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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2019

ricchezza-povertà-1.jpgAm 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos nella sua azione di profeta denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. E’ modo di vivere di chi rimane insensibile alla miseria degli impoveriti che nel medesimo tempo vivevano nella miseria e nell’oppressione. Amos grida la sua protesta che proviene dalla chiamata ad annunciare la parola del Signore: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è un racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione della povertà.

La parabola nella prima parte presenta due quadri opposti: la situazione del ricco descritto con i caratteri di uno spensierato che gode nell’abbondanza, reso insensibile dal lusso e dell’agiatezza. Vive come in una bolla e non si rende nemmeno conto del dolore di chi alla sua porta non ha nemmeno il cibo indispensabile per sfamarsi.

Alla sua porta, vicino e distante, sta Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente e la sua unica compagnia sono i cani randagi. E’ un situazione di contrasto che già nella presentazione diviene accusa di un modo di vivere che Gesù vedeva attorno a lui nel divario tra la ricchezza dei potenti e la miseria degli sfruttati, nell’ingiustizia che esso rappresenta.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Abramo è padre della fede d’Israele e diviene padre dei poveri. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Questa descrizione non intende essere una sorta di descrizione della vita dell’aldilà per suscitare strane immaginazioni, di cui si trova attestazione nell’iconografia di questo racconto. Il motivo centrale della parabola sta altrove. La questione al cuore della parabola non è un invito ad immaginare un futuro lontano e fuori della nostra portata, è piuttosto un appello rivolto al presente in cui scorgere come orientare la propria vita per trovare il suo senso più profondo: a questo ci guida la seconda parte del racconto.

La seconda parte della parabola infatti presenta un dialogo tra il ricco e Abramo. Il ricco chiede di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. Si rende conto che una vita spesa nell’indifferenza senza farsi carico degli altri è una vita fallita. Ma la sua richiesta trova in modo sorprendente un rifiuto. Abramo gli risponde: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”. E’ una parola dura, un richiamo forte a chi ascolta.

Siamo qui di fronte al punto verso cui tutto il racconto converge: l’espressione ‘Mosè e i profeti’ indica le Scritture, rinvia alla storia della comunicazione di Dio con Israele. Lì Dio si manifesta come colui che si volge alla sofferenza del povero. La risposta di Abramo, padre dei credenti, richiama ad un ascolto che va vissuto nella vita, che interpella il presente. Non è quindi questione di miracoli sorprendenti e di invii celesti: il progetto di Dio per l’umanità è sogno di comunione, di raduno di popoli, di condivisione. Le Scritture sono via per ascoltare la volontà di Dio sulla propria vita e per agire responsabilmente. Solamente l’ascolto che provoca a cambiare il cuore è forza che conduce a vincere l’insensibilità e la cecità del ricco. Tale ascolto della parola dei profeti e del grido dei poveri può generare un diverso rapporto con gli altri perché la vita si apra al suo compimento che è incontro e comunione.

Alessandro Cortesi op

yemen_editorialeNon si tratta solo di altri

E’ un pugno nello stomaco il reportage di Francesca Moannocchi dallo Yemen pubblicato su “L’Espresso” del 22 settembre 2019, pp.10-21. Il titolo già indica la discesa a cui conduce l’articolo: L’inferno dei bambini. E’ un percorso di contatto diretto con la realtà in cui si viene portati ad ascoltare una parola ripetuta ogni giorno: “‘manca tutto’ dicono i bambini”. Ma è affermazione che contrasta con gli scaffali delle botteghe in cui è esposta la farina e le farmacie in cui sono presenti i medicinali. “Però nelle case manca tutto, le corsie degli ospedali sono piene di bambini malnutriti e i bambini muoiono di fame. Sono gli effetti delle guerre quando assumono la forma più subdola, quando diventano cioè guerre economiche e i morti che si contano, nel burocratico vocabolario bellico, si chiamano vittime indirette”.

E’ un aspetto della distanza odierna ma i mondi della ricchezza in cui regna l’abbondanza e lo spreco e gli inferni della miseria in cui i bambini muoiono di fame, di colera e difterite a causa della guerra. C’è infatti un elemento importante che il reportage pone in evidenza: le guerre sono tra le prime cause della iniquità che attraversa il mondo. Lo Yemen oggi è terra dimenticata in cui questa tragedia è quotidiana e da lì sale il grido silenzioso delle vittime. Dodici milioni di persone vedranno nelle prossime settimane ulteriormente diminuite. E questa situazione si svolge mentre la comunità internazionale rimane indifferente.

Racconta Francesca Mannocchi delle parole e del volto di una madre: “Alima, come le altre madri, sembra anestetizzata dalla fatica di sopravvivere. Non inveisce, non si lamenta”. E’ questo silenzio da ascoltare…

“Secondo lo Yemen Data Project che raccoglie i dati sugli attacchi aerei, la coalizione a guida saudita ha effettuato 20 mila attacchi aerei, un terzo dei quali su siti non militari: infrastrutture, ospedali, scuole. I danni materiali, uniti al blocco aereo, navale e marittimo imposto alle aree settentrionali hanno paralizzato l’accesso ai beni primari, mettendo in ginocchio il paese che era già il più precario dell’area e impoverendolo al punto da essere considerato sull’orlo della carestia”.

“E nel tutti contro tutti la guerra militare è anche guerra di propagande nemiche che alimentano l’arma più subdola: la fame, la più insidiosa delle battaglie, perché la fame uccide lentamente e dalla fame nessuno può scappare”.

Le foto di Alessio Romenzi che corredano l’articolo testimoniano interni di ospedali, bambini seduti tra case ridotte a cumuli di macerie, edifici sventrati e inabitabili, immagini della devastazione e della distruzione che sono denuncia della responsabilità di quanti alimentano questa guerra e dell’ignavia di un mondo distratto. La storia del ricco e di Lazzaro si ripete anche nel nostro mondo.

“Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.

Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista”.

Papa Francesco nel Messaggio per la 105 giornata mondiale del migrante e rifugiato (29 settembre 2019) richiama un fenomeno in atto di globalizzazione dell’indifferenza, che non solo è disinteresse per la sorte di interi popoli, ma diviene attitudine di disprezzo e sospetto verso i più vulnerabili. E’ la cultura dello scarto per cui si può fare a men di qualcuno e la vita viene intesa come una gande competizione in cui c’è posto solo per i più forti e più ricchi e gli altri sono come i resti portati via dalla risacca sul bagnasciuga.

Una vita ricca di comodità, ma anche una pigrizia nel non ricercare modi per conoscere la reale condizione della vita degli altri impedisce di vedere.

La parola chiave che guida l’appello è Non si tratta solo di migranti… si tratta infatti della nostra vita… come per il ricco che si domanda sul senso della sua vita quando ormai il suo tempo è finito…

Non si tratta solo di migranti: si tratta della carità. … Non si tratta solo di migranti: si tratta della nostra umanità. … Non si tratta solo di migranti: si tratta di non escludere nessunoNon si tratta solo di migranti: si tratta di mettere gli ultimi al primo posto…. Non si tratta solo di migranti: si tratta di tutta la persona, di tutte le persone. … Non si tratta solo di migranti: si tratta di costruire la città di Dio e dell’uomo.

“la risposta alla sfida posta dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma questi verbi non valgono solo per i migranti e i rifugiati. (…) non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti, e specialmente quelli più vulnerabili, ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. Attraverso di loro il Signore ci chiama a una conversione…”

Una lettera da leggere per intero ed in cui trovare motivi per un cambiamento che ci conduca dall’ostilità all’ospitalità, dal sospetto al desiderio di incontri diretti, dall’indifferenza al farci carico nella concretezza di scelte e azioni quotidiane.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2015

3709436_orig(Georges Rouault – Gesù e cinque apostoli Metropolitan Museum of Art)

At 3,13-15.17-19; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

L’annuncio della risurrezione è al cuore della vita della comunità cristiana. Nei discorsi disseminati nel libro degli Atti degli Apostoli, si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione su Gesù quale primo sviluppo dell’annuncio della fede: al centro sta la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,4).

Nel discorso a Gerusalemme (At 3,12-26) Pietro evidenzia una radicale opposizione. Da un lato l’agire di chi ha condannato Gesù in riferimento agli abitanti di Gerusalemme, ‘voi e i vostri capi’: l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù. D’altra parte in linea opposta sta l’azione potente di Dio che non lo ha lasciato nell’oscurità della morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, a cui Gesù come Figlio ha affidato tutta la sua vita rivolgendosi a Lui come Abbà, a cui ha consegnato la sua vita nel momento della morte (Lc 23,46): è lui che lo ha risuscitato dai morti.

La nostra fede oggi si fonda sulla testimonianza di chi ha vissuto l’incontro nuovo con Gesù, il crocifisso, dopo i giorni della passione. L’esperienza dei primi testimoni fu quella del suo farsi incontro, il medesimo di prima, ma ora vivente in modo nuovo, nella condizione di una vita nuova oltre la morte. Gesù non è tornato alla vita di prima, la sua risurrezione è evento assolutamente nuovo e la sua presenza reale e vicina chiede di essere riconosciuta con uno sguardo nuovo, nella fede.

Il Padre rialzando Gesù ha portato a compimento – dice Pietro – ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. La Pasqua è evento insieme di passione morte e risurrezione. L’annuncio dei profeti racchiude l’attesa di un messia che avrebbe attuato la promessa di Dio e avrebbe agito secondo lo stile di Jahwè. Luca insiste in tutta la sua opera, sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret.

Luca legge tale legame profondo alla luce di quanto è avvenuto nella Pasqua di Gesù. La sofferenza, la passione e la morte di Cristo sono così viste come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità per vie ‘che non sono le vostre vie’, per sentieri altri rispetto a quelli dell’apparenza, del potere e della violenza. Cristo compie le Scritture perché si pone inerme davanti al rifiuto, vive lo stile del servizio, si pone dalla parte di e con chi umanamente è disprezzato e tenuto ai margini, percorre la via della misericordia e del perdono, ha il profilo del povero.

Nella prima comunità poteva esserci il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con coloro che erano i poveri di Jahwè, si era messo dalla parte delle vittime, accettando di restare fedele fino in fondo alla via del servizio: Luca presenta questo nel vangelo nel percorso deciso di Gesù verso Gerusalemme sapendo che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che quella via verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. E’ il crocifisso che il Padre ha glorificato: la sua gloria è l’altro versante del suo dono e della fedeltà al suo progetto.

Le narrazioni delle apparizioni di Gesù nei vangeli costituiscono approfondimenti riguardo l’annuncio della risurrezione di Gesù e indicazione su come possiamo incontrarlo nella nostra vita. Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio (Lc 1,8) e dove ora gli undici e gli altri con loro sono provocati ad aprirsi ad un modo nuovo di incontro con lui.

La prima preoccupazione in questi racconti sta nel presentare il Risorto come il medesimo Gesù crocifisso: la sua presenza è viva e reale. Gesù è veramente risorto. Luca era preoccupato di contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti probabilmente all’interno della sua comunità, di chi era permeato di cultura e sensibilità greca che deprezzava la dimensione della corporeità. Costoro erano propensi ad accettare la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più. L’annuncio della risurrezione è invece sconvolgente e nuovo. Gesù – dice Luca – non è un fantasma. L’invito a toccare e guardare, è invito ad aprirsi ad un incontro che coinvolge e trasforma profondamente l’esistenza in tutti i suoi aspetti. ‘Sono proprio io’. L’incontro con il risorto si attua in un coinvolgimento della corporeità, ma in una condizione totalmente nuova e perciò investe la dimensione storica dell’esistenza umana.

