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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica tempo ordinario – anno C – 2016

Pesca+Milagrosa_.jpgIs 6,1-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

Il tema della chiamata è filo rosso delle letture. La narrazione della vocazione, di Isaia avviene nel tempio, luogo sacro, in un’atmosfera solenne, avvolta dal fumo degli incensi e da suoni di voci che inneggiano al ‘Santo’. Isaia avverte la sua piccolezza a contrasto con la magnificenza del luogo e delle sue liturgie. Percepisce le voci di un inno al Dio, unico Santo e alla sua gloria.

Toccato dalla manifestazione della santità di Dio, si sente schiacciato dal suo ‘peso’ (gloria) percepisce la sua fragilità. Si scopre uomo ‘dalle labbra impure’, che non può accostare il Santo. Irrompe un gesto simbolico, quasi un rito, ad opera di uno dei serafini: un carbone ardente preso con le molle dall’altare, gli viene posto sulle labbra. E’ fuoco di una parola che dovrà portare. La Parola del Dio potente e santo discende, si consegna e brucia le labbra impure che ne escono trasformate.

‘Chi manderò e chi andrà per noi?’ ‘Eccomi manda me’. La risposta esprime una scoperta e consapevolezza nuova: è la risposta del profeta, che interpellato avverte la chiamata come una domanda che lo coinvolge. E’ chiamato a portare una parola non sua che l’ha bruciato dentro. La sua carne recherà quella cicatrice, segno di una ferita indelebile. La presenza di Dio chiede coinvolgimento e testimonianza: le labbra del profeta divengono memoria della Parola altra di Dio santo e della sua vicinanza che prende e trasforma.

Anche Luca narra una chiamata. L’ambiente è diverso: le rive del lago di Genesaret. Si può scorgere in questo racconto la memoria dell’incontro con Gesù dopo la risurrezione, riportato ad un momento della sua vita. Centro della pagina non è un miracolo di una grande pesca atto a suscitare il senso del meraviglioso, ma le parole e i gesti di Gesù che aprono a cogliere il significato del seguirlo.

Nel momento in cui Gesù termina di insegnare invita Simone. ‘Prendi il largo e calate le reti per la pesca’… Il suo insegnare si conclude con la richiesta di un’apertura, di una fiducia nuova: ‘prendere il largo’. Di fronte al fallimento Gesù solamente suggerisce nuovi orizzonti, al largo, e apre fiducia sulla sua parola: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso niente, ma sulla tua parola getterò le reti”. Una notte senza pesca, un fallimento si ribalta in una sorpresa per una pesca senza paragoni: “e avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”.

In un’immagine è presentata l’esperienza della comunità che si avverte svuotata dopo la fatica: il fallimento, la tristezza, la delusione, l’invito a ‘prendere il largo’, la sorpresa per qualcosa di totalmente nuovo. Irrompe un’abbondanza spropositata, inattesa e sconvolgente. Le reti stesse si rompono. L’apertura dell’incontro va oltre i mezzi, le reti utilizzate.

Pietro a questo punto riconosce in tale abbondanza la forza della parola: ha gettato le reti fidandosi di quella parola. La desolazione si trasforma in gioia, ma anche suscita in lui il senso del suo limite, la consapevolezza di indegnità. Si scopre peccatore, capace di indifferenza e di tradimento. ‘Signore, allontanati da me che sono un peccatore’. E’ la reazione dell’uomo religioso, che avverte impotenza e timore e vuol tenersi lontano, nella condizione del terrore davanti al sacro divino.

Come il carbone ardente sulle labbra di Isaia, ora la parola di Gesù rende Pietro un uomo nuovo. Da uomo ‘religioso’ è chiamato a diventare un credente, capace di affidarsi alla sola bontà di Dio. Non per la sua grandezza o purità, ma per puro dono di un amore gratuitamente ricevuto. La parola di Gesù è ‘non temere’. E’ un’eco dell’annuncio alle donne al sepolcro il mattino di Pasqua: ‘non abbiate paura’.

L’incontro con Gesù viene così descritto come superamento di ogni paura, liberazione dal peso di ogni indegnità. Pietro sarà così ‘uno di coloro che erano con Gesù’. Gli verrà ricordato da una delle serve nel cortile del sommo sacerdote (Lc 23,56ss.) proprio nel momento in cui Gesù stava subendo il processo. Pietro scoprirà nella sua vita di essere e rimanere uno dei suoi, e proprio nel momento più drammatico quando, nel medesimo istante, si stava sottraendo al suo maestro e veniva però raggiunto dal suo sguardo di amore. Nel suo essere tra coloro che lo abbandonò rimane ‘uno di quelli che erano con lui’, partecipe del cammino della comunità ‘uno dei loro’. Proprio nel suo peccato e nella sua lontananza è chiamato e salvato per essere ‘pescatore di uomini’ (non uno che porterà morte, ma ‘colui che porterà vita’): il suo prendere il largo avrà i caratteri del rapporto con altri trasmettendo vita, da quella parola accolta.

Chiamata è evento di incontro, di presenza interiore che spinge, apre, trasforma. E’ anche passaggio dalla paura ad una fiducia non basata sulle proprie grandezze, ma sulla scoperta della gratuità del dono di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Per grazia di Dio sono quello che sono

“Mi è chiesto un commento sulla nuova disciplina sulle unioni civili, cd. Cirinnà, come giurista, docente universitaria ma anche donna credente impegnata all’interno della Chiesa locale. Premetto che in queste settimane ho vissuto con fatica e disagio, sul tema, queste mie diverse ‘appartenenze’ nella ricerca di un’analisi fedele al dettato normativo ma anche filtrata dall’universo dei valori della mia formazione cristiana, sui quali cerco di fondare la mia vita. Questo scritto riflette dunque il difficile equilibrio che ho individuato fra queste mie diverse ‘radici’.”

Così inizia una puntuale e chiara riflessione di Monica Cocconi, giurista di Parma (consultabile nella sua versione integrale a questo link): ‘Le unioni civili tra diritto ed etica’. E’ un intervento che si muove a partire da una lucida considerazione delle questioni a partire dal riconoscimento dei diritti fondamentali, collocando la sua analisi in un riferimento attento al dettato della Costituzione nel quadro della giurisprudenza europea. Così infatti afferma: “Non ho condiviso, anzitutto, l’affermazione ricorrente per cui un intervento del legislatore sul tema delle unioni civili non è affatto urgente, data l’emergenza ben più pressante della tutela dei diritti sociali, imposta dalla crisi economica. L’attuazione dei diritti fondamentali, in realtà, è sempre essenzialmente indivisibile; ogni diritto è uno specchio o un Giano Bifronte che impone responsabilità e solidarietà parallele. Così proclama la stessa Costituzione nei Principi fondamentali, dove il riconoscimento dei diritti fondamentali, civili e sociali, all’art. 2, è associato al rispetto dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale”.

Chiarisce quindi che la condanna della Corte europea di Strasburgo (sentenza del 21 luglio 2015) all’Italia per non attuare i diritti fondamentali alla vita privata e familiare delle coppie omosessuali, così come già è avvenuto in tutti gli altri Stati europei, diviene a questo punto un obbligo non procrastinabile.

Segue una chiarificazione rispetto al riferimento all’art. 29 della Costituzione (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”): “E’ in ogni caso da escludersi, allo stesso modo, un’interpretazione dell’aggettivo ‘naturale’ utilizzato dall’art. 29 in relazione alla famiglia, inteso come riferito al dato biologico della diversità dei sessi che precluda il riconoscimento dei diritti civili ad una coppia omosessuale. Come precisò Aldo Moro all’Assemblea costituente l’intenzione del legislatore costituzionale era piuttosto quella di scongiurare un’ingerenza indebita dei pubblici poteri nelle dinamiche della vita familiare, non di irrigidire il modello familiare in uno specifico dato biologico”.

Oggi l’universo familiare si presenta in forme le più diverse, difficilmente assimilabili al modello ‘mamma, papà, bambino’. Compito del diritto, di fronte al vivere sociale, è regolare le situazioni di vita e non applicare modelli astratti e lontani. Così continua Monica Cocconi delineando la complessità delle situazioni attualmente esistenti nella vita sociale: “Vi sono convivenze di fatto, nuclei monogenitoriali con minori, coppie sterili o adottive, coniugi rimasti soli per la morte del coniuge, nuclei riformati dopo lo scioglimento di un precedente matrimonio, genitori separati e divorziati con figli e coppie omosessuali, talora con figli. A queste realtà negheremmo oggi con difficoltà, nella sostanza e nel linguaggio quotidiano, la definizione di ‘famiglia’. Appare quindi altrettanto inconcepibile negare a qualcuna di queste il riconoscimento dei diritti e l’imposizione delle responsabilità necessarie a garantire il rispetto e la dignità di ciascuna persona impegnata in una convivenza affettiva stabile, solo sulla base del suo orientamento sessuale. La fedeltà al dato costituzionale vigente va dunque necessariamente coniugata con il rispetto dei vincoli costituzionali europei e l’adeguamento al mutamento sociale in atto”.

Infine conclude: “da credente impegnata nella Chiesa locale, aggiungo che proprio il Vangelo della Misericordia imporrebbe la massima delicatezza e rispetto umano nell’affrontare temi così legati alla vita intima e affettiva delle persone e l’astensione da alcun giudizio o condanna che possa ferirne la dignità o produrre inutili sofferenze”.

L’invito ad un atteggiamento che ponga al primo posto la considerazione ed il riconoscimento della dignità di ogni persona, che non sia occasione di condanna o di sofferenza per l’esclusione è quanto mai urgente. Questa riflessione mi sembra una parola saggia, a fronte di un dibattito in cui non si tiene conto della condizione delle persone, dell’autentica funzione della legge, e, per chi è credente, del valore di ogni vita umana immagine di Dio, e della fiducia nella grazia di Dio. Nella consapevolezza dei propri limiti, inadeguatezze ed anche della vicenda di peccato per ogni persona si apre la scoperta che ha dato speranza nella vita di Paolo: “per grazia di Dio sono quello che sono… la sua grazia in me non è stata vana”.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno B – 2015

CodexEgberti-Fol031-HealingOfTheBlindManOfJericho-2(miniatura dal Codex Egberti – abbazia di Reichenau 980/993)

Ger 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”.

La voce dei profeti nel tempo della stabilità è richiamo critico alla fedeltà alle promesse e all’alleanza con il Dio liberatore, nel tempo dell’esilio diviene voce di speranza. Le parole di Geremia fanno parte del ‘libro della consolazione’ (capp. 30-31): sono un invito alla gioia, nonostante il ricordo ancora vivo del pianto, nonostante le contraddizioni del presente e nella crisi. C’è un richiamo a quanto il Signore sta compiendo, un raduno ed un nuovo cammino che riconduce il popolo alla libertà.

Dall’esilio coloro che erano stati deportati possono ritornare alla terra. Si ripropone l’atmosfera dell’esodo. Allora Israele aveva sperimentato vicina la presenza di Dio liberatore, ora si trova a vivere un cammino nuovo che ripropone quel rapporto di alleanza e di fede.

La mano potente di Dio guida verso il futuro della promessa quale raduno in cui c’è accoglienza per color che fanno più fatica e non c’è esclusione. Come nell’esodo il cammino era verso una terra ricca e spaziosa così ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Ricondotti e riportati da JHWH nella terra, per tutti c’è possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. Israele scopre in modo nuovo la vicinanza di Dio come presenza che guida e accompagna.

Anche il salmo 126 riporta alla medesima esperienza di uscita dalla schiavitù di Babilonia: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì al sorriso, la nostra lingua di gioia… Allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. L’esperienza di Israele diventa paradigma per altri e nella preghiera si delinea un’esperienza di un popolo che rinvia ad una liberazione con orizzonti universali.

Marco nel suo vangelo al termine del capitolo 10 pone il gesto di Gesù di guarigione di un cieco: lungo la strada, mentre Gesù esce da Gerico. E’ importante la collocazione di questo brano nella seconda parte del vangelo, dopo quel momento di svolta in cui Gesù aveva posto la domanda ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Viene allora riconosciuto come il Cristo, il messia (8,29). Da quel momento in poi Marco presenta Gesù insieme ai suoi discepoli che lo seguono. Li istruisce sulla ‘via’ che egli stesso sta percorrendo. E’ la via di un messia diverso dalle attese di affermazione e dominio umano. Su questa via incontra l’opposizione, si manifesta consapevole dell’ostilità generata dal suo agire. Non si tira indietro di fronte alla possibilità di affrontare il conflitto e la sofferenza in fedeltà al suo mandato: il figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la vita… (8,31-33; 9,30-32; 10,32-34).

Al capitolo 11 verrà presentato l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nei panni di un messia umile, che cavalca un asino ed entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace. A cerniera tra questi due capitoli è posta la guarigione di un cieco. Proprio alla vigilia dei giorni di Gerusalemme questo gesto indica che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto sta per accadere, il cammino di Gesù. Ma anche parla del cammino dell’autentico discepolo, di colui che segue Gesù sulla sua strada. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi ha scelto la via del servire: è questa anche la via del discepolo.

Il cieco di Gerico presenta così il profilo dell’autentico discepolo – come saranno la donna che unse il capo di Gesù prima della passione e Giuseppe di Arimatea al momento della morte -. Mentre coloro che Gesù aveva chiamato a sé non capivano, discutevano chi tra loro fosse il più grande, avevano il cuore indurito, il cieco di Gerico figlio di Timeo, viene ad essere il discepolo a cui sono aperti gli occhi per un vedere nuovo.

Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. Figlio di Davide è titolo del messia e rinviava alle attese di un re giusto. Un re fedele a Dio, preso dalla cura ed attenzione per la vedova, l’orfano e lo straniero, per coloro non hanno altri sostegni e appoggi umani. Il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

All’inizio del vangelo Marco aveva presentato il ‘regno’ come nucleo centrale di tutta la predicazione di Gesù: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (1,18)… “il regno di Dio… è come un granellino di senapa” (4,31). Bartimeo, cieco, coglie come il ‘regno’ si sta avvicinando a lui nella persona di Gesù.

La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando, a lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e lo segue.

Bartimeo diviene esempio del discepolo che non presume, non pretende i primi posti, ma invoca, nella sua condizione di mendicante. La sua richiesta è quella di vedere: un vedere di nuovo, ma anche un vedere in alto (anablepo): c’è un vedere nuovo che riconosce nel crocifisso, nell’innalzato il volto di colui che manifesta il volto stesso di Dio e lo rende vicino.

Gesù si accosta a lui e riconosce nel suo grido il luogo dell’attuarsi di salvezza: “Và la tua fede ti ha salvato”. Il cieco ritrova la capacità di vedere “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”. C’è una immediatezza del veder che conduce ad una continuità, un permanere nel seguire.

Discepolo è chi si pone a seguire Gesù lungo la strada che egli percorre verso Gerusalemme. Ma per questo è necessaria una luce nuova, uno sguardo capace di cogliere nei tratti del crocifisso i lineamenti del Dio che si china su di noi. Anche questo sguardo può essere solo suo dono, luce che cambia la nostra cecità e che rende possibile camminare sulle tracce lasciate da Gesù.

DSCF6057Alcune riflessioni per noi oggi

Nel tempo della crisi la voce dei profeti è invito a consolazione. Non è voce di una religiosità consolatoria che fa fuggire dal presente, ma è voce di consolazione che apre a scorgere il disegno di salvezza di Dio in una storia segnata dal pianto e dalla dispersione. Oggi il movimento dei popoli che lasciano terre a causa della miseria, della fame, della guerra è un movimento che può essere letto come raduno nuovo, per un nuovo incontro di popoli. L’esodo di Israele si ripete e ripropone negli esodi dei migranti. E’ esperienza storica che pone la questione di incontrare Dio, il suo disegno di alleanza per tutti i popoli, il raduno dalle estremità della terra per una convivenza di pace. Forse anche oggi abbiamo bisogno di ascoltare le voci di quei profeti del quotidiano che nei gesti dell’accoglienza ci ricordano come in questi esodi di popoli è presente una chiamata di Dio per un incontro nuovo con lui.

Il mendicante cieco è figura nel vangelo di Marco del discepolo che prese a seguire Gesù sulla strada. Possiamo chiederci a quale categoria di discepoli apparteniamo: a quella di coloro tra i dodici che si interrogano su chi è il più grande e si indignano per la richiesta di due tra loro che aspirano ai primi posti? o a quella del cieco, che per alzarsi lascia il mantello – dice Marco ‘balzò in piedi’ – e va verso Gesù. Siamo affetti da tante cecità che impediscono di vedere. Gridare verso Gesù di Nazaret è movimento di riporre al centro della nostra ricerca il volto di Gesù, nel suo camminare, nel suo passare.

“Va’ la tua fede ti ha salvato”: Gesù riconosce la fede del cieco di Gerico, una fede che lo conduce a vedere di per se stessa, subito. E’ stato presentato in questi giorni a Milano il primo volume dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, progetto promosso dalla Fondazione card. Martini insieme alla casa editrice Bompiani, intitolato Le Cattedre dei non credenti. Sono raccolti nel volume i testi di tutti gli interventi, svolti nelle 12 edizioni della Cattedra dal 1987 al 2002, un’esperienza originale di incontro e dialogo. Al termine di una di queste edizioni (la terza sessione) così si esprimeva il card. Martini parlando del credere (Credenti aggrappati sull’abisso, in Avvenire 20 ottobre 2015):

“Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso. (…) tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere”.

Gesù incontra il cieco lungo la strada. Sorge una domanda: quali le strade della nostra vita in cui scorgere il passare di Gesù? Quali le strade in cui invocare di poter vedere di nuovo e in alto? Sono le strade in cui il vedere nuovo si fa esperienza del seguire Gesù, una chiamata per ognuna e ognuno che si scopra mendicante…

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica – ordinario B – 2015

gesu_pietroIs 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Una figura dal profilo affascinante ed enigmatico è presentata in alcuni testi del secondo Isaia, al tempo della fine dell’esilio: è il servo di Jahwè. Si tratta di un singolo? E’ figura per indicare tutto l’Israele fedele? Ha il profilo un profeta, fedele al Dio dell’alleanza, e per questo subisce persecuzione, disprezzo, violenza. La sua vita è nell’ascolto della parola di Dio: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Tale azione di Dio conduce ad intendere la vita secondo questa chiamata. Anche nella sofferenza e nella solitudine vive una fiducia profonda: “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. E’ questa fiducia l’unica forza per sostenere opposizione e dolore. Giunge al punto di subire violenza senza rispondere con la violenza ma attuando una profonda solidarietà con tutti, proprio per testimoniare la sua fede in Dio: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori… non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi”.

‘La gente chi dice che io sia?… e voi chi dite che io sia?’. Il motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo ruota attorno alla questione sull’identità di Gesù di Nazareth riconosciuto come il Cristo, messia. La domanda di Gesù segna una svolta: è posta per la strada e proprio a metà del vangelo. Si collega al cammino di Gesù, verso Gerusalemme, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi lo vuole conoscere, perché da lì si apre il cammino del seguirlo.

‘Tu sei il Cristo’, è la risposta di Pietro. Pietro così presenta l’identità di Gesù, peraltro espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – nella sinagoga di Cafarnao nella guarigione dell’indemoniato, e di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dall’inizio del vangelo Marco è indicata l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio (Mc 1,1). Al momento del battesimo al Giordano con il Battista la voce dal cielo lo aveva espresso: con capacità narrativa Marco la fa udire solo da Gesù, ma la rende palese anche al lettore: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  L’intero vangelo si snoda così attorno alla grande domanda: chi è Gesù? E’ l’uomo dai tratti del profeta, percorre strade in fedeltà radicale al Padre, come figlio e servo. La sua vita è orientata alla cura per il bene di chi incontra: in questi tratti si delinea il profilo del messia.

Nella sua risposta Pietro riconosce Gesù come messia, portatore dell’intervento di Dio, cogliendo in lui le promesse rivolte a Davide che animavano la speranze di Israele. Tuttavia subito dopo Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. La medesima reazione di fronte agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda.

La grande questione per Marco sta sulla modalità dell’essere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù. Sono parole cariche di evocazioni all’esperienza dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio, testimoni sottoposti a persecuzione e condanna. Gesù si pone nel cammino dei profeti e vive la consapevolezza che questa fedeltà alla sua missione lo potrà condurre al rifiuto e a subire la sofferenza.

In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia: ‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù, che apre domande. Non si tratta di una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. E’ piuttosto indicazione di una fedeltà di Gesù fino alla fine proprio in rapporto al Padre e al suo disegno di amore. La sua missione e testimonianza lo conduce ad assumere anche la sofferenza. Non risponde alla violenza con la violenza. Vive invece fino in fondo il dono dicendo che l’amore è più forte di ogni altra cosa. Non cerca la sofferenza e la croce ma la subisce per restare fedele all’annuncio del regno. L’orientamento della sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è, secondo Marco, ‘messia’, ma in un modo paradossale. Non corrisponde alle attese di un messia del potere, politico e nazionalistico. E’ invece messia che salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e con il dono di sé divenendo uomo-per-gli-altri. La sua vita umana racconta il volto stesso di Dio, ne è rivelazione ed è una vita che porta salvezza.

Gesù indica la sua via come cammino a cui partecipare: chiama a ‘stargli dietro’. A Pietro che lo rimprovera dice ‘sta dietro a me Satana’. Satana è figura per indicare tutto ciò che divide. Pietro non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé. Gesù lo invita a ‘mettersi dietro’ nel cammino e smaschera modi di pensare non ‘secondo Dio’. Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire Gesù nel suo cammino. Solo allora si può scoprire la sua identità che coinvolge e cambia la vita. ‘Lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi: d’ora in poi ritorna pressante l’insistenza sulla strada ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

“Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede, se non ha le opere è morta in se stessa”

La lettera di Giacomo è ricca di avvertimenti sui rischi reali nel venir meno ad una vita di fede autentica e sincera: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,27). Non esiste fede in Dio senza un rapporto nuovo, di giustizia, che promuova solidarietà con la vedova l’orfano e il forestiero.

Nella lettera ritorna con insistenza il richiamo all’attenzione ai poveri, a porre al centro della vita la parola della Scrittura: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Gc 2,8). “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26; cfr. 2,17.20.24). L’insistenza sulle ‘opere’ è sempre in rapporto alla relazione con gli altri richiesta dal vangelo. Le ‘opere’ sono così intese come il germogliare di una fede che può attuarsi solamente nella relazione. La vita cristiana può svilupparsi solo nella dimensione comunitaria e in rapporto all’altro. Le ‘opere’ sono il segno del carattere solidale e comunitario della stessa esperienza della fede.

DSCN0992Alcune riflessioni per noi oggi

Le letture di quest’oggi che trovano il loro centro nel riferimento a Gesù Cristo riportano all’essenziale: volgere lo sguardo a Gesù, seguire Lui.

Ci si può chiedere cosa signfiica seguire Gesù nel tempo della migrazione. Il riferimento alla concretezza è ineludibile. Un editoriale di Avvenire di Toni MIra dal titolo ‘Accogliere i profughi nel nome della legge’ del 9 giugno 2015 è richiamo ad una duplice attenzione, al vangelo e alla legge:

“Verità e legalità. Il nuovo polverone sollevato da alcuni governatori di Regioni del Nord a guida o trazione leghista, giunto all’intollerabile arma della pressione ricattatoria sui Comuni che intendono rispettare le regole – quelle dello Stato italiano e quelle dell’etica dell’accoglienza – richiede soprattutto chiarezza su questi due punti. Verità sui numeri, sugli accordi presi, perfino verità (e onestà) sulle parole, sul “di che cosa si parla”. Verità su che cosa significa, di fronte ai profughi, agire «nel nome della legge». Partiamo proprio da qui. Partiamo da chi sta arrivando sulle nostre coste. I cosiddetti “invasori”. Si tratta di richiedenti asilo, di persone che fuggono da guerre, violenze, persecuzioni. Sono loro che ora chiedono di essere accolti. Ce lo chiedono i loro occhi, ce lo impongono le norme europee e italiane, in primo luogo la Costituzione, all’articolo 10: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Un diritto, dunque, che tutti devono rispettare, a partire da chi ha più responsabilità. Che, oltretutto, non può confondere le acque. Non è corretto, infatti, dire che una Regione non può accogliere questi richiedenti asilo perché già ospita tanti immigrati. Perché in questo caso si tratta di migranti per altri motivi, in gran parte economici.

Comodo e cinico, troppo comodo e troppo cinico, utilizzare migranti contro profughi. Ai numeri precisi forniti dal Viminale, che denunciano la grande disparità di accoglienza dei richiedenti asilo tra Sud e Nord, non si può replicare con numeri che riguardano un altro fenomeno. Verità, dunque, rispetto dei diritti umani e del diritto italiano. E anche degli accordi presi. In primo luogo quello firmato da Governo e Regioni il 10 luglio 2014, che prevede la ripartizione dei richiedenti asilo in proporzione alla popolazione italiana residente e ai finanziamenti del Fondo sociale europeo. Un accordo, non una decisione unilaterale del Governo. Ma che ora – questa volta, sì, in modo unilaterale – tre Regioni del Nord vorrebbero violare. Anzi lo stanno già violando visto che proprio Lombardia e Veneto sono lontane dai numeri previsti. E, lo ripetiamo, non si possono giustificare tirando in ballo le “presenze” di immigrati che lavorano come operai in aziende basate nel loro territorio”.

Volgere lo sguardo a Gesù. E’ un impegno che ricorda ai cristiani la chiamata ecumenica: un cammino possibile da ricercare che passi dal conflitto alla comunione. E’ proprio questo – ‘Dal conflitto alla comunione’ – il titolo di un documento redatto dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità, pubblicato il 17 giugno 2013, in vista del 2017 data di inizio della Riforma di Lutero con la diffusione delle 95 tesi nel 1517. Il documento evidenzia: “La memoria storica ha avuto delle conseguenze concrete per le relazioni interconfessionali. Per questa ragione è nel contempo così importante e così difficile un ricordo ecumenico comune della Riforma luterana. Ancor oggi molti cattolici la associano principalmente con la divisione della Chiesa, mentre molti cristiani luterani associano la parola «Riforma» specialmente con la riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà. Sarà necessario prendere sul serio entrambi questi punti di partenza al fine di mettere in relazione reciproca le due prospettive e porle in dialogo” (n.9). (…)Quello che è accaduto nel passato non si può cambiare, ma può invece cambiare, con il passare del tempo, ciò che del passato viene ricordato e in che modo. La memoria rende presente il passato. Mentre il passato in sé è inalterabile, la presenza del passato nel presente si può modificare. In vista del 2017, il punto non è raccontare una storia diversa, ma raccontare questa storia in maniera diversa” (n.16).

Si precisa il senso del dialogo ecumenico: “Il dialogo ecumenico implica la rinuncia a schemi mentali che scaturiscono dalle differenze tra le confessioni e che le enfatizzano. Al contrario, nel dialogo i partner cercano di individuare in primo luogo ciò che hanno in comune e solo allora esaminano la rilevanza delle loro divergenze. Queste differenze, tuttavia, non vengono trascurate o minimizzate, perché il dialogo ecumenico è la comune ricerca della verità della fede cristiana” (34).

Nel documento si riprende la comune prospettiva maturata nella riflessione teologica ed espressa nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione.

In ‘Dal confitto alla comunione’ si legge a proposito dell’interpretazione di Lutero: “(106) L’iniziativa di Dio stabilisce una relazione salvifica con gli uomini; in tal modo la salvezza si attua per mezzo della grazia. Il dono della grazia può essere solo ricevuto e, dal momento che questo dono è mediato da una promessa divina, non può essere ricevuto se non mediante la fede, e non mediante le opere. La salvezza si attua soltanto per mezzo della grazia. Lutero, tuttavia, mise costantemente in evidenza che la persona giustificata compirà opere buone nello Spirito. (107). L’amore di Dio per gli uomini è incentrato, radicato e incarnato in Gesù Cristo. Perciò, l’espressione «solo per grazia» deve sempre essere spiegata con l’espressione «solo attraverso Cristo»”.

Il riferimento a Gesù Cristo nella nostra vita apre alla scoperta del dono di grazia che da lui solo riceviamo e della responsabilità che esso suscita per l’agire dello Spirito nei cuori. Ancora siamo in cammino per scoprire come il riferimento a Gesù e il centrarsi su di lui può essere motivo di speranza e nuova vita per il nostro tempo, aprendoci a passaggi dal conflitto alla comunione.

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Santa Maria in valle Porclaneta Rocca di Mezzo 171

Giona sotto la pianta di ricino (qiqajon) – s.Maria in Valle Porcianeta (part.)

Gn 3,1-10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giona è profeta che pretende di piegare Dio alle sue vedute: non segue la chiamata a partire secondo le indicazioni di Dio e ad andare verso la grande città, ma si dirige in direzione opposta. Tutto il racconto di Giona è attraversato dal tema della conversione come cambiamento di direzione. E’ un percorso di cambiamento declinato in tre grandi orizzonti.

C ’è innanzitutto l’orizzonte della conversione di Ninive la grande città, simbolo di una vita lontana da Dio. La conversione della grande città è risposta all’appello del profeta a vivere rapporti di giustizia, a lasciare un sistema di egoismo e di ingiusta ricchezza. Con ironia nel libro di Giona si parla della penitenza del re di Ninive che alla predicazione di Giona risponde con il cambiamento e il digiuno, e con lui tutta la città. Un movimento di accoglienza delle sue parole e di cambiamento ben diverso dal rifiuto del re di Gerusalemme, Ioiakim di Giuda: anch’egli aveva ricevuto dal profeta l’invito al digiuno e all’abbandono di una condotta malvagia ma aveva risposto gettando nel fuoco il rotolo dov’erano scritte quelle parole (Ger 36,23-25). La città di Ninive figura di un mondo lontano e corrotto cambia inaspettatamente direzione: e proprio questo fa arrabbiare il profeta.

C’è poi la conversione di Dio stesso che di fronte al cambiamento improvviso e generale di Ninive si ravvede e non compie ciò che aveva in mente di fare. La narrazione è quasi un commento alla pagina di Geremia dove l’agire di Dio viene paragonato all’opera di un vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli” (Ger 18,6-8). E’ il volto di un Dio che si lascia vincere dal cambiamento e fa cadere quell’ira segno della sua reazione al male e alla violenza umana.

Infine c’è il cammino della conversione di Giona, un cambiamento solo suggerito nel libro e lasciato aperto quasi a suggerire un percorso da attuare da parte di chiunque legge. E’ il cambiamento più difficile perché Giona è l’uomo religioso chiuso nella sua concezione di una salvezza riservata solo ad Israele, prigioniero di una religiosità che esclude e pretende di possedere il progetto di Dio sulla storia. L’intero suo cammino appare come lento accompagnamento alla scoperta di un modo nuovo di concepire il volto di Dio e il rapporto con gli altri: è chiamato sì, ma ad andare oltre una visione esclusiva e di competizione violenta, verso l’incontro con un Dio che si prende cura di tutti, si fa vicino, desidera vita e salvezza senza privilegi. Giona viene incaricato di un annuncio più grande di lui che gli sconvolge la vita e lo conduce ad una avventura e ad un viaggio interiore. Dio si prende cura dei vicini e dei lontani: la sua grande fatica è condurre anche il religioso e fondamentalista Giona – il profeta renitente – ad aprirsi ad un incontro nuovo con Lui e con gli altri. Su tutti questi percorsi c’è il rivolgersi fedele, attento, paziente di Dio, preoccupato di far comprendere a Giona, agli abitanti di Ninive, ad Israele suo popolo, che il suo disegno di salvezza non è un privilegio da riservare a qualcuno, ma è dono per tutti.

Di conversione si parla anche nella pagina del vangelo. Gesù annuncia che c’è un tempo ‘compiuto’ e presenta l’appello di fronte all’irromprere del regno che si è fatto vicino: il regno di Dio ha i tatti di una bella notizia che apre ad un Dio amico e vicino, in cui male e oppressione sono tolti, ed è possibile un mondo di relazioni nuove. “Convertitevi e credete al vangelo”.

A queste prime parole sintesi del messaggio di Gesù segue un gesto, la chiamata dei primi discepoli presso il lago e la risposta di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù passa, fissa con il suo sguardo e chiama dicendo ‘Seguitemi’. La scena descritta coglie un momento di vita ordinaria, durante il lavoro, nel rassettare le reti di pescatori. Gesù chiama a seguirlo per renderli ‘pescatori di uomini’: la loro attività per procurare vita alle loro famiglie è chiamata a divenire missione per dare vita ad altri, ad una comunità allargata.

C’è una preziosità dell’incontro con Gesù che conduce ad un ‘lasciare’ il padre, la barca, le reti. Un’indicazione che nulla può essere considerato più importante. Relazioni e attività sono da scoprire in modo nuovo nel seguire Gesù. La cosa più importante diviene la relazione con lui. In lui sarà da scoprire la profondità del regno come situazione nuova sin da ora come nuovo modo di intendere la vita nel servizio e nella cura. Sarà anche un modo nuovo di intendere i legami e la propria attività in una comunità intesa come fraternità e sororità di uguali. ‘Seguimi’ è chiamata a seguire, a camminare ‘stando dietro’.

Si tratta di una sequela che avrà per quei discepoli (ma anche per ognuno che si mette a seguire Gesù) i caratteri della fatica, dello sbandamento, dell’incomprensione, anche del fallimento e dell’abbandono. Ma è cammino di conversione alla scoperta del vangelo di Dio che nei gesti di Gesù si può incontrare e in cui lasciarsi coinvolgere.

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Alcune considerazioni per noi oggi

L’antica Ninive è nel territorio della moderna Mosul città diventata tristemente famosa per essere luogo dell’avanzare in questi tempi dello Stato islamico, della persecuzione contro le comunità di yazidi e cristiani obbligati a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi in Irak. A Mosul poco tempo fa, nel luglio 2014, è stata distrutta la moschea di Giona. Sì, moschea, perché Giona è profeta riconosciuto anche nella tradizione islamica (nel Corano c’è una sura di Giona). Giona unisce diversi cammini religiosi e più profondamente è simbolo di un cammino umano, al cuore e oltre le religioni. C’è una violenza che si oppone ad un cammino umano come chiamata a convertirsi all’altro, a scoprire la vita come cammino comune nelle differenze, nel lasciarsi interrogare dall’altro. La persecuzione oggi in Irak e nella piana di Mosul accomuna cristiani, musulmani, yazidi, mezzo milione di persone rifugiate in Kurdistan. Prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ha visitato i profughi nel Kurdistan e ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di “celebrare le feste  – compreso Capodanno – con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all’abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul”. C’è un digiuno nuovo da scoprire oggi come segno di conversione. La sfida che oggi abbiamo davanti è quella di scorgere quale conversione ci è richiesta in modi diversi nelle diverse religioni e convinzioni: l’uscita dagli eclusivismi contrapposti, l’uscita dal modo assolutista e violento di pensare non accogliendo la diversità. L’uscita dalla logica della violenza, dal pensiero autosufficiente che non ha bisogno dell’altro e non è disponibile a cambiare e a prendere in considerazione altri punti di vista.

Nel libro, uscito in questi giorni, a cura di François Buet (ed.Gribaudi) che raccoglie alcune meditazioni di fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine, si legge: “La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. Se la fede salva è perché essa svia il nostro sguardo verso un altro, dunque crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale… Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi stessi sostituendola con la preoccupazione per un altro, viviamo questa fede che è, forse a nostra insaputa, fede in Dio…”

Ma c’è anche una conversione per dare spazio e attenzione alle situazioni di chi nel mondo subisce oppressione e persecuzione senza trovare considerazione nei media: come in Irak, così in Nigeria più recentemente (mentre il mondo si sollevava per le uccisioni a Parigi, calava l’indifferenza verso più di duemila vittime di violenze). Sono questi percorsi di conversione globali, ma che toccano anche la nostra quotidianità.

Pescatori di uomini: chi oggi si trova a pescare uomini? Chi oggi vive veramente l’abbandono di padri, madri e delle proprie reti per andare incontro ad un’avventura di cui non si hanno garanzie e pone la propria vita in un seguire speranza di dignità e di pane? La vicenda delle innumerevoli folle di migranti, di tutti coloro che hanno sperimentato l’essere pescati nei drammatici naufragi nel mare Mediterraneo è invito per noi a scoprire come i percorsi della fede sono nascosti dentro le vicende umane e come il seguire Gesù dovrebbe essere vissuto nell’ascolto e nell’accoglienza di cammini umani che sono in se stessi segni del vangelo oggi e chiamate a cambiare modo di intendere la vita nella linea del regno di Dio che è regno di pace giustizia sin dal presente.

“Il tempo si è fatto breve”. L’espressione di Paolo rinvia ad un’immagine di navigazione: le vele della barca che presso il porto vengono sciolte e raccolte per permettere gli ultimi preparativi per l’approdo. Non si tratta di un invito al ‘carpe diem’ ignaro del passato e del futuro. E nemmeno è esortazione all’indifferenza nei confronti del presente e di quanto comporta l’impegno qui ed ora nella costruzione di un mondo più giusto e umano con la propria attività. In queste parole sta piuttosto il suggerimento a cogliere la differenza tra ciò che è penultimo, e quanto è ultimo, tra l’importanza di tutto ciò che richiede il massimo coinvolgimento nello sforzo (come in una barca che sta per attraccare) e la bellezza di una realtà nuova che è vicina ed è punto di arrivo meta finale (come il pregustare l’abbraccio con i propri cari nel porto ormai raggiunto a termine del viaggio). Qui s’innesta la serenità e la libertà del credente. Tra il penultimo e l’ultimo al credente non è chiesto l’oblio del tempo, ma percepire lo spessore di ogni istante che tiene legati insieme il passato, il presente e il futuro. Il tempo allora non assume il carattere oppressivo di una dimensione che minaccia e genera paura, ma può divenire il luogo di una libertà nuova ed anche di speranza. Si può vivere immersi e impegnati ma non sommersi e angustiati nelle cose. C’è un quotidiano da accogliere e custodire recando nel cuore la tensione a ciò che è ultimo, nella consapevolezza di tutto ciò che è buono, giusto e di tutto ciò che è vita nel presente: ogni piccolo gesto, ogni impegno nel vivere relazioni che tessono solidarietà e pace è penultimo che si scontra anche con la conraddizione, con la fatica e il fallimento e nel contempo prepara, fa pregustare e annuncia l’ultimo.

Alessandro Cortesi op

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XIV domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF5184Zac 9,9-10; Sal 144; Rom 8,9.11-13; Mt 11,25-30

“l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti”. L’interruzione della spirale di guerra, l’abbandono di un arco ormai inutilizzabile e rotto e lo spazio dato ad una voce, disarmata, forte solo della fidcuia in Dio, che parla di pace. Lo sguardo dei profeti non si ferma a constatare l’evidenza, non è atttiudine di indifferenza o giustficazione di irresponsabilità. Come i profeti del passato e del presente Zaccaria, in un’epoca di difficoltà – per Isreale era il ritorno dopo la fine della prova dell’esilio – sa scorgere orizzonti invisibili. Non è illusione ma lettura del tessuto più profondo che sta sotto il visibile e che indica direzione. E’ sguardo al futuro che non costituisce fuga e rifugio consolatorio, ma rinvia ad una provocazione e ad un’esigenza di deidizione per il cambiamento nel presente. Dopo il tempo duro dell’esilio si apre un tempo di cose nuove. Il Tempio sta per essere ricostruito, Gerusalemme e altre città sono in via di riedificazione: si capovolgono le sorti di chi aveva disprezzato e oppresso il popolo d’Israele. Zaccaria vede però nella situazione di chi sta restaurando le antiche rovine la necessità di una ricostruzione interiore, spirituale. E’ tempo della benevolenza del Signore ma si deve guardare più lontano, ad un futuro legato alle promesse di Dio, il futuro che vedrà la venuta del messia.

Annuncia così la figura di un re legato all’eredità di Davide, che apre nuova speranza. Israele è indicato come la ‘figlia di Sion’ e la ‘ figlia di Gerusalemme’ che può vivere l’esperienza di una gioia nuova, di un entusiasmo che si fonda non sulla forza delle armi, ma sulla fiducia. La figura di questo re ha caratteri paradossali, e fa riferimento al cammino dell’intero popolo: non si impone con la forza ma è umile. Non trae la sua forza dalle sue imprese ma dalla fiducia in Dio e attua così la parola di Isaia “nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). La sua politica consisterà nella eliminazione delle armi. “Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato…”. Con questo abbandono dei mezzi di potenza in modo paradossale si aprirà a possibilità di un dominio nuovo: si estenderà sino ai confini della terra. Si tratta di un dominio non di oppressione ma di pace: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (cfr. Is 9,6); cfr. Is. 11,6-9). Egli è indicato come ‘giusto’; sarà anche vittorioso perché la sua forza è quella di Jahwè. La sua figura appare piuttosto una ripresentazione del servo di Jahwè di Is 42,1-4. E’ una figura paradossale: un ‘re umile’, guida e riferimento di un popolo di poveri, chiamati a seguire Jahwè in un affidamento radicale.

Gesù, in una preghiera di lode riportata dal vangelo di Matteo ringrazia il Padre perché “ha rivelato queste cose ai piccoli e ai poveri”. E’ importante il contesto in cui questa preghiera è posta. Poco prima Matteo ha presentato le parole di Gesù di fronte a coloro che per motivi diversi si opponevano sia a Giovanni Battista sia a lui stesso non accogliendo alcun tipo di provocazione ad essere messi in crisi. Ed evidenzia poi il rifiuto da parte di coloro che si ritenevano fedeli esecutori della legge religiosa. Gesù legge questo fallimento della sua predicazione come occasione di benedizione. Gesù è stato uomo capace di preghiera, e di una preghiera impastata di vita. Pregare per Gesù è esperienza di di gratitudine e gioia, nel riconoscere l’agire e la presenza del Padre. Chi pretende con atteggiamento di autosufficienza e di orgoglio di incontrare Dio sulla base della propria capacità è fuori strada. Sono invece i piccoli ad essere veramente accoglienti, coloro che si aprono a ‘conoscere’ il dono del Padre come dono. Gesù gioisce nel vedere che il Padre sceglie chi da un punto di vista umano è escluso e non considerato. Gesù benedice il Padre per questo.

La sua preghiera, questo inno definito da qualche esegeta un meteorite del IV vangelo finito nel vangelo di Matteo (per il rivnio al tema della ‘conoscenza’ del Padre e del Figlio), e da altri indicato piuttosto come ‘la perla preziosa di grande valore di Matteo’ si compone di tre parti: dapprima un inno di benedizione e un ringraziamento al Padre perché ha rivelato ai poveri e ai semplici i misteri del regno dei cieli; nella seconda parte il riconoscimento di un rapporto unico, di ‘conoscenza piena’ tra il Padre e il Figlio; la conclusione è l’invito di Gesù a seguirlo nel suo cammino di messia mite e povero. A differenza dei maestri che imponevano al popolo una serie innumerevole di precetti e prescrizioni, Gesù si presenta con i tratti di un maestro diverso. L’immagine del giogo era utilizzata dai maestri ebrei per parlare della legge e delle osservanze (Sof 3,9; Lam 3,27, Ger 2,20; 5,5). Gesù chiede ai piccoli: ‘prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore’. E’ Gesù il ‘piccolo’ che vive nell’abbandono fiducioso al Padre: riprende l’immagine del giogo la libera da ogni senso di pesantezza e di insopportabilità: ‘il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero’. Gesù conosce la nostra debolezza e la nostra incapacità. Ma più profondamente apre a considerare che la vita di fede si connota per un rapporto con lui, per vivere una relazione in cui affidarsi a lui libera da pesi inutili imposti da tutti i sapienti. Si possono ritrovare così richiami e differenze ad immagini presenti in un testo del del Siracide (cap. 51) quasi una confessione del cammino di un cercatore della sapienza che ha dedicato le sue forze migliori per inseguirla e metterla in pratica.: “Avvicinatevi a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola. Perché volete privarvi di queste cose, mentre le vostre anime sono tanto assetate? Ho aperto la bocca e ho parlato: ‘Acquistatela per voi senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo e la vostra anima accolga l’istruzione: essa è vicina a chi la cerca. Con i vostri occhi vedete che ho faticato poco e ho trovato per me un grande tesoro (…) L’anima vosra si dieltti della misreicordia di lui, non vergognatevi di lodarlo” (Sir 51,23-30). Nel testo di Matteo appare come Gesù prenda il posto della sapienza (cfr. Mt 11,19).

Gesù invita non coloro che sono senza istruzione ad assumere spaienza con lo sforzo di uno studio, ma coloro che sono appesantiti a liberarsi per trovare in lui riposo. E’ invito ad una via nuova, una ia in cui seguire lui e portare con lui la passione di Dio per il mondo, una via da percorrere come cammino, nell’affidamento e nello scoprire Gesù come sapienza della vita nell’esperienza della misericordia. E’ la via un seguire Gesù uscendo da tutti i pesi di una religione che si è stabilizzata come sistema di potere, che vive nel compromesso e nella paura, che è preoccupata della opposizione all’esterno contro i nemici e di stipulare patti con i potenti per garantirsi privilegi di tipo culturale e materiale. E’ una provocazione a uscire dalla ‘cristianità’ in cui la religione è costruzione stabilizzata e chiusa, e in cui la chiesa stessa pretende essere modello di superiorità e separatezza nei confronti degli ‘altri’. Seguire Gesù è vivere un incontro con il Padre e una scoperta del proprio volto di uomini e donne nella libertà e nell’apertura del cuore. Gesù invita ad un’esperienza di fede che viva la dimensione della misericordia e in cui la chiesa allora si rende presente laddove c’è condivisione con coloro che sono respinti, condannati, poveri. Al centro dev’esserci il rapporto di amore e di fiducia vissuto nella figliolanza, nello scoprirsi responsabili di fraternità da custodire e costruire e non da schiavi.

Paolo nella lettera ai Romani riprende quanto aveva sviluppato nella lettera ai Galati riflettendo sulla libertà dell’esistenza cristiana (Gal cap. 5). Lì aveva sintetizzato la sua riflessione nell’espressione ‘camminate secondo lo Spirito’. Due logiche sono contrapposte, quella del vivere secondo l’egoismo che fa ripiegare su di sé (il dominio della carne), e quella del lasciarsi cambiare nella cura e nell’attenzione mite agli altri (il dominio dello Spirito). Vivere secondo lo Spirito è stare immersi nella realtà del quotidiano, scegliendo la via del servizio e della nonviolenza.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,43-52; Sal 99; Ap 7,9-17; Gv 10,27-30

Ascoltare la voce, conoscere, seguire. Sono tre verbi al cuore della pagina del vangelo. Gesù parla di se stesso come pastore che conosce le sue pecore. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Ma è importante accogliere queste parole di Gesù nel contesto in cui sono poste. Gesù – dice Giovanni poco dopo è nel tempio e sta camminando nel portico di Salomone, in un giorno di festa, la festa della Dedicazione (Gv 10,22-23). Contrappone in modo drastico ladri e briganti a colui che è autentico pastore. Parla di se stesso come di un pastore, che ha tante pecore, anche oltre il suo recinto. “Ed esse ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16). Sono parole che suscitano la reazione dei Giudei (termine che nel IV vangelo viene usato per indicare gli oppositori a Gesù, che non si aprono all’ascolto). Gesù richiede di riconoscere nelle sue opere, nel suo stile un segno del suo essere Figlio, una sola cosa con il Padre. Ma allora ciò significa la rottura di recinti, il richiamo ad un ascolto di Dio che si attua nel seguire Gesù. E il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore. Questo non è sopportabile per chi è preoccupato di un sistema religioso e non di seguire Gesù sulla via della concretezza della custodia e della cura.

La questione di fondo si accentra sull’ascolto. La voce innanzitutto. Tante voci si affollano attorno a noi ed è importante riconoscere la voce a cui prestare ascolto. Non è cosa scontata: molte sono le voci di ladri e briganti, di chi è solo interessato ad un proprio vantaggio e non accoglie né incontra ma utilizza gli altri. Viviamo nell’esistenza esperienze in cui una voce dice qualcosa di più di un soffio – flatus vocis, soffio che va e si disperde-: Sostare per riconoscere nella confusione una voce familiare, propria, è esperienza che apre il cuore. Nella lontananza ascoltare e riconoscere voci che richiamano alla casa, nel pericolo percepire voci che si avvicinano per offrire soccorso, in un ambiente estraneo improvvisamente udire voci che recano parole comprensibili, voci vicine. La voce è qui molto più che la voce sola. E’ dono di presenza, comunicazione, possibilità di incontro. Lascia tracce profonde nel cuore. Ed è anche esperienza quotidiana il riconoscere nel tono di una voce amica, nelle sue sfumature, i sentimenti che stanno dietro, le ansie o le stanchezze, le speranze o le richieste, il desiderio di comunicazione o la richiesta di aiuto. La voce è sempre voce di qualcuno, di un volto, di una presenza, di un tu che, proprio nella sua voce inconfondibile, si fa appello e getta un ponte. Il suono e il tono di un voce è ben di più di un fenomeno fisico: dice apertura e promessa, possibilità di incontro. La voce di qualcuno non è solo il suo pensiero, la sua parola, ma è esperienza di sensi, possibilità di contatto profondo, intimità e comunicazione di quanto si rivela solo a chi distingue le sfumature di una voce. La voce non è parola fredda ma reca con sé colori unici di sentimento, di moti profondi. La voce, il suo tono, il timbro, l’accentuazione comunicano un’interiorità.

Le voci che occupano le giornate sono tante: nel tempo della sovrabbondanza di voci che si accavallano e non lasciano spazi al silenzio non è facile ascoltare e non è immediato distinguere le parole autentiche, riconoscere le voci importanti.  Colpiti da tante voci, diverse ed anche opposte tra loro ascoltare è arte difficile, che non s’improvvisa. Gesù contrappone diversi tipi di ascolti: nel IV vangelo evoca le pecore che ascoltano la voce mentre attorno opposizione e ostilità stanno crescendo contro di lui. Le voci delle autorità religiose si alzano per ridurre la sua voce al silenzio. E Gesù parla delle pecore che ascoltano la voce del pastore e sanno riconoscere quella voce come indicazione per i loro percorsi. ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono’: forse il suo pensiero andava al gesto dei pastori che dopo aver riunito pecore di diverse greggi in un ovile radunavano le proprie con la voce spingendole verso il pascolo. Riconoscere la voce è per Gesù richiamo a saper distinguere una chiamata che si colloca dentro la propria esistenza, voce dell’unico pastore che ha cura delle pecore che desidera per loro la vita. In Apocalisse (seconda lettura) si parla dell’agnello, immagine di Gesù Cristo morto e risorto, come ‘pastore che guida alle sorgenti della vita’. Gesù evoca l’ascolto della sua voce in contrasto con tante altre voci che pretendono di sovrastare la sua o di sostituirsi. Sono le voci di chi pretende di mettersi al posto di Dio senza rimanere in un ascolto che de-centra e contesta ogni pretesa di potere come dominio e non come servizio.

Ascoltare: è la prima attitudine del credente. Ascolta Israele… Se ascolterete le mie parole… Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta…

Ascolto è rimanere in attesa, è attitudine di apertura ad una parola da ricevere, a cui offrire accoglienza e custodia. E’ in fondo riconoscimento di due strutture fondamentali dell’esistenza umana: siamo infatti innanzitutto poveri e  bisognosi di una parola che sia riconoscimento, bisognosi di un volto che parla, come un bambino ha bisogno di potersi riconoscere in un volto e in una parola che lo precede. E siamo esseri di risposta, chiamati a rispondere, a dare ascolto nell’ascolto che ci precede e ci custodisce: la parola accolta è sempre appello, invito, e domanda sospesa ad una risposta e ad un cammino verso l’altro.

Chi ascolta non pretende innanzitutto di prendere spazio e di imporsi, ma ascoltare è attitudine di mitezza. Chi ascolta lascia spazio agli altri e offre attenzione nel convincimento di non aver già tutto chiaro, nell’aver bisogno della verità dell’altro. Così ascoltare Dio passa anche attraverso l’ascolto degli altri. La parola di Dio ci raggiunge anche attraverso le voci, spesso nascoste o soffocate, da riconoscere e accogliere, di chi ne è testimone, anche senza saperlo.

Conoscere: in tutta la Bibbia il significato del ‘conoscere’ rinvia al rapporto intimo, personale. Gesù parla delle pecore che conoscono il pastore e si presenta come unico pastore a cui far riferimento, in contrasto con tanti pretesi pastori che intendono guidare ma secondo i propri interessi. Conoscere è come, l’ascolto, tutto il contrario di un percorso facile, immediato, o frutto di strategie. E’ piuttosto meta di un lento imparare, di un accostarsi  attento e delicato alla vita dell’altro. Conoscere non si esaurisce in un sapere intellettuale o in contatti superficiali, e non giungerà mai alla falsa illusione di saper tutto dell’altro, ma è un lasciarsi abitare dall’altro, sempre nuovo, sempre da ricominciare. E si affina e si compie nello ‘stare davanti’  e nello ‘stare presso’ l’altro. Conoscere è possibile così solamente in chi coltiva un cuore ospitale e  aperto. Il consumo di rapporti, l’idea che si conoscono tanti amici (le centinaia di amici su facebook!)è illusione che impedisce di maturare la pazienza di costruire lentamente e nel silenzio la profondità di rapporti personali.

Conoscere è sinonimo di custodire: la custodia di una intimità che non può mai essere svenduta. Una certa tendenza oggi presente anche nel mondo ecclesiale nel valorizzare testimonianze di persone che mettono in pubblico i propri percorsi interiori, per chi conosce la fatica del ‘conoscere’ fa sorridere al pensiero della superficialità e della vacuità di questi stessi percorsi. C’è un’intimità del conoscere, anche nell’esperienza della fede, da custodire con il senso di preziosità di un tesoro. Esso può solo essere sussurrato in incontri da persona a persona e non esposto nell’ottica del consumo della comunicazione di massa. Conoscere è rinvio all’intimità, ed anche alla concretezza di una consuetudine di incontro che diviene nutrimento reciproco nella vita, abbeverarsi alla presenza dell’altro, avvertire la medesima corrente di vita che passa nelle proprie fibre, così come i tralci si muovono nella linfa che proviene dalla vite. In questo senso conoscere implica uno stare ed un rimanere presso l’altro. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto…” (Gv 15,5)

Seguire. Le mie pecore mi ascoltano e mi seguono. Se il conoscere implica uno stare, la vita con Gesù, l’esperienza di fede si connota come cammino, come un andare. L’ascolto di Gesù e il conoscere lui e la sua voce che chiama conduce ad una apertura, ad un andare, ad un ripartire anche nelle situazioni in cui i cieli sono chiusi e non sembra esserci futuro. Gesù parla di pecore che ascoltare il pastore mentre attorno si stringe il cerchio minaccioso dell’ostilità e del rifiuto, mentre raccolgono pietre per lapidare il pastore che dà la vita. La sua via, via dell’amore, è in contrasto con le pretese di tanti pastori che non sanno riconoscere l’unico grande pastore, colui che ha percorso la via della croce, il crocifisso risorto, l’agnello immolato e ritto in piedi.

Seguire è certo un mettersi in movimento, un aprirsi ad un cambiamento che ad ogni età si rinnova come cambiamento interiore, ma è anche il seguire Gesù sulla via che lui ha percorso. Ha poco a che fare con i successi umani e le realizzazioni di carriera, di potere o di affermazione riconosciuta. E’ seguire la via della croce che è via del servizio e di un dono in cui il conoscere, e l’ascolto si declinano nel quotidiano, in rapporto con Lui e nel riconoscerlo tra i volti che ci è dato incontrare: oltre ogni recinto. Nella fiducia che in questo ascolto l’unico pastore fa camminare le sue pecore verso un orizzonte di comunione. “Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno potrà strapparle dalla mano del Padre”. In questo cammino sta la fede di Gesù, ed in esso sta anche la nostra fede.

Alessandro Cortesi op

 

XXIV domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Is 50,5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Il vangelo di Marco trova un punto di passaggio fondamentale nella domanda che Gesù pone ai suoi discepoli: ‘La gente chi dice che io sia?’ E subito dopo: ‘e voi chi dite che io sia?’. Sono domande che riportano al motivo di fondo per cui Marco ha scritto il suo vangelo. Sin dalle prime righe aveva indicato che tutto ruotava attorno alla questione dell’identità di Gesù di Nazaret riconosciuto come il Cristo, messia.

A metà del vangelo la domanda di Gesù segna una svolta. Ed essa è posta per la strada, nel cammino. Si collega al cammino di Gesù, ma rinvia immediatamente al cammino da percorrere per chi vuole non solo sapere chi è Gesù, in termini di curiosità intellettuale, ma intende conoscerlo, e seguirlo sulla strada da lui percorsa.

Pietro risponde: ‘Tu sei il Cristo’. E’ voce che nel vangelo di Marco presenta l’identità di Gesù, quell’identità espressa anche dalle voci dei demoni negli episodi di guarigione – ad es. al cap. 1 nell’episodio della guarigione dell’indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, o al cap. 3 di fronte agli ‘spiriti impuri’ (3,11-12) -. Sin dalla prima pagina Marco aveva suggerito l’identità di Gesù come Cristo, e come Figlio, nell’episodio del battesimo, laddove con raffinata arte narrativa aveva presentato una voce dal cielo, udita solo da Gesù, ma conosciuta anche dai lettori del vangelo: “Tu sei il mio Figlio l’amato…’.  Veramente l’intero vangelo si snoda attorno a questo tema: chi è Gesù? Quale l’identità di un uomo dai tratti del profeta rifiutato che percorre strade in un cammino di fedeltà radicale al Padre e di bene per gli altri?

Il riconoscimento di Pietro di Gesù come Cristo, messia, presenza attesa di liberatore e portatore dell’intervento di Dio, della pace, legato alle promesse indirizzate al re Davide e che segnavano le speranze di Israele, è una indicazione preziosa. Ma dopo la risposta di Pietro Gesù impone di non parlare di lui a nessuno. E’ la medesima imposizione data agli spiriti impuri. E’ richiesto un silenzio, che apre ancora una domanda. Perché questo silenzio?

Non è sufficiente riconoscere Gesù come messia. E’ indispensabile – e sta qui il cuore della preoccupazione di Marco nel suo vangelo – seguire questo tipo di messia nel suo cammino. Ecco perché quell’annotazione che ‘lungo a strada’ Gesù interrogava i suoi risulta così importante e quasi una chiave per leggere anche tutto il seguito dello scritto. Questa annotazione ritorna in tutta la seconda parte ad indicare che si potrà conoscere Gesù non per sentito dire, ma solamente facendo proprio il suo cammino e seguendolo sulla strada da lui tracciata.

La grande questione in gioco è allora per Marco il significato dell’esssere messia per Gesù. Da questo momento infatti Gesù ‘cominciò ad insegnare che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e dopo tre giorni risorgere’. E’ un annuncio, il primo di tre che si susseguono, sulla strada verso Gerusalemme, che racchiude in sintesi il ‘vangelo’ di Gesù.

Dietro a queste parole stanno i riferimenti alle esperienze dei profeti. Rifiutati per la loro fedeltà alla Parola di Dio. Il profeta proprio per la sua fedeltà a Dio subisce il rifiuto, la persecuzione e la condanna. Così anche Gesù riscontra come la sua scelta di mettersi nel cammino dei profeti lo potrà condurre ad un rifiuto e a vivere la sofferenza. In filigrana Marco presenta i testi del servo sofferente di Isaia.

‘Doveva soffrire molto…’. C’è un ‘doveva’ nella vita di Gesù che non va letto come una necessità determinata da un Dio malvagio che vuole la sofferenza. Piuttosto è da leggersi come la conseguenza di una fedeltà fino in fondo di Gesù al disegno del Padre. La coerenza vissuta in modo radicale al disegno di Dio conduce ad assumere su di sé la sofferenza. La scelta di non cercare di prevalere con la forza, con il potere e con la violenza, e di vivere fino in fondo l’amore conduce Gesù non acercare la croce ma a subirla per restare fedele all’annuncio del regno.  L’orientamento che guida la sua vita sta nel vivere la fedeltà al Padre e all’umanità nella debolezza e nell’amore che si fa dono e servizio.

Gesù è sì messia, ci dice Marco, ma è messia in un modo paradossale e sconvolgente. E’ messia non del potere e dell’affermazione della forza politica e nazionalistica, ma è messia che  salva nel reagire al rifiuto e alla violenza con la nonviolenza e il dono di sé fino alle estreme conseguenze, fino a prendere su di sé la via della sofferenza. Questa vita che racconta il volto stesso di Dio e se ne fa rivelatrice è una vita che salva.  Gesù non cerca la sofferenza ma la subisce nel suo rimanare fedele all’annuncio del regno del Padre.

Gesù indica così la sua via e lo annuncia come cammino in cui chi intende stargli dietro è chiamato ad accogliere questa logica. Le parole ‘sta dietro a me Satana’, rivolte a Pietro che lo rimprovera e non accetta la logica della croce come scelta dell’amore e del dono di sé, è invito a ‘mettersi dietro’ nel cammino ed è anche denuncia di modi di pensare che non sono ‘secondo Dio’.

Possiamo cogliere la provocazione di questa pagina in due ambiti della nostra vita.

Penso a questo tempo di inizio della scuola per tanti ragazzi e insegnanti e nel coinvolgimento di tante famiglie: in che misura la scuola e l’educazione è pensata come esercizio a primeggiare, ad avere potere sugli altri, ad arrampicarsi con tutti i mezzi ed in che misura invece può essere luogo in cui aprirsi a quel cammino che fa riscoprire le profondità dell’autenticità umana chiamata al dono di sé e al servizio? Gesù educa i suoi non con l’imposizione o con la minaccia, ma attraverso l’interrogare, nella pazienza di ascoltare, e chiedendo di seguirlo in un cammino di vita: è uno stile che ci interroga.

Penso alla situazioni di violenza degli ultimi giorni in Libia: ci interrogano sulla carica di violenza motivata con l’appartenenza religiosa. Ci fanno riflettere sulla logica dello scontro che sta alla base di provocazioni e di disprezzo per il credo religioso dell’altro come il film su Maometto. E’ da condannare la violenza di fondamentalisti e criminali che non possono essere identificati con la realtà del mondo credente islamico. E ci possiamo anche interrogare in quale misura siano presenti nella società, nelle persone, in diversi contesti religiosi o culturali pretese di egemonia, ricerca di potere, logiche di oppressione e politiche di violenza. La violenza dei fanatici si accanisce sugli uomini che stanno sulle frontiere, che cercano il dialogo. Gesù propone una via alternativa che fa emergere le dimensioni profonde del cuore umano, ciò a cui tutti siamo chiamati. E’ proposta che apre a camminare insieme, nel rispetto per l’altro, nella ricerca del dialogo contro ogni fanatismo, violenza e intolleranza. In contrasto con i modelli dello scontro dei popoli e delle persone si rende più forte la chiamata ad ascoltare l’invito di Gesù: ancora non abbiamo intrapreso con chiarezza la sua strada nel cammino di ‘messia’ venuto per servire. Solo questa testimonianza, che accetta di vivere il rifiuto e la sofferenza, vince ogni morte, ogni violenza e apre alla risurrezione.

Alessandro Cortesi op

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