modo di intendere la legge come pretesa di salvezza attraverso il compimento di norme, osservanze e pratiche puntuali. Non indica infatti una misura stabilita, ma richiama ad un ‘compimento’, ad un ‘portare a pienezza’. Non sono indicati i limiti, perché richiede coinvolgimento pieno della vita. Le sue parole divengono così apertura e orientamento, sfida alla libertà, indicazione di percorsi che toccano l’interiorità e che soprattutto vanno alla radice.

‘Ma io vi dico’: una pretesa risuona in queste parole e deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. E’ appello perché la vita di coloro che seguono le beatitudini non sia quella di schiavi sotto la legge – pronti a compiere il dovuto – ma di persone libere che accolgono in una adesione di coscienza a chiamata ad amare, in un movimento del ‘cuore’ la legge come relazione con Dio stesso, sua Parola. Allora non è sufficiente ‘non uccidere’ (Es 20,13; Dt 5,17), ma la provocazione di Gesù giunge alle radici della violenza che porta all’uccisione, l’insulto, il disprezzo dell’altro. Non è sufficiente ‘non commettere adulterio’ (Es 20,14; Dt 5,18) ma l’invito sta nello scorgere un modo di relazionarsi agli altri come pretesa di possesso dell’altro. Riguardo al ripudio della moglie (Dt 24,1-4) Gesù richiama una prospettiva che fa risalire alla volontà di Dio nella creazione, al significato profondo dell’incontro di uomo e donna e, in un contesto in cui solo l’uomo poteva ripudiare la moglie (darle il libello di ripudio) rendendole quasi impossobile la sopravvivenza, pone una parola di attenzione alla donna che richiama al senso originario del matrimonio come esperienza di amore fedele, non come proprietà di un’altra persona. E così sull’uso della parola indica uno stile di dirittura e coraggio.

Appaiono nel discorso tre grandi preoccupazioni di Gesù. Il cammino per il regno dei cieli non può essere vissuto se si segue una linea di scontro e di violenza contro gli altri: si richiede che il male venga riconosciuto e combattuto nelle diverse forme che si annidano nel cuore umano. In secondo luogo questo cammino si pone in alternativa ad una modalità di intendere i rapporti come possesso dell’altra persona. In terzo luogo la fede in Gesù richiede una parola trasparente e chiede una credibilità della persona senza richiamare Dio a testimone (il giuramento). Gesù propone di intendere il rapporto di riconciliazione con l’altro più sacro dell’offerta all’altare. Per realizzare l’incontro con Dio, la ‘giustizia sovrabbondante’, Gesù rinvia ad avvicinare l’altro. Non si può vivere un rapporto autentico con Dio dimenticandosi dell’altro. Tutta la legge per Gesù si riassume in un sola parola decisiva. Decisivo per lui è l’amore. L’amore di Dio si esprime nella concretezza e nella relazione con il prossimo e in tal senso il prossimo prende il posto della legge. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti” (Mt 22,37-40).

Anche Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma è lo Spirito la presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. La sapienza di Dio, quella sapienza che si è raccontata nella vicenda del crocifisso: stoltezza, follia umana. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Ma proprio la vita donata e la morte di Gesù sono manifestazione della sapienza di Dio, sapienza come amore che giunge al dono fino alla fine e che salva. Nel volto del crocifisso si è manifestata la sapienza di Dio, sapienza dell’amore. Secondo i criteri umani ciò appare come stoltezza. Paolo ricorda che solamente lo Spirito può rendere accoglienti di questo ‘vangelo’: Vita spirituale prende allora i caratteri di una vita aperta al soffio dello Spirito: “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. Solamente lo Spirito può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

7 Gesù incontra le donne di Gerusalemme(Serena Nono, ciclo della passione)

Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 9-17; Lc 14,25-33

Il libro della Sapienza invita a cogliere il limite del sapere umano. Pur con tutto il suo fascino, la sua grandezza, le sue fatiche e le sue conquiste, la scienza umana, che guarda alle cose della terra, si percepisce limitata, e può aprirsi a scoprire una sapienza che riguarda le ‘cose del cielo’, il senso della vita, l’orizzonte finale del vivere e dello stesso sapere: “A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?”

E’ una domanda aperta che viene condivisa da quanto credenti e non credenti si lasciano provocare dalla vita. Questi versetti possono essere accostati ai pensieri di un anziano esperto di psichiatria e di educazione, Vittorino Andreoli che proprio in questi giorni ha scritto un pagina illuminante sulla saggezza in rapporto alla situazione che oggi viviamo: “La saggezza è sapere che l’Io senza il Noi delira e diventa carne da manicomio. La saggezza non è potere: faccio perché posso, ma semmai è un muoversi lentamente per fare qualcosa che serva a tutti. La saggezza non urla, è meditazione. Si basa sulla fragilità dell’uomo, che è una sua caratteristica strutturale, esistenziale. Il potere è la forza che sottomette, la fragilità è il bisogno dell’altro, senza è come trovarsi in un deserto dove si esperiscono soltanto illusioni. L’amore nasce dalla fragilità, dal senso del proprio limite. Ma l’amore è diventato mercato: si compra e si vende. Domina la stupidità, il credere di essere dèi mentre si è soltanto mistero, di essere grandi e si è attaccati ad ‘un filo di ragno’. Dominano la furbizia, l’inganno di chi crede di imbrogliare l’altro e sta truffando se stesso, l’invidia di chi corre per aver ciò che un altro possiede e si dimentica di quanto ha. La saggezza non è la giustizia dei tribunali, non è la verità che puzza sempre di sopraffazione, è la ricerca continua di senso, di pace, di serenità”. (da ‘Il Fatto quotidiano’ 3 settembre 2013).

