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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXI domenica ordinario – anno B – 2021

Gs 24,1-2a.15-17.18b; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

A Sichem Giosuè chiede alle tribù che avevano compiuto l’esodo e a quelle ritrovate nella terra di Canaan, una radicale decisione. A chi riferirsi come senso della propria esistenza? «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». E’ un passaggio decisivo che si pone continuamente nella storia biblica, di scelta di relazione con il Dio dell’alleanza oppure a favore di altri dèi a cui asservire la vita.

E’ domanda che conclude un lungo discorso in cui sono ricordate le tappe dl cammino nel deserto, gli interventi di Dio, la sua vicinanza. Giosuè chiede di scegliere chi servire e il popolo esprime la sua decisione: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto…”

La risposta non è di individui isolati ma di un popolo che dicendo ‘noi’ scopre che la sua identità trova radice in un rapporto vivente. Il Dio dell’esodo è presenza di ascolto, di vicinanza, di compassione, un Tu che ha camminato e accompagnato il faticoso cammino verso la libertà.  In questa storia di liberazione Dio è il primo protagonista. Conseguenza di servire a lui sarà anche quella di assumere una responsabilità di liberazione per tutti i popoli. Il passaggio dell’assemblea di Sichem è scelta di affidamento e di servire il Signore, il Dio santo, il Dio geloso. Egli è un Tu vivente, che ha manifestato la sua vicinanza nella storia.

La pagina del vangelo di Giovanni è conclusione del lungo capitolo 6 sul segno del pane. Le parole di Gesù lasciano interdetti, il suo linguaggio è duro. Il dono del pane se da un lato risponde alle attese e alla fame delle persone, d’altra parte rinvia anche ad un rapporto con lui che va oltre le attese, si fa esigenza di affidamento, di condivisione di vita, di seguirlo  attuando le scelte proprie del suo cammino. E Gesù si scontra con la durezza nell’aprirsi alla sua parola, con l’incredulità nei suoi confronti.

“È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita”. Gesù chiede ai suoi discepoli di passare ad un modo di conoscere nuovo affidandosi allo Spirito. Non è questione di capacità e di sforzo umano ma disponibilità ad accogliere un dono che viene da Dio, lo Spirito, che trasforma: significa rinascere dall’alto, lasciarsi cambiare per intendere le cose e la vita non secondo le forze e l’intelligenza umana, ma affidandosi alle parole di Gesù. Lo Spirito è dono per vivere in tale orizzonte: “lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14,26)

La parola di Gesù rinvia al segno del pane, come dono della sua vita donata per tutti. Di fronte a queste parole anche i suoi più vicini cambiano atteggiamento: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Nelle parole di Pietro è racchiuso l’atteggiamento del credere come affidamento alle parole di Gesù, abbandono allo Spirito, e scorgono il tesoro della relazione con Gesù. Pietro si fa voce della scelta e dell’orientamento die discepoli: “noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Nell’incontro con lui si apre la luce di un orizzonte nuovo per la vita, un senso profondo che non è solo attesa di un aldilà futuro: le parole di vita eterna che Pietro riconosce a Gesù aprono un nuovo modo di vivere sin dal presente nel condividere i suoi passi.

Alessandro Cortesi op

Siate sottomessi gli uni agli altri

La coincidenza tra l’annuncio della morte di Gino Strada e le notizie che giungono dall’Afghanistan è un dato su cui sostare. Dopo vent’anni, l’esito fallimentare di una guerra che ha prodotto cinque milioni di sfollati nel Paese, 241 mila morti, di cui circa 29 mila bambini, con una spesa per le armi con cifre inimmaginabili appare davanti agli occhi del mondo. La pretesa di ‘esportare la democrazia’ con i mezzi delle armi, ma di fatto coltivando solamente i propri interessi si sta sgretolando come una enorme costruzione di sabbia. La fuga da Kabul degli americani è esito di accordi siglati da tempo con i talebani e condotti senza considerazione della vita della popolazione che dimostra un fallimento non solo della logica della guerra ma anche l’ipocrisia di progetti di dominio che si infrangono nel pantano della corruzione da essi stessi generata.

“Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe” (Gino Strada, Così ho visto morire Kabul, La Stampa 13 agosto 2021).

L’ultimo articolo scritto da Gino Strada è una triste riflessione che si accompagna, con il suo stile, ad una lucida analisi nella memoria – e a tal proposito ricorda come “Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi” – e nella denuncia: “Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe” (Gino Strada, Così ho visto morire Kabul, La Stampa 13 agosto 2021).

E’ riflessione da parte di chi ha condotto fino in fondo la scelta di stare accanto alle vittime e di soccorrere chi ha bisogno di cura, contrastando con l’inermità delle cure mediche il dolore e le ferite portate dalle guerre.

