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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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IV domenica di Pasqua – anno B – 2018

IMG_0318.JPGAt 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

La figura del pastore nel IV vangelo si delinea in contrapposizione a tre diverse e opposte figure, il ladro, l’estraneo e il mercenario.

Gesù è il pastore che da’ la sua vita per le sue pecore. In queste parole sta il riferimento alla figura del servo di Jahwè che ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti… era come agnello condotto al macello (Is 53,3-7). Paradossalmente la figura di colui che è sfigurato, davanti al quale ci si copre il volto, è presa per indicare il volto di Gesù, pastore bello. La sua bellezza manifesta la gratuità che segna la sua vita, il dono della sua esistenza….

Il pastore indicato nel IV vangelo porta in sé infatti i tratti sconcertanti della figura del servo che si offre per tutti. Il mercenario, presta servizio fino al momento in cui può ricavare utilità. non si coinvolge in una relazione con gli altri, ne cerca solo vantaggio e utile. Gesù ha fatto della sua vita un dono per tutti. Vive un rapporto unico come quello del pastore con il suo gregge.

Il pastore conosce le sue pecore: conoscere nel IV vangelo indica una relazione nella reciprocità: così anche le pecore conoscono… e le mie pecore ‘conoscono me’. C’è una relazione particolare che conduce chi ha incontrato Gesù ad entrare nell’amore che lega il Figlio con il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’.

‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’. Incontrare Gesù è cammino di amicizia, chiamata ad un amore che coinvolge l’esistenza. E’ il dono ed il progetto di vita che viene proposto a chi si apre all’incontro con Gesù.

La conoscenza tra il Figlio e il Padre è dono e di accoglienza di amore che circola e di reciprocità di vita; così il ‘conoscere’ che lega Gesù a noi. E’ dono perché Gesù offre la vita per noi e conoscere lui è entrare in una intimità di vita per compiere scelte come le sue.

L’immagine del pastore apre a guardare oltre i confini: ‘ho altre pecore che non di quest’ovile; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù attua un raduno nel donare la sua vita: la sua testimonianza è forza che genera la possibilità di un incontro nuovo e di una unificazione nella diversità laddove c’era dispersione e lontananza.

Lo sguardo di Gesù va oltre ogni ovile che tiene chiuso il gregge in una situazione di tranquillità. La sua vita è non per il privilegio di qualcuno, ma per la condivisione. La radice di un tale sguardo che si allarga sta nella sua libertà, attitudine che si esprime nel donarsi: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’.

La bellezza del pastore è la gratuità e la libertà con cui offre la sua vita. Nel dono di questa libertà nell’incontro è situato il percorso della nostra vita. il disegno di salvezza del Padre ha di mira una comunità nuova, un gregge oltre ogni confine, che sta in altri ovili. Siamo chiamati a testimoniare che solo la bellezza – frutto della gratuità e della libertà del dono di sè – può salvare il mondo.

Alessandro Cortesi op

IMG_1652.jpgOltre i recinti

“Afef è la narratrice, introduce poi si ferma mangiucchiandosi le dita: «Ma come sono andata?». «Brava, solo alza la voce». I professori incoraggiano. Bruno Nataloni, insegnante di religione, è anche attore. Paolo Bosco, docente di italiano che fa l’ora di alternativa, ha scritto il canovaccio con gli alunni della seconda B tenendo insieme il racconto biblico sul figlio di Giacobbe e Rachele, ripreso anche dal Corano e rivisitato da Thomas Mann in una sua opera. Dentro c’è tutto: l’amore, i sogni, la cacciata dello straniero, il bivio nella scelta tra vendetta e perdono. Prove di teatro in classe che in realtà sono prove di integrazione. È l’ora del dialogo. Tra mondi, culture, religioni. Alle medie Saffi, scuola nel quartiere popolare e multietnico di Bologna, l’ora di religione cattolica si fa insieme all’attività alternativa. Almeno, lo si sperimenta. È un progetto annuale votato dal collegio dei docenti, condiviso coi genitori. Invece di dividere gli studenti, i quattro insegnanti dell’istituto dove sei ragazzini su dieci hanno genitori stranieri (l’80 per cento in alcune classi), hanno deciso di unire le lezioni stando in aula in due”  (Ilaria Venturi L’ora delle religioni In aula lezione di dialogo, “la Repubblica” 17.04.2018).

La lettura del giornale quotidiano è spesso motivo di sconforto per le tante notizie che offrono il panorama di una realtà mondiale segnata da violenza, esclusione dell’altro e scelte di guerra. Talvolta tuttavia si trovano notizie – come questa – che fanno respirare ed aprono orizzonti nuovi. Raccontano di tentativi di superamento di ristretti recinti. Parlano dell’inventiva di chi cerca nel proprio quotidiano di creare occasioni di conoscenza, incontro e comprensione. Nonostante le tante difficoltà e crisi la scuola è luogo in cui si attua, nel quotidiano spesso pesante, il processo di interrelazione tra generazioni, tra persone diverse, tra culture. C’è spazio ancora per andare oltre ristretti recinti e aprire nuove vie di fronte alle sfide educative del presente.

“In alcune scuole dei quartieri di Bologna con un’alta percentuale di studenti stranieri, i docenti hanno abbandonato l’insegnamento tradizionale della religione per coinvolgere tutta la classe in un progetto dedicato alla cultura religiosa. E le religioni di tutto il mondo sono diventate un «pretesto» per tenere unita la classe e per allenare bambini e ragazzini all’integrazione. Risultato: sono sempre meno gli studenti figli di genitori atei o di religioni diverse da quella cattolica che lasciano la classe durante l’ora di religione. Si sta tutti insieme e si impara cosa è importante nella cultura di ciascuno” (Daniela Corneo, L’ora di religioni nella scuola multietnica, “Corriere di Bologna” 7.04.18)

Sperimentare modi nuovi di affrontare le tradizioni religiose per farne motivo di ricerca, di conoscenza dell’altro, di individuazione di vie per costruire una convivenza solidale, scorgere che un approccio serio all’esperienza religiosa è luogo per un interrogarsi insieme da parte di chi vive una fede e da parte di chi non si riconosce in un’esperienza religiosa. Sono queste le sfide di un presente che guarda al futuro delle generazioni più giovani e per quelle che verranno. Nel quadro desolante dei ripiegamenti identitari e della superficialità con cui oggi si pensa alla politica, esperienze di questo tipo sono luci che indicano una creatività possibile.

“I docenti di religione delle medie Saffi portano in classe i diversi testi religiosi, li studiano, trovano le somiglianze, gli incroci, le sovrapposizioni. Letterarie, storiche, culturali. In supporto, sull’analisi dei testi, c’è sempre il docente dell’attività alternativa, spesso un prof di italiano. «E poi porto in classe — dice Nataloni — anche il testo della Costituzione, perché tutto deve essere fatto dentro questa cornice che ci dà diritti, doveri, regole».

Si tratta di un tentativo, una sperimentazione appunto, altre vie certamente sono possibili e da tempo sono individuate e proposte da chi s’interroga sulla sfida che il mondo plurale pone all’educazione, alla scuola, alle comunità di fede, anche nel ripensamento dell’insegnamento riguardo all’esperienza religiosa ed alle religioni nella scuola.

Sono tentativi che fanno sorgere gratitudine per chi ha avuto la capacità inventiva di porli in atto e che indicano vie a cui fare maggiore attenzione per far sì che nei luoghi del vivere sociale si promuovano esperienze per abbattere le tante barriere di separazione e di intolleranza, i tanti recinti che generano esclusione ed incomprensione dell’altro.