L’incontro con il risorto avviene nell’esperienza del mangiare insieme: egli per primo chiede qualcosa da mangiare e mangia con loro. In questo gesto sta il significato della condivisione e della concretezza della presenza di Cristo che rimane, anche se ora in modo nuovo, che richiede un percorso di fede. Il mangiare insieme richiama l’esperienza dello stare a tavola di Gesù con pubblicani e peccatori, così come il segno dell’ultima cena in cui Gesù ha manifestato di stare in mezzo ai suoi come colui che serve. Nel mangiare con lui e nel condividere la comunità viene radunata di nuovo dal suo saluto: ‘Pace a voi’. Gesù, in mezzo ai suoi, apre loro la mente all’intelligenza delle Scritture: invita perciò a ritornare alle Scritture scoprendo il disegno di fedeltà di Dio nella storia il luogo in cui incontrare il Risorto.

I doni del risorto sono il saluto di pace e l’apertura della mente per tornare alle Scritture. E’ questo l’orizzonte entro il quale poter vivere oggi l’esperienza del Risorto che ci fa suoi testimoni.

DSCF5592Alcune riflessioni per noi oggi

Gesù chiese loro: Avete qualcosa da mangiare?… “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è il tema dell’Esposizione universale di Milano 2015. Si tratta di una grande manifestazione che pone tanti interrogativi ed evidenzia anche la profonda contraddizione di un mondo in cui si organizza un evento di tale grandezza e non si attuano politiche per dare il pane indispensabile alla vita per tutti. Il rischio è quello di fermarsi alla retorica grandiosa di una manifestazione che non pone quale priorità effettive scelte di lotta alla fame e alla malnutrizione. Grandi multinazionali che sfruttano la terra, la rubano ai contadini e impediscono colture tradizionali faranno mostra di sé all’Expo con i loro finanziamenti.

Tuttavia in questo evento si può rintracciare anche una sfida che pone al centro la questione della possibilità di cibo per tutti oggi nel pianeta e le vie per poter mangiare insieme oggi in modo sano e recuperando quel rapporto fondamentale con la terra, nel rispetto e nella cura.

Mangiare e mangiare insieme è esperienza umana che racchiude una molteplicità di significati: il cibo è innanzitutto frutto di lavoro. E’ il lavoro diversificato dalla coltivazione, alla trasformazione, al commercio, fino alla scelta degli ingredienti per la preparazione di un piatto alla cottura o al dosaggio degli ingredienti.

Il cibo preparato e condiviso è poi il segno di un dono che si riceve: un dono che proviene dalla terra e da Dio stesso, riconosciuto in diverse tradizioni religiose quale fonte della vita e di ogni nutrimento. Ma il cibo è anche dono di chi l’ha preparato, che racchiude la cura e la pazienza, l’affetto di chi si è dedicato nell’attività del cucinare. Attorno al cibo può sorgere l’esperienza della gratitudine per un dono che si riconosce venire da altro e per il lavoro di persone racchiuso in ogni cibo che si mangia.

Mangiare insieme è anche rito in cui si attuano relazioni e in cui si vive una sapienza che sta dentro ai sapori e alle preparazioni dei diversi cibi e sta anche nell’incontro che attorno al cibo si attua. Sapore è termine legato ad una sapienza che ha controni relazionali. Attorno al cibo si vive poi anche la forte esperienza del ricordo, come chi reca nella memoria i sapori e i profumi dei cibi della propria infanzia o di momenti di vita vissuti insieme, o come chi migrante, proprio attraverso il cibo, vive l’esperienza della memoria della propria terra e della comunione con persone con cui ha condiviso la tavola.

Mangiare insieme è esperienza di convivialità: proprio nella convivialità, nel mangiare insieme la prima comunità cristiana scorge un luogo umanissimo d’incontro con il risorto. E’ questa una provocazione a pensare oggi come attuare una convivialità quotidiana capace di accogliere tale dono e come pensare questa convivialità nel dare possibilità a tutti di una alimentazione sufficiente, buona e sana in un mondo affamato di pane quotidiano e di relazioni autentiche.

Alessandro Cortesi op

Appendice: tratto da Gloria Riva, Il pesce, il pendolo e una luce per l’umanità, “Avvenire” del 14 agosto 2014

Chagall400-1“… Il sostantivo ICTYS (pesce in greco), fin dalle origini della cristianità fu considerato acronimo del nome di Gesù: Iesous Christos Theou Uios Soter, ovvero Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. All’indomani della passione Cristo mostra a Pietro come la Chiesa, assisa alla sua mensa, avrebbe mangiato, nei secoli, il cibo della passione. Così 2000 anni dopo un artista ebreo come Chagall per delineare il dramma di un secolo di persecuzioni realizzò una tra le più suggestive sue opere: il tempo è un fiume senza rive.