La sua morte, proprio nei giorni in cui si assiste allo sfaldarsi di un progetto di guerra durato vent’anni, è segno di una testimonianza capace di guardare oltre e di suggerire altre vie, in deciso contrasto con la logica del dominio con mezzi militari e nella chiara determinazione a spendere la vita nel soccorrere le vittime della violenza umana. 

“Cosa ci ha trasmesso la luminosa vicenda terrena di Gino Strada? Una consapevolezza che ha nutrito il nostro rapporto facendoci vivere anche momenti d’intensa condivisione. La consapevolezza che il male e l’ingiustizia si nutrono di passività, indifferenza, irresponsabilità. Che il male prospera laddove le coscienze sono troppo quiete o distratte” (Luigi Ciotti, Da sempre contro ogni ingiustizia, La Stampa 14 agosto 2021).

Alessandro Cortesi op

XX domenica tempo ordinario – anno C – 2019

2c0b8c93-bd5c-49d8-b5c1-ac215616601bGer 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso. C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”

Gesù parla della sua passione come di una ‘immersione’: è un battesimo. Le acque evocano il sovrastare della sofferenza che Gesù patisce nel portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Questo battesimo è attesa non senza paura e angustia: Gesù di fronte alla passione è consapevole dell’ostilità che si concentra attorno a lui. Non la affronta come un eroe. E’ invece deciso a non venir meno nella fedeltà al Padre nel portare il regno di Dio. Il suo desiderio è che il fuoco che egli è venuto a portare sia acceso. L’immagine del fuoco poteva far riferimento alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.) alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,) al dono dello Spirito: Luca presenta infatti le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli nel mattino della Pentecoste (At 2,3).

Il dono dello Spirito, di purificazione e rinnovamento, è così desiderato come frutto del battesimo, dell’essere immerso nella passione. Gesù, secondo Luca, vive questo desiderio unitamente all’angoscia. C’è un senso della gravità di quest’ora. Da qui anche sorge l’esigenza del prendere posizione di fronte a Gesù e la divisione che ciò comporta: “D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce a scelte che fanno rifuggire dall’indifferenza.

Le prime comunità si trovarono ad affrontare scelte e ad esse si rivolge Luca. Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, non crea ostilità o rifiuto. L’accento è piuttosto sulla fedeltà a lui che fa sorgere motivi che distinguono i cammini. Luca nel suo vangelo è chiaro nel proporre la linea del discepolo di Gesù come uno stile di testimonianza mite e non violenta, aperta al perdono, anche di fronte al rifiuto. E’ la testimonianza di Gesù stesso davanti alla sua passione.

Luca è consapevole della radicalità della scelta che implica seguire Gesù e della divisione che può produrre proprio perché coinvolge tutta la vita. Ma rimane un seguire Gesù sulla via del suo ‘battesimo’, condividendo il desiderio del dono dello Spirito, con mitezza e sguardo di pace sul mondo, anche verso chi oppone il rifiuto o non comprende.

Alessandro Cortesi op

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Propongo la lettura di una parte della lettera aperta scritta dal gruppo ecclesiale ‘Camminare insieme’ di Trieste dal titolo Un cristianesimo senza Vangelo non è neppure pensabile (in Avvenire, 13 agosto 2019):

“(…) Non possiamo però più tacere lo scivolamento, purtroppo anche di alcune componenti della Chiesa, laiche e pastorali, italiane ed europee, in una visione, in un linguaggio e incomportamenti, silenti o espliciti, che intendono contrastare apertamente le scelte e le parole di papa Francesco, ma soprattutto quelle del Vangelo. Avvertiamo il dovere non solo di condividere la pastorale del Papa, illuminata e riumanizzante, ma di segnalare alcune posizioni che riteniamo distanti dalla fede nel Signore.

Ripensando al Gesù che i Vangeli ci mostrano in cammino lungo le strade della Palestina ad annunciare Il Regno di Dio e a guarire quanti hanno bisogno di cure (Lc 9,11); al Gesù che ci invita ad amare anche i nemici, a non giudicare (Lc 6 e Mt 5), a essere misericordiosi come il Padre (Lc 6,36); al Gesù che offre il suo sangue per la salvezza di tutti (Mt 26,28) e muore sulla croce senza rancore verso coloro che lo hanno condannato (Lc 23,34), promettendo il paradiso a un malfattore (Lc 23,43); al Gesù che per questa sua morte e questa sua vita ha ottenuto il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9), riteniamo di poter dire che: sono incompatibili Vangelo e xenofobia, come sentimento di rifiuto del fratello straniero, e innumerevoli sono le conferme di questo in tutta la Bibbia; sono incompatibili Vangelo e nazionalismo, come esaltazione unica di un popolo e come indifferenza verso altri popoli, come Paolo VI dichiarò fin dal 1967; sono incompatibili Vangelo e omofobia, Vangelo e disprezzo di altre forme di religiosità, come rifiuto del fratello; sono incompatibili Vangelo e distacco superbo e pregiudiziale da ogni ricerca diversa, anche non religiosa; sono incompatibili Vangelo e intreccio equivoco con il potere assoluto di qualunque natura, specie di natura corruttiva; sono incompatibili Vangelo e ostentazione di ricchezze e mancata sobrietà di vita economica, personale o istituzionale; sono incompatibili Vangelo e disinvolta accettazione o indifferenza verso povertà, disuguaglianze, vittime di violenze, di guerre odi esodi sofferti; sono incompatibili Vangelo e disimpegno verso il decadimento ambientale del creato.

