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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_2642.JPGIs 62,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12

Il IV vangelo parla di ‘segni’: e Cana è il primo tra i segni. I segni rinviano sempre ad altro, indicano, orientano e suscitano l’apertura per una ricerca ed un cammino. La gioia delle nozze a Cana per il IV vangelo è un segno e insieme molti segni: indica una gioia che attraversa gli incontri umani e ne offre un orizzonte più ampio, la gioia per la presenza di Gesù messia atteso.

Il primo segno a Cana è Gesù che partecipa ad un banchetto di nozze: è segno di una fiducia di Gesù verso l’amore umano, nella sua concretezza e vivezza, quale luogo di comunicazione con Dio. L’amore umano, in tutte le sue molteplici forme, è luogo di apertura all’altro, di uscita da sé, di ospitalità ricevuta e data, di cura e tenerezza, di cammino insieme, di crescita nella scoperta del proprio limite di fronte all’altro, di apertura a relazioni più ampie nella dimensione di un noi con confini aperti: è luogo di incontro con Dio.

A Cana però viene a mancare il vino. La bellezza e l’abbondanza dell’amore è esperienza fragile, sempre esposta alla mancanza. Nel racconto quando il vino viene a mancare è presentata la ‘madre di Gesù’. E sorge un dialogo che lascia interdetti: “Che ho da fare con te, donna”. parole di richiesta di distanza oppure un ritrarsi di fronte ad una proposta che Gesù è restio ad accogliere. Anche questo è un segno…

La chiama ‘donna’, termine che ritorna nel vangelo ogni volta in cui Gesù incontra le donne, sino al momento in cui sotto la croce consegna il discepolo che egli amava alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio’. La donna ai piedi della croce diviene segno della chiesa – come anche nella tunica tutta di un pezzo – a cui Gesù affida i discepoli in un rapporto di reciproco affidamento.

Gesù alla madre, che assume il volto di Sion, dell’Israele popolo dell’alleanza, dice che non è ancora giunta la sua ‘ora’. E’ parola chiave ‘ora’ nel IV vangelo. ‘non era ancora giunta la sua ora’ è quasi un ritornello ripetuto in diversi momenti e indicazione insistente di un’ora verso cui tutto converge (Gv 7,30; 8,20;12,23.27). Un’ora di tempo ma che va oltre il tempo: è evento in cui si raccoglie l’intero cammino di Gesù. L’ora centrale della vita di Gesù è la croce e coincide con l’ora della glorificazione. La gloria di Dio, in modo paradossale, si manifesta nel volto del crocifisso. Alla vigilia della Pasqua l’ultima cena è aperta dalle parole: ‘sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’ (13,1). L’ora di Gesù è ora dell’amore fino alla fine, punto di convergenza di tutti i segni. I suoi gesti orientano così verso la croce: la gloria si identifica con l’amore vissuto fino alla fine. Gesù a Cana si rifiuta di compiere un gesto che susciti meraviglia perché tutto va letto in rapporto a quell’ora.

La madre risponde con l’invito ai servi: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela. E’ il medesimo invito rivolto dal faraone di Egitto al popolo d’Israele nel racconto di Giuseppe: “Andate da Giuseppe e qualunque cosa vi dica, fatela!” (Gn 41,55). Giuseppe sarà colui che procura il pane nel tempo della carestia, Gesù porta il vino. E di Giuseppe si offre questa descrizione nel racconto: “Potremo trovare un uomo come costui in cui vi sia lo spirito di Dio?” (Gn 41,38). Quello che sembra un rifiuto da parte di Gesù apre invece ad un percorso nuovo in cui entrare. Si tratta di accogliere il segno.

L’acqua contenuta in sei pesanti giare per la purificazione nell’essere distribuita diviene vino. Sono giare per compiere le osservanze prescritte dalla legge. Anch’esse sono un segno: indicano il limite della legge per condurre all’incontro con Dio. Sono rinvio ad una inadeguatezza: sono sei infatti e non sette numero del compimento. Ma sono estremamente capienti. E quell’acqua di cui vengono riempite diviene vino. La legge trova il suo senso profondo nel portare vita e speranza di incontro nuovo. La parola e la presenza di Gesù portano una abbondanza non calcolabile di vita, di gioia. Un vino così buono suscita lo stupore di chi dirigeva il banchetto. Il segno di Cana è così segno di un incontro, la gioia dell’amore ricambiato, e la gioia che non viene meno perché portata da quel vino che rallegra il banchetto.