Immerso nel blu del mistero campeggia un pendolo, segno dello scorrere del tempo; nelle acque del fiume una barca a remi è condotta da un uomo solitario e, dall’altra parte, una coppia amoreggia sulle rive: siamo noi, tutti noi con i nostri affanni e i nostri amori, quasi incuranti degli incendi di persecuzione che rinfocolano qua e là. Ad avvertirci del fuoco che divampa è il grosso pesce sopra il pendolo, Cristo stesso, le cui pinne sono ali infuocate e dal quale, curiosamente, sbuca un braccio che regge un violino. In Cristo Chagall vede tutti gli ebrei passati dentro il fuoco della persecuzione. Eppure quando dipinge quest’opera (dal 1933 al 1939) la shoah non era ancora iniziata. Proprio per questo, per una sorta di spirito profetico dell’artista, il dipinto è paradigma della persecuzione che travolge ogni generazione con i suoi flutti minacciosi, anche la nostra, anche quella cristiana. Eppure già l’ebreo Chagall intuiva che Cristo trionfa, che Egli sta sopra, sopra i gorghi del male, sopra l’inarrestabile corsa del tempo. Cristo si mostra all’uomo credente con la sua insopprimibile vitalità, con le sue ali di fuoco puntate verso l’eternità. Cristo, soprattutto, mostra al Pietro di ieri e di oggi la via d’uscita: quella simboleggiata dal volino, il cui arco, dopo il quadrante dell’orologio, è l’unico punto lucente del quadro. Sì, la via d’uscita è quella della bellezza, che come ebbe a dire Baudelaire, fa intravedere all’anima gli splendori attraverso la tomba”. (Gloria Riva)

III DOMENICA DI PASQUA – ANNO A – 2014

DSCF8758(foto scattata durante una liturgia alla settimana ecumenica del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) a Chianciano 2010; sullo sfondo un cartellone con le tappe del cammino ecumenico come un grande fiume…e se Emmaus fosse un racconto in cui cogliere una grande metafora del cammino di chiese e percorsi umani e religiosi nella storia?)

At 2,14-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

Nella pagina di Emmaus Luca presenta una riflessione sulla domanda dei cristiani della sua comunità, ma anche di ogni tempo. Come e dove incontrare il Risorto? L’incontro si compie nel cammino: c’è prima un cammino di allontanamento da Gerusalemme, di delusione. E’un cammino nel quale si ricorda solo il nome di uno dei due discepoli, Cleopa. Dell’altro si tace anche il nome. Quasi a dire l’anonimato come condizione di chi è senza più speranza e senza un riferimento per la sua identità.

In questo cammino di delusione dopo i fatti della passione di Gesù, i discepoli però sono presentati nell’atto di discorrere e di scambiarsi tra di loro parole. Parole cariche di amarezza ed interrogativi, e pur sempre parole che correvano dall’uno all’altro e tenevano aperta una comunicazione seppure di chi ritornava sui suoi passi e avvertiva il fallimento dentro. In questo loro discorrere un altro cammino si incrocia con il loro e si fa compagnia discreta e interrogativa. Non presenza invadente e ricolma di risposte, ma uno sconosciuto – senza nome anche lui – che offre solo disponibilità di ascolto e del tempo nell’accompagnare. E’ un pellegrino, uno straniero in cammino anch’egli ed è uno che pone domande e con il suo interrogare fa venire a galla tutti i tasselli della loro angustia. E’ presenza estranea al punto da non conoscere quanto è avvenuto in quei giorni. E si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire. E’ povero che accetta di essere ospitato nella tristezza e nelle parole dei due in cammino e che accetterà il loro invito a cena. Provoca così a mettere insieme uno ad uno gli elementi del loro cammino, a partire dagli ultimi giorni, e su su fino a quel primo incontro con Gesù e ciò che bruciava loro nel cuore: la delusione a fronte di averlo seguito, incontrato come profeta scoprendo in lui una grande apertura e speranza per la loro vita. Ma ora tutto è finito. I frammenti di questa storia sono elencati uno ad uno e c’è tutto ma manca una diposnibilità di fondo ad accogliere la testimonianza che pure essi hanno ricevuto. “Alcune donne delle nosre sono andate al sepolcro dopo la sua morte e hanno anche avuto una visione di angeli che hanno detto loro che egli è vivo”. Il cuore della fede sta nell’accogliere una testimonianza, annuncio affidato alle donne, coloro che avevano seguito e servito Gesù fino all’ultimo momento. Ma i due non riescono ad aprire gli occhi e il cuore a questo annuncio. Lo straniero li accompagna a ripercorrere le Scritture, una storia di alleanza, a comprendere come la vicenda del profeta di Galiela si pone all’interno di una necessità: è quel cammino percorso da giusti e profeti, che, sempre, proprio a causa della loro testimonianza hanno incontrato sospetto, opposizione e ostilità, fino ad essere eliminati e a vivere la sottomissione alla violenza. “Non doveva il messia subire queste cose?” Lo straniero li accompagna a scoprire il messia dal volto non di un trionfatore, o di un violento, capace di affermare con il suo imporsi una religione della potenza. Piuttosto un messia con il profilo del mite, dal volto del servo sofferente, che dà la sua vita e si mantiene fedele alla nonviolenza e affronta la sofferenza: intende la sua vita come consegna a Dio e agli altri per dare vita e salvezza ai poveri.

E i due avvertino crescere in loro una nostalgia che si rinnova, il desiderio di stare insieme: “Resta con noi perché si fa sera”. Così nel luogo dell’ospitalità, attorno alla tavola, nel gesto così quotidiano e amico dello spezzare il pane i loro occhi si aprono di fronte alla presenza di quello sconosciuto come il Risorto. Lo spezzare il pane: gesto che rimandava ai tanti momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane e condiviso la tavola con i suoi. Gesto nel quale aveva racchiuso in una ultima cena il senso profondo della sua vita data in una condivisione fino alla fine.