Esprimiamo perciò preoccupazione per la presenza di un cattolicesimo che tale non è nella sostanza, ma spesso solo nella forma, già archiviato a suo tempo dallo stesso Magistero nel Concilio Vaticano II (…)”

 

 

 

XX domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4033Ger 38,4-10; Eb 12,1-4; Lc 12,49-57

In questa pagina di Luca segnata dalla questione della decisione e dell’attenzione che Gesù chiede a coloro che lo ascoltano c’è una prima parola di Gesù che presenta due immagini: il fuoco e l’immersione nell’acqua. Fuoco e battesimo: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso… Ho un battesimo nel quale sarò battezzato”. L’immagine del fuoco facilmente si associa ad una potenza che scende improvvisa, come fulmine, che porta incendio e distruzione. Anche nel linguaggio del tempo di Gesù, benché non vi fossero ancora le armi da fuoco – terribile concretizzazione della potenza distruttiva a cui può essere piegato l’uso del fuoco – il fuoco era metafora usata per indicare una potenza di distruzione. Sono i due fratelli, Giacomo e Giovanni, discepoli irruenti e detti per questo ‘figli del tuono’, che di fronte ad un rifiuto della predicazione da parte di un villaggio di Samaria avevano detto a Gesù: “Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54). Ma in quell’occasione Gesù li rimproverò. La sua è reazione di distacco da tutto ciò che è un fuoco distruttore. La sua scelta radicale per la nonviolenza, che costituisce uno dei suoi tratti umani, è indicazione che fa pensare come il suo parlare con l’immagine del fuoco debba essere interpretato in altra direzione. Il fuoco che Gesù desidera essere già acceso non è qualcosa che distrugge e consuma, ma una forza che cambia dentro. E’ capacità di passione che spinge ad intendere la vita tutta presa nella causa del regno di Dio. Così l’immagine del fuoco racchiude la sua speranza – ardente come il desiderio – che l’annuncio del regno provochi una reazione di coinvolgimento appassionato. La sua vita sta nell’orizzonte di una immersione, un battesimo a cui egli stesso è teso come compimento di tutto il suo agire. Il battista aveva presentato uno ‘che viene dopo di me’ come colui che “battezzerà in Spirito santo e fuoco’ (Lc 3,16). Immergersi per Gesù ha significato intendere tuta la sua vita nell’orizzonte dell’essere per gli altri, nella condivisione e nella solidarietà con coloro che non hanno chi li difende. Questa immersione Gesù l’ha vissuta fino in fondo nel suo affrontare il morire in fedeltà al suo annuncio. Gesù desidera che questa passione bruci anche in coloro che ascoltano, un fuoco che non faccia rimanere indifferenti, ma coinvolti, capaci di passione di amore.

C’è una seconda parola di difficile interpretazione in questa pagina di Luca. Ancora può sembrare che Gesù sia portatore di discordia e di guerra: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico ma divisione”. Ancora questa affermazione è da leggere nel quadro della tensione di tutta la vita di Gesù per il regno. La sua chiamata, l’appello ad entrare nella logica del regno non può lasciare le cose come stanno, ma chiede una decisione, una capacità di scegliere e di schierarsi. Gesù manifesta le difficoltà e la divisione che sono conseguenza di un prendere parte nella vita e nell’impostare la vita nella linea dell’immersione – il battesimo – che è stata la via della condivisione da lui seguita. La scelta per il regno genera un modo diverso di rapporti, apre ad uscire da legami sociali, anche quelli familiari, per scoprire una nuova famiglia in cui i confini sono abbattuti e l’orizzonte di relazione si allarga.

