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Solennità dei ss. Pietro e Paolo

arton89At 12,1-11; Sal 33; 2Tim 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

Piero e Paolo sono accostati in un’unica memoria, in un festa che ricorda le due figure di apostoli, chiamati in modi diversi e inviati dal Signore, che hanno inteso la propria vita in un rapporto profondo vivente e radicale con Gesù.

Il quadro presentato dalla pagina di Matteo è situato all’interno di una parte del vangelo ben strutturata, dove compare la confessione sull’identità di Gesù come messia, il riferimento alla comunità che Gesù voleva alla cui base sta l’incontro con lui e il seguirlo. Pietro è presentato come discepolo, coinvolto nell’incontro con Gesù, capace per dono del Padre di leggere la sua identità di messia, ma appare anche come discepolo chiamato a cambiare la sua idea di messia e viene rimproverato aspramente a ‘rimanere dietro’ al maestro.

Questa sezione del vangelo di Matteo (16,13-17,27) è infatti segnata dai due annunzi della passione (16,21-23; 17,22-23) e dalle parole sulle condizioni per seguire Gesù (16,24-28). Pietro è anche protagonista dell’episodio del tributo che chiude la sezione (17,24-27). Al centro dell’intera sezione è narrato il momento della trasfigurazione (17,1-13): anche lì Pietro ha un ruolo particolare in rapporto a Gesù ed in compagnia degli altri due discepoli. Ma a questo momento di manifestazione fanno seguito, le parole sull’incapacità dei discepoli ad operare guarigioni, e a seguire Gesù (17,14-21), porle che possono essere lette in parallelo al rimprovero di Gesù a Pietro che lo riconosce come Figlio del Dio vivente,

L’intera sezione si può dire che ruoti attorno alla tematica di una ricerca dell’identità di Gesù che apre ad un rapporto profondo con lui, ed introduce in un cammino in cui intendere la propria identità nell’incontro di conoscenza vitale. E’ un cammino in cui il profilo di Pietro si distingue come quello del discepolo: se per un verso è presentato con funzione di primo e di guida, viene anche ricondotto alla dimensione fondamentale che regge tutta la sua vita, la fede in Gesù e il camminare dietro a lui. Pietro, colui che è detto ‘beato’ perché disponibile ad accogliere un dono di rivelazione del Padre, è anche rimproverato, è ricondotto a rivedere la sua pretesa di autosufficienza, è detto ‘satana’ e viene invitato a cambiare radicalmente il suo modo di pensare la via di Gesù e la sua stessa vita.

L’episodio della confessione messianica è situato dal punto di vista geografico nel luogo più lontano da Gerusalemme, dalle parti di Cesarea di Filippo nell’estremo nord della Palestina. Una collocazione che intende indicare anche la distanza rispetto alla mentalità sacerdotale del culto di Gerusalemme e alla costruzione di una istituzione, il tempio, che si pone come escludente. La domanda posta da Gesù sull’identità del figlio dell’uomo: “Gli uomini chi dicono che sia il figlio dell’uomo?” richiama la questione che era stata quella di Erode (Mt 14,12).

Si può cogliere in questa domanda già un accostamento alla figura di Gesù con quella del ‘figlio dell’uomo’, espressione che poteva indicare semplicemente ‘un uomo’, ma che era già usata nelle fonti di Matteo per indicare la vicenda di Gesù nella linea della sofferenza e dei tempi ultimi (Mt 8,20). ‘Figlio dell’uomo’ è espressione presente nel libro di Daniele (7,13-14) con rinvio al popolo d’Israele, ma anche indicazione di un personaggio che si è ritrovata in scritti del tempo contemporaneo a Gesù – Enoc e IV Esdra attestati nella biblioteca di Qumran – rinvio ad una figura singola e personale con un particolare funzione in rapporto agli ultimi tempi, al tempo decisivo.

Nelle risposte alla domanda di Gesù non compare solo l’idea già di Erode che Gesù fosse Giovanni Battista ritornato alla vita, ma compare anche un riferimento al nome di Geremia, il profeta che aveva dovuto subire ingiurie e persecuzione violenta. Proprio Geremia era stato individuato come nemico dalla classe dei sacerdoti e degli anziani per il suo coraggio di profeta. Già la presenza di questi nomi è indicazione di quali sono le vie per scoprire l’identità profonda di Gesù.