Il cammino dei due si fa a questo punto ritorno, esperienza di comunicazione: gli occhi si sono aperti. Credere è vedere in modo nuovo, è scoprire gli elemtni di quel racconto tenuti insieme da un incontro che apre futuro. Diventa ora, il loro, un cammino di gioia e di speranza che conduce a tornare alla comunità. Luca suggerisce così, ad una comunità delusa e appesantita dal presente i luoghi in cui incontrare il Risorto: la ricerca condivisa, il rileggere le Scritture, il gesto dello spezzare il pane come ospitalità data, la vita della comunità stessa in cui si lasci spazio ai racconti di chi deluso se n’era andato, ai sentieri interrotti di tante fatiche. Luca dice che i loro occhi si aprirono di fronte al gesto dello spezzare il pane. E’ questo il luogo in cui Gesù si fa riconoscere, o meglio apre gli occhi per leggere ogni cosa in modo nuovo.

Emmaus è un cammino, il cammino di ogni credente, se si lascia provocare a esprimere il suo dubbio, la sua angoscia, nel camminare insieme ad un altro. Per scoprire, nel dialogare e camminare che qualcuno si accosta e apre ad un racconto, e fa ritornare al ricordo, e suscita la nostalgia e la memoria. E fa mettere insieme tanti tasselli che conducono tutti ad una parola, ad una voce, ad un vedere: “una visione di angeli i quali affermano che egli è vivo”. “Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Come avevano detto le donne… presenza ancora incompresa e inascoltata. Presenza che sta all’origine di una storia nuova. Donne che l’hanno seguito ed hanno mantenuto il legame anche nel buio e nel silenzio dell’assenza. E poi quell’incontro, quel gesto che rinvia ai gesti quotidiani: prendere il pane, spezzare, dare… nel pane spezzato e dato l’aprirsi di uno sguardo nuovo. “Come avevano detto le donne…” e la scoperta che egli è vivo, e si incontra vivo laddove c’è un pane che si spezza, laddove c’è un gesto e una parola che invita “Resta con noi”… laddove c’è uno spazio per rimanere con loro…

Suggerisco rapidamente tre riflessioni per noi oggi.

Il cammino di Emmaus è un cammino di chi si trova ad essere senza nome. Chi è oggi senza nome? Tanti che improvvisamente si trovano senza lavoro scoprono di non avere più un nome per gli altri. Tanti che non hanno mai avuto una famiglia o un ambiente dove essere ccolti sono senza nome. Tanti giovani che si affacciano alla vita scoprendo che la dura legge dell’efficienza è affermare il proprio nome a scapito degli altri, si ritrovano senza nome. Tanti che hanno vissuto fatiche, anche errori e fallimenti nella loro vita si ritrovano senza nome. Gesù si fa accanto a tutti questi senza nome entrando in punta di piedi, non con rimproveri e giudizi, ma ponendo ascolto al filo del loro cammino, scaldando il cuore in un incontro che può ricominiciare dalla amicizia, da una tavola condivisa, da un camminare insieme. Gesù è sconosciuto, senza nome, che apre a scorpire un proprio nome, di poveri, accolti in lui.

Emmaus è un cammino pedagogico, è capolavoro di stile di incontro. C’è tutta una indicazione di pedagogia, di stile per accogliere l’annuncio del vangelo: e se evangelizzare oggi, anziché portare qualcosa fosse innanzitutto riconoscersi come quei due delusi e rattristati? E come loro guardare ai volti di stranieri, presenze inattese e sconosciute nelle nostre strade, di altre culture, convinzioni, religioni, persone senza nome, come volti da cui lasciarsi interrogare, da cui imparare di nuovo a leggere le Scritture e spezzare il pane?

Emmaus è un bellissimo racconto che racchiude la forza propria del racconto: comunica il passaggio dall’abbandono alla speranza, dalla solitudine all’ospitalità. E’ un racconto che rinvia allìimportanza di ogni cammino che si fa racconto, che si apre ad essere letto come cammino di liberazione di incontro e di alleanza alla luce delle Scritture e si apre anche a divenire racconto in cui scoprire già presenti in esso i tasselli di un senso nascosto, da accogliere. In che misura camminiamo insieme ad altri raccontando tristezze e angosce, gioie e speranze, lasciando l’esistenza farsi parola e condivisione? In qual modo sappiamo farci compagnia di racconti come sconosciuti che non intendono dominare sulla vita degli altri, ma essere servitori di una gioia scoperta nell’ospitalità e nell’ascolto e nell’amicizia?

Emmaus è un cammino che culmina nello spezzare il pane e nel far ritorno ad una comunità. Abbiamo fatto dello spezzare il pane un gesto rituale, ma è gesto di vita: Gesù accetta l’invito ad essere ospite alle tavole di vite deluse e segnate dalla tristezza. gesù ci invita, non escludendo nessuno, nemmeno quei due che erano forse tra coloro che lo avevano seguito ma poi l’avevano lasciato e si erano allontanati nei giorni dela passione. Lo spezzare il pane è gesto di perdono e di amicizia, gesto che adice la vittoria della debolezza disarmata del dono a fronte della violenza del potere. Spezzare il pane è cammino aperto a tutti in cui gli occhi possono aprirsi. Aprirsi sulla propria vita, aprirsi sulla relazione con altri, aprirsi alla fede…

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2014

DSCF4933At 10,34-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il discorso di Pietro nella casa di Cornelio è narrazione del primo annuncio di Cristo di fronte ad un pagano, nella casa del centurione. Pietro a Cornelio racconta di Gesù: è presentato nelle tappe della sua esistenza, nel suo rapporto con Giovanni Battista, nell’invio e consacrazione al momento del battesimo, nei suoi gesti e nelle sue parole compiute nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre, egli si è dato ad incontrare a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’. Su questa affermazione: “Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni, prescelti da Dio, a noi…” si fonda la testimonianza degli apostoli alla radice della fede. Sono questi testimoni ad annunciarlo vivente.