E infine una provocazione: “Quando vedete una nuvola salire da ponente subito dite ‘arriva la pioggia’…come mai questo tempo non sapete valutarlo?”. E’ una provocazione che sorge dalla constatazione dell’abilità nel prevedere il tempo atmosferico. Gesù ammira chi sa cogliere i segni atmosferici, le nuvole, il vento caldo che divengono indicazioni importanti per le attività da svolgere. Il suo sguardo di fronte a queste capacità è colmo di stupore. E pensa all’importanza di saper leggere il tempo come luogo in cui Dio sta facendo irruzione. Se vi fosse nei cuori questa capacità e questa sensibilità a cogliere i segni della presenza di un Dio vicino che si fa carico dei più dimenticati tutto potrebbe cambiare. Il regno è presente come seme, è già in atto pur nella sua piccolezza, e richiede una disponibilità e un’attenzione nel leggere i segni dei tempi. Chiede anche di saper coglierne le chiamate di Dio nel tempo che, nonostante le sue contraddizioni, è tempo di salvezza, tempo di incontro con Dio e di scoperta del senso più profondo della vita.

Queste tre parole di Gesù possono essere invito oggi a tre attitudini fondamentali spesso dimenticate: indicherei la prima come capacità di immersione. Chi si lascia coinvolgere non può rimanere spettatore distaccato e lontano. Alla stagione delle grandi passioni nutrite dalle speranze per cambiamenti del mondo e della storia è seguito il tempo del disincanto, dell’indifferenza, dell’assuefazione ad un dominio pervasivo che appiattisce la vita alle dimensioni del benessere materiale, non spinge all’oltre e non fa guardare agli altri. Oggi percepiamo come un certo atteggiamento distaccato e cinico di fronte alle cose, all’impegno, al coinvolgimento sia un carattere del nostro tempo. Forse per tante delusioni, forse per una certa comodità che avvolge, offusca e rende insensibili alle esigenze di un impegno con e per i poveri. L’indifferenza coltivata stancamente conduce a non impegnarsi per nulla, a non giocare energie, competenze, tempo e disponibilità. Non fa rischiare qualcosa della propria vita in un impegno e in una dedizione che cambia il modo di pensare e di agire. La parola di Gesù spinge a lasciarsi prendere da un fuoco che cambi, a vivere il rischio e la bellezza di immergersi nella vita, di lasciarsi coinvolgere nel lasciare spazio al regno di Dio che è sfida di cambiamento anche per la vita sociale e politica.

La seconda parola è invito alla capacità di scelta e di schierarsi. Troppo spesso la posizione dei credenti è stata orientata come una posizione di moderatismo. Il moderato in tal senso è figura di qualcuno che non si schiera con chiarezza, cerca il compromesso, riduce i conflitti in una confusione di orientamenti. Diversa è la fatica di chi, schierandosi e mantenendo chiarezza di scelte, ricerca la mediazione nella vita pratica, dal compromesso di chi alla fine si pone come conservatore dello status quo, sta sempre dalla parte dei potenti e fa di tutto per non turbare una falsa pace, contrabbandata con l’atteggiamento di sottomissione ai criteri dell’interesse personale, del profitto e del potere mondano. Gesù ai suoi dice ‘tra voi non è così’ e apre ad una capacità di scelta e di schieramento chiaro che si espone alle divisioni e al conflitto. Nella storia proprio i tessitori di pace vera, che è scelta di stare dalla parte delle vittime e ai poveri, come Gesù, sono coloro che generano le reazioni più dure perché con la loro stessa presenza denunciano e contestano i sistemi di potere preoccupati di una pace come assuefazione e come sottomissione. In questi giorni siamo in apprensione per la sorte di Paolo Dall’Oglio, gesuita che ha speso la sua vita nella direzione del dialogo tra culture e fedi in Siria e ora è vittima di una guerra civile in cui la pace è calpestata. La presenza di profezia genera sempre ostilità e desiderio di spegnere il fuoco della passione.

L’ultima parola può essere indicata come invito a maturare la capacità di giudicare il tempo. Quanto sarebbe importante accogliere questa parola per la vita delle comunità. La ricerca di leggere il tempo presente non è ambito riservato alla gerarchia ma dovrebbe essere cammino condiviso, vissuto nell’ascolto reciproco, dando spazio alla formazione di credenti adulti, capaci di discernimento e di scelte e ad una possibilità di confronto e dibattito nelle comunità. In un ascolto della Parola, in un ascolto del tempo e in un ascolto degli altri, delle voci dei poveri e delle voci che provengono da chi cerca e da chi soffre. E tutto ciò nella fatica di comprendere e valutare il tempo. In tale direzione la preoccupazione prima in una comunità cristiana dovrebbe essere quello di far crescere persone capaci di valutare, di interrogarsi insieme sul proprio tempo alla luce della Parola e della vita stessa di Gesù. Una certa tendenza oggi diffusa a vivere una spiritualità che conduce a estraniarsi dalle questioni difficili della vita e della storia è lontana dall’immersione che Gesù ha vissuto nella sua vita e che chiede ai suoi.

Alessandro Cortesi op

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