Sotteso a tali rinvii sta infatti l’invito a cogliere come Gesù può essere compreso solamente nel tornare alla lettura delle Scritture – così come nell’episodio della trasfigurazione verrà sottolineato nell’accostamento a lui di Mosè ed Elia – e la sua via è drammaticamente in continuità e in rapporto a quella dei profeti che sono stati rifiutati e sono stati vittime di violenza e condanna. Anche testi dell’annuncio della passione relativi alla via del figlio dell’uomo richiamano infatti i passaggi della vicenda stessa di Geremia.

La domanda di Gesù rivolta direttamente ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?” accentua la richiesta di una presa di posizione diretta, di un coinvolgimento non solo intellettuale, ma di riconoscimento della sua identità come motivo di cambiamento della vita e di accoglienza del rapporto con lui. “Pietro disse: Tu sei il messia, il figlio del Dio vivente”. Tale riconoscimento, che esprime la fede della prima comunità e l’affermazione che Gesù è messia (figlio di Dio) come presenza che apre ad incontrare il volto di Dio Padre, è accolto da Gesù come dono di rivelazione: “Beato sei tu, Simone bar Jonà, perché carne e sangue non te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Queste parole riprendono un testo del Primo Testamento, rinviano al racconto che viene ampliato e applicato ad un contesto nuovo: si tratta di un midrash in relazione a Is 28. Si legge infatti in Is 28,14-18 una dura critica ai capi dei giudei. In polemica con gli uomini arroganti signori del popolo di Gerusalemme che hanno fatto alleanza ‘con gli inferi’ e con la morte scegliendo gli imperi più forti pe combattere l’Assiria e hanno ridotto la città e il tempio ad una costruzione basata sull’ingiustizia, Dio annuncia il suo progetto che è una costruzione nuova: “Ecco io pongo una pietra in sion, un apietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella” (Is 28,16-17).

Nella pagina di Matteo Pietro, che ha colto l’identità del ‘figlio dell’uomo’ è lodato e a lui è affidato un compito che si pone come custodia di tale fede. Pietro è chiamato ad essere pietra solamente in virtù di un dono ricevuto, decentrato rispetto a se stesso. Questo lo mantiene totalmente dipendente da un dono e nella consapevolezza della sua incapacità e piccolezza. Pietro sperimenterà la sua vigliaccheria e il suo tradimento di Gesù, ma sperimenterà anche lo sciogliersi del cuore che avviene nell’accogliere lo sguardo di Gesù quel vangelo dell’accoglienza e del perdono che fu il suo sguardo per lui.

In questo passo sta anche un rinvio ad un altro brano di Matteo (Mt 11,25-30), dove compare l’espressione la preghiera di Gesù di gioia, di ringraziamento al Padre che ha rivelato la conoscenza del figlio non ai sapienti e agli intelligenti ma ai piccoli: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli… Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il figlio vorrà rivelarlo. Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il giogo sopra di voi … e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Queste parole di lode trovano un parallelismo in quelle rivolte a Pietro: “Beato te Simone… perché carne e sangue non te l’hanno rivelato”: il Padre che ha nascosto tali cose ai sapienti e ai dotti è sorgente di una rivelazione che può solo essere accolta nella fede.

Le parole sul nome di Pietro (kefa) che corrisponde a Pietra, non sono tanto un cambiamento del nome. Matteo già in precedenza aveva usato per lui questo nome. Piuttosto intendono essere una spiegazione ampliata a partire dal riferimento al testo di Is 28,14-18. E’ questo un testo in cui Isaia critica aspramente la scelta di una scelta di potere che pone Israele ad aver fiducia nelle alleanze con i poteri del tempo venendo meno alla fiducia in Dio. In Isaia la pietra angolare posta in Sion è la pietra d’angolo che apre alla ricostruzione del tempio e di Gerusalemme.

In Matteo questa pietra d’angolo è vista come la costruzione di una comunità in cui la vicenda di Pietro ha un ruolo fondamentale, perché la sua esistenza è testimonianza di un affidamento a Gesù come figlio dell’uomo. La sua fede innanzitutto, il suo scoprirsi non forte di un potere proprio ma di un dono che viene dal Padre; la sua debolezza, la chiamata a convertire continuamente il suo rapporto con Gesù sulla base della via scelta dal servo sofferente. E possiamo pensare a tutto il cammino di Pietro, dapprima sicuro di sé e certo di non abbandonare mai Gesù, poi debole e impaurito nei giorni della passione, fino a tradire il suo maestro: la sua esperienza fondamentale di incontro con il Risorto si collega alla consapevolezza di essere guardato con un sguardo di perdono e di amicizia.