Nella casa del pagano Cornelio, Pietro scopre che questo annuncio è per tutti: ‘ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Porta la bella notizia e la scopre già accolta e viva nel suo attuarsi nella casa di Cornelio come liberazione dal peccato e dalla morte per ognuno che si affida a Cristo crocifisso e risorto. Il riferimento al ‘terzo giorno’ della risurrezione di Gesù non è una indicazione di tempo, ma riprende il motivo biblico del tempo di liberazione e di salvezza: nel terzo giorno Abramo riceve l’indicazione del luogo in cui poi visse l’offerta di Isacco (Gen 22,4). Il terzo giorno è il momento in cui il Signore dà la vita: ‘dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza’ (Os 6,2).

La pagina del vangelo di Giovanni è attraversata da due serie di verbi: un primo gruppo è quello dei verbi di movimento: si recò… corse… uscì… si recarono… correvano… corse più veloce… giunse per primo al sepolcro.

Una seconda serie è data dai verbi di vedere: Maria di Magdala vide che la pietra era stata ribaltata, il discepolo che Gesù amava giunto per primo al sepolcro vide le bende… anche Simon Pietro che lo seguiva entrò nel sepolcro e vide le bende… allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo…e vide e credette.

Questi verbi narrano le vicende del giorno dopo il sabato come se fossero un paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Tutto ruota attorno al tema della ricerca. Maria di Magdala innanzitutto: nel suo smarrimento si rispecchia la situazione dell’intero gruppo delle donne che secondo i sinottici avevano seguito Gesù e nel mattino dopo il sabato si erano insieme recate al sepolcro. La ricerca di Maria inizia nel primo giorno della settimana: allusione al primo giorno della creazione, in cui si sta generando una nuova creazione in un giardino che rinvia al giardino del ‘paradiso’ (giardino) dei racconti di Genesi. E’ una creazione nuova in cui al centro sta l’incontro con Gesù come vivente che chiama per nome. Maria parte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca si svolge in una situazione di buio, ancora legata al passato, laddove il buio non ha accolto la luce, e non si è ancora perta alla presenza di Gesù, luce che illumina ogni uomo (Gv 1,3). E’ una triste ricerca del Gesù prima dei giorni della passione e della morte, del Gesù del ricordo, del Gesù di un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù: non i gesti di devozione nel buio della morte, ma l’incontro con Gesù vivo in modo nuovo esige uno sguardo diverso per incontrarlo (cfr Gv 20,11-18). Solo la voce che pronuncia il suo nome nuovamente, la chiamata che la apre il cuore ad una disponibilità nuova, le dona luce per una nuova esperienza di comunione. Il suo è il primo percorso della fatica della fede. La sua corsa è un annuncio che parla del Signore (è già annuncio di risurrezione) e nel contempo parla di un non sapere: ‘non sappiamo dove l’hanno posto’. Maria raccoglie così i discepoli e suscita un’altra corsa.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto, tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Chi è responsabile dell’autorità nella comunità non ha il dominio del credere, deve lasciarsi guidare da altre presenze vicine: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. C’è qui un sottile riferimento alla tensione ed all’incontro tra l’istituzione – rappresentata da Pietro – ed il ‘carisma’ di chi vive un rapporto intimo e profondo con Gesù, evocato nel profilo del discepolo che Gesù amava, capace dell’intuizione di chi vuole bene prima di tutto. Un riferimento a cammini di chiese diverse eppure accomunate da una medesima testimonianza del Signore? Un riferimento ad una comunità chiamata ad ascoltare il cammino di tutti, per poter incontrare la presenza di Gesù nei segni?

La terza ricerca che il brano presenta è quindi la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava, il suo correre, insieme a Pietro ma anche diversamente da lui, il suo mettersi in movimento nella tensione di una ricerca che assorbe tutte le energie ed è di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’: il suo sguardo si apre ad un vedere dentro e oltre i segni e si compie nel credere. Parte dai segni ma legge dentro di essi un senso profondo con lo sguardo dell’amore. Il discepolo che Gesù amava nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù: Gesù ormai è il risorto e d’ora in poi lo si incontra nell’evento del credere. Non nel sepolcro, ma nei luoghi della vita dove egli è vivente. Egli ancora ci raggiunge attraverso i segni e la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’. Credere è un ‘vedere’ nell’apertura dell’amore nel lasciar coinvolgere la vita, nella consegna della propria esistenza all’altro.

Il brano si chiude con una osservazione che apre ad un percorso nuovo: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture, narrazione dell’esperienza della comunicazione di Dio con l’umanità. E’ rinviato a scoprire che in quella storia di alleanza e vicinanza del Dio fedele si inserisce la Pasqua di Gesù: è rialzamento dalla morte, liberazione e apertura ad una comunione con lui e tra di noi nuova che sin d’ora inizia.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2012


At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Si possono leggere le pagine del vangelo come pagine lontane, da scavare e da studiare senza che da esse l’esistenza ne sia toccata e cambiata. Oppure si può sostare davanti ad esse, o meglio, si può accogliere l’invito ad entrare in esse, a percorrerle, a individuare fessure di vita tra le righe, e rimanerne coinvolti, aprendosi a leggerle come pagine attraverso le quali rintracciare parole che celano una presenza, e recano un dono d’incontro. Parole per noi, per me. Parole significative per cammini di fede e di comunità nel nostro presente.

Luca nello scrivere il suo vangelo è particolarmente sensibile proprio ad una questione che segna l’esistenza credente: come può la vicenda di Gesù toccare la vita di chi non l’ha incontrato nella sua vita terrena? Come si rapporta l’esperienza di chi vive in un tempo diverso e lontano da quello dei primi testimoni? Insomma è possibile anche per noi incontrare Gesù vivente e risorto? Per questo Luca scrive pagine e parole che racchiudono comunicazione di vita, un appello e un volto.