 “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”: un piccolo particolare presenta una variazione nella narrazione. Proprio ‘ora’ comincia ad attuarsi il momento di una alleanza degli ultimi tempi, la promessa di incontro con Dio. Lo sposo nel racconto non è nominato e in questo silenzio c’è un velato riferimento al volto nascosto di Dio, presenza silenziosa e da scorgere come la gloria stava racchiusa nella nube.

Il ‘banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati’ sta al cuore dell’annuncio dei profeti (Is 25,6). Il vino buono e raffinato è anche traccia che alimenta la speranza nel venire del messia. “Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano” (Os 14,7) : “Ecco verranno giorni – dice il Signore – in cui chi ara s’incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline. Farò tornare gli esuli del mio popolo Israele, e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino e ricostruiranno le città devastate e vi abiteranno; pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai divelti da quel suolo che io ho concesso loro, dice il Signore tuo Dio” (Am 9,13-15; cfr. Ger 31,12).

Il segno di Cana parla di tutte queste speranze è anche segno di gioia. I profeti parlavano dell’incontro di Dio che prova gioia per il suo popolo come sposo davanti alla sposa: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,4-5). E’ questa la gioia cantata dal terzo Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo” (Is 62,1-5)

E’ un segno che pone in cammino per accogliere l’amore di Dio nel volto di Gesù. Il suo primo segno porta una gioia nuova, la gioia del tempo del messia, è lui il vino nuovo e buono che “rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 104,15).

Il segno di Cana è così una epifania / manifestazione che invita ad un cammino di fede, a leggere i segni, ad accogliere la gioia. “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. La sua gloria è presente nella gioia dell’amore, nel servizio alla gioia di un incontro, nell’offrire vita in abbondanza.

Alessandro Cortesi op

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Ospitalità e cena del Signore

Entriamo in questi giorni nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani:  è un’occasione per scoprire gli orizzonti di ospitalità a cui siamo chiamati. E’ il Signore Gesù che invita i suoi discepoli e discepole all’ascolto della sua Parola e allo spezzare il pane nella cena. E uno dei punti più critici di questa ospitalità da ricevere innanzitutto dal Signore e offrire agli altri è l’ospitalità eucaristica nella cena del Signore.

Nella vita di Gesù proprio la sua apertura ospitale negli incontri era capace di suscitare nei cuori delle persone a cui si avvicinava un’esperienza di riconoscimento e di liberazione: in termini biblici ciò è espresso con la parola fede. Non necessariamente quella fede che esprime affidamento esplicito a Dio, ma tensione fondamentale dell’esistenza alla vita e a scorgere una luce in essa, a trovare forza per camminare per indirizzare lo sguardo verso un futuro nuovo, per coltivare un’attesa.

Riflettendo sull’ospitalità di Gesù, il gesuita teologo Christoph Theobald osserva: “Quando si reca alla tavola di Simone il fariseo (cf. Lc 7,36-50), si tratta per lui fin da subito di un’ospitalità aperta. Nelle scene evangeliche, quasi mai Gesù si trova in un faccia a faccia. Sempre interviene un terzo: in casa di Simone, è la donna che sopraggiunge e gli bagna i piedi con le sue lacrime  e li asciuga con i suoi capelli…  In definitiva, qual è la posta in gioco di questa ospitalità? È la rivelazione di ciò che la tradizione biblica chiama «fede». Non ancora una fede esplicita in Dio, ma la fede come espressione ultima dell’essere umano, quell’atto fondamentale, del tutto elementare, che scommette sulla vita. Ne vale la pena, c’è di mezzo la vita; essa manterrà la promessa. Nessuno di noi ha scelto di esistere siamo stati tutti messi al mondo, e ciascuno deve riconciliarsi con il fatto di esistere in certe condizioni precise, di tipo sociale, culturale, nazionale, religioso, politico, con i loro limiti terribili: le disuguaglianze di ogni sorta, i confronti che esse producono, le immagini altrui che ci aggrediscono, e via dicendo. L’ospitalità è il luogo della riconciliazione con se stessi. E nessuno può farlo al posto di un altro. Ecco allora il miracolo della reciprocità. Un essere ospitale può generare in me questo atto di fede: la mia esistenza vale la pena di essere vissuta…”. (…) “Perché l’ospitalità è l’espressione ultima di una speranza di non violenza di fronte alla violenza, ora, questa violenza c’è, a tutti i livelli, … più in profondità, tra i concittadini di una stessa società” (C.Theobald,Lo stile della vita cristiana, Qiqajon 2015).