Alessandro Cortesi op

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XXIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_2622Ez 33,7-9; Sal 94,1-2.6-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

La vita credente – come la vita umana stessa – sorge dall’ascolto. La vita di ognuno nasce da una parola accolta e che precede. Il profeta come sentinella è chiamato a vivere un ascolto della Parola di Dio e ne è poi reso responsabile. Non deve lasciare che il suo cuore divenga di pietra, sia ‘indurito’. L’ascolto è disponibilità a scorgere quanto Dio sta compiendo, il suo agire nella storia. Il suo opposto è l’atteggiamento di sfida, il voler mettere alla prova Dio, senza fidarsi di lui: “mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere’ (salmo 94). Il profeta invece è sentinella: sta in ascolto nei confronti della Parola e vive una responsabilità nei confronti degli altri. L’ascolto conduce a farsi carico della vita degli altri: è atteggiamento del cuore che genera attenzione e solidarietà. “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”.

La pagina del vangelo – tratta dalla sezione del vangelo di Matteo che raccoglie insegnamenti di Gesù sulla comunità – parla dell’ascolto della parola del Signore per vivere uno stile di vita fraterna anche nella difficoltà. “Se tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato il fratello. Matteo prende le mosse da un detto di Gesù (della fonte Q; cfr. Lc 17,3), l’invito a perdonare l’offesa di un fratello. Passa poi alla situazione di un fratello che ha peccato. Pone il problema del farsi responsabili di accompagnare un fratello che ha sbagliato. L’accento allora non cade sul giudizio di chi ha sbagliato o sulla condanna dell’errore. E’ invece posta la questione su come si possa costruire una comunità di persone che pure sbagliano.

La correzione fraterna è percorso che guarda in faccia ciò che è male e ciò che è bene, che non confonde, eppure pone lo sguardo alla possibilità delle persone di cambiare e ravvedersi. E’ un percorso lento e difficile che può vedere diversi momenti e non è immediato. Parlare con il fratello è primo passo, poi insieme ad altri, poi davanti alla comunità. Se non c’è ascolto ‘consideralo come un pagano e un pubblicano’. E’ un invito a non stancarsi nel tentare di percorrere diverse strade, per guadagnare il fratello e costruire rapporti nuovi, a farsi carico di chi sbaglia perché nessuno vada perduto (cfr. Mt 18,12-14).

Il fratello non deve essere umiliato quando il suo errore è reso manifesto. La presenza di due testimoni può essere motivo di consapevolezza del peccato. Se anche davanti alla comunità non c’è riconoscimento l’ultima parola non è l’esclusione. Il riconoscimento di una situazione momentaneamente di estraneità può aprire a nuove possibilità perché la volontà del Padre è che nessuno vada perduto. L’ascolto è la via nella quale costruire la comunità. Alla sua comunità Matteo indica che il rifiuto ad ascoltare la Parola di Dio e la parola degli altri non costruisce.

Seguono poi tre detti di Gesù: il primo indica la comunità come responsabile di ‘legare e sciogliere’, di interpretare la parola del Signore e di leggerne le esigenze momento per momento. Tale compito non è esclusivo ma affidato all’intera comunità. Il secondo detto riguarda la preghiera: il Padre senza dubbio ascolta e risponde alla preghiera compiuta insieme. Qui Matteo vede probabilmente la situazione della comunità che insieme prega e supplica per chi ha sbagliato. Il terzo detto è una parola di fiducia. Gesù promette di essere presente laddove la comunità si riunisce nel suo nome, unita nell’affidamento a lui. Gesù riprende qui un insegnamento dei rabbini che dicevano che Dio si fa vicino dove due o tre si riuniscono per leggere insieme la legge, per ascoltare la Parola di Dio. Al centro della comunità che Gesù voleva sta l’ascolto e l’incontro con la Parola di Dio che nella sua persona si è resa vicina.
Alessandro Cortesi op

14Ascolto

Anche se non è ancora suonata la campanella del primo giorno di scuola, che fra poco ritornerà a scandire orari e insieme attese, gioie, ansie e fatica di insegnanti e alunni, l’organizzazione scolastica è in pieno movimento in vista dell’anno che inizia. Sono giorni, questi delle prime settimane di settembre, in cui la scuola è di fatto ricominciata.

A più riprese in tempi recenti è stata sollevata la questione della scarsa preparazione in ambito linguistico degli studenti che escono dalla scuola (cfr. la lettera di seicento docenti universitari) e, come accade in questi casi, facilmente le colpe vengono riversate su alcuni settori dell’itinerario scolastico.

Oltre a ciò nel periodo estivo in cui si delinea la composizione delle classi per il nuovo anno, si è aperto un altro motivo di discussione, la questione delle cosiddette ‘classi ghetto’ con la concentrazione, soprattutto nella scuola primaria, di alunni stranieri o di chi presenta particolari difficoltà in alcune classi rispondendo spesso a pressioni di genitori desiderosi di avere i propri bambini in sezioni privilegiate e mettendo in seria difficoltà alcuni insegnanti tra altri.

Il problema ha visto un dialogo a distanza tra un maestro Franco Lorenzoni autore del bel libro I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica, (ed. Sellerio 2014) e l’attuale ministra all’Istruzione Valeria Fedeli.

Osserva Lorenzoni: “Tra le informazioni che l’Invalsi restituisce alle scuole c’è un dato relativo alla composizione delle classi. Normalmente le classi di una stessa scuola dovrebbero essere simili, cioè avere al proprio interno alunni più ricchi e più poveri, alunni più preparati e altri meno. In molte scuole, soprattutto al sud, non avviene. I dati Invalsi dicono che la variabilità tra le classi, che dovrebbe aggirarsi intorno al 5-6 %, in Italia è intorno al 14% e al Sud tocca il 27%, più del quadruplo del valore fisiologico. In più di un terzo delle scuole, dunque, si realizza una vera e propria segregazione per cui molti alunni sono raggruppati per condizioni socio-economiche simili. (…) Da anni viene rilevato quanto in Italia, a differenza di altri paesi europei, sia bloccato l’ascensore sociale a partire dall’accesso ad una istruzione di qualità. Qui accade qualcosa di peggio. I più poveri, deprivati ed emarginati per diverse ragioni, sono invitati a scendere direttamente in cantina e a non muoversi da lì (…) Moltissime sono le insegnanti e gli insegnanti e non pochi i dirigenti che ogni giorno si spendono con dedizione per dare le migliori opportunità a tutti. Proprio per dare spazio e respiro a chi nella scuola ci crede la invito a interrompere con provvedimenti drastici e controlli questa odiosa discriminazione, spesso assecondata e taciuta”. (Ministra, basta classi ghetto, ‘Invece Concita’ rubrica La Repubblica, 5 luglio 2017 – il giorno dopo la ministra Fedeli ha risposto a Repubblica (Basta con le classi ghetto) scrivendo: “La variabilità fra classi è un dato che ha a che fare con la ‘democrazia’ di una scuola. Classi troppo omogenee, con alunne e alunni ‘raggruppati’ per ‘bravura’, rappresentano un fenomeno contrario ai principi della nostra Costituzione, che va arginato… Lavorare in classi disomogenee, come dice lei, è più difficile. Ma la missione della scuola è quella di fare di ogni differenza una ricchezza… Perché la povertà educativa è la madre di tutte le povertà. La scuola è l’unico agente possibile del cambiamento e saremo al suo fianco. Cominciando dalle periferie, dove le scuole possono diventare avanguardie di sperimentazione educativa. Partendo da esempi che già esistono e facendone un modello. Per non lasciare davvero indietro nessuna e nessuno.”)