E’ un messaggio da raccogliere: da noi, che leggiamo il vangelo in tempi lontani da quello di Gesù e  dei primi testimoni e siamo invitati a rintracciare elementi importanti per il nostro oggi. Cerco così di raccogliere solo alcune tracce di spiritualità per il nostro tempo.

“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Gesù si presenta in  mezzo. E’ un gesto importante: è l’indicazione che l’incontro con Lui avviene solamente nella dimensione del ‘noi’ e non dell’ ‘io’ isolato e separato. C’è una responsabilità personale nell’incontro con Gesù perché ciascuno è chiamato ad accogliere la sua presenza, ma Luca sottolinea che questo riconoscimento avviene là dove una comunità è insieme, attratta da una presenza che si pone in mezzo e che pone l’esigenza di un rapporto personale, non mediato da chi è più importante o più vicino. E questa comunità radunata con lui al centro, è pur percorsa da interrogativi e perplessità, ma insieme. E’ ambiente dove si ascoltano le inquietudini e le scoperte anche di chi ha abbandonato ed è stato preso dalla delusione, come i due di Emmaus, e riporta la testimonianza del proprio cammino. Gesù si fa presente dove si discute e ci s’interroga insieme. Trovo in questa immagine forse un appello per il nostro tempo in cui spesso interrogativi, delusioni in relazione alla vita della chiesa, generano solitudini, abbandoni, percorsi segnati da ferite. Forse siamo chiamati a costruire luoghi in cui ascoltare di più i percorsi della fatica, della delusione, dello scoramento. Lì Gesù stesso si rende presente.

Si può anche cogliere un secondo elemento: il cammino del riconoscere Gesù presente e vivo, non solo accanto ma ‘in mezzo’, centro di attrazione,  è cammino faticoso e graduale. Non avviene secondo la logica del tutto e subito. Luca presenta tra Gesù e i suoi un dialogo fatto di domande, perplessità, dubbi, resistenze, difficoltà. E’ soprattutto uno scambio in cui emerge forte la capacità di pazienza di Gesù, il suo saper attendere, la compassione per un cammino zoppicante e incerto. Nello stare in mezzo accompagna ad un cammino interiore. La fede è così presentata come esperienza in cui non sono assenti fatica, dubbio, incertezza, in cui c’è bisogno di tempi di maturazione e di crescita. Non si determina per chiarezza di dottrine o di appartenenze proclamate. Luca ci fa intendere che il percorso del credere implica aprirsi all’incontro con Gesù ed è da lui guidato e accompagnato. Non c’è la separazione netta tra chi sta dentro e chi sta fuori, come spesso si desidera secondo logiche di esclusione, quando si riduce la fede ad una appartenenza di gruppo o ad una questione di adesione dottrinale. Incontrare Gesù in modo nuovo, dopo la Pasqua è cammino di esistenza, reca in sé la complessità come tutti i movimenti profondi della vita. E’ relazione che esige delicatezza, come tutti i percorsi degli incontri umani ci insegnano. E Gesù non è impaziente, non ha parole esigenti e ultimative. Accompagna, poco alla volta, perché sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. “Perché siete turbati e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”: nel cammino del credere non è assente il dubbio, il disorientamento che rendono pensosi e incerti. “E non credevano ancora, ed erano piani di stupore”. Tra meraviglia e incredulità. Spesso anche la nostra vita si svolge entro questi labili confini. Stupore per qualcosa di grande e profondo che attira, e nel medesimo tempo incapacità ad accogliere, indifferenza, difficoltà nell’affidarsi, pigrizia nell’operare scelte conseguenti a quanto si è compreso.

E ancora è Gesù ad accompagnare ad entrare nella scoperta del riconoscimento di Lui. Come riconoscerlo nel nostro quotidiano? – è l’insistenza di Luca in questa pagina-. Gesù conduce a riconoscerlo non con istruzioni, ma con una domanda e in un gesto, nella condivisione: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. In questa richiesta semplice e nella proposta di mangiare insieme sta un modo di pensare alla relazione con gli altri, sta anche forse tutto un metodo educativo. Un metodo non di prescrizioni, ma di accompagnamento, non di convincimento intellettualistico, ma di coinvolgimento nell’amicizia, non di esigenza ma di pazienza nel condividere, non di astratte teorie ma di gesti che toccano la concretezza della vita. Un metodo di attenzione all’umano, al quotidiano, alle piccole cose. C’è da sostare su questa richiesta. Esprime l’importanza del mangiare insieme come luogo in cui si ricordano i momenti in cui Gesù ha condiviso i pasti in tanti modi nella sua vita, facendo di quelle tavole luogo di accoglienza e ospitalità ricevuta e donata, fino all’ultima cena. Riconoscerlo si rende possibile là dove si condivide il pane, la quotidianità, l’esistenza che si fa pane spezzato.

“Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi”. Gesù rinvia i suoi a ricordare le sue parole, a riandare al suo cammino. E li accompagna anche a rileggere le Scritture, Mosè, i profeti, i salmi. Sta qui l’indicazione una spiritualità che ritorna all’essenziale, che non vive di tante sovrastrutture ma respira del ripercorrere i passi della vita di Gesù. E’ l’indicazione di imparare a riconoscerlo nella sua umanità, nelle sue scelte, nelle sue parole. E’ tornare al vangelo. Nel nostro tempo, al di là delle convinzioni religiose c’è un grande interesse per i gesti e le parole di Gesù, in una ricerca che si sforza di cogliere il profilo del profeta di Nazaret. Non è forse un segno del nostro tempo? E’ ciò che sta anche a cuore a Luca: Gesù che mostra le manie  i piedi e dice “sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi”. Certamente c’è in queste parole l’insistenza sulla presenza del risorto non come costruzione di fantasia dei discepoli. Il suo darsi ad incontrare non è costruzione psicologica, è dono inatteso, è evento che irrompe dal di fuori di loro e pure genera una trasformazione interiore e profonda.  Ma c’è in queste parole  anche l’indicazione che non si può incontrare Gesà risorto se non si guarda  al crocifisso e se non si percorre la sua via. “Mostrò loro le mani e i piedi”.