L’esperienza cristiana trova radice nell’esperienza di ospitalità di Gesù e si esprime nella memoria dell’ultima cena, nello spezzare insieme il pane segno dell’ospitalità donata. Ma il banchetto eucaristico non diviene esperienza di ospitalità per le divisioni delle chiese e per le rotture della comunione. La grande contraddizione è vissuta in particolare da chi vive per esempio l’esperienza del matrimonio, come esperienza di amore che conduce a vivere una comunione fondamentale e profonda e contemporaneamente non può condividere l’eucaristia perché appartenente a chiese diverse tra le quali non è riconosciuta la piena comunione.

Ma proprio le cosiddette ‘coppie miste’ sono profezia di quella comunione che è più profonda e supera le differenze: la loro comunione domestica anticipa già la comunione ecclesiale e ne rivela il volto più autentico, quello dell’amore che va avanti come nel movimento del ‘discepolo che Gesù amava’ nel suo correre più veloce di Pietro e nel suo vedere e credere.

Con riferimento alla riflessione in atto nelle chiese della Germania, in cui la questione si presenta in modo vivo e urgente, osserva il docente di teologia dei sacramenti Andrea Grillo: “I vescovi tedeschi, a maggioranza, hanno visto che qui la Chiesa entra in una sorta di contraddizione. Da un lato nega la comunione, perché le Chiese di appartenenza non sono in comunione. D’altra parte riconosce che la comunione nuziale è, per certi versi, più avanzata e più esplicita della stessa comunione eucaristica. Proprio qui, a me pare, la ospitalità eucaristica dovrebbe essere intesa non come una benevola concessione che le singole Chiese possono fare a membri esterni di partecipare alla pienezza dei propri riti, bensì come profezia ecclesiale che riconosce, in coppie miste, la presenza di una chiesa unita e capace di comunione, anticipata dalla vita domestica, che sta in anticipo rispetto alla coscienza istituzionale. Ciò che le Chiese non riescono a riconoscere come comunione, un uomo e una donna possono viverlo appieno, nonostante la loro appartenenza ecclesiale differente” (Andrea Grillo, Ospitalità eucaristica, “Messaggero cappuccino”, nov-dic 2018).

Pensare all’ospitalità eucaristica come anche all’ospitalità in sé, spesso dimentica quella ospitalità di cui Gesù era capace e che è punto di riferimento per scorgere come non è una chiesa che ospita un’altra, ma tutti e tutte siamo ospiti al banchetto del Signore. E’ il Signore che apre spazi di comunione e accoglie e invita alla cena. E il suo ospitare non si pone nei termini di un premio da consegnare a fronte di meriti e fedeltà, ma è riconoscimento e accoglienza che spinge ad aprirsi alla vita innanzitutto, agli altri, ad una speranza al cuore del proprio cammino. Allora eucaristia non è punto di arrivo, ma punto di partenza.

Può essere d’aiuto soffermarsi sull’esperienza umana semplice e quotidiana: la condivisione di un pasto insieme non è solamente punto di arrivo di percorsi familiari ricchi di affetto e di amicizie consolidate, ma costituisce possibilità di incontro con persone che giungono estranee o è addirittura occasione di condivisione al di là delle differenze e delle ostilità, momento che scioglie cuori induriti e conduce a superare le opposizioni e a riconoscere l’altro nella sua verità.

Ancora Andrea Grillo osserva: “L’eucaristia non è solo culmine di una identità già acquisita, ma anche fonte di una identità da costruire, da strutturare, che trova alimento in questa “pratica di comunione sacramentale” per pellegrini in cerca della pienezza. Questa consapevolezza teologica deve diventare, allo stesso tempo, modo di celebrare e modo di vivere l’eucaristia. (…) Tutti, e sottolineo tutti, sono ospiti. Chi presiede, chi proclama, chi canta, chi serve, chi risponde. Tutti sono ospiti perché tutti compiono una sola azione il cui titolare non è altro che Cristo e la sua Chiesa, di cui nessuno è esclusivo rappresentante (…) Quello che ricevi nel sacramento devi farlo diventare il tuo stile di vita: una cultura della ospitalità e della accoglienza non è il caso limite di una coscienza ecclesiale, ma la norma piantata al centro della celebrazione eucaristica. Che riconcilia i diversi e abbatte i muri”. (ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

XIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_39382Re 4,8-16; Rom 6,3-11; Mt 10,37-42

La pagina del ciclo di Eliseo nel libro dei Re è indicativa di una grande intuizione della fede d’Israele. Dio lo si incontra nella storia, Egli si fa vicino nel tessuto degli incontri umani.

Un’esperienza di accoglienza diviene così momento di rivelazione. Una donna di Sunem insieme al marito invita nella sua casa il profeta Eliseo che giunge alla loro porta come straniero. Da questo incontro sorge una novità sperata: quella coppia avrà un figlio. Atteso da tempo nascerà. L’invito a condividere la tavola rivolto ad uno straniero è occasione per scoprire un tratto del volto del Dio d’Israele. Lo straniero arrivato in modo imprevisto è un profeta e nell’incontro reca una fecondità ormai solo sperata. E’ la forza di vita che proviene dalla Parola di Dio. L’apertura all’ospitalità è spazio in cui Dio si rende presente generando vita nuova. Il figlio per la coppia di Sunem è segno del nuovo che può fiorire da un gesto di gratuità. Il volto di Dio che si rivela è quello di una presenza personale che cambia il destino della sterile e la rende madre ricca di figli.

L’accoglienza del forestiero costituisce una memoria vivente per Israele della propria storia: Israele è stato schiavo in Egitto e ha sperimentato l’oppressione dello straniero. “Tu amerai il forestiero come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto” (Lev 19,34). Questa parola ricorda la condizione storica degli israeliti e la condizione di tutti gli umani: pellegrini, in viaggio, bisognosi di rifugio e di protezione. L’accoglienza è anche traccia del volto di Dio che si fa vicino nella domanda dello straniero. Nel volto di chi si accoglie si cela la presenza del Dio altro e in cammino.

Gesù indica ai suoi che anche il più piccolo gesto di accoglienza non va perduto: “chi avrà dato anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.

Chi è discepolo di Gesù? sono tutti coloro che mettono in pratica e attuano il suo stile di convivialità di condivisione anche se non fanno professione di fede e non appartengono alle chiese. Sono tuti coloro che lo seguono perché orientati da quella luce che illumina ogni persona, la luce del concepire la vita orientata all’altro.

Nel vangelo di Matteo nella grande immagine del giudizio finale Gesù parla della sorpresa nell’incontro con lui: tutta la vita sarà posta in luce nei gesti vissuti nei confronti di chi ha fame, sete, di chi è malato, prigioniero, straniero: ‘Ero forestiero e mi avete ospitato’ (Mt 25,44-45): ‘ogni volta che avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli l’avete fatta a me’.

Vivere l’accoglienza rinvia alla questione radicale del nostro rapporto con Dio. Questa si attua non in un aldilà lontano me nell’aldiqua vicino e nei percorsi della vita umana. Nel rapportarsi all’altro si può scoprire il volto di Dio che chiama ad intendere la vita nei termini di comunione: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2)

Alessandro Cortesi op

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Accoglienza nel tempo delle migrazioni

Un recente documento dal titolo Migranti segno di Dio che parla alla Chiesa dei vescovi della Liguria affronta in modo chiaro il tema delle migrazioni e scorge come questo sia un segno di Dio che parla alla chiesa provocando ad una risposta evangelica. Il titolo appare indicativo di un percorso in cui si rinvia ai segni di Dio da leggere nella storia con fatica di analisi e con attenzione ai percorsi dell’umanità.

Esso intende offrire una riflessione per leggere cause del fenomeno con apertura al confronto con tutti coloro che guardano al futuro della famiglia umana e con particolare provocazione ai credenti a scorgere nei migranti un segno di Dio da ascoltare.

In una prima parte sono offerte alcune linee per una lettura del fenomeno: sono sottolineate le responsabilità dell’occidente e dei paesi ricchi del pianeta a fronte dei flussi migratori: “Il Sud del mondo vive gravissimi problemi che sono la conseguenza di politiche economiche e di strategie geopolitiche che altro non sono che giochi di potere, pagati a caro prezzo soprattutto dai poveri” (n.6). “Il primo passo che siamo chiamati a compiere è quello che ci porta dentro le ragioni che spingono enormi masse di persone ad abbandonare il proprio paese” (n.8).

Sono ricordate le cause e immediate ma viene anche fatto riferimento alle cause storiche che oggi sono oggetto di un processo di oblio derivante da non considerazione della lettura storica. Viene qui ripresa una idea cara a papa Francesco che parla di un debito da considerare tra Nord e Sud del mondo non solo di tipo storico sociale economico ma anche ecologico (discorso ai movimenti popolari 2-5 nov 2016). Questa analisi implica un rovesciamento di prospettiva. I popoli sfruttati non sono debitori ma risultano creditori da parte del Nord. L’accaparramento delle terre e dell’acqua genera una inequità che tocca non solo la vita degli individui ma di interi popoli. La presenza di una guerra strisciante in molte aree del mondo e il meccanismo del debito sono altrettanti fattori da tenere presenti insieme allo sviluppo smoderato della finanza, prima causa della mancanza dei lavoro.

Al n. 16 si può altresì leggere una chiara denuncia del commercio di armi e delle responsabilità del nostro paese cui la spesa per gli armamenti negli ultimi anni è aumentata in modo sconcertante: “In stretto collegamento con i problemi sopra indicati, non si può non denunciare la persistente vergogna del commercio delle armi, mercato florido per il Nord del mondo, tragedia per i popoli del Sud del mondo. L’Italia figura tra i primi cinque fornitori di armi in Europa occidentale”.

Così vengono indicate prospettive chiare nell’individuazione di finalità: “l’obiettivo che si intende perseguire è quello dell’inserimento dei rifugiati nei nostri paesi, come vere risorse umane e culturali. Non si tratta di uno scontro di civiltà, ma dell’ennesima sfida a trasformare il perenne migrare dei popoli avvenuto nei secoli in una opportunità di crescita per tutti. Questa è la scelta di civiltà da compiere” (n.22).

Il documento è molto chiaro su altri aspetti, ad esempio indica la necessità di “superare la distinzione di trattamento tra profughi politici e profughi economici. A questi vanno ormai aggiunti anche i profughi climatici, una delle categorie destinate, nell’immediato futuro, a crescere a dismisura”. E viene anche in modo chiaro espresso l’obiettivo di cambiare la legislazione attuale si per non criminalizzare la condizione di migrante sia per riconoscere il diritto dello ius soli e dello ius culturae come base per il riconoscimento di cittadinanza che genera condivisine e corresponsabilità: suggerisce di “superare l’attuale legislazione che trasforma circa la metà dei migranti arrivati in ‘clandestini’. Una legge che, per un verso, chiede di accogliere richiedenti protezione internazionale e 
migranti, di dar loro assistenza, istruzione, mezzi per comunicare con i familiari rimasti in Patria, avviare un percorso di integrazione sociale, ma che, per altro verso, dopo un tempo medio (nella Regione Liguria è pari a circa due anni) costringe, di fatto, a metterli in strada, senza più alcuna assistenza” (…) Per questo indica l’urgenza di “giungere in tempi certi e brevi ad una legislazione che sancisca il diritto di cittadinanza a quanti hanno portato a compimento un verificabile percorso di integrazione (si pensi, ad es., ai minori nati in Italia) e facilitandolo per quanti desiderano intraprenderlo. Insieme a questo diritto, deve essere definito e ribadito il dovere di collaborare, proprio perché cittadini, allo sviluppo del Paese in cui si viene accolti rispettandone la cultura e le leggi”.

E’ indicata la via dei corridoi umanitari per tutelare le vite umane di coloro che affrontano i percorsi delle migrazioni. E’ altresì indicata la centralità dell’accoglienza nella prospettiva futura per l’Europa: “Il futuro dell’Europa passa anche attraverso la capacità di diventare una realtà sociale che vive l’accoglienza, favorisce l’integrazione e regola secondo giustizia i rapporti politici, economici e sociali tra paesi europei e paesi del Sud del mondo”(n. 22g).

Accogliere i migranti nello stile della compassione è riferimento a Gesù per i credenti in lui ma è questione che tocca il divenire umani e che apre ad un camino condiviso di umanità: “provare compassione” come Gesù buon samaritano (cfr. Lc 10,33): non è un generico sentimento di pietà ma un entrare, a pieno titolo, nel problema che l’altro vive, condividendolo e facendosene carico” (n.25).

“Scegliere di accogliere e farlo nel modo opportuno non è solo una urgenza morale, ma cambia la prospettiva del nostro modo di pensarci come Chiesa. Come cristiani siamo chiamati ad un radicale atteggiamento di disponibilità all’accoglienza” (n.32).

Un documento da leggere e su cui basare orientamenti di azione proprio in controtendenza a orientamenti diffusi oggi e diffusi con facili slogan che intendono affrontare il fenomeno epocale delle migrazioni da terre di povertà e ingiustizia nei termini della paura, della chiusura, e dell’esclusione. “Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).

Alessandro Cortesi op

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