Lorenzoni ha scritto al riguardo parole che offrono chiarezza per affrontare tali questioni con riflessione ed equilibrio in un articolo dal titolo ‘Per una scuola dell’ascolto’. A proposito delle difficoltà di apprendimento della lingua osserva: “Insegno nella scuola elementare da 38 anni e mi domando ogni giorno come aiutare bambine e bambini ad arricchire il loro pensiero e il loro linguaggio. Noi maestre e maestri ci accorgiamo subito, in prima elementare, quanto il numero di parole a disposizione di ciascun bambino sia profondamente e ingiustamente diverso. Pare che dalla nascita ai 7 anni si impari una nuova parola ogni ora, ma questo non è vero per tutti. La ricchezza del lessico dipende da molti fattori: da quanto è pescoso il mare linguistico familiare, da quanto ascolto ricevono in casa i più piccoli e da quanto tempo è stato dedicato loro da genitori, fratelli o amici nell’intessere domande, dialoghi e conversazioni ricche di vocaboli e argomentazioni. Dispiace allora constatare che, mentre alcune famiglie straniere prestano grande attenzione e pretendano dai loro figli costanza e impegno nello studio, un numero sempre maggiore di famiglie italiane non credono più alla scuola come luogo di crescita culturale. Trent’anni di continuo dileggio e insulto pubblico verso la cultura ‘che non dà da mangiare’ da tempo stanno regalandoci i loro frutti avvelenati”

E ancora, riconoscendo come la scuola sperimenti la fatica di affrontare i compiti enormi dell’integrazione e dell’accompagnamento di tanti disagi culturali e sociali, afferma:

“La scuola primaria fatica tanto, è vero. Da anni noi maestre e maestri affrontiamo ad esempio l’enorme compito di accogliere, integrare e cercare di includere una grande quantità di bambini che provengono da famiglie straniere. Sono circa il 20% a livello nazionale, ma in molte classi sono più della metà. Accanto a loro ci sono una quantità sempre crescente di bambini e ragazzi che portano dentro la scuola disagi dovuti alle più diverse ragioni, accentuati dalla crisi e dalle tante difficoltà di ogni genere che investono molte famiglie”.

La costruzione di parole quali tasselli di una lingua come luogo di comunicazione e di riconoscimento di dignità sarebbe il compito primario e ineludibile della scuola che da anni subisce un continuo attacco quale istituzione inutile che non procura vantaggi nell’ottica di un mondo appiattito sulla dimensione del mercato, nell’inseguimento di un successo presentato nelle forme della visibilità mediatica o nel fare soldi facili con furbizia, nella linea del prevalere dei dotati e dell’esclusione di chi è fragile o povero. Dove la capacità di pensare e di attitudine critica è considerata uno svantaggio.

“Costruire una lingua comune, articolata, ricca e capace di dare dignità alla voce di tutti è un compito enorme che ci sforziamo di adempiere e per il quale – certo! – molte volte le nostre competenze ci paiono insufficienti. Lo sforzo è titanico, perché si tratta di andare controcorrente rispetto a ciò che accade nella società, trasformando le nostre classi assai disomogenee in piccole comunità dove cerchiamo di valorizzare tutti. Tutti, perché questo è ciò che prescrive la Costituzione nel suo articolo 3, che invita con forza a superare gli ostacoli che trasformano le disuguaglianze in discriminazione. Ora una comunità si costruisce, a mio avviso, quando si rompono gli stereotipi, cresce la curiosità reciproca e riusciamo a non lasciare indietro nessuno. Ed è su questo terreno, nel grande sforzo di includere tutti, che cresce e si affina l’uso della lingua, che è prima di tutto relazione. Non mi convince la contrapposizione tra la scuola seria dei contenuti e la scuola buona della cura e delle relazioni. La lingua, proprio la lingua, è il territorio in cui queste due esigenze si intrecciano, perché non c’è arricchimento di linguaggio senza fiducia reciproca e buona considerazione di sé. Un bambino continuamente giudicato come inadeguato smetterà presto di esprimere il suo pensiero faticando con le parole”.

Mi ha colpito, in questa riflessione di un maestro capace di ascolto dei bambini, soprattutto l’accento sull’importanza della scuola come luogo in cui confrontarsi con i grandi testi difficili della letterature, del sapere, in cui sperimentare la curiosità della ricerca che conduce a vivere in prima persona l’indagine sulle cose. In tale orizzonte la scuola è occasione di incontro e confronto unico dove proprio la possibilità di ascolto dell’altro non ha limiti ed esclusioni ed è lì in quei momenti in cui viene data parola e si ascolta la parola dell’altro che solo può nascere un tipo di società ben diversa dall’aggregato dei sordi e dei muti piegati sul proprio cellulare e incapaci di raccontare di esprimere un sentimento, di riproporre il percorso di una scoperta. Ma soprattutto incapaci di scoprire che costruire una lingua comune è itinerario mai concluso che vive dell’attitudine di apertura a scorgere la ricchezza di nuovi linguaggi, lo stimolo che giunge dall’intendersi nelle differenze. impegno per la dignità di ognuno.

“Nella mia esperienza con i bambini so che il linguaggio si arricchisce leggendo insieme ad alta voce un bel testo, anche difficile, scrivendo lettere ad amici lontani a cui dobbiamo fare immaginare il mondo in cui viviamo e, soprattutto, ascoltando le parole che affiorano, a volte a fatica, in un cerchio di ascolto e narrazione in cui si parla liberamente di sé o si confrontano ipotesi, si abbozzano teorie, ci si contraddice e si argomenta intorno alle più diverse esperienze vissute possibilmente con tutto il corpo. Ma perché ciò accada dobbiamo essere capaci di far sentire a tutti che la voce di ogni bambina e bambino è importante, necessaria. Solo così è possibile dare dignità al pensiero di ciascuno, nessuno escluso”. (tratto da F.Lorenzoni, Per una scuola dell’ascolto, 17 febbraio 2017)

Alessandro Cortesi op

Tre anelli di un padre buono. Note su di un libro sulle religioni a scuola

 

tre anelli Prenna.jpgDio fece tre anelli

Lino Prenna è filosofo di formazione, acuto studioso di Rosmini. Per lunghi anni ha coltivato nell’insegnamento la sua competenza in ambito filosofico insieme all’attenzione educativa. All’Università di Perugia è stato docente ordinario di filosofia dell’educazione. Ha condotto il suo percorso di riflessione unendo insieme impegno ecclesiale e civile. Nell’ambito politico ha manifestato particolare cura nel tenere uniti insieme pensiero e azione. E’ stato negli anni educatore di giovani generazioni ed uno tra i maestri di pensiero che hanno guidato i percorsi dei cattolici democratici in Italia. Uno stile di sobrietà gentile e di profondità di pensiero nell’indicare chiari orientamenti è tratto del suo agire.

Il suo denso libro Dio fece tre anelli. Le religioni a scuola, (ed. Aliseicoop Perugia 2016) può essere letto quale sintesi di studio e progettualità derivante da una lunga maturazione negli ambiti della filosofia, dell’approccio scientifico alle religioni e dell’educazione scolastica. Come indica il titolo il testo si presenta quale contributo in rapporto all’importanza di un posto delle scienze religiose nell’ambito della scuola.

I tre anelli rinviano al racconto che attraversa diverse culture da Baghdad nel VIII secolo – nel dialogo fra il patriarca nestoriano Timoteo I e il califfo al-Mahdi – sino a Gottfried Ephraim Lessing (Nathan il saggio) e riportato da Giovanni Boccaccio nel Decameron: il Saladino pone all’ebreo Melchisedec la domanda su quale sia il monoteismo da considerare vero.

E quest’ultimo racconta di un padre che, volendo lasciare un anello prezioso ai suoi tre figli, non sapendo a quale dei tre affidarlo, ne fa due copie talmente perfette da non poter essere distinte dall’originale. Ogni figlio quindi potrà avere un anello che non potrà essere distinto.