In questi giorni stiamo vivendo ancora il pericolo di un nuovo inizio e di un’estensione dagli esiti imprevedibili del conflitto armato nella regione della Siria, dove migliaia di persone soffrono per una guerra civile che dura da due anni. Nella complessità di tale situazione appare sempre più chiara l’assurdità della guerra, l’insania di pensare di risolvere i conflitti e i problemi tra i popoli con lo strumento delle armi. Nel suo appello per la pace all’Angelus del 2 settembre papa Francesco ha richiamato la Pacem in terris di Giovanni XXIII che per la prima volta esprimeva una condanna della guerra come ‘follia’ ed un richiamo ad un disarmo degli strumenti bellici e dei cuori. Il disarmo come scelta di sapienza. Di fronte all’ingiustizia, all’uso di armi terribili come le armi chimiche, non si può rimanere indifferenti, deve essere espressa condanna e devono essere attuate misure per individuare i colpevoli e sottoporli al giudizio di un tribunale internazionale, ma la via per risolvere conflitti sanguinosi come quello che ha già causato in Siria più di un milione e ottocentomila rifugiati fuori del Paese, quattro milioni e mezzo di sfollati interni e più di centomila morti, non può essere quella dell’uso delle armi. Proprio perché la violenza genera solamente altra violenza in una spirale senza fine. “…vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. (…) Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione.” (papa Francesco all’Angelus 2 settembre 2013).

La riflessione sulla sapienza oggi diviene domanda su come fare opera di pace, e può così essere accostata ad un versetto della lettera di Giacomo: “La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3,17-18)

La pagina del vangelo è segnata da parole di Gesù che richiamano all’esigenza del seguire lui: “se uno viene a me…”. La proposta di Gesù non si concentra nell’indicazione di una dottrina e nemmeno nella presentazione di un codice morale, ma propone la chiamata a lasciare a lui il primo posto nella vita. C’è la centralità della sua persona e dell’incontro con lui nella vita di chi desidera seguirlo. E’ una richiesta di lasciar spazio alla sua presenza ponendo tutto il resto in secondo ordine rispetto al rapporto personale con lui. I legami familiari, i progetti, i beni, la stessa vita divengono tutti elementi che non vengono tralasciati ma vanno rapportati a questo incontro fondamentale. La vita nel seguire Gesù presenta una esigenza di radicalità, esige un apprendimento mai concluso di orientare tutto in questa relazione con lui. Sarà scoperta di un modo nuovo di vivere i rapporti con gli altri, con i beni.

“Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo”. La domanda si apre sul significato della parola ‘portare la croce’. La croce per Gesù ha significato in primo luogo non una vicenda di dolore e sofferenza, ma è il momento conclusivo di un percorso in cui la sua fedeltà al disegno del Padre ha suscitato ostilità e rifiuto. E nonostante questo Gesù ha continuato a vivere la sua vita come abbandono di sé al Padre e servizio agli altri. Gesù è stato rifiutato e condannato per aver vissuto fino in fondo un amore preoccupato che ogni persona fosse liberata. La sua missione è l’annuncio del regno, la vicinanza di Dio che prende le parti degli oppressi. La croce indica quindi non tanto la sofferenza ma il segno di una fedeltà all’amore fino alle estreme conseguenze: Gesù vi andò incontro, non con la superficialità dell’incosciente o con la spavalderia dell’eroe, ma in fedeltà al suo rispondere al Padre e al suo essere per gli altri. Ha amato fino alla fine non nonostante la croce, ma attraverso la croce. Ha così offerto un modo di intendere la vita e di vivere la sofferenza nelle diverse forme in cui si può presentare.

Seguire Gesù si apre ad un portare a compimento il cammino iniziato. Due esempi sono indicati: costruire una torre e affrontare un esercito. Costruire una torre per proteggere i vigneti era prassi usuale ma prevedeva di avere il materiale sufficiente per portarla a compimento. Così Gesù parla di avversari da affrontare. E’ un invito contro la temerarietà e la presunzione, un richiamo all’importanza dell’impegno che sta davanti che spinge a sedersi e riflettere.

“Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. C’è una radicalità che colpisce in queste parole. E’ un invito rivolto a tutti: Gesù parla delle esigenze di una vita nel seguire lui stesso. Al cuore di questo orientamento pone un modo nuovo di rapportarsi agli averi: essi spesso possono prendere il posto delle cose più importanti nella vita. Il suo appello è tutto teso a far spazio ad una libertà interiore perché l’uso dei beni dovrà essere rapportato alle esigenze di una condivisione e di un servizio agli altri. Penso che queste parole vadano lette non solo con riferimento alla dimensione personale e dei rapporti individuali, ma in riferimento alla condivisione dei beni nel rapporto tra popoli e nella dimensione pubblica.

Alessandro Cortesi op

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