Sono le mani e i piedi del crocifisso: Gesù presente in mezzo ai suoi è il medesimo che ha vissuto il rifiuto da parte dell’autorità religiosa del tempo in complicità con il potere politico, è il medesimo che vissuto nella povertà e nella nonviolenza la sua vita, in attenzione per chi era perduto e lasciato in disparte, facendo della sua esistenza una vita consegnata totalmente al Padre e spesa per gli altri. Gesù invita a tornare lì, alla concretezza del suo cammino umano a scoprire lì il senso della propria vita.

E invita anche a ripercorrere una storia di incontro, la storia di alleanza di Dio con il suo popolo. Invita a rileggere le Scritture. Dovremmo riandare alle Scritture, leggerle come parole che parlano di Dio ma che parlano anche della nostra umanità, condivisibili con tanti, credenti e non credenti, per scoprire il senso del vivere, gli orizzonti di una vicenda che ci pone a camminare sulla terra insieme.  Riscoprire in quelle parole contenute nella Scrittura le tracce di un volto e di una presenza, parole che coinvolgono in una storia in cui anche noi possiamo vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente. E farci accoglienza e risposta, nel nostro tempo, con una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

L’immagine riprende  l’affresco del crocifisso del beato Angelico al Convento di san Domenico di Fiesole nella sala del Capitolo.

Domenica di Pasqua 2012

At 10,34a.37-43; 1Cor 5,6b-8; Lc 24,13-35

(le immagini sono di Arcabas)

Emmaus è villaggio dell’incontro, e di incontri diversi. Due erano in cammino, in un cammino di delusione, di sfiducia e di allontanamento. E’ avvenuta la rottura della morte di Gesù: il sogno di seguirlo si è infranto. Davanti si ripresenta una quotidianità senza luce e senza sogni. Eppure almeno quei due si incontrano e camminano insieme.

Emmaus è il cammino del conversare: erano due e si interrogavano. C’è una lieve luce nella loro tristezza: la portavano insieme. Ne parlavano. Ed in questo loro discorrere uno sconosciuto si fa compagno del loro interrogarsi, si fa presenza tra le loro parole, quasi a dire che là dove c’è un dialogo la Parola si rende presente. Non lo conoscono: diviene terzo di un percorso in cui solo fa domande, e richiama a far memoria.

E ne nasce un racconto. Fa emergere una fiducia ed una vita per il momento solo ricordata con passione che si rinnova, ed è espressa con rimpianto, come cosa conclusa, per sempre, da lasciare nell’armadio dei ricordi e dei sogni falliti. Il racconto fa riporre al loro posto i tasselli della speranza, uno accanto all’altro, e le attese e le parole delle donne e quelle parole dei messaggeri, testimoni che affermano che egli è vivo. Sulle labbra dei due pellegrini tristi, inconsapevolmente, si fa spazio l’annuncio incredibile e che può aprire ad una vita nuova: egli è vivo, colui che hanno condannato a morte e hanno crocifisso. Il medesimo, egli è vivo.

Ed il loro compagno li guida allora a scorgere come quella presenza non appartiene al passato, non è voce incredibile di un’alba ancora buia prima del sorgere del sole: ma è incontro possibile, è storia nuova, al presente, che si fa esperienza di incontro e amicizia.

Cominciando da Mosè e dai profeti spiegò loro… Sono tolte le pieghe di una storia che è storia di promessa e di incontro,  non una storia di altri ma una storia che diviene la propria, in cui ci si scopre coinvolti. E la sua presenza inizia ad essere avvertita come importante: resta con noi, perché si fa sera.


Non solo le Scritture, come luogo in cui ritrovare la gioia dell’incontro, ma anche il gesto: lo spezzare il pane. Quel gesto compiuto tante volte non nella solennità del rito, ma nella quotidianità della condivisione, quando il pane non bastava per tutti e fu spezzato e distribuito, quando il pane era sui tavoli semplici delle case, quel pane spezzato a Gerusalemme nella cena, prima dell’arresto e del processo e della condanna.

Una indicazione per il loro presente e futuro. Spezzare il pane rimane ricordo dell’ultima cena ma si compie nel condividere il pane della propria esistenza facendone pane spezzato per altri nel servizio.

Allora si aprirono loro gli occhi. Credere che egli è vivo è esperienza di vedere con occhi nuovi: tutto attorno resta uguale ma tutto è visto in modo nuovo. Tutto sta sotto il segno dell’incontro e di una presenza. Ma ancora non basta: perché i due ritornano.

Ritornano a quella comunità che aveva camminato con Gesù, il profeta di Nazaret. Ritrovano gli undici e ‘narravano ciò che era accaduto per via e come l’avevano riconosciuto  nello spezzare il pane’.
E’ un incontro che non rende dei privilegiati, dei rinchiusi, ma spinge ad incontrare altri. Porta a scoprire  che anche altri, in modi diversi, hanno vissuto quel ‘darsi ad incontrare del Risorto’ che non è iniziativa loro, ma li ha sorpresi. Ed hanno visto i loro occhi aprirsi, per poter raccontare, per poter dire della via, per poter percorrere d’ora in poi altre e nuove vie. Per poterlo incontrare ancora là dove è spezzato e condiviso il pane, della parola, della vita, della quotidianità.

Alessandro Cortesi op

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