In riferimento alla questione dell’attenzione al fatto religioso nell’insegnamento e nella scuola Lino Prenna presenta una elaborazione teorica di grande spessore unitamente ad una proposta operativa quale punto di approdo: “La proposta non intende esautorare l’insegnamento di religione cattolica, che anzi andrebbe pienamente scolarizzato, ma dilatare lo spazio scolastico del discorso religioso, oggi marginalizzato nell’era concordataria. Non si tratta infatti di togliere ciò che c’è, ma di aggiungere ciò che manca” (p.12)

La prospettiva interreligiosa con attenzione alle tre religioni monoteiste, particolarmente significative nel contesto storico e culturale italiano, costituisce l’orizzonte per conoscere le differenze culturali e il mondo plurale in cui viviamo. Prenna individua nell’attuale momento “un’occasione per ripensare l’assetto scolastico dei saperi religiosi, nella convinzione che l’istruzione religiosa, adeguatamente impartita, completa l’area dei saperi essenziali alla piena istruzione educativa” (p.12).

Il libro si articola in dieci capitoli. Nel primo capitolo è sottolineata la caratterizzazione plurale del mondo attuale e viene posta la domanda come far convivere per i credenti il ruolo di cittadino con la propria condizione di credente nella società plurale. Il tratto multireligioso dell’attuale contesto europeo e italiano ed il nuovo paradigma del pluralismo religioso pone l’istanza di riflettere sull’ospitalità interreligiosa e chiede ad ogni religione di sviluppare la sua apertura alla relazione all’altro.

Seguono alcuni capitoli nei quali si articola una riflessione su alcuni grandi nuclei tematici in relazione alle scienze religiose e sul loro statuto disciplinare nel quadro delle scienze umane. L’orizzonte in cui si pone il ragionamento è nella linea di un superamento di un approccio positivistico e sulla scorta delle acquisizioni della fenomenologia ermeneutica. Lo studio delle religioni è così considerato quale ambito di sapere appartenente a pieno titolo alle scienze dello spirito (distinte dalle scienze della natura) in cui è convolta la conoscenza dell’uomo: “Anche la religione rientra fra le attività umane, in quanto manifestazione dell’homo religiosus e, come tale, può essere oggetto d studio delle scienze dell’uomo”(p.38)

Viene sottolineato a tal riguardo un aspetto proprio presente nell’esperienza religiosa e di essa caratterizzante: nella religione è infatti implicata una struttura duale che rinvia da un lato all’uomo dall’altro a Dio quali principio e termine di una relazione.

Da qui deriva una originalità dello studio della religione non assimilabile né alle scienze della natura né pienamente alle scienze dello spirito. D’altra parte tale studio si distingue anche dall’approccio specificamente teologico che ha come suo ambito proprio l’intelligenza della fede. Le scienze della religione hanno come riferimento fondamentale la natura relazionale dell’uomo e la natura relazionale di Dio. “Oggetto dello studio non è né l’uomo né Dio, ma l’uomo che nella religione fa l’esperienza di Dio (homo religiosus) e Dio che fa esperienza dell’uomo (Deus religatus e/o re-legatus)… la religione consiste in questa relazione intrecciata” (p.38).

L’oggetto della disciplina viene così a configurarsi come una relazione duplice: la relazione dell’uomo con Dio e quella di Dio con l’uomo che si manifesta nei fenomeni umani di coscienza e di esperienza. Ogni religione poi si esprime nei segni propri di una cultura e in un linguaggio. Da qui deriva la scelta di studiare il fenomeno religioso secondo un approccio fenomenologico e storico e con un metodo ermeneutico, capace di leggere e interpretare i fatti.

In questi capitoli l’autore sintetizza un lungo percorso di studi nei quali coglie la valenza specifica dello studio di una disciplina che a pieno titolo va inserita nell’ambito delle conoscenze riguardanti la vita umana e per una comprensione dell’altro nella varietà delle esperienze religiose che pure hanno aspetti fondamentali comuni.

Prenna sottolinea così un altro aspetto rilevante: la religione è da osservare come un fenomeno complesso non riducibile ad alcuni aspetti limitati e settoriali. Un approfondimento dell’antropologia della religione deve percorrere una via fenomenologico storica ed ermeneutico simbolica. Il sacro infatti si manifesta in fatti culturali che possono essere studiati nei tre momenti della spiegazione, della comprensione, dell’espressione. Le manifestazioni religiose nella coscienza e nella storia vanno infatti spiegate, comprese con un approccio di interpretazione (ermeneutico) e con l’approfondimento della scienze del linguaggio. E’ un percorso che richiede vari apporti disciplinari. La religione va accostata come simbolica della fede (p. 51).

Il linguaggio religioso come rappresentazione simbolica è approfondito nel cap. 4. In esso si sottolinea l’esperienza religiosa nella sua dimensione propria di azione comunicativa: nei linguaggi religiosi sono presenti particolari codici espressivi propri di tale esperienza che non è riducibile al linguaggio della logica. L’uomo parla di Dio nel linguaggio della narrazione, l’uomo parla a Dio nei modi della celebrazione; Dio parla all’uomo nelle forme della rivelazione (pp. 59-67). Il linguaggio religioso ha una sua specificità da considerare e interpretare: è fondamentalmente un linguaggio mitico e simbolico, che si esplica nel mito, nel rito e nella realtà letta come simbolo.

Nel cap. 5 Prenna propone una delicata distinzione tra il compito della teologia e quello delle scienze religiose: distingue infatti le scienze della religione come scienze a pieno titolo emancipate dalla teologia che ha un suo ambito proprio e diverso. Le scienze religiose trovano la loro specificità nell’accostare i fatti che sono il portato dell’esperienza religiosa come fenomeno duale (dell’uomo che si relazione a Dio e di Dio che si lega all’uomo). In quanto tali esse possono essere approfondite in modo laico, con una osservazione che, anche da parte del credente, deve maturare un’attitudine di sospensione nel coinvolgimento personale e possa essere spazio di un dibattito pubblico e scientifico anche da parte di chi non appartiene ad una determinata tradizione religiosa: “la religione risulta così un universo oggettivo di fatti e di valori, visibile e rilevabile, segnato dalla intenzionalità di fede dell’uomo e dalla condiscendente manifestazione di Dio” (p.73).

Lo sviluppo del ragionamento condotto non sempre è di approccio facile: talvolta in alcune pagine si ritrova condensata una sintesi di riferimenti e rinvii teoretici di non immediata comprensione. Tuttavia si può apprezzare una paziente costruzione che nel corso delle pagine gradualmente guida il lettore: passo dopo passo sono presentati e motivati gli argomenti per uno sguardo approfondito al fenomeno religioso e alle religioni. Queste sono così presentate quale ambito di esperienza umana che si espone ad una indagine e ad un sapere scientifico nel quadro delle scienze umane con una sua propria specificità. Da questa fondamentale impostazione si possono cogliere i successivi passaggi.

Dopo i primi cinque capitoli si apre così la seconda parte del libro. Il capitolo sesto è snodo di passaggio. Viene sottolineato come la sfida dell’epoca contemporanea sia la costruzione di una ‘società conoscitiva’ nella quale il conoscere sia la condizione per essere. Per questo è società che apprende in contrasto ai movimenti che conducono il mondo ad esser ridotto a mercato. La società conoscitiva può anche essere espressa – nei termini che Prenna deriva dal libro bianco di Delors – come ‘società educante’.

Nel settimo e ottavo capitolo si passa alla considerazione delle scienze religiose con attenzione dell’educazione scolastica. Prenna suggerisce di individuare per la scuola una funzione specificamente educativa che si esercita attraverso il processo conoscitivo: una educazione quindi attraverso la cultura. Compito della scuola sempre più urgente in una società che vive la deriva mercantile è quello di insegnare a pensare e a rielaborare i significati del vivere umano. Si tratta di un compito non solamente esplicativo ma interpretativo della realtà. In tale senso (è il tema del cap. 8) viene indicato lo specifico dell’educazione scolastica come istruzione educativa. “insegnare è il compito proprio della scuola, che educa in quanto insegna” (p.114). In contrasto con posizioni che riservano la funzione educante solamente alla scuola non statale e l’incompetenza educativa della scuola statale Prenna sottolinea il modulo specifico della scuola dato dall’insegnamento/apprendimento ed afferma come la scuola statale stessa abbia una finalità educativa: “Come le altre istituzioni raggiungono il fine comune dell’educare, attraverso un’attività specifica che caratterizza ciascuna, così la scuola educa istruendo” (p.119). Suo compito è primariamente un avvio al ‘come pensare’ non tanto offrire indicazioni su ‘come vivere’.

In tale quadro di ragionamento si può cogliere quale esito del percorso l’affermazione “Anche la religione, perché sia scolasticamente dicibile, deve entrare nella forma di una disciplina, cioè deve essere pensata e detta nell’orizzonte della razionalità scolastica”. Ma c’è da aggiungere anche che “la religione risulta scolasticamente formata nella misura in cui assume le finalità proprie della scuola. In questo caso parliamo opportunamente di istruzione religiosa” (p.123).

Già nel passato Prenna insieme ad altri si era fatto promotore di una proposta di una disciplina per tutti gli studenti che considerasse lo studio trasversale dei fatti religiosi. Conoscenza dei fatti religiosi in relazione alle tre grandi religioni che hanno segnato la cultura mediterranea. Il profilo di tale corso – si suggeriva in un documento citato del 1997 – potrebbe assumere l’approccio dell’antropologia culturale. Anche i fatti religiosi sono espressione di un modo di pensare vivere di uomini e donne e ogni religione può essere considerata un sistema di fatti e valori all’interno dell’universo culturale umano.

A tal proposto si situa la proposta che è la conseguenza operativa della riflessione offerta nel testo: l’istituzione autonoma da parte della scuola di un corso di istruzione religiosa per tutti con attenzione alle tre grandi religioni, non in alternativa e sostituzione dell’attuale insegnamento della religione cattolica, ma come ampliamento per aggiungere ciò che manca.

Nel cap. 9 sono affrontate le questioni relative all’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana, con una considerazione storica e nella presa d’atto della situazione determinatasi con gli accordi della revisione del concordato (1984).

Viene rilevato come gli accordi abbiano chiuso e mortificato una stagione vivace che aveva aperto la considerazione della religione come problema scolastico relativo alle finalità della scuola più che a quelle della chiesa cattolica, in riferimento a mete e obiettivi dell’istituzione scolastica. Si è giunti all’affermazione della oggettiva valenza culturale della religione ma nel contempo se ne è fatta un disciplina facoltativa con il permanere di un aspetto confessionale per lo meno nella concessione della titolarità dell’insegnamento riservato alla autorità ecclesiastica cattolica.

Prenna si dichiara favorevole ad una applicazione integrale e approfondita dell’Accordo per quel che riguarda l’insegnamento della religione cattolica (pp.132-135), ma osserva anche che “la riduzione del discorso religioso all’insegnamento concordatario contribuisce ad accreditare la concezione confessionale della religione, come riserva ecclesiastica, e non come vicenda dell’uomo e della sua cultura finendo, così, col proporre agli studenti una visione della religione isolata dalle materie di studio e marginale rispetto ai fatti della complessa vicenda culturale” (p.137).

Da qui emerge la proposta di approfondire una linea prevista dall’Accordo per l’attivazione di un corso di cultura religiosa a carattere storico critico, con profilo interreligioso, come risposta alla situazione del contesto multiculturale della società attuale. L’Accordo infatti (al paragrafo 9,2) pone le premesse per una attivazione di un insegnamento duplice, uno obbligatorio per tutti, l’altro facoltativo. Non si tratterebbe di ridurre gli spazi scolastici, al contrario, di ampliarli offrendo a tutti gli studenti una proposta di istruzione con carattere aperto alla considerazione di diverse religioni.

In questa prospettiva l’insegnamento delle religioni si porrebbe pienamente all’interno delle finalità della scuola in quanto istituzione che educa nell’istruzione e diviene laboratorio di conoscenza, confronto, rispetto delle differenze e di interazione per imparare a vivere insieme agli altri.

A conclusione d tale esame del testo di Lino Prenna vorrei presentare alcune brevi considerazioni di valutazione.

Innanzitutto vorrei segnalare l’importanza dell’approfondimento condotto a livello filosofico e con specifica attenzione alla dimensione educativa riguardo alla specificità e alla rilevanza delle scienze religiose.

E’ rimarchevole nella riflessione la preoccupazione per l’istituzione scolastica quale luogo in cui maturare le basi per la costruzione di una società della conoscenza che trovi modi per sottrarsi alle logiche del mercato, dell’utilità e dell’efficienza oggi così pervasive.

Ritengo particolarmente interessante la proposta di un insegnamento specifico per tutti a livello scolastico del fenomeno religioso e delle religioni, in cui certamente le tre grandi tradizioni abramitiche hanno una rilevanza particolare nella cultura mediterranea. Non sarebbe da dimenticare il grande influsso e diffusione delle religioni orientali anche nelle loro traduzioni occidentali quale fenomeno che sta incidendo sempre più nella società europea. E soprattutto la questione di un approccio interreligioso aperto che si ponga oltre ogni esclusivismo eredità di uno sguardo occidentale ed eurocentrico.

E’ anche lodevole il tentativo di scorgere una via di mediazione tra la situazione attuale dell’IRC e l’individuazione di possibilità che vengono individuate senza contrasto, anzi sfruttando premesse presenti nell’Accordo stesso relativo al Concordato. Per certi aspetti questo tentativo appare a mio avviso manchevole di una valutazione critica della attuale situazione dell’IRC e delle oggettive difficoltà in cui si trovano soprattutto gli insegnanti di religione cattolica nella scuola. E ciò nonostante la preparazione e la generosità della maggioranza di essi, costretti in una condizione per vari aspetti ambigua e difficile.

Al termine della lettura emerge un interrogativo di fondo che andrebbe affrontato con coraggio: nell’attuale situazione sociale in Italia il mantenimento di un insegnamento di tipo confessionale sotto il controllo dell’autorità ecclesiastica cattolica è elemento positivo e fecondo quale risposta alle nuove esigenze di conoscenza del fatto religioso e delle religioni o le difficoltà e ambiguità che esso reca con sé costituiscono un ostacolo ad un’effettiva considerazione da parte di tutti dell’esperienza religiosa? Certamente sono da considerare le motivazioni storiche che hanno condotto a questo tipo di strutturazione dell’insegnamento religioso in Italia e il peso della storia è ancora pesante nel nostro paese. Tuttavia le sfide educative del momento attuale poste dalla diversità e dal pluralismo e dall’esigenza di formare una conoscenza seria e profonda delle religioni non dovrebbero forse aprire a nuove modalità di impostazione dell’insegnamento riguardo alle religioni nella scuola?

La maturazione di un pensiero ecclesiologico in cui la chiesa concepisce la sua azione a servizio di un cammino comune della società distaccandosi da pretese di potere o privilegi, insieme ad uno sguardo dei processi di cambiamento (si pensi solo ai diversi aspetti della secolarizzazione, ed alla nuova rilevanza degli aspetti religiosi nella realtà sociale) dovrebbero essere spinta per una considerazione rinnovata.

Vi sono infatti sfide culturali e sociali che andrebbero affrontate con un ripensamento globale dell’istruzione religiosa all’interno dell’istituzione scolastica. Proprio i processi che interessano la storia e le vicende dei popoli in modi nuovi oggi, il carattere multiculturale e multireligioso della società, la presenza di migranti e di seconde e terze generazioni di immigrazione richiedono sempre più una conoscenza di tradizioni, culture e modi di vita, ed una capacità di lettura, interpretazione e discernimento. Così pure sarebbe oggi quanto mai urgente anche una formazione di tipo interreligioso quale percorso per tutti, non secondo la via della presenza confessionale ma con un serio approccio di tipo culturale. La formazione catechistica, l’approfondimento della fede e dei suoi aspetti morali è compito proprio delle comunità religiose, compito specifico della scuola è l’educazione, attraverso l’istruzione, ad una convivenza nel pluralismo delle convinzioni, nell’orizzonte della promozione di cittadinanza responsabile e democratica.

Penso inoltre che una urgenza culturale presente nel nostro paese sia quella di predisporre sedi universitarie laiche o in qualche modo con riconoscimento civile in cui sia sviluppata una ricerca su tali ambiti e siano offerti i titoli valevoli per un insegnamento delle scienze religiose, da inserire a pieno diritto quali discipline all’interno dell’istituzione scolastica con riferimento alle mete e ai metodi propri della scuola, anche nel riconoscimento della titolarità dell’insegnamento.

Il libro di Lino Prenna è una preziosa proposta che con rigore e capacità di mediazione apre a considerare questioni che in Italia è difficile affrontare. Speriamo che nell’attuale stagione si possa aprire anche in ambito ecclesiale un ripensamento in fedeltà al vangelo e agli appelli della storia. Conoscere, saper interpretare le religioni e le loro manifestazioni, assumere una attitudine dialogica, non può essere una questione limitata alla religione cattolica, neppure può essere una questione confessionale ma, contro tutte le derive dell’ignoranza e dei fondamentalismi, della strumentalizzazione ideologica delle religioni e dell’uso della violenza con motivazioni religiose, è ambito di attenzione urgente per promuovere una convivenza umana e civile nel mondo plurale.

Il racconto dei tre anelli ha al suo centro la figura del padre che decide di fare copie identiche in coerenza al suo affetto indistinto per i tre figli. E i tre anelli ricordano tutti insieme nella loro indistinguibilità che al centro essi recano un vuoto, che dice apertura ad una presenza di amore, invito a ricercare la necessità dell’altro e spinta a scoprire la disponibilità ad imparare, con umiltà e senza arroganza, dall’altro, rifuggendo dai fondamentalismi e dalle pretese di esclusività. Non è forse questo un contributo formativo fondamentale che potrebbe portare un insegnamento delle religioni in stile interreligioso nella scuola?

Alessandro Cortesi op

Una vita nascosta, un grande uomo

In questi giorni ci ha lasciato padre Marco Giammarino, un domenicano della nostra comunità dei domenicani di Pistoia. Lo descriverei come un ‘piccolo grande uomo’ e queste righe intendono esprimere la mia stima e l’apprezzamento per la testimonianza che ci ha lasciato nella sua vita.

‘Piccolo’ perché basso di statura, ma anche perché dietro al suo volto rotondo (almeno fino all’ultimo periodo della malattia) nascondeva alcuni tratti, per certi aspetti, propri di bambino. Aveva espressioni di sorriso o di meraviglia che manifestavano una inermità ed una mitezza infantile. Quando nelle fredde serate di inverno scendeva in chiesa per aiutare a sistemare al termine della messa, con sul capo un pesante berretto di lana, gli amici sorridendo gli dicevano che assomigliava a Cucciolo, uno dei sette nani. Così nel suo modo di scrivere e di esprimersi manteneva uno stile piano, elementare. Il suo riflettere progrediva sempre passo passo senza salti, senza citazioni dotte, e quando doveva riferirsi ad un libro letto, lo faceva quasi con timidezza o lo suggeriva tra le righe. Una grande semplicità che non faceva trasparire la ricchezza di preparazione, di cultura, di interessi.

E tuttavia un ‘grande’ uomo. Un gigante che nascondeva nei suoi modi semplici, riservati e dimessi una cultura maturata giorno dopo giorno, un vivacità intellettuale che raramente si trova ed una esperienza di fede lontana dalle forme del devozionalismo e nutrita di senso dell’umano. Nato a Torino il 27.11.1933 ma subito trasferitosi a Roma con la famiglia era entrato nell’Ordine giovanissimo. Dopo gli anni del collegio aveva vissuto il suo noviziato a san Domenico di Fiesole nel 1950/51 ed era stato ordinato nel 1958. Ricordava i primi anni della formazione come un tempo assai difficile per la chiusura culturale e per questo visse gli anni del Concilio Vaticano II come momento di liberazione e di apertura.

Dopo gli studi all’interno dell’Ordine si era così laureato in filosofia a Perugia nel 1968, e si era impegnato  in attività apostoliche a contatto con i giovani nel collegio di Arezzo e poi con gli scout e nella parrocchia a Perugia. Successivamente, dopo essere stato superiore a Lucca, nel 1970  fu trasferito a Pistoia e qui è rimasto fino alla morte.  Entrò a far parte della redazione di ‘Vita sociale’. Fu priore della comunità e più volte sottopriore.  Dal 1970 intraprese l’insegnamento prima nella scuola privata poi dal 1976 nella scuola statale. Fu così professore per molti anni di italiano e storia all’Istituto Tecnico Commerciale di Agliana. Coltivava nel frattempo la sua passione per la letteratura, per la poesia e con il suo fare mite era un punto di riferimento per tanti giovani.

Vorrei ricordarlo con tre testi che rinviano a tre grandi attenzioni della sua vita. Il primo testo riguarda la vicenda del dibattito all’interno dei domenicani al momento della conquista dell’America Latina.

Per tanti anni padre Marco curò per la rivista ‘Vita sociale’, promossa dai domenicani pistoiesi, una rubrica di notizie e di informazioni sull’America latina nel tempo delle dittature e delle lotte per i diritti. Era attento ai movimenti e alla teologia della liberazione. Assistetti personalmente ad un incontro tra un domenicano brasiliano che subì la prigionia negli anni della dittatura dei militari in Brasile e padre Marco a Pistoia pochi anni fa. Fu un incontro molto bello in cui ci rendemmo conto dell’importanza del suo silenzioso lavoro di informazione e di pubblicazione di documenti riguardo a ciò che stava avvenendo in America Latina negli anni ’70 . La sua era anche una attenzione all’America Latina a partire dall’approfondimento sulla vicenda della conquista del XVI secolo. In particolare aveva studiato la riflessione dei domenicani contro le ingiustizie e l’elaborazione di una teologia dei diritti umani, condotta in particolare da Bartolomé de Las Casas e da Francisco de Vitoria.

Ecco il testo della predica di Antonio Montesinos, tenuta a nome dell’intera comunità dei domenicani in cui era priore Pedro de Cordoba, di fronte ai coloni la prima domenica di avvento del 1511 nell’isola di Hispaniola, un documento di condanna dell’oppressione che veniva condotta dagli spagnoli nei confronti degli indios:

«Vox clamantis in deserto. Siete tutti in peccato mortale, e in esso vivete e morirete, per la crudeltà e tirannia che usate verso queste genti innocenti. Con che diritto e con che giustizia tenete questi indiani in servitù tanto crudele e orribile? Con quale autorità avete condotto sì detestabili guerre contro queste genti che vivevano mansuete e pacifiche nelle loro terre, in queste terre dove in numero infinito li avete annientati con morti e scempi di cui mai s’era udito prima? Come potete tenerli così oppressi e fiaccati, senza nutrirli né curarli nelle loro malattie, sì che per le eccessive fatiche vi muoiono tra le mani, o per meglio dire li uccidete, onde cavarne oro da accumulare un giorno dopo l’altro? Non sono essi uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?»

Un secondo testo è una poesia. Marco nutriva una attenzione particolare e una  passione per i libri e la lettura. Sapeva scegliere i libri più significativi e li affrontava con un impegno paziente e sistematico di lettura e schedatura. La sua biblioteca, di cui era geloso custode, conserva una sezione ordinata in cui sono presenti i testi non solo della poesia classica, ma di tutti i principali poeti contemporanei di cui seguiva puntualmente le edizioni di raccolte. Padre Marco aveva sul comodino nei suoi ultimi giorni tra altri libri una raccolta di poesie di Maria Luisa Spaziani (1924-)

Di lei traggo questa poesia dal titolo ‘Testamento’ dalla raccolta ‘La luna è già alta’:

Lasciatemi sola con la mia morte.
Deve dirmi parole in re minore
che non conoscono i vostri dizionari.
Parole d’amore ignote anche a Petrarca,
dove l’amore è un oro sopraffino
inadatto a bracciali per polsi umani.

Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche
perchè dalla nascita l’ho avuta vicina.
Siamo state compagne di giochi e di letture
e abbiamo accarezzato gli stessi uomini.
Come un’aquila ebbra dall’alto dei cieli,
solo lei mi svelava misure umane.

Ora m’insegnerà altre misure
che stretta nella gabbia dei sei sensi
invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre.
E’ triste lasciare mia figlia e il libro da finire,
ma lei mi consola e ridendo mi giura
che quanto è da salvare si salverà.

Un terzo testo è un suo scritto, redatto in occasione di un incontro di formazione tenutosi a Pistoia nel dicembre 2007, per l’introduzione dei lavori: dagli anni del suo impegno in ‘Vita sociale’ seguiva soprattutto le linee della teologia post-conciliare con attenzione alle voci della teologia francese, dei teologi della liberazione e negli ultimi anni aveva maturato una attenzione ai temi del dialogo interreligioso, e proprio in tale ambito ho avuto occasione anch’io di collaborare con lui. In questo testo parla di quale fosse secondo lui il compito dei domenicani, del fare teologia e degli orizzonti del dialogo interreligioso:

“Si discute ancora, quando si parla del tipo di vocazione domenicana, se si debbono privilegiare le caratteristiche dei monaci o quelle dei predicatori e, a seconda  delle tendenze di ciascuno si cerca di fare le proprie scelte, trascurando magari quello che ci dicono gli storici al riguardo. un aspetto della nostra vocazione, del nostro carisma però è sicuro: siamo un ordine di teologi; non solo nel senso che abbiamo avuto grandi teologi sia nel passato lontano come s. Tommaso e s. Alberto sia in quello più recente come p.Chenu, p.Congar, p.Lagrange, p.Lebret, ecc., ma anche nel senso che ognuno di noi, sacerdote o monaca o suora o laico deve sentirsi, deve essere, è un teologo. Non ci sono scappatoie, non ci sono alternative se ci si vuole definire ed essere domenicani. Questo è il nostro carisma: siamo teologi, siamo tutti teologi. Ma fare teologa oggi  vuol dire confrontarsi con gli altri, con le altre religioni, affrontare il dialogo interreligioso. (…) Un grosso pericolo: Péguy diceva ‘c’è qualcosa di più grave di un uomo perverso, l’uomo abituato’. E’ importante accogliere la novità dell’altro, lasciarci guidare dallo Spirito, che ci porta non sappiamo dove, né fin dove, sicuramente però ci porta ad accogliere Dio in un modo che supererà tutte le nostre immagini e rappresentazioni e concetti teologici o filosofici. (…) Avremo quindi giorni intensi di ricerca e di studio che mi auguro, vivremo insieme con grande partecipazione e con grande fraternità ricordando il nostro programma di fondo: in dulcedine societatis quaerere veritatem” (tratto da Cristiani e buddisti: tra Oriente e Occidente, Quaderni di formazione permanente, Convento san Domenico Pistoia 2007, stampa fuori commercio)

Non era un uomo che si metteva in mostra. Preferiva il dialogo riservato e i rapporti a tu per tu. Era grande suggeritore di libri da leggere e accoglieva con curiosità suggerimenti di letture su cui poi condividere giudizi e scoperte. Sfuggiva gli eventi culturali di apparenza ma era aggiornatissimo sulla base di letture condotte nella sua piccola camera stipata di libri.

Aveva maturato, non senza sofferenze e distacchi, un approccio alla vita lontano da una mentalità clericale e chiusa. Ricordo quando proponeva, incompreso e talvolta osteggiato, per momenti di formazione dei frati, letture come l’opera di Thomas Mann, oppure la conoscenza di testi buddisti e l’analisi del Corano. Ricordo l’interesse con cui ha seguito fino alla fine le attività promosse nell’impegno di una riflessione sui segni dei tempi dal gruppo Espaces di cui faceva parte.

Tra le sue carte due oggetti gli erano cari e li teneva vicini a sé: gli orari settimanali di tutti gli anni scolastici, che teneva affissi con nastro adesivo sulla porta della stanza uno sopra l’altro, quasi per non staccarsi dalla scuola anche dopo che era andato in pensione. E un libro di fotografie con le foto di tutte le classi di cui era stato professore.

Il suo cammino rimane per noi una eredità da custodire e di cui ringraziare.

Alessandro Cortesi op

Quegli zainetti insanguinati

Tra le riflessioni lette in questi giorni sullo sconcertante atto di terrorismo compiuto ieri davanti ad una scuola a Brindisi intitolata a Francesca Morvillo Falcone, colpendo ragazze di sedici anni che si stavano recando a seguire le lezioni ho trovato di particolare profondità questa pagina di Alessandro D’Avenia pubblicata su La Stampa di oggi, in cui ricorda i suoi sedici anni e le figure di Giuseppe Falcone, di Paolo Borsellino, di Pino Puglisi e riporta parole cariche di attesa da parte di giovani che oggi hanno sedici anni, compagne di Melissa vittima dell’attentato e delle sua amiche ferite.  In queste sue parole ritrovo la capacità di esprimere non solo lo sconcerto, il senso di smarrimento di fronte ad un atto che colpisce giovani e li colpisce nel luogo della scuola, luogo di maturazione di futuro, di preparazione alla vita, di incontro e di trasmissione tra generazioni, ma anche una analisi che scorge l’importanza di riscoprire proprio nella scuola, proprio nella cura dei giovani, nei luoghi del formarsi,  la via per aprire ad un modo diverso di vivere, in cui le diverse mafie, le scelte di violenza trovino modo di opposizione non assecondando le logiche della violenza, o quelle dell’emozione che viene presto superata, ma sappiano coltivare una diffusa presa di consapevolezza che tocchi il quotidiano. Consapevolezza che la legalità inizi dai piccoli gesti a partire dal quotidiano, consapevolezza che nessuno può delegare la propria responsabilità nei confronti dell’altro e per la costruzione di città in cui la giustizia sia bene comune e da difendere insieme, consapevolezza che ogni volto è depositario di  dignità. Tutto questo si può fare dando importanza proprio alla scuola e a tutti i luoghi del sapere, dell’istruzione. Sono i luoghi della maturazione non solo di competenze utili e spendibili sul mercato (la famosa scuola ridotta alle tre ‘i’ – inglese impresa informatica) ma di tutto quel sapere che apre al senso della vita propria e degli altri e al vivere insieme.  Così D’Avenia ci ricorda il senso della vera crisi e la provocazione di riscatto che proviene da eventi come questi: “la vera crisi è avere abbandonato un Paese alla forza cieca dell’avidità, del potere, del compromesso, del silenzio omertoso, dello sberleffo, della disunione, del cabaret, della raccomandazione, della parola vuota. Questo ci ha indebolito sino a chiudere gli occhi: basteranno tre bombole di gas a risvegliarci? Il sangue dei martiri è da sempre il seme della rinascita. Lo sapevano bene quei tre uomini che ho visto morire nella mia città”. (a.c.)

Qui di seguito l’articolo da La Stampa 20/05/2012

Gli zaini insanguinati chiedono risposte e un futuro di giustizia

ALESSANDRO D’AVENIA
Sedici anni. Anche io li ho avuti. E quando ho visto quei libri aperti e che nessuno leggerà più, quegli zaini svuotati e abbandonati con il fardello di fatiche e sogni che accompagnano ogni sedicenne, quelle scarpe senza piedi che le portino sulle strade di una vita tutta incerta ma piena di prospettive e progetti, tutta da immaginare e assaporare, non ho potuto trattenere le lacrime. Le lacrime versate quando sedici anni li avevo io e nel giro di pochi mesi vidi nella mia città i rottami delle auto della strage di Capaci, le macerie di via D’Amelio, dove era saltato Borsellino, che incontravo tutte le domeniche nella mia parrocchia, e il sangue secco di Padre Pino Puglisi a Brancaccio, professore di religione del mio liceo. Credevo che non avrei mai più riassaporato lacrime della stessa sostanza, generate dallo stesso nonsenso. Avevano lo stesso sapore, anzi, erano ancora più amare. Perché al ricordo si è aggiunta l’evidenza che questo è accaduto in un luogo dove lavoro tutti i giorni: una scuola.

Una sedicenne che mi conosce per i libri mi ha scritto da Brindisi: «Io ero lì esattamente 10 minuti dopo la strage perché la mia scuola si trova a venti metri circa dal luogo maledetto. Oggi alle 18 tutti noi Brindisini scenderemo in piazza, ma non basta. Vogliamo che da tutt’Italia giunga il grido di forza di un popolo che si è stancato e che vuole ritrovare se stesso. Vogliamo che si dia appoggio alla gioventù e soprattutto a noi giovani del meridione che abbiamo il sole nel cuore ed il mare che ci palpita nell’anima. E non abbiamo paura». A lei fa eco un’altra ragazza: «Nella mia mente è nato il terrore. In Italia è nato ancora una volta disordine, angoscia, insicurezza. Più di quanto già non ce ne fosse. L’Italia ha perso ancora, siamo deboli. Parlo dal basso dei miei 16 anni, ma credo che ciò valga per ogni singolo giovane, uomo, anziano, che si senta realmente Italiano».

Questa volta a cadere non sono uomini coraggiosi che lottano consapevolmente, ma sono dei sedicenni che prendono un autobus per andare a scuola, quelli che accolgo in classe tutte le mattine e lottano per un’interrogazione, una fidanzata, un po’ di futuro. E li vedo lì ogni mattina, prima che la campanella squilli, a scambiarsi sbadigli, idee, sorrisi, racconti, con una vita tra le mani tanto fragile quanto forte. Quegli zaini, quei libri, quelle scarpe rimarranno immobili, come statue di una memoria pietrificata e tenteranno di pietrificare tutto il resto: sogni, speranze, fiducia. Quegli oggetti muti ci sussurreranno di ritirarci in silenzio fino a convincerci che tutto è inutile, che siamo soli, che lo Stato non riesce a difenderci, che non abbiamo nulla da sperare in un Paese ferito da una politica inefficace, ingorda e debole, preda facile di una malavita dai connotati terroristici o mitomaniaci, che sferra un attacco che non ha precedenti nel nostro Paese.
Portare il sangue in una scuola è un peccato originale in Italia. Non è come le altre stragi.
Abbiamo visto zaini schiacciati da scuole crollate per disastri naturali o incuria umana, ma non abbiamo mai visto zaini innocenti svuotati da una ferocia calcolata. Sono rimasto in classe, fermo, come se quell’aula in cui fare innamorare i ragazzi della verità, del bene, della bellezza e del sacrificio che comportano, fosse diventata un campo minato; e cattedra e banchi una trincea di sangue. Anche lì può arrivare la mano cruenta del terrore, per colpire alla cieca e lasciare, insegnanti e studenti insieme, orfani di un orizzonte che dia senso a quello studio, a quelle discussioni, a quelle parole. Ma che te ne fai di queste cose adesso? Non ci credi quasi più. Tu costruisci giorno dopo giorno e in un attimo tutto viene spazzato via. Quella speranza che a fatica hai seminato e sta germogliando in un filo d’erba viene bruciato dal fuoco di una bomba.

La paura ci fa tremare vene e polsi, ma «chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» ripeteva Borsellino: sfidare questa paura che pietrifica e ci toglie ogni certezza è la sfida, adesso.

Proprio come i rottami di Capaci, le macerie di via d’Amelio, il sangue sulla piazza di Brancaccio, quegli zaini abbandonati, quei libri macchiati, quelle scarpe svuotate, daranno una scossa a tanti uomini e donne, che non sanno cosa hanno finché non lo perdono. Da quella follia omicida dei primi Anni Novanta nacque una primavera di ribellione e di rinnovamento. E sarà proprio dalla scuola di Brindisi che spero di vedere sorgere una Scuola che le unisca tutte, scaturire la forza di una gioventù che non vorrà più scendere a patti con la noia e il qualunquismo. L’errore più grande è stato colpire una scuola e i giovani. Adesso non potremo più ignorare a che cosa veramente abbiamo rinunciato da troppo tempo: il futuro dei nostri ragazzi. Il terrore non ci paralizzerà, ma darà nuovo slancio ad un eroismo per troppo tempo compresso per affrontare una crisi già in atto da anni e che abbiamo accettato solo quando è diventata economica. Ma la vera crisi è avere abbandonato un Paese alla forza cieca dell’avidità, del potere, del compromesso, del silenzio omertoso, dello sberleffo, della disunione, del cabaret, della raccomandazione, della parola vuota. Questo ci ha indebolito sino a chiudere gli occhi: basteranno tre bombole di gas a risvegliarci? Il sangue dei martiri è da sempre il seme della rinascita. Lo sapevano bene quei tre uomini che ho visto morire nella mia città. Proprio loro continuano a darmi speranza: Falcone diceva che «la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine» e la ricetta l’aveva proprio il suo collega Paolo Borsellino, le cui parole oggi rimbombano forti e dovrebbero essere pronunciate in ogni scuola alla prima ora di lunedì prossimo: «Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo». E proprio di onnipotenza parlava Padre Puglisi, ma quella vera: «La mafia è forte, ma Dio è onnipotente». Io non so se quella di Brindisi sia una strage mafiosa. Preferirei di no. Quello che so è che tocca proprio a noi, docenti e studenti, a scuola, indossare quelle scarpe svuotate, mettere in spalla quegli zaini abbandonati e leggere quei libri macchiati di sangue. Altrimenti dimenticheremo ancora una volta perché siamo arrivati sin qui e non sapremo rispondere alle domanda che ieri, Mia, sei anni e nipotina di un’amica, le ha posto: «Zia, perché mettono le bombe nelle scuole? Io a scuola non voglio più andare se mettono le bombe, voglio studiare, diventare grande e diventare una dottoressa come te».

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