L’affidamento delle chiavi per aprire o chiudere ‘le porte del regno’ sono espressione simbolica di una responsabilità affidata: le chiavi sono date a Pietro nel suo percorso paradigmatico di fede e sono anche consegna a tutta la comunità (cfr. Mt 18,18) con riferimento a quello sciogliere che è la possibilità di aprire il regno anche ai pagani. E’ ciò che viene raccontato da Atti dei apostoli nella scoperta, non senza resistenze e stupore, da parte di Pietro stesso guidato e spinto dallo Spirito, che Dio non fa preferenze di persone (At 10) e nella sua opera al concilio di Gerusalemme (At 15): la presenza di Pietro è cosi strettamente connessa ad un cammino di comunità che accoglie il dono di aprire le porte del vangelo.

Per questo sono tolte agli scribi farisei le chiavi perché il modo di intendere l’autorità consisteva nella gestione di un potere e di esclusione e non nella logica di scoprire la fecondità e la apertura del vangelo.

Questa pagina è stata spesso letta come passo di riferimento e giustificazione di una istituzione chiesa strutturata in modo gerarchico con un capo che possiede le chiavi per escludere o per accogliere, con potere di scomunica o di perdono. La lettura in parallelo del passo di Mt 18,18 apre a comprendere che il potere di legare e sciogliere è affidato alla comunità nella direzione di un mandato per continuare la cura del Padre che non vuole che nessuno si perda dei suoi piccoli: l’autentico potere affidato alla comunità è quello di offrire testimonianza di riconciliazione, e in tale senso di sciogliere tutto quello che può essere di ostacolo all’accoglienza del vangelo per tutti. E anche davanti all’ostinazione del peccatore la chiamata è quella della preghiera comune.

La vicenda di Pietro nello stesso vangelo di Matteo è ben lontana dall’essere la vicenda di un capo che esclude e che gestisce un potere strutturato in gerarchia. La sua missione si collega alla fede e rimane tutta dipendente dal rapporto con Gesù, da quel riconoscerlo figlio dell’uomo, sulla via del dono e della consegna al Padre e agli altri. Pietro si scopre fragile e in questa fragilità ha il ruolo di aprire le porte a sciogliere barriere e legami che escludono. La pagina apre così il riferimento a quel passaggio dell’apertura del vangelo ai pagani che costituisce il motivo di tensione con un’impostazione religiosa che si pone come escludente perché troppo legata all’istituzione, al tempio stabilito e non a quel tempio che è la comunità vivente che pone la sua unica stabilità nel rapporto vivente e esistenziale con Gesù, lasciandosi decentrare e mettere in crisi da lui che vive il cammino del messia che dona la sua vita.

La domanda di Gesù ai discepoli: ‘Ma voi chi dite che io sia?’ riporta in primo piano la grande domanda al cuore del cammino personale e di comunità. Oggi siamo chiamati a riproporre le domande essenziali e attorno a questa domanda ricercare la risposta che sappia dire un coinvolgimento di vita e non solo un sapere intellettuale o distaccato.

Il dialogo tra Gesù e Pietro apre la questione di come Gesù intendeva la sua comunità: non un’istituzione di potere e una costruzione fatta di complesse architetture giuridiche ma il sogno di comunità aperta, in cammino, al seguito del suo unico Signore, chiesa di chiese che sanno coltivare i rapporti da fratelli e sorelle nell’ospitalità e non nell’esclusione. Comunità di discepole e discepole che accolgono il dono che il Padre offre ai piccoli, che coltivano il senso della preghiera, nel seguire Gesù sulla via facendo memoria dello stile concreto della sua vita, delle sue parole e del suo agire.

Ci possiamo chiedere in quali modi costruire una realtà di chiesa non preoccupata di stabilire confini, appartenenze o orgogli di identità, ma tutta presa dalla ricerca della domanda ‘Ma voi chi dite che io sia?’.

Possiamo anche chiederci come vivere esperienze di comunità che offrano il senso della testimonianza fragile della fede come dono ricevuto e da invocare e l’ospitalità come apertura all’altro, oggi, nel tempo delle rivendicazioni identitarie, dei ripiegamenti e delle esclusioni.

Possiamo anche chiederci quali sono oggi i luoghi in cui operare quel passaggio a sciogliere la posibilità di una accoglienza del vangelo come bella notizia di liberazione e di vita: il prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia affronterà  questioni che toccano profondamente la vita delle persone. Nela premessa del documento preparatorio ‘Strumento di lavoro’ presentato ieri, si offre una chiave di orientamento: la chiesa anche oggi è chiamata a scoprire come vivere la responsabilità della misericordia  ricevuta e di aprire percorsi di impegno nel seguire Gesù:

“Il Sommo Pontefice, nei suoi incontri con le famiglie, incoraggia sempre a guardare con speranza al proprio futuro, raccomandando quegli stili di vita attraverso i quali si custodisce e si fa crescere l’amore in famiglia: chiedere permesso, ringraziare e chiedere perdono, non lasciando mai tramontare il sole sopra un litigio o un’incomprensione, senza avere l’umiltà di chiedersi scusa. Sin dall’inizio del Suo pontificato, Papa Francceso ha ribadito: «Dio mai si stanca di perdonarci, mai! […] noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono» (Angelus del 17 marzo 2013). Tale accento sulla misericordia ha suscitato un rilevante impatto anche sulle questioni riguardanti il matrimonio e la famiglia, in quanto, lungi da ogni moralismo, conferma e dischiude orizzonti nella vita cristiana, qualsiasi limite si sia sperimentato e qualsiasi peccato si sia commesso. La misericordia di Dio apre alla continua conversione e alla continua rinascita”.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

7 Gesù incontra le donne di Gerusalemme(Serena Nono, ciclo della passione)

Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 9-17; Lc 14,25-33

Il libro della Sapienza invita a cogliere il limite del sapere umano. Pur con tutto il suo fascino, la sua grandezza, le sue fatiche e le sue conquiste, la scienza umana, che guarda alle cose della terra, si percepisce limitata, e può aprirsi a scoprire una sapienza che riguarda le ‘cose del cielo’, il senso della vita, l’orizzonte finale del vivere e dello stesso sapere: “A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?”

E’ una domanda aperta che viene condivisa da quanto credenti e non credenti si lasciano provocare dalla vita. Questi versetti possono essere accostati ai pensieri di un anziano esperto di psichiatria e di educazione, Vittorino Andreoli che proprio in questi giorni ha scritto un pagina illuminante sulla saggezza in rapporto alla situazione che oggi viviamo: “La saggezza è sapere che l’Io senza il Noi delira e diventa carne da manicomio. La saggezza non è potere: faccio perché posso, ma semmai è un muoversi lentamente per fare qualcosa che serva a tutti. La saggezza non urla, è meditazione. Si basa sulla fragilità dell’uomo, che è una sua caratteristica strutturale, esistenziale. Il potere è la forza che sottomette, la fragilità è il bisogno dell’altro, senza è come trovarsi in un deserto dove si esperiscono soltanto illusioni. L’amore nasce dalla fragilità, dal senso del proprio limite. Ma l’amore è diventato mercato: si compra e si vende. Domina la stupidità, il credere di essere dèi mentre si è soltanto mistero, di essere grandi e si è attaccati ad ‘un filo di ragno’. Dominano la furbizia, l’inganno di chi crede di imbrogliare l’altro e sta truffando se stesso, l’invidia di chi corre per aver ciò che un altro possiede e si dimentica di quanto ha. La saggezza non è la giustizia dei tribunali, non è la verità che puzza sempre di sopraffazione, è la ricerca continua di senso, di pace, di serenità”. (da ‘Il Fatto quotidiano’ 3 settembre 2013).

In questi giorni stiamo vivendo ancora il pericolo di un nuovo inizio e di un’estensione dagli esiti imprevedibili del conflitto armato nella regione della Siria, dove migliaia di persone soffrono per una guerra civile che dura da due anni. Nella complessità di tale situazione appare sempre più chiara l’assurdità della guerra, l’insania di pensare di risolvere i conflitti e i problemi tra i popoli con lo strumento delle armi. Nel suo appello per la pace all’Angelus del 2 settembre papa Francesco ha richiamato la Pacem in terris di Giovanni XXIII che per la prima volta esprimeva una condanna della guerra come ‘follia’ ed un richiamo ad un disarmo degli strumenti bellici e dei cuori. Il disarmo come scelta di sapienza. Di fronte all’ingiustizia, all’uso di armi terribili come le armi chimiche, non si può rimanere indifferenti, deve essere espressa condanna e devono essere attuate misure per individuare i colpevoli e sottoporli al giudizio di un tribunale internazionale, ma la via per risolvere conflitti sanguinosi come quello che ha già causato in Siria più di un milione e ottocentomila rifugiati fuori del Paese, quattro milioni e mezzo di sfollati interni e più di centomila morti, non può essere quella dell’uso delle armi. Proprio perché la violenza genera solamente altra violenza in una spirale senza fine. “…vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. (…) Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione.” (papa Francesco all’Angelus 2 settembre 2013).

La riflessione sulla sapienza oggi diviene domanda su come fare opera di pace, e può così essere accostata ad un versetto della lettera di Giacomo: “La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3,17-18)

La pagina del vangelo è segnata da parole di Gesù che richiamano all’esigenza del seguire lui: “se uno viene a me…”. La proposta di Gesù non si concentra nell’indicazione di una dottrina e nemmeno nella presentazione di un codice morale, ma propone la chiamata a lasciare a lui il primo posto nella vita. C’è la centralità della sua persona e dell’incontro con lui nella vita di chi desidera seguirlo. E’ una richiesta di lasciar spazio alla sua presenza ponendo tutto il resto in secondo ordine rispetto al rapporto personale con lui. I legami familiari, i progetti, i beni, la stessa vita divengono tutti elementi che non vengono tralasciati ma vanno rapportati a questo incontro fondamentale. La vita nel seguire Gesù presenta una esigenza di radicalità, esige un apprendimento mai concluso di orientare tutto in questa relazione con lui. Sarà scoperta di un modo nuovo di vivere i rapporti con gli altri, con i beni.

“Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo”. La domanda si apre sul significato della parola ‘portare la croce’. La croce per Gesù ha significato in primo luogo non una vicenda di dolore e sofferenza, ma è il momento conclusivo di un percorso in cui la sua fedeltà al disegno del Padre ha suscitato ostilità e rifiuto. E nonostante questo Gesù ha continuato a vivere la sua vita come abbandono di sé al Padre e servizio agli altri. Gesù è stato rifiutato e condannato per aver vissuto fino in fondo un amore preoccupato che ogni persona fosse liberata. La sua missione è l’annuncio del regno, la vicinanza di Dio che prende le parti degli oppressi. La croce indica quindi non tanto la sofferenza ma il segno di una fedeltà all’amore fino alle estreme conseguenze: Gesù vi andò incontro, non con la superficialità dell’incosciente o con la spavalderia dell’eroe, ma in fedeltà al suo rispondere al Padre e al suo essere per gli altri. Ha amato fino alla fine non nonostante la croce, ma attraverso la croce. Ha così offerto un modo di intendere la vita e di vivere la sofferenza nelle diverse forme in cui si può presentare.

Seguire Gesù si apre ad un portare a compimento il cammino iniziato. Due esempi sono indicati: costruire una torre e affrontare un esercito. Costruire una torre per proteggere i vigneti era prassi usuale ma prevedeva di avere il materiale sufficiente per portarla a compimento. Così Gesù parla di avversari da affrontare. E’ un invito contro la temerarietà e la presunzione, un richiamo all’importanza dell’impegno che sta davanti che spinge a sedersi e riflettere.

“Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. C’è una radicalità che colpisce in queste parole. E’ un invito rivolto a tutti: Gesù parla delle esigenze di una vita nel seguire lui stesso. Al cuore di questo orientamento pone un modo nuovo di rapportarsi agli averi: essi spesso possono prendere il posto delle cose più importanti nella vita. Il suo appello è tutto teso a far spazio ad una libertà interiore perché l’uso dei beni dovrà essere rapportato alle esigenze di una condivisione e di un servizio agli altri. Penso che queste parole vadano lette non solo con riferimento alla dimensione personale e dei rapporti individuali, ma in riferimento alla condivisione dei beni nel rapporto tra popoli e nella dimensione pubblica.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Un racconto di miracolo: un cieco che giunge a vedere. Con la sensibilità di moderni siamo perplessi ed anche scettici di fronte ai racconti di miracoli. Tante domande si fanno strada. Certamente anche nei vangeli questi racconti chiedono di essere interpretati e di non essere lasciati nell’ambito del meraviglioso. Certamente recano una memoria ed una traccia di gesti e di incontri di Gesù. Nel suo andare Gesù era capace di cura e di restituire energie sopite, aperture di vita alle persone, ai malati, a sofferenti nel cuore e nel corpo. La guarigione di un cieco racchiude il ricordo di gesti di cura verso chi come il cieco è immerso nel buio, ma anche è fessura che lascia intravedere un itinerario di fede: fede come una modalità di vedere, di aprire gli occhi ad una luce che non cambia le cose ma le fa scorgere in modo nuovo e trasforma invece i cuori.

Marco racconta che a Betsaida, Gesù aveva guarito un cieco. E subito dopo la domanda di Gesù ai suoi:  “Voi chi dite che io sia?” (Mc 8,27-30). Sono capaci di vedere il suo volto? La strada è lunga e faticosa per questo. Al cap. 10 un altro cieco. Questa volta è chiamato per nome Bartimeo, figlio di Timeo, ripetutamente. Egli grida a Gesù come figlio di Davide: è voce che sulla strada, evoca  l’acclamazione delle folle a Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme ormai imminente. Lì Gesù è acclamato come re atteso, figlio di Davide, ma ancora si gioca una forte incomprensione che condurrà all’abbandono e all’ostilità delle folle nei momenti drammatici della passione.

A Gerico l’incontro si svolge sulla strada. Sulla strada il cieco stava seduto a mendicare; sulla strada Gesù passa; sulla strada, al termine di questo incontro, Bartimeo si mette a seguire Gesù. Al centro il grido: “Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me!”. Al re Davide Dio aveva donato la promessa di una discendenza che avrebbe portato la benedizione di Dio stesso. E il messia avrebbe compiuto segni di liberazione come l’aprire gli occhi ai ciechi (2Sam 7,8-17; Is 11,1-9).

Nel grido di Bartimeo, c’è in qualche modo questa attesa. Si rivolge a Gesù, mentre la folla è di ostacolo. Paradossalmente è il cieco ad avvertire la presenza di Gesù come messia. Tuttavia anch’egli è cieco, incapace di vedere quale tipo di messia è Gesù. Lo invoca pensando a Davide che aveva riunito un regno con la forza. E ciononostante sta nell’attitudine del chiedere con insistenza, con caparbietà oltre la folla, come  mendicante. E la folla lo tiene lontano: c’è un ruolo sempre negativo delle folle indistinte.  Gesù lo fa chiamare. Fa sì che coloro che volevano tenerlo distante lo chiamino. Il cieco abbandona il mantello, proprietà indispensabile e propria del povero, e – dice Marco – si alzò, evocando così il movimento di una risurrezione già iniziata. Senza vista e senza il mantello, sua unica ricchezza, Bartimeo si pone davanti a Gesù. La domanda che lo raggiunge è un’eco del dialogo con i due fratelli Giacomo e Giovanni che – ciechi – non avevano compreso la via di Gesù come via di servizio. “Che cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36); “Che cosa vuoi che ti faccia?”. Essi avevano chiesto i posti nella gloria, il cieco invece si rivolge a Gesù con un termine nuovo Rabbunì, riconosce un maestro grande, intravede forse un volto diverso di messia a cui affidarsi: ‘Rabbunì che io riabbia la vista’. Gesù parla così a lui come si era rivolto alla donna malata che lo aveva toccato, in mezzo alla folla (Mc 5,34). Gli dice: ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’. Come quella donna anche il cieco cerca di accostarsi a Gesù con un atteggiamento di abbandono e di povertà radicale. Gesù gli risponde solamente riconoscendo la sua fede. Il grande segno è questo. Qui sta l’autentico miracolo. La vista riavuta è indicazione del vedere nuovo che la fede porta nella sua esistenza. “E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo sulla sua strada”. Dal cap. 8 Gesù aveva iniziato ad insegnare ai suoi discepoli lungo la strada ciò che significava il suo percorso. Sulla strada, in cammino: non si tratta di un insegnamento da imparare ma di una relazione con lui da vivere insieme. Sulla strada Gesù si era scontrato con l’incomprensione e la durezza del cuore dei discepoli, chiusi nella ricerca dei primi posti o di un’affermazione umana. Solamente l’affidarsi pienamente a Gesù e solo un suo intervento può aprire gli occhi per seguirlo verso Gerusalemme. La strada verso Gerusalemme: la via della passione e della croce. Marco tratteggia nelle parole e nei movimenti del cieco Bartimeo un esempio del discepolo. Discepolo è colui che si lascia cambiare da Gesù, che si apre a vedere in modo nuovo. Discepolo è colui che si apre al miracolo della fede che fa vedere. La tua fede ti ha salvato. E lo seguiva infine: non un entusiasmo momentaneo ma il continuare a seguirlo sulla via di un messia che vive la sua vita come servizio fino alla fine.

Penso a quelle che possono oggi essere le cecità del nostro tempo, l’incapacità di sguardo che tiene chiusi e bloccati, incapaci di alzarsi e di mettersi a seguire quella strada del servizio che è la strada di Gesù. C’è una cecità diffusa come soddisfazione delle cose e sicurezza o paura di perdita delle sicurezze nel benessere materiale. C’è quella cecità che è incapacità di riconoscersi poveri in una società in cui il posto è assicurato solo per i primi. Incapaci di chiedere, di mendicare. C’è la cecità fatta di pretesa di onnipotenza sulla vita propria e altrui, con il fastidio per i mendicanti che passano, al punto da volerli cancellare con ordinanze comunali. C’è la cecità che diviene gelosia per quanto si ha senza guardare le fatiche di chi non ce la fa. Cecità che chiudono all’incontro con gli altri, ma anche con l’Altro che passa…

Sulla strada di Gerico Gesù incontra Bartimeo. Oggi le strade divengono sempre più invivibili, per il traffico, per l’inquinamento, per la delinquenza, per la spersonalizzazione di masse senza nome e senza volto che s’incrociano di fretta senza salutarsi. E sulla strada tanti giovani si perdono, e i più fragili divengono preda di chi sfrutta. Come riscoprire le vie, le strade, i luoghi fisici delle città dei paesi, come luoghi dove incontrare persone, in cui scoprire nomi e volti, dove superare la cecità che impedisce di vedere e dove superare l’indifferenza e l’esclusivismo della folla che emargina e allontana?

La tua fede ti ha salvato… è parola sconvolgente. Gesù parla di qualcosa che è tutto in Bartimeo. Bartimeo vive questa fede nel suo mendicare e invocare, mentre le folle lo allontanano e zittiscono. C’è una drammatica contrapposizione. Come poter scoprire la parola di Gesù che riconosce la fede al di là delle  appartenenze, fuori dalle cerchie religiose, in chi è tenuto a distanza o fatto tacere, e conduce a riavere la vista? Come ascoltare e portare questa parola rivolta a tutti coloro che nella vita sono aperti a chiedere, a cercare, si lasciano chiamare e alzare?

Alessandro Cortesi

 

XXVIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

Un ‘tale’ gli corse incontro… La domanda che quel tale pone a Gesù riguarda la direzione fodnamentale della vita: “maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. La prima reazione di Gesù è quella di rifiutare per se stesso l’appellativo di ‘buono’: solo Dio, il Padre, è buono. E’ una bella indicazione di stile, forse anche di fronte a tante pretese di ergersi a ‘modelli buoni’ per gli altri. Poi richiama ai comandamenti, a quella parte del decalogo che riguarda i rapporti con gli altri. Gesù suggerisce le dieci parole della legge come via della vita eterna. E ai comandamenti ne aggiunge uno: ‘non frodare’. Questi sono tutti insieme declinazione dell’unica Parola che è dono di vita e di alleanza: ‘Io sono il Signore vostro Dio’. Ma quel tale ha osservato la legge e vive già nella linea dei comandamenti. “tutto questo l’ho custodito dalla ia giovinezza”. E se si è inginochiato davanti a Gesù è perché tuttavia cerca qualcosa di più, vive un’inquietudine che lo spinge a cercare. Gesù gli offre il suo sguardo capace di vedere in lui le aspirazioni più belle che reca nel cuore: ‘fissatolo lo amò’. Gli fa parte del suo amore e lo chiama ad un incontro per cui tutto passa in secondo ordine. Il primato va a seguire lui stesso, ad entrare in relazione con lui. E’ offerta di condivisione di vita, perdendo tutte le sicurezze ma nell’orizzonte di ritrovarsi. Non gli chiede di ‘fare qualcosa’ (maestro buono, che cosa devo fare per…?) ma di fare spazio nella sua vita ad un incontro. E accogliere così un volto nuovo di Dio, non come il ‘Dio delle prestazioni’ che soppesa le osservanze della legge, ma come un Tu capace di compassione con cui intrattenere una relazione viva. Non fare ma lasciare. ‘Lasciare’ i beni terreni, non attaccarsi alle ricchezze è quanto viene richiesto per fare spazio ad accogliere un dono, perché la Parola di Dio sia pienamente efficace nella vita. Lasciare per poi venire e seguire… Poi vieni e seguimi.  Tuttavia se ne andò via triste… Gesù fa cogliere ai suoi discepoli quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze possono entrare nel regno di Dio, perché le ricchezze divengono sicurezze a cui ci si attacca e che impediscono la disponibilità del cuore e la generosità per accogliere. Ma allora chi può essere salvato? Alla domanda di Pietro Gesù risponde ricordando che la salvezza è dono gratuito e chiede solamente apertura ad una azione di Dio in noi: E’ “impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio, perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27).

Tre riflessioni per noi oggi:

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio…” è un’espressione della lettera agli Ebrei (seconda lettura). La Parola di Dio è viva e porta vita, perché è parola che porta la vita di Dio stesso e perché si comunica in una vita, la nostra la vita dell’umanità. In un salmo si può leggere: “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite…” (Sal 62,12).  La Parola di Dio ci raggiunge sempre in una storia di uomini, la sua parola provoca eco e si reduplica in parole umane. Queste sono già eco ed interpretazione di quella parola originaria che pur giunge sempre a noi facendosi vicina, vitale e comprensibile. Sorge così l’esigenza di un’interpretazione della Parola/comunicazione di Dio. E proprio l’ascolto diviene allora vita perché questa Parola suscita accoglienza, interpretazione sempre nuova, incontro da rinnovare con le nostre parole e gesti di uomini e donne che vivono in un tempo, in situazioni diverse.

L’incontro del ‘tale’ – che nella versione di Matteo è un ‘giovane’, il giovane ricco – è stato interpretato nella storia come indicazione di una duplice chiamata e di un duplice livello del seguire Gesù. Ad alcuni si richiederebbe solo l’osservanza dei comandamenti ad altri, i ‘religiosi’, una sequela più totale e radicale. Ma questa lettura è più debitrice di una visione che legge una gerarchia ed una divisione nel popolo di Dio con chi risulterebbe privilegiato e oggetto di una chiamata più preziosa. Piuttosto in questa pagina è da cogliere una chiamata per tutti nell’accogliere lo sguardo di Gesù che ‘fissatolo lo amò’. La proposta di Gesù esige una radicalità di scelte che toccano aspetti assai concerti dell’esistenza, come l’ambito dei beni e di tutto ciò che ci porta ad essere ‘attaccati’, cioè possessivi, gelosi, incapaci di ‘lasciare’. E questo per tutti. Lasciare non è per una rinuncia che mortifica le persone. Piuttosto lasciare è  l’orientamento di fondo di chi, accogliendo Gesù – colui che nella sua vita si è fatto povero – accetta la sfida a divenire povero per  poter ricevere quella ricchezza di relazioni, di amore, di senso della vita che da Lui viene. Ognuno ha la sua chiamata, unica, preziosa, incomparabile, che si fa pluralità di chiamate nelle diverse circostanze e tempi dell’esistenza. E ciascuno è chiamato a vivere il divenire ‘povero’ come Gesù.

Viviamo un tempo di corruzione incredibile che suscita reazione e indignazione. Veramente appare chiaro come la ricerca dell’arricchimento e l’attaccamento ai beni sia fonte di rovina della vita: “Quelli che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione e nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro è infatti la radice di tutti i mali… ” (1 Tim 6,10-11).

Spesso si cerca di evitare le esigenze radicali di non attaccamento e di condivisione che Gesù pone. Ma rimane una questione rilevante nella vita di chi è chiamato a seguire Gesù sulla sua strada. Come vivere questo in un tempo in cui la normalità sembra essere la conquista del privilegio e la ricerca di accapparrare a danno degli altri, l’accumulo con la disonesta ricchezza? Sono domande che lasciano non solo a ciascuno la responsabilità individuale ma chiederebbero anche una testimonianza di chiesa nel ‘lasciare’ privilegi e attaccamenti a tanti generi di ricchezze…

Alessandro Cortesi